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Eni: processo a Milano, riflessi internazionali per Opl 245
Il procedimento sulla presunta tangente da 1,1 miliardi per il giacimento petrolifero Opl 245 in Nigeria coinvolge gli equilibri del management a livello internazionale: al via le battute finali
01 Luglio 2020

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi

Il processo “Opl 245” si avvia alla fase finale del primo grado. Dopo quarantacinque udienze in due anni, i pubblici ministeri Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro inizieranno la requisitoria che dovrebbe occupare due date piene nel corso del mese di luglio. Alla sbarra, fra gli altri, l’allora amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni e l’allora Direttore generale della divisione esplorazione e produzione Claudio Descalzi, poi successore dello stesso Scaroni alla guida del Cane a sei zampe. Capo d’imputazione principale è concorso in corruzione internazionale aggravata: Eni, insieme a Shell, si sarebbe aggiudicata la licenza di esplorazione petrolifera Opl 245, un giacimento offshore in Nigeria dal valore stimato di 9 miliardi di barili, a seguito del pagamento di una tangente da 1,1 miliardi di dollari. Secondo l’ipotesi dell’accusa, smentita dalla società, gli allora manager di Eni avrebbero incassato “retrocessioni” per 50 milioni di euro.

Il procedimento italiano si intreccia con altri in corso in diversi Paesi del mondo. Il verdetto della corte di Milano potrebbe dare forza o invece affossare, a seconda dell’esito, gli altri processi collegati alla saga giudiziaria in cui sono imputate Eni e Shell. Il valore della tangente è tra i più alti della storia. Il governo nigeriano, che in Italia si è costituito parte civile, sta cercando, per vie giudiziarie, di recuperare il denaro pubblico portato in casseforti di mezzo mondo da uomini di spicco locali che si sono succeduti al potere dagli anni Novanta in avanti.

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MILANO – La diretta della requisitoria

Il personaggio - Dan Etete

Dan Etete è stato ministro del Petrolio della Nigeria sotto la dittatura di Sani Abacha, fino al 1998. Prima di lasciare il ministero, ha affidato una delle più ricche licenze esplorative del Paese, identificata con il codice Opl 245, a una società di cui lui stesso era beneficiario ultimo: Malabu Oil & Gas. In Nigeria si è scatenato un contenzioso su chi fosse proprietario di Malabu. Oltre Etete, anche il figlio di Sani Abacha, Mohammed, la reclama. Da questo primo procedimento sono iniziate le indagini nigeriane. Grazie a promesse di laute ricompense, Etete sarebbe infatti riuscito a mantenere la proprietà di Opl 245, in virtù soprattutto delle intercessioni dei ministri del Petrolio Alison Diezani e della Giustizia Mohammed Adoke Bello con il presidente Goodluck Jonathan. Etete a quel punto avrebbe massimizzato i profitti vendendo la licenza a Eni e Shell, in cambio di una tangente da condividere con gli altri uomini del governo nigeriano.

Un primo filone dell’inchiesta, il cui processo è stato celebrato con rito abbreviato, ha visto la condanna di Emeka Obi e Gianluca Di Nardo. Entrambi sono ritenuti dalla procura intermediari sia di Dan Etete sia di Eni.

Il processo italiano ha subito, com’era inevitabile, diverse pressioni esterne. L’ombra più scura che s’allunga sul tribunale di Milano è quella dei depistaggi del cosiddetto “Sistema Siracusa”, meccanismo di corruzione di giudici e magistrati al cui vertice, secondo l’ipotesi investigativa, starebbe Piero Amara, avvocato che ha lavorato per Eni in passato, arrestato a febbraio per cumulo di pene in via definitiva. Amara è poi stato scarcerato, per scontare una pena alternativa.
Il Sistema Siracusa
Con Sistema Siracusa si definisce il meccanismo attraverso il quale gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, insieme al procuratore capo di Siracusa Giuseppe Longo, avrebbero “venduto” i verdetti dei processi. Questa è l’accusa principale su cui vertono i diversi procedimenti in corso in diversi tribunali d’Italia. A Roma, ad esempio, i due legali e l’ex magistrato hanno ottenuto il patteggiamento (Amara tre anni, Calafiore due anni e nove mesi e Longo cinque anni). Attraverso il falso dossier su Descalzi, gli uomini del Sistema Siracusa avrebbero dovuto creare un nuovo procedimento con cui bloccare quello in corso a Milano.

Proprio da questo sistema sarebbe partito il presunto “complotto” teso a colpire l’indagine della procura su Opl 245. Complotto che in realtà, stando ai riscontri investigativi, sembra essere una messinscena per dirottare il processo sulla maxitangente per il giacimento.

Il falso intrigo internazionale indicava, infatti, l’amministratore delegato del cane a sei zampe Claudio Descalzi come bersaglio di un gruppo di politici e imprenditori (tra cui spicca il nome di Gabriele Volpi) che avrebbero voluto metterlo da parte per guadagnare spazio in Eni. L’inchiesta fondata sul falso dossier è stata aperta al tribunale di Siracusa con la complicità di figure della dirigenza Eni e del pm siracusano Giancarlo Longo, altro pilastro del sistema di Amara. Il depistaggio è poi fallito perché scoperto dalla stessa procura meneghina che ha in seguito aperto un fascicolo sul tema, affidato ai magistrati Laura Pedio e Paolo Storari.

Visto il quadro e il legame indissolubile tra i due procedimenti incardinati a Milano, il pm De Pasquale aveva chiesto lo scorso 5 febbraio di ascoltare l’avvocato Amara: l’ex consulente di Eni avrebbe rivelato, durante gli interrogatori depositati nel fascicolo sul complotto a gennaio 2020, che «Eni in relazione al procedimento Opl 245 (o altri procedimenti che coinvolgono Eni) ha svolto attività di raccolta informazioni nei confronti dei membri del Consiglio di amministrazione tese ad acquisire notizie utili per screditare le persone o sfruttare a proprio vantaggio quanto acquisito». Oltre a ex membri del cda di Eni, Amara include tra le vittime dei dossier anche i pm milanesi Fabio De Pasquale e Sergi Spadaro, titolari dell’inchiesta Opl 245, e Paolo Storari, uno dei due magistrati che lavorano sul complotto. De Pasquale e Spadaro hanno chiesto di interrogare Amara ma il collegio giudicante presieduto da Marco Tremolada ha ritenuto di non far testimoniare l’avvocato e dare avvio alla requisitoria dei pm, che è slittata a luglio a causa della pausa imposta dal lockdown.

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La “mappa giudiziaria” della vicenda legata all’assegnazione di Opl 245

A condizionare l’andamento del processo è stato l’imputato-accusatore Vincenzo Armanna, all’epoca della presunta maxi tangente uno dei manager Eni in Nigeria. Sentito dai giudici a luglio del 2019, Armanna aveva ribadito le accuse alla dirigenza di Eni e aveva garantito di poter fornire ulteriore prova delle sue parole attraverso la testimonianza di Isaac Eke, ex capo della sicurezza di Goodluck Jonathan. Su questa figura si è consumata una delle fasi più convulse del processo: il capo della sicurezza di Jonathan, infatti, era stato inizialmente identificato come Victor Nwafor, persona già sentita a Milano nel corso delle udienze. L’accusa ha però ottenuto che la corte giudicante ascoltasse anche l’uomo indicato da Armanna come colui che aveva visto le valigette con i contanti della tangente entrare in Nigeria. Sentito lo scorso 30 gennaio, Isaac Eke ha però negato di essere a conoscenza della maxi-tangente ed è stato immediatamente indagato dalla procura milanese per falsa testimonianza.

Mentre a Milano il corso giudiziario si è dovuto fermare a causa dell’emergenza Covid, l’affaire Opl 245 non è uscito dalle cronache. Tra Olanda, Gran Bretagna, Nigeria, Canada e Stati Uniti sono successi una serie di fatti che inevitabilmente rientrano nell’infinita saga del procedimento milanese. In attesa della prima sentenza che possa innescare o far morire i processi correlati a questa storia, aperti in tutto il mondo.

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Quando l’economia del petrolio finisce alla sbarra

A prescindere dagli esiti processuali, la vicenda Opl245 e le centinaia di migliaia di pagine del fascicolo processuale hanno svelato uno spaccato inquietante su come funziona il mondo del petrolio

La posizione di Eni

Sul sito di Eni è presente una pagina di fact-checking in cui l’azienda espone la sua posizione in merito al procedimento in corso, partendo dal presupposto che finora il colosso petrolifero ha sempre smentito ogni coinvolgimento in attività illecite. Eni aggiunge di aver fatto svolgere due indagini a società indipendenti americane che hanno dato esito negativo rispetto a violazioni in materia anticorruzione.

Cosa succede in Olanda – Le rivelazioni dell’ambasciatore a favore di Shell

L’11 dicembre 2017 alcuni investigatori del Fiod, il servizio d’indagini fiscali e finanziarie olandese, si sono recati ad Abuja, capitale della Nigeria, per incontrare i loro corrispettivi nigeriani, gli agenti dell’Efcc. Era un incontro riservato per discutere delle accuse di corruzione internazionale a Shell, il colosso anglo-olandese dell’industria petrolifera. L’azienda, insieme a Eni, si sarebbe aggiudicata la licenza petrolifera Opl 245 grazie al pagamento di una tangente da 1,1 miliardi di dollari. A organizzare il meeting è stato l’ambasciatore olandese ad Abuja, Robert Petri. Ma il diplomatico a inizio 2019 è stato rispedito anzitempo in Olanda, a seguito di un’indagine condotta dal dipartimento ministeriale olandese Sicurezza, gestione del rischio e integrità, conclusasi pochi mesi prima. Il filone principale riguardava un viaggio «potenzialmente inappropriato» con un jet di Shell.

Il 28 maggio 2018 Petri è volato a Bonny Island, snodo petrolifero dove ha sede Nigerian Liquid Natural Gas (Nlng), compagnia del gas Lng di proprietà per il 50% dello Stato nigeriano e per il restante 50% di Shell, Eni e Total. Insieme a lui c’era la moglie, che non ricopre alcun ruolo ufficiale. La coppia ha ricevuto diversi omaggi dall’azienda nigeriana, di cui Shell è azionista. In seguito, l’indagine ministeriale ha approfondito altri due aspetti: primo, le tensioni interne all’ambasciata procurate dagli atteggiamenti colonialisti e vessatori che Petri manteneva nei confronti del personale e, secondo, le accuse rivolte a Petri di aver rivelato notizie riservate a Shell sulle indagini in corso. Nei giorni immediatamente precedenti l’arrivo del Fiod, infatti, l’ambasciatore ha avuto un incontro con il numero uno dell’azienda in Nigeria a casa dell’ambasciatore. Durante l’incontro, di cui nessuno – ancora una volta – era al corrente, l’ambasciatore ha rivelato l’esistenza dell’indagine su Shell, come ammesso dallo stesso Petri.

Lo scoop, pubblicato a inizio giugno, è opera del quotidiano olandese Nrc. Il ministero degli Esteri olandese ha specificato che l’esito della procedura interna su Petri e le sue conseguenze sul piano disciplinare «sono confidenziali». Si attende però di capire se ci sarà un vero e proprio processo nei confronti dell’ex diplomatico. Nel frattempo, Shell ha confermato a Nrc di aver appreso dall’ambasciatore della visita in Nigeria del Fiod ma di non aver fatto ulteriori domande, né aver approfittato di tale informazione. Il 1 marzo 2019 Shell ha comunicato di aver ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini per il caso Opl 245 dalla procure generale olandese. A prescindere da come finirà il caso Petri, va ancora chiarito se i procuratori de L’Aja vogliano rinviare a giudizio l’azienda anglo-olandese oppure no. In nessun Paese come in Olanda l’esito del processo milanese può significare la definitiva chiusura oppure un incentivo a proseguire le indagini, anche perché Shell si è opposta all’utilizzo delle prove raccolte dagli investigatori.

Cosa succede in Canada – Il sequestro dell’aereo di Dan Etete

L’ex ministro del Petrolio nigeriano Dan Etete avrebbe investito parte della tangente che avrebbe intascato dall’affare Opl 245 a Dubai. Qui, secondo quanto scoperto dalla piattaforma britannica di giornalismo investigativo Finance Uncovered, Etete avrebbe acquistato una casa a Emirates Hills, la Beverly Hills dell’emirato. E sempre a Dubai Etete ha tenuto in un hangar un aereo che, secondo quanto ricostruito dagli investigatori di Milano e dell’Fbi, sarebbe stato acquistato con i soldi della tangente. Etete, infatti, avrebbe ricevuto, secondo gli inquirenti, 800 milioni di dollari, poi spartiti con gli altri partner dell’affare. Tra i conti dai quali sono passati questi soldi, uno è intestato alla RockyTop Services Ltd. Con i denari ricevuti in due tranches di pagamento, una nel 2011 e una nel 2013, l’ex politico oggi uomo d’affari si sarebbe poi comprato un Bombardier Global 6000. Lo possiederebbe attraverso una società con sede alle Isole Vergini Britanniche, la Tiblit Ltd.

Per anni il mezzo è stato sotto tiro degli avvocati nigeriani incaricati di recuperare i soldi della tangente. Poi, il 29 maggio, l’aereo è atterrato a Montreal, in Canada, dove le autorità locali hanno fatto scattare il sequestro per riciclaggio. Nel provvedimento di sequestro canadese si fa il nome di Giuseppina Russo, avvocato di uno studio legale canadese, che figura come direttrice della società. A maggio un giudice della Corte dei Caraibi orientali, che ha giurisdizione sulle Isole Vergini Britanniche, ha congelato i conti della Tiblit.

Sentita da Finance Uncovered, la donna ha negato di essere coinvolta in attività illecite e ha spiegato di non rappresentare più la società dal 2013, anno in cui ha acquisito il Bombardier che gli inquirenti ritengono di Etete. La società attraverso cui Etete ordina l’acquisto dell’aeromobile ha sede in Oklahoma e si chiama Insured Aircraft Title Services. Compare nell’inchiesta svolta nel 2010 dalla commissione permanente del Senato degli Stati Uniti, di cui IrpiMedia ha già parlato per raccontare i rapporti tra Gabriele Volpi e Abubakar Atiku. La stessa società compare nel database del Laundromat, la lavanderia di denaro sporco scoperta da Occrp, come beneficiaria di due pagamenti per un totale di 11,5 milioni di euro nel gennaio 2008 da un conto della Ukio Bankas. La società non è mai stata indagata.

Cosa succede in Gran Bretagna – Non luogo a procedere per un nuovo processo

Il 22 maggio il giudice Christopher John Butcher dell’Alta Corte di Londra ha stabilito di non avere giurisdizione per esprimersi sul caso Opl 245. Nel 2018 il governo nigeriano aveva fatto una richiesta di risarcimento per chiedere l’apertura di un’inchiesta anche in Gran Bretagna, visto che Shell ha sede legale a Londra. La Corte ha però stabilito che i capi d’imputazione proposti sono identici a quelli attualmente a giudizio in Italia, quindi – in base all’articolo 29 della Regolamentazione di Bruxelles, ossia il documento che norma la collaborazione giudiziaria tra Paesi membri dell’Unione Europea – è previsto che la nuova Corte chiamata in giudizio rinunci alla propria giurisdizione. Secondo quanto riporta la Reuters, un portavoce del governo nigeriano ha annunciato ricorso alla decisione della Corte britannica.

Per il governo nigeriano resta aperto a Londra il procedimento contro JP Morgan, la banca da cui sono transitati i soldi della presunta tangente. È la succursale londinese dell’istituto di credito americano ad aver ricevuto su un deposito a garanzia (escrow account) intestato al governo di Abuja i soldi di Eni e Shell (1, 3 miliardi di dollari). Per due volte, a febbraio e ottobre 2019, due tribunali inglesi hanno stabilito la legittimità della richiesta di risarcimento della Nigeria.

Escrow account: la definizione

Escrow account è il termine inglese con cui si definisce il deposito di garanzia. Questo contratto stipulato tra un acquirente e un compratore di solito per l’acquisto di beni mobili o immobili oppure partecipazioni aziendali prevede il deposito della somma pattuita a una parte terza del bene e del controvalore in denaro, fino al momento in cui la vendita non verrà conclusa.

JP Morgan è accusata di aver favorito la distrazione di fondi pubblici della Nigeria nelle mani di Dan Etete, ovvero un personaggio con già una condanna per riciclaggio passata in giudicato. In altri termini, la banca non ha fatto scattare i meccanismi d’allerta per reati finanziari come corruzione o riciclaggio. Il sistema messo in piedi attraverso gli escrow account prevede che il trasferimento di denaro sul conto della JP Morgan avvenga una volta firmato un accordo che risolva le controversie esistenti sulla titolarità del blocco 245. In questo caso gli accordi erano tre, volti, in pratica, a garantire che 800 milioni di dollari arrivino al’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete. Secondo il governo della Nigeria, JP Morgan, per ragioni di antiriciclaggio, avrebbe dovuto impedire che i soldi finissero in ultima istanza all’ex ministro del petrolio, precedentemente condannato per riciclaggio in Francia nel 2007. Prima del passaggio via JP Morgan, le parti in causa avevano tentato di siglare un accordo di garanzia attraverso una società terza, tra le varie intermediarie della transazione, con un conto presso la Banca svizzera italiana di Lugano. L’operazione è stata fermata dall’istituto elvetico perché ritenuta sospetta. La segnalazione da parte della banca svizzera stupisce, visto che lo stesso istituto nel 2017 è fallito a seguito di un’inchiesta di riciclaggio a Singapore.

Cosa succede negli Stati Uniti – La Sec chiude le indagini

Il 22 aprile scorso la Securities and exchange commission (Sec), l’autorità di vigilanza della Borsa americana, «ha concluso l’inchiesta sulla società, che include anche le indagini legate all’operazione Opl 245 e le altre indagini legate alle attività di Eni in Congo, senza intraprendere azioni o procedimenti», ha annunciato Eni in un comunicato. La Sec indagava sulla vicenda Opl in quanto l’azienda di San Donato milanese è quotata in Borsa a New York.

 La stessa autorità di vigilanza potrebbe comunque in futuro, anche sulla base dell’esito del processo in Italia, valutare di aprire un procedimento contro Eni perché quotata a Wall Street.

Cosa succede in Nigeria – Adoke Bello

In Nigeria il processo è arrivato ai vertici del potere. C’è stata un’accelerazione da quando, a dicembre 2019, è rientrato da Dubai e immediatamente arrestato in Nigeria Mohammed Adoke Bello, all’epoca dei fatti ministro della Giustizia. Sarebbe lui, secondo l’inchiesta dell’Efcc, la polizia che si occupa di reati fiscali in Nigeria, ad aver garantito che nel 2010 il governo nigeriano non ritirasse la licenza alla Malabu Oil&Gas, la società di Dan Etete al centro dell’inchiesta. Adoke avrebbe incassato per aver protetto gli interessi dell’ex ministro Etete 830 mila dollari, arrivati a un suo conto nel febbraio del 2012. Il 17 giugno 2020 la posizione giudiziaria di Adoke Bello è stata ridefinita dalle autorità nigeriane con sette nuovi capi d’imputazione per riciclaggio.

Secondo quanto risulta dall’inchiesta italiana, Adoke Bello si è mosso nella trattativa Opl 245 insieme alla ministra del Petrolio del governo Jonathan, Alison Diezani Madeuke. Secondo Ibrahim Magu, il numero uno dell’Efcc, Diezani si è appropriata di almeno 2,5 miliardi di dollari provenienti dall’erario nigeriano. L’ex ministra vive a Londra da anni e il governo nigeriano ne chiede l’estradizione ormai dal novembre 2019. L’ultima istanza è stata presentata a febbraio 2020. Nel 2017 nei confronti dell’ex ministra sono cominciati i sequestri ordinati dai tribunali nigeriani, a cominciare da 56 ville tra Lagos, Abuja e Port Harcourt.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi

Editing

Giulio Rubino

Infografiche

Lorenzo Bodrero

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