Armati fino ai denti

#NdranghetaInSardegna

Armati fino ai denti

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

Centoventi carabinieri, giunti nella notte da tutta la Sardegna, hanno circondato il paese e aspettano il momento buono per entrare. È ancora buio pesto alle cinque di mattina del 6 gennaio 2021 e a Desulo – duemila anime strette tra le montagne della Barbagia di Nuoro – ha nevicato per giorni. Il freddo e il ghiaccio custodiscono le case dai tetti bianchi e la neve sulle strade, quando questa inizia a scricchiolare sotto le suole di centinaia di scarponi.

Sono i carabinieri dell’intero squadrone eliportato cacciatori di Sardegna, in mimetica, e quelli del nucleo operativo di Carbonia, le cui uniformi nere spiccano sulla neve. In tutto 12 squadre da dieci, che nella notte hanno circondato il paese, controllando ogni movimento.

Desulo ha due soli ingressi: uno a nord, verso Fonni, dove è nascosta una quarantina di militari. L’altro a sud, dove si va per Aritzo e Tonara: da qui provengono altri ottanta uomini armati, in silenzio e a piedi per non farsi notare. Aspettano il segnale per avvicinarsi e colpire. Le ginocchia affondate nella neve, ad attendere in silenzio assoluto nelle ore più fredde della notte, senza poter battere la mani intirizzite nei guanti, scrutando il buio come civette e ripetendo nella testa le parole del comandante: il piano non deve fallire.

Gli obiettivi dell’operazione sono cinque case, anonime e del tutto simili alle altre, ciascuna di una diversa sfumatura di arancione, che rendono Desulo magnificamente fotogenica. Si dorme ancora e nel paese ovattato dalla neve nessuno nota le ombre che si avvicinano. Poi il segnale via radio e i militari sfondano le porte, irrompono nelle case e stringono le manette ai polsi dei ricercati, ancora storditi dal sonno e dal brusco risveglio. Uno di loro riesce a scappare ma le impronte nella neve rendono la fuga breve. Subito dopo arrivano i fuoristrada, poi gli elicotteri. Il paese si sveglia sotto il peso degli arresti e dei fiocchi che hanno ricominciato a scendere in una delle nevicate più memorabili degli ultimi anni, che i desulesi ricordano per più di una ragione.

Non che sia la prima volta che in paese si compiono arresti importanti. In questa zona della Sardegna centrale, all’ombra delle cime del Gennargentu, la montagna si fa più dura e spesso vi cercano rifugio i banditi dell’isola, che da tempo hanno abbandonato i sequestri di persona, trovando più fruttiferi il traffico di droga e le rapine. Proprio a Desulo, undici mesi dopo, verrà arrestato anche Graziano Mesina, il più famoso dei banditi sardi. Ma quella è un’altra storia.

Stavolta i carabinieri cercavano i membri di una delle più temute formazioni di rapinatori d’Italia: la “banda dei desulesi”, autrice di una serie di operazioni contro furgoni blindati e depositi di denaro.

La banda vanta numerosi colpi e una dimestichezza con le armi che preoccupa anche i carabinieri, perciò decidono di chiudere la partita in un solo colpo per evitare sparatorie e tragiche conseguenze. Non una decisione peregrina con il senno del poi: uno degli arrestati nascondeva fucili e dinamite dentro il garage.

Avrebbero tenuto la via di fuga pronta, se avessero sospettato qualcosa. Ma non è stato questo il caso dei rapinatori desulesi, esperti e circospetti, le cui attività sono state svelate solo a causa di alleanze sbagliate.

Mercurio, il federatore

A coordinare l’intervento è il nucleo operativo dei carabinieri di Carbonia, nel sud ovest dell’isola. Una piccola squadra operativa, che si muove senza dare nell’occhio, portando avanti indagini complesse e dalla portata internazionale. L’unità aveva da poco chiuso l’indagine Ichnos, con l’arresto di uno dei principali narcotrafficanti sardi, Sandro Arzu, che si riforniva di stupefacenti dalla ‘ndrangheta a Roma. Ma i carabinieri di Carbonia si rendono conto che il giro continua. Uno dei suoi clienti – rimasto senza droga – si rivolge a un altro fornitore: il 58enne Giovanni Mercurio, proprietario di un ovile a Loculi, comune del Nuorese vicino al famoso golfo di Orosei. Siamo a gennaio 2019.

Mercurio di droga ne spinge molta, in tutta la Sardegna, arrivando fino alla Corsica. È lì che, monitorandone per mesi i traffici, gli inquirenti scoprono qualcosa di molto più preoccupante. Mercurio è un federatore: è in grado di connettere tanto il “mondo di sotto”, quello della criminalità, quanto il “mondo di sopra”, vale a dire imprenditoria e alta società. Quest’ultima la intrattiene gestendo locali nel cuore della movida di Olbia, dove costruisce il suo volto pubblico. Nel frattempo però, segretamente, unisce gli interessi di banditi sardi, trafficanti corsi, camorra, ‘ndrangheta e colletti bianchi. Obiettivo: organizzare una serie di rapine a mano armata.

Barba e capelli rasati, sguardo torvo: Mercurio veste sportivo ma la squadra che dirige non è di calcetto. Dalla sua base nella regione storica della Baronia, come broker della droga ha clienti e collaboratori in tutta la Sardegna. Ma è ambizioso e punta ad ampliare i suoi affari il più possibile.

È un trend consolidato in Sardegna, dove negli ultimi anni il traffico di stupefacenti è cresciuto a ritmi vertiginosi. Ben lungi dall’essere una barriera, il mare è uno spazio difficile da controllare e i trasporti marittimi – cargo o semplici traghetti che siano – sono spesso utilizzati per spostare cocaina ed eroina. Tanto è risultata strategica la Sardegna nel tempo che persino intere ‘ndrine si sono trasferite stabilmente, godendo dell’appoggio della criminalità locale e di un territorio sovente aspro e inaccessibile.

Mercurio fa anche partire i suoi carichi di cocaina, marijuana o hashish all’indirizzo della Corsica. Dall’altro lato delle Bocche di Bonifacio i destinatari della merce sono Francesco Ledda e Dario Azzena – il primo sardo, il secondo corso – che vivono tra Porto Vecchio e Ajaccio.

«Roba buona – dice Mercurio a Ledda. E aggiunge: «È quella a spina di pesce», alludendo a una delle qualità di cocaina più pure, che gli arriva da un fornitore a Fiumicino.

Una volta portata in Corsica, Azzena suggerisce un piano: vendere prima quella vecchia, di qualità inferiore, e poi «la bamba» appena acquistata. Altrimenti poi «l’abitua…l’abituisci [sic] a questa e non ti prende più l’altra».

Con il duo corso Mercurio lavora bene e costruisce un solido rapporto di fiducia. Lui li rifornisce e loro pagano puntualmente. Soldi che Mercurio probabilmente stocca come in passato quando, nel 2009, i carabinieri trovarono 267 mila euro interrati nel giardino del suo ovile a Loculi. Ancora una volta, nel 2014, lo sorprendono mentre con alcuni complici scarica da un camper 50 chili di marijuana proveniente dall’Albania. Perquisiscono l’ovile e sotto un masso di granito trovano 124 mila euro in contanti. L’anno dopo il Tribunale di Nuoro gli sequestra beni per il valore di un milione di euro. Un sequestro che nel 2018 diventa confisca, assieme a una condanna in primo grado a 10 anni di carcere.

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In attesa del processo d’appello Mercurio rimane a piede libero, si ripulisce l’immagine e, almeno apparentemente, si allontana dal mondo del narcotraffico. Tuttavia in questo periodo continua a tessere alleanze, ignaro che i carabinieri di Carbonia stanno seguendo ogni sua mossa. È così che un’indagine per reati di droga diventerà una delicata operazione che ha lo scopo di fermare una pericolosa organizzazione armata.

Dalla droga agli assalti

È il 16 aprile 2019 e i carabinieri stanno monitorando Mercurio da quattro mesi. L’indagine li porta tra le campagne di Carbonia dove, nell’ovile di un suo cliente regolare, notano un furgone Iveco parcheggiato. Il mezzo risulta rubato a Nuoro nel 2017, insieme a un altro identico e impiegato per tentare l’assalto a un furgone portavalori a dicembre dello stesso anno.

Un commando, mai identificato, aveva bloccato la statale all’altezza di Castiadas, località turistica nel sud-est dell’isola, nel tentativo di costringere un blindato con dentro 250 mila euro in contanti a fermarsi.

Così il ritrovamento del furgone Iveco, a due anni e due ore di macchina dall’assalto, richiama l’attenzione del gruppo operativo locale. Da questo momento gli inquirenti non si perdono una mossa di Mercurio, sospettando che stia differenziando gli affari tra narcotraffico e assalti ai portavalori. Lo pedinano, lo filmano e lo ascoltano.

A maggio Mercurio chiama una vecchia conoscenza, Antonio Pagano, imprenditore napoletano che vive a Olbia dai primi anni 2000. Mercurio ha bisogno di mezzi pesanti e chiede aiuto a Pagano per reperirli. Si rafforza il sospetto che stiano organizzando una rapina. Ulteriori conversazioni tra Mercurio, Pagano e il socio corso, Francesca Ledda, fanno emergere che a procurare i mezzi ci penserà la camorra o la ‘ndrangheta.

Gli uomini per la rapina, «i professionisti» devono essere sardi esperti, della zona di Fonni o di Desulo. Un «marchio di qualità» in questo settore, dicono.

Dello stoccaggio e del reperimento di denaro vengono incaricati i corsi. Ledda individua in Jean Louis Cucchi, un quarantenne di Porto Vecchio, l’uomo che dovrà ripulire le «banconote macchiate con l’inchiostro, perché la valigia esploderà, è sicuro. Un milione [di banconote macchiate], ci sono dieci valigie...».

Le valigette dei furgoni portavalori sono progettate per rilasciare inchiostro sulle banconote in caso di rapina, e Cucchi punta a lavarle con dei bagni in vasche di benzene. In alternativa, ci si sarebbe potuti rivolgere a esperti della ‘ndrangheta, dice Ledda.

Il fortino corso

La squadra che Mercurio sta cercando di mettere assieme, fra trafficanti corsi, assaltatori sardi, logisti della camorra e della ‘ndrangheta è una minaccia che preoccupa gli inquirenti. Per quanto non sia ancora noto l’obiettivo, gli assalti armati non sono consegne di droga e i carabinieri non possono lasciare che la rapina avvenga. Il rischio di spargimento di sangue è troppo alto. Tuttavia, i banditi non possono ancora essere arrestati, mancano elementi chiave per incriminarli.

Inizia così una fase delicata dell’indagine, in cui la vigilanza discreta ma costante è fondamentale. Il nucleo operativo decide di tentare di intavolare un accordo inedito. Grazie alla comandante della Compagnia di Carbonia, Lucia Dilio, e alla fiducia dei magistrati della Dda di Cagliari, nasce una Squadra d’investigazione comune (Sic) tra la polizia nazionale francese e i carabinieri, che permette a questi ultimi di pedinare e intercettare gli indagati anche oltre le Bocche di Bonifacio.

Di viaggi in Corsica ne serviranno vari. In abiti civili e “travestiti” da turisti, una coppia di carabinieri di Carbonia spera di apprendere qui, tra i vicoli di Ajaccio e Porto Vecchio, quante e quali armi si stia procurando Mercurio. Girano il paese a piedi, frequentano i bar e i ristoranti locali. E così scorgono Mercurio con i suoi fidati soci corsi, Ledda e Azzena, intenti a discutere. Per muovere i carichi illeciti Ledda e Azzena hanno trovato una buona soluzione. Vogliono usare come copertura i mezzi di una loro ditta di costruzioni a Porto Vecchio, la AZ constructions, che investe nel settore immobiliare. Ma al di là della facciata pulita, i due hanno contatti utili sia per organizzare rapine sull’isola, come vorrebbe Mercurio, sia per procurarsi armi. Uno dei principali è proprio Jean Louis Cucchi.

Uno stralcio della visura camerale dell'azienda di Jean Louis Cucchi, la AZ Construction

Cucchi è in grado di conoscere gli spostamenti dei furgoni carichi di soldi che vanno e vengono dall’aeroporto di Figari, 25 chilometri a nord-ovest di Bonifiacio: il denaro viene spostato a bordo di blindati anonimi, banalizet in francese, mentre un furgone con le insegne dell’azienda fa da esca. Cucchi sa esattamente quali sono i furgoni civetta e quelli che portano realmente il denaro. Si muove come un’ombra e su di lui i carabinieri non riescono a scoprire molto. Su Facebook dichiara di avere diretto un’azienda di pitture per l’edilizia, tuttavia questo non risulta dal registro imprese. Ma una cosa è certa: sa procurarsi armi e tratta con Azzena la cessione di fucili e pistole: «Due (di calibro grosso, ndr) che ho rubato dal sindaco di Figari e che non sono mai state usate», racconta, al posto di un’altra che sarebbe stata troppo «piccola e fine». «È per le donne», ironizza Cucchi.

È qui, tra i tesori di Bonifacio, che la batteria corsa si esercita a sparare. Devono reperire però almeno altri 50-60 fucili d’assalto che servono per l’affare con Mercurio. La Corsica viene quindi trasformata in un fortino isolato e protetto, sia grazie alla morfologia impervia del territorio, sia per la distanza che separa l’isola dalla Francia continentale. Qui intendono stoccare le armi per le rapine e sempre qui intendono riparare dopo averle commesse. All’estero, al riparo dalle rogatorie internazionali, ma sufficientemente vicini alla Sardegna da sentirsi a casa.

Una veduta aerea di Bonifacio, sull’orlo meridionale della Corsica - Foto: Getty

Un incrocio trafficato

Il bersaglio della rapina che Mercurio e Ledda stanno progettando è più ambizioso di un semplice furgone portavalori, come quelli di cui è esperto Cucchi. Puntano più in alto - scoprono gli inquirenti -, direttamente alla sede di un’azienda di sorveglianza e portavalori in Italia, un colpo da «dieci milioni di euro». E prevedono di farlo in modo spettacolare, sfondando i muri a colpi di ruspa. Sono questi i “mezzi pesanti” di cui parlavano e di cui hanno bisogno, oltre alle armi, che Mercurio e Ledda cercano tra i loro contatti con la ‘ndrangheta a Milano. La soluzione viene dal napoletano Antonio Pagano: i caterpillar li può fornire il clan camorristico dei Fabbrocino, che verrà ricompensato con una percentuale del furto.

Il luogo prescelto da Mercurio per concentrare armi (dalla Corsica), mezzi (da Napoli) e assaltatori (dalla Sardegna) è un’azienda agricola nelle campagne toscane dalle parti di Livorno: la Mandra. Qui vive e opera il sardo Robertino Dessì, trafficante e uomo fidato che negli anni è diventato un punto di riferimento per la criminalità proveniente dalla Sardegna, dalla Calabria e dall’Albania. Come già scritto da IrpiMedia e Indip, è nella sua fattoria che nel 2017 viene organizzata un’operazione di recupero di oltre 200 chili di cocaina della ‘ndrangheta di Guardavalle e destinata ai narcotrafficanti del sud Sardegna. Ma sarà sempre Dessì, dalla sua base in Toscana, a intermediare tra i produttori di marijuana del nuorese e i narcotrafficanti albanesi.

La Mandra di Robertino Dessì e il camion con cui spostano le armi

Troppo traffico in quell’ovile toscano perché non venisse notato. Lo intuisce il Maggiore Michele Morelli che all’epoca guida il nucleo investigativo dei carabinieri di Livorno e che da quel momento non perderà mai di vista l’azienda di Dessì. Ha già chiesto l’aiuto del nucleo di Carbonia per indagare i suoi traffici con i calabresi e gli albanesi, ma questa volta l’impressione è che siano i carabinieri toscani a poter aiutare i colleghi sardi. E così lo pedinano, spalla a spalla, fino al porto di Livorno. Qui, recupera un uomo appena sbarcato e lo porta fino a Braccagni, cittadina vicino a Grosseto, a un’ora e mezzo di auto dal porto. Cosa ci fanno lì? Un summit tra sardi: tra i partecipanti, i carabinieri di Carbonia riconoscono Mercurio. Non ci sono più dubbi: la rapina si farà in Toscana e il gruppo di Mercurio si appoggerà a Dessì. È infatti proprio a Braccagni che l’indomani i camorristi parcheggiano, nel piazzale di un ristorante, un furgone con sopra un piccolo escavatore. I mezzi per la rapina sono arrivati.

Il misterioso uomo che sbarca a Livorno il 7 luglio e sale sull’auto di Dessì è raggiunto, il giorno successivo, da altre due persone partite sempre da Olbia. Sono passeggeri che viaggiano senza essere registrati, segno che godono di un contatto al porto sardo. Giunti a Livorno, i due nuovi arrivati si incamminano a piedi, seguiti a distanza dai carabinieri. Raggiunta la campagna però, prendono le vie dei campi, dove i pedinatori non hanno più possibilità di seguirli senza essere visti. Appariranno ore dopo alla fattoria di Dessì, dove le telecamere dei carabinieri di Livorno ne immortalano i volti. È una storica banda di rapinatori desulesi: sono Ilio Mannu, Alessio Maccioni e il capo, Andrea Luca Littarru. Si muovono a piedi e senza telefoni cellulari: delle ombre che vanno e vengono dalla Sardegna senza lasciare tracce.

Un’importante missione

I desulesi e Dessì hanno tre missioni da compiere. La prima: fare il sopralluogo per le vie di fuga, come svela un’intercettazione ambientale ottenuta grazie a un malware (software spia che, una volta installato su uno smartphone, è in grado di leggerne i contenuti e attivare da remoto il microfono) installato sul telefono di Dessì. La seconda: recuperare le armi che Mercurio ha fatto arrivare dalla Corsica alle campagne di Anguillara Sabazia, sul lago di Bracciano, dove un altro basista sardo le tiene nascoste. Infine la terza: controllare l’escavatore portato dai camorristi.

«Già non sarà questo piccolo carrettino?», esclamano una volta arrivati allo spiazzo di Braccagni dove era parcheggiato il mezzo con cui avrebbero dovuto fare la rapina. «Con quello ti puoi prendere un gelato!», protesta uno dei desulesi, al quale l’escavatore sembra più una paletta per gelato che un braccio con cui sfondare un edificio. Non è possibile, devono essersi sbagliati - dicono - quello giusto l’avranno scaricato altrove, ipotizzano. Dessì dà a Littarru un telefono - è un’utenza dedicata esclusivamente a parlare con Pagano - al quale dicono che il mezzo non c’è.

Al trasecolare di Pagano capiscono che è proprio quello il mezzo procurato dai camorristi. «Hanno pensato che dobbiamo fare roba così (piccola, ndr)… Si sono impegnati ma non hanno saputo eseguire l’ordine», concludono i desulesi. Che chiedono comunque a Dessì di «bloccare il capannone», un magazzino procurato dal fonnese (naturalizzato toscano) lì vicino, dove poter nascondere i mezzi pesanti in attesa della rapina. Ritornata in Sardegna, la banda incontra Mercurio per aggiornarlo.

Uno dei mezzi usati dai desulesi

«Bella cagata Antonio eh! - si lamenta Mercurio con Pagano - hanno mandato un affare per togliere le patate Anto’…abbiamo parlato di un 200 quintali in su. Ma pensi di giocare con i ragazzini?», sbotta adirato.

Pagano mestamente si attiva per risolvere il problema, mandando i napoletani a ritirare il mezzo non idoneo e sostituirlo con un escavatore più grande. È il 23 luglio e i preparativi per la rapina fervono: da una parte i desulesi che viaggiano per la Toscana, dall'altra i napoletani che cercano il mezzo giusto.

Per capire se i desulesi sono in Toscana, visto che viaggiano senza telefoni cellulari, per i carabinieri c’è un solo modo: chiedere ai giovanissimi colleghi della stazione dei carabinieri del paese di monitorarli notte e giorno. Se non sono a Desulo, immaginano, devono essere in Toscana.

I desulesi non si rendono conto di essere seguiti, né dai carabinieri di Livorno né da quelli di Carbonia. Così si arriva alla fine di luglio 2019, quando insieme a Dessì lasciano la Mandra per un sopralluogo che svelerà il luogo dove programmano la rapina: la sede di Cecina della Mondialpol, uno delle più grandi aziende specializzate in servizi di vigilanza e custodia di valori.

Nel frattempo il capitolo napoletano dell’impresa collettiva ha trovato un nuovo mezzo, che il gruppo va a recuperare. Si tratta di un escavatore, più grande del precedente, caricato sopra un camion. Tuttavia durante il trasporto le sponde del rimorchio si rompono, obbligando i sardi ad abbandonare il mezzo lungo una strada statale, visibilmente innervositi. «Prima portano un carretto, poi ne portano un altro».

Passata l’estate, i rapporti tra i napoletani, i desulesi e il trio Mercurio-Ledda-Pagano ormai sono incrinati. Uno dei desulesi vuole tirarsi indietro, gli sembra troppo rischioso. Dessì, dal canto suo, non vuole più stare «con tutte le cianfrusaglie addosso» (le armi stoccate presso la sua fattoria in Toscana) la cui presenza da sola è sufficiente a fargli meritare una condanna a vent’anni di reclusione, come riconosce lui stesso.

Mercurio però non vuole rinunciare: ha investito troppo per desistere e non vuole perdere il suo ruolo da federatore di diversi mondi. Invia un emissario alla Mandra di Dessì per fare un nuovo sopralluogo alla sede della Mondialpol di Cecina. È «arrabbiatissimo - lo descrive Dessì - . Perché la devono mandare a monte (la rapina, ndr) dopo tutto quello che si è fatto?». Così viene fissato un summit alla Mandra con la batteria desulese, per cercare di negoziare un nuovo accordo.

I desulesi si definiscono «gente di paese che capiscono (di rapine, ndr)». D’altronde - si vantano - ne hanno già fatte varie in passato, tra furgoni portavalori e rapine in banca. Nessuna di queste è stata direttamente ricondotta a loro (per ora), ma il modus operandi è sempre lo stesso e ricorda la rapina rimasta senza responsabili che nel 2016 assicurò a una banda dieci milioni di euro grazie allo sfondamento della Mondialpol di Sassari a botte di ruspa. «Tutti bravi eh…la batteria che siamo [...] non ne sgarra uno», dice Andrea Luca Littarru, il capo, nel descrivere la propria organizzazione a Dessì. «E gli altri non capiscono delle rapine!», ovvero i napoletani, che ben due volte avevano reperito mezzi non affidabili. Così viene deciso di puntare a un altro colpo, riportando le armi in Sardegna tramite il fratello di Littarru, Giovannino, che è camionista. «Cercate di farne una (di rapina, ndr) che cazzo!», dice Dessì nel salutare i desulesi carichi di armi in ripartenza dalla Mandra.

Non poteva immaginare che i carabinieri di Carbonia erano pronti a fermare quel rimorchio. Arrivato al porto di Cagliari, il 31 luglio 2020 Littarru viene fermato (con la scusa di un controllo casuale) con un vero e proprio arsenale da guerra. Pistole, fucili d’assalto, bombe a mano, tritolo, esplosivo plastico, centinaia di munizioni.

Armati fino ai denti

L'arsenale sequestrato ai desulesi dai carabinieri di Carbonia

Assalto agli assaltatori

Andrea Luca Littarru è un vero capo. Dopo l’arresto del fratello e del carico di armi, le telefonate tra i membri della banda cessano del tutto. Si vedono solo di persona e Littarru in visita al fratello dietro le sbarre lo ammonisce: «Anche in cella, silenzio». Il sequestro della santabarbara fornisce ai carabinieri nuove prove, svelando l’incredibile capacità dei sardi di procurarsi grandi quantità di armi da guerra.

Perso il primo arsenale per via del sequestro, Mercurio si attiva per procurare nuove armi. A luglio 2020 con Ledda tratta l’acquisto di un intero container di Kalashnikov forniti dalla ‘ndrangheta di Africo e da nascondere in Corsica. Il gancio, che passa dal socio napoletano Antonio Pagano, è un misterioso imprenditore milanese in buoni rapporti con le cosche calabresi.

Di lui non si sa molto. Secondo quanto scoperto da IrpiMedia e Indip, l’imprenditore è stato titolare di una serie di aziende che lo mettono in collegamento con Pagano. «Scatole vuote che fanno da testa di ponte per investimenti misteriosi», riferisce un professionista coinvolto nella liquidazione di una delle aziende. A risalire la china degli intrecci societari, si arriva anche a una società di ristorazione di Palau, in Costa Smeralda, in passato amministrata da Pagano. Questa e altre imprese che Pagano possiede tra Olbia e la Campania sono i canali ufficiali attraverso cui si muovono i soldi. Ironicamente, poi, Pagano ha anche posseduto quote di una società di sorveglianza armata e trasporto valori a Napoli.

Forti del contatto milanese di Pagano, le trattative per portare le armi della ‘ndrangheta fino in Corsica continuano, mentre la banda di Mercurio cerca di imbastire operazioni alternative all’assalto fallito a Cecina. Ma appena in tempo per il cenone della vigilia di Natale 2020, il gip di Cagliari Giorgio Altieri firma un’ordinanza di custodia cautelare per tutti gli indagati. Resterà cristallizzata fino a quella notte di gennaio, quando al posto della calza della Befana i cinque assaltatori desulesi troveranno le manette al risveglio. E con loro, tutti gli altri.

A luglio 2022 il gruppo di fuoco desulese è stato condannato in abbreviato con pene dai 10 ai 12 anni di carcere dal Tribunale di Cagliari. Azzena, Cucchi, Ledda (estradati in Italia), Mercurio, Dessì, Pagano e tutti gli altri soci sono a processo ordinario al Tribunale di Tempio Pausania. La prossima udienza è oggi, 26 ottobre 2022.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

Editing

Giulio Rubino

Infografiche & Mappe

Lorenzo Bodrero

Illustrazione

Il salotto buono della ‘ndrina di Alghero

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Il salotto buono della ‘ndrina di Alghero

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

«Per sbloccarlo devi scrivere “pecora”», dice Giovanni Giorgi. Il fratello, Francesco, sta armeggiando con un telefono cifrato che si è procurato a Barcellona. «Perchè stai nascondendo qualcosa? Lo so cosa scrivi…», commenta divertita la cognata che assiste alla scena. Sembra un’allegra riunione di famiglia quella che si è tenuta ad agosto del 2018 in un appartamento di via Kennedy ad Alghero, cittadina nel nord-ovest della Sardegna. Il trio è in attesa che Pietro – un caro amico – li raggiunga: «Mi ha scritto che si sta alzando». Ma lungi dall’essere una gioviale rimpatriata, è in realtà una riunione tra narcotrafficanti ospitata da Giovanni Giorgi, che non può mettere piede fuori di casa perché ai domiciliari.

Giorgi è a capo della famiglia Boviciani di San Luca, noti narcotrafficanti della ‘ndrangheta calabrese. Dopo alcuni anni nel carcere di Alghero per traffico di droga, è lui stesso a chiedere e ottenere i domiciliari nella Barceloneta sarda. Piuttosto che tornare in Calabria, Giorgi preferisce restare sull’isola, dove può contare su una domanda stabile di droga e dalla quale dirige gli affari grazie alla rete di fratelli che, strategicamente, vivono nel nord Europa.

Ad avere i contatti per la distribuzione della droga in Sardegna è Pietro Parisi e l’incontro a casa dei Giorgi, ad Alghero, servirà proprio a parlare d’affari. Originario di Natile di Careri – minuscolo paesino dell’Aspromonte stretto tra Platì e San Luca, da cui provengono alcuni dei più importanti narcos di sempre. Parisi è ormai un sardo naturalizzato, pur senza aver mai perso il legame con quel minuscolo paesino dell’Aspromonte.

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Pietro è figlio del più famoso Antonio Parisi che, stando alle dichiarazioni del pentito Rocco Varacalli, sarebbe a capo dell’omonima ‘ndrina di Natile, parte della società Maggiore di Natile di Careri con la dote di “Santa”: una delle cariche più alte della ‘ndrangheta.

Come già raccontato da IrpiMedia e Indip, alla fine degli anni ‘90 Pietro Parisi ha un ruolo chiave nella creazione di una delle prime reti organizzate del narcotraffico sardo, interrotta nel 2001 dall’indagine San Gavino dei carabinieri del Raggruppamento operativo speciale (Ros) di Cagliari. Condannato nel 2003, sconta la pena ma torna a trafficare tra Calabria, Sicilia e Sardegna.

A rivelare il legame tra Giovanni Giorgi e Pietro Parisi è l’indagine Platinum della Dia di Torino e della polizia tedesca, che dal 2016 ha tracciato la rete del narcotraffico dei Boviciani in Europa e le alleanze che questi avevano costruito con alcune delle più potenti famiglie di ‘ndrangheta, nonché con trafficanti rumeni, albanesi e turchi. A maggio 2021 vengono eseguiti 32 arresti tra Italia e Germania. In manette finiscono anche Giovanni Giorgi, Pietro Parisi e la rete di sardi che riforniva l’isola con fiumi di cocaina. L’indagine rivela inoltre che il clan Boviciani aveva stabilito il quartier generale ad Alghero, dove alcuni dei suoi più prominenti membri scontavano pene in carcere o ai domiciliari.

Una veduta di Alghero – Foto: Getty

Il salotto buono

Mentre è ai domiciliari, Giovanni Giorgi si procura cocaina purissima dal broker della ‘ndrangheta di San Luca Giuseppe Romeo – alias il “Nano” – che la fa arrivare dall’America Latina attraverso Barcellona o Civitavecchia. È la cocaina più pura, che Giorgi riserva in grandi quantità all’amico e sodale Pietro Parisi. «Questione di qualche giorno vedete che la piega (ovvero la fornisce, ndr)», dice Giorgi a Parisi commentando le forniture di Romeo. Quest’ultimo risponde: «Piega là sotto come come… mancu li cani (come a dire che ne ha sempre molta a disposizione, ndr)».

Parisi vive in Sardegna almeno dal 2014, ma non cessa di fare la spola con la Calabria: da una parte allaccia rapporti con i narcos calabresi più in auge, dall’altra cura la rete di distribuzione sull’isola, avvalendosi di una rete di camion destinati al trasporto merci.

Sempre ad Alghero, per un omicidio di natura passionale è detenuto Domenico Giorgi cognato di Giovanni in quanto fratello di sua moglie Maria Giorgi (portano lo stesso cognome ma sono di famiglie distinte), che contribuisce alla causa comune della famiglia Boviciani «procacciando sul mercato sardo nuovi clienti ai quali cedere ingenti quantità di stupefacente», scrive la Direzione investigativa antimafia (Dia) di Torino.

Tra gli acquirenti – una decina in tutto – c’è il trentenne cagliaritano Stefano Sanna, che Giovanni Giorgi conosce durante una comune detenzione in carcere. I due diventano amici, o quantomeno costruiscono un rapporto privilegiato, dal momento che, sull’acquisto della cocaina, Giorgi pratica a Sanna un prezzo di favore: 42 mila euro al chilo contro i 48 mila che pagano altri acquirenti.

Illustrazione: Claudio Capellini

Al fine di tenersi aggiornati sullo stato delle forniture, i due coinvolgono le mogli in qualità di messaggere: se la consorte di Giorgi invita la compagna di Sanna per un caffè, vuol dire che quest’ultimo può andare a ritirare la droga. Sanna ha ottimi contatti per distribuire cocaina in Sardegna, tra cui tre fratelli, titolari di un’autodemolizione, che dispongono di risorse economiche sufficienti per acquistarne in quantità.

Ma è sempre dal carcere che Giorgi si procura uno dei clienti principali a Sassari: il titolare di una scuola guida nota per avere rilasciato patenti false in cambio di somme di denaro, che vuole ricevere cocaina per venderla a Cagliari. A trasportare lo stupefacente verso il capoluogo saranno camion per il trasporto dei cavalli, perché secondo Giovanni Giorgi è un ottimo modo di nascondere l’odore ai cani: «Il rumento dei cavalli è l’unica cosa», probabilmente alludendo allo stallatico.

Il carcere è un luogo strategico per i traffici della ‘ndrangheta in Sardegna, «nonché il principale spazio di socializzazione nel quale mafie strutturate come quella calabrese stringono rapporti con la criminalità locale – certamente non altrettanto organizzata – al fine di coinvolgerla e rafforzare una struttura sul territorio», spiega Marco Zurru, docente di sociologia dei processi economici e del lavoro dell’Università di Cagliari e tra i primi a studiare il fenomeno delle narcomafie sull’isola.

Una prima emergenza riguarda il puntuale trasferimento delle famiglie dei carcerati legati alla ‘ndrangheta nei pressi delle strutture penitenziarie, da dove spesso sono in grado di offrire un supporto logistico e un continuum dell’attività criminale. Dall’altra, «chi gestisce la logistica della droga cerca fondamentalmente continuità, sicurezza e fondi per finanziare i propri traffici – prosegue Zurru – e proprio le strutture penitenziarie sono diventate cruciali nel creare rapporti di fiducia in grado di garantire questi tre requisiti. Non dovrebbe stupire se alcuni scelgono di restare vicino al carcere dove hanno scontato la pena e dove hanno costruito una rete di contatti propedeutica a continuare l’attività criminale».

Il consulente finanziario

Tanto è vasta la rete di distribuzione che fa capo ai Boviciani che Giorgi e Parisi devono presto affrontare il problema della quantità di contanti – soprattutto di piccolo taglio – che devono essere puliti e reinvestiti in altra droga. Le banconote che vengono regolarmente portate a Giorgi nell’appartamento dove è ai domiciliari, come detto in via Kennedy ad Alghero, sono talmente tante che neanche le macchine contasoldi risultano più affidabili.

«L’ho usata tre o quattro volte, da quando l’ho comprata nel giro di 20 giorni ho perso 800 mila euro», commenta Giorgi, che per riordinare il malloppo – ci sono anche banconote da 5 e 10 euro – chiederà aiuto perfino al figlio tredicenne.

È così che al cognato di Giorgi, Domenico, torna in mente una conoscenza che potrebbe risultare utile, fatta anche questa nell’unico salotto che conta davvero nella città costiera: il carcere. Si tratta di Vincenzo Smimmo, imprenditore 54enne originario della zona con precedenti per reati contro il patrimonio, fiscali e fallimentari.

«Ufficialmente non possediamo nulla, neanche i vestiti che abbiamo indosso», spiega Giorgi a Smimmo, che lo è andato a trovare nell’appartamento di via Kennedy. Eppure di soldi ce ne sono tanti, troppi, che devono essere ripuliti in modo da non essere riconducibili alla loro reale provenienza. L’espediente consiste nell’acquisire un bar ad Alghero per il quale Smimmo organizza uno stratagemma: la cognata di Giorgi acquisterà la licenza commerciale usando quattro cambiali da cinquemila euro l’una e un prestito fittizio firmato dallo stesso Smimmo.

Come verificato da IrpiMedia e Indip, a marzo del 2019 una cooperativa di Porto Torres, la Mgm Service, cede l’attività del bar “A’ Nse’ Pub” di via Mazzini – a due passi dal centro di Alghero – alla cognata di Giovanni Giorgi, Iolanda. Suo marito, Domenico Giorgi, sta scontando una pena nella casa di reclusione ad appena due traverse da lì e ha bisogno di un’attività commerciale a cui chiedere l’affidamento in prova.

Ma Giovanni Giorgi, che finanzia l’apertura del bar, ha perfettamente chiaro a cosa serva, oltre al piano per l’affidamento del parente carcerato. «Se giornalmente fa 200 euro lui farà scontrini fino a 600-700 euro al giorno, così anche se a fine anno dovrà pagare 15 o 20 mila euro di tasse, le paga, così almeno dichiara». Uno stratagemma che permetta di dimostrare l’esistenza di un reddito legalmente ottenuto e si possa avere un’attività, quella del bar, necessaria a immettere nel circuito pulito una parte dei soldi del narcotraffico sardo. In una conversazione di settembre 2019 emerge il totale disinteresse della donna per le sorti del bar, e quanto sia Giovanni Giorgi a tirarne le fila: tanto da decidere di chiuderlo dopo avere scoperto una microspia nella propria abitazione.

Smimmo dal canto suo sembra sapere benissimo con chi ha a che fare, e anzi si rivelerà prezioso in quanto può contare su talpe in tutta l’isola, «sia nella Finanza che nei carabinieri», che lo informano su eventuali indagini sul suo conto o quello dei suoi clienti. Sarà proprio lui a mettere in guardia Giorgi rispetto a possibili microspie che il calabrese non aveva sospettato ci fossero fino a quel momento.

A maggio 2019 Smimmo torna a trovare Giorgi nell’appartamento di via Kennedy per metterlo in guardia. Racconta di aver assistito a una conversazione tra due donne, una delle quali è un’infermiera nel carcere di Bancali, a Sassari, e sarebbe fidanzata con un carabiniere del Ros di Alghero. Origliando sente dire che i carabinieri starebbero «addosso al giro di calabresi e napoletani, sul giro di droga», insomma starebbero facendo delle indagini e dei controlli proprio in quei giorni e per questo «ho anche evitato di venire [a trovare Giorgi] …e so che ho il telefono sotto controllo».

«Stai in campana», Smimmo avverte Giorgi, perché gli inquirenti stanno «prestando moltissima attenzione a questa sorta di spartizione di territorio tra napoletani e calabresi per lo spaccio di droga su Alghero come base operativa» e quindi, ne deduce Smimmo, Giorgi che è «un calabrese» potrebbe essere indagato.

Illustrazione: Claudio Capellini

Giorgi non sembra troppo preoccupato in quanto, essendo ai domiciliari, è convinto di non essere monitorato. Ma è proprio questa la preoccupazione di Smimmo, in affidamento per i suoi precedenti, che lo ammonisce: «Come hanno visto che io venivo qua, la prima cosa che è stata fatta è capire chi ero e perché venivo». Anche il semplice contatto potrebbe destare sospetti.

«Che poi io non posso venire qua, […] io e te non ci possiamo frequentare… questa è la realtà dei fatti, poi è chiaro che non ho mai fatto delitti no… però cazzo capisci… e questa è la realtà in in Italia purtroppo», spiega Smimmo.

Ma Giorgi è più interessato ad avere notizie rispetto alla sua richiesta per ottenere la scarcerazione dei domiciliari e un affidamento in prova ai servizi sociali. È preoccupato perché il bar di Porto Torres che avrebbe dovuto assumerlo nel frattempo ha chiuso. Ma Smimmo ha un asso nella manica: «La richiesta te la possiamo fare anche noi», dice, aggiungendo che «Domenico (Giorgi, che è in carcere ma vorrebbe ottenere la semilibertà, ndr) aspetta anche un incontro con il vescovo per prendere dei terreni per la cooperativa…».

A quale cooperativa faccia riferimento Smimmo non è dato saperlo e non è stato possibile chiederglielo. Tuttavia, come accertato da IrpiMedia e Indip, l’imprenditore risulta all’epoca fondatore dell’impresa sociale Noi di Dentro e Anche No, con sede a Porto Torres e avviata due mesi prima della conversazione con Giorgi. La cooperativa indica di occuparsi proprio di “accompagnamento e orientamento all’inserimento lavorativo” e Smimmo ne è stato consigliere dal 28 aprile 2019. Alcuni mesi dopo cede la posizione alla moglie, non figurando più all’interno della struttura societaria. Contattato da IrpiMedia e Indip, Smimmo non ha potuto commentare in quanto è ancora in carcere.

In passato sua moglie ha avuto un ruolo anche nella società Cala Polt Agra, con la quale è finito nei guai per fatture false. Il procedimento si era concluso con la prescrizione. La signora, anch’essa consulente finanziaria, continua a operare con due società di consulenza amministrativa, una a lei intestata – nella quale si avvicendano soci sardi e campani – e un’altra intestata ai tre giovani figli.

Il partner di Smimmo in Sicilia, Giuseppe Ciriacono

di Simone Olivelli

La rete di aziende e conoscenze di Vincenzo Smimmo, imprenditore 54enne di Cagliari, è vasta e arriva anche in Sicilia. A dirlo sono i dati registrati nelle Camere di commercio delle due isole. A inizio anni Duemila, Smimmo entra in società con Giuseppe Ciriacono, nativo di Acate (Ragusa) e anche lui oggi 54enne. Ad aprile 2003, costituiscono la Sicilia Luce, società di consulenza con un capitale versato di tremila euro che poco più di un anno dopo migra da Caltagirone (Catania) ad Alghero, in provincia di Sassari.

Il passaggio di sede coincide anche con il cambio di nome: la Sicilia Luce diventa Building & Construction, pur mantenendo sostanzialmente inalterato l’oggetto sociale e la ripartizione delle quote: due terzi a Smimmo, la restante parte a Ciriacono. Il nome di quest’ultimo compare anche nella storia di un’altra avventura imprenditoriale di Smimmo: la Cala Polt Agra, società di costruzione finita nel 2010 al centro di un’inchiesta della guardia di finanza per false fatturazioni che portò all’arresto del 54enne cagliaritano (la vicenda giudiziaria si concluse con la prescrizione).

Nello stesso periodo in cui nasce Sicilia Luce, Ciriacono viene infatti nominato direttore tecnico di Cala Polt Agra. Imprenditore capace di affermarsi nel mondo dei lavori pubblici, Ciriacono a oggi è incensurato. Negli ultimi anni, tuttavia, su di lui si sono accesi i riflettori delle procure. Nel 2018, è finito insieme all’allora vicesindaco di Caltagirone e ad altri soggetti, uno dei quali legati alla criminalità organizzata, al centro di una storia su presunte pressioni compiute ai danni di un dirigente del Comune, per condizionare l’affidamento del servizio di pulizia delle caditoie.

L’anno successivo, Ciriacono viene arrestato per corruzione: la procura di Catania stavolta lo accusa di avere pagato tangenti a due funzionari di Anas, per ottenere la garanzia di non ricevere contestazioni nella manutenzione del verde sull’autostrada Catania-Siracusa. Per questa vicenda, fa sapere il legale di Ciriacono, Christian Parisi, l’imprenditore ha ottenuto la «sospensione del processo e la messa alla prova».

Risale però a giugno scorso l’accusa più grave: il 54enne viene arrestato in un blitz dei carabinieri nell’ambito dell’inchiesta Agorà della Dda di Catania. La misura cautelare in seguito è stata revocata, ma le accuse restano pesantissime: concorso esterno in associazione mafiosa. L’imprenditore sarebbe legato ai La Rocca, famiglia legata a Cosa nostra, il cui capostipite, Ciccio, è morto a fine 2020, dopo essere stato tra i detenuti al 41-bis scarcerati nei primi mesi della pandemia.

All’antivigilia di Natale 2020, Ciriacono presenziò alle esequie del boss nonostante per ordinanza della questura di Catania i funerali avrebbero dovuto svolgersi in forma privata, riservati alla famiglia. «Ciriacono» invece «si intratteneva con i familiari di La Rocca, presenziando anche alla tumulazione del feretro», ha scritto il giudice.

Per la procura, sul conto di Ciriacono ci sarebbero elementi a sufficienza per ritenerlo l’imprenditore di riferimento di Gianfranco La Rocca, l’erede del boss. «È in buoni rapporti – ha dichiarato ai magistrati il collaboratore di giustizia Alfredo Palio – Prende gli appalti del Comune di Caltagirone e poi distribuisce il denaro a La Rocca attraverso fatture».

Stando agli atti dell’indagine, Ciriacono si sarebbe messo a disposizione della famiglia mafiosa anche per ottenere il pizzo da un’impresa aggiudicataria dell’appalto sui rifiuti, il cui titolare sarebbe stato propenso a denunciare le richieste di estorsione. Per aggirare il problema, Ciriacono, dopo avere lavorato per ottenere un subappalto, avrebbe sovrafatturato le prestazioni della propria ditta con la complicità del capocantiere. Con imprese attive nei settori di pulizia, movimento terra, costruzioni e manutenzione, Ciriacono avrebbe contribuito al rafforzamento economico della famiglia mafiosa, sfruttando anche «contatti con politici e funzionari pubblici».

L’amministratore della Noi di dentro è don Mario Ildefonso Chessa, un prete con un passato in Lotta Continua, finito agli arresti domiciliari nel maggio del 2022 con l’accusa di aver consegnato un telefono a un detenuto del carcere di Alghero, nel quale era cappellano dal 2013. Secondo l’indagine della penitenziaria, il prete avrebbe portato anche altri oggetti non consentiti a una serie di detenuti «in cambio di interessenze di varia natura».

Pochi giorni dopo il primo avvertimento, a maggio 2019, Smimmo torna da Giorgi per informarlo nuovamente. Secondo quanto avrebbe appreso, a investigare sui Boviciani non sarebbe soltanto il Ros, ma anche il Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata (Gico) della Guardia di finanza di Catanzaro, su delega del procuratore capo Nicola Gratteri. Quello che né Smimmo né Giorgi immaginano, in realtà, è che su di loro sta per piombare la Dia di Torino che, con l’operazione Platinum, ha ricostruito il vasto giro di narcotraffico dei Boviciani in mezzo mondo, grazie proprio alle cimici piazzate nell’appartamento di Alghero. Giorgi pensa di essere invisibile, ristretto ai domiciliari, ma il continuo via vai di parenti calabresi non passa inosservato. Chi indaga la ‘ndrangheta sa di doverne seguire proprio i legami familiari, ed è così che si arriva fino alle carceri della Sardegna, prima, e alla sua economia poi.

Una ‘ndrangheta, quella dell’Aspromonte, che in Sardegna c’è, prima di tutto grazie alle carceri, silenziosa, invisibile ma già infiltrata nel tessuto economico. Con occhi e orecchie da tutte le parti, mentre chi prova a combatterla si trova a scalare una montagna, aspra, ardua e ombrosa. Proprio come l’Aspromonte. O il Supramonte.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

Ha collaborato

Simone Olivelli

Editing

Giulio Rubino
Pablo Sole

Mappe

Lorenzo Bodrero

Illustrazione

La transumanza della polvere bianca

#NdranghetaInSardegna

La transumanza della polvere bianca

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

Èil primo mattino del 13 febbraio 2019 e la nebbia intorno a Borore – paese di duemila anime nella sub-regione del Marghine, in provincia di Nuoro – non si è ancora diradata. Nonostante il freddo, nelle campagne di “Sa Canna Urpina”, a pochi minuti dal centro abitato, due auto imboccano la strada che porta a un ovile. Sul primo veicolo ci sono due uomini, sul secondo un uomo e una ragazzina.

Nell’ovile – una casetta di mattoni e lamiere – le cimici del Raggruppamento operativo speciale (Ros) dei carabinieri sono in ascolto. Nei nuovi arrivati, gli inquirenti riconoscono un accento «quasi sicuramente calabrese», ma dopo pochi minuti l’ospite sardo invita gli altri a uscire per «vedere dei vitelli». Forse sospetta la presenza di microspie nell’ovile.

È Francesco Porcu, allevatore di 64 anni con una lista di precedenti degna di nota: sequestro di persona a scopo di estorsione e rapina, cessione di stupefacenti, furto e detenzione illegale di armi.

Caratterizzata da un’antica vocazione agropastorale, l’area del Marghine è celebre per i nuraghi, il Museo del pane rituale e gli importanti rinvenimenti archeologici. È in questa zona, ad esempio, che sono state rilevate le tracce del vino più antico del mondo. Ma un altro primato la segna: l’aver dato i natali ad alcuni dei più sanguinari banditi dell’Anonima sequestri. Mai veramente curate le radici, cause e concause di questo fenomeno, la Sardegna centro-occidentale rimane strategica per condurre affari criminali.

Nelle campagne di “Sa canna urpina” la nebbia fatica a diradarsi.

La rete di ovili

È passato un anno esatto da quando, a febbraio del 2018, il Ros ha ricevuto un’informativa dai colleghi di Nuoro. Riguarda Porcu, ritenuto «il vero capo dello smercio di droga nella Sardegna centrale» e il cui ovile è individuato come «il principale sito (di smistamento, ndr) dello stupefacente importato».

La segnalazione non cade inascoltata. Alla guida del team ci sono inquirenti di livello. Vengono da pregresse esperienze nella Penisola, dove hanno conosciuto da vicino organizzazioni di narcotrafficanti e sodalizi di stampo mafioso. Così nasce l’operazione Marghine – terza indagine antimafia a vent’anni di distanza da San Gavino – il cui impianto accusatorio dimostra l’esistenza di una stabile organizzazione finalizzata al narcotraffico nata dall’incontro tra la ‘ndrangheta, come fornitore, e i gruppi di criminali sardi, come acquirenti.

La tomba dei giganti di Santu Bainzu, dalle parti di Borore
Foto: DEA / S. VANNINI/Getty

Porcu è una figura centrale tra questi due mondi. Esperto narcotrafficante, tutela se stesso e gli interessi del gruppo con una cautela al limite della paranoia. «È talmente abituato a traffici di stupefacenti e sospettoso di indagini nei suoi confronti», scrive il Gip di Cagliari Giuseppe Pintori nella misura cautelare, che nell’ovile tiene un rilevatore per microspie e un jammer, un dispositivo elettronico in grado di interferire con eventuali cimici nei paraggi. Non solo, secondo gli inquirenti «i discorsi compromettenti sulle trattative di acquisto di stupefacenti sono stati sempre effettuati all’aperto, lontani dalle macchine e senza telefoni».

Ma per il giudice non ci sono dubbi: l’oggetto dei colloqui riservati è certamente un’attività di narcotraffico, «tanto è vero che Porcu e i calabresi non si sono nemmeno avvicinati al luogo dove c’era il bestiame».

Aggiornato l’incontro, il padrone di casa annuncia di aver organizzato un pranzo per il giorno dopo, al quale sono invitati anche i narcotrafficanti. I carabinieri tornano a nascondersi tra le campagne di Borore. Hanno trovato una posizione strategica da cui vedono il cancello d’ingresso dell’ovile: arrivano varie auto, molte delle quali già segnalate in quanto usate da noti trafficanti di droga strettamente legati a Porcu per parentela o per amicizia. Riconoscono una delle auto che aveva fatto visita all’ovile il giorno prima e, grazie al numero di targa, risalgono al recente imbarco da Civitavecchia e ai nomi dei viaggiatori. Sono Antonio Strangio, classe ‘58, e suo nipote Sebastiano Ficara, classe ‘85, entrambi con precedenti per narcotraffico ed entrambi di San Luca, centro nevralgico della ‘ndrangheta nella Locride.

Nessuno dei due è un narcotrafficante internazionale, almeno non al livello di broker del calibro di Ciccio Riitano, che hanno rifornito la Sardegna di cocaina come già raccontato da IrpiMedia e Indip. Sono personaggi di seconda schiera, eppure la loro presenza è «un segnale che indica come la Sardegna abbia a che fare con una struttura criminale e un’infiltrazione di livello, ma di cui si vede ancora solo il primo strato», spiegano fonti investigative. L’operazione Marghine non ha scoperto una vera e propria attività sistemica tra ‘ndrine di San Luca e narcos sardi, ma rivela una comunione d’intenti che – se non analizzata, compresa e interrotta – potrebbe diventare una solida base per uno “sbarco” molto più stabile per la ‘ndrangheta in Sardegna.

Strangio e Ficara a San Luca

Antonio Strangio è stato condannato alla fine degli anni ‘80 per sequestro di persona e nel 2008 per associazione per delinquere finalizzata allo spaccio di stupefacenti tra Sardegna e Calabria.

Strangio è fratello di un pregiudicato per mafia, Stefano, personaggio potenzialmente molto più rilevante del fratello, che pur restando in Calabria e quindi comparendo nelle indagini solo perché nominato, emerge come il vero deus ex machina verso cui i sardi stessi sono ossequiosi. I due fratelli Strangio sono considerati dagli inquirenti trafficanti al servizio della potente ‘ndrina dei Nirta nota come Scalzone – alleata al clan oggi egemone a San Luca, i Pelle, noti come Gambazza. Sia gli Scalzone che i Gambazza si erano tenuti alla larga dalla faida di San Luca, portando così avanti gli affari del narcotraffico e diventando sempre più ricchi e potenti.

Sebastiano Ficara invece è nipote dei due Strangio (sua madre è sorella dei due pregiudicati) ma nasce all’interno della famiglia Pizzata (il padre è figlio di una Pizzata) alias Diavuli. Quest’ultima non è una ‘ndrina riconosciuta, ma a San Luca è comunque ritenuta una famiglia attiva nel narcotraffico per conto della ‘ndrangheta.

L'incontro tra trafficanti sardi e calabresi monitorato dai carabinieri - Foto: Carabinieri del Ros di Cagliari

L’incontro tra trafficanti sardi e calabresi monitorato dai carabinieri – Foto: Carabinieri del Ros di Cagliari

Il tour di Sardegna

Quello a casa di Porcu è un pranzo d’affari. A tavola i calabresi declamano i propri precedenti penali come se cercassero di fare colpo sugli altri commensali. Raccontano anche di un altro pasto avvenuto sempre per discutere di droga: la sera prima erano a cena da «una persona seria (come capacità criminale, ndr)», un certo «Costantino».

Si tratta di Costantino Dore, allevatore barbaricino con un ovile ad Arborea, il quale vanta «un variegato curriculum criminale», scrive il Gip, e precedenti per rapina e reati in materia di armi.

Ma ai due incontri – scoprono gli inquirenti – se ne aggiunge un terzo, dalle parti di Decimoputzu, a nord ovest di Cagliari e un’ora di macchina da Arborea. Avviene nell’azienda agricola della famiglia di Raffaele Nonne, 44 anni, all’epoca semilibero dopo una condanna per rapina a mano armata. Nel 2007, con un commando, aveva assaltato l’ufficio postale di Pula, generando una sparatoria nella quale hanno perso la vita due persone.

Stando alla ricostruzione degli inquirenti, l’ovile di Nonne diventa una delle tappe del tour dei sanlucoti in Sardegna. Da una parte i due acquirenti sardi, Dore e Nonne appunto, dall’altra l’intermediazione di Porcu che tira le fila della distribuzione di droga in Sardegna, nelle zone del Marghine e della Planargia.

Un ultimo contatto fondamentale è quello che lega Strangio a Porcu. Si tratta di Silvano Murgia, originario di Uras, un piccolo centro abitato in provincia di Oristano a poca distanza dalla statale 131, l’arteria che collega il sud al nord dell’isola. L’intera rete di acquirenti e nascondigli ha appunto una caratteristica peculiare: sono tutti facilmente raggiungibili in meno di un’ora di macchina l’uno dall’altro.

Santa Barbara, le origini del patto

Va così, ormai da anni, il traffico di droga che coinvolge l’isola. «Un fenomeno criminale in netta espansione nell’ultimo decennio nella Sardegna centrale dove il narcotraffico ha sostituito o affiancato altri gravissimi delitti contro la persona ed il patrimonio, quali il sequestro di persona e le rapine a mano armata», scrive il Gip nella misura cautelare dell’operazione Marghine, che garantiscono grandi guadagni «ma che richiedono una notevole organizzazione, disponibilità di armi e comportano un serio rischio». Il traffico di droga permette invece profitti ancora più grandi con meno rischi.

Ed è per questo che negli ultimi vent’anni si sono creati gruppi di narcos che importano regolarmente droghe grazie al contatto con camorra e ‘ndrangheta. D’altronde gli affari sono promettenti e l’isola figura costantemente tra le regioni italiane con il maggiore consumo di cocaina al fianco di Umbria e Lazio e, nel 2003, superando perfino la Lombardia.

Questi gruppi sono facilitati dalla geografia in cui operano: campagne remote (nel Marghine e Planargia in particolare) e zone montuose e impervie (in Barbagia), che hanno però facile accesso alle due arterie (le strade statali 131 e 129) che attraversano tutta l’isola.

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A quando risalga l’inizio della specifica alleanza tra i sanlucoti e i “pastori” di Marghine e Barbagia non è dato sapere, ma per Antonio Strangio è sicuramente significativo l’anno 1976, quando il calabrese è ancora adolescente e sua sorella Antonia (sic) aspetta una figlia dall’allora trentunenne Silvano Murgia, di Uras, come appreso da IrpiMedia e Indip. I dettagli di questa amicizia si perdono nel tempo, ma non i suoi effetti.

Murgia viaggia spesso tra la Sardegna e la “la terza isola”, come viene spesso chiamata la Calabria. A metterlo nero su bianco è l’indagine Santa Barbara, condotta dal Ros di Cagliari, che nasce per investigare un traffico di droga in ingresso in Sardegna che individua proprio in Murgia il canale di collegamento tra i calabresi, nel ruolo di fornitori, e un’organizzazione stabile per l’importazione di cocaina ed eroina in Sardegna, da lui capitanata insieme a due soci: Efisio Sanna e Francesco Mulargia. Santa Barbara – l’indagine prende il nome dal ristorante il cui si incontravano i trafficanti – porterà all’arresto di tutti e tre e parte proprio da quest’ultimo.

Mulargia è un ex-poliziotto originario di Serrenti, paese di cinquemila abitanti a circa mezz’ora da Cagliari, con precedenti legati alla droga. La sua rete, coltivata per anni insieme all’amico Efisio Sanna, non si limita al solo Cagliaritano, ma arriva a coprire l’intera isola, dal centro Sardegna, fino a località turistiche come Villasimius. Lo dimostrano conversazioni e spostamenti.

Mulargia e Murgia si conoscono nel 1992 in carcere, ma per anni si perdono di vista. Un fortuito incontro a casa di un fornitore di droga permette di riallacciare i rapporti: Mulargia e Sanna non sono soddisfatti della qualità della droga appena acquistata e Murgia propone loro di entrare in affari, garantendo di poterne procurare di migliore e senza passare da intermediari. L’associazione dei tre dà origine a un traffico arrivato a garantire forniture stabili e continuative di uno o due chili di cocaina al mese, provenienti direttamente dall’Aspromonte.

Una veduta della cittadina di San Luca, in Aspromonte
Foto: Michele Amoruso

Lo schema è semplice quanto proficuo: Murgia assicura carichi costanti dalla Calabria, dove il suo interlocutore diretto è il giovane cognato Antonio Strangio. Le forniture vengono portate sull’isola, tagliate a casa di alcuni custodi di fiducia usando dei frullatori e, successivamente, vendute al dettaglio per soddisfare l’ampia rete di consumatori. Da un lato la cocaina, prevalentemente destinata all’associazione con Mulargia e Sanna, dall’altra l’eroina, che Murgia continua a distribuire autonomamente.

Per Murgia diversificare è reso più semplice dal fatto che è lui a tenere contatti stabili con Strangio, in forza dei suoi rapporti familiari. Ma che l’origine della merce fosse tra le cosche di San Luca era chiaro anche ai soci. Ne parlano spesso Sanna e Mulargia, senza sapere di essere intercettati, anche lamentando in più di un’occasione problemi nel rapporto con Strangio.

I due sono convinti che la cocaina a loro riservata sia di qualità inferiore e di prezzo più alto, rispetto a quella di altri concorrenti sulla piazza sarda. Ma il legame tra Murgia e suo cognato rende evidentemente obbligatorio interfacciarsi con la Locride, dove in un’occasione si reca lo stesso Sanna, per valutare prima della spedizione la qualità della merce.

È l’ottobre del 2003 quando, dall’altro lato del Mediterraneo, Mulargia e Sanna attendono notizie dal socio in missione. I due gli hanno affidato ventimila euro per pagare l’acquisto della fornitura e i compratori che si riforniscono da loro fanno pressione per avere il prodotto.

Tuttavia, quando tentano di contattare telefonicamente Murgia, non ottengono alcuna risposta. I due iniziano a innervosirsi e a lamentarsi dell’organizzazione di Strangio, dei ritardi e della qualità della droga. Quello che non sanno è che Murgia è stato arrestato non appena ha messo piede nuovamente in Sardegna con una parte della fornitura di cocaina ed eroina.

Ignari del fatto, Mulargia e Sanna continuano a parlare di come distribuire la merce non appena sarà arrivata, eventualmente comprando da altri fornitori per coprire il ritardo ingiustificato del loro socio e in ogni caso certi che la prima cosa da fare sia, non appena possibile, «incontrare il proprietario del ristorante», Silvano Murgia. Pochi giorni dopo anche Sanna e Mulargia vengono arrestati, decidendo a quel punto di collaborare e di fornire le preziose informazioni che hanno reso possibile la ricostruzione del traffico di cui facevano parte.

Uras, il bunker dei calabresi

Condannati in appello nel 2010 per Santa Barbara, dal 2019 Murgia e Strangio sono tornati a trafficare insieme, di certo tra l’inizio del 2019 e fino alla fine 2021, quando la casa di Murgia a Uras diventa la base dove i due calabresi Strangio e Ficara si nascondono dagli occhi indiscreti e dalle forze dell’ordine.

Vivono barricati in casa (temono che a Uras, paese piccolo, la gente mormori), e escono solo per viaggi strategici. «Già in un mese due volte siamo venuti. Ti vedono spesso e dicono “che hanno da fare questo e questo?”». Vivono come fossero latitanti, a loro stesso dire, «il latitante [uno] deve fare…uscire quando deve uscire e basta».

È proprio a Uras che, a febbraio 2019, Strangio e Ficara attendono l’arrivo di un corriere dalla Calabria, che li seguirà fino all’ovile di Porcu alla guida di una Fiat Punto. È un concittadino di San Luca che viaggia assieme alla figlia minorenne per destare meno sospetti. È un musicista, non un narcotrafficante, e quel sopralluogo in Sardegna con i due ‘ndranghetisti lo fa probabilmente per fame. Sarà lui il corriere designato a portare la cocaina e a rischiare in prima persona. Infatti, a marzo 2019 l’uomo viene incaricato di tornare in Sardegna su ordine di Strangio.

In Calabria affitta nuovamente una Fiat Punto. I carabinieri però lo stanno monitorando e installano un localizzatore GPS sul veicolo. La mattina del 14 marzo l’uomo, sempre in compagnia della figlia minorenne, sbarca a Olbia e senza soste intermedie guida – a bassa velocità – fino a Uras. Gli inquirenti ne monitorano gli spostamenti, sospettando che stia trasportando cocaina. Grazie a una cimice nell’auto, scoprono che ha l’ordine di arrivare a casa di Murgia e attendere l’arrivo di Strangio e Ficara, anche loro sbarcati in mattinata ma con il traghetto da Civitavecchia, per destare meno sospetti.

«Vai a bere due birre al bar là (un bar di una stazione di servizio di Uras, ndr) che noi arriviamo fino a lì (l’ovile di Nonne, ndr) e torniamo», ordina Strangio al corriere, prendendo la sua auto (con la cocaina, ndr) per raggiungere le campagne di Decimoputzu, dove pascola il gregge della famiglia Nonne.

Carabiniere del reparto Squadrone Eliportato Cacciatori di Sardegna perlustra le campagne durante l’operazione Marghine - Foto: Carabinieri di Nuoro
Carabiniere del reparto Squadrone Eliportato Cacciatori di Sardegna perlustra le campagne durante l’operazione Marghine – Foto: Carabinieri di Nuoro

Nel frattempo all’ovile di Nonne arrivano i carabinieri, allertati dalle microspie dell’auto del corriere. Appostati, vedono il trafficante sardo, in cucina, occupato a spostare alcuni involucri di plastica. A mezzogiorno Nonne esce dall’ovile e va incontro ai calabresi. «Uè banditi», li apostrofa salendo sulla loro Fiat Punto. Guidano sullo sterrato fino al bosco e lì, appartati, iniziano a smontare pezzi della carrozzeria della parte posteriore dell’auto. I carabinieri in ascolto capiscono ciò che sta succedendo: la consegna della cocaina a Nonne.

Durante il ritorno Strangio e Ficara commentano la missione. Ficara vorrebbe tenersi una parte dei soldi. «Duemila ce li prendiamo e ce li spartiamo», dice Ficara, lasciando intendere di volersi tenere una “mancia”. Ma lo zio, Strangio, non se la sente. «Gli possiamo dire di darci qualcosa in più», incalza Ficara. «Ma io gliel’ho detto, ma non ho trovato [ascolto]». Insomma, chiunque abbia dato a Strangio e Ficara il compito di aprire un canale di narcotraffico con la Sardegna, dà loro uno “stipendio” ma non una parte del guadagno. «Un livello di organizzazione superiore», scrivono gli inquirenti «a cui i due facevano riferimento e a cui dovevano rendere conto dell’operazione».

Nel frattempo in Sardegna, Strangio e Ficara trattano ancora con Porcu per una nuova fornitura di cocaina. «È tardi per dare un’occhiata alle mucche no? Ci facciamo una passeggiata?». Ma nell’ovile non ci sono mucche, bensì solo suini: un’ulteriore conferma per gli inquirenti che i tre escono puntualmente dall’ovile per parlare di droga e non di allevamento.

Finito l’incontro – è il 18 marzo 2019 – i due calabresi si imbarcano sul traghetto di ritorno. Durante la traversata, i carabinieri aprono la loro auto e all’interno trovano 100 mila euro in diverse mazzette, nascoste in un’intercapedine dietro il cruscotto: sono i soldi consegnati da Nonne per la fornitura di cocaina, che i carabinieri lasciano al loro posto per non interrompere il corso delle indagini. Una volta a San Luca, le intercettazioni sveleranno il nascondiglio dei soldi, la casa della nonna di Ficara. «Quale posto migliore che da tua nonna», esclama Strangio.

#NdranghetaInSardegna

Armati fino ai denti

Durante lo scoppio della pandemia nasce un’alleanza criminale inedita per assaltare portavalori: armi della ‘ndrangheta, base in Corsica, rapinatori dalla Sardegna, escavatori della camorra. L’obiettivo è la Toscana

Il salotto buono della ‘ndrina di Alghero

Tra due carceri – a Sassari e Alghero – nasce la rete di relazioni e amicizie che porterà i calabresi della famiglia Boviciani a costruire una base operativa nel cuore della Barceloneta Sarda

Come promesso al mediatore Porcu, due mesi dopo Sebastiano Ficara torna in Sardegna. Sono i primi di maggio del 2019 quando va a Uras per incontrare Murgia e subito dopo all’ovile di Nonne. Poi ancora a Borore da Porcu. I tre parlano a voce bassissima sperando di non essere captati dalle microspie.

Lasciato l’ovile di Porcu, la tappa successiva è l’azienda agricola di Dore ad Arborea. Questa volta però i calabresi vogliono essere pagati in anticipo, «gli ho detto..sì, senza debiti», e lo stesso vale per Nonne. È per questo che, proprio all’ovile di Nonne, qualcuno sta preparando mazzette di denaro. Gli inquirenti lo sentono dalle intercettazioni ambientali: il fruscio delle banconote contate e poi il rumore della mazzetta battuta sul tavolo per pareggiarne i bordi, lo schioccare dell’elastico che le lega. È un rituale inconfondibile, che nei giorni successivi apre la strada a una serie di tête-à-tête tra Ficara, Nonne, Dore e Porcu, «evidenziando in tal modo un chiaro collegamento tra i tre». Sono incontri brevissimi, dieci minuti l’uno, a fronte di centinaia di chilometri macinati.

L’8 maggio la microspia all’ovile di Nonne gracchia ancora: qualcuno prepara altre mazzette e strappa dei foglietti. Servono per segnare l’importo complessivo di ciascun mucchio. Nel primo pomeriggio Ficara torna da Nonne che gli consegna i soldi. «Non ci stanno, mi sa che si vede, cazzo», esclamano mentre cercano di nascondere i soldi nelle intercapedini del cruscotto dell’auto di Ficara, ormai traboccanti. «Dove li mettiamo questi? Sotto il sedile?». Troppi soldi. Ficara lo dice: sono cinquecentomila euro.

Si imbarca con l’auto piena di soldi e nuovamente i carabinieri lo confermano con una perquisizione durante la traversata.

Il 15 maggio è ora di mandare nuovamente da San Luca alla Sardegna il corriere, il musicista, con un carico di cocaina. Ma questa volta i carabinieri sono pronti a fermarlo, certi che stia trasportando droga. Infatti sbarca a Olbia il 16 maggio ma non fa in tempo a respirare l’aria della Gallura che viene ammanettato e la cocaina sequestrata. Strangio nel frattempo è giunto in Sardegna in aereo e, appresa la notizia, corre da Nonne.

«Ohi cazzu! Bastardu ‘e merda», impreca Nonne infuriato, indicando così che i cinque chili fossero destinati a lui.

I carabinieri di Nuoro ispezionano degli ovili - Foto: Carabinieri di Nuoro
I carabinieri di Nuoro ispezionano degli ovili – Foto: Carabinieri di Nuoro

Lo spettacolo deve continuare

Lo conferma anche una serie di contatti che il fonnese aveva avuto nei giorni precedenti, chiaramente con un gruppo di acquirenti a lui sottoposti. «Deve essere giovedì», aveva detto in modo perentorio, con toni molto alterati. La data della consegna era quella, giovedì 16 maggio, e Nonne non aveva intenzione di anticipare soldi a nessuno. «A me non interessa, io non pago nulla», sbotta Nonne, che evidentemente era collettore di un gruppo di acquirenti rimasti in buona parte sconosciuti.

Nonostante l’arresto del corriere di San Luca e del sequestro di cinque chili di cocaina pura all’85%, la rete del narcotraffico tra Calabria e Sardegna non si ferma. Ad agosto 2020 Raffaele Nonne si reca a Fonni, suo paese d’origine. Siamo in piena Barbagia quando consegna a un corriere parecchi soldi da trasportare in Calabria. Quanti, gli inquirenti lo scoprono quando fermano il corriere appena sbarcato con una Bmw a Civitavecchia: 475.580 euro. Tra le mazzette di denaro ci sono anche 2.500 euro in banconote false. I militari sequestrano anche un telefono Encrochat (dispositivo cifrato ampiamente utilizzato nel mondo del narcotraffico). È il medesimo apparecchio che poche ore prima aveva agganciato una cella telefonica a Decimoputzu, dove c’è la fattoria di Nonne, e ancora prima a San Luca da cui – evidentemente – era arrivato per poi essere regalato al giro dei fonnesi.

Quando gli arriva la notizia dell’arresto del suo corriere, Nonne è in auto. Impreca «in modo virulento», così come aveva fatto quando al corriere calabrese era stata sequestrata la droga diretta a lui. Questa volta, i calabresi avevano preteso che il trasporto dei soldi per il pagamento fosse a carico dei sardi. Considerata la cifra, quasi mezzo milione di euro, si può immaginare che la fornitura di cocaina dovesse essere di almeno 15 chili.

Neanche questo sequestro frena l’organizzazione. E i carabinieri continuano a monitorare i trafficanti sardi e calabresi. A giugno 2021 Murgia invita il cognato, Antonio Strangio, a «farsi una passeggiata in Sardegna». Alcuni mesi dopo, Murgia sollecita nuovamente Strangio: un certo Giovannino vuole «peperoncini». «C’è la possibilità che glieli porto io un po’ di peperoncini», dice Strangio. «Cerca di fare presto», lo apostrofa il cognato.

Il procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Cagliari Gilberto Ganassi decide di non aspettare oltre e chiede l’arresto di tutti gli indagati. Le accuse sono di associazione per delinquere dedita al traffico di droga, con un patto stabile tra calabresi e sardi volto alla conclusione di una serie indefinita di compravendite di ingenti quantità di droghe pesanti. Da febbraio 2019 a ottobre 2021, i carabinieri sono riusciti a sequestrare cinque chili di cocaina, in un’unica consegna, ma hanno monitorato scambi economici per un totale di oltre 600 mila euro, che dovrebbero corrispondere ad almeno 20 chili di cocaina.

Il 22 novembre 2021, il Gip di Cagliari Giuseppe Pintori spicca un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del gruppo sardo-calabro. Nonne riesce a scappare, resta latitante per due settimane. Poi si consegna alla giustizia e, come tutti i coimputati, è in attesa di processo. A una richiesta di commento, l’avvocato difensore di Costantino Dore, Herika Dessì, ha risposto a IrpiMedia/Indip: «Preferiamo non rilasciare alcuna dichiarazione per adesso, preferiamo impegnarci sul campo». Non è stato possibile raggiungere gli altri imputati.

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Cecilia Anesi
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Lorenzo Bodrero

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Il (verde) granaio di Roma

#NdranghetaInSardegna

Il (verde) granaio di Roma

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

Occorre una mezz’ora in fuoristrada tra tornanti, strade dissestate e canaloni per raggiungere il costone di una delle montagne che guardano verso Orgosolo. Siamo nel Supramonte, nel centro della Sardegna. Qui, pochi mesi fa, la squadriglia dei carabinieri di Pratobello – un’unità scelta dell’Arma – ha trovato una piantagione di marijuana «per sbaglio, facendo un giro di perlustrazione», spiegano. Nascosto tra le stalle abbandonate di una casa in dissesto, si celava un campo perfettamente attrezzato, ordinato in filari, con tanto di tubi interrati per l’impianto di irrigazione.

«Vedete quelle montagne? Da qui si vede». Il comandante della squadriglia fa un cenno per indicare il paese – nemmeno quattromila anime – arroccato nel cuore della Barbagia. Lontana dal mondo eppure così culturalmente viva, Orgosolo è celebre per i suoi murales che parlano di Antonio Gramsci, Emilio Lussu e della rivolta di Pratobello, quando nel 1969 lo Stato ha mal pensato di poter sottrarre terre e campi agli abitanti per farne una base militare.

«Probabilmente sono scappati quando ci hanno sentito arrivare», spiegano i militari, che hanno trovato la piantagione deserta: «Camminando per il bosco, se si conosce la strada, sono sufficienti un paio d’ore per arrivare al paese senza essere visti». Di piantagioni come questa ne sono sorte a centinaia in tutta la Sardegna, dove clima e isolamento sono strategici e anni di abbandono delle campagne hanno favorito l’insorgenza di questa industria illegale.

I carabinieri della Squadriglia di Pratobello pattugliano le montagne del Supramonte.

Foto: Giulio Rubino

 I carabinieri della Squadriglia di Pratobello pattugliano le montagne del Supramonte
I carabinieri della Squadriglia di Pratobello pattugliano le montagne del Supramonte – Foto: Giulio Rubino

Dati alla mano, l’isola è diventata una centrale di produzione e commercio di stupefacenti, di cui detiene svariati record. In Sardegna, si legge nella Relazione al Parlamento sulle tossicodipendenze, nel 2021 sono state sequestrate 23.676 tonnellate di stupefacente, il 28% di quanto sequestrato sul territorio nazionale. L’isola è ormai considerata il principale produttore di cannabis illegale, con il 30% dei sequestri e un’incidenza di 7.453 piante ogni 100 mila abitanti. La seconda regione della classifica è la Calabria, che però ne coltiva la metà.

Ma è proprio dalla Calabria che arriva il maggiore incentivo alla produzione di marijuana. Lo spiega a IrpiMedia e Indip un pm della Direzione distrettuale antimafia di Cagliari, che per via delle indagini in corso preferisce l’anonimato. La fonte sostiene che nell’isola la produzione è direttamente incentivata dalle cosche della ‘ndrangheta che preferiscono delocalizzare e focalizzarsi sulla distribuzione. Se nell’antichità la Sardegna era chiamata “il granaio di Roma”, oggi dell’Italia ne è diventata piuttosto la serra.

Un ovile dove era stata allestita una piantagione. Le seminiere in polistirolo dove fare crescere le piantine dal seme, prima di interrarle.

Foto: Giulio Rubino

Un ovile dove era stata allestita una piantagione. Le seminiere in polistirolo dove fare crescere le piantine dal seme, prima di interrarle.
Un ovile dove era stata allestita una piantagione. Le seminiere in polistirolo dove fare crescere le piantine dal seme, prima di interrarle – Foto: Giulio Rubino

Una questione di qualità

Quello delle cosche non è l’unico motore che ha animato questo mercato. Nel 2016 una legge dello Stato ha promosso e consentito la libera coltivazione della canapa sativa L. da sementi certificate di varietà in cui il Thc (Tetraidrocannabinolo) non superi lo 0,6%. Il Thc è l’elemento “stupefacente” della canapa, mentre il principio attivo di quella legale è il Cbd, cannabidiolo, che dà al consumatore miti effetti rilassanti.

Sulla scorta di questa misura, in Sardegna come nel resto d’Italia si è moltiplicata la presenza di coltivazioni di canapa. Molti hanno pensato di approfittare della nuova normativa per produrre marijuana illegale, confidando in meno controlli e puntando a profitti ben più alti.

I carabinieri in Barbagia perlustrano un ovile.

Foto: Giulio Rubino

I carabinieri in Barbagia perlustrano un ovile
I carabinieri in Barbagia perlustrano un ovile – Foto: Giulio Rubino

«Passa così», spiega il comandante della Compagnia carabinieri di Nuoro, il tenente colonnello Gianluca Graziani. «Passa come se fosse legale, trasportata in Continente già confezionata in sacchetti ed etichettata come legale, ma in realtà viene venduta in circuiti illeciti, dove si guadagna molto di più».

Secondo gli investigatori, uno dei modi di aggirare i controlli consisterebbe nel far uscire la canapa legale dall’isola per poi sottoporla a trattamenti chimici nei laboratori della criminalità organizzata nel Nord Italia. Qui sarebbero in grado di ripristinare un livello di Thc tale da dare l’effetto psicotropo della marijuana.

In altre indagini, spiegano sempre gli inquirenti, si è scoperto che i coltivatori hanno piantato alcune piante di canapa illegale tra i filari solamente dopo che i controlli avevano già certificato la legalità dell’intero campo. L’effetto è che le poche piantine non depotenziate hanno condizionato la crescita di quelle circostanti, stimolando l’intera piantagione a tornare a produrre Thc in valori non consentiti dalla legge.

Marijuana sequestrata, già in boccioli chiusa in sacchetti termosaldati, pronta a partire.

Foto: Giulio Rubino

Marijuana sequestrata, già in boccioli chiusa in sacchetti termosaldati, pronta a partire.
Marijuana sequestrata, già in boccioli chiusa in sacchetti termosaldati, pronta a partire – Foto: Giulio Rubino

Di entrambe le strategie, non è del tutto chiaro il funzionamento nei dettagli. Le stesse autorità stanno cercando di decifrare le metodologie adottate di volta in volta dai criminali, di cui finora si ha un’idea vaga.

Ma c’è ancora un problema: a fronte di una normativa lacunosa e poco chiara nell’identificare quali usi delle piante siano legali o meno, la parola è passata ai giudici che nel tempo hanno fornito interpretazioni diametralmente opposte sulla possibilità di commerciare al dettaglio i derivati della coltivazione. In base a una sentenza pubblicata nel 2019 dalla Corte di Cassazione, la Procura di Cagliari ha emanato una direttiva che ribadisce la più stringente delle interpretazioni possibili: la canapa prodotta in Sardegna non può essere lavorata in loco ma deve essere conferita alle officine autorizzate e per i soli scopi previsti dalla norma.

Questo, almeno in parte, ha inciso sulle statistiche dei sequestri, che di conseguenza annoverano anche le operazioni di controllo sulle aziende che coltivano canapa legale. Come spiegano fonti di polizia, i sequestri vincolano le stesse autorità all’ottenimento delle analisi, che sull’isola possono essere svolte solamente in pochi laboratori e con tempi molto lunghi. Ciò significa che i risultati delle analisi arrivano quando la canapa è già marcita e, che fosse legale o meno, spesso finisce al macero.

I carabinieri perlustrano un campo di marijuana in Barbagia.

Foto: Giulio Rubino

 I carabinieri della Squadriglia di Pratobello pattugliano le montagne del Supramonte
I carabinieri perlustrano un campo di marijuana in Barbagia – Foto: Giulio Rubino

«È evidente, a mio avviso, che proibire di svolgere un’attività inoffensiva ma redditizia, impoverisce le campagne e apre la strada ad altri soggetti magari organizzati che intraprendono coltivazioni illegali», spiega Adriano Sollai, avvocato penalista del foro di Cagliari. «La legge del 2016 ha aperto una possibilità che per una terra come la Sardegna poteva essere una grande opportunità ma purtroppo il rigorismo giuridico, nonché il pregiudizio ideologico politicamente diffuso, hanno reso questo settore difficile da praticare e hanno forse innescato appetiti sulle nostre terre, stavolta certamente illeciti».

Un sequestro importante

Di questi interessi si trova facilmente traccia sull’isola, dove sequestri e attività d’indagine faticano a stare al passo con la creazione di nuove piantagioni e rinnovate reti per la distribuzione, talvolta tradite dallo stesso profumo che emanano le piante di canapa.

È appena passata l’ora di pranzo quando i militari da Pratobello vengono richiamati a Nuoro: qui, proprio grazie al forte odore, i carabinieri hanno trovato un magazzino in periferia. All’ingresso un cartello: «Vendita piante di canapa legale», con tanto di numero di cellulare e un sito web.

I carabinieri perlustrano un campo di marijuana in Barbagia.

Foto: Giulio Rubino

I carabinieri perlustrano un campo di marijuana in Barbagia
I carabinieri perlustrano un campo di marijuana in Barbagia – Foto: Giulio Rubino

Nel magazzino la marijuana è ovunque. Appesi a seccare su delle lunghe funi pendono centinaia di rami, mentre a terra è quasi impossibile camminare senza schiacciare i boccioli già separati e pronti a essere impacchettati. Su dei tavoli gli uomini della Scientifica catalogano bilancini e cestelli a cilindro simili ai pallottolieri della tombola, in questo caso usati per separare le infiorescenze dalla ramaglia. Altri apparecchi servono a deumidificare l’aria e a confezionare sottovuoto l’erba direttamente nell’edificio, le cui finestre sono state meticolosamente oscurate dall’interno con del cartone. Sebbene occorrano analisi più approfondite, i primi esami sul posto condotti dalla Scientifica fanno emergere da subito il sospetto che le indicazioni sulla vendita di canapa legale siano una copertura: il Thc è superiore al consentito e tutta la merce è da sequestrare.

Le autorità sono sempre più diffidenti nei confronti della cosiddetta cannabis light, spesso usata come copertura per il traffico illecito. «Ormai della coltivazione di marijuana ne parlano apertamente, sembra una comunicazione innocente», dice Michele Morelli, già comandante del Nucleo investigativo dei carabinieri di Livorno e oggi alla Direzione investigativa antimafia di Firenze.

Marijuana appesa in un magazzino a Nuoro, durante un sequestro dei carabinieri.

Foto: Giulio Rubino

Marijuana appesa in un magazzino a Nuoro, durante un sequestro dei carabinieri
Marijuana appesa in un magazzino a Nuoro, durante un sequestro dei carabinieri – Foto: Giulio Rubino

A confermarlo ci sono anche le intercettazioni di due imprenditori del settore, i fratelli Francesco e Pasquale Buffa. Originari di Orgosolo, sono coinvolti in un’indagine del nucleo investigativo guidato da Morelli. Si tratta dell’operazione Mandra, che prende il nome dall’azienda agricola di Robertino Dessì, Il massaro. Dessì è un sardo trapiantato nel Livornese. Qui è diventato un prezioso appoggio logistico per i trafficanti di droga, come abbiamo già scritto. È qui che i fratelli Buffa vengono intercettati mentre spiegano che «ormai con il Cbd [da quando esiste la canapa light] si può parlare, prima non si poteva».

Dieci quintali per il continente

Nonostante tanta fiducia Pasquale Buffa viene arrestato la prima volta nel 2017 con l’accusa di far parte di una banda specializzata in furti, rapine a portavalori, coltivazione e traffico di marijuana attiva in Barbagia tra Nuoro, Mamoiada e Orgosolo.

Nel 2019 viene nuovamente arrestato con l’accusa di aver allestito una piantagione di oltre quattromila piante di cannabis, poi assolto in sede di giudizio.

Cumuli di marijuana già essiccata in un magazzino a Nuoro, durante un sequestro dei carabinieri.

Foto: Giulio Rubino

Cumuli di marijuana già essiccata in un magazzino a Nuoro, durante un sequestro dei carabinieri
Cumuli di marijuana già essiccata in un magazzino a Nuoro, durante un sequestro dei carabinieri – Foto: Giulio Rubino

Ma l’indagine che mette nero su bianco la reale portata del business della marijuana di Orgosolo non parte dalla Sardegna, bensì proprio dalla Toscana e dall’azienda di Robertino Dessì, già luogo d’incontro tra le cosche della ‘ndrangheta e della criminalità sarda del Campidano.

Qui emerge, secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, una trattativa finora raramente osservata nel campo delle narcomafie: cocaina in cambio di marijuana. A cercare controparti per il baratto sono alcuni criminali albanesi, che dispongono di grosse quantità di polvere bianca e chiedono a Robertino Dessì di procurare qualcuno in grado di fornire marijuana come controvalore. Spesso considerata «un piccolo taglio», la marijuana è più facilmente vendibile per finanziare ben più costosi carichi di droghe pesanti.

A Dessì i contatti non mancano e infatti è lui a rivolgersi a Pasquale Buffa, di cui conosce le capacità. Come spiegano loro stessi in un’intercettazione, i due orgolesi dispongono di erba di varie tipologie, tra cui un quintale di canapa del tipo californiano. «Dieci quintali, abbiamo messo diecimila piante», spiegano. Il prezzo: duemila euro al chilo.

Cumuli di marijuana già essiccata in un magazzino a Nuoro, durante un sequestro dei carabinieri.

Foto: Giulio Rubino

Cumuli di marijuana già essiccata in un magazzino a Nuoro, durante un sequestro dei carabinieri
Cumuli di marijuana già essiccata in un magazzino a Nuoro, durante un sequestro dei carabinieri – Foto: Giulio Rubino

Una rete più ampia

È ottobre 2020 e alla fattoria Mandra di Dessì, nelle campagne toscane, Pasquale Buffa incontra il massaro e due narcotrafficanti albanesi. Non sanno che ad ascoltarli ci sono i carabinieri di Livorno. «Loro a Nuoro hanno bisogno di questa (la cocaina, ndr), noi qua abbiamo bisogno di questa (la marijuana, ndr)», spiega Dessì agli albanesi, perorando la causa di uno scambio tra le merci. Esattamente in questa direzione vanno anche gli orgolesi, che a fronte di un pagamento in cocaina sono disposti a fare un prezzo di favore: 180 mila euro per un quintale di marijuana, contro i 200 mila che chiederebbero in cambio di contanti.

La marijuana è particolarmente richiesta nel centro e Nord Italia e anche se né Dessì né gli albanesi hanno un mercato già avviato per la distribuzione a Livorno, possono contare su un «punto di riferimento a Milano» che poi «sparge dappertutto». Una persona che «anche 500 (chili, ndr) te li prende subito».

Un mese dopo Buffa fa arrivare 80 chili di marijuana che vengono stoccati nell’azienda di Dessì. Agli albanesi non viene detto subito, perché Buffa vuole prima trattare. Non è chiaro chi si farà carico di trasportare la cocaina fino in Sardegna e l’orgolese propone di dividere in parti uguali eventuali perdite dovute a sequestri o problemi nel trasporto.

Orgosolo visto dalle colline dove si coltiva marijuana.

Foto: Giulio Rubino

Orgosolo visto dalle colline dove si coltiva marijuana
Orgosolo visto dalle colline dove si coltiva marijuana – Foto: Giulio Rubino

Né possono molto le insistenti richieste degli albanesi di tirare giù il prezzo, dalle quali emerge un dettaglio importante. Buffa infatti spiega di non poter scendere oltre «perché la cosa non è solo mia», facendo intendere di far parte di un gruppo. Non una mafia, ma, spiegano fonti informate, una filiera che va dai coltivatori – che negli anni hanno avviato la produzione di marijuana in Sardegna – arrivando fino ai “moderni banditi” che si fanno carico di portarla fuori dall’isola, gestendo la logistica, i fondi e i rapporti con le organizzazioni criminali “in continente”: in testa le ‘ndrine calabresi e la criminalità albanese.

Il 5 novembre 2020, all’indomani dell’ultimo incontro nell’azienda di Dessì, uno dei due albanesi incrocia un posto di blocco mentre è diretto verso la riviera romagnola. Nel tentativo di scappare sperona un’auto, finendo a folle velocità fuori strada. A bordo dell’automobile, i carabinieri trovano 29 chili di marijuana divisi in cinquanta sacchetti termosaldati. Profumano ancora di macchia mediterranea.

Poco più di un anno dopo, la gip di Firenze Angela Fantechi firma un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Dessì e dei fratelli Buffa, i cui legali difensori, contattati da IrpiMedia e Indip, hanno preferito non rilasciare dichiarazioni.

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I narco Mori

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Giugno 1999. In una sera calma e senza vento, al porto di Civitavecchia, tre uomini si imbarcano su una motonave della Tirrenia diretta verso Olbia. Mario Serra, Francesco Cuccu e Cristian Sedda entrano in cabina portando una modesta quantità di cocaina. «Il tempo è brutto, qui sta piovendo molto», anticipa Mario preoccupato, mentre preparano una striscia da consumare sul momento. Il tempo in realtà, quella sera sul Tirreno, è ottimale per la navigazione e per le riunioni di lavoro. A rompere il ghiaccio è Cuccu, preoccupato di aver avuto meno dei 200 grammi pattuiti: «Almeno 20 – precisa – me l’ha detto Ciccio e non me l’ha fatta nemmeno pesare. Mi ha detto: “non ti fidi di me?” Così mi ha detto e così ti dico».

Il riferimento è a Francesco Parisi, alias “U Dottori”. All’epoca venticinquenne, è uno dei figli del più noto Antonio Parisi, ritenuto a capo della ‘ndrina di Natile, paesino di mille anime arroccato nella Locride tra Platì e San Luca. Da qui vengono alcuni dei più abili broker del narcotraffico internazionale.

Mario Serra – Nato a Villacidro nel 1971, è uno dei principali animatori di un’organizzazione criminale che nasce per portare la droga dei calabresi fino alla Sardegna. Il suo rapporto con le cosche della Locride nasce a Bologna negli anni ‘90, quando è uno studente fuorisede nella facoltà di agraria. Secondo gli inquirenti ha un rapporto di comparatico con Giuseppe Parisi.

Tuttavia nel ‘99 Francesco la Locride l’ha lasciata già da tempo per stabilirsi a Bologna. La città è un importante centro universitario internazionale: in quegli anni ospita i lavori per l’uniformazione dei sistemi universitari dell’Unione europea, Pagliuca gioca ancora come portiere del Bologna football club 1909 e gli Skiantos hanno appena pubblicato il loro decimo disco, Doppia dose. Tra i tanti giovani che affollano la città delle torri c’è anche Mario Serra, ventottenne e studente universitario di Villacidro, paese di 13 mila abitanti a cinquanta minuti di automobile da Cagliari e importante centro per l’agricoltura e l’allevamento. È probabilmente questa la ragione per la quale è iscritto alla facoltà di agraria.

Ma qui Mario scopre un’altra vocazione, legata a lavori meno umili e senz’altro più redditizi. Come in tutta Italia, anche in Sardegna cocaina ed eroina sono molto richieste, nonostante l’altissima incidenza di morti per overdose. Solamente nel 1999 sull’isola ne viene sequestrato l’8% di quanto fermato in tutto il Sud Italia, ma a fronte di una popolazione di appena 1,6 milioni di abitanti, la metà di quelli di Napoli.

La lucrosa opportunità non sfugge a Mario, che a Bologna fa la conoscenza di Francesco Parisi e con lui fonda le basi per una solida alleanza tra Sardegna e Calabria, dando origine a una sinergia ventennale tra l’isola e alcune tra le maggiori ‘ndrine. Ma quando il trio si imbarca per tornare in Sardegna, con quei 200 grammi scarsi di cocaina in tasca, brucia ancora l’aver dovuto annullare una più sostanziosa spedizione di droga che sarebbe dovuta arrivare in Sardegna nei giorni seguenti. Mario aveva notato qualcosa di sospetto durante il viaggio e non si era sentito tranquillo: «Il tempo è brutto e non si può mettere la testa fuori di casa».

I Parisi

Francesco, Giuseppe e Pietro sono figli di Antonio Parisi, che stando alle dichiarazioni del pentito di Platì, Rocco Varacalli, sarebbe a capo dell’omonima ‘ndrina di Natile e sarebbe anche parte della società Maggiore di Natile di Careri con la dote di Santa, una delle cariche più alte della ‘ndrangheta.

Grazie anche alla parentela con la potente ‘ndrina Ietto di Natile i Parisi dal 2001 cresceranno di importanza arrivando a importare, tramite il Belgio, molta cocaina. Grazie ad accordi diretti con i guerriglieri colombiani delle Farc, la cocaina entra a tonnellate a Gioia Tauro, oppure via Spagna e Nord Europa.

I Parisi sono nati nel posto che conta all’epoca. E come tanti giovani che aspiravano a una vita migliore, i tre iniziano a muoversi fuori da Natile, verso il nord, costruendo una solida base a Bologna. Città universitaria per eccellenza, è anche il bacino giusto da dove spingere le droghe.

Giuseppe resta in Calabria, e manda i carichi. Francesco fa base a Bologna, Pietro invece dopo la detenzione per l’indagine San Gavino, decide di restare in Sardegna. È qui che costruirà una serie di contatti, anche oltre i Serra, diventando il punto di riferimento per varie famiglie calabresi che, trasferite in Sardegna per stare vicino a familiari detenuti lì, hanno bisogno di contatti sul campo per i propri traffici.

I Parisi hanno una lunga scia di precedenti per traffico di droga. Nel 2001 Pietro Parisi è latitante, ricercato dal Tribunale di Cagliari per l’indagine San Gavino. Viene arrestato a marzo, in Sicilia, assieme ad un trafficante di Bagheria, con ottimi contatti in Francia e Olanda. Ad aprile 2008, da poco scarcerato per San Gavino, viene arrestato in Locride con i fratelli per detenzione e spaccio di sostanza stupefacente. Pietro spicca sugli altri due: è sorvegliato speciale con obbligo di dimora. Nel 2013 viene arrestato nuovamente per traffico di droga a Palermo, e liberato torna a trafficare. Ad aprile 2021 viene arrestato di nuovo in Sardegna, dove collaborava con le cosche di San Luca. A maggio di quest’anno poi viene colpito nuovamente da ordinanza di custodia cautelare in carcere per avere rifornito di droga il mandamento di Brancaccio, a Palermo.

Una vedura aerea di Villacidro - Foto: Elisa Locci/Getty

Una veduta aerea di Villacidro. – Foto: Elisa Locci/Getty

Compari

L’alleanza con Parisi, però, regge. Lo mette nero su bianco, per la prima volta nel 2000, l’operazione San Gavino, condotta dai carabinieri del Ros di Cagliari e da quelli di Villacidro. L’indagine ha origine proprio nel paese del sud Sardegna, snodo del mercato ortofrutticolo per la zona. Da qui le merci partono e qui arrivano. Eppure la cittadina mantiene la sua natura liminale, relegata a un arcipelago di paesi immersi nella campagna tra Sanluri, San Gavino (da cui prende il nome l’operazione dei carabinieri) e Pabillonis.

Pietro Parisi – Originario di Natile, paesino dell’Aspromonte stretto tra Platì e San Luca e figlio di un boss, assieme ai fratelli Giuseppe e Francesco, già dagli anni ‘90 aveva avviato una fiorente attività di narcotraffico per cui è stato arrestato varie volte in 20 anni. Ormai basato in Sardegna, collabora con i Serra ma anche con altri suoi conterranei sull’isola, oltre che rifornire la mafia palermitana.

Ma se la campagna può nasconderti alla polizia, non può fare altrettanto agli occhi dei compaesani. Le voci corrono e all’inizio del 1999 si chiacchiera della nuova ricchezza di Mario Serra – studente fuorisede – e dei suoi amici. Viaggi costosi, auto di lusso e serate nei night club non passano inosservate nemmeno ai carabinieri, che di lì a poco iniziano a monitorare spostamenti e conversazioni del gruppo di sardi.

Nel frattempo, per un’operazione annullata decine di altre vanno a segno, seguendo sempre lo stesso schema: prima gli incontri a Bologna, poi le verifiche sulla merce e il trasporto tramite corrieri fidati che, tra Civitavecchia e Piombino, imbarcano camion carichi di stupefacente alla volta della Sardegna. Il traffico è reso più facile dalla collaborazione di Giuseppe Parisi, fratello di Francesco, ben disposto a portare la droga persino in macchina direttamente dalla Calabria, pur di soddisfare le richieste degli amici villacidresi.

Nella cabina del traghetto il trio parla di quanto ha versato per avere «la bianca» e «la niedda» (nera in sardo, ndr): almeno 265 milioni di lire tra il saldo di una vecchia fornitura, l’anticipo per un carico che verrà e i 200 grammi dai quali mancano «almeno 20 grammi». Ma si tratta di poca roba rispetto alle merci che il gruppo sarebbe in grado di movimentare: dalle intercettazioni i carabinieri arrivano a stimare ripetuti carichi del valore di centinaia di milioni. D’altronde, sia Mario Serra sia i suoi accoliti non sono più dei novizi secondo gli inquirenti e la triangolazione del narcotraffico Natile-Bologna-Campidano sarebbe attivo già almeno dal 1997.

La zona di Villacidro è in realtà, fin dagli anni ‘70, la porta sull’isola per i carichi di eroina provenienti dalla Turchia. Ma erano solamente narcos “indipendenti”, che si rifornivano dalla ‘ndrangheta a Milano. Fino ai primi anni 2000 nessuno era riuscito a creare una piattaforma stabile per il traffico, con tanto di incarichi e relazioni internazionali. Ce l’ha fatta Serra, che negli anni è diventato di casa in Locride, dove i rapporti si stringono sia con gli affari sia con legami familiari – il cosiddetto comparatico, cioè il “diventare compari” (in quanto testimone di nozze o padrino di battesimo) – che suggellano le alleanze più durature nel tempo. È questo il caso con Giuseppe Parisi, legato a Mario Serra per comparatico, secondo informazioni raccolte dai carabinieri. Ma tale confidenza crea anche un presupposto eccezionalmente propizio per Andrea Serra, di due anni più giovane del fratello Mario, al quale presto si affiancherà al vertice dell’organizzazione criminale.

Andrea Serra – È il fratello minore di Mario e uno dei suoi alleati più fidati. Il ruolo di Andrea spicca dopo un primo tentativo delle forze dell’ordine di cogliere in flagranza la banda sardo-calabrese, quando le sue doti di leadership diventano fondamentali per mandare avanti gli “affari di famiglia”. Da allora si muove tra la Sardegna e il Marocco. È legato in particolare a Vincenzo Vitale, padrino di battesimo del figlio.

Il giovane villacidrese, grazie all’amicizia con Parisi, negli anni impara a valutare la qualità dei vari stupefacenti, dimostrando di saper organizzare la logistica dei carichi e della distribuzione sul terreno. È sempre Andrea a tenere le fila dell’organizzazione dopo il luglio del 1999, quando un’incursione dei carabinieri rischia di cogliere con le mani nel sacco Mario Serra e Giuseppe Parisi, durante un incontro nelle campagne di Pabillonis. Da questo momento Andrea Serra diventa il principale interlocutore dei calabresi, addirittura costretti a passare da lui per comunicare con il fratello Mario.

Il paese d’ombre

Oggi, dal carcere di Uta, a mezz’ora da Cagliari, Andrea Serra probabilmente ripensa a tutta la strada che ha fatto, ai successi, alla famiglia lontana. Per uno che si è fatto da solo, nato e cresciuto nel remoto sud-ovest della Sardegna, essere considerato un membro del gotha del narcotraffico internazionale non è scontato.

Eppure lui, stando alle recenti accuse della Direzione distrettuale Aantimafia di Firenze, ci è riuscito. Ha lavorato spalla a spalla con alcune delle famiglie più pericolose della ‘ndrangheta, intessendo rapporti diretti con personaggi del calibro di Francesco “Ciccio” Riitano. Un percorso, quello di Andrea, che è partito da lontano per dipanarsi poi tra Sardegna, Emilia-Romagna, Toscana, Calabria, Marocco, i grandi porti del nord Europa e l’America Latina.

A seguito dell’operazione San Gavino, il 3 luglio 2003, Andrea e Mario Serra vengono condannati in via definitiva per narcotraffico dalla Corte di Appello di Cagliari. Ma dal carcere i due fratelli continuano a tessere rapporti per il traffico di cocaina, e almeno dal 2008 è stato documentato un accordo tra Andrea e la cosca di ‘ndrangheta Gallace di Guardavalle, importante attore sulla scacchiera del narcotraffico internazionale.

A certificare l’asse Guardavalle-Villacidro è l’operazione La notte dei tempi, che dimostra gli stretti rapporti familiari e professionali tra i Serra e Vincenzo Vitale, ‘ndranghetista di alto livello e nipote di Domenico Vitale, che ha scontato ventidue anni di carcere per omicidio plurimo nella faida nota come “Strage di Guardavalle”.

Una veduta dell’Aspromonte.

Foto: Michele Amoruso

Una veduta dell'Aspromonte - Foto: Michele Amoruso
Una veduta dell’Aspromonte – Foto: Michele Amoruso

Guardavalle è un paesino arroccato nel Parco delle Serre, in provincia di Catanzaro. Con un comune sciolto più volte per mafia, è la roccaforte della cosca di ‘ndrangheta Gallace-Novella, per cui il narco Ciccio Riitano trafficava tonnellate di cocaina da Arluno, in provincia di Milano. È proprio da Arluno che, nel 2008, sono partiti 12 chili di cocaina diretti ai Serra in Sardegna, come ha documentato la Squadra Mobile di Cagliari nell’indagine La Notte dei Tempi. Il processo di primo grado è alle prime battute.

Vincenzo Vitale – Originario di Guardavalle, Calabria, è affiliato alla cosca Gallace della ‘ndrangheta. Nipote di Domenico Vitale, è stato catturato nel 2016 per mafia e lavora come narcotrafficante per la cosca. È padrino di battesimo del figlio di Andrea Serra.

Alla famiglia calabrese i Serra vengono introdotti per effetto di un accordo tra le cosche di Guardavalle e quelle della Locride, da cui provengono i Parisi. Ma il legame di Andrea Serra con i Vitale diventerà ancora più stretto, come dimostra il fatto che, nel 2011, è lo stesso Vincenzo a diventare padrino di battesimo del figlio di Andrea Serra.

Mario e Andrea Serra pensano in grande: il primo vive a Rotterdam, da dove secondo gli inquirenti mantiene importanti relazioni con i narcotrafficanti che orbitano intorno al principale porto d’Europa. Il secondo si divide tra il Campidano e il Marocco, Paese d’origine della moglie nel quale, come hanno scoperto IrpiMedia e Indip, ha condotto nel tempo diverse aziende.

I Quattro Mori, costituita nel 2011, e Dimensione Casa, del 2016, sono due società immobiliari liquidate poi nel 2018. La terza invece si occupa di ristorazione e almeno fino a pochi mesi fa gestiva “Dall’Italiano”, uno dei principali ristoranti del lussuoso lungomare di Tangeri. Lo stesso Mario Serra lo consigliava su Facebook: «Un locale diverso dal solito. Italiano al 100%, a partire dagli chef dei vari reparti sino all’utilizzo di prodotti importati di altissima qualità. […] Consiglio? Da provare…..».

Ma a interessare davvero Serra sembrano essere più che altro le relazioni strategiche che può gestire dal più occidentale dei Paesi islamici. Da qui mantiene infatti importanti contatti diretti con fornitori a Santo Domingo e nel Suriname, dove le merci più scottanti sono manovrate appunto da musulmani. «Vi sembrerà strano questo mese di Ramadan: ci sono tanti che lavorano e tanti che non fanno niente, proprio chiudono e per trenta giorni non ne vogliono neanche sentire», spiega Serra nelle intercettazioni: «Perché chi carica, chi vuole fare il lavoro in Suriname sono musulmani».

A rivelare il contenuto di questa conversazione è l’attività di Geppo, un’indagine antidroga della Dda di Firenze che trae origine da un curioso ritrovamento, risalente a maggio del 2017, quando un ignaro insegnante di vela, al largo di Livorno, incappa in un borsone contenente 17 chili di cocaina divisi in panetti. Su questi il marchio della famosa casa automobilistica tedesca Porsche.

La cocaina rinvenuta dall’insegnante di vela e consegnata ai carabinieri di Livorno
La cocaina rinvenuta dall’insegnante di vela e consegnata ai carabinieri di Livorno

Consegnata la sacca alle autorità, non passa più di qualche ora prima che la Capitaneria di porto ritrovi, ormai quasi a riva, cinque borsoni simili al primo e contenenti altri 165 chili di prezioso stupefacente. Niente lascia comunque intuire la provenienza della droga, ma all’esame dei borsoni le autorità deducono che il carico è finito contro l’elica di una nave. E non sbagliano. Ma facciamo un passo indietro.

Francesco “Ciccio” Riitano – Narcotrafficante di professione, è originario di Guardavalle ed è stato il narco di punta della cosca Gallace. Ha lavorato fianco a fianco con Mario Palamara di Africo, ad oggi ancora latitante, rifornendo di tonnellate di cocaina una serie di ‘ndrine della Locride. Aveva come base operativa Arluno, in provincia di Milano, ed è poi rimasto nascosto come latitante a Rapallo, in Liguria, fino alla cattura in Sicilia nel 2019.

La striscia di mare

È la sera del 2 maggio 2017. Una barca a vela lascia il porto di Livorno per andare a pesca. A bordo Giuseppina Nieddu, sarda di origine e proprietaria dell’imbarcazione, un narcotrafficante colombiano e un referente della cosca Gallace di Guardavalle. I tre, condotti dallo skipper “Geppo”, che ha dato il nome all’indagine, e da un militare corrotto della capitaneria di porto, affrontano le onde e il mare grosso per condurre la loro missione. Ma non cercano spigole o muggini, quanto piuttosto una zattera galleggiante carica di panetti di cocaina che qualcuno da una portacontainer di passaggio ha lasciato cadere dal ponte in modo che i cinque la trovassero.

Il carico era stato inviato da due abili broker: Francesco “Ciccio” Riitano e Mario “Benito” Palamara, entrambi latitanti e per questo costretti a monitorare da lontano le operazioni di recupero.

Tanto ingegnoso è il piano quanto maldestra è l’esecuzione: un marinaio complice imbarcato sulla portacontainer deve lanciare dal ponte una sorta di zattera galleggiante ricavata dai borsoni legati tra loro, con tanto di boe e luci di segnalazione.

«L’ha buttata, stanno andando al punto per pescarla. Speriamo non se la mangi qualche balena», dice Palamara, che è in contatto telefonico con il marinaio. Ma l’equipaggio a bordo della barca a vela non riesce ad avvistare il carico: «Attendete, lasciategli il tempo di risalire in superficie», ordina Riitano. Ma dopo tre ore di ricerca in mare, al buio e con il vento sferzante che agita il mare, sono costretti ad abortire la missione. I duecento chili di cocaina sono smarriti tra i flutti.

La cocaina rinvenuta dalla Guardia Costiera nei borsoni galleggianti nel mare di Livorno
La cocaina rinvenuta dalla Guardia Costiera nei borsoni galleggianti nel mare di Livorno
La Oceanis 411 con cui i narcos hanno provato a recuperare la cocaina galleggiante nel mare di Livorno
La Oceanis 411 con cui i narcos hanno provato a recuperare la cocaina galleggiante nel mare di Livorno

Un segreto lunghissimo

Passa più di un anno prima che il nucleo investigativo dei carabinieri di Livorno, guidato dal Maggiore Michele Morelli, identifichi i proprietari del carico e tutti i soggetti coinvolti. La svolta arriva quando la polizia olandese condivide con il Ros di Roma 90 mila messaggi di chat di un servizio di messaggistica cifrata usato anche da narcotrafficanti italiani.

Si tratta di PGP Safe, fornito da quattro olandesi che riadattavano telefoni BlackBerry in modo da inviare e ricevere esclusivamente conversazioni cifrate via email attraverso un server in Costa Rica. Decriptato dalla polizia olandese – che ne ha poi arrestato i gestori – il sistema informatico ha rivelato le conversazioni di migliaia di narcotrafficanti e criminali internazionali.

È proprio dall’analisi dei messaggi scambiati tramite PGP Safe che il Ros capisce di avere in mano le risposte al mistero delle centinaia di chili di cocaina “galleggiante” trovati a Livorno. Dall’analisi delle chat emergono due nuovi dati: in primis l’importanza strategica della Toscana – e soprattutto del porto di Livorno – come snodo logistico del narcotraffico, e in secundis un’alleanza stabile della ‘ndrangheta con la criminalità sarda. Una piramide di comando che vede alla base i logisti sardi in Toscana con i narcotrafficanti sardi; a metà i broker calabresi come Riitano e Palamara e in cima i boss delle ‘ndrine di riferimento.

La premiata ditta Riitano e Palamara

Tre indagini (Squadra Mobile di Brescia, carabinieri di Milano e Guardia di Finanza di Venezia) tra il 2015 e il 2019 avevano dimostrato come Riitano e Palamara, seppure legati il primo alla ‘ndrina Gallace e l’altro alla ‘ndrina Morabito di Africo, lavorassero in coppia rifornendo di fiumi di cocaina una serie di cosche di ‘ndrangheta, muovendosi tra il nord Europa, Barcellona, Milano, il Veneto e la Calabria. Per anni i due sembravano imprendibili. Ma a tradire Riitano, a settembre 2019, è stato l’amore per i figli. “Carlino”, come veniva chiamato Riitano, viene scovato quando la figlia lo chiama così in una conversazione captata da una cimice in un’auto. I figli stanno andando in Sicilia a trovare il padre, che ha lasciato la base di Rapallo (in Liguria) dove viveva sotto falsa identità ed è nascosto in un appartamento appositamente per vederli. Ed è lì, a Giardini Naxos, che dopo giorni di appostamento i carabinieri riescono a catturarlo.

Ci sono il comandante Morelli e i suoi a fargli la posta: una sera, tradito dal caldo estremo, esce in balcone. Così cade Riitano, che finirà in galera. Negli anni di latitanza, usava un passaporto a nome Andrea Frascà, che era riuscito ad ottenere alla Questura di Milano usando la carta di identità di un indigente di Guardavalle, a cui aveva sostituito la propria fotografia. Una volta ottenuto il passaporto a nome Frascà, aveva viaggiato indisturbato tra Italia, Nord Europa e perfino America Latina. Palamara, anche lui sicuramente sotto falsa identità, è invece ancora latitante.

Sulle tracce dei due broker, tra i tanti, è stato anche il Gruppo operativo antidroga (Goa) della Guardia di finanza di Catanzaro, che in contemporanea ai carabinieri di Livorno ha portato avanti un’indagine sulla capacità della cosca Gallace di Guardavalle di sfruttare in modo stabile il porto di Livorno per importare cocaina in grandissime quantità dall’America Latina fino anche alla Sardegna.

A rendere strategica la Toscana è prima di tutto la presenza di Domenico Vitale che all’epoca dei fatti abita a Volterra, dove aveva precedentemente scontato una lunga pena. Socio di Riitano – essendo affiliati alla stessa cosca – è lui a procurare i contatti con i logisti sardi della Maremma. In particolare quello di Robertino Dessì, pastore di origine sarda e proprietario di un’azienda agricola nelle campagne del livornese, che diventerà appoggio logistico per stoccare la cocaina dei Serra. “La Mandra” – parola che indica il recinto per il bestiame – è anche il luogo dove verrà organizzato il recupero della zattera di cocaina a maggio 2017.

È sempre Dessì infatti a procurare il contatto di Giuseppina Nieddu, armatrice di barche a vela e dal 2012 trasferita in Toscana, che propone la sua flotta per trasportare grandi carichi di cocaina dal Suriname e da Santo Domingo, dove proprio Andrea Serra avrebbe contatti diretti con i fornitori.

Pietracappa, il monolite più alto d’Europa. Divide San Luca, Platì e Natile di Careri.

Foto: Michele Amoruso
Pietracappa, il monolite più antico d’Europa. Divide San Luca, Platì e Natile di Careri
Pietracappa, il monolite più antico d’Europa. Divide San Luca, Platì e Natile di Careri – Foto: Michele Amoruso

La rete internazionale

Dopo il rinvenimento della cocaina al largo di Livorno, le indagini si concentrano sul gruppo sardo-calabrese. Da qui emerge il peso di Andrea Serra, confermando che a diciassette anni dal primo arresto non solo non ha mai abbandonato il mondo del narcotraffico ma che anzi ci è cresciuto dentro.

Lo testimoniano gli stretti rapporti di Serra con la Calabria, i frequenti contatti con Vincenzo Vitale e una serie di viaggi che il sardo farà, assieme al fratello Mario, tra la primavera e l’autunno del 2019 proprio a Guardavalle. Le indagini rivelano una nuova trattativa, volta a importare dal Suriname 400 chili per volta di cocaina, più altre centinaia da Santo Domingo. Il trasporto dovrebbe essere organizzato utilizzando le barche di Giuseppina Nieddu.

A Santo Domingo ci sarebbe già una barca a vela con una tonnellata a bordo, e bisognerebbe solo inviare un equipaggio abile. La Nieddu però non è convinta, vuole sapere chi sono i «proprietari», cioè i responsabili del carico. Lo rivela un’intercettazione ambientale di maggio 2019, quando Serra incontra Dessì e Nieddu in un bar di Livorno. Qui racconta di essere stato in Marocco con la famiglia, per poi partire d’urgenza alla volta dell’Olanda perché «è arrivato il carico» (di cocaina, ndr). «Mi mandano un messaggio: vieni subito in Olanda, è arrivato il carico – spiega – ho lasciato moglie e figlio e sono partito subito».

Mentre non è chiaro se i Serra abbiano avviato in Marocco anche relazioni utili al narcotraffico (anche se Andrea parla di traffico di droga proprio con il Marocco), dall’indagine Geppo emerge certamente una relazione con narcotrafficanti marocchini in Olanda.

«Che ci fate voi sardi con la gente del Suriname?», chiede Nieddu. Così Serra spiega che i surinamesi lavorano per i marocchini, i quali controllano i porti del Nord Europa: «Hanno in mano loro lo scarico» e racconta come ormai loro (i Serra) ne abbiano ottenuto la fiducia. «Noi siamo partiti così, quasi per gioco si può dire, ci hanno dato fiducia, hanno visto che noi siamo responsabili degli impegni che prendiamo e ci hanno dato in mano tre milioni di euro (il valore della cocaina, ndr) in mano così».

Il 10 giugno Andrea Serra torna nuovamente in Olanda, ad Amsterdam. Il Ramadan è finito ed è ora di organizzare. Le acque evidentemente si smuovono ed è il momento di coinvolgere la ‘ndrangheta, così il 19 luglio i due fratelli Serra vanno a trovare i Vitale in Calabria.

Domenico Vitale – Originario di Guardavalle, Calabria, e affiliato alla cosca Gallace della ‘ndrangheta, Vitale è stato condannato per omicidio plurimo e ha scontato 22 anni di carcere a Volterra, dove è poi rimasto a vivere. È zio di Vincenzo Vitale.

Entrando nell’auto dei Vitale, Andrea Serra sbotta: «Un casino dappertutto sta diventando, un casino dappertutto sta diventando eh, non scherzo», ma Vincenzo Vitale gli fa immediatamente cenno di non parlare, mimando con i gesti che nella sua auto potrebbero esserci microspie. Ha ragione: le fiamme gialle hanno già piazzato sia cimici che telecamere nell’auto. E così, pur non riuscendo ad ascoltarli, gli inquirenti hanno le prove dell’incontro tra i sardi e gli ‘ndranghetisti. E qualcosa viene certamente deciso in quell’occasione, perché subito dopo Andrea Serra va ad Amsterdam, «verosimile preludio», secondo gli inquirenti «di una nuova serie di consegne di droga».

Nel frattempo Domenico Vitale sale a Rapallo a incontrare il latitante Ciccio Riitano proprio per discutere di un nuovo carico di cocaina. Pochi giorni dopo in Toscana, Vitale incontra Robertino Dessì, evidenziando così l’interesse dei calabresi per l’affare dell’importazione tramite barche a vela. Dessì però suggerisce di escludere la Nieddu, perché è troppo impaziente e insistente. E alla fine anche lui se ne chiama fuori: preferisce «tenere il pescato», ovvero continuare con traffici minori a cui è più abituato.

Mario Serra

I traffici, comunque, continuano. Il 2 ottobre 2019 i sardi, pedinati dagli agenti del Gruppo operativo antidroga di Catanzaro, incontrano uno dei boss di Guardavalle, Cosimo Damiano Gallace. Da un mese è stato arrestato Riitano, e ci sono probabilmente strategie e nuovi equilibri da discutere, soprattutto rispetto agli approvvigionamenti di cocaina dall’America Latina e ai rapporti con chi controlla i porti del Nord Europa. Come quello di Rotterdam, dove vive Mario Serra, che può contare su contatti strategici con marocchini al porto per l’ingresso di grandi quantitativi di cocaina.

I due sono abbastanza cauti da utilizzare telefoni cifrati, forniti dai calabresi, così i finanzieri non riescono a intercettarne le conversazioni. Tuttavia seguono i loro spostamenti tra Guardavalle e la Locride, subito prima di ripartire per il Marocco, dove vive Andrea.

Il 24 marzo 2021 il Gip del Tribunale di Firenze Sara Farini firma un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Francesco Riitano e degli altri broker calabresi, Domenico Vitale, Andrea Serra, Roberto Dessì, Giuseppina Nieddu e i corrieri sardi. Le accuse sono di associazione a delinquere con il fine di agevolare la ‘ndrangheta e narcotraffico internazionale. Il processo deve ancora iniziare. Dessì, Nieddu, Mario e Andrea Serra non hanno risposto alla richiesta di un commento. Non è stato possibile rintracciare Pietro Parisi.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

Editing

Giulio Rubino

In partnership con

Illustrazioni

Foto

Michele Amoruso

Mappe

Lorenzo Bodrero