I progetti del Pnrr sull’idrogeno sono in mano ai big dell’oil&gas

#LeManiSullaRipartenza

I progetti del Pnrr sull’idrogeno sono in mano ai big dell’oil&gas

Edoardo Anziano
Francesca Cicculli

Un anno e mezzo fa, a marzo 2021, IrpiMedia già raccontava le attività di lobbying che le aziende dell’oil&gas stavano attuando in Europa per far includere l’idrogeno nei piani nazionali del Recovery Fund. I progetti promossi a Bruxelles da queste aziende, ad analizzarli con attenzione, dimostravano già che il vero obiettivo non era tanto produrre e utilizzare l’idrogeno, quanto piuttosto continuare a vendere e a trasportare gas. L’idrogeno infatti non esiste in natura ed è prodotto quasi interamente attraverso la gassificazione del carbone o lo steam reforming del gas naturale (idrogeno “grigio”), ad alte emissioni di CO2. Allo steam reforming si può affiancare la cattura e lo stoccaggio della CO2 e produrre idrogeno “blu”. Esistono anche metodi di produzione più “puliti”, come l’elettrolisi dell’acqua sfruttando energia rinnovabile (idrogeno “verde”), ma resta economicamente non competitivo e di difficile distribuzione e conservazione. Improbabile quindi che possa rappresentare, almeno nei tempi brevi richiesti dalla crisi climatica ed energetica in corso, il game changer della transizione ecologica.

È piuttosto un cavallo di troia, una tecnologia abbastanza nuova ed entusiasmante da dipingere efficacemente di “verde” piani che nella pratica faranno ben poco per ridurre le emissioni di CO2 nel nostro Paese.

Nonostante questo, il Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) italiano affida più di 3 miliardi di euro alla componente per la produzione, distribuzione e utilizzo dell’idrogeno (Missione 2 Componente 2), a cui si aggiunge una parte non facilmente quantificabile degli 11,4 miliardi della Missione 4 Componente 2 “Dalla ricerca all’impresa”, che prevede fondi anche per la ricerca sull’idrogeno.

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Leggendo i bandi finalmente pubblicati per i finanziamenti alla filiera dell’idrogeno e le liste dei beneficiari, appare chiaro che le aziende del gas siano riuscite a dettare la linea per la nuova strategia energetica. Tra i principali vincitori dei finanziamenti, infatti, figurano proprio quelle aziende che in Europa hanno fatto lobbying per l’idrogeno e che vogliono produrlo da combustibili fossili. A loro fianco, gran parte delle università pubbliche italiane, divenute partner strategici delle aziende vincitrici e beneficiarie a loro volta di fondi per la ricerca e lo sviluppo sull’idrogeno.

UniBo ed Eni: l’accordo per la ricerca sull’idrogeno

L’accordo tra un ateneo pubblico e una azienda controllata dallo Stato non è materia di interesse per i cittadini. Lo ha stabilito – unilateralmente – l’Università di Bologna, rispondendo a una richiesta di accesso civico generalizzato che IrpiMedia ha presentato per conoscere i dettagli di una partnership firmata a maggio 2022 con Eni, gigante del petrolio che ha come maggiore azionista il Ministero dell’economia e delle finanze.
L’accordo fra UniBo ed Eni ha come oggetto la realizzazione di un laboratorio con sede a Ravenna «dedicato alle nuove tecnologie per la decarbonizzazione e la transizione energetica». In particolare, le ricerche si concentreranno sulla produzione sostenibile di idrogeno e la cattura e stoccaggio di CO2.

Secondo UniBo e ENI, che in quanto soggetto controinteressato si è opposto alla nostra richiesta, non ci sono motivi di interesse pubblico per rilasciare il testo dell’accordo. I giornalisti di IrpiMedia, recita il parere di UniBo, non avrebbero fatto richiesta in nome delle «riferite finalità pubblicistiche» – ovvero il diritto di cronaca su fatti di pubblico interesse -, bensì ispirati da «un bisogno conoscitivo esclusivamente privato, individuale, egoistico o peggio emulativo», non utile a «favorire la consapevole partecipazione del cittadino al dibattito pubblico».

L’inchiesta che state leggendo è prova, se ce ne fosse bisogno, che il nostro interesse invece è unicamente quello di pubblicare storie importanti per la collettività.

Nel 2021 IrpiMedia, insieme a Scomodo, aveva presentato un’altra richiesta di accesso agli atti, riguardante un precedente accordo su energia e ambiente tra Eni e l’Università di Bologna datato 2017. La richiesta era stata accolta, seppur con l’invio del testo pesantemente censurato. Nel caso del nuovo accordo sul Laboratorio di Ravenna, invece, anche il ricorso presentato alla Responsabile della prevenzione della corruzione e della trasparenza di UniBo è stato rigettato, nonostante le evidenti similitudini rispetto al tipo di documento richiesto nella prima istanza.

Non è una questione puramente formale: come è possibile decidere se un accordo tra un’università pubblica e una controllata dello Stato italiano è di pubblico interesse se non se ne conoscono i dettagli?

In generale, prestare attenzione a come le major del petrolio guardano al futuro e alla crisi climatica è un dovere giornalistico. Nel report della fondazione Finanza Etica del 2021, emerge che Eni, nel suo piano industriale 2021- 2024, riserva solo il 20% degli investimenti ad attività verdi, il resto finanzierà ancora i combustibili fossili. Fino al 2030, inoltre, ridurrà le emissioni nette totali delle proprie attività solo del 25% e l’intensità carbonica di appena il 15%. «Quindi per altri 10 anni Eni avrà un impatto sul clima molto vicino a quello che ha oggi», si legge nel report. Per quanto riguarda l’idrogeno blu, all’interno del piano di decarbonizzazione 2021 di Eni, questo è diventato molto più importante rispetto al piano precedente.

Lo stesso nome dato al laboratorio di Ravenna è ambiguo – Hydrogen and Carbon use through Energy from Renewables – perché mette insieme l’idrogeno blu con cattura del carbonio e idrogeno verde prodotto da energie rinnovabili.

«L’università dovrebbe essere favorevolissima a fare ricerca sull’idrogeno verde, ma non dovrebbe fare ricerca sull’idrogeno blu. Non è la strada giusta. L’idrogeno prodotto con elettrolisi dell’acqua è pulito, perché non emetti anidride carbonica, se fai idrogeno blu devi essere bravissimo a catturare tutta la CO2, ed è impossibile praticamente», ha commentato a IrpiMedia Vincenzo Balzani, professore emerito di chimica dell’Università di Bologna. «Produrre idrogeno blu senza catturare tutta l’anidride carbonica non va bene per il clima e non dovrebbe andar bene neanche per l’università. L’università ha il diritto di fare accordi con chi vuole ma non ha il diritto di fare accordi controproducenti di fronte alla crisi climatica», afferma Balzani.

Il glossario

Gas rinnovabili: si tratta di gas combustibili non fossili che, per la legislazione europea ancora in corso di definizione, vengono considerati strumento efficace del processo di decarbonizzazione richiesto dalle nuove politiche contro i cambiamenti climatici. La definizione è basata o sul basso livello di emissioni prodotte, o sul processo di produzione.

e-fuel / Carburanti sintetici: sono idrocarburi non fossili prodotti “in laboratorio” tramite processi di sintesi. Di base tutti gli idrocarburi sono molecole a base di carbonio e idrogeno, e possono quindi essere prodotti da una miscela di questi elementi.

Idrogeno verde: idrogeno ottenuto tramite elettrolisi dell’acqua, alimentata esclusivamente da elettricità ottenuta da fonti rinnovabili al 100%, come eolico o solare.

Idrogeno blu: idrogeno prodotto dalla scomposizione di gas fossile, un processo inverso a quello dei carburanti di sintesi. La sua produzione (da gas fossile) separa idrogeno e carbonio. Per essere considerato “blu” (e quindi “a basse emissioni”) deve essere prodotto assieme a un processo di cattura del carbonio affinchè non sia rilasciato nell’atmosfera. Tale tecnologia al momento non sembra aver raggiunto livelli efficaci.

Blending: “miscelazione”, nel contesto di questo articolo fa riferimento all’intenzione dei distributori del gas di mischiare assieme idrogeno e metano nella rete di distribuzione già esistente.

GNL: il Gas Naturale Liquefatto è una miscela di idrocarburi composta per almeno il 90% da metano e per la restante parte da etano, propano e butano. Il suo volume è circa 600 volte inferiore a quello del gas naturale e per questo è più economico trasportarlo e stoccarlo. Di solito il trasporto, soprattutto per le lunghe distanze, avviene attraverso navi metaniere. Il GNL deve essere rigassificato prima di essere immesso nella rete nazionale.

Non potendo vedere il testo dell’accordo, non possiamo essere certi se l’Università di Bologna intenda aiutare Eni a produrre idrogeno dal gas. Valerio Cozzani, professore ordinario di Impianti Chimici presso il Dipartimento di Ingegneria Civile, Chimica, Ambientale e dei Materiali (DICAM) dell’Università di Bologna, intervistato da IrpiMedia, non chiarisce del tutto il punto, ma spiega che l’accordo con Eni nasce dalla volontà di entrambe le parti di fare ricerca sulla produzione di «idrogeno sostenibile, e cioè prodotto principalmente da energie rinnovabili». «L’ateneo di Bologna porterà avanti congiuntamente ad Eni progetti di ricerca che, se dovessero dare risultati applicabili, nel rispetto degli accordi di proprietà intellettuale verranno poi valorizzati industrialmente da Eni o da altri attori industriali», spiega Cozzani.

Se queste sono le basi dell’accordo, non si capisce come mai Eni si sia opposta alla richiesta di accesso agli atti presentata da IrpiMedia. La decisione, per altro, non fa appello a eventuali fughe di idee che potrebbero avvantaggiare i competitors, ma alla presunta assenza di interesse pubblico. Eppure, sia UniBo che il Cane a sei zampe risultano beneficiari – tanto in partnership quanto singolarmente – di fondi del Pnrr, ovvero pubblici, legati allo sviluppo e alla ricerca sull’idrogeno.

Pnrr fossile, vestito di verde

La ricerca e lo sviluppo dell’idrogeno sono finanziati principalmente da due Missioni del Pnrr italiano: la Missione 2 dedicata alla “Rivoluzione verde e transizione energetica” e la Missione 4 “Istruzione e ricerca”. In entrambi i casi, i bandi per la riscossione dei finanziamenti per l’idrogeno sono stati molto partecipati. A vincere, sia come proponenti che come co-proponenti dei progetti, le principali università statali italiane, tra cui l’Università di Bologna, e le più grandi aziende fossili, come Eni e Snam.

Stefano Patuanelli, allora in qualità di Ministro per lo sviluppo economico, ospite di un evento pubblico organizzato da Snam a ottobre 2019 - Foto: Simona Granati/Getty

Stefano Patuanelli, allora in qualità di Ministro per lo sviluppo economico, ospite di un evento pubblico organizzato da Snam a ottobre 2019 – Foto: Simona Granati/Getty

Una delle componenti della missione 2 del Pnrr è dedicata proprio a “Energia rinnovabile, idrogeno, rete e mobilità sostenibile” (M2C2). Sedici milioni di euro di questa componente sono destinati alla “Ricerca e sviluppo dell’idrogeno” (investimento 3.5) Gli obiettivi di questa linea di intervento sono: produzione di idrogeno verde; sviluppo di tecnologie per stoccaggio e trasporto idrogeno e per trasformazione in altri derivati e combustibili verdi; sviluppo di celle a combustibile; miglioramento della resilienza delle attuali infrastrutture in caso di maggiore diffusione dell’idrogeno.

Gli obiettivi cambiano, però, se si leggono i due bandi aperti il 23 marzo 2022 dal Ministero della transizione ecologica (Mite) per finanziare i progetti sull’idrogeno. Il bando A, da 20 milioni di euro, è rivolto a università e centri di ricerca, il bando B, da 30 milioni, alle imprese private. I due avvisi pubblici sono quasi identici, ma con un’importante differenza rispetto al testo del Pnrr: non si parla più solo di progetti per la produzione di idrogeno verde, ma anche di idrogeno “clean”, aggettivo con cui viene identificato l’idrogeno blu prodotto da gas con cattura e stoccaggio di CO2 che, secondo l’industria dell’idrogeno, può essere considerato “pulito”.

I bandi accolgono infatti le indicazioni contenute in una decisione del Consiglio ECOFIN del 13 luglio 2021, che apre alla possibilità di produrre idrogeno “a basse emissioni”, anche se non derivante da energia rinnovabile, che «soddisfino il requisito di riduzione delle emissioni di gas serra nel ciclo di vita del 73,4 %».

«È una stupidaggine. Perché del 73,4 e non 80 o 70? È una decisione stupida. Vogliono fare idrogeno blu senza catturare tutta l’anidride carbonica, ma solo il 73%, l’altra andrà in atmosfera. Ma noi non possiamo aggiungere altra CO2 nell’atmosfera oltre quella che abbiamo già», ha spiegato a IrpiMedia Vincenzo Balzani.

La tecnologia che non c’è ma si vende: cattura e stoccaggio della CO2

La produzione di idrogeno blu prevede l’utilizzo della Carbon Capture and Storage (CCS) ovvero la cattura e lo stoccaggio della CO2, per poi destinarla a diversi usi, tra cui l’immagazzinamento nei pozzi di petrolio esauriti. Questa tecnologia, ancora in fase di prototipo, lascia comunque una percentuale significativa di emissioni nell’aria e risulta estremamente costosa. Inoltre, il trasporto dell’anidride carbonica catturata necessita di una rete di condotti, attualmente non esistente, capace di supportarne la portata. Produrre idrogeno blu quindi è praticamente ancora impossibile.

L’Unione europea è già consapevole dell’inefficienza della CCS: tra il 2008 e il 2017 ha finanziato 424 milioni di euro per sei progetti di CCS non riusciti – tranne uno che comunque non ha soddisfatto le aspettative – e per questo è stata criticata dalla Corte dei conti europea.

Altra critica avanzata alla CCS riguarda una delle sue applicazioni principali: l’anidride carbonica verrebbe pompata in vecchi pozzi petroliferi per recuperare il petrolio difficile da estrarre, con ulteriori benefici economici per le industrie petrolifere e un incremento della disponibilità del fossile.

I bandi specificano che sono ammissibili i progetti che riguardano l’immissione e la miscelazione nella rete del gas naturale esistente e la trasformazione dell’idrogeno in e-fuel.

Come già raccontato da IrpiMedia, proprio il blending – cioè il passaggio di idrogeno e gas negli attuali gasdotti – e la produzione di e-fuel, sono due dei temi su cui le lobby del gas e dell’idrogeno hanno spinto per far passare le loro posizioni, ma che sono facilmente contestabili. Le attuali tubature del gas, infatti, possono trasportare, secondo le stime più ottimiste, fino al 20% di idrogeno miscelato a gas: le aziende che sostengono il blending, di fatto, puntano a continuare a vendere l’80% di metano.

Gli e-fuels – carburanti sintetici – sono invece idrocarburi fatti in laboratorio e hanno rappresentato l’ultima frontiera del lobbismo del settore dell’automotive e dell’oil&gas per non perdere i finanziamenti europei che puntavano a una definitiva stretta sulle emissioni climalteranti. Questi combustibili, prodotti a partire dall’idrogeno “verde” mischiato poi con la CO2, hanno un’efficienza, al netto di sprechi e perdite lungo la catena, del 13% appena.

I soliti noti, progetti opachi in mano alle aziende che fanno lobby in Ue

Il caso Eni-UniBo, date queste indicazioni dal Pnrr, risulta tutt’altro che isolato. Scorrendo le graduatorie dei progetti ammissibili e finanziabili presentati per i due bandi in questione infatti, compaiono senza sorpresa proprio alcune delle aziende che in Europa si sono battute a favore di idrogeno blu, blending ed e-fuels. L’attività di lobbying di queste aziende non solo sembra riuscita, ma ha finito per inglobare anche l’attività di ricerca delle università pubbliche italiane, che sembrano essere al servizio di aziende private che promettono una transizione energetica che nei fatti non è altro che greenwashing.

Le università vincitrici del bando A sono: l’università di Messina, di Calabria, di Genova, di Parma, La Sapienza di Roma, l’Università del Piemonte Orientale e il Politecnico di Milano.
Queste hanno ottenuto più di un finanziamento perché risultano sia capofila che partner di altre università. Nel progetto dell’Università di Messina, per esempio, figura come partner l’Università della Calabria, che a sua volta è capofila del secondo progetto vincitore in graduatoria. Del progetto dell’Università della Calabria, è partner l’Università di Bologna.

Pochissimi sono i dettagli disponibili sui progetti vincitori, sia perché quasi nessuna università ha rilasciato comunicati stampa dettagliati, sia perché non sono stati inseriti sul sito OpenCUP, la piattaforma del Dipartimento per la programmazione e il coordinamento della politica economica della Presidenza del consiglio dei ministri dove è possibile ricercare i progetti che hanno ottenuto finanziamenti pubblici, inclusi i fondi del Pnrr.

Conosciamo però le ricerche che gli stessi atenei, da anni, portano avanti insieme alle aziende private del gas, come Eni e Snam, risultate a loro volta vincitrici di finanziamenti del Pnrr destinati alla ricerca e allo sviluppo dell’idrogeno.

A fine 2021, per esempio, Eni, Snam, Edison e La Fondazione Politecnico di Milano insieme al Politecnico di Milano hanno dato vita a una piattaforma di ricerca congiunta tra università e aziende – Hydrogen Joint Research Platform (Hydrogen JRP) – per lo sviluppo delle tecnologie legate all’idrogeno. Nel comunicato stampa rilanciato subito dopo spiegano che l’obiettivo della piattaforma è quello di «promuovere studi e ricerche innovative su: produzione dell’idrogeno pulito, che comprende l’idrogeno verde e “low carbon”».

Pochi mesi dopo, a febbraio 2022, Edison ed Eni, insieme e Ansaldo Energia, hanno annunciato la firma di un accordo per portare l’idrogeno a Porto Marghera, nella nuova centrale termoelettrica di Edison. Quale idrogeno? «L’accordo prevede l’avvio di uno studio di fattibilità per la produzione di idrogeno verde, tramite elettrolisi dell’acqua, o in alternativa, di idrogeno blu, tramite l’impiego di gas naturale con cattura della CO2 prodotta».

L’attività di lobbying di Snam ed Eni in Europa

Secondo il database LobbyFacts, che si occupa di monitorare l’influenza delle aziende sulle istituzioni europee, fra il 2018 e il 2021, Snam ha speso circa 700.000 euro in attività di lobbying. Ha 4 lobbisti accreditati presso il Parlamento europeo e ha partecipato, dal 2014 a oggi, a 33 incontri definiti di “alto livello”, cioè con Commissari europei, membri di gabinetto o direttori generali presso la Commissione europea. A conferma del forte interesse dell’azienda nei confronti dell’idrogeno, è interessante notare come, fino al 2019, nessuno degli incontri di lobbying avesse a che fare con l’idrogeno.

Fra il 2020 e il 2022, Snam ha partecipato a 4 incontri specifici sull’idrogeno, fra cui uno con la commissaria all’Energia Kadri Simson sullo “Sviluppo del mercato dell’idrogeno europeo, i futuri bisogni legati al trasporto e opzioni legate agli aspetti infrastrutturali” e uno col direttore generale per l’azione climatica della Commissione europea Mauro Raffaele Petriccione – entrambi nel 2020. Di “visioni sull’economia verde e nuove sfide in tempi di Covid” i lobbisti di Snam hanno discusso con l’attuale commissario all’economia – ed ex Presidente del Consiglio italiano – Paolo Gentiloni, nel novembre 2021. Più recentemente, nel luglio 2022, Snam ha discusso di “diversificazione delle forniture, infrastrutture e idrogeno” con il direttore generale per l’energia Ditte Juul Jørgensen, a testimonianza dell’importanza dell’idrogeno – non viene specificato se prodotto dal gas o meno – nella strategia di Snam.

Snam è inoltre membro dell’associazione Hydrogen Europe, che dichiara di «aver promosso, fin da subito, l’idrogeno clean (ovvero idrogeno prodotto a partire dal gas, ndr) e le sue tecnologie per realizzare un sistema energetico decarbonizzato». A Hydrogen Europe è affiliata anche Eni, che ha investito ben più di Snam in lobbying presso le istituzioni europee, passando da 300.000 euro nel 2010 a quasi 1,4 milioni nel 2020. Eni conta anche 9 lobbisti accreditati presso l’Europarlamento e 51 incontri di alto livello con la Commissione europea. Anche se nessuno di questi ha avuto come oggetto l’idrogeno, secondo LobbyFacts, fra i principali dossier europei su cui punta Eni ci sono proprio le regole comunitarie legate a gas naturale e idrogeno.

Sia Eni che Ansaldo Energia risultano beneficiare dei fondi della M2C2. IrpiMedia ha cercato su OpenCUP, grazie al sostegno dell’associazione onData, i loro progetti scoprendo che Eni ha vinto il bando con un progetto chiamato “Innovativo Processo intEgrato per la Produzione intensificata di eGas da Idrogeno Verde – IPEReGas” che dovrebbe essere localizzato nel Mezzogiorno (per cui era previsto un punteggio maggiore in graduatoria), ma su OpenCUP risulta posizionato a Roma. Abbiamo richiesto i dettagli del progetto all’azienda per capire dove intendono produrre idrogeno e cosa intendono per eGas, ma non abbiamo ricevuto risposta. Ad ogni modo il lemma eGas rimanda ai carburanti sintetici, con tutte le problematiche che abbiamo riportato.

Ansaldo Green Tech – controllata di Ansaldo Energia – ha vinto, invece, con il progetto “Nuovi Elettrodi e Membrane per Elettrolizzatori a Scala Industriale”. Apparentemente sembra un progetto per la produzione di Idrogeno verde, ma su OpenCUP il nome del progetto diventa: “Produzione di idrogeno clean e green”. Idrogeno da gas, quindi, ancora una volta.

Ma non sono le uniche aziende pro idrogeno blu e blending, che troviamo nell’elenco dei beneficiari dei fondi del Pnrr. C’è la Sapio Produzione Idrogeno Ossigeno srl con il progetto “HyPER Mantova – Hydrogen High Pressure Efficient Renewing at Mantova Facility: Innovazione ed efficientamento della filiera di distribuzione dell’idrogeno compresso” che da OpenCUP però risulta localizzato a Fiano Romano. Sapio, nel 2008, ha attivato ad Arezzo il primo idrogenodotto urbano al mondo, lungo circa un chilometro. Lo scopo era quello di fornire idrogeno puro alle aziende orafe della zona di San Zeno. Dichiarano di produrre idrogeno tramite steam reforming del gas fin dal 1922, processo che non è sostenibile sia perché brucia combustibile fossile sia perché altamente energivoro. Nel loro bilancio aziendale dichiarano che «l’utilizzo di energia primaria del Gruppo sotto forma di combustibili fossili è destinato, in ordine di rilevanza, a: attività logistica; produzione di idrogeno» e che «gran parte delle emissioni dirette sono riconducibili a: emissioni di anidride carbonica da processo (in prevalenza steam methane reforming)».

Sapio fa parte insieme ad Eni, Confindustria Venezia Area Metropolitana di Venezia e Rovigo, Decal e Berengo, del consorzio Hydrogen Park, costituito il 15 luglio 2003 per la realizzazione di un Distretto dell’idrogeno a Porto Marghera. È proprio qui che Eni, secondo quanto reso noto da Staffetta Quotidiana, avrebbe avviato la valutazione di impatto ambientale per la produzione di idrogeno da steam reforming del metano. Ad esprimersi sarà ora la commissione Pnrr Pniec del Mite. L’idrogeno prodotto sarà inizialmente “grigio”. Ma diventerà “blu”, quando Eni potrà catturare la CO2 emessa per seppellirla a Ravenna, dove la stessa ha richiesto anche l’autorizzazione per un progetto di CCS (già bocciato dalla Commissione europea, che ha negato a Eni il Fondo europeo per l’innovazione).

Il professor Cozzani dell’Università di Bologna ci ha assicurato che nel Laboratorio sull’idrogeno di Ravenna non verrà testato il progetto di CCS di Eni, perché «è una tecnologia abbastanza matura e già utilizzata in ambito industriale», mentre nel laboratorio congiunto verranno studiati solo progetti che ancora devono essere applicati a livello industriale.

Snam e il Politecnico di Bari

Eni non è l’unica azienda che ottiene finanziamenti per lo sviluppo dell’idrogeno mentre continua a investire sui combustibili fossili. Merita infatti attenzione anche il caso di Snam, la principale società di infrastrutture energetiche italiana. Si occupa principalmente di trasporto, stoccaggio e rigassificazione del metano. Possiede 41.000 Km di tubi per il trasporto del metano e ha una capacità di stoccaggio di 20 miliardi di metri cubi. Nelle ultime settimane della calda campagna elettorale italiana è tornata all’attenzione delle cronache per aver proposto un progetto per il rigassificatore di Piombino, necessario secondo alcuni partiti a sopperire alla crisi energetica esacerbata dall’invasione russa dell’Ucraina. Sul piano di investimenti 2020-2024 della società, è messo nero su bianco che 6,5 miliardi dei 7,4 totali saranno destinati alla realizzazione di infrastrutture per il trasporto del gas e di biometano e idrogeno .

Attivisti di Greenpeace presso la sede romana di ENI protestano per le politiche insufficienti dell'azienda in tema di cambiamento climatico - Foto: Stefano Montesi/Getty

Attivisti di Greenpeace presso la sede romana di ENI protestano per le politiche insufficienti dell’azienda in tema di cambiamento climatico – Foto: Stefano Montesi/Getty

Snam vuole continuare quindi a trasportare gas, e per provare a prendere i fondi del Recovery Plan ha tentato di dimostrare che per rendere l’idrogeno trasportabile e competitivo bastasse adattare la rete attuale di gasdotti. «L’interesse di Snam è chiaro – spiega Elena Gerebizza, campaigner energia e infrastrutture di Re:Common – perché già controlla tutta la rete dei gasdotti italiani e ha delle quote di controllo di importanti gasdotti fuori dall’Italia. La sua visione è che l’idrogeno di qualsiasi colore deve essere trasportato sulla lunga distanza, nonostante questo sia assolutamente inefficiente e insostenibile. Quindi è un interesse il mercato: utilizzare i soldi del Pnrr, per dire che i loro gasdotti sono pronti a trasportare anche delle quote di idrogeno, sebbene in quote molto piccole. In questa maniera gli asset continuano ad avere un valore, anche nel bilancio delle aziende e loro di facciata diventano delle aziende che guardano a un futuro più sostenibile».

Allo stesso tempo, anche quella dell’idrogeno verde sembra essere una promessa irrealizzabile. Per poter produrre una tonnellata di idrogeno da elettrolisi, infatti, sarebbero necessari circa 9.000 litri d’acqua, il che significa 6,3 milioni di metri cubi d’acqua per raggiungere il target di 700 mila tonnellate di idrogeno entro il 2030. Una risorsa che, tuttavia, scarseggerà sempre di più – come dimostra il prolungato periodo di siccità di quest’estate.

Snam, insieme alle già citate Sapio e Ansaldo Energia, fa parte di H2IT, l’Associazione italiana per l’idrogeno e celle a combustibile che «si propone di creare le condizioni politiche e normative per lo sviluppo di un mercato delle applicazioni idrogeno in Italia». Il Presidente di H2IT è Alberto Dossi, Presidente del Gruppo Sapio. Si propone come ente indipendente di consulenza per il governo, ma molte delle aziende che ne fanno parte sono membri della lobby per il gas che spinge a livello europeo a utilizzare l’idrogeno come vettore per la transizione energetica.

Come Eni, Snam ha numerose collaborazioni sulle ricerche per l’idrogeno anche con le università italiane, tra cui il Politecnico di Milano e il Politecnico di Bari. Con il primo ha all’attivo un accordo di collaborazione «sull’analisi e la reingegnerizzazione delle tecnologie di produzione, stoccaggio e utilizzo dell’idrogeno», oltre ad approfondimenti sull’impatto delle miscele di idrogeno e gas naturale sulle infrastrutture di trasporto esistenti. Sono inoltre previsti studi congiunti sulla mobilità sostenibile, sul biometano, su liquefazione e GNL (gas naturale liquefatto) small scale, oltre che su progetti di cattura, trasporto, stoccaggio e riutilizzo dell’anidride carbonica.

Con il Politecnico di Bari, invece, Snam è risultata vincitrice di un finanziamento del Pnrr legato alla missione 4, Istruzione e ricerca. In particolare gli investimenti della Componente 2, “Dalla ricerca all’impresa”, mirano ad aumentare la spesa in ricerca e sviluppo e a un «più efficace livello di collaborazione tra la ricerca pubblica e il mondo imprenditoriale». Il totale degli investimenti per la componente è di 11,4 miliardi, di cui 1,61 miliardi per i Partenariati estesi, oggetto dell’investimento vinto dal Politecnico di Bari e Snam, con un progetto relativo alle «energie verdi del futuro». Per questa tematica, da bando, non erano ammissibili attività connesse ai combustibili fossili o attività generatrici di emissione di gas a effetto serra.

IrpiMedia anche in questo caso ha richiesto al Politecnico di Bari di poter avere più informazioni sul progetto. Ci è stato promesso un comunicato stampa con i dettagli e i nomi dei responsabili scientifici da poter intervistare, ma ad oggi non abbiamo ricevuto nulla, nonostante i numerosi solleciti. Anche in questo caso non possiamo sapere che tipo di accordo esista tra un’università italiana che riceve fondi pubblici e un’azienda che sulle “energie verdi del futuro” ha dei piani che puzzano di greenwashing.

Come nel caso dell’accordo tra l’Università di Bologna e l’Eni, sarebbe necessario sapere i dettagli del progetto del Politecnico di Bari perché nel Pnrr italiano si legge che l’obiettivo degli investimenti per l’idrogeno è quello «di sviluppare un vero network sull’idrogeno per testare diverse tecnologie e strategie operative, nonché fornire servizi di ricerca e sviluppo e ingegneria per gli attori industriali che necessitano di una convalida su larga scala dei loro prodotti». Il progetto del Politecnico di Bari potrebbe quindi essere potenzialmente il laboratorio in cui Snam potrà testare i suoi progetti su idrogeno blu, blending e cattura e stoccaggio della CO2.

Mentre l’Italia e l’Europa intera affrontano la crisi energetica che si pensa di risolvere caricando quasi tutte le responsabilità sulle spalle dei singoli cittadini e delle loro buone abitudini, il governo ha deciso di affidare i fondi per la transizione energetica alle aziende che nei loro piani industriali continuano a sottolineare la necessità di investire ancora sul gas, anche quando presentano progetti per l’idrogeno. Su questi progetti manca quasi totalmente la trasparenza perché i partner delle aziende in questione, che sono pressoché tutte università pubbliche italiane, non rilasciano dichiarazioni o dettagli, rifiutando persino le richieste di accesso civico agli atti. E il Pnrr rischia di essere un piano che ci terrà ancora legati al gas per decenni a venire.

CREDITI

Autori

Edoardo Anziano
Francesca Cicculli

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

Attivisti di Greenpeace presso la sede romana di ENI protestano per le politiche insufficienti dell’azienda in tema di cambiamento climatico
(Stefano Montesi/Getty)

Missione impossibile: il monitoraggio dei fondi dal sito che traccia il Pnrr

#LeManiSullaRipartenza

Missione impossibile: il monitoraggio dei fondi dal sito che traccia il Pnrr

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

Giugno 2022 doveva essere l’inizio di una nuova era di trasparenza per il Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) italiano. A richiederla lo stesso presidente del Consiglio Mario Draghi che nel Consiglio dei Ministri del 26 maggio invitava i suoi ministri a trasformare un piano molto tecnico in un elenco semplice e fruibile per tutti gli italiani avviando «un’intensa fase di partecipazione e di coinvolgimento con le parti sociali». Il 30 giugno il Governo ha annunciato di aver raggiunto tutti e 45 gli obiettivi previsti per il primo semestre del Pnrr – necessari per ottenere dall’Europa la seconda tranche di fondi da 24,1 miliardi di euro – ma ad oggi è ancora complicato capire come siano stati distribuiti i finanziamenti già assegnati.

Italia Domani, portale creato per aggiornare costantemente il paese sui progressi del Pnrr attraverso «schede intuitive a chiare», contiene un Catalogo Open Data che ha lo scopo di rendere trasparente il processo di selezione ed erogazione dei fondi e di attuazione dei progetti. «In questo modo, tutti i cittadini potranno controllare e monitorare le informazioni relative alla realizzazione del Piano», garantisce il governo nel comunicato di presentazione del sito. Al contrario, però, i file del catalogo contengono pochi dati riportati in modo tecnico e poco leggibili. Evidentemente non è un portale rivolto «a tutti i cittadini».

Le informazioni ci sono. Non su Italia Domani

IrpiMedia ha consultato i file “Progetti” e “Soggetti” e ha constatato come siano pubblici al momento solo i beneficiari della Missione 1 (Digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo), componenti C1 (digitalizzazione per la Pubblica Amministrazione – in tutto venti beneficiari), C2 (digitalizzazione del sistema produttivo e quindi delle piccole e medie imprese) e C3 (digitalizzazione per il settore cultura e turismo). Ciascuna di queste componenti ha una submisura, cioè un intervento specifico per attuare la missione. La combinazione di missione, componente e submisura identifica quindi lo scopo per il quale uno specifico ente ha ricevuto dei soldi del Pnrr. IrpiMedia ha analizzato i beneficiari di M1C2I5: missione «digitalizzazione, innovazione, competitività, cultura e turismo», componente «digitalizzazione del sistema produttivo e quindi delle piccole e medie imprese», investimento «politiche industriali di filiera e internazionalizzazione», submisura I5, «Rifinanziamento e ridefinizione del Fondo 394/81 gestito da SIMEST».

Stando alle informazioni presenti su Italia Domani è impossibile capire di che interventi si tratti né quali siano i criteri di selezione delle aziende vincitrici dei fondi. Per Michele Cozzio, professore di Diritto all’Università di Trento e consulente giuridico di Transparency International Italia, il portale Italia Domani non è intuitivo, né esaustivo. Questo però non significa che le informazioni su tipologie di interventi e criteri di selezione dei beneficiari non esistano: «Si deve fare una ricerca su altre fonti – spiega il professore -. Come spesso avviene di fronte a operazioni complesse la trasparenza garantita non sempre consente all’utente di poter approfittare di queste informazioni». In altri termini, le informazioni esistono, ma non sul sito di Italia Domani. Sono quindi difficili da recuperare e di conseguenza da analizzare.

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Dai documenti presenti sul sito Italia Domani, infatti, ricaviamo che il Ministero titolare della missione catalogata M1C2I5 è il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale (Maeci). Sul sito del Maeci la si descrive come «Rifinanziamento e ridefinizione del Fondo 394/81 gestito da SIMEST un fondo rotativo per la concessione di finanziamenti a tasso agevolato a favore delle imprese italiane che operano sui mercati esteri».

Un fondo rotativo è uno strumento finanziario per semplificare l’accesso al credito delle piccole e medie imprese (pmi) alimentato sia da fondi pubblici, sia dai soldi restituiti da chi ha già beneficiato degli aiuti. In questo caso è gestito da Simest, società appartenente al gruppo Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), che sostiene le aziende italiane che vogliono esportare i loro prodotti. Nell’ambito della missione M1C2I5, la società è incaricata di selezionare le aziende beneficiarie attraverso un Comitato Agevolazioni. Quest’ultimo ha deliberato la concessione di finanziamenti a 5.212 pmi, per un valore complessivo di circa 751 milioni di euro, «consentendo il raggiungimento dell’obiettivo Pnrr entro il termine previsto». I dati sono noti dalla fine del 2021, ma per trovarli su Italia Domani bisogna attendere più di quattro mesi.

Sul portale manca qualsiasi dato relativo alle gare, alle documentazioni che queste aziende dovrebbero aver presentato, o qualsiasi altro dettaglio che renda effettivamente trasparenti le informazioni diffuse dal governo. Inoltre non sappiano se i fondi siano stati già erogati, né se i progetti siano già in fase di attuazione, dalle risposte di Simest sappiamo che il primo 50% dovrebbe esser già stato erogato. Solo dal sito di Simest si riesce a ricostruire che le imprese hanno potuto richiedere i fondi fino a esaurimento delle risorse stanziate. Altro punto impossibile da chiarire con i soli dati di Italia Domani riguarda la coincidenza dei soggetti beneficiari (che affidano il contratto a un soggetto terzo) con i soggetti attuatori (coloro che effettivamente vanno ad attuare il progetto). Anche in questo caso parte delle informazioni è altrove.

Il dettaglio della normativa

All’interno della Delibera Quadro del Comitato Agevolazioni del 30 settembre 2021 di approvazione della politica di investimento e delle correlate Circolari operative sono presenti le normative di riferimento per accedere ai finanziamenti: i progetti devono essere realizzati in linea con gli obiettivi del Regolamento (UE) 2021/241, devono essere conformi all’applicazione del principio «non arrecare un danno» ( in inglese “Do no significant harm”, DNSH). Ciascuna pmi può presentare una sola richiesta di finanziamenti e può ricevere i fondi nel rispetto della normativa nel rispetto della normativa europea in materia di aiuti di Stato e della normativa nazionale in materia di informazione antimafia. Le condizioni dettagliate per l’accesso ai fondi sono poi rimandate ad altre tre Circolari operative (Circolare n. 01/PNRR/394/2021, Circolare n. 02/PNRR/394/2021, Circolare n. 03/PNRR/394/2021) presenti sul sito della Simest e del Maeci.

«Italia Domani manca l’opportunità di essere davvero il sito centralizzato che permetta un monitoraggio costante e diffuso dei dati e delle informazioni – sostiene Federico Anghelè, direttore di The Good Lobby, partner di IrpiMedia nella serie #LeManiSullaRipartenza -. Se i criteri di selezione li trovo altrove o sono così scarni rispetto a quanto non ci si augurerebbe manca una visione d’insieme. Confrontandosi con il portale ci sono delle informazioni granulari su alcune missioni mentre altre sono molto meno dettagliate».

Quando la trasparenza è solo formale

Non solo le informazioni su Italia Domani non sono complete. A volte sono addirittura diverse da quanto si trova su altre fonti. Sul sito del Simest riusciamo a scoprire che per la transizione digitale ed ecologica delle pmi con vocazione internazionale è previsto un finanziamento agevolato fino a 300.000 euro, spendibile per beni o servizi, purché risulti una chiara finalità legata alla transizione digitale dell’impresa richiedente. Per l’internazionalizzazione dell’impresa, sono previsti finanziamenti fino a 300.000 euro per le piattaforme di e-commerce e fino a 150.000 euro per la partecipazione delle Pmi a fiere e mostre internazionali. Sono inoltre finanziabili: l’acquisto di nuove strutture, le spese promozionali delle imprese, le spese per le consulenze e per le certificazioni o registrazione del prodotto. C’è però un’incongruenza rispetto a quanto si trova nei file pubblicati sugli Open Data del sito Italia Domani: sul portale l’importo minimo erogabile risulta 100 euro, sul sito della Simest è pari a 10.000. Non è chiaro se si tratti di un problema di compilazione dei dati, ma le informazioni risultano diverse.

Ma non finisce qui: sui file pubblicati sul sito Italia Domani troviamo i nomi dei progetti presentati dalle aziende vincitrici senza la possibilità di accedere ai progetti stessi. I dati completi sono presenti su un altro sito ancora. Davide Del Monte, attivista della campagna datiBeneComune, spiega che attraverso il Codice Unico di Progetto possiamo ricercare i dati relativi al progetto finanziati con fondi pubblici all’interno di OpenCup, un database che mette a disposizione i dati sulle decisioni di investimento pubblico. Effettivamente, i file pubblicati su Italia Domani riportano il CUP ma senza nessuna indicazione su dove trovare ulteriori informazioni. Inoltre, l’attribuzione del CUP evidenzia il fatto che a questi progetti sono stati già assegnati fondi pubblici senza alcun tipo di possibilità di monitoraggio nella fase di selezione. Per Del Monte riuscire a fare monitoraggio civico con queste informazioni a disposizione è sostanzialmente impossibile: «È un anno che chiediamo che vengano pubblicati tutti i dati del Pnrr e il ritardo accumulato è diventato enorme. Il portale è vuoto. La mancanza di trasparenza è evidente e le informazioni sono difficili da decifrare. Quello che chiediamo è che questo portale venga popolato da dati aperti, dettagliati e micro cioè avere accesso a tutte quelle informazioni che consentono di fare monitoraggio».

Anche IrpiMedia ha richiesto più volte, a partire dal 11 maggio, sia alla Presidenza del Consiglio dei Ministri sia ai Ministeri competenti della Missione 1, di fare luce sui punti evidenziati e sulla possibilità che vengano pubblicati ulteriori dati sui beneficiari, anche relativi alle altre missioni del Pnrr italiano. La Presidenza del Consiglio dei Ministri ha rimbalzato la responsabilità al Ministero per la digitalizzazione, sostenendo che non fosse di sua competenza risponderci. Le nostre domande al Ministero sono invece cadute nel vuoto.

«La documentazione che si riesce a recuperare da Italia Domani e quella raggiunta attraverso il monitoraggio delle altre fonti istituzionali, come le relazioni della Corte dei Conti e i dossier della Camera e del Senato, messe insieme permettono a un osservatore attento di ricostruire l’operato delle amministrazioni. Si può certamente chiedere di rendere più fruibile l’informazione legata alle singole misure ma la priorità adesso è quella di farle partire – spiega Michele Cozzio che in qualità di studioso si occupa in particolare di contratti pubblici, servizi di interesse generale, politiche di governo del territorio -. I consulenti, le grandi e piccole società che fanno finanza agevolata, chi accompagna le imprese a utilizzare queste risorse monitora queste misure, telefona agli uffici dei soggetti attuatori ed è pronto quando i documenti vengono pubblicati quindi la trasparenza formale viene garantita».

Le informazioni che abbiamo trovato analizzando a ritroso i primi beneficiari del Pnrr confermano quanto detto da Cozzio. Fino a questo momento il processo di trasparenza sul Pnrr è stato affrontato in maniera esclusivamente formale, con l’effetto concreto di affogare la possibilità di informarsi in merito. La pubblicazione dei dati parziali e distribuiti su diverse piattaforme, pur garantendo una trasparenza di facciata, non aiuta i cittadini a comprendere i processi di attuazione del più grande pacchetto di aiuti europei stanziato fino a oggi.

La condanna per bancarotta fraudolenta di Fabio Petroni

Per analizzare l’elenco degli più di cinquemila beneficiari, abbiamo utilizzato DATACROS, software sviluppato dal centro Transcrime di Università Cattolica, insieme al suo spin-off Crime&tech. Tra i fattori di rischio evidenziati da DATACROS ci sono ad esempio le strutture societarie particolarmente complesse, la presenza di personaggi che ricoprono ruoli nella pubblica amministrazione, la presenza in paradisi fiscali. Queste indicazioni di rischio sono ovviamente solo indiziarie, e da sole non costituiscono prova di attività illecite, ma sono utili per restringere il campo di ricerca di fronte a masse di dati così ampie. Nell’elenco dei primi beneficiari del Pnrr troviamo qualche azienda che presenta dei potenziali profili di rischio.

Terravision electric srl è destinataria di 300.000 euro, il massimo previsto per la M1C2I5. Offre servizi di navetta per i passeggeri dagli aeroporti delle maggiori città europee ai rispettivi centri città, a prezzi competitivi rispetto alle concorrenti. È stata fondata nel 2002 da Fabio Petroni, imprenditore romano con un passato in politica. È stato consigliere comunale di Roma nel 1993 con la Democrazia Cristiana e consigliere di amministrazione della società Ama nel 1996, nonché vicepresidente di Atac nel 1998 e infine presidente di Trambus nel 2000.

Nel 2016, la Terravision da lui guidata viene sequestrata preventivamente dalla Guardia di Finanza di Roma in seguito a un’inchiesta per bancarotta fraudolenta iniziata nel 2013. Petroni finisce agli arresti domiciliari e poi viene condannato in appello a sei anni di reclusione. In Cassazione, a febbraio 2021, cadono due capi d’imputazione, un terzo è prescritto ma la condanna resta definitiva per altre cinque imputazioni che hanno sempre per oggetto la bancarotta fraudolenta. L’accusa sostanziale è di aver distratto somme di denaro a persone o società sempre riconducibili a Petroni allo scopo di eludere il pagamento di ingenti debiti tributari e previdenziali grazie alla messa in liquidazione della società.

Contestualmente all’arresto di Petroni, la Terravision faceva sapere che già dal 2015 la società aveva cambiato consiglio di amministrazione «formato da professionisti estranei a tutte le vicende precedenti». Petroni effettivamente non figura nei membri del Consiglio di Amministrazione della Terravision electric, ma è ancora legato alla società tramite rapporti con aziende satelliti. La Terravision electric infatti è controllata al 51,5% dalla Terravision Transport Limited, società inglese di cui Petroni risulta direttore fino a novembre 2020. Oggi direttore della società è un certo Nicolò Petroni, classe 1997. Sul registro imprese inglese l’indirizzo di corrispondenza di Fabio Petroni e Nicolò Petroni coincide. Proprietaria al 100% di questa società è Maria Stella Taverniti.

La stessa è principale azionista della Stansted Transport Limited, sempre con sede in Inghilterra, che controlla al 48,47% la Terravision electric. Fabio Petroni si dimette anche da questa società a novembre 2020 mentre Nicolò Petroni risulta come direttore. Azionista della Stansted è anche la società Inpra UK Limited. Questa volta sia Fabio Petroni che Nicolò risultano come direttori. In Inpra troviamo come azionista Jeremiah Samson Hope Stephenson, che è anche direttore di un’altra società, la Eco Transfers Limited, società inglese che ha come azionista la Terravision Electric e la Taverniti e i Petroni.

Rispondendo alle richieste di chiarimenti di IrpiMedia, Simest, responsabile delle erogazioni, ha indicato una normativa di riferimento che rimanda a decreti legge nazionali e regolamenti europei per l’individuazione degli obblighi e dei requisiti di accessibilità ai fondi. La normativa è elencata nella «Delibera Quadro del Comitato Agevolazioni del 30 settembre 2021 di approvazione della politica di investimento e delle correlate Circolari operative» e, non prevede l’esclusione per chi ha subito condanne per reati fiscali e finanziari. Normalmente, i criteri di esclusione o meno dai finanziamenti sono definiti in un bando di gara. In questo caso però, spiega Simest, i fondi andavano richiesti tramite un “portale” a cui non è più possibile avere accesso perché il termine è scaduto. Messa al corrente delle scoperte di IrpiMedia, Simest ha spiegato che la società «conduce apposite verifiche di compliance e riciclaggio su tutti i titolari effettivi delle imprese richiedenti e sulla relativa catena partecipativa sia in sede di istruttoria pre delibera che in tutte le fasi successive (pre erogazione anticipo e quote a saldo e durante la vita dei finanziamenti) – ha fatto sapere la società -. Qualora siano rilevate le casistiche sopra indicate le richieste di finanziamento sono rigettate o i finanziamenti sono revocati con le relative conseguenze».

Andrea Girolami: un impero nel settore turistico da digitalizzare

«Ora basta: il turismo deve essere tutelato. Dal Pnrr solo pochi spiccioli per il settore». A dirlo a marzo 2022 è Marco Misischia, Presidente del settore Turismo del Cna, la Confederazione nazionale dell’artigianato e della piccola e media impresa. Per il ruolo che occupa, Misischia dialoga spesso con il Ministero del Turismo e con le istituzioni in generale, inclusi gli organi regionali. Se è vero che le risorse assegnate al settore sono poco più dell’1% dei fondi europei, è anche vero, a guardare la lista delle aziende beneficiare della submisura che IrpiMedia ha analizzato, i soldi sono spesso distribuiti tra imprenditori che sono presenti in più di un’azienda vincitrice del bando.

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Uno di questi è proprio Marco Misischia, che oltre a ricoprire la carica nel Cna, è anche amministratore unico di RSI Group, che otterrà 21.520 euro per questa missione. Lo stesso è anche amministratore unico dell’AG Hotels, azienda beneficiaria di altri 22.000 euro. Oltre a queste aziende, anche la MAG Hotel, amministrata unicamente dal Presidente del Cna, prenderà 31.500 euro per la submisura dedicata all’internazionalizzazione delle imprese.

Le tre aziende amministrate da Misischia sono parte dell’AG Group, gruppo alberghiero che prende il nome dalla sigla del suo proprietario: Andrea Girolami, imprenditore di Fiuggi. Con Misischia condivide anche la MAG Hotel, come azionista. Girolami è salito alle cronache per una condanna nel 2018 per peculato. Tra il 2013 e il 2017 l’imprenditore non ha versato le tasse di soggiorno del suo Roma Times Hotel, per un importo di oltre 500.000 euro. L’hotel in questione è della Code srl, società in cui Girolami ha ricoperto la carica di Presidente del Consiglio di Amministrazione dal 2013 al 2020. Terminato l’incarico, sono subentrati come azionisti i fratelli Pacini, Fabrizio ed Emidio, insieme alla Erasmus srl, di cui Emidio è amministratore unico. L’Erasmus è azionista al 90% della M.D.M srl, beneficiaria di 130.000 della submisura I5. Della M.D.M Andrea Girolami è stato membro del consiglio di amministrazione.

Dell’AG Group invece fanno parte anche la Pagi Hotel srl, la Madigest srl e la Faem srl, anch’esse presenti nell’elenco delle cinquemila aziende beneficiarie della M1C2.I5. Le prime due prenderanno 19.000 euro ciascuna, l’altra 22.000 euro. Girolami, Misischia e i fratelli Pacini sono legati tra loro nei consigli di amministrazione di altre società, che però non risultano tra le beneficiarie.

«Al fine di evitare finanziamenti plurimi sul medesimo progetto – risponde Simest ai rilievi di IrpiMedia -, la misura prevede il divieto del c.d. doppio finanziamento, ossia che non ci sia una duplicazione del finanziamento degli stessi costi da parte del PNRR. Ogni singolo progetto finanziato nell’ambito della misura viene identificato attraverso il Codice Unico di Progetto (CUP), anche al fine dei controlli sul rispetto del divieto di doppio finanziamento».

Il CUP, che è uno dei principali strumenti adottati per garantire la trasparenza e la tracciabilità dei flussi finanziari, in questo caso non ci è molto d’aiuto. Infatti i CUP dei progetti presentati dalle aziende di Girolami sono diversi tra loro, ma non è dato sapere se lo siano anche i progetti stessi. Sul portale di monitoraggio degli investimenti pubblici, infatti, la ricerca dei progetti tramite cup non dà risultati. Delle sette aziende beneficiarie troviamo riscontro solo per la M.D.M., di cui viene riportato il finanziamento pubblico previsto ma non la descrizione di progetto. Si tratta di progetti approvati nel 2021 che non sono presenti sul sito Italia Domani. Un’ennesima forma di trasparenza “di facciata”, dove all’apparente abbondanza di dati, sottende un caos burocratico che offre ben poche certezze alla cittadinanza.

CREDITI

Autori

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

Editing

Lorenzo Bagnoli
Giulio Rubino

Foto di copertina

Il presidente del consiglio Mario Draghi in un intervento al Senato nel giugno 2022
(Antonio Masiello/Getty)

Pnrr: il governo nomina i commissari alle grandi opere, ma alcuni sono già sotto processo

#LeManiSullaRipartenza

Pnrr: il governo nomina i commissari alle grandi opere, ma alcuni sono già sotto processo

Andrea Ballone

Le grandi opere sono nelle loro mani. Dovranno controllare che tutto venga fatto per il meglio con i soldi che l’Europa ha dato all’Italia con il Pnrr, per sistemare le strade, le dighe e le reti ferroviarie. Li chiamano commissari straordinari e sono una pattuglia di funzionari dello Stato nominati dal Ministero delle infrastrutture per vigilare sui lavori. Ma non sempre nelle loro carriere l’hanno fatto a dovere. Di questo almeno sono convinti alcuni pubblici ministeri, che a vario titolo avevano già messo sotto indagine negli anni scorsi alcuni dei nuovi commissari scelti, nonostante le accuse, dal governo Draghi per gestire i lavori della ripartenza. Hanno la responsabilità di lavori per un valore complessivo di 82,7 miliardi di euro (21,6 al nord, 24,8 al centro e 36,3 al sud), ai quali potrebbero aggiungersi altri fondi nazionali ed europei.

Alcuni di questi commissari però, dovranno dividere il loro tempo nei prossimi mesi tra l’attività di controllo sui progetti del Pnrr e i tribunali, dove sono chiamati a difendersi da accuse anche molto pesanti.

Fra questi uno dei più rilevanti è sicuramente Vincenzo Macello. Record man tra i commissari per le grandi opere, dirigente di Rete ferroviaria italiana, dovrà vigilare su sette grandi opere ferroviarie, che vanno dall’Alta velocità Brescia-Verona-Padova, al raddoppio della Genova- Ventimiglia, fino alla linea Roma Pescara, passando per il nodo di interscambio Pigneto, fino alla Ciampino-Capannelle, alla Venezia-Trieste e all’Orte- Falconara.

Da nord a sud le ferrovie italiane sono sotto la sua ala. Macello era direttore territoriale di Rfi (Rete ferroviaria italiana) Lombardia, ai tempi del deragliamento di Pioltello nel quale persero la vita tre persone e ne rimasero ferite a decine. Dopo quell’episodio passò a dirigere la divisione finanziamenti a Roma. Era il 25 gennaio del 2018 quando il treno Milano-Venezia, partito dalla stazione di Cremona e diretto a Milano Porta Garibaldi, composto da cinque carrozze e un locomotore, per effetto della rottura di un giunto isolante incollato, vide «lo svio della seconda sala del primo carrello della terza carrozza».

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L'inchiesta in breve

Questa è la prima puntata di un ciclo di inchieste sull’applicazione del Pnrr in Italia, organizzata in collaborazione fra IrpiMedia e The Good Lobby.

  • Una parte considerevole dei fondi in arrivo dall’Europa per stimolare a ripartenza in Italia verranno spese in infrastrutture, grandi opere pubbliche in campo ferroviario, marittimo e stradale
  • A vigilare su queste opere il Governo ha nominato alcuni commissari straordinari. Almeno quattro dei commissari straordinari scelti dal governo Draghi per vigilare sulle opere sono sotto indagine, a volte anche per reati gravi
  • Vincenzo Macello e Maurizio Gentile sono sotto processo per omicidio colposo per il deragliamento di Pioltello del 2018, in cui morirono quattro persone
  • Massimo Simonini controllerà la sistemazione della Ss 106 Ionica, la stessa opera che ha gestito come Ad di Anas, e per la quale la Corte dei Conti ha evidenziato gravi sprechi
  • Vincenzo Marzi, funzionario Anas di lungo corso, è stato nominato commissario per la Fondovalle del Biferno. In passato era stato rinviato a giudizio per il crollo del ponte ad Albiano Magra, frazione del comune toscano di Aulla

Fuori dal linguaggio tecnico il treno iniziò a deragliare e per due chilometri viaggiò fuori controllo, abbattendo pali della trazione elettrica e spezzandosi in tre parti. Nell’incidente sono morte tre persone, e altre 46 sono rimaste ferite. Ne scaturì un’indagine, ancora in corso, che portò all’imputazione di diversi funzionari e dirigenti di Rfi accusati in sostanza di non aver provveduto per tempo alla necessaria manutenzione della rete. Tra loro c’erano Vincenzo Macello e Maurizio Gentile, quest’ultimo all’epoca amministratore delegato di Rfi, poi commissario della linea C della metropolitana di Roma, fino alle sue dimissioni per motivi personali. Entrambi sono imputati per omicidio colposo e altri reati.

Le omissioni dei dirigenti secondo l’accusa

Macello è stato accusato di pesanti omissioni nelle procedure di sicurezza e nella manutenzione di quel tratto di linea ferroviaria. Di lui i pubblici ministeri scrivono: «Ometteva di mettere a disposizione dei lavoratori di Trenord e di tutti i viaggiatori della linea attrezzature idonee ai fini della sicurezza, non assicurando che l’infrastruttura fosse mantenuta in buono stato di efficienza». E poi «non disponeva l’urgente sostituzione del Gii (Giunti isolanti incollati) posto al chilometro 13+400 (quello dell’incidente, ndr) in pessime condizioni di manutenzione, in quanto scollato e collocato su ballast non più idoneo, perché privo delle caratteristiche geometriche, sia di dimensioni, sia di forma (spigoli), disciplinate dalle procedure tecniche emanate da Rfi, quindi con evidente ed elevato rischio di cricche interne in grado di propagarsi fino a determinare il distacco di parte della superficie di rotolamento e conseguente svio dei treni in transito dove la velocità massima prevista era di 180 chilometri orari».

a "talpa" all'opera durante i lavori di costruzione della linea C della metropolitana di Roma a dicembre 2019 - Foto: Corbis/Getty

La “talpa” all’opera durante i lavori di costruzione della linea C della metropolitana di Roma a dicembre 2019 – Foto: Corbis/Getty

Tra le carte emerge un’accusa che aggrava la posizione del dirigente perché si segnala che nel novembre 2017, nonostante l’urgenza dell’intervento, ne aveva programmato l’esecuzione solo per aprile 2018, quindi in notevole ritardo, non adottando, nell’intervallo, alcuna misura mitigativa come la riduzione della velocità dei treni. Proprio in quel lasso di tempo di “attesa” si è verificato l’incidente.

Pesano a livello di accusa anche la mancata disposizione di monitoraggi. Abbiamo chiesto un commento sulla sua nomina a Vincenzo Macello che non ha ancora risposto.

Maurizio Gentile in particolare è accusato di non aver dato disposizioni affinchè fossero intensificati i controlli e le sostituzioni delle parti a rischio rottura, nonostante i ripetuti guasti degli snodi. Secondo i giudici, Gentile avrebbe omesso di mettere tutti i lavoratori e i passeggeri nelle condizioni di sicurezza per poter viaggiare e lavorare.

Solo a novembre si saprà se è ancora sotto processo

Dopo la nomina a commissario straordinario, per l’ex amministratore delegato di Rfi Maurizio Gentile è arrivata un’altra tegola. Ad aprile è stato indagato per l’incidente del treno Frecciarossa di Livraga nel Lodigiano, nel quale hanno perso la vita due macchinisti. Si tratta dell’unico deragliamento che si è verificato sulle linee di alta velocità italiane. In quel caso era la Milano-Salerno.

Attorno alle 5:00 il treno passeggeri, composto da otto vetture, è sviato al chilometro 166+756 mentre percorreva il deviatoio 5. Il convoglio intero è deragliato, ma la vettura di testa, sganciatasi dalle altre, dopo aver urtato i mezzi di manutenzione che ci trovavano su un binario di ricovero, a sinistra rispetto al senso di marcia del treno, ha sfondato una recinzione e ha fermato la propria corsa su un fianco. Le altre sette vetture hanno continuato la loro corsa al di fuori delle rotaie e si sono arrestate nell’interbinario. Il punto iniziale dello svio è stato individuato in corrispondenza del deviatoio 5 dove, a causa del deragliamento, si è verificata la rottura delle rotaie.

Secondo la relazione pubblicata sul sito del Ministero delle infrastrutture, che però non ha alcun valore a livello giudiziario, si sarebbe trattato di un errore. L’esito delle verifiche ha evidenziato che l’attuatore del telaio di punta del deviatoio oleodinamico 5 aveva un comportamento anomalo. La causa dell’incidente è da attribuirsi all’erroneo posizionamento del deviatoio 5, disposto in posizione rovesciata, anziché in corretto tracciato.

Il 16 aprile di quest’anno la procura ha concluso le indagini e ha rinviato a giudizio 14 persone. Se di errore si tratta toccherà al processo chiarire chi l’abbia commesso. Sul tema vige la massima riservatezza. Il procuratore di Lodi si limita a spiegare che «un comunicato stampa è già stato mandato e sono contenute tutte le informazioni». Il testo è piuttosto stringato. «Gli originari indagati – spiega la procura – erano più di una ventina ma all’esito di interrogatori e memorie difensive e sulla base del precedente di Cassazione della sentenza per il disastro ferroviario di Viareggio, l’ufficio requirente lodigiano guidato da Domenico Chiaro che ha lavorato con la pm Giulia Aragno, ha deciso di chiedere l’archiviazione per alcune posizioni, a partire da quelle delle uniche due società indagate, Alstom Ferroviaria e Rfi, non contestando più l’ipotesi originaria di responsabilità amministrativa delle imprese. Le ipotesi di reato sono di disastro ferroviario colposo, duplice omicidio colposo e lesioni plurime colpose, in relazione alla violazione di norme sulla sicurezza dei trasporti. Per sette degli originari indagati (dei quali faceva parte Gentile) è stato, invece, disposto lo stralcio per una richiesta di archiviazione. L’udienza preliminare davanti al Gup di Lodi potrebbe tenersi prima della fine del 2022, probabilmente a novembre.

Per quanto, invece, attiene agli indagati per i quali si è chiesto il rinvio a giudizio, la stessa Procura spiega che «i reati per i quali è stata inoltrata la richiesta di rinvio sono frutto di prospettazioni accusatorie, la cui fondatezza sarà da considerarsi definitivamente accertata solo all’esito delle doverose verifiche giurisdizionali». La procura non ha chiarito chi delle persone fisiche alle quali in un primo tempo è stato notificato l’avviso di garanzia sia stato ora escluso dalle indagini. Nel frattempo però Gentile si è dimesso «per motivi personali» da tutti i suoi ruoli di commissario straordinario. Interpellato da IrpiMedia ha voluto comunque intervenire nel dibattito sull’opportunità che persone indagate o imputate ricevano l’incarico di esercitare il loro controllo su opere importanti, come quelle del Pnrr.

«Mi soffermo comunque sulle sull’opportunità di ricoprire un ruolo istituzionale in presenza di procedimenti penali, non tanto perchè la cosa ormai mi riguardi, ma perchè ancora una volta emerge il dubbio se un qualsiasi cittadino incensurato ma sottoposto ad indagini debba essere bandito dalla società, magari in attesa che dopo qualche anno venga scagionato da ogni responsabilità, magra consolazione dopo essere stati ormai dimenticati, soprattutto dai media, che quasi mai ne danno conto con la stessa evidenza data al momento delle indagini.In ogni caso, i miei due procedimenti, uno in corso l’altro ancora da valutare da parte del Giudice delle udienze preliminari, riguardano due incidenti ferroviari e non reati riferibili a delitti contro la morale o agli interessi dello Stato, quindi non esisteva e non esiste attualmente alcun motivo di inconferibilità»

Tutte le strade portano a Simonini

Se si parla di strade è senza dubbio un autorità. Massimo Simonini è un ingegnere di lungo corso che, grazie alla vittoria di un concorso in Anas, è stato amministratore delegato del gruppo dal 2018 al 2021. In questo periodo è finito sotto indagine ad Arezzo per i detriti all’amianto della piazzola franata a Pieve Santo Stefano nel 2017. Il pubblico ministero citò sia l’Anas che i vertici dell’azienda stessa per falso ideologico.

Anche la Corte dei Conti si è occupata del funzionario, che è stato nominato commissario della sistemazione della E78 Grosseto-Fano e della Ss 106 Ionica, enttrambe opere che rientrano nel Pnrr. A spiegarlo è Fabio Pugliese, blogger e attivista calabrese che da anni chiede interventi sulla strada statale 106 dello Jonio, tristemente nota per l’altissimo numero di incidenti anche mortali, della quale Simonini è già commissario straordinario. Nel suo libro Ecco chi è stato! dà conto di tutta la lunga e tragica vicenda che tocca la Calabria.

«È stato rilevato – dice Pugliese – che tutte le previsioni di spesa contenute nel contratto di programma per il 2020 non sono state rispettate e hanno letteralmente fatto saltare anche le previsioni di spesa contenute nel contratto di programma per il 2021. In parole povere la percentuale di scollamento tra la previsione di produzione per il 2020 e il consuntivo di quello stesso anno è stata un flop, registrando il -50,9%. Il che ha messo in luce quella che in gergo tecnico viene definita “la variazione negativa in termini di investimenti in nuove opere” e ciò è accaduto a cascata anche nel 2021. In pratica, in Anas Spa, per due anni non si è battuto un chiodo. O, meglio, lo si è battuto a metà». Interpellato da IrpiMedia, Simonini non ha ancora risposto alle nostre domande.

Vincenzo Marzi, funzionario Anas di lungo corso, è stato nominato commissario per la Fondovalle del Biferno Adriatica Garganica ed è l’unico intervento del quale si occupa. Nella sua vita c’è però già stata un’opera che ha un commissario straordinario. Si tratta del ponte crollato ad Albiano Magra, frazione del comune toscano di Aulla. Marzi è stato rinviato a giudizio assieme ad altri sette funzionari sia di Anas che dell’amministrazione provinciale, per il crollo di quel ponte. In quel caso secondo la procura ci fu proprio un difetto di vigilanza, come dimostra la richiesta del sindaco di Aulla Roberto Valettini, che chiedeva approfondimenti sullo stato del ponte prima del crollo. Nei giorni scorsi sono finiti i lavori i ricostruzione del ponte che crollò l’8 aprile del 2020. Lo scarso passaggio di mezzi in quel momento evitò una strage. Ci furono solo due feriti lievi, ma nella comunità di Aulla quel crollo rimane come una macchia pesante e oggi i cittadini chiedono ancora giustizia. Abbiamo provato a contattare Maurizio Marzi, ma non sono arrivate risposte.

CREDITI

Autori

Andrea Ballone

Editing

Giulio Rubino

In partnership con

The Good Lobby

Foto di copertina

Uno scorcio della Stazione Centrale di Milano
(Getty)