Super-agenti, i veri padroni del calcio mondiale

Rappresentano tutte le parti, in pieno conflitto di interessi. Gli inquirenti li indagano spesso ma restano intoccabili. Un report commissionato dall’Uefa ammette: sono fuori controllo

23 Febbraio 2021 | di Lorenzo Bodrero

L’onnipotenza dei procuratori nel calcio professionistico internazionale è tale da renderli insostituibili. Venticinque anni fa erano semplici agenti dei giocatori mentre oggi sono i veri artefici di compravendite multi milionarie, padroni di un settore in cui nessuno è in grado di bilanciarne il potere. Il tutto con il beneplacito, e spesso la connivenza, di club, dirigenti e calciatori. È una di quelle verità che tutti conoscono ma nessuno vuole ammettere, men che meno mettere per iscritto. Lo ha fatto, invece, il Centro studi internazionale sullo sport (Cies) – pensatoio sportivo di base in Svizzera in cui un dipartimento è interamente dedicato all’analisi dell’economia del pallone – quando nel 2018 scriveva che «i pagamenti destinati agli agenti e agli intermediari sono spesso al centro di complessi schemi di evasione fiscale» e di riciclaggio di denaro e che questi schemi coinvolgono non solo gli agenti «ma anche i proprietari e i dirigenti dei club con cui collaborano».

Lo studio è stato commissionato dalla Uefa nel 2018 e consegnato all’associazione del calcio professionistico europeo un anno e mezzo più tardi. Non è mai stato reso pubblico integralmente e ha circolato pochissimo. Tra le conclusioni del report, di cui IrpiMedia ha ottenuto una sintesi, si legge che il conflitto di interessi rappresenta il modus operandi nel calcio europeo e che la «collusione tra agenti, intermediari e club» solleva «molti interrogativi dal punto di vista penale».

I procuratori ricoprono ormai diversi ruoli. Il primo è quello di “agente”, ossia il professionista a cui il calciatore si affida per la gestione della propria carriera, dei propri diritti di immagine, degli sponsor e che fanno le veci del calciatore in fase di contrattazione di un nuovo contratto; il secondo è quello dell’“intermediario”, coinvolto esclusivamente in quest’ultima fase, colma cioè le distanze tra il club che vende, il calciatore e il club acquirente. Da quando negli ultimi anni le due figure si sono sovrapposte, si è materializzata una distorsione del mestiere, nota oggi agli addetti ai lavori con il termine di “super-agenti”. Questi non solo fanno gli interessi dei calciatori ma anche dei club, percependo commissioni dagli uni e dagli altri e dando così vita a doppie o triple rappresentanze e a evidenti conflitti di interesse.

Il report del Cies non fa nomi ma è evidente il riferimento a quel ristrettissimo circolo a cui sono iscritti i più importanti agenti sportivi al mondo. Nell’intero settore, secondo il centro studi svizzero, la mancanza di regole ha creato «una situazione da far-west nei segmenti più bassi del calciomercato e un alto livello di concentrazione nei segmenti più remunerativi».

Il potere esercitato dai super-agenti nel calcio moderno è cosa nota tra gli addetti ai lavori, ma non era mai stato ammesso da un’istituzione sportiva.

Secondo il Cies, tra il 2014 e il 2017 le commissioni pagate agli agenti hanno raggiunto i 4,75 miliardi di euro e nel solo 2022 raggiungeranno i 3 miliardi. Con il crescere del loro potere è coincisa una esplosione dei prezzi dei diritti economici dei calciatori e allo stesso tempo è cresciuta esponenzialmente la loro mobilità, ossia il numero di scambi, di calciatori tra un club e l’altro.

Al centro del controllo esercitato dai super-agenti ci sono gli “accordi per terze parti” (third-party ownership, Tpo) che, sebbene resi illegali dalla Fifa nel 2015, «sono una realtà ancora ben radicata», scrive il Cies, e «consentono agli agenti più influenti un sostanziale controllo sulla carriera dei calciatori e un potere decisionale maggiore rispetto a quello esercitato dai club». E così, mentre il potere dei super-agenti non accenna a diminuire, nel calcio da un lato aumenta la forbice economica tra i club che possono permettersi o meno di collaborare con i super-agenti e, dall’altro, lo sport più popolare al mondo diventa strumento per la criminalità economica.

Cosa sono i Tpo

Con Third-party Ownership si intende un accordo stipulato da un soggetto terzo rispetto all’ordinamento sportivo (fondi di investimento, società, soggetti privati, ecc.) con il quale questo acquisisce tutto o una parte dei diritti economici di uno sportivo o, in gergo, il “cartellino”. L’abuso dei Tpo porta il detentore a influenzare le decisioni e l’indipendenza del club in materia di trasferimenti.

Grazie alle rivelazioni di Football Leaks – la piattaforma di whistleblowing fondata dal portoghese Rui Pinto che tra il 2015 e il 2018 ha reso pubblici centinaia di contratti tra calciatori, club, procuratori e fondi di investimento – si è inoltre appreso che in molti contratti che legano un calciatore al club sono presenti clausole di rivendita secondo le quali il Tpo beneficia di una percentuale sulla futura rivendita del calciatore. Questa prassi ha sollevato polemiche circa la “dignità umana” violata del calciatore oltre a violazioni del diritto del lavoratore e a interferenze esterne al calcio. Il Tpo, infatti, antepone l’interesse economico a quello del giocatore e del club.

Super-agenti, uomini della provvidenza

L’allarme sui conti in rosso è scattato la scorsa estate. Tra campionati slittati, azzeramento degli introiti da ticketing e diritti tv in calo, in piena pandemia la serie A si è trovata a fare i conti con una crisi senza precedenti. Per l’esercizio 2019-2020 sono previste perdite per 770 milioni di euro mentre la stagione in corso rischia un’emorragia ancora peggiore. E il problema non riguarda solo l’Italia. La Uefa ha stimato mancati introiti per 4 miliardi di euro per l’intero calcio europeo.

Ma nelle crisi giacciono opportunità. Tra coloro pronti a coglierle c’è Jorge Mendes, il super-agente portoghese vincitore per dieci anni di fila del Globe Soccer Awards come miglior procuratore. L’ex gestore di nightclub ha dato il meglio di sé nella finestra di calciomercato della scorsa estate, quando tutte le società facevano i conti con le ristrettezze della pandemia. Con la sua Gestifute, l’agenzia nonché il braccio destro per le sue operazioni di calciomercato fondata nel 1996, ha lavorato sia con i club che faticavano a far tornare i conti sia con quelli più ricchi che speravano di approfittare delle difficoltà altrui. Nel farlo, in molti casi ha rappresentato tutte le parti coinvolte: il club venditore, quello acquirente e il calciatore. Ha portato Ruben Dias, suo cliente, dal Benfica al Manchester City per 80 milioni di dollari, mentre Nicolas Otamendi, un altro suo assistito, ha fatto il percorso inverso per 15 milioni di euro.

Secondo Forbes, la Gestifute è la seconda agenzia di intermediazione al mondo per la gestione di calciatori e allenatori, con un pacchetto di contratti che supera il miliardo di dollari.

La scorsa estate Mendes ha agevolato altri due accordi che hanno interessato il club inglese Wolverhampton: da un lato ha reso possibile il trasferimento dell’attaccante Diogo Jota al Liverpool per 44 milioni di euro e, dall’altro, quello del difensore irlandese Matt Doherty al Tottenham per 17 milioni di euro. Ma i “Wolves” per Mendes non sono un club qualsiasi. Sono di proprietà del conglomerato cinese Fosun International, lo stesso che detiene quote di minoranza proprio in Gestifute. Il trasferimento di Doherty ha inoltre interessato il club attualmente allenato dal primo storico cliente di Mendes, Nuno Espirito Santo, e quello allenato da uno dei suoi clienti più celebri, José Mourinho. Entrambi portoghesi.

Con il Portogallo, infatti, Mendes è legato a doppio filo. Non solo perché suo Paese natìo e per la nazionalità lusitana della maggior parte dei suoi 137 clienti, ma soprattutto perché i suoi affari molto spesso coinvolgono club portoghesi.

Uno di questi è il Porto, particolarmente afflitto dai debiti e dalla crisi economica calcistica. Così il celebre club portoghese si è rivolto a Mendes ad agosto per fare cassa. Il super-agente ha persuaso il “suo” Wolverhampton ad acquistare due giovani, e presunti, talenti dal Porto per 60 milioni di euro. Un’iniezione di contanti sull’asse Inghilterra-Portogallo che desta, quantomeno, qualche dubbio dal punto di vista meramente sportivo per la qualità ancora tutta da dimostrare dei due giovani calciatori: l’attaccante diciottenne Fabio Silva e il centrocampista ventenne Vitor Ferreira. Nella scorsa stagione, il primo aveva collezionato 180 minuti di presenze nel massimo campionato portoghese, contro i mille minuti del secondo nella serie B lusitana. Due curricula non esattamente da top player. Ferreira è cliente della Gestifute, mentre dei 40 milioni sborsati dal Wolverhampton per Silva, 7 sono andati all’agenzia di Jorge Mendes.

A fare compagnia a Jorge Mendes tra gli agenti più influenti c’è l’italo-olandese Mino Raiola. È probabilmente suo il trasferimento che più di tutti offre la misura del potere in mano ai super-agenti. Quello che nel 2016 ha portato Paul Pogba dalla Juventus al Manchester United. Un affare da 105 milioni di euro per accaparrarsi il diritto alle prestazioni sportive del centrocampista francese. Oggi, l’agente originario di Nocera Inferiore cresciuto in Olanda, conta tra i suoi clienti giocatori del calibro di Zlatan Ibrahimovic, Gigi Donnarumma, Matthijs de Ligt, Erling Haaland e Marco Verratti. Nell’affare Pogba ha rappresentato tutte le parti in causa – la cosiddetta “tripla rappresentanza” – incassando così 27 milioni di euro dalla Juventus, 19,4 milioni dal Manchester United e ulteriori 2,6 milioni di euro dal suo assistito. In totale, 49 milioni, quasi la metà dell’intero importo della transazione.

“Fora de jogo”, l’indagine portoghese per riciclaggio ed evasione fiscale

Due sono le indagini attualmente in corso che provano a fare luce sul lato oscuro del calcio europeo. La prima è l’operazione “Fora de jogo” (“fuorigioco”) condotta dagli investigatori portoghesi. A marzo 2020 la polizia fiscale lusitana ha effettuato 76 perquisizioni in tutto il Paese, inclusi i due uffici della Gestifute a Porto e Lisbona e nelle sedi dei club più importanti della Liga, tra cui Porto, Benfica, Sporting e Braga. Come portata, l’indagine non ha precedenti in Europa. Gli inquirenti ipotizzano i reati di riciclaggio di denaro ed evasione fiscale nella compravendita di almeno 49 calciatori facilitata da 14 procuratori attraverso operazioni sia nazionali sia verso l’estero tramite «un crocevia di società» basate in paradisi fiscali. L’importo totale delle transazioni sotto indagine ha raggiunto i 500 milioni di euro, secondo le dichiarazioni dell’avvocato della Gestifute, nonché di Cristiano Ronaldo, riportate lo scorso 11 gennaio dal quotidiano Jornal de Notícias.

Non è la prima volta che il super-agente portoghese finisce nel mirino delle autorità. Nel 2019 i suoi due più celebri clienti, Cristiano Ronaldo e José Mourinho, sono stati condannati al pagamento di, rispettivamente, 18,8 e 2,2 milioni di multa per aver evaso il fisco spagnolo durante gli anni della loro militanza al Real Madrid. Un destino simile ha coinvolto altri celebri assistiti di Mendes che, pur non sedendo mai al banco degli imputati, è considerato la mente dietro l’ingegnoso sistema anti-tasse di cui hanno beneficiato i suoi clienti.

L’altra indagine è quella che lo scorso febbraio ha portato la Guardia Civil spagnola a fare irruzione in due lussuose ville situate a Calvià, sull’isola di Maiorca. Una delle due è la residenza di Abdilgafar Fali Ramadani, tra i più influenti procuratori del calcio professionistico. Gli investigatori spagnoli accusano lui e i suoi soci di aver riciclato almeno 10 milioni di euro utilizzati per acquistare i due immobili e diversi yacht attraverso un complesso schema di scatole societarie, così da mascherarne i beneficiari ultimi.

Ramadani è titolare della Lian Sports, definita da Forbes la terza agenzia calcistica più importante al mondo, con un portfolio che sfiora gli 800 milioni di dollari. Dai loro uffici passano pezzi da novanta del calcio europeo: da Federico Chiesa (Juventus) a Leroy Sané (Bayern Monaco), da Samir Handanovic (Inter) a Miralem Pjanic (Barcellona). Ma anche una miriade di perfetti sconosciuti.

Proprio questi ultimi erano funzionali alle operazioni di riciclaggio. Secondo gli inquirenti spagnoli, gli agenti utilizzavano club di seconda e terza divisione in Serbia, Belgio e Cipro come “scalo” dove parcheggiare i giocatori per poi rivenderli a terzi club a prezzi lievitati. Le indagini hanno preso spunto dalle rivelazioni di Football Leaks, riprese e pubblicate nel 2016 dall’European Investigative Collaborations il quale aveva scoperto che i calciatori non erano mai scesi in campo per conto delle società “ponte” e venivano rivenduti pochi giorni dopo il loro acquisto.

Le autorità spagnole sostengono che il denaro frutto di riciclaggio derivava dalle commissioni ricevute dagli agenti in questa girandola di società calcistiche.

In questo scenario, società come Gestifute e Lian Sports cessano di essere delle mere agenzie sportive per diventare delle società di consulenza. Rappresentano il punto di incontro necessario tra investitori e club (almeno per quelli che possono permettersele) e giocano un ruolo cruciale nelle strategie delle società che controllano il calcio globale. Ne è cosciente la stessa Fifa, che proprio un anno fa ha annunciato nuove regole in arrivo per gli agenti così da provare a mettere dei paletti in un sistema, scrive la stessa Fifa, basato sulla «legge della giungla, con diffusi conflitti di interesse e commissioni esorbitanti incassate a destra e a sinistra [dai super-agenti]». Ma, come vedremo, la soluzione è peggio del problema.

Foto: lo stadio Giuseppe Meazza – Paolo Bona/Shutterstock | Editing: Lorenzo Bagnoli

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