Fifa, i Mondiali del Qatar macchiati dalla corruzione e quelli 2030 da dare alla Cina

Il secondo mandato di Gianni Infantino è cominciato con l'interrogatorio del suo vice. Una vicenda che fa riemergere l'inchiesta del 2010 da cui soltanto due membri su 22 del Comitato uscirono indenni

16 Giugno 2019 | di Lorenzo Bodrero
Sono riapparsi i fantasmi in casa Fifa. Poche ore dopo la rielezione a presidente di Gianni Infantino la scorsa settimana a Parigi, la polizia francese ha prelevato e portato in questura Ahmad Ahmad, capo della Caf (l’equivalente africana della Uefa) nonché vice-presidente della Fifa.

Contratto che sarebbe stato precedentemente chiuso con la Puma ma che il presidente della Caf avrebbe cancellato in favore della società francese a un costo tre volte superiore di quello concordato con l’azienda sportiva tedesca, a fronte di un irrisorio aumento nella quantità di materiale.

“Nessuno parla più di scandali, di corruzione, oggi parliamo solo di calcio, abbiamo ribaltato la situazione”, aveva dichiarato dal palco pochi minuti prima un euforico Infantino. Senza sapere che da lì a poco l’ombra pesante di quella corruzione che credeva eradicata sarebbe tornata prepotentemente.

Non solo corruzione ma anche appropriazione indebita e abuso di potere. Sono le pratiche che hanno segnato la gestione Fifa fin dagli anni ’90, periodo dal quale è partita l’indagine sul Fifagate. Al centro di quell’inchiesta a guida americana vi era un altro congresso, quello andato in scena nel dicembre 2010 e che avrebbe assegnato i Mondiali del 2018 e 2022. Da quelle carte, e da indagini interne alla Fifa, è trapelato forte il sospetto di brogli e accordi sottobanco per l’assegnazione della prossima edizione al Qatar.

L’assegnazione al Qatar mai messa in discussione

Un’analisi di Sport Intelligence elaborata da ilfattoquotidiano.it mostra che soltanto due membri del Comitato Fifa sui ventidue che presero parte al voto uscirono indenni da quelle indagini. Da Jack Warner a Chuck Blazer, da Franz Beckenbauer a Michel Platini fino a Sepp Blatter, tutti o quasi sono stati quantomeno coinvolti nelle indagini. Tre di loro si sono dichiarati colpevoli di appropriazione indebita o corruzione, più della metà sono stati radiati dal calcio e quasi la totalità sono stati accusati o indagati per pratiche illeciti o per violazioni del codice etico.

Crediti: Lorenzo Bodrero/IrpiMedia

Nonostante ciò, il torneo in Qatar non è mai stato messo in discussione dalla Fifa. Al contrario, il tentativo poi fallito di Infantino di aumentare da 32 a 48 squadre la rassegna mondiale già dall’edizione qatariota dimostra un’ambizione economica sempre crescente. Uno studio commissionato dalla Fifa aveva infatti concluso che un Mondiale con 48 nazionali partecipanti genererebbe circa 300 milioni di ulteriori introiti. La situazione geopolitica che circonda il Qatar e la necessità di dover ospitare il torneo in Paesi satelliti hanno messo un freno alle aspirazioni di Infantino. Per realizzarle, bisognerà aspettare il 2026.

I soldi della Cina e la deroga allo statuto

“Stiamo riemergendo dalla nostra peggiore crisi”, ha detto Infantino la scorsa settimana a Parigi, aggiungendo che “la Fifa ha oggi la più solida situazione economica di sempre”.

Se i dubbi permangono sulla prima dichiarazione, pochi aleggiano invece intorno alla seconda. Le casse continuano infatti a gonfiarsi. Secondo Infantino, “le nostre riserve contano 2,4 miliardi di euro”, e la nuova formula della Coppa del mondo per club – fortemente voluta dall’italo-svizzero ma fortemente osteggiata dalle più importanti federazioni nazionali – porterebbe nelle casse ulteriori 22 miliardi di euro nell’arco di dodici anni. Il fatturato dell’organizzazione che regola il calcio mondiale ha poi registrato nel 2018 un nuovo record. La Coppa del mondo in Russia ha generato un fatturato di 4,6 miliardi di dollari, nonostante la fuga di non pochi grandi sponsor del comparto marketing a causa degli scandali post-Fifagate.

A rimpinguare le tasche, e non poco, della Fifa ci hanno pensato le aziende cinesi. Nel triennio 2015-2018, la Fifa ha contrattualizzato 14 nuovi sponsor principali, “sette dei quali provengono dalla Cina, facendo registrare una presenza cinese senza precedenti nell’edizione della Coppa del mondo in Russia”, si legge nel rapporto fiscale 2018.

La macchina del calcio della Repubblica popolare si è messa in moto già da qualche anno e Infantino non ha mai fatto mistero del suo appoggio. A Parigi, in sordina, è passata anche la conferma della Cina quale Paese ospitante della Coppa d’Asia 2023, un torneo che la Fifa e il suo neo-presidente osserveranno con interesse. Nel 2015, il presidente Xi Jinping aveva dichiarato di voler trasformare la Cina in una “superpotenza del calcio mondiale”, annunciando investimenti per 700 miliardi di euro e la creazione di 20mila centri di allenamento, 60mila nuovi campi da calcio e 50 milioni di calciatori entro il 2026.

Numeri da capogiro che devono essere riaffiorati alla mente di Gianni Infantino quando, alla domanda sulla possibilità che la Cina si candidi a Paese ospitante per il 2030, ha risposto: “Discuteremo di questa eventualità al prossimo congresso della Fifa programmato per ottobre”, omettendo che al momento, statuto alla mano, non sarebbe possibile: devono infatti trascorrere almeno due edizioni perché un Mondiale possa essere ospitato di nuovo nello stesso continente. Con quello in Qatar in programma nel 2022, se ne riparlerebbe nel 2034. “Vedremo, più Paesi candidati ci saranno e meglio sarà”, ha chiosato Infantino. Dopotutto uno statuto si modifica in fretta.

L’ultimo scandalo corruzione

Abbiamo trasformato “un’organizzazione ai limiti del criminale in un’entità che favorisce lo sviluppo del calcio”, dichiarava Infantino pochi secondi dopo aver inaugurato il suo secondo mandato ai vertici del calcio mondiale. La sua rielezione è stata un plebiscito. Due giorni prima, il Consiglio aveva già approvato un’altra modifica allo statuto: in caso di candidato unico, l’assemblea vota per acclamazione. Nessuna scheda o urna. Su 211 membri, tutti hanno votato a favore tranne tre. Infantino è quindi salito sul palco e dalla platea è partito l’applauso. Un tripudio. È cominciato così il secondo mandato dell’italo-svizzero.

Da lì a poche ore sarebbe arrivata l’irruzione della guardia di finanza francese. Non un arresto, quello di Ahmad Ahmad, bensì un interrogatorio. E sulla Fifa è ripiombato l’incubo vissuto nel 2015 quando 14 ordini di arresto deflagrarono quello che sarebbe diventato il Fifagate, il più grande caso di corruzione nella storia dello sport professionistico. Da allora, con la caduta di Sepp Blatter e l’avvento di Gianni Infantino, la corsa a un repulisti, non priva di ostacoli e più a parole che nei fatti, ha guidato come un mantra la dirigenza Fifa.

Ahmad è stato rilasciato dalle autorità francesi al termine dell’interrogatorio ma l’indagine prosegue. L’accusa era stata mossa lo scorso marzo da Amr Fahmy, ex braccio destro di Ahmad. Nel documento consegnato al Comitato etico della Fifa accusava inoltre il suo capo di molestie nei confronti di impiegate della Caf nonché di aver utilizzato 350mila dollari, prelevati dalla casse dell’organizzazione africana, per fini personali.

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