La marea delle consulenze per le riforme dei Pnrr europei

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La marea delle consulenze per le riforme dei Pnrr europei

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

Amarzo 2021, il premier Mario Draghi ingaggia la società di consulenza McKinsey nell’ambito della redazione del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) nazionale stipulando un contratto da 25.000 euro. Lo stesso giorno, il Ministero delle finanze italiano pubblica una dichiarazione per chiarire che McKinsey «non è coinvolta nella definizione dei progetti del Pnrr», ma che questi sono saldamente in mano alle amministrazioni pubbliche competenti. Due giorni dopo però, Domani svelava che il contratto con McKinsey era da 30.000 euro e che «prevedeva l’attività di confronto con gli altri piani europei e anche di project management e di monitoraggio sull’avanzamento dei progetti».

Si tratta di una piccola voce di spesa, praticamente una nota a margine a confronto dell’enorme budget del più grande piano di investimenti pubblici in Europa dai tempi del Piano Marshall, eppure il coinvolgimento di società come McKinsey è significativo, e problematico.

Il ricorso alle grandi società di consulenza internazionali che offrono assistenza ad aziende e pubbliche amministrazioni, come McKinsey, è infatti una pratica sempre più diffusa sia in Italia sia in Europa. A queste vengono appaltati continuamente servizi che le amministrazioni pubbliche sarebbero in grado di svolgere da sole con le proprie competenze interne.

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L’attività di confronto tra i piani europei che McKinsey ha fatto per l’Italia infatti, poteva essere svolta gratuitamente dalla Commissione. Il regolamento sul Recovery and Resilience Fund (RRF) prevede infatti che: «Nel preparare i loro piani di ripresa e di resilienza, gli Stati membri possono chiedere alla Commissione di organizzare uno scambio di buone pratiche per consentire agli Stati membri richiedenti di beneficiare dell’esperienza di altri Stati membri». In altre parole: se il governo italiano era interessato a sapere cosa stavano facendo gli altri Paesi, avrebbe potuto inviare una richiesta gratuita a Bruxelles.

Come sottolinea la Federazione sindacale europea dei servizi pubblici (Epsu), nel suo ultimo report pubblicato il 5 ottobre, a partire dagli anni ‘70 le funzioni della pubblica amministrazione sono state sempre più esternalizzate al settore privato. In particolare, nell’ultimo ventennio la delega di funzioni governative è aumentata notevolmente, allargandosi a nuovi settori come la sanità e il welfare, nella convinzione che le aziende e le istituzioni pubbliche debbano dedicarsi solo alle loro attività principali e delegare gli altri compiti a società “specializzate” del settore privato, inclusa la stesura di testi di legge e di contratti pubblici, l’elaborazione di politiche e la dislocazione di dipendenti pubblici.

Società come McKinsey, sottolinea il report dell’Epsu, non solo sono fortemente coinvolte nelle funzioni di base della pubblica amministrazione, ma spingono anche per ristrutturazioni del settore pubblico tramite tagli al personale che crea ancora più domanda per consulenti esterni.

Il Segretario generale dell’Epsu Jan Willem Goudriaan parla di una vera e propria «cultura della consulenza», dove il ricorso ai consulenti esterni si autoalimenta. Tra il 2017 e il 2020 la Commissione europea, per esempio, avrebbe stipulato 8.009 contratti con consulenti esterni – non solo con società di consulenza – per un valore complessivo di 2,7 miliardi di euro, di cui 462 milioni di euro solo per le grandi società di consulenza.

Il rischio è che la Commissione sempre secondo Goudriaan stia finanziando «la sua stessa distruzione», con un impatto negativo «sulla [sua] capacità di prendere decisioni nell’interesse pubblico».

Recovery Files

Questa è la quinta uscita di Recovery Files, un progetto di ricerca paneuropeo che indaga le spese dei fondi di ripresa e resilienza nei mesi a venire. Il progetto è coordinato da Follow the Money, piattaforma di giornalismo olandese.

Il progetto d’inchiesta è importante non solo in termini di quantità di investimenti pubblici – circa 725 miliardi di euro – ma anche per il modo in cui questa enorme quantità di denaro verrà spesa.

IrpiMedia lavora al progetto insieme al resto del team di Recovery Files:

Ada Homolova, Follow the Money, Olanda
Adrien Senecat, Le Monde, Francia
Ante Pavić, Oštro, Croazia
Attila Biro, Context Investigative Reporting Project Romania, Romania
Beatriz Jimenez, Grupo Merca2, Spagna
Carlotta Indiano, IrpiMedia, Italia
Francesca Cicculli, IrpiMedia, Italia
Emilia Garcia Morales, Grupo Merca2, Spagna
Giulio Rubino, IrpiMedia, Italia
Hans-Martin Tillack, Die Welt, Germania
Janine Louloudi, Reporters United, Grecia
Karin Kőváry Sólymos, Investigatívne centrum Ján Kuciak, Slovacchia
Lars Bové, De Tijd, Belgio
Lise Witteman, Follow the Money, Olanda
Marcos Garcia Rey, Grupo Merca2, Spagna
Matej Zwitter, Oštro, Slovenia
Roberta Spiteri, Daphne Foundation, Malta
Steven Vanden Bussche, Apache, Belgio

La cultura della consulenza nel post pandemia

Tra i principali consulenti della Commissione europea ci sono le “Big Four”: Deloitte, Ernst & Young, KPMG, e PricewaterhouseCoopers (PwC). Queste quattro società di revisione e consulenza finanziaria si spartiscono il mercato mondiale. I loro nomi appaiono frequentemente in inchieste come Open Lux, dove sono accusate di aver aiutato alcune multinazionali a ottenere regimi fiscali agevolati grazie ad accordi con le autorità del Lussemburgo. In questo modo, hanno fatto perdere miliardi di entrate di tasse dovute ai governi nazionali dei Paesi dove le multinazionali in questione operano.

Il ruolo delle “Big Four” nei processi politici fondamentali dell’Ue solleva importanti preoccupazioni su potenziali conflitti di interessi. Un’indagine del 2018 dell’Osservatorio Corporate Europe ha mostrato come le grandi società di consulenza siano attive in potenti gruppi di lobby che cercano di influenzare la politica dell’Ue in materia di evasione fiscale, tra cui l’European Business Initiative on Taxation (EBIT) e l’European Contact Group (ECG). Le stesse spingono inoltre per l’approvazione di accordi di pianificazione fiscale che, secondo il Tax Justice Network non sono altro che «sistemi di evasione fiscale su larga scala» a favore delle multinazionali. Eppure, PwC, Deloitte e KPMG hanno ottenuto dalla Commissione più di 10 milioni di euro per consulenze in tema fiscale e doganale.

Nonostante l’aumento dei fondi destinati alle società di consulenza, un report del 2022 della Corte dei conti segnala che «la Commissione non dispone di informazioni accurate sul volume e sul tipo di servizi dei consulenti esterni di cui si avvale (…) e non gestisce il ricorso a consulenti esterni in modo da assicurare pienamente un rapporto costi-benefici ottimale». La Corte aggiunge che: «Il ricorso a consulenti ha inoltre comportato potenziali rischi di eccessiva dipendenza, di vantaggio competitivo, di concentrazione dei prestatori e di conflitti di interesse». Durante le sue indagini, la Corte ha inoltre rilevato quattro casi in cui «sebbene fossero state organizzate regolarmente procedure di appalto aperte, i medesimi prestatori si sono aggiudicati appalti consecutivi per diversi anni» riscontrando una specie di dipendenza, da parte della Commissione, dai consulenti esterni.

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Una spinta al ricorso a consulenze esterne si è registrata soprattutto dopo l’istituzione del Structural Reform Support Programme (SRSP), fondo creato nel 2017 per offrire assistenza tecnica agli Stati membri per ideare e implementare le riforme strutturali, quelle riforme che modificano il quadro normativo, economico e istituzionale di un Paese, le cosiddette “regole del gioco”. Le riforme strutturali sono fondamentali per incoraggiare gli investimenti, stimolare la crescita e la creazione di posti di lavoro, anche attraverso l’assistenza nell’uso dei fondi dell’Unione. Il sostegno nell’ambito del programma SRSP è fornito dalla Commissione, su richiesta di uno Stato membro, e può riguardare un’ampia gamma di settori.

Il budget dedicato alle consulenze esterne è aumentato con l’istituzione nel 2021 del Tecnical Support Instrument (SST), fondo nato per mitigare le conseguenze sociali ed economiche nate dalla pandemia e utilizzato per la gran parte per sostenere le riforme interne che gli Stati membri devono implementare per spendere i soldi del Recovery Fund. Nel 2021 i soldi spesi dalla Commissione per le consulenze esterne ammonta a 51,5 milioni di euro.

«Il Fondo per la ripresa e la resilienza offre un sostegno senza precedenti alle riforme e agli investimenti degli Stati membri, ma rappresenterà una sfida amministrativa enorme, una sfida che richiede forti capacità di gestione dei progetti e una solida capacità amministrativa», ha dichiarato al Parlamento europeo Mariya Gabriel, commissaria europea per l’innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e la gioventù nel gennaio 2021, per presentare l’SST, creato appunto per «sfruttare al meglio il Fondo di ripresa e resilienza».

Lo Stato europeo che vuole richiedere assistenza tecnica deve fare richiesta alla Commissione che poi approva, tramite la Direzione generale per il sostegno alle riforme strutturali (DG REFORM), il ricorso alla consulenza esterna.

Secondo la Commissione europea interrogata dal team di Recovery Files in merito all’attività di questo strumento, circa il 60% delle richieste approvate nell’ambito della prima fase del programma erano legate all’attuazione di piani nazionali di ripresa e resilienza.

Le riforme per l’Italia firmate dalla società accusata di cattiva condotta

Il caso della consulenza appaltata a McKinsey è sicuramente il più noto, ma non è l’unico in Italia attorno al Pnrr.

Deloitte Consulting and Advisory e KPMG Advisory Spa continuano tutt’oggi a offrire assistenza al nostro Paese sull’applicazione del piano europeo.

KPMG Advisory Spa, società di consulenza con sede a Milano, ha stipulato infatti undici contratti con la Commissione europea per fornire supporto tecnico alle pubbliche amministrazioni italiane su altrettante riforme comprese nel Pnrr. Lo ha verificato IrpiMedia, assieme al team di Recovery Files, consultando il Financial Transparency System europeo, una sorta di registro finanziario dell’Unione europea, dove risulta che KPMG ha firmato contratti dal valore di 3,24 milioni di euro per le consulenze fornite all’Italia.

Il dato, però, non trova corrispondenze sul sito del Technical Support Instrument, dove è riportato solo uno degli undici contratti in questione, solo quello per la riforma “Data drive approaches to tax evasion risk analysis”.

I conti non tornano quindi e su diversi siti che la Commissione dedica alla trasparenza delle sue spese appaiono dati molto diversi. Recovery Files ha chiesto alla Commissione di spiegare come mai il sito dell’SST non riportasse gli stessi dati del Financial Transparency System, ma non ha risposto sulla questione.

I contratti con KPMG sono stati stipulati tra gennaio e giugno del 2021, eppure solo un mese dopo la percezione della Commissione nei confronti della società sembra essere cambiata. Il 13 luglio 2021, infatti, KPMG viene inserita nella black list delle società che non possono ricevere fondi europei fino al 14 gennaio 2023. Il motivo della sanzione è uno: «Grave scorrettezza professionale», che secondo l’articolo 136 del regolamento finanziario dell’Unione europea, potrebbe essere una «violazione dei diritti di proprietà intellettuale» o addirittura il «tentativo di ottenere informazioni riservate che possano conferire vantaggi indebiti nella procedura di aggiudicazione».

Recovery Files ha chiesto alla Commissione di spiegare quale sia stata la grave scorrettezza e che conseguenze abbia avuto la procedura di esclusione della società sui contratti in corso. Alla prima domanda non abbiamo ricevuto risposta, ma l’ente europeo ha commentato che «considerati i rischi rispetto alla protezione degli interessi finanziari, l’Unione ha deciso di portare avanti i contratti in corso per garantire la business continuity. La Commissione ha inoltre chiarito che dopo luglio 2021 non ha stipulato nessun altro contratto con la società, che comunque continuerà a lavorare sui progetti fino al 2023, anno di scadenza dei contratti già firmati, perché l’inserimento di una società nella lista nera non ha effetti retroattivi».

A settembre 2021 la società milanese ha presentato un ricorso contro l’istituzione europea chiedendo di annullare la decisione perché illegittima secondo i regolamenti finanziari dell’Unione.

Sulla questione abbiamo interrogato le istituzioni italiane che hanno ricevuto una consulenza da KPMG. Di queste, solo l’Agenzia delle entrate, che ha avuto assistenza per la riforma “Data drive approaches to tax evasion risk analysis”, ha risposto che «non ha avuto alcun ruolo nella procedura di selezione e contrattualizzazione del support provider né è intervenuta nelle procedure di controllo successivamente svolte».

Anche il Dipartimento italiano per le politiche di coesione, il punto di contatto nazionale con il Dg Reform per il Sostegno alle riforme strutturali, nega qualsiasi responsabilità del governo italiano e delle varie amministrazioni nella scelta del consulente e nelle fasi di controllo. Alla nostra richiesta di visionare i contratti firmati da KPMG per la consulenza all’Italia il Dipartimento per la Coesione ha interrogato la DG Reform, che però ha risposto negativamente.

KPMG ha risposto che preferisce non commentare l’intera vicenda. Nel frattempo sul suo sito è possibile scaricare gratuitamente «la nuova guida al Pnrr» stilata in partnership con la​​ sorella Wolters Kluwer e messa a disposizione per aiutare pubbliche amministrazioni e aziende «a orientarsi tra i provvedimenti in attuazione del Pnrr e le numerose Riforme e Missioni in cui si articola». La società, quindi, offre consulenza anche alle imprese italiane che vogliono accedere ai fondi del Pnrr.

Conflitti di interesse: il caso spagnolo

Il ricorso a società di consulenza esterne ha aperto la porta a potenziali conflitti di interesse in alcuni Paesi, come hanno dimostrato le ricerche della squadra di Recovery Files.

A gennaio 2021, l’Istituto per la diversificazione e il risparmio energetico (Idae), filiale del Ministero per la transizione ecologica spagnolo, ha assegnato a Deloitte España SL un contratto del valore di 280.000 euro per «tutti i compiti relativi alla preparazione e alla giustificazione delle proposte energetiche del Piano di recupero, trasformazione e resilienza», il Piano di ripresa spagnolo.

L’appalto è stato assegnato senza rispettare l’obbligo di pubblicità, possibilità prevista dalle semplificazioni derivate dalla pandemia. Ma il governo spagnolo non è stato l’unico cliente di Deloitte in quel periodo. La compagnia petrolifera spagnola Cepsa ha assunto infatti la società di consulenza per aiutarla ad acquisire sovvenzioni dal fondo di ripresa.

Deloitte, inoltre, è coinvolta nella preparazione annuale dello Studio macroeconomico dell’impatto del settore eolico. Il suo cliente per questo lavoro è l’Associazione delle imprese dell’energia eolica, che riunisce le principali aziende del settore, comprese le grandi società elettriche. Inoltre, ha un chiaro impegno commerciale nella consulenza in settori come l’idrogeno verde, che è uno dei progetti strategici del Piano nazionale spagnolo.

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L’agenzia governativa spagnola ha quindi assunto Deloitte per contribuire alla stesura del capitolo sull’energia del suo piano di rilancio, mentre questa faceva da consulente a numerose aziende energetiche.

Il team spagnolo di Recovery Files ha chiesto un commento sia all’agenzia governativa Idae sia a Deloitte, che ha risposto: «In relazione alla vostra richiesta, noi di Deloitte non rilasciamo mai dichiarazioni sui contratti, i potenziali clienti o altre organizzazioni». Da parte sua, l’Idae ha invece dichiarato che il piano spagnolo è stato «redatto interamente dal personale del Segretario di Stato per l’energia, in particolare dal personale dell’Idae». Un portavoce ha aggiunto: «Questa società [Deloitte] non ha partecipato alla stesura del Prtr ma ha fornito assistenza tecnica nella compilazione delle informazioni» poi inserite nel Piano spagnolo.

Sui rischi di conflitti di interesse nei contratti di consulenza stipulati dalla Commissione, la Corte dei conti europea ha confermato che la Commissione non fa abbastanza per evitarli. In particolare: non viene analizzato se l’attività dei consulenti esterni sia in conflitto con i contratti conclusi con la Commissione, né se i servizi dei consulenti esterni entrino in conflitto tra loro e nemmeno se i consulenti esterni che forniscono servizi a diversi clienti (all’interno o all’esterno della Commissione) abbiano interessi contrastanti relativi a incarichi strettamente correlati.

Per la Corte, i conflitti di interesse possono inoltre insorgere dal fenomeno delle “porte girevoli”, ovvero quando un funzionario europeo lascia l’incarico pubblico per assumere incarichi esterni (ad esempio nel settore privato) o, al contrario, se una persona impiegata nel privato viene assunto dalla Commissione. Tali conflitti di interesse potrebbero comportare un uso improprio dell’accesso a informazioni riservate, ad esempio, quando ex funzionari della Commissione utilizzano le proprie conoscenze e i propri contatti per svolgere attività di lobbying nell’interesse dei datori di lavoro o dei clienti esterni.

È il caso della Grecia e dell’ingegnere Paris Bayias. Ex membro del team di redazione del Piano di ripresa e resilienza greco, Bayias dal settembre 2022 è direttore della società di consulenza PwC Grecia, come dichiarato sul suo profilo LinkedIn. Lo stesso, dall’aprile 2018 all’ottobre 2020, ha lavorato come «esperto chiave IT/Senior Project Manager» presso la direzione generale della Commissione europea per il sostegno alle riforme strutturali (Dg Reform), il dipartimento che, come già spiegato, firma i contratti con le società come PwC per realizzare il sostegno alle riforme nell’ambito del programma STI.

Sempre su LinkedIn, Bayias ha dichiarato di essere stato, tra l’ottobre 2020 e l’agosto 2022, il «team leader di PwC Grecia per la formulazione dei progetti di trasformazione digitale del piano greco di ripresa e resilienza e membro del team di redazione del Piano (2020-2021)».

Follow the Money ha chiesto alla Commissione come abbia gestito il rischio di conflitto di interessi in questo caso. «In base alle condizioni generali che regolano i contratti di servizio, i contraenti hanno la responsabilità di garantire la riservatezza delle informazioni», ha risposto un portavoce. Bayias invece ha affermato che non è «assolutamente» vero che il passaggio a PwC subito dopo la sua consulenza per la Dg Reform costituisca un conflitto di interessi, perché mentre lavorava per la Dg Reform non ha avuto alcun coinvolgimento nei contratti firmati tra questa e PwC.

Intervistato da Follow The Money, Kenneth Haar, campaigner per il Corporate Europe Observatory, centro di ricerca sul ruolo delle lobby e delle corporation in Europa, ha commentato dicendo che «il caso greco mostra un’esternalizzazione di grandi decisioni politiche che lascia a bocca aperta, ma con un programma così vasto come il Piano di ripresa è inevitabile il coinvolgimento delle quattro più grandi società di consulenza». Allo stesso tempo, per il ricercatore «è oltraggioso vedere come la Commissione si affidi a poche grandi società di consulenza per fornire supporto ai programmi di ripresa». Il coinvolgimento di queste società crea una «marea di conflitti di interesse», la maggior parte dei quali a favore dei loro clienti e non dell’interesse pubblico.

CREDITI

Autori

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

Il marchio McKinsey e, sullo sfondo, il Palazzo dell’Eliseo, residenza ufficiale del Presidente della repubblica francese
(Lionel Bonaventure/Getty)

La trasparenza a fasi alterne del Recovery Fund

#RecoveryFiles

La trasparenza a fasi alterne del Recovery Fund

Giulio Rubino

Sono già passati oltre due mesi da quando, il 13 aprile scorso, sono arrivati in Italia i primi 21 miliardi del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). «Complimenti all’Italia», twittava Ursula Von der Leyen annunciando l’approvazione del passaggio.

Già un mese dopo, su Italia Domani – portale del governo che raccoglie dati, bandi e notizie sul Pnrr- veniva pubblicato un primo file di progetti finanziati, corredato dai beneficiari, gli attuatori e i programmatori dei progetti. Il file riporta la data 31/12/2021. Da allora in poi non ci sono più stati aggiornamenti.

I dati, almeno in parte, ci sono. Ma provare a leggerli si rivela presto un’impresa più difficile del previsto. Infatti i dati contenuti sui file di Italia Domani contengono solo una parziale assegnazione di fondi relativi alla “Missione 1”, quella sulla digitalizzazione del paese, e anche ad una ripetuta lettura offrono forse più domande che risposte.

Sarà forse per questo che queste prime erogazioni, nonostante l’enorme quantità di soldi arrivati, non hanno fatto clamore più di tanto. Ci si aspettava forse qualche cerimonia, magari una posa della prima pietra, una bella foto con le alte cariche dello stato, qualcosa da mettere sulle prime pagine insomma.La guerra in Ucraina ha certamente spostato l’attenzione altrove, e dopo di essa, la conseguente crisi energetica, il caro bollette, l’economia ancora a pezzi, poi di nuovo il cambiamento climatico e la siccità di queste settimane. Eppure il Pnrr, con i suoi 191,5 miliardi di euro, sarebbe lo strumento economico (e politico) messo in piedi esattamente per affrontare i problemi appena elencati, anche quelli che non erano previsti all’inizio, del resto significa proprio questo “resilienza”.

Sorprende quindi, specie a chi abbia seguito il dibattito energetico, che la prima risposta a una carenza di combustibili fossili dalla Russia sia di cercare quanti più possibili combustibili fossili altrove (l’ultimo accordo raggiunto è del 21 aprile scorso con la Repubblica Democratica del Congo, per 5 miliardi di metri cubi di gas all’anno), che dei famosi e famigerati progetti per idrogeno verde, metano sintetico e alternative assortite non si parli più e che non sia stata ancora annunciata neanche una di queste iniziative verdi che i fondi del Pnrr dovrebbero sostenere per circa 80 miliardi, il 40% del totale.

Eppure, ci assicurano i colleghi del team di #RecoveryFiles – progetto di inchiesta guidato dalla testata olandese Follow The Money, che coinvolge oltre 35 giornalisti da 20 paesi europei – in Italia dovremmo ritenerci fortunati.

Stavolta infatti il blocco alla trasparenza, nonché una gigantesca confusione su come i fondi saranno rendicontati, nasce all’origine, direttamente in quei negoziati pre-approvazione del fondo fra la Commissione Europea, il Parlamento e il Consiglio d’Europa che già abbiamo provato a raccontarvi, e su cui vige il massimo riserbo.

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Recovery Files

Questa è la terza uscita di Recovery Files, un progetto di ricerca paneuropeo che indagherà le spese dei fondi di ripresa e resilienza nei mesi a venire. Il progetto è coordinato da Follow the Money, piattaforma di giornalismo olandese. Tutte le inchieste di recovery files sono raccolte qui

Il progetto d’inchiesta è importante non solo in termini di quantità di investimenti pubblici – circa 725 miliardi di euro- ma anche per il preoccupante mancato coinvolgimento dei parlamenti nazionali. Il modo in cui questa enorme quantità di denaro verrà spesa è ovviamente una materia di interesse pubblico per i cittadini di tutta Europa.

 

Nessun accordo sulla trasparenza

Quando lo scorso febbraio i colleghi di Follow the Money sono andati a intervistare Celine Gauer, alto funzionario della commissione a capo della task force sul Pnrr europeo, non è mancato un momento di reciproco imbarazzo alle nostre domande sulla trasparenza del piano. «Semplicemente non abbiamo mai raggiunto un accordo sui fondamenti legali per la pubblicazione dei beneficiari del fondo di ripresa post-coronavirus – ha risposto -. Quindi [i nomi dei beneficiari n.d.r ] potrebbero come non potrebbero essere pubblicati, ma non fa parte degli accordi presi». La premura dei giornalisti di avere a disposizione dati completi e trasparenti sui beneficiari del Pnrr sembra cogliere Celine Gauer di sorpresa: «Davvero non capisco che tipo di aiuto sarebbe avere una lista di tutti i proprietari di casa che stiano facendo ristrutturazioni», risponde.

Eppure, oramai da almeno una decade, è noto come attorno ai fondi provenienti da Bruxelles ci sia sempre pronta una ondata di avvoltoi pronti a mettere le mani su quello che, secondo il ricercatore ungherese Mihaly Fazekas che da anni fa ricerca su questo tema, è percepito spesso come “denaro gratis”. Secondo i suoi report, infatti, il rischio di frode e corruzione è significativamente maggiore quando si parla di fondi europei piuttosto che fondi nazionali: «Ci si aspetterebbe che il Pnrr affronti questi rischi con un livello maggiore di controlli – ha commentato – ma non è andata così. Nessun tipo di requisito aggiuntivo è stato introdotto per i processi di appalto dei progetti».

E dire che in un primo momento la trasparenza sembrava far parte alla radice delle modalità di gestione previste per questo gigantesco fondo. Già a settembre 2020 il presidente francese Emmanuel Macron aveva dichiarato che «tutti i pacchetti di stimoli all’economia dovrebbero essere disponibili in forma aperta, così che i cittadini possano tracciare il denaro e per prevenire sprechi e corruzione».

È quindi abbastanza incredibile che, dati questi presupposti, oltre che l’acceso dibattito politico che c’è stato in questi anni sui rischi connessi a questo fondo, non sia stato aggiunto alcun obbligo di pubblicazione di dati standardizzati a livello europeo. Se all’inizio “trasparenza” era la parola chiave per allontanare lo spettro della corruzione, oggi sembra essere diventato un sinonimo di inutile sovrabbondanza di dettagli.

Certamente, tornando allo stupore di Gauer per l’interesse dei giornalisti, i nomi dei “committenti” dei vari lavori di ristrutturazione con bonus del 110% (l’unico aspetto forse del Pnrr che già è arrivato alle orecchie di tutti gli italiani, in complicate e tediosissime riunioni di condominio) non sono poi così utili, ma a chiunque segua operazioni antimafia in italia sa benissimo che forse la lista delle ditte che beneficeranno di questo bonus è di gran lunga più interessante.L’ultima relazione della Direzione investigativa antimafia (DIA) infatti solleva l’allarme proprio su questo aspetto, segnalando la necessità di controlli rispetto «le mire della criminalità organizzata che potrebbe essere attirata dall’imponenza di tali flussi di denaro». 

Il problema, per quanto spesso l’Europa scelga di chiudere entrambi gli occhi di fronte al problema delle mafie, non è esclusivo al nostro paese: «I sodalizi del vibonese» scrive sempre la DIA, «negli anni, sono stati in grado di realizzare enormi guadagni attraverso complesse attività di riciclaggio e truffe, oltre ad aver messo piede nel settore agroalimentare distinguendosi per la sottrazione indebita di fondi europei di settore».

«I sodalizi del vibonese» scrive la DIA, «negli anni, sono stati in grado di realizzare enormi guadagni attraverso complesse attività di riciclaggio e truffe, oltre ad aver messo piede nel settore agroalimentare distinguendosi per la sottrazione indebita di fondi europei di settore»

I negoziati

I giornalisti non sono i soli a ritenere che i nomi dei beneficiari dei fondi del Pnrr debbano essere aperti e consultabili: ancora risuonavano gli echi degli applausi di congratulazione reciproca al Parlamento Europeo, due anni fa all’approvazione del progetto, quando già alcuni parlamentari cominciavano a preoccuparsi del rischio di potenziali frodi e corruzione. Tana Foarfă, consigliere del deputato europeo Dragoș Pîslaru dei liberali romeni, spiega che «il nostro obiettivo era di creare un database unico dove tutte le informazioni sui beneficiari andassero a confluire» in modo da facilitare i controlli a tutti i livelli.

Ma il progetto non è mai stato approvato. L’autunno del 2020, nonostante l’alto rischio covid, il Parlamento Europeo, la Commissione e il Consiglio d’Europa erano impegnatissimi in lunghe discussioni su questi temi, ma la Germania in particolare, secondo diverse fonti sentite in queste ricerche, si è opposta con forza alla piena trasparenza. Lo conferma anche Damian Boeselager, parlamentare eu dei verdi tedeschi, che ha preso parte ai negoziati e ci ha dichiarato: «Rappresentanti del governo tedesco erano contrari alla pubblicazione dei nomi dei beneficiari, e anche all’uso di sistemi di database che collegassero tutti i dati». Il governo tedesco non ha risposto alle nostre domande sul perché di tale posizione. Boeselager commenta con amarezza l’intero principio «Si è accettato che “se non guardi le mie carte, io non guarderò le tue”. In pratica si accetta che ci sia corruzione».

La decisione finale è stata presa già alla fine del 2020, in una delle sessioni di dialogo a tre fra Commissione, Parlamento e Stati Membri. A influenzare la posizione della Germania sembra abbia pesato molto la resistenza dei singoli stati della federazione, che mal digerivano l’idea che Berlino potesse metter mano ai loro budget. Anche da parte francese non sono mancate le resistenze, con i suoi i rappresentanti che hanno lamentato l’enorme quantità di dati da raccogliere che poi sarebbero stati disponibili anche alla Commissione. 

Le rimostranze di molti paesi membri in diversi casi hanno sottolineato che la pubblicazione di tutti questi dati avrebbe violato le leggi sulla privacy. Ma almeno per quanto riguarda le persone giuridiche, le aziende per intenderci, non ci sono regole che ne impediscano la pubblicazione. Krzysztof Izdebski della Open Spending EU Coalition, coalizione di ong che promuove una spesa pubblica più trasparente a livello europeo, lo ha ribadito: «Assistiamo a un aumento dei tentativi di usare il GDPR per restringere l’accesso ai dati sui fondi pubblici. Naturalmente sono a favore del GDPR e della necessità di proteggere la privacy dei cittadini, ma non mi pare una giustificazione adeguata per restringere l’accesso ai dati sui fondi». Nel frattempo i fondi stanno cominciando a muoversi, non solo verso l’Italia. Per la precisione, 66 miliardi di euro di finanziamenti e 33 miliardi di prestiti sono già stati erogati. Per il momento, data l’ostinazione di molti paesi membri, resta un mistero in che mani siano finiti. 

Il team di Recovery Files ha provato in tutta Europa a saperne di più. Al momento solo alcuni paesi, come la Slovacchia e la Lituania, sembrano pronti a pubblicare tutti i dati sui beneficiari. La Germania, nonostante l’opposizione ai negoziati, ha continuato a discutere sul tema fino almeno all’anno scorso, secondo le ricerche dei colleghi tedeschi di Die Welt (partner del progetto) sul tema, ma dopo una serie di consultazioni coi vari ministeri, la questione si è chiusa in un nulla di fatto, senza spiegazioni precise. La stessa Francia di Macron, che si era espressa decisamente a favore della piena trasparenza, sembra in difficoltà a offrire dati chiari. Quando Le Monde ha provato a saperne di più, è stato mandato da un sito all’altro, da un ministero all’altro, come il guerriero gallico Asterix degli autori Goscinny-Uderzo ne Le dodici fatiche col lasciapassare A38. 

La risposta finale data dal Ministero dell’Economia francese è che un database unico con tutti i dati non verrà mai prodotto, ma che i dati verranno pubblicati spezzettati dagli almeno 25 dipartimenti coinvolti nell’implementazione del piano. Per il momento, nessuno di questi dipartimenti ha condiviso informazioni con il team di Recovery Files. 

Per le autorità di vigilanza europee le cose non sembrano andare molto meglio. Già l’anno scorso OLAF, l’agenzia anti-corruzione europea, aveva lanciato l’allarme sui rischi connessi alla mancata cooperazione a livello pan-europeo nella raccolta e pubblicazione dei dati sul Pnrr. La Corte dei conti europea, dal canto suo, ci ha detto che «siamo in un terreno incerto rispetto agli aspetti tecnici degli audit sul Pnrr» dice un portavoce. «I paesi membri dovrebbero mandarci i dati, ma a seconda degli specifici argomenti, potremmo dover consultare direttamente diverse autorità a diversi livelli dei governi». 

La complessità senza precedenti del Pnrr sicuramente giustifica alcuni ritardi e imprecisioni. Tanto il contenuto del piano, quanto lo stesso contenitore e i meccanismi che lo rendono possibile sono stati costruiti da zero, con pochissimi esempi simili a cui appoggiarsi. Eppure il valore della trasparenza su questi temi dovrebbe essere, nel nostro continente, un valore acquisito e inviolabile, non solo per ragioni etiche ma anche pratiche e concrete. È infatti un dato fatto acquisito che più le informazioni riguardo un appalto sono trasparenti, meno probabile è che ci sia spreco di risorse. 

La situazione italiana

L’Italia, in questo quadro, ha una posizione ambivalente. L’11 maggio 2022 abbiamo inviato una prima richiesta al governo per sapere se renderanno pubblici i beneficiari del Pnrr. Non siamo i soli a richiedere accesso alle informazioni relative alle sei missioni del Pnrr. Già a metà aprile 2022 Openpolis denunciava una mancanza di trasparenza e una carenza di informazioni sullo stato di avanzamento delle misure. Alcuni dati, finalmente, compaiono su Italia Domani il 13 maggio. Sono quelli a cui accennavamo in apertura, relativi solo ed esclusivamente alle prime assegnazioni di fondi per la Missione 1. Le amministrazioni competenti dei progetti sono il Ministero degli Affari Esteri per la maggior parte, segue il il Ministero della Pubblica Amministrazione, poi ultimo il Ministero del Turismo per un solo beneficiario. 

 Il volume dei dati resta comunque impressionante: si sa al momento di circa 5 mila aziende che prenderanno da un minimo di 100 euro a un massimo di 300 mila. Dalle informazioni presenti sul sito non è chiaro se i beneficiari abbiano già ottenuto una parte dei fondi e a che stato di attuazione siano i progetti. Un altro dato interessante riguarda la coincidenza dei soggetti beneficiari (che affidano il contratto a un soggetto terzo) con i soggetti attuatori (coloro che effettivamente vanno ad attuare il progetto). I soggetti attuatori potrebbero essere gli stessi enti pubblici come i comuni – visto che questi hanno al loro interno uffici per poter attuare le misure – oppure aziende esterne che dovranno essere scelte secondo procedure ancora non precisamente descritte.  

Di fronte a questa confusione abbiamo cercato di farci spiegare dai vari Ministeri coinvolti nella M1 quali fossero i criteri di scelta delle aziende indicate nel file e perché fossero stati pubblicati solamente quei soggetti beneficiari e non tutti gli altri. Le nostre richieste al Ministero degli Affari Esteri e a Palazzo Chigi (a cui fa capo il Dipartimento dell’Innovazione) cadono nel vuoto. Finalmente il 22 giugno, dopo alcuni solleciti telefonici, ci confermano di aver preso visione delle nostre domande di cui però non sono arrivate ancora le risposte. Palazzo Chigi ci rimanda ad «altri uffici competenti» dopo oltre un mese dalla nostra richiesta di accesso ai dati. Dei beneficiari che riguardano le altre missioni, nel frattempo, neanche l’ombra. 

La situazione che sta prendendo forma in Italia sembra, come quella di diversi altri paesi europei, una in cui i dati verranno pubblicati in forma frammentaria e incompleta. In queste condizioni, sarà estremamente difficile per la società civile mettere in pratica le funzioni di controllo e vigilanza indipendente che tanto spesso sono state il più efficace argine contro tentativi di frode.

CREDITI

Autori

Giulio Rubino

In collaborazione con

Carlotta Indiano

Francesca Cicculli

il team di Recovery Files

Editing

Lorenzo Bagnoli

Il PNRR italiano trascura la transizione dell’automotive

#RecoveryFiles

Il PNRR italiano trascura la transizione dell’automotive

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

Le compagnie automobilistiche europee sono tra i maggiori beneficiari del Recovery Fund, il piano di investimenti – 723,8 miliardi di euro – preparato dalla Commissione europea per sostenere le economie degli Stati membri dopo la pandemia. Tra gli obiettivi del Piano quello di accelerare la transizione verde, ma numerosi gruppi lobbistici da mesi lavorano per orientare gli investimenti su attività che contemplino ancora l’utilizzo di combustibili fossili.

Nella primavera del 2020, nei giorni precedenti alla presentazione del Recovery Fund, una delegazione impressionante di produttori di automobili, riuniti nei gruppi lobbistici ACEA e CLEPA, si è riunita per discutere con gli europarlamentari delle misure da adottare per far rinascere il loro settore, dopo i danni economici subiti a causa delle misure anti-Covid.

I Ceo di Fiat Chrysler, Jaguar Land Rover, Scania AB, Volkswagen e molti altri capi del settore avevano calcolato, infatti, che la chiusura delle fabbriche di automobili aveva provocato una perdita di produzione di 2,4 milioni di veicoli, con un calo delle vendite di oltre il 95% nei principali mercati dell’Ue. «Un crollo quasi totale», secondo quanto riferito dal direttore generale dell’ACEA Eric-Mark Huitema a Thierry Breton, commissario europeo per il commercio, e Frans Timmermans, l’uomo del Green Deal.

I leader del mercato automobilistico avevano tutto l’interesse, in quell’occasione, ad assicurarsi gli investimenti del Recovery per rilanciare i propri impianti di produzione. In cambio, l’industria automobilistica europea, che fino a quel momento aveva esitato a impegnarsi nella transizione verde, ha promesso alla Commissione di produrre sempre più veicoli a basse emissioni. «Soluzioni vantaggiose per tutti, che rispondono alle pressanti esigenze ambientali, industriali e sociali», come ha detto Sigrid de Vries, segretario generale della lobby delle forniture automobilistiche CLEPA durante l’incontro.

Eppure, gli stessi produttori che hanno partecipato a questa riunione si sono poi rifiutati di firmare l’accordo per le auto elettriche in occasione del vertice sul clima (COP26) di Glasgow, nel novembre 2021. Volkswagen, Stellantis, Renault e BMW hanno chiesto di considerare tutte le alternative tecnologiche possibili per la transizione dell’automotive. “Neutralità tecnologica” e “carburanti alternativi” sono diventati i cavalli di battaglia per evitare che la Commissione e i governi europei investissero solo nelle auto elettriche e considerassero anche i motori termici esistenti nelle politiche future.

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The Recovery Files

Questa è la seconda uscita di Recovery Files, un progetto di ricerca paneuropeo che indagherà le spese dei fondi di ripresa e resilienza nei mesi a venire. Il progetto è coordinato da Follow the Money, piattaforma di giornalismo olandese.

Il progetto d’inchiesta è importante non solo in termini di quantità di investimenti pubblici – circa 725 miliardi di euro – ma anche per il modo in cui questa enorme quantità di denaro verrà spesa.

IrpiMedia lavora al progetto insieme al resto del team di Recovery Files:

Attila Biro, Rise (Romania)
Atanas Tchobanov, Bird.bg (Bulgaria)
Hans-Martin Tillack, Die Welt (Germania)
Petr Vodsedalek, Denik (Repubblica Ceca)
Anuska Delic/Matej Zwitter, Ostro (Slovenia)
Gabi Horn, Atlatszo (Ungheria)
Marie Charrel, Le Monde (Francia)
Peter Teffer/Remy Koens/Lise Witteman, Follow the Money (Paesi Bassi)
Piotr Maciej Kaczynski, Euractiv.com e Onet.pl (Polonia)
Staffan Dahllöf, DEO.dk (Danimarca/Svezia)

IrpiMedia ha inoltrato diverse richieste FOIA alla Commissione europea scoprendo almeno un centinaio di incontri tra questa e i vari gruppi lobbistici legati all’automotive.

L’ACEA è quella che si è spesa di più per i carburanti alternativi. Nel loro Manifesto 2019-2024, girato alla Commissione a settembre 2019, il gruppo ha chiesto agli europarlamentari di finanziare la transizione verso una mobilità a zero e basse emissioni (ZLEV) sostenendo politiche in grado di provvedere alla mancanza di infrastrutture di ricarica elettrica e di rifornimento di carburanti alternativi in Europa; la produzione e il riciclaggio delle batterie e di garantire una transizione ai ZLEV che non influisca negativamente sull’occupazione nel settore. «Imporre tecnologie specifiche vincola l’innovazione. L’Europa prospererà solo se alle persone verrà offerta più scelta possibile», scrive l’ACEA nel suo Manifesto per giustificare la necessità di guardare oltre l’elettrico che secondo loro, risulterebbe economicamente inaccessibile per molti dei consumatori europei.

Dopo la pubblicazione del Manifesto, ACEA ha continuato a battere sulla necessità di una transizione dell’automotive basata sui combustibili alternativi, tanto da richiedere ancora oggi la modifica della Direttiva sull’Infrastruttura per i Combustibili Alternativi e renderla un regolamento vincolante per tutti gli Stati membri. La Direttiva dovrebbe imporre l’installazione di un milione di punti di ricarica elettrica nel 2024 e tre milioni nel 2029 per autovetture e furgoni, nonché circa 1.000 stazioni di idrogeno entro il 2029, così da facilitare l’aumento delle immatricolazioni dei veicoli elettrici e a carburanti alternativi.

Chiedono infine alla Commissione di esaminare con attenzione i PNRR degli Stati membri e rendere obbligatori gli investimenti per le infrastrutture per i combustibili alternativi. Ma la Commissione, in un primo momento, sembra escludere quest’ultima possibilità. In un incontro online tra Sustainable Transport Forum e il Direttorato generale per il trasporto e la mobilità del 29 aprile 2021, la Commissione dichiara che il Recovery Plan dà priorità ai veicoli elettrici o a zero emissioni e che, seppur non ci sia una esclusione esplicita dei carburanti alternativi, per il principio del “Do Not Significant Harm”, non arrecare danno all’ambiente, è altamente improbabile che questi vengano finanziati dai fondi del Recovery.

Eppure la Commissione europea ha approvato PNRR che includono anche possibili finanziamenti ai combustibili alternativi, come idrogeno o metano sintetico. È il caso del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza italiano che, nella versione in inglese inviata all’Europa, alla missione 2, dedicata alla Rivoluzione verde e alla transizione ecologica, specifica la volontà di «promuovere l’uso di carburanti alternativi e il rinnovo delle flotte sostituendo i veicoli più inquinanti con veicoli a zero e basse emissioni». Per il governo italiano, gli e-fuel sono promettenti per diverse ragioni: è più facile, rispetto all’idrogeno, stoccarli e integrarli nelle infrastrutture esistenti e hanno una maggiore capacità di entrare in diversi mercati (aviazione, navigazione, trasporto merci, riscaldamento edifici e settore petrolchimico). Sempre nel PNRR italiano si legge che «l’idrogeno è una delle opzioni più promettenti per la decarbonizzazione dell’industria, della mobilità, e della produzione di energia e per il riscaldamento domestico».

L’Italia sembra quindi appoggiare il concetto di “neutralità tecnologica” perché necessaria alla transizione ecologica anche del settore dei trasporti. Ma produrre metano sintetico non è così semplice e conveniente.

Il metano sintetico

I carburanti sintetici sono prodotti tramite complessi processi industriali che, in teoria, rispondono a tutte le richieste degli ambientalisti: idrogeno “verde” (prodotto per elettrolisi dell’acqua usando energia elettrica da eolico o solare) che viene mischiato con carbonio (sulla cui provenienza i progetti sono molto vaghi) e sintetizzato in un carburante che i normali motori a combustione interna delle auto possono usare. Ma uno studio pubblicato dal think tank tedesco Agora Verkehrswende, che si impegna a studiare strategie di decarbonizzazione, sostiene che l’efficienza finale di un carburante sintetico, al netto delle molteplici trasformazioni e perdite lungo la catena, sia appena del 13%, contro il 69% delle batterie.

Per quanto riguarda l’elettrico, nel PNRR italiano si fa riferimento solamente all’infrastruttura di ricarica: «L’obiettivo complessivo dell’Italia, necessario a coprire il fabbisogno energetico richiesto dai veicoli elettrici, è di oltre 3,4 milioni di infrastrutture di ricarica al 2030, di cui 32.000 pubblici, veloci e ultraveloci», si legge nel documento. «Il Piano consente di installare 21.355 punti di ricarica pubblici veloci e ultraveloci (ad oggi più lontani dalla competitività economica e per i quali c’è anche una ridotta disponibilità di misure e fondi). In aggiunta viene finanziato lo sviluppo di 40 stazioni di rifornimento per veicoli su ruota a idrogeno e 9 per il trasporto ferroviario».

Nessun riferimento, invece agli investimenti per la produzione o l’acquisto di veicoli elettrici a zero emissioni.

Con quali fondi verrà dunque finanziata la mobilità elettrica in Italia? Qualche risposta è arrivata dal Ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, che da mesi sembra portare avanti un dialogo con i produttori di automobili nel nostro Paese, primo fra tutti Stellantis, il gruppo francese nato dalla fusione tra FCA Group e Psa. Il Ministro, consapevole del ritardo che sconta il nostro Paese nella filiera delle auto elettriche, ha più volte dichiarato che non si può supportare solo i modelli elettrici. Per questo motivo ha fatto approvare, all’interno dell’ultimo decreto legge votato il 18 febbraio per contenere i costi dell’energia e il rilancio industriale, un piano da un miliardo l’anno fino al 2030 per l’industria dell’automobile.

L’intervento, ha detto Giorgetti, guarda «sia alla produzione diretta che all’indotto. È un intervento pubblico importante ma l’iniziativa privata lo è di più, serve soprattutto a convincere tutti i soggetti della filiera, anche stranieri, a investire e affrontare questa sfida con a fianco lo Stato». Impossibile non pensare a Stellantis, a cui il governo ha promesso 369 milioni di fondi pubblici per realizzare una fabbrica di batterie a Termoli, in Molise. Lo stesso gruppo riceverà altri 400 milioni dalla Germania, sempre per aprire una Gigafactory. Non pochi fondi per Carlo Tavares, CEO di Stellantis, che da sempre critica la scelta europea di puntare solo sull’elettrico, ma che ora sta per ricevere finanziamenti pubblici da diversi Stati europei per questa transizione.

I fondi del PNRR italiano per la mobilità sostenibile

La Missione 2 del Pnrr italiano “Rivoluzione verde e transizione ecologica” è articolata in quattro componenti, ognuna delle quali contiene una serie di investimenti e riforme per un totale di 59 miliardi di euro. La componente 2 della missione destina quasi 24 miliardi «all’incremento dell’impiego di energia rinnovabile in tutte le filiere con un focus sulla mobilità sostenibile». Per lo sviluppo di un trasporto locale più sostenibile sono stanziati 8,58 miliardi di cui 0,74 dedicati alle infrastrutture di ricarica elettrica. Per il rinnovo di flotte bus e treni verdi sono stanziati 3,64 miliardi.

Si parla di mobilità sostenibile anche nella missione 3 in cui sono assegnati 24,77 miliardi sulla rete ferroviaria.

Con quali fondi verrà dunque finanziata la mobilità elettrica in Italia? Qualche risposta è arrivata dal Ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, che da mesi sembra portare avanti un dialogo con i produttori di automobili nel nostro Paese, primo fra tutti Stellantis, il gruppo francese nato dalla fusione tra FCA Group e Psa. Il Ministro, consapevole del ritardo che sconta il nostro Paese nella filiera delle auto elettriche, ha più volte dichiarato che non si può supportare solo i modelli elettrici. Per questo motivo ha fatto approvare, all’interno dell’ultimo decreto legge votato il 18 febbraio per contenere i costi dell’energia e il rilancio industriale, un piano da un miliardo l’anno fino al 2030 per l’industria dell’automobile. L’intervento, ha detto Giorgetti, guarda «sia alla produzione diretta che all’indotto. È un intervento pubblico importante ma l’iniziativa privata lo è di più, serve soprattutto a convincere tutti i soggetti della filiera, anche stranieri, a investire e affrontare questa sfida con a fianco lo Stato». Impossibile non pensare a Stellantis, a cui il governo ha promesso 369 milioni di fondi pubblici per realizzare una fabbrica di batterie a Termoli, in Molise. Lo stesso gruppo riceverà altri 400 milioni dalla Germania, sempre per aprire una Gigafactory. Non pochi fondi per Carlo Tavares, CEO di Stellantis, che da sempre critica la scelta europea di puntare solo sull’elettrico, ma che ora sta per ricevere finanziamenti pubblici da diversi Stati europei per questa transizione.

Il PNRR dell’Italia

La composizione del PNRR per missioni e componenti [Valori in €/mld]

Giorgetti, nel presentare gli investimenti per l’automotive ha poi aggiunto: «Insieme al ministro Cingolani a breve intendiamo presentare un decreto incentivi per l’acquisto di auto ecologicamente compatibili, non solo elettriche. Nella fase di transizione, dobbiamo considerare anche altre fonti, come l’ibrido». Già lo scorso anno, il governo italiano aveva già aperto un fondo da 57 milioni di euro per l’acquisto di auto elettriche e ibride plug-in, poi un altro da 65 milioni di euro per ripristinare l’Ecobonus auto, il contributo introdotto nel 2019 e calcolato in base alle emissioni di CO2.

Quanto sono “green” i veicoli ibridi?

Anche i veicoli ibridi plug-in appartengono alle “soluzioni verdi” che sono state pesantemente promosse dai gruppi lobbistici del settore automobilistico, in quanto sono in grado di funzionare sia con l’alimentazione a combustibile che con quella elettrica.

Dal 2020 sono aumentate le prove che dimostrano come i veicoli ibridi non siano in linea con gli standard climatici previsti dai regolamenti europei.

La parte elettrica è piuttosto debole quindi le auto ibride finiscono per essere alimentate principalmente a benzina.

Narrazione seguita anche da Bruxelles quando ha stilato il Recovery and Resilience Fund. Secondo la fondazione di ricerca tedesca The Wuppertal Institute, che insieme al think tank europeo sul clima E3G ha fatto una valutazione dei PNRR in 17 Stati membri, il settore della mobilità rappresenta la quota maggiore degli investimenti dell’Ue, con una spesa totale di 109 miliardi di euro. I veicoli ibridi e quelli alimentati con i combustibili sintetici sono riusciti a diventare parte di questo flusso di denaro, poiché la Commissione europea li ha considerati «come un contributo sostanziale al cambiamento climatico».

Ma dal 2020, sono aumentate le prove che dimostrano come i veicoli ibridi non siano in linea con gli standard climatici previsti dai regolamenti europei. Gran parte del problema deriva dal modo in cui questi veicoli sono costruiti: la parte elettrica è piuttosto debole, soprattutto per le lunghe distanze, quindi le auto ibride finiscono per essere alimentate principalmente a benzina.

I pareri contrari alle macchine ibride arrivano anche dagli stessi europarlamentari. Damian Boeselager (VOLT), coinvolto fin dall’inizio nella negoziazione riguardante il Recovery Fund, ha dichiarato che i veicoli ibridi sarebbero «un passo indietro» verso la transizione verde europea. Boeselager fa notare che già prima della pandemia c’erano tutti i segnali per capire che gli investimenti in auto ibride non avrebbero fatto alcuna differenza.

Un’indagine della BBC del novembre 2018 ha dimostrato che i proprietari delle macchine ibride non hanno mai usato effettivamente le colonnine di ricarica. Due anni dopo, a settembre 2020, è stata pubblicata una ricerca simile dell’International Council on Clean Transportation (ICCT) che dimostra come gli effetti ambientali di queste auto sono più paragonabili a quelli delle auto convenzionali che a quelli delle auto elettriche.

Tuttavia gli sforzi di Boeselagers e dei Verdi per cercare di escludere i veicoli ibridi dagli investimenti verdi del Recovery Fund sono falliti ed è visibile anche nei piani nazionali dei due più potenti stati membri dell’Ue, che hanno anche un’enorme industria automobilistica. Il piano tedesco riprende un precedente pacchetto di investimenti per l’automotive del governo di Angela Merkel. Su 5,4 miliardi di euro per la “mobilità sostenibile” solo 227 milioni sono destinati all’industria ferroviaria, tutto il resto va al settore automobilistico – con 1,1 miliardi di euro di incentivi per l’acquisto di auto ibride plug-in.

Anche in Francia, il governo aveva già predisposto un piano di 8 miliardi di euro per il settore automobilistico entro maggio 2020. Alcuni di questi investimenti sono poi confluiti nel PNRR nazionale (“France Relance”) da 100 miliardi di euro, che andrebbe a finanziare i veicoli a basse emissioni di carbonio per un totale di 155 milioni di euro, ibridi inclusi.

Critiche all’ibrido

Se da una parte Bruxelles ha concesso di finanziare auto a basse emissioni con i soldi dei PNRR, nel frattempo la Commissione ha iniziato a cambiare le sue politiche dopo che diversi studi hanno confermato che i veicoli ibridi non hanno effetti significativi sulla riduzione delle emissioni. I politici europei stanno quindi inasprendo i metodi per calcolare le emissioni delle auto, come riporta Reuters. Questo significherebbe che i produttori di auto devono vendere più veicoli elettrici per soddisfare gli obiettivi di emissioni dell’Ue e per evitare multe potenzialmente enormi.

#RecoveryFiles

La trasparenza a fasi alterne del Recovery Fund

All’inizio sembrava che la messa a disposizione dei dati sui beneficiari dovesse prevenire la corruzione. Oggi il quadro è cambiato. Così i nomi restano un segreto in tutta Europa

Il PNRR italiano trascura la transizione dell’automotive

I Piani di Ripresa Ue puntano sulla mobilità elettrica senza abbandonare l’ibrido, l’Italia considera anche i carburanti sintetici. Lo spazio per il green si riduce. Come sarà la transizione dell’automotive in Europa?

Anche al di fuori di Bruxelles non tutti sono stati contenti dei finanziamenti alle ibride. Il governo olandese, un Paese con una debole industria automobilistica, ma importatore di veicoli francesi e tedeschi, preferirebbe passare più rapidamente al full-electric, in quanto consentirebbe di abbassare le emissioni di gas serra. E alcuni altri stati membri hanno recentemente cambiato la loro opinione sugli incentivi agli ibridi, tra cui Belgio, Irlanda e Danimarca. Ma secondo Julia Poliscanova di Transport & Environment, è già troppo tardi: mentre dovrebbero essere venduti già solamente veicoli elettrici, il Recovery Fund finanzia ancora i veicoli ibridi, perché Bruxelles non vuole perdere il consenso dell’opinione pubblica.

Resto d’Europa

Tuttavia, il Recovery and Resilience Fund stimola in molti stati membri la transizione verso veicoli completamente elettrici e per le infrastrutture di ricarica. In Polonia, per esempio, l’ex ministro dell’ambiente, Marcin Korolec, avverte che il rischio del passaggio ad auto più ecologiche in Europa occidentale significherà aprire in Europa Orientale un mercato delle auto usate, a prezzi più vantaggiosi. Nella Repubblica Ceca, un portavoce del Ministero dell’Industria e del commercio ha detto che il piano nazionale di recupero ceco non sosterrà l’acquisto di auto ibride, per rispettare la volontà della Commissione europea «di sostenere solo le auto elettriche».

Tuttavia, in molti Stati membri il denaro del Recovery Plan ha appena cominciato ad arrivare e i risultati effettivi saranno visibili solo nei prossimi anni. L’implementazione dei piani nazionali potrebbe inoltre risentire della corruzione dilagante in alcuni Paesi.

La Romania, per esempio, prevede di investire 580 milioni di euro in nuovi veicoli elettrici per il trasporto pubblico. Altri 165 milioni di euro saranno spesi in stazioni di ricarica in tutto il Paese. Ma la Polonia è tristemente nota per il suo basso tasso di assorbimento del denaro europeo, a causa della cattiva amministrazione. Le ultime cifre mostrano un tasso complessivo di spesa dei fondi europei del 48,7%. Per esempio, dei 9 miliardi di euro stanziati nel 2014-2020 per investimenti in infrastrutture come le autostrade, la Romania ha speso 4,2 miliardi.

Scandalo degli appalti pubblici

Nel frattempo, in Spagna, il primo ministro Pedro Sánchez ha annunciato nell’aprile 2021 che 13,2 miliardi di euro di denaro del PNRR nazionale sarebbero stati destinati ad aiutare il settore automobilistico. L’obiettivo è quello di «trasformare il Paese nell’hub europeo per l’elettromobilità». Ma il processo di gara di alcuni dei programmi volti ad aiutare il settore automobilistico ha già causato polemiche.

Sánchez ha firmato un articolo sul quotidiano El País, datato 7 marzo 2021, in cui ha annunciato la formazione di un consorzio pubblico-privato del governo con il Gruppo Volkswagen e Iberdrola per creare una fabbrica di batterie (PERTE). Tre giorni prima, il ministro dell’industria spagnolo Reyes Maroto aveva fatto lo stesso annuncio pubblico. L’iniziativa fa parte del piano nazionale, il cui budget massimo di sovvenzioni sarà di 1,4 miliardi di euro sotto forma di prestiti e 1,5 miliardi di euro sotto forma di sovvenzioni fino al 2023.

Ma queste dichiarazioni pubbliche preliminari sembrano violare le regole del diritto degli appalti sia spagnolo che europeo. Infatti, le basi normative per richiedere queste grandi sovvenzioni sono state pubblicate il 28 dicembre scorso nella Gazzetta Ufficiale spagnola, nove mesi dopo che Pedro Sánchez aveva già annunciato i nomi di alcuni dei beneficiari.

Il deputato Luis Garicano considera questi eventi come uno scandalo assoluto: «Non si può assegnare arbitrariamente un progetto come questo, non credo che sia giusto e non credo che sia affatto coerente con le regole dell’Ue», ha detto ai giornalisti di Recovery Files. Un portavoce del ministero dell’industria, responsabile dell’attuazione del piano di sviluppo e produzione di veicoli elettrici, ha assicurato che «sarà sempre assegnato su base competitiva». Ha aggiunto: «Chiunque abbia un piano può presentarlo, compreso il consorzio Volkswagen e Iberdrola». I giornalisti dell’inchiesta Recovery Files staranno all’erta, seguiremo da vicino tutti gli altri beneficiari del Recovery Fund.

CREDITI

Autori

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

In partnership con

Il team di Recovery Files

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Giulio Rubino

Con il sostegno di

Recovery Fund: il muro di gomma sui negoziati europei

#RecoveryFiles

Recovery Fund: il muro di gomma sui negoziati europei
Giulio Rubino

La questione della trasparenza sul PNRR Europeo, già affrontata dal progetto RecoveryFiles nella precedente inchiesta sulla mancata partecipazione dei Parlamenti europei alla stesura dei Recovery Plan, resta un nodo irrisolto nella gestione del piano post pandemia e nella politica europea in generale. Nonostante infatti decine di richieste di accesso agli atti (FOIA, Freedom Of Information Act) fatte dai giornalisti di Recovery Files sia alla Commissione europea che ai governi degli Stati membri, la maggior parte della documentazione riguardo i negoziati che hanno portato ai piani attuali resta segreta.

Lo strumento della richiesta di accesso agli atti, per i giornalisti come per tutti i cittadini, su carta è una garanzia di trasparenza estremamente potente. Sono infatti poche e molto ben delimitate le circostanze che permettono alle istituzioni europee, e quasi ovunque nel continente anche a quelle nazionali, di rifiutare l’accesso a qualsiasi tipo di documentazione pubblica, inclusi i verbali delle riunioni, la corrispondenza fra funzionari pubblici, i budget e le spese effettuate.

Eppure, dopo mesi di tentativi da parte dei giornalisti del progetto Recovery Files, un’inchiesta collaborativa fra testate europee coordinata dal magazine online olandese Follow The Money, bisogna constatare che tale strumento è nella pratica molto meno efficace di come appaia nel diritto, e che permane una notevole ritrosia a livello europeo nel rendere davvero trasparente il processo di spartizione della più grande torta mai messa sul piatto dell’Unione europea.

Questo atteggiamento di chiusura, oltre a danneggiare direttamente il diritto all’informazione dei cittadini, finisce per dare molti argomenti in mano ai detrattori del Recovery Fund in generale: la legittima preoccupazione per il corretto uso di questi fondi viene sempre di più associata ad una posizione di contrarietà al progetto stesso, mentre il dibattito fra coloro che supportano l’iniziativa del PNRR è messo a tacere dall’alto in nome di una realpolitik che pretende di poter agire senza supervisione pubblica.

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L'inchiesta

Questa è la seconda uscita di Recovery Files, un progetto di ricerca paneuropeo che indagherà le spese dei fondi di ripresa e resilienza nei mesi a venire. Il progetto è coordinato da Follow the Money, piattaforma di giornalismo olandese.

Il progetto d’inchiesta è importante non solo in termini di quantità di investimenti pubblici – circa 725 miliardi di euro- ma anche per il preoccupante mancato coinvolgimento dei parlamenti nazionali. Il modo in cui questa enorme quantità di denaro verrà spesa è ovviamente una materia di interesse pubblico per i cittadini di tutta Europa.

IrpiMedia lavora al progetto insieme al resto del team di Recovery Files:

  • Attila Biro, Rise (Romania)
  • Atanas Tchobanov, Bird.bg (Bulgaria)
  • Hans-Martin Tillack, Die Welt (Germania)
  • Petr Vodsedalek, Denik (Repubblica Ceca)
  • Anuska Delic/Matej Zwitter, Ostro (Slovenia)
  • Gabi Horn, Atlatszo (Ungheria)
  • Marie Charrel, Le Monde (Francia)
  • Peter Teffer/Remy Koens/Lise Witteman, Follow the Money (Paesi Bassi)
  • Piotr Maciej Kaczynski, Euractiv.com e Onet.pl (Polonia)
  • Staffan Dahllöf, DEO.dk (Danimarca/Svezia)

Sei mesi di FOIA

Quando il team di Recovery Files ha cominciato a investigare il processo, la prima cosa che abbiamo notato era che i piani sembravano esser stati decisi da gruppi ristretti di membri dei governi e della Commissione europea, con un contributo però molto forte, almeno a giudicare dalle agende dei ministri, di una selezionata schiera di interessi privati.

La mancanza di coinvolgimento dei rappresentanti eletti, nello specifico dei parlamenti nazionali, è stata la prima preoccupazione del team, che nel processo di ricerca ha individuato, per quasi tutti gli Stati membri, un periodo chiave, fra novembre 2020 e marzo 2021, quando finalmente, con vari ritardi, le varie bozze di piano hanno preso forma.

In quei mesi di febbrile lavoro gli ultimi nodi e veti incrociati si sono sciolti, le road-map delle riforme richieste dalla Commissione sono state tracciate e infine, è stata annunciata la luce verde ai vari piani nazionali, ancora con moltissime postille, dettagli da chiarire, fra rischi di green washing e richieste a gran voce di trasparenza da moltissimi attori della società civile.

Il progetto Recovery Files, fin da subito, ha deciso di concentrare gli sforzi su quei mesi chiave, e di cercare di portare alla luce il processo decisionale e i dibattiti che erano stati negati ai parlamenti nazionali.

Lo strumento scelto, inevitabilmente, è stato quello della richiesta di accesso agli atti, per poter ottenere in modo completo e trasparente tutta la documentazione ufficiale rilevante che non fosse già stata pubblicata.

Il processo ha richiesto molti mesi: la prima richiesta è stata infatti inviata dal nostro collega tedesco Hans-Martin Tillack alla Commissione verso la metà di luglio 2021. Si chiedeva la totalità dei documenti in cui si valutava il recovery plan tedesco, una manovra del valore di 25,6 miliardi di euro. Dopo le rituali due settimane di attesa, la risposta della Commissione è stata piuttosto insoddisfacente: la richiesta deve essere più specifica, perché la documentazione in questione è troppo ampia.

A questa prima risposta il nostro collega ha risposto chiedendo una lista dei documenti disponibili, per poter circoscrivere la richiesta precedente. Ancora una volta, la risposta della commissione è stata negativa: non era possibile inviare tale lista senza una «consultazione con i Paesi membri rilevanti (alla richiesta, ndr)».

Decisi a non lasciar cadere il discorso, il team di Recovery Files ha presentato un ricorso alla Mediatrice europea Emily O’Reilly. L’ufficio del Mediatore europeo (European Ombudsman) è infatti un organo indipendente creato precisamente allo scopo di richiamare le istituzioni e le agenzie dell’Ue a rispondere del loro operato, con il potere di avviare inchieste in risposta a denunce di cattiva amministrazione o abusi.

Più trasparenza per una gestione efficiente dei fondi

Di Federico Anghelè, The Good Lobby Italia

Il PNRR rappresenta una grande opportunità di sviluppo economico e sociale per l’Italia, ma anche un gigantesco banco di prova per capire se saremo in grado di agire nell’interesse pubblico. Non possiamo accettare che la gestione delle risorse avvenga senza garanzie di massima trasparenza, partecipazione e inclusività. Purtroppo quanto successo finora non va in questa direzione. Il Governo non ha previsto meccanismi di consultazione dei cittadini per orientare le scelte politiche formulate nel Piano o per vagliare il gradimento delle proposte. Italia Domani, la piattaforma online richiesta a gran voce dalla società civile, che dovrebbe permettere il monitoraggio diffuso e costante sull’uso delle risorse europee e l’andamento dei progetti, è uno strumento del tutto insufficiente a verificare lo stato di attuazione del PNRR. Abbondano i pdf e mancano i dati disponibili in formato aperto, disaggregato e interoperabile fondamentali per il monitoraggio. Per questo, assieme a molte altre organizzazioni civiche, chiediamo che venga al più presto colmata questa lacuna e che vengano inoltre pubblicate informazioni complete sulle scadenze amministrative e procedurali previste, sui beneficiari dei fondi (inclusi i subappalti), sui soggetti coinvolti, sui luoghi dove verranno realizzati gli interventi. Sono dati importantissimi per integrare l’inchiesta che realizzeremo insieme ad IrpiMedia nel corso del 2022 sui potenziali conflitti di interessi nella distribuzione e gestione del Recovery Fund e sulle attività di lobbying che ruotano intorno al PNRR.

Uno scambio di corrispondenza fra l’ufficio di O’Reilly e quello del commissario Von Der Leyen ha portato, lo scorso 15 ottobre, a una lettera di Ursula von der Leyen che echeggia quasi parola per parola la sua dichiarazione pubblica di luglio: «Le posso assicurare il nostro impegno a garantire la trasparenza del Recovery and Resilience Facility, poichè condividiamo la sua valutazione che la piena partecipazione al progetto da parte della cittadinanza europea sia un prerequisito per il suo successo».

Il ricorso al Mediatore europeo ha smosso le acque, e la commissione ha finalmente rilasciato una lista dei documenti riguardanti il PNRR tedesco. Ma, nonostante tutto, buona parte dei documenti ottenuti sono arrivati in notevole ritardo rispetto ai termini stabiliti dalla legge e, soprattutto, è stato in diversi casi (incluso quello tedesco) negato l’accesso ai documenti antecedenti l’invio ufficiale del piano nazionale alla Commissione, esattamente il periodo in cui le decisioni più importanti sono state prese.

Relazioni a rischio

Le altre istanze di accesso fatte dal resto del team in tutta Europa non sono andate tanto diversamente. Le richieste fatte da IrpiMedia riguardo all’Italia sono ancora tutte in elaborazione, nonostante le prime siano state inviate lo scorso 22 dicembre, e il termine ultimo per ottenere una risposta sia di quindici giorni lavorativi.

Gli unici dipartimenti (DG) che hanno già inviato una risposta sono quelli che hanno dichiarato di non aver nessun documento riguardo «le comunicazioni fra governo italiano e commissione». Questi includono, abbastanza sorprendentemente, il Segretariato Generale della Commissione, il Direttorato Generale per gli Affari Economici e Finanziari e quello del Budget, mentre quello di Energia ha richiesto più tempo per le risposte, che aspettiamo nel corso di questo mese di febbraio.

Il PNRR dell’Italia

La composizione del PNRR per missioni e componenti [Valori in €/mld]

Ma sono soprattutto alcune delle risposte già arrivate ai colleghi di altri Paesi a sollevare l’allarme. Nel caso della Romania, che dovrebbe ricevere 30 miliardi di euro dal PNRR, la prima risposta risale allo scorso 19 novembre: la Commissione ha negato l’accesso a una considerevole parte dei documenti richiesti, dichiarando che rivelarli metterebbe a rischio «il clima di rispettiva fiducia» con le autorità romene e avrebbe «aggravato i rapporti di lavoro» fra Bruxelles e Bucharest.

Una risposta simile è arrivata nel caso della Danimarca: anche qui è stato negato accesso ai documenti per evitare che «si vadano a logorare i rapporti di lavoro fra la Commissione europea e le autorità nazionali danesi». Per l’Olanda e la Svezia la Commissione ha risposto con una formulazione meno minacciosa, ma ugualmente negativa: «Danneggerebbe il processo decisionale», ci è stato detto.

Si tratta di una delle eccezioni usata più spesso per rifiutare le richieste di accesso agli atti fatte dal progetto Recovery Files. La pubblicazione di alcuni documenti rischierebbe di inficiare «il processo decisionale di un istituzione».

Abbiamo ricevuto tale risposta in diversi casi. Per Ungheria e Polonia, l’eccezione è anche giustificata, questi Paesi infatti ancora non hanno un PNRR ufficialmente approvato dalla Commissione. Ma nel caso della Slovenia la stessa eccezione è stata usata lo scorso dicembre, quasi sei mesi dopo che il PNRR sloveno aveva ricevuto l’approvazione ufficiale della Commissione.

Päivi Leino-Sandberg, professoressa di diritto internazionale europeo all’università di Helsinki, ritiene che la distinzione sia di primaria importanza «Laddove la decisione è già stata presa» spiega «la documentazione che può rimanere confidenziale è molto limitata». Solo i documenti che includono “opinioni per uso interno” possono essere negati. Ma le risposte della Commissione sembrerebbero indicare che un’ampia varietà di documenti dovrebbero restare segreti fino a che tutte le fasi del PNRR sono state attuate, fino cioè al 2026. «È un arco temporale molto lungo», commenta Leino-Sandberg «e che fa riferimento a processi decisionali del tutto separati».

Per approfondire

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La Commissione e i governi centrali ne hanno disegnato le versioni nazionali evitando il confronto con i parlamenti locali. E ascoltando, al contrario, le lobby delle grandi aziende private

Secondo la professoressa Leino-Sandberg l’uso che la Commissione sta facendo delle limitazioni all’accesso agli atti potrebbe essere politicamente controproducente: «Considerando le quantità di denaro di cui si parla, è normale che la Commissione sia sotto pressione da parte degli Stati membri. Credo – conclude Leino Sandberg – che la trasparenza sarebbe invece d’aiuto alla Commissione per mantenere una posizione imparziale e oggettiva e mostrare che non cede alle pressioni politiche».

Dello stesso parere è anche Helen Darbishire, direttore esecutivo di Access Info Europe, una ONG spagnola parte della Open Spending EU coalition. Raggiunta dal team nel suo ufficio di Madrid ci spiega il suo punto di vista: «Ci è stato detto che gli obiettivi [del PNRR] comprendono una giusta transizione energetica, supporto alla digitalizzazione e la ripresa del sistema economico dalla crisi portata dalla pandemia. Come potranno però gli scienziati del clima valutare se le azioni intraprese contribuiscono a combattere i cambiamenti climatici se non sappiamo dove vanno i soldi?». E aggiunge: «Abbiamo visto durante la pandemia come le procedure di acquisto di emergenza siano state usate per favorire soggetti vicini ai governi. Questa non è soltanto corruzione, è anche uno spreco di denaro pubblico».

Ma Darbishire inquadra il problema anche da una prospettiva politica, andando al centro del dibattito attuale: «Senza trasparenza e responsabilità, ci saranno sicuramente scandali legati all’uso che si farà dei fondi. Scandali che andranno a inficiare la fiducia del pubblico nelle istituzioni europee. Se questi fondi devono salvare le democrazie europee la trasparenza è chiave per il successo di questo piano», conclude.

Il problema centrale è che nonostante tutto la trasparenza è un concetto che fa ancora paura: secondo Helen Darbishire è un «riflesso condizionato» che risale a quando l’Europa era ancora più un circolo diplomatico che non un’istituzione legislativa. «L’idea che la trasparenza possa danneggiare le relazioni internazionali è ridicola, non si può usare il concetto di relazioni internazionali all’interno dell’Unione europea».

Eppure un simile approccio resta molto diffuso non solo a Bruxelles, ma anche fra i governi degli Stati membri. I colleghi che hanno inviato richieste di accesso agli atti anche ai propri governi nazionali hanno infatti ottenuto risultati non sempre soddisfacenti. Finlandia, Danimarca e Svezia hanno da un lato inviato migliaia di documenti alle nostre caselle di posta, ma la quantità di dati nasconde significative omissioni.

Ad esempio, apparentemente il governo finlandese non ha tenuto alcun verbale delle riunioni effettuate, e gli ordini del giorno per tali incontri sono estremamente vaghi. Il neo cancelliere tedesco Scholz ha negato l’accesso a tutti i documenti riguardo la preparazione del PNRR, citando ancora «relazioni internazionali» da proteggere. In Slovenia il ministero dello Sviluppo e delle politiche Europee (SVRK), che era incaricato di redigere il PNRR, ha risposto di non avere documenti sul processo decisionale, suggerendo di contattare gli altri ministeri. Questi, prevedibilmente, hanno risposto che bisogna rivolgersi al SVRK.

CREDITI

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Giulio Rubino

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Il team di Recovery Files

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Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

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Le bandiere della Ue a mezz’asta davanti al quartier general della Commissione europea il 14 gennaio 2022 in segno di lutto per la morte del Presidente del parlamento europeo, David Sassoli
(Thierry Monasse/Getty)

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Le voci del Recovery: chi ha deciso il piano di ripartenza in Europa

Le voci del Recovery: chi ha deciso il piano di ripartenza in Europa

Giulio Rubino

Come maggiore beneficiaria dei fondi messi a disposizione dell’Europa per la ricostruzione post-Covid, l’Italia è chiaramente sotto esame. Colpita forse più duramente di ogni altro Paese europeo dalla pandemia, presa da una crisi economica che pare ormai un male cronico e da una continua instabilità politica che sembra impedire ogni riforma sostanziale, non è sorprendente che il nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sia stato al centro dell’attenzione europea e che in molti abbiano tirato un gran sospiro di sollievo lo scorso giugno, quando la presidentessa della Commissione Europea Ursula von der Leyen a Roma ha dichiarato che l’Italia «ha il completo appoggio della Commissione» e che «Next Generation EU Italia Domani soddisfa chiaramente i criteri stabiliti assieme». «Sono certo che riusciremo ad attuare questo Piano», aveva detto due mesi prima il presidente del Consiglio Mario Draghi, ad aprile, nel presentare il PNRR italiano al Parlamento. «Sono certo – aveva aggiunto – che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità, gli interessi costituiti».

Ma, come IrpiMedia ha già analizzato nella serie di inchieste #Greenwashing, gli “interessi costituiti”, sono riusciti a far sentire la loro voce. Le lobby dei combustibili fossili infatti hanno avuto successo a far accettare, nonostante l’opposizione degli ambientalisti di tutta Europa, le controverse tecnologie del Carbon Capture and Storage (CCS), ovvero la cattura e lo stoccaggio della CO2, e la connessa produzione di idrogeno “blu” all’interno dei PNRR nazionali di diversi paesi in nome della transizione ecologica.

Per quanto riguarda l’Italia, lo scorso maggio IrpiMedia ha evidenziato le piccole ma significative differenze tra la versione del PNRR in inglese presentata alla Commissione europea e quella in italiano che è stata discussa dal Parlamento, segno evidente di come non ci sia mai stata davvero la possibilità di analizzare e discutere il documento inviato a Bruxelles. Eppure solo in tre Paesi – Italia, Danimarca e Lussemburgo – la Decisione di esecuzione del Consiglio, ovvero il documento di approvazione del Piano firmato dal Consiglio europeo, fa accenno a una discussione parlamentare sui contenuti.

E nel resto d’Europa le cose non sembrano essere andate troppo diversamente, come dimostra questa prima inchiesta del progetto #RecoveryFiles.

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L'inchiesta

Questo articolo lancia Recovery Files, un progetto di ricerca paneuropeo che indagherà le spese dei fondi di ripresa e resilienza nei mesi a venire. Il progetto è coordinato da Follow the Money, piattaforma di giornalismo olandese.

Il progetto d’inchiesta è importante non solo in termini di quantità di investimenti pubblici – circa 725 miliardi di euro- ma anche per il preoccupante mancato coinvolgimento dei parlamenti nazionali. Il modo in cui questa enorme quantità di denaro verrà spesa è ovviamente una materia di interesse pubblico per i cittadini di tutta Europa.

IrpiMedia lavora al progetto insieme al resto del team di Recovery Files:

  • Attila Biro, Rise (Romania)
  • Atanas Tchobanov, Bird.bg (Bulgaria)
  • Hans-Martin Tillack, Die Welt (Germania)
  • Petr Vodsedalek, Denik (Repubblica Ceca)
  • Anuska Delic/Matej Zwitter, Ostro (Slovenia)
  • Gabi Horn, Atlatszo (Ungheria)
  • Marie Charrel, Le Monde (Francia)
  • Peter Teffer/Remy Koens/Lise Witteman, Follow the Money (Paesi Bassi)
  • Piotr Maciej Kaczynski, Euractiv.com e Onet.pl (Polonia)
  • Staffan Dahllöf, DEO.dk (Danimarca/Svezia)

Cosa è rimasto della «piena trasparenza»

Senza la catastrofe della pandemia ogni proposta di costituire un budget comune per l’eurozona, in particolare quelle di Francia e Germania del 2018, ha sempre incontrato la ferma opposizione di molti Paesi membri, tanto che sembrava un obiettivo quasi irraggiungibile. Non che il Covid abbia istantaneamente fatto cambiare idea a tutti, certo. Le obiezioni e le preoccupazioni di diversi Paesi, primi su tutti i famosi “frugali”, hanno tenuto tutti col fiato sospeso per mesi, e ancora non cessano del tutto.

Una prudenza eccezionale è più che comprensibile. Il presidente della Corte dei Conti Europea (ECA), Klaus-Heiner Lehne, ha sottolineato come il Recovery Plan rappresenti un «cambiamento significativo nelle finanze Ue. Comporta un’evidente necessità di controlli efficaci su come il denaro europeo verrà speso, e sul raggiungimento o meno degli obiettivi che si propone».

Ma un’altra fonte all’interno della ECA, che ha chiesto di non essere identificata, ha detto ai giornalisti di Recovery Files che non ci sono sufficienti risorse né personale per tenere sotto controllo le spese di tutti i piani nazionali dei vari paesi. OLAF, l’agenzia antifrode europea, dal canto suo ha sollevato un allarme sul concreto rischio che tali fondi possano essere abusati.

Quando Ursula von der Leyen ha presentato il fondo a luglio 2020, aveva anche detto che i parlamentari europei avrebbero avuto «piena voce in capitolo sulla struttura [del fondo] e sul suo funzionamento» e che «la Commissione avrebbe garantito piena trasparenza». A oltre un anno di distanza da queste dichiarazioni, però, si può affermare che le cose non sono andate esattamente così.

PNRR e cittadini

I finanziamenti totali a disposizione di ciascun Paese e il corrispettivo pro capite

Il fondo messo in piedi dall’Unione europea, e il modo in cui dovrà essere utilizzato, è stato fondamentalmente regolamentato dai soli poteri esecutivi, cioè dalla Commissione stessa e dai governi degli Stati membri. Al contrario i parlamenti, tanto quello europeo quanto quelli nazionali, hanno avuto ben poca voce in capitolo.

Obbligo di riforme, altrimenti scatta il “freno d’emergenza”

Nei due Paesi politicamente più rilevanti per l’approvazione di questo piano, Francia e Germania, la stesura dei PNRR nazionali si sarebbe limitata a un rimaneggiamento di piani già fatti in precedenza. I Verdi tedeschi in particolare hanno lamentato questo approccio semplicistico e il fatto che non sia stata data possibilità al Bundestag di discutere e votare il piano direttamente. Anche il partito liberale (FDP) ha criticato la chiusura del dibattito: «Non abbiamo nessuna influenza diretta [sul PNRR tedesco, ndr] – ha detto il deputato liberale Otto Fricke – né sulle entrate, né sulle spese». In Francia il governo Macron ha rassicurato i parlamentari sul fatto che le richieste di riforme fatte da Bruxelles per l’approvazione del piano erano già in linea con quelle promesse in campagna elettorale: «La Commissione non ci imporrà nuove riforme che non siano state già validate dal popolo francese», ha detto lo scorso aprile il ministro dell’Economia Bruno Le Maire.

Eppure, sebbene inclusa solo in termini piuttosto vaghi, il PNRR francese include anche la riforma del sistema pensionistico, un tema potenzialmente esplosivo per la politica d’oltralpe. Infatti alcuni economisti e il socialista Arnaud Montebourg, candidato alle presidenziali del 2022, sottolineano come la presenza di tale riforma nel PNRR la renda di fatto quasi obbligatoria, anche se non è ancora calendarizzata in termini di traguardi da raggiungere.

Un problema analogo c’è anche in altri Paesi, come la Spagna, dove il nodo principale rischia di essere la riforma del mercato del lavoro, e anche in Italia, dove a preoccupare gli analisti è principalmente la riforma fiscale.

Il piano per la ripresa dell'Europa, glossario

Next Generation EU: è uno strumento temporaneo per la ripresa da oltre 800 miliardi di euro, che contribuirà a riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pandemia di coronavirus.

Il dispositivo per la ripresa e la resilienza: da cui prendono il nome i piani nazionali di ripresa e resilienza (PNRR) è il fulcro di NextGenerationEU, e metterà a disposizione 723,8 miliardi di euro di prestiti e sovvenzioni per sostenere le riforme e gli investimenti effettuati dagli Stati membri.

Assistenza alla ripresa per la coesione e i territori d’Europa (REACT-EU): NextGenerationEU stanzia anche 50,6 miliardi di euro per REACT-EU, una nuova iniziativa che porta avanti e amplia le misure di risposta alla crisi. Le risorse saranno ripartite tra:
– il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR)
– il Fondo sociale europeo (FSE)
– il Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD)

Tali risorse aggiuntive saranno erogate nel periodo 2021-2022.

All’interno di Next Generation EU sono confluiti anche i fondi già esistenti per la transizione ecologica (Just Transition Fund) e il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale.

Queste riforme strutturali, che tendono a generare lunghi e difficoltosi dibattiti in parlamento, rischiano di essere affrettate dalla necessità di rispettare gli accordi presi ora con la Commissione, pena l’interruzione delle erogazioni di fondi anti-Covid.

Dall’entrata in vigore nel 2009 del Trattato di Lisbona, la carta fondamentale che distingue le competenze di Unione europea e Stati membri, “ce lo chiede l’Europa”, è stato il ricatto strumentale impiegato dai governi di tutta Europa per tagliare il dibattito parlamentare sul merito di alcune riforme, scegliendo a seconda delle inclinazioni politiche nell’infinito prontuario di regolamenti, direttive e procedimenti di infrazione prodotto ogni anno da Bruxelles.

Questa volta, però, non è retorica: il rischio dell’esclusione dal più grande pacchetto di aiuti comunitari mai erogato se non si rispettano le promesse di riforma è una minaccia molto concreta. È previsto dal cosiddetto “freno d’emergenza”, un meccanismo di controllo che permetterebbe il blocco dei fondi in arrivo da Bruxelles verso uno specifico Paese se determinati traguardi non sono raggiunti nei tempi previsti dai piani. È stato uno dei principali risultati della linea dei quattro “frugali”: Olanda capofila seguita da Austria, Danimarca e Svezia.

Questo sistema però rischia di avere conseguenze negative specialmente sui Paesi più poveri. David Bokhorst, ricercatore associato all’Istituto universitario europeo di Firenze, spiega che con questo sistema «i parlamenti nazionali potrebbero sentirsi obbligati ad accettare i traguardi già stabiliti perché il loro Paese ha bisogno di fondi. Questo comporta che il controllo da parte del potere esecutivo sui parlamenti si fa più forte». Jean Pisani Ferry, economista francese e membro del think tank Bruegel, ha evidenziato come ci siano da aspettarsi «accese polemiche se la Commissione rifiuta i piani inefficaci e ritarda gli esborsi quando i traguardi stabiliti non vengono raggiunti. Il rischio è che il processo finisca in un battibecco burocratico che l’opinione pubblica non riesce a decifrare ma che fornisce munizioni ai populisti».

Gli inascoltati

In diversi altri Paesi europei i parlamenti hanno lamentato di essere stati ignorati o consultati in modo insufficiente. In Danimarca, che come l’Italia ha formalmente dichiarato di aver avuto una consultazione parlamentare sul tema, questa si è in realtà limitata a una ratifica del mandato al governo per la stesura del piano. Allo stesso modo in Belgio il parlamento ha potuto solo rinnovare il mandato al governo. In Repubblica Ceca il piano è stato discusso troppo poco a detta di alcuni parlamentari e ong, e non è stato votato in aula. In Slovenia il governo ha presentato al parlamento una versione confidenziale del piano nazionale alla fine del 2020, che è stata discussa a porte chiuse alla fine di gennaio 2021. Il governo ha dichiarato di aver ascoltato oltre duemila organizzazioni, comprese ong, sindacati, municipi e associazioni professionali. La maggioranza di queste sarebbero state “consultate” in una singola mattinata durante una presentazione online del PNRR sloveno. Alcune di queste organizzazioni hanno dichiarato che sono state invitate a mandare le loro proposte in merito, ma che non hanno avuto nessuna forma di dialogo col governo. Quando la versione definitiva del piano è andata a Bruxelles lo scorso aprile, il parlamento non ha avuto modo di votarlo.

Una fonte all’interno della ECA, che ha chiesto di non essere identificata, ha detto ai giornalisti di Recovery Files che non ci sono sufficienti risorse né personale per tenere sotto controllo le spese di tutti i piani nazionali dei vari paesi.

Considerate le controversie che ci sono fra il suo governo e Bruxelles, l’Ungheria è certamente tra i “sorvegliati speciali” in Europa. Secondo l’Associazione dei Governi locali d’Ungheria (MÖSZ) il governo centrale non ha fatto nessuna consultazione significativa sul proprio PNRR. L’associazione ha minacciato di inviare una formale protesta alla Commissione se il governo di Orban avesse continuato a «prepararsi a spendere i fondi inappropriatamente». Il sindaco di Budapest, esponente di spicco dell’opposizione a Viktor Orban, lo scorso giugno ha inviato a Ursula von der Leyen una lettera in cui denuncia che, a parte quello iniziale, tutti gli altri incontri con il governo centrale in programma sono stati cancellati per volontà dell’esecutivo. L’unica consultazione pubblica è stata fatta in base a un documento di 13 pagine pubblicato a novembre 2020, che però conteneva solo dichiarazioni di intenti generali e nessun dettaglio su come le risorse sarebbero state allocate.

Le proteste hanno avuto successo e alla fine la Commissione europea ha insistito affinché il governo di Orban organizzasse una vera consultazione. Il piano è stato pubblicato il 17 aprile scorso e subito la Commissione ha criticato la riforma dell’università prevista nel piano, segnalando che rappresentava una violazione dell’indipendenza accademica.

Alla fine buona parte della riforma dell’istruzione superiore è stata tolta dal piano, ma nemmeno la seconda versione del PNRR ungherese non è passata dal parlamento e la città di Budapest è stata esclusa completamente da ogni possibilità di ricevere fondi.

Il parlamento olandese aveva inizialmente cercato di mantenere il controllo sui negoziati a Bruxelles imponendo al primo ministro Mark Rutte la linea “frugale”, cioè il rifiuto di garantire il debito di altri Paesi. La delegazione olandese, nel frattempo, ha anche spinto per ottenere finanziamenti e aiuti di Stato per “tecnologie pulite” come l’idrogeno blu, a prescindere dai negoziati sul fondo Next Generation EU. Il parlamento olandese è venuto a sapere di queste azioni di lobby solo dalla stampa, e ha ricevuto la relativa documentazione oltre un mese dopo. Nonostante a giugno avesse approvato una mozione per richiedere che le attività legate ai combustibili fossili fossero escluse dai fondi in arrivo dall’UE, questi contributi alla fine sono stati inseriti in diversi PNRR nazionali, incluso quello olandese.

La voce delle lobby

Se quindi i rappresentanti eletti delle democrazie europee hanno avuto relativamente poco spazio, sembrerebbe che al contrario interessi privati ne abbiano avuto molto di più, per discutere temi cruciali come la transizione ecologica.

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In Italia, dove il PNRR è stato steso fondamentalmente dal governo, prima da quello di Conte e poi da Draghi, l’agenda del ministro della transizione ecologica Cingolani e del suo predecessore Sergio Costa (quando ancora si chiamava ministero dell’ambiente) sono fitte di incontri con le più grandi aziende dell’energia.

Snam, Enel, Eni, Italgas, e molte altre aziende del settore energetico e petrolifero hanno avuto un numero sproporzionato di incontri sia rispetto sia alle associazioni di categoria che, prevedibilmente, alle ong come Legambiente,Greenpeace e WWF (che pure appaiono in un incontro a testa). Anche le case automobilistiche come Stellantis (la holding nata nel 2021 che raggruppa la vecchia galassia Fiat con quella di Peugeot), BMW, Mercedes, Volkswagen e Toyota hanno avuto spazio, e addirittura Costa Crociere e (ancora con il ministro Costa a gennaio 2020) Royal Carribbean.

Un rapporto dell’ong The Good Lobby, che analizza le audizioni informali nelle Commissioni della Camera dei deputati, fa un focus preciso su quelle che, fra gennaio e marzo 2021, hanno riguardato il PNRR italiano.

Secondo il report gli stakeholder esterni hanno avuto molto poco tempo per partecipare alla stesura del PNRR, ma soprattutto sono state chiamate molto tardi, tra febbraio e marzo 2021, quando sostanzialmente le decisioni importanti erano già state prese e la possibilità di contribuire era molto limitata.

Il report, in generale, sottolinea come le associazioni di categoria, anch’esse portatrici di interessi particolari, abbiano avuto enormemente più spazio di quelle della società civile, e di come il governo abbia scelto i suoi interlocutori «in modo tutt’altro che trasparente».

La partita, naturalmente, è ancora molto aperta. Mano a mano che si chiarisce dove esattamente e con che tempi arriveranno gli aiuti europei l’esigenza di un monitoraggio sull’esecuzione del PNRR è sempre più sentita. Il progetto Recovery Files è appena all’inizio e nei mesi a venire continuerà tenere alta la guardia non solo sull’efficienza del processo di riforma ma soprattutto alla sostanza dei progetti e la loro aderenza ai principi che li dovrebbero ispirare.

CREDITI

Autori

Giulio Rubino

In partnership con

Il team di Recovery Files

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea
Foto: martinbertrand/Shutterstock