Afghanistan, il “Paese sicuro” per l’Europa

1 Ottobre 2021 | di Matias Gadaleta

Almeno dal 2016 l’Unione Europea ha di fatto trattato l’Afghanistan come un “Paese sicuro”. Nel diritto internazionale, questa definizione implica che un richiedente asilo che proviene da questo tipo di Paesi possa essere rimpatriato se non ottiene alcuna forma di protezione internazionale. Cinque anni fa l’Ue aveva cominciato a definire ufficialmente alcune “aree sicure” all’interno dell’Afghanistan, in particolare le città principali. Il Guardian all’epoca aveva raccontato di un piano segreto, condotto dalla Commissione europea, per rimandare indietro circa 80mila persone, dato che nel 2015 dei 213 mila richiedenti arrivati in Europa gli afghani erano i secondi più numerosi. In pratica, l’Ue ha deciso di pagare l’Afghanistan affinché accettasse il rimpatrio dei suoi migranti: un ricatto. Lo schema è lo stesso dell’accordo con il presidente turco Recep Tayyip Erdogan siglato quello stesso anno e annunciato già nel 2015. In quel caso lo scopo era far gestire i migranti siriani alla Turchia.

Il piano con l’Afghanistan è stato sostanzialmente portato avanti, seppur con meno clamore del piano Ue-Turchia: dal 2008 al 2020 266.345 delle 538.790 domande d’asilo depositate da afghani sono state rifiutate. La percentuale di dinieghi, quindi, è del 49,4%. I rimpatri forzati nello stesso lasso di tempo sono stati 51.420 (la dicitura del portale statistico europeo Eurostat è «rimpatri a seguito di un ordine di espulsione»). Di questi, circa 30 mila sono stati rimpatriati negli ultimi cinque anni. Il Covid 19 aveva anche rallentato voli, ripresi poi dalla fine del 2020.
La definizione: rimpatri volontari assistiti vs rimpatri forzati

I rimpatri volontari assistiti sono finanziati da organizzazioni internazionali e fondi pubblici. Hanno lo scopo di reinserire nel proprio Paese d’origine un migrante che sceglie di tornare. Si possono attuare solo in “Paesi sicuri”. I rimpatri forzati sono misure coercitive che seguono di solito un periodo di detenzione amministrativa.

Lasciare Kabul prima della sua caduta

Eppure non era un mistero che Kabul stesse per cadere in seguito ai negoziati di Doha del febbraio 2020 tra Stati Uniti e la fazione afghana dei talebani. Già all’inizio di luglio del 2021, il governo afghano aveva chiesto ai Paesi dell’Ue di fermare i rimpatri dei suoi cittadini per tre mesi. Il governo afghano temeva di non essere in grado di gestire le pratiche dei rientri. Il 12 luglio, la Finlandia è diventata il primo Paese dell’Unione Europea ad annunciare il congelamento dei rimpatri forzati dei richiedenti asilo afghani, seguita poi dalla Svezia. Il 5 agosto, al contrario, i ministri dell’Interno di sei Paesi europei (Austria, Belgio, Danimarca, Germania, Grecia e Paesi Bassi) hanno scritto una lettera alla Commissione Europea per affermare che avrebbero continuato con le espulsioni.

«Spetta a ciascun Paese membro valutare individualmente se l’espulsione è possibile», era stata la replica del portavoce della Commissione per gli affari interni Adalbert Jahnz. Sotto le pressioni della comunità internazionale i rimpatri alla fine sono stati interrotti l’11 agosto, per quanto il Ministero dell’Interno tedesco abbia tenuto a sottolineare che ad oggi nel Paese ci sono circa 30mila afghani la cui domanda d’asilo è stata respinta e che dovrebbero teoricamente essere rimpatriati. Solo due giorni dopo la caduta della capitale afghana, il 17 agosto, anche l’Unhcr, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, ha ribadito la richiesta di bloccare i voli per l’Afghanistan con un avviso di non rimpatrio. Da allora non si ha più notizia di voli di rimpatrio provenienti dai Paesi dell’Ue.

Fonte: Eurostat

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), da quando sono tornati i talebani il numero di afghani che ha attraversato il confine illegalmente è aumentato di circa il 30-40% rispetto a prima di maggio, cioè il momento in cui è cominciato il ritiro delle truppe internazionali. Caroline Van Buren, rappresentante dell’Unhcr in Afghanistan, ha affermato che ogni settimana tra le 20.000 e le 30.000 persone lasciano il Paese.

Il Mixed Migration Centre (Mmc), centro studi che si occupa dell’”immigrazione mista” (da intendersi come migranti economici e richiedenti asilo), ha osservato che nei mesi che hanno preceduto la presa dei talebani i viaggi migratori sono diventati sempre più costosi e pericolosi poiché la domanda è aumentata. I servizi dei trafficanti di esseri umani a Kabul, Mazar-e-Sharif e Herat sono aumentati significativamente di prezzo nell’ultimo trimestre. Ad esempio, mentre il costo di un viaggio da Zaranj (Afghanistan) a Teheran (Iran) era di circa 180 dollari a gennaio e febbraio, è aumentato a 250-300 dollari a luglio. Allo stesso modo, la tariffa per un visto turco organizzato da contrabbandieri e intermediari è aumentata da 2.500 dollari a gennaio a oltre 5.000 dollari a metà luglio. Anche le rotte sono cambiate: sono diventate più complesse e pericolose per aggirare i punti di controllo dei talebani al confine.

Stima delle persone fuggite dall’Afghanistan, distribuite in diversi Paesi del mondo

Fonte: Financial Times

Un Paese da cui fuggire

L’Afghanistan dal 2002 è il più grande destinatario di aiuti umanitari dell’Unione Europea. Se resta in piedi, è anche grazie agli aiuti umanitari. Secondo la Fao, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, tra novembre 2020 e marzo 2021, in corrispondenza della stagione magra, circa 13,15 milioni di afghani (42% della popolazione totale) hanno vissuto livelli elevati di insicurezza alimentare. Le persone in queste aree, compresi circa 3,3 milioni di bambini, sono private dell’accesso ai servizi essenziali, come l’assistenza sanitaria, l’istruzione e le opportunità di lavoro.

Ad aprile, le agenzie umanitarie internazionali hanno affermato che 120 dei circa 400  distretti dell’Afghanistan – più di un quarto – sono «difficili da raggiungere» a causa dei conflitti tra diversi gruppi armati. Tra questi, è nota la rivalità tra Talebani e il gruppo di militanti dell’Isis di Khorasan, che negli anni ha provocato numerose vittime e  gravi attentati tra cui quello di Kabul del 2016.

Domande di asilo depositate in Paesi dell’Unione Europea tra il 2008 e il 2020 da cittadini afghani

In rosso ci sono quelle che hanno ottenuto una forma di protezione internazionale (protetti), in grigio quelle diniegate
Fonte: Eurostat

Oltre ai recenti eventi e all’aumento del conflitto, l’Afghanistan deve affrontare anche disastri economici e ambientali che si sommano ad altri fattori che stimolano la migrazione. La popolazione infatti sta affrontando una serie crescente di inondazioni, frane e siccità sempre più frequenti e gravi. In un Paese in cui una percentuale significativa della popolazione vive in aree rurali e dipende dall’agricoltura per sopravvivere, la siccità ha un effetto devastante. Secondo un rapporto dell’ Ifrc, la Federazione della Croce rossa e della Mezzaluna rossa internazionale oltre l’80% dell’Afghanistan si trova in grave siccità, condizione che aggrava le difficoltà socio-economiche del Paese.

Secondo la missione di assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (UNAMA), conflitto e violenza si sono intensificati nel 2021 con il numero di attacchi civili in aumento del 29% nel primo trimestre dell’anno, rispetto allo stesso periodo nel 2020.

La presenza dell’Italia in Afghanistan

di Giacomo Pirrone

Nel corso di una riunione congiunta delle Commissioni Difesa e Affari Esteri del Parlamento svoltasi lo scorso 15 settembre, il Comandante del Comando operativo di vertice Interforze (Covi) Luciano Portolano ha fatto un bilancio sui vent’anni di presenza italiana in Afghanistan e qualche previsione sul futuro del paese. Le operazioni si sono concluse con l’evacuazione umanitaria di 5011 persone, ma si prevede di trasferirne altre non appena possibile. Portolano ha posto l’accento sui rapporti che i talebani intesseranno da un lato con al-Qaeda – che ha già suoi rappresentanti nel nuovo governo – e dall’altro con Pakistan, Turchia e Cina, che cercheranno di colmare il vuoto lasciato dalla presenza occidentale. Il generale si è detto preoccupato per la scarsità di politiche per fermare i processi di radicalizzazione nel territorio. Tra 2001 e 2021 hanno preso parte alle operazioni in Afghanistan oltre 50 mila militari italiani; 50 sono morti e 723 sono rimasti feriti.

 

Lo status di Paese sicuro e il reintegro in Afghanistan

Come si è arrivati dunque a considerare l’Afghanistan un Paese sicuro legittimando così i rimpatri forzati in Afghanistan da parte dei Paesi dell’Unione Europea? Il tutto gira intorno a un accordo bilaterale tra Ue e Afghanistan. È conosciuto con il nome di Joint Way Forward, letteralmente “Strada comune per il futuro”. L’anno era il 2016, l’Europa era in piena crisi migratoria e arrancava alla ricerca della soluzione più rapida e semplice da mettere in atto. La soluzione si è trovata in un accordo concluso con il Governo di Unità Nazionale afghano. Questo patto, rinnovato nel 2020, ha sancito l’impegno congiunto di Ue e Afghanistan per prevenire la migrazione irregolare e gestire il rimpatrio dei respinti.

Nell’accordo sono contenute anche misure per facilitare il rientro in Afghanistan sotto il profilo legale, grazie a documenti di viaggio in regola e voli aerei concordati preventivamente tra gli Stati europei e il governo afghano. C’è poi un’ultima parte – la più discutibile viste le condizioni del Paese – che riguarda la “prevenzione” della migrazione irregolare, che l’Afghanistan avrebbe dovuto condurre sensibilizzando la popolazione ai rischi dell’affrontare il viaggio. L’Unione Europea si è impegnata a sostenere sul piano finanziario la campagna di sensibilizzazione, senza specificare con quale cifra.

I quattro punti dell’accordo
  1. la presa in esame di ciascun caso di richiesta d’asilo da parte degli Stati Membri dell’UE, condizione necessaria per concedere o negare la protezione internazionale e il diritto a restare in UE;
  2. l’impegno dell’Afghanistan di riammettere in territorio afghano i suoi cittadini rimpatriati;
  3. la possibilità, data ai cittadini afghani cui fosse negata la protezione internazionale di ritornare i volontariamente (per evitare di diventare migranti irregolari);
  4. l’impegno da parte degli Stati Membri di prestare particolare attenzione ai casi vulnerabili: principalmente i minori e le donne non accompagnate e le donne a capo di famiglie.

Da gennaio 2020, il Mixed migration center Asia ha intervistato molti afghani rimpatriati per studiare le loro esperienze di rimpatrio e reintegrazione. Gli intervistati provengono soprattutto da Iran e Pakistan, dove i rimpatri spontanei sono continui, e in parte da Turchia e da alcuni Paesi europei. Lo studio esplora le numerose sfide che devono affrontare una volta in Afghanistan, in particolare sul piano economico. Quasi la metà degli intervistati (49%) ha riferito che trovare un lavoro dignitoso è la sfida più importante; la seconda è la violenza (37%) più spesso segnalata tra coloro che sono tornati dai Paesi europei. Il 34% degli intervistati si è indebitato con amici e parenti allo scopo di poter viaggiare in Europa e ora deve restituire quanto ha preso in prestito.

Questa condizione – unita alla mancanza di opportunità di sostentamento e sostegno finanziario al ritorno dovuto anche alla pandemia – probabilmente aggravano ulteriormente i livelli di debito. Solo il 16% degli intervistati ha segnalato di aver ricevuto una qualche forma di assistenza, da intendersi come messa a disposizione di contanti da Organizzazioni Non Governative o familiari, dopo il rientro in Afghanistan. La percentuale sale al 45% per chi è stato rimpatriato dall’Unione Europea, tuttavia le dimensioni del campione sono piccole. Ciò potrebbe essere dovuto al fatto che oltre la metà di coloro che tornano dai Paesi dell’Ue lo ha fatto nell’ambito di programmi di rimpatrio volontario assistito, che prevedono forme di assistenza assenti per chi rientra dall’Iran (11%), chi rientra con un rimpatrio forzato o in maniera indipendente.

Editing: Lorenzo Bagnoli | Foto: Un bambino seduto su un carro armato distrutto sulle colline Kabul nel 2012 – Karl Allen Lugmayer/Shutterstock

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