Il vertice al Cara di Mineo con il “re degli scafisti” libico

Un trafficante, noto come Bija, nel centro d’accoglienza per parlare di migranti: ora è indagato in Italia per le violenze in Libia

6 ottobre 2019 | di Lorenzo Bagnoli

A maggio 2017, il capo della Guardia costiera di Zawiya, in Libia, ha fatto parte di una delegazione venuta in visita al Cara di Mineo. Il guardacoste Abd al-Rahman Milad detto al-Bija era però già sospettato di essere un trafficante di esseri umani. Lo ha rivelato l’Avvenire, che ha pubblicato le foto dell’incontro. Un mese dopo quel meeting, le Nazioni Unite hanno messo al-Bija sotto sanzioni (passaporto sospeso e beni congelati). Il guardacoste è uno degli ingranaggi di un sistema criminale che gestisce traffico di migranti e contrabbando di gasolio.

Un sistema indagato anche in Italia: a largo di Zawiya, come rivela l’operazione “Dirty Oil” della Guardia di Finanza (ottobre 2017), i guardacoste facevano lavorare senza impedimenti solo le navi – dirette in Italia – di due trafficanti di gasolio maltesi coi quali il clan di al-Bija era in affari. Dopo le sanzioni Onu, il nostro uomo non si era più fatto sentire finché, a settembre, non è apparso in un’inchiesta delle procure di Palermo e Agrigento.

L’inchiesta de L’Avvenire in cui è stata pubblicata la foto dell’incontro di Bija al Cara di Mineo.

L’inchiesta – che scaturisce dalle testimonianze di alcuni migranti, che lo chiamano “Bengi” (fonetico) – ha portato al fermo in Italia di tre presunti “kapò” del centro di detenzione di al Nasr, a Zawiya: picchiavano migranti per ottenere soldi, in cambio della possibilità, un giorno, di lasciare la Libia. I testimoni indicano Bengi/Bija come l’incaricato a raccogliere i migranti sulla spiaggia per decidere chi possa partire.

Incrociando le evidenze dell’indagine siciliana con nuove testimonianze, è possibile individuare i vertici dell’organizzazione: il superiore di al-Bija è il capo della struttura detentiva. I migranti lo chiamano “Ossama ”. Fonti confidenziali lo identificano in Ossama Milad Rahuma, cugino di al Bija (nome nuovo in Italia). Giulia Tranchina, avvocato di base a Londra, specializzata in diritto d’asilo, è in contatto con altri operatori e migranti passati per Zawiya. Tre diverse persone raccontano che i torturatori di Ossama vengono da diversi Paesi: due marocchini, un pachistano, un bengalese, alcuni egiziani. Uno, un certo Mohammed, è “la sua mano destra”. Il fratello risulta tra i fermati dalle procure di Palermo e Agrigento. L’altro vice, anche lui Mohammed, è un poliziotto libico. “L’ho visto spesso indossare la giacca dell’Oim (Organizzazione internazionale delle migrazioni)”, dice una fonte di Zawiya.

Il particolare torna anche nell’inchiesta siciliana: dentro la prigione ci sarebbe un container Oim dove si svolgerebbero alcuni dei pestaggi. L’agenzia delle Nazioni Unite ha smentito a Redattore sociale ogni coinvolgimento. Le stesse procure siciliane scrivo- no che “non è dato sapere” se il container Oim “fosse in disuso e utilizzato dalla criminalità locale”.

Il boss dell’intera filiera criminale è Mohamed Koshlaf, alias al-Qasab, sotto sanzioni come al Bija. Appartiene al suo stesso gruppo tribale e ha acquisito potere come comandante della brigata Shuhada al-Nasr, formazione che ha sempre sostenuto il governo di Tripoli di Fayez al-Serraj. Guida anche il servizio di sicurezza della raffineria, le Petroleum facility guards, e decide quanto gasolio immettere nel mercato nero. A dicembre 2018 l’Alto commissariato Onu ai diritti umani aveva chiesto che il centro al Nasr fosse escluso da quelli riconosciuti dall’esecutivo libico. Ma non esistono liste di centri ufficiali.

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