I Signori del grano

I Signori del grano

#Grainkeepers

Icereali sono il nuovo petrolio, i terreni agricoli le nuove cisterne e le navi cariche di grano i nuovi oleodotti. Con l’aumento del valore dei raccolti, ogni Paese in possesso di questa risorsa si trova in una posizione di potere e ogni trasporto diventa un’operazione politicamente sensibile.

Nel XX secolo le nazioni che sfruttavano le loro riserve di petrolio hanno approfittato del boom della domanda di idrocarburi, aprendo un divario tra Stati ricchi e poveri in Medio Oriente, Europa e Africa. Il presente rischia un nuovo squilibrio, tra i Paesi e le multinazionali che controllano le terre fertili, il raccolto e la vendita dei prodotti, e quelli che non hanno alcun potere in questa catena di approvvigionamento.

L’invasione russa dell’Ucraina nel febbraio 2022 ha esacerbato questo “divario del grano”, provocando un’impennata dei prezzi di molti cereali, interrompendo molte rotte e mettendo a rischio la vita di milioni di persone in quei Paesi che non possono più permettersi di importare del cibo.

Questa crisi ha messo in evidenza i vincitori e i vinti nella lotta per l’accesso ai cereali, che analizziamo nel progetto giornalistico transfrontaliero The Grainkeepers, con il sostegno del Journalism Fund.

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Con il sostegno di

Guerre rurali, lo scontro per la “sovranità alimentare”

09 Novembre 2022 | di Paolo Riva

Negli anni Novanta, al momento della sua nascita, il termine “sovranità alimentare” significava costruire un sistema di sviluppo agricolo ed economico diverso da quello fondato sul mercato libero e l’assenza di dazi doganali. Secondo la definizione del 1996 de La Via Campesina, movimento internazionale di lavoratori della terra e contadini piccoli e medi, “sovranità alimentare” è «il diritto dei popoli, delle comunità e dei Paesi di definire le proprie politiche agricole, del lavoro, della pesca, del cibo e della terra che siano appropriate sul piano ecologico, sociale, economico e culturale alla loro realtà unica». A portarlo alla ribalta, molti anni dopo, sono stati però i partiti politici di destra insieme all’invasione russa in Ucraina. Con un significato molto diverso da quello originale.

Il nuovo governo di Giorgia Meloni ha cambiato il nome del Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali in Ministero dell’agricoltura e della sovranità alimentare. «La sovranità alimentare non è un concetto di destra», ha spiegato in un’intervista il neoministro Francesco Lollobrigida, che già aveva precisato come anche nella Francia di Emmanuel Macron, molto lontana dalle posizioni politiche di Fratelli d’Italia, si utilizzasse lo stesso concetto. Secondo l’esperto di sistemi alimentari Nicolas Bricas, in realtà, «il termine sovranità alimentare è molto caro all’estrema destra francese». «Il Rassemblement national è molto radicato negli ambienti rurali – prosegue Bricas che fa parte di IPES Food, un panel di esperti indipendenti in sistemi alimentari sostenibili -. Macron aveva bisogno di sedurre quell’elettorato e quindi ha cercato di accontentarlo».

Pochi giorni dopo l’invasione dell’Ucraina di fine febbraio, “sovranità alimentare” ha fatto la sua comparsa anche in un documento del Consiglio dell’Unione europea (in quel momento guidata dalla presidenza a rotazione della Francia): i ministri dell’agricoltura dei 27 hanno detto di voler «migliorare la resilienza e la sovranità alimentare dell’Ue» e di «incorporare la sovranità alimentare nella politica agricola Ue». Ne ha parlato poi Copa-Cogeca, la più importante organizzazione di agricoltori del continente: per fare fronte alla «questione essenziale di sovranità alimentare e di stabilità democratica» posta dal conflitto, ha chiesto alle istituzioni europee «di poter coltivare tutte le terre disponibili nel 2022 per compensare il blocco della produzione russa e ucraina», «per evitare interruzioni nelle catene di approvvigionamento, che inevitabilmente porteranno a carenze in alcune parti del mondo».

La pressione ha sortito gli effetti desiderati: nel giro di un mese, a fine marzo, la Commissione ha approvato «una gamma di interventi a breve e a medio termine» in ambito agroalimentare, tra i quali «una deroga eccezionale e temporanea» per consentire agli agricoltori, proprio come chiesto da Copa-Cogeca, di coltivare anche quei terreni che, solitamente, vengono lasciati a riposo o a prato permanente per ragioni ambientali. Il provvedimento riguardava solo il 2022, ma a luglio è stata decisa un’ulteriore deroga per tutto il 2023.

È così che la sovranità alimentare è entrata nel novero degli argomenti a sostegno dell’imperativo di produrre di più, molto lontano dall’obiettivo originale de La Via Campesina.

Il progetto I Signori del grano

I Signori del grano è una serie sul divario crescente tra Stati ricchi e poveri nella disponibilità di risorse agricole scatenato dalla guerra in Ucraina. La serie è realizzata in collaborazione con Scena9 e NOW, grazie al sostegno di JournalismFund.

Ambiente Vs produzione

La pandemia, prima, e il conflitto in Ucraina, poi, sono arrivati in un momento cruciale per l’agricoltura europea. Il settore è responsabile di circa il 12% delle emissioni di gas serra Ue e, di queste, quasi il 70% arriva dagli allevamenti. Per combattere il cambiamento climatico, quindi, l’agricoltura va resa più sostenibile. Per questo, nel maggio 2020, la Commissione Ue, nell’ambito del Green Deal europeo, ha presentato la strategia Farm to Fork – dal produttore al consumatore (F2F).

Agricoltura insostenibile

Il settore agricolo, nel 2020, è stato responsabile di circa il 12% delle emissioni di gas serra Ue. Di queste, quasi il 70% arriva dagli allevamenti

Il documento ha al suo interno diversi obiettivi, come per esempio la riduzione dell’uso dei pesticidi chimici e la crescita delle superfici coltivate a biologico. Alcuni principi sono stati parzialmente incorporati nella nuova programmazione della Politica Agricola Comune (PAC), in partenza a gennaio 2023, ma la maggior parte dovranno essere concretizzati in nuovi testi legislativi. Il mondo agricolo europeo è spaccato in merito all’attuazione della strategia F2F.

Secondo diverse organizzazioni di categoria degli agricoltori, le norme proposte potrebbero portare a un calo della produzione agricola europea, facendo aumentare i prezzi e rendendo l’Europa dipendente dalle importazioni. «C’è il rischio che le nuove normative siano un boomerang – sostiene Vincenzo Lenucci, direttore Politiche europee e internazionali di Confagricoltura, organizzazione italiana che fa parte di Copa-Cogeca -. Potrebbero rendere difficile avere una disponibilità di cibo sufficiente, salubre e accessibile», aggiunge riferendosi ad alcuni studi sull’impatto della Farm to Fork e del Green deal europeo pubblicati negli ultimi anni, come quelli di JRC e Wageningen University & Research. A causa del minor uso di pesticidi e fertilizzanti e del maggiore ricorso all’agricoltura biologica, il primo studio stima un calo medio della produzione agricola tra il 5 e il 15% mentre il secondo tra 10 e il 20%.

L’industria agricola e quella chimica europee, per l’ong che si occupa di lobbying e trasparenza Corporate European Observatory, stanno cercando di «far deragliare la Farm to Fork, utilizzando la crisi ucraina per rinvigorire le argomentazioni contro le pratiche agricole più ecologiche», già espresse anche prima del conflitto, ma senza esiti. «Copa-Cogeca – scrive ancora Corporate European Observatory – ha collaborato con il gruppo del Partito popolare puropeo (PPE) per indebolire e bloccare le regole vitali per l’attuazione degli obiettivi climatici». L’ong, inoltre, sostiene che il rapporto del JRC sia incompleto e tenda a privilegiare i fattori economici rispetto a quelli sociali e ambientali mentre ricorda che quello di Wageningen University & Research è stato commissionato dall’associazione di categoria delle imprese agrochimiche Croplife Europe e si basa su 25 casi studio relativi a «solo dieci colture in sette Stati membri».

Rilievi simili sono stati fatti da associazioni e parlamentari ambientalisti, convinti che l’attuale sistema agroindustriale vada superato, producendo in maniera più sostenibile e cambiando la destinazione dei prodotti.

Oggi il 52% dei cereali prodotti e importati in Ue viene usato per nutrire gli animali e solo il 19% per uomini e donne. «Ci troviamo di fronte a un problema di solidarietà e di organizzazione del mercato, non a un problema di volume», sostiene Benoît Biteau, agricoltore biologico francese, eurodeputato verde e vicepresidente della commissione agricoltura del Parlamento europeo. A suo giudizio, la scelta della Commissione di derogare temporaneamente ad alcune norme ambientali è una decisione politica «molto discutibile». In questa situazione, anziché produrre di più, secondo Biteau, bisognerebbe «controllare la speculazione», «tassare i superprofitti» dei grandi attori internazionali e «riorientare parte delle scorte destinate all’allevamento verso l’alimentazione umana», compensando economicamente gli allevatori penalizzati.

Per Bricas, le deroghe decise a marzo rivelano «uno scontro interno alla Commissione Ue»: «Da un lato – spiega l’esperto di IPES Food – c’è chi vuole aumentare la produzione di cereali per recuperare quote di mercato ed evitare una crisi globale. Dall’altro, chi vuole difendere la strategia Farm to Fork», proponendo di sprecare meno cibo e cambiare alcune abitudini alimentari. Ad impersonificare le due posizioni all’interno dell’esecutivo comunitario ci sono Frans Timmermans, il socialista olandese vicepresidente della Commissione e responsabile del Green Deal, e Janusz Wojciechowski, il commissario polacco all’agricoltura, del partito di governo PiS. Il primo sostiene con forza la F2F, mentre il secondo vuole incrementare la produzione.

Ma lo scontro non si esaurisce nelle stanze dei palazzi di Bruxelles e nei prossimi mesi è destinato a intensificarsi per diversi motivi. Uno di questi è l’estate appena trascorsa. La siccità che ha investito l’Europa quest’anno è stata talmente acuta che, secondo i ricercatori del Joint Research Centre, potrebbe rivelarsi la peggiore degli ultimi cinquecento anni. Ovvio che ne abbia risentito fortemente anche l’agricoltura.

Siccità e deroghe

Stando alle ultime previsioni della Commissione europea, principalmente a causa della siccità la produzione cerealicola Ue 2022 dovrebbe essere inferiore sia a quella dello scorso anno sia alla media degli ultimi cinque, rispettivamente del 7,8 e del 5,1%. Tra i Paesi con le prestazioni peggiori, se comparate con il quinquennio precedente, ci sono Ungheria, Romania, Spagna, Francia e anche l’Italia, con un calo superiore alla media europea. Oltre alla mancanza d’acqua, hanno influito sicuramente anche il caro energia, il conseguente aumento dei costi di produzione e il fatto che le deroghe stesse siano state decise a marzo e inizialmente durassero solo fino a dicembre.

Sta di fatto che, per ora, le deroghe alle norme ambientali non hanno ottenuto i risultati sperati. «La disponibilità di cibo – continua la Commissione – non è a rischio nell’Ue» che, anzi, grazie alle scorte degli anni precedenti, dovrebbe esportare cereali per «51 milioni di tonnellate, con un aumento del 6,5% rispetto alla scorsa stagione e del 20,9% rispetto alla media quinquennale».

La crisi Ucraina, che ha spinto alcuni stati sull’orlo della carestia perché non potevano permettersi di importare cibo, in Europa non ha causato un problema di disponibilità degli alimenti, quanto piuttosto di accessibilità, soprattutto per i cittadini meno abbienti. «Le importazioni totali dell’Ue hanno subito un impatto minimo» dal conflitto, ha spiegato Rico Ihle, professore della Wageningen University nel corso di un’audizione al parlamento europeo a fine ottobre. «Le importazioni dall’Ucraina – ha aggiunto – non sono crollate, alcune sono addirittura aumentate. Il crollo delle importazioni dalla Russia è stato sostituito. Nessun problema di scarsità nell’Ue, in quanto il modello commerciale è cambiato a malapena». Per contro, solo per fare un esempio, in agosto, il prezzo del pane in Unione europea è stato più alto del 18% rispetto all’anno precedente, con punte del 33% in Lituania e del 66% in Ungheria.

Caro pane

Variazione percentuale del prezzo del pane ad agosto 2022 rispetto all’anno precedente. La media in Unione europea segna un +18%, con punte del +33% in Lituania e del +66% in Ungheria

La sicurezza alimentare non è mai venuta meno. I dati oggi lo dicono, ma alcune scelte politiche, come l’estensione al 2023 delle deroghe ambientali, nel frattempo sono state prese. E altre dovranno esserlo presto. Da un lato, molti agricoltori sostengono che le oggettive difficoltà create dalla siccità e il perdurare della guerra siano ulteriori motivi per non approvare ora misure ambientali che potrebbero rendere la loro vita ancora più complessa, limitare la produzione e far alzare ulteriormente i prezzi. Dall’altro, i sostenitori della Farm to Fork rispondono che un’agricoltura più sostenibile serve proprio a essere meno dipendenti dai fattori di produzione chimici e a non esacerbare la crisi climatica, che causa eventi estremi inediti come quello di quest’estate. Come Timmermans aveva dichiarato a fine aprile, ancora prima che la siccità si manifestasse in tutta la sua gravità, questa strategia «è un tentativo di salvare l’agricoltura, non di punirla, alla luce degli effetti devastanti della perdita di biodiversità e dei cambiamenti climatici sulla produzione alimentare a livello globale».

Nonostante gli appelli del vicepresidente, però, il percorso della Farm to Fork procede difficoltoso, tra ritardi e spinte in direzione contraria.

Uno degli esempi più significativi riguarda la proposta di riforma del regolamento per i pesticidi. Il testo legislativo per dimezzare l’uso dei pesticidi chimici entro il 2030 era programmato per il primo trimestre 2022, era stato annunciato per marzo e poi è stato rimandato fino a fine giugno. Presentandolo, Timmermans ha dichiarato che «utilizzare la guerra in Ucraina per annacquare le proposte e spaventare gli europei facendogli credere che la sostenibilità significhi meno cibo è francamente irresponsabile». Tuttavia, quando a settembre la proposta è arrivata al Parlamento europeo, è stata duramente criticata da popolari e liberali proprio per il suo effetto sulla sicurezza alimentare europea e per la mancanza di una valutazione di impatto su questo tema specifico. L’iter di approvazione si annuncia lungo e complesso. E il tempo a disposizione è ormai limitato.

«La proposta sull’uso sostenibile dei prodotti fitosanitari è arrivata in ritardo. Non sappiamo se riuscirà ad essere approvata prima della fine della legislatura», ragiona Ellen Hof, direttrice operativa ed esperta di agroalimentare per la società di consulenza con sede a Bruxelles #SustainablePublicAffairs. La scadenza può sembrare ancora lontana, ma i negoziati per le norme europee richiedono tempo, perché vanno trovati dei compromessi sia tra le diverse forze politiche sia tra le diverse istituzioni Ue, con Parlamento e Consiglio cui spetta il voto finale. Per fare un paragone, la discussa normativa che prevede la fine delle vendite delle auto a combustione è stata presentata nel luglio 2021 e solo nelle prossime settimane la plenaria del Parlamento Ue dovrebbe votare per l’ultima e definitiva volta la sua entrata in vigore. In tutto, fa quasi un anno e mezzo. Che è all’incirca quanto manca al prossimo voto continentale.

Transizione a rischio

«Ci stiamo ormai dirigendo verso le elezioni europee della primavera 2024. È improbabile – riprende Hof – che sulle iniziative legislative in arrivo nei prossimi mesi Consiglio e Parlamento europeo trovino un compromesso, portando quindi alla loro approvazione». Chi è contrario alla strategia Farm to Fork o, più in generale, al Green deal europeo, quindi, può anche non battersi nelle trattative per cambiare i testi legislativi, ma può semplicemente cercare di allungare i tempi il più possibile per non arrivare ad alcuna decisione.

«Onestamente, la situazione non è buona», commenta Thomas Waitz, europarlamentare austriaco copresidente del Partito verde europeo. «I prossimi anni saranno fondamentali per raggiungere gli obiettivi climatici. Ciò significa che molte industrie e conservatori dovranno cambiare il loro modello di business, potrebbero non guadagnare più come prima e faranno di tutto per impedirlo», attacca.

In una delle prime interviste da quando è stato nominato, il ministro dell’agricoltura e della sovranità alimentare Lollobrigida ha dichiarato che serve «una riforma della PAC che si liberi dall’ ideologia intrinseca del Farm to Fork» e che bisogne togliere il limite ai terreni incolti perché «non basta quello che ci mette a disposizione l’Europa». Per quanto ancora un po’ vaga, quest’ultima proposta rimanda alle richieste fatte anche da altri attori europei di estendere ulteriormente le deroghe alle norme ambientali già prese per questo e il prossimo anno fino alla fine dell’attuale programmazione PAC, nel 2027.

Un’eventuale decisione di questo tipo sarebbe un’ulteriore battuta d’arresto per la transizione verde dell’agricoltura europea. Al tempo stesso, potrebbe essere un’astuta mossa elettorale dei Conservatori e riformisti europei, il partito ECR di cui fanno parte Lollobrigida e Fratelli d’Italia, il Commissario polacco all’agricoltura Janusz Wojciechowski e anche la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea, fino a fine anno nelle mani del governo conservatore ceco. Il gruppo ECR, oggi, non fa parte della maggioranza popolari-liberali-socialisti che al Parlamento europeo sostiene la Commissione Von der Leyen, ma le cose potrebbero cambiare dopo le elezioni del 2024. Alcuni osservatori pensano che si potrebbero creare nuove alleanze nella parte destra dell’emiciclo continentale. Dei segnali, in tal senso, sembrano esserci stati, come la nomina di un membro ECR, il lettone Roberts Zīle, tra i vicepresidenti dell’eurocamera lo scorso gennaio.

Per ora si tratta solo di ipotesi, ma a Bruxelles, riprende Hof, ci si inizia a chiedere «cosa ne sarà del Green Deal europeo e di tutte le misure ad esso collegate, anche in campo agricolo». «Cosa succederà dopo il voto?», si domanda con una certa preoccupazione la direttrice operativa di #SustainablePublicAffairs.

In attesa del 2024, quello agricolo potrebbe diventare un terreno fertile per coltivare intese politiche inedite. E la sovranità alimentare potrebbe diventare un concetto intorno al quale testarle, trasformandosi da critica del sistema a tattica per mantenere lo status quo: produrre di più, come si è sempre fatto.

Foto: Una mietitrebbia al lavoro in un campo di grano in Germania – Picture Alliance/Getty
Editing: Lorenzo Bagnoli
Infografiche: Lorenzo Bodrero
In partnership con: Scena9, NOW
Con il supporto di: JournalismFund

La zona grigia dell’agricoltura dei pesticidi

#PesticidiAlLavoro

La zona grigia dell’agricoltura dei pesticidi

Edoardo Anziano
Lorenzo Bagnoli
Francesco Paolo Savatteri

Èun mistero il numero di lavoratori agricoli che si sono ammalati o sono morti in Europa di malattie come Parkinson e tumore alla prostata negli ultimi cinquant’anni. Nonostante la pletora di studi che riconoscono il nesso tra alcune patologie e le sostanze attive dei fitofarmaci, i dati sanitari sui lavoratori scarseggiano, anche per la poca volontà di conoscere fino in fondo la situazione, come raccontato nella scorsa puntata di #PesticidiAlLavoro.

A mantenere l’alone di mistero intorno ai dati italiani sulle malattie correlate all’uso dei pesticidi, ci sono prassi consolidate, regolamenti sorpassati e disinteresse nella gestione dei rischi di infortunio sul lavoro. Di fondo, c’è un’opacità del mondo agricolo che è dovuta in parte alla mancanza di personale che dovrebbe svolgere i controlli: ispettori del lavoro, forze dell’ordine (Guardia di finanza e Nas), ispettori Inps e Inail, ispettori regionali dei fitofarmaci. Sei categorie sotto organico – hanno spiegato a IrpiMedia fonti del settore – che non riescono a controllare quanto dovrebbero, soprattutto le aziende più piccole, le più numerose e le più esposte.

L'inchiesta in breve
  • In Italia i pochi dati sulle morti e i casi di malattia riconducibili all’uso dei pesticidi sono dovuti a una serie di fattori strutturali.
  • Il mercato agricolo italiano è composto da aziende a conduzione familiare spesso piccole e con poca capacità ad adeguarsi alle regole per la sicurezza. Le organizzazioni che dovrebbero svolgere controlli periodici sulle condizioni di lavoro sono sotto organico e questo incentiva delle condizioni di irregolarità nella gestione dei prodotti più pericolosi.
  • Momo e Job Tax sono due inchieste delle procure di Cuneo e Latina per sfruttamento lavorativo. Entrambe, però, hanno raccolto prove dell’uso di fitofarmaci senza mascherine e senza la minima formazione da parte degli stessi lavoratori stagionali stranieri sfruttati.
  • Tra i fitofarmaci usati senza precauzioni ci sono anche prodotti che sono stati recentemente vietati dalla Commissione europea perché ritenuti pericolosi.
  • Tra questi ce n’è anche uno di quelli inseriti dall’Inail tra le lavorazioni previste per il riconoscimento del morbo di Parkinson. Lavorazione, malattia e tempo utile della denuncia sono le tre condizioni richieste per l’ottenimento della malattia occupazionale.
  • C’è la possibilità anche di ottenere il riconoscimento di un indennizzo attraverso una causa legale, ma non sempre medici del lavoro e patronati sono preparati a sufficienza per dare un vero contributo ai ricorsi.

L’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) spiega che solo 260 ispettori (dati 2020) si occupano della categoria Salute e sicurezza, in cui rientrano anche il mancato uso dei dispositivi di protezione individuale (Dpi) e la mancata formazione dei lavoratori. Per il settore agricolo, le violazioni in materia di Salute e sicurezza accertate dall’Inl nel 2020 sono state 660. «Si sta cercando solo adesso di incentivare la conoscenza e di migliorare le condizioni di prevenzione alla sicurezza nell’uso dei fitofarmaci», spiega l’agronomo Carlo Antellini, formatore di corsi Inail per l’uso dei fitofarmaci che opera nella regione della Sabina, nel Lazio.

Malgrado le regole da seguire, «il mercato è talmente viziato che i prodotti si vendono online», aggiunge. In teoria, infatti, il mercato dei pesticidi dovrebbe essere altamente regolato. I punti vendita dovrebbero consegnare il prodotto solo a chi può esibire un patentino. Invece sulle piattaforme e-commerce generaliste chiunque può comprare, anche prodotti che ormai sono vietati sul mercato europeo, ma che continuano a circolare altrove (vedi articolo precedente). Significa che il patentino obbligatorio per l’acquisto di un fitosanitario non verrà richiesto. «Servirebbero più controlli», è l’auspicio di Antellini. I consorzi di agricoltori autorizzati a vendere i pesticidi non hanno risposto alle richieste di chiarimenti di Scomodo e IrpiMedia in merito al funzionamento del mercato dei prodotti fitosanitari e ai connessi problemi di controlli..

Da alcuni casi giudiziari è possibile comunque ricostruire il modo in cui alcune aziende hanno gestito i fitofarmaci negli ultimi anni. Sono una fonte collaterale, perché i procedimenti sono scaturiti dopo segnalazioni di sfruttamento lavorativo, quindi nulla a che vedere con l’uso dei fitofarmaci.

Le malattie tabellate

Perché un lavoratore, una volta che si presentano i sintomi di una patologia, possa ottenerne da parte dell’Inail il riconoscimento “automatico” del suo carattere professionale, devono verificarsi tre condizioni: la malattia deve essere inserita nelle tabelle Inail delle malattie riconosciute come professionali; la malattia deve essere provocata da una lavorazione prevista dall’Inail; deve essere denunciata entro un periodo stabilito («periodo massimo di indennizzabilità»). Altrimenti può sempre percorrere la via giudiziaria e presentarsi di fronte a un giudice del lavoro. Strada che però è più difficile e costosa.

Per il morbo di Parkinson, le lavorazioni previste sono quelle «che espongono
all’azione del etilenbisditiocarbammato di manganese» entro dieci anni. L’etilenbisditiocarbammato di manganese è una molecola che si trova all’interno di certi fungicidi come il Mancozeb, revocato nel febbraio 2021.

Le operazioni Momo e Job Tax

I dati del Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo dell’associazione AdiR – L’altro diritto aggiornati al 2020 riportano un solo caso, a Saluzzo, in cui i braccianti agricoli entravano a contatto con i fitofarmaci – sia nei campi che nei magazzini – senza alcun tipo di dispositivo di protezione personale. L’inchiesta, denominata operazione Momo, è iniziata nel maggio del 2019 sotto la guida della Procura di Cuneo. Un presunto caporale era stato arrestato, mentre due imprenditori erano finiti ai domiciliari con l’accusa di sfruttamento lavorativo. Durante il processo, iniziato a settembre 2020 e ancora in corso, gli imprenditori hanno rigettato l’accusa di sfruttamento, sottolineando di non aver mai effettuato trattamenti fitosanitari mentre i lavoratori si trovavano nei campi.

Ad aprile 2021, in provincia di Latina, sette persone – fra imprenditori agricoli e presunti caporali – sono state arrestate con l’accusa di associazione a delinquere dedita allo sfruttamento e all’estorsione. L’operazione, denominata Job Tax, è stata condotta dai Nas, con il coordinamento della Procura di Latina. Agli indagati è stato contestato l’impiego illegale di pesticidi, anche vietati.

L’operazione Momo a Cuneo e l’operazione Job Tax a Latina hanno in comune un contesto di presunto sfruttamento lavorativo, un minimo comune denominatore che fa da sfondo all’impiego di pesticidi senza protezioni per i lavoratori. Il fenomeno, come indicano le inchieste giudiziarie, appare diffuso in tutta Italia. Secondo Marco Omizzolo, sociologo esperto di sfruttamento in agricoltura di lavoratori migranti, «a livello nazionale ci sono stati interventi soprattutto delle forze dell’ordine e delle diverse procure. Hanno certificato l’esistenza del fenomeno sul piano investigativo ed è un dato interessante che riguarda sia il sud che il nord Italia, ovvero forme di economia, di sviluppo e produzione agricola diverse, ma spesso caratterizzate dall’utilizzo di fitofarmaci in quantità eccedente quella legale o l’utilizzo di fitofarmaci illegali».

Agricoltura a conduzione familiare

L’ultimo rapporto Istat sull’agricoltura (dati 2017, il prossimo censimento verrà aggiornato a giugno 2022) conta 413 mila imprese agricole, cioè imprese che hanno come attività primaria la gestione di campi, boschi o allevamenti. Sono inserite nel più ampio insieme delle aziende agricole (1,6 milioni), cioè tutte le imprese che svolgono attività relative all’agricoltura.

Le imprese agricole rappresentano due terzi della dimensione economica italiana e circa il 65% dei 12,8 milioni di ettari coltivabili. Poco più di un terzo del totale di tutte le aziende agricole hanno un titolare che è «unità economica non attiva». Significa che il settore agricolo non è il suo unico lavoro.

Un altro 30% delle aziende agricole è a conduzione familiare con dimensioni molto piccole, sotto i due ettari. In altri termini, l’agricoltura italiana è composta da piccole imprese. Dal censimento Istat 2010 emergeva anche che «la formazione dei capi azienda è decisamente ancora molto legata all’esperienza di campo e meno al grado di istruzione conseguito. Il 71,5% dei capi azienda ha un livello d’istruzione pari o inferiore alla terza media (70,8% per gli uomini e 73% per le donne). Solo il 6,2% dei capi azienda è laureato e inoltre solo lo 0,8% risulta aver acquisito una laurea ad indirizzo agrario».

Il livello di istruzione dei titolari di aziende agricole


«Riteniamo certo che in dieci anni la quota dei conduttori fino alla terza media sia molto diminuita», precisa Roberto Gismondi, dirigente di ricerca dell’Istat che si che si occupa del Servizio statistiche e rilevazioni sull'agricoltura, ma resta molto significativo. Conduzione familiare e scarso livello di istruzione sono due fattori che possono spiegare la scarsa attenzione alla dimensione della sicurezza sul lavoro che da un lato si può tradurre in poca attenzione all’uso dei Dpi e alla conservazione dei fitofarmaci, che a sua volta è un impedimento per ottenere il riconoscimento della malattia professionale.

Nessuna protezione

Durante il processo di Cuneo, il presunto caporale, Tassembedo Moumouni – dal cui soprannome, Momo, prende il nome l’inchiesta – interrogato dal Pubblico Ministero Carla Longo, spiega che i lavoratori non avevano alcun tipo di dispositivo di protezione personale. Moumouni racconta di non aver «mai» ricevuto guanti o occhiali protettivi, e spiega come, mentre i braccianti lavoravano nei campi, venivano sparsi fitofarmaci tutto intorno. «Quindi, voi lavoravate nella raccolta e… in altre zone o nella stessa zona dove eravate voi si buttava il diserbante?» domanda il magistrato. «Nella stessa zona – spiega Moumouni –. Stiamo lavorando in questa fila, lui passa qua, nella fila si butta. Qualche volta ci spostiamo solo due metri e poi ritorniamo».

Questo viene confermato da uno dei lavoratori costituitisi parte civile nel processo. Il bracciante, originario del Burkina Faso, spiega che sostanze antiparassitarie venivano irrorate nei campi mentre, in contemporanea, veniva effettuata la potatura. «Ogni tanto – racconta – il prodotto toccava anche loro». I lavoratori dormivano nello stesso magazzino in cui i pesticidi venivano stoccati, «davanti a quella porta c’era pure un segno, con scritto pericoloso», e gli stessi pesticidi venivano poi sparsi «mentre loro lavorano». Tuttavia, due lavoratori interrogati come testimoni, affermano che i trattamenti fitosanitari venivano effettuati, ma non quando i lavoratori erano presenti sul campo.

Nelle carte dell’operazione Job Tax, invece, i proprietari di un’azienda agricola di San Felice Circeo, in provincia di Latina, vengono accusati di aver sfruttato manodopera straniera – di nazionalità bengalese, indiana e pakistana –, facendogli eseguire anche trattamenti con fitofarmaci, nonostante i lavoratori stessi non fossero in possesso dell’autorizzazione all’utilizzo di prodotti fitosanitari. Si tratta del cosiddetto “patentino”, che viene rilasciato dopo la frequenza di un corso di formazione e il superamento di un esame. Per i lavoratori agricoli è obbligatorio.

Jean-Baptiste Lefoulon, agricoltore, partecipa allo studio “Pestexpo”. È dotato di patch che consentono agli scienziati di misurare la sua esposizione ai pesticidi (Lingèvres, Francia, 28 maggio 2021) - Foto: Ed Alcock/MYOP, Le Monde

Jean-Baptiste Lefoulon, agricoltore, partecipa allo studio “Pestexpo”. È dotato di patch che consentono agli scienziati di misurare la sua esposizione ai pesticidi (Lingèvres, Francia, 28 maggio 2021) - Foto: Ed Alcock/MYOP, Le Monde

Dalle carte emerge come gli stessi proprietari avessero impiegato un cittadino indiano senza permesso di soggiorno, Kumar Ravi, per «compiti strategici nello svolgimento dell'attività agricola», fra cui l’«impiego di fitofarmaci nelle colture», senza che questi fosse abilitato all’utilizzo dei pesticidi, né tanto meno «formalmente istruito».

Ancora i proprietari, insieme all’agronomo dell’azienda agricola, sono accusati di aver “adulterato” gli ortaggi coltivati, nello specifico ravanelli, con pesticidi non autorizzati, rendendo le colture «pericolose per la salute pubblica». L’agronomo avrebbe fornito indicazioni sulle tempistiche in modo che dalle analisi non risultasse l’uso di prodotti che, secondo le valutazioni della polizia giudiziaria, erano «estremamente pericolosi per la salute pubblica». «All'interno di un locale pozzo artesiano – si legge nei verbali di perquisizione – sono stati rinvenuti e sequestrati prodotti fitosanitari risultati non consentiti sulle colture in atto».

Durante le ricerche dei Nas, «i responsabili aziendali […] freneticamente si adoperavano per occultare altre confezioni di fitofarmaci non autorizzati per l'impiego sui ravanelli». Nei certificati di analisi che l’azienda effettuava sui propri prodotti, gli investigatori troveranno concentrazioni di pesticidi più alte del consentito. Questo fatto, scrive il Giudice per le indagini preliminari, è particolarmente significativo considerando «che lavoratori dipendenti privi della prescritta autorizzazione risulteranno essere adibiti all'impiego di fitofarmaci vietati nell'utilizzo sulle colture».

Prodotti vietati eppure in circolazione

Dalle intercettazioni emerge che lavoratori senza abilitazione né formazione – e quindi verosimilmente senza dispositivi di protezione personale – venivano impiegati in trattamenti fitosanitari. Al telefono con Kumar Ravi, uno dei soci dell’azienda agricola domanda «Tu capace sicuro?». Alla risposta affermativa del bracciante indiano, l’imprenditore detta le istruzioni con i quantitativi di fitofarmaci da irrorare: «1,5 litri di Reldan» e «85 di Butisan». «[…] tu mi raccomando non ti sbaglià mai a misurà la medicina eh il Reldan e Butisan eh» si preoccupa al telefono l’imprenditore, che dopo le rassicurazioni del bracciante aggiunge: «Eh non fare cazzate, perchè dopo esci quando fai analisi sopra i ravanelli esce fuori io ammazzo te eh!».

Il Reldan è un insetticida a base di Chlorpyrifos-Methyl. La Commissione Europea ha confermato, il 10 gennaio 2020, la decisione degli stati membri di non rinnovare l’autorizzazione di prodotti contenenti Chlorpyrifos-Methyl, per la sua possibile genotossicità e neurotossicità. All’epoca delle intercettazioni dell’operazione Job Tax (2019) il prodotto non era ancora stato vietato. Uno studio pubblicato nel 2018 sulla rivista Environmental Health ha revisionato test di tossicità forniti dai produttori di pesticidi a base di Chlorpyrifos e Chlorpyrifos-Methyl: «Uno studio di tossicità finanziato dall'industria conclude che non si verificano effetti selettivi sul neurosviluppo nemmeno in caso di esposizioni elevate». Tuttavia, secondo i ricercatori, gli studi contengono «problemi che riducono impropriamente la capacità degli studi di rivelare effetti reali, tra cui un regime di dosaggio che ha portato a un'esposizione troppo bassa». Ciò ha conseguenze sulla «capacità delle autorità di regolamentazione di effettuare una valutazione valida e sicura di tali antiparassitari». Fra la pubblicazione dello studio e la revoca di fitofarmaci a base di Chlorpyrifos-Methyl sono passati due anni.

In Italia la maggior parte dei prodotti commercializzati come “Reldan” sono stati revocati fra gli anni ‘90 e i primi anni 2000. Soltanto per il Reldan 22 – lo stesso trovato nell’azienda agricola di Latina durante una perquisizione dei Nas a Dicembre 2019 e revocato a Gennaio 2020 – è stato concesso lo smaltimento fino all’Aprile dello stesso anno. Come dichiarato dal Ministero della Salute in una richiesta di accesso civico generalizzato presentata da Scomodo, «lo smaltimento si applica ai lotti di prodotti fitosanitari che riportano una data di produzione antecedente a quella del provvedimento di revoca del prodotto stesso o di modifica delle condizioni di autorizzazione del prodotto oggetto dello smaltimento». Tuttavia, «il dato riferito al quantitativo dei prodotti fitosanitari da smaltire non è oggetto di specifica valutazione o comunque non a conoscenza dell’Ufficio, in quanto afferisce alla gestione interna dell’azienda che detiene la proprietà del prodotto».

Il Ministero, quindi, non è a conoscenza delle quantità di pesticidi (proibiti in quanto pericolosi) le cui scorte possono comunque essere utilizzate per molti mesi dopo la revoca. La conferma arriva da Agrofarma - Federchimica: l'associazione di categoria non è in grado di sapere quanti lotti erano nei magazzini al momento della revoca, né quanti siano stati effettivamente smaltiti. Lungo la filiera, infatti, ci sono altri attori, fra cui le imprese produttrici e i rivenditori. I consorzi agrari e le aziende produttrici contattate non hanno fornito chiarimenti.

Dalle intercettazioni di Job Tax emergono ulteriori dettagli rispetto all’utilizzo di pesticidi ormai vietati da tempo. Intercettato, l’agronomo dell’azienda spiega preoccupato a uno dei soci: «L'altra volta quando abbiamo fatto pulire il magazzino degli attrezzi io non so chi l'ha pulito hanno lasciato un cartone di SCLEROSAN dentro». Come risulta dalla banca dati dei prodotti fitosanitari del Ministero della Salute, l’ultimo prodotto in commercio col nome di Sclerosan è stato revocato nel 2009. L’esposizione al Dicloram, il principio attivo contenuto in questo fungicida, «può danneggiare la riproduzione e/o lo sviluppo».

Come sintetizza il Gip, «le sostanze rinvenute sono risultate non utilizzabili nelle colture di ravanelli oltre che caratterizzati da un profilo di “conclamata pericolosità”, tanto da aver determinato per talune una revoca dell'autorizzazione all'uso (è il caso del Clorpirifos Metil)». Nonostante ciò, l’utilizzo di questi pesticidi «in maniera sistematica e diffusa», è pienamente consapevole: secondo il Gip, infatti, tutti gli indagati «sono a piena conoscenza del fatto che se tali sostanze attive vengono rilevate dalle analisi verrebbe bloccata la commercializzazione del prodotto».

Quello che emerge dai casi giudiziari di Latina e Cuneo è un quadro in cui si intrecciano lavoro nero, sfruttamento e mancato rispetto delle norme di sicurezza. Il sociologo Marco Omizzolo ne ha avuto esperienza diretta: «Io ho lavorato nelle campagne pontine (nella stessa provincia di Latina in cui è stata condotta l’operazione Job Tax, ndr) per diversi mesi come infiltrato – racconta a Scomodo – accanto ai braccianti immigrati, soprattutto indiani. Una delle cose per me più inquietante è l’assenza di qualunque misura di sicurezza, e quando dovevamo distribuire i veleni lo facevamo senza alcun genere di protezione, già dieci anni fa. Noi braccianti andavamo nelle campagne anche d’inverno indossando una sciarpa per proteggerci dal freddo, la sciarpa diventava la nostra mascherina anche quando diffondiamo quei veleni. Quella sciarpa si trasformava in una sorta di aerosol di veleno per i lavoratori, perché si impregna di quelle sostanze. Non c’era quindi l’effetto protettivo, al contrario, diventava un bagno tossico di quei prodotti».

Quando i vani della seminatrice sono pieni, il coltivatore semina il mais - Foto: Ed Alcock/MYOP, Le Monde
Quando i vani della seminatrice sono pieni, il coltivatore semina il mais - Foto: Ed Alcock/MYOP, Le Monde

Omizzolo ha anche raccolto centinaia di testimonianze dei cosiddetti “bagni di veleno”: quando i braccianti lavorano alla raccolta, «il caporale o il datore di lavoro passa con il vaporizzatore, ovvero una botte piena di veleni e acqua, il cui contenuto viene poi spruzzato in aria e loro si fanno il bagno. Alcuni mi hanno raccontato che hanno delle irritazioni cutanee, altri iniziano a perdere liquidi dal naso, a lacrimare, a tossire. Fare tutto questo per 14 ore al giorno quasi tutti i giorni del mese significa vivere sotto una pressione costante, prima o poi ti rompi».

Patronati e medici del lavoro

I primi a riconoscere le caratteristiche della malattia professionale dovrebbero essere i medici del lavoro. Nell’esperienza di Alberto Vedrani, avvocato di Lucca che ha difeso durante la sua carriera decine di lavoratori, da due anni è in pensione: «I medici dei patronati - racconta Vedrani - sono i primi ad istruire la pratica per il lavoratore e non sempre sono inattaccabili. A volte c'è manchevolezze sul piano professionale e a volte non riescono a dare una svolta alle pratiche in termini di evidenze mediche».

Vedrani che si è trovato a difendere lavoratori quando le malattie “tabellate”, quindi riconosciute dall’Inail, erano di molto inferiori, spiega: «Quando una malattia non è tabellata non è che la porta è chiusa - spiega -. Rimane aperta, solo che comporta un lavorìo notevole per il ricorrente, il quale deve dimostrare in modo certo che quella malattia è in connessione con l'attività lavorativa svolta: è il rapporto cosiddetto di causa-effetto. Si riesce abbastanza spesso, non tutte le volte ma spesso».

Nel 2005 è riuscito a ottenere il riconoscimento del morbo di Parkinson per un floricoltore della piana di Lucca che aveva fatto per anni uso di pesticidi a base di manganese, quelli che sono tabellati oggi. Come ha scritto in un contributo pubblicato nel 2019 da Olympus - centro di ricerche nato dalla collaborazione tra la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, della Regione Marche e dell'Inail - Direzione regionale per le Marche - «a seguito di consulenza medico-legale disposta dalla stessa Corte, veniva dichiarata sufficiente la probabilità indicata nel 70 % circa il rapporto di causa-effetto fra uso di pesticidi a base di manganese e morbo di Parkinson».

La causa è durata dieci anni e si è conclusa solo con la compensazione delle spese. Nonostante l’esito positivo, non c’è stato nessun altro lavoratore che ha chiesto all’avvocato di dedicarsi a una causa analoga.

CREDITI

Autori

Edoardo Anziano
Lorenzo Bagnoli
Francesco Paolo Savatteri

Hanno collaborato

Gaia Buono, Nicolò Benassi (Scomodo)

In partnership con

Scomodo (Italia)
Le Monde (Francia)
Ippen Investigativ (Germania)
BR (Germania)
Investigative reporting Denmark (Danimarca)
Oštro (Slovenia/Croazia)
Tygodnik Powszechny (Polonia)
TV2 (Danimarca)
De Groene Amsterdammer (Olanda)

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

Foto di copertina

Ed Alcock/MYOP (Le Monde)

Con il sostegno di

Perché gli agricoltori rumeni stanno lasciando l’Italia

08 Febbraio 2022 | di Vlad Odobescu

Alle cinque del mattino, le strade sono piene di trattori e i bar sono affollati. È la fine di settembre e a Cerignola, in Puglia, è ora di punta perché la raccolta dei pomodori sta finendo e quella dell’uva è iniziata da poco. Questa cittadina di 60 mila abitanti nelle campagne foggiane vive di agricoltura. Con i suoi 593 km², è il terzo Comune con il territorio più esteso d’Italia, in larga parte occupato da campi. I negozi di attrezzature e i magazzini sono ovunque. Le strade sono piene di camion che trasportano prodotti lavorati e freschi nei supermercati di tutta Italia e di tutta Europa.

Una piazza centrale di Cerignola è disseminata di centinaia di fosse di pietra del 13° secolo, dove i locali depositavano i loro cereali, semi di lino e mandorle. Ognuno di questi antichi silos è accompagnato da un cartello di pietra scolpito con le iniziali del proprietario, creando l’illusione di lapidi in un cimitero. Non lontano ci sono due negozi rumeni, Cotnari e Corvin, dove gli operai con le facce bruciate dal sole si riuniscono dopo il loro turno di lavoro, per comprare i prodotti della loro terra: un pezzo di salame Victoria, una bottiglia di plastica di birra Neumarkt o una scheda telefonica.

Le mani dell’agricoltore

Qui incontro Ciprian Dumbravă, un 35enne robusto. Ha appena finito di raccogliere l’uva. Le sue braccia e le sue gambe sono rigide dalla fatica. Quando gli stringo la mano, percepisco una superficie dura e ruvida. I suoi palmi sono gonfi e rossi, spellati.

Dopo un decennio a raccogliere frutta a Cerignola: le mani di Ciprian Dumbravă. Foto di Vlad Odobescu
Dopo un decennio a raccogliere frutta a Cerignola: le mani di Ciprian Dumbravă – Foto: Vlad Odobescu

Ciprian viene dalla contea di Bacău, nella regione della Moldavia orientale della Romania. È arrivato in Italia dieci anni fa e ha lavorato solo in agricoltura.

Durante questo periodo, ha avuto a che fare con rumeni che chiedevano bustarelle per trovargli un lavoro, agenti che lo ingannavano non pagandogli lo stipendio, datori di lavoro italiani razzisti, e ha «condiviso una stanza con altri 14 rumeni». Il lavoro duro e le lunghe ore passate nei campi lo hanno reso debole, affaticato e con un’ernia al disco cervicale, ma resiste al dolore e ancora oggi lavora nei vigneti.

È uno dei milioni di rumeni che sono venuti a vivere e guadagnare in Italia negli ultimi due decenni. Un gran numero lavora nei cantieri edili, nella cura degli anziani o nell’agricoltura. Man mano che i loro legami con l’Italia si sono rafforzati, le famiglie si sono unite a loro, e hanno cresciuto i figli qui, mentre spesso hanno costruito una casa nel loro villaggio natale in Romania.

I numeri dell’immigrazione rumena

Nel 2013, oltre 930.000 rumeni vivevano in Italia. Rappresentavano il 21,2% di tutti gli stranieri in Italia. Alla fine del 2019, la comunità rumena in Italia è salita a 1,14 milioni. Erano il più grande gruppo di stranieri nella penisola, quasi tre volte più numerosi degli albanesi.

Oggi, molti rumeni si trasferiscono in altri Paesi. Questo calo è grave nell’agricoltura e in Puglia, dove il loro numero sta crollando sia per i lavori stabili sia per quelli stagionali.

I dati del Ministero del lavoro e delle politiche Sociali, forniti tramite il Consolato rumeno di Bari, hanno visto il calo acuirsi nel 2021. Nel primo trimestre dell’anno ci sono stati quasi 5.600 lavoratori rumeni con contratti di nuova registrazione, il 22,6% in meno rispetto all’anno precedente, e i lavoratori stagionali sono calati del 17,7% per lo stesso periodo.

Davanti al negozio rumeno, Ciprian parla delle diverse ondate di lavoratori stranieri che si sono diffuse nella zona. «Prima sono venuti i tunisini – dice – poi sono apparsi i rumeni, e ora arrivano i neri dal Senegal». Questa strada era piena di rumeni, aggiunge. Ma il loro numero ha cominciato a diminuire quattro anni fa. Quelli che sono rimasti hanno famiglie qui e contratti permanenti, sono legati a Cerignola.

Uno dei motivi del calo è l’aumento dei prezzi. «La vita è diventata più cara», dice Dumbravă. Il suo calcolo si basa sulla sua esperienza personale nel negozio locale. «Qualche anno fa andavo al supermercato con 50 euro e riempivo due borse grandi – aggiunge -. Oggi non posso riempire quelle borse con 50 euro. Stiamo andando di male in peggio».

Altri fattori alimentano questa tendenza. I rumeni sono insoddisfatti dei redditi bassi, spesso pagati illegalmente, e delle cattive condizioni di lavoro. Gli abusi da parte dei datori di lavoro italiani nel corso di decenni si sono accumulati, lasciandoli infelici, poveri e talvolta malati, sia fisicamente che mentalmente. La pandemia ha aggiunto ulteriore dolore e incertezza alla loro vita lavorativa.

L’Italia non è più competitiva

Gheorghe Cozachevici è tornato in Romania nel gennaio 2018, dopo 18 anni in Italia. «Nel 2000, i rumeni non avevano davvero un posto dove andare», dice. «Inoltre, non eravamo nell’Unione europea. Eravamo clandestini. I carabinieri ci controllavano e guardavano prima le nostre mani: se non avevamo ferite, significava che stavamo rubando. Se avevamo dei lividi, ci lasciavano in pace. Ma questo ci stressava comunque». Per i primi tre anni ha lavorato nelle fattorie della provincia di Latina. «L’agricoltura era il settore meno pagato, ma all’inizio non avevamo un posto dove andare, soprattutto perché non conoscevamo la lingua», aggiunge. Il lavoro era duro e non sempre legale. Ma chi era uscito solo un decennio prima da una brutale dittatura comunista non si aspettava buone condizioni.

Nel 2007, l’anno in cui la Romania è diventata parte dell’Ue, Cozachevici – che allora lavorava nell’edilizia – è entrato nella Cgil, per aiutare i suoi connazionali. I problemi maggiori erano nel sud, dove molti lavoravano in condizioni di schiavitù nelle fattorie. Lentamente, i rumeni cominciarono a capire i loro diritti. «Prima erano remissivi – dice -. Ci sono ancora quelli che lavorano illegalmente, ma la maggior parte di loro ha iniziato a capire che hanno anche bisogno di una pensione, e che devono pagare i contributi. Hanno rivendicato i loro diritti».

Molti sono artigiani che hanno scoperto di poter guadagnare salari migliori per le loro abilità in altri Paesi. Alcuni sono tornati in Romania, dove guadagnano più che in Italia. «Altri sono andati in Germania e molti in Inghilterra», aggiunge. Cozachevici è tornato nella sua città natale nella contea di Suceava, nel nord-est della Romania. Nel 2020 si è candidato a sindaco, arrivando secondo, e ha iniziato a lavorare con la Federazione generale dei sindacati familiari. Crede che i rumeni debbano prendere coscienza dei loro diritti. Per due decenni, in Italia, un’intera generazione è stata sfruttata. E ora ne ha abbastanza.

Dalle otto alle 16 ore al giorno

Camelia Cutolo è un’avvocata rumena, che si è stabilita in Italia 17 anni fa. Ha il suo studio a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Ogni anno tratta fino a 40 casi di diritto del lavoro, molti dei quali coinvolgono rumeni. «Lo sfruttamento avviene in tutti i settori in cui lavorano i rumeni», dice. In agricoltura, i problemi sono principalmente legati agli straordinari e alla mancanza di pagamento. «Un dipendente può lavorare, per legge, solo sei ore e mezza – dice -ma la gente lavora dalle 8 alle 16 ore al giorno».

I braccianti possono lavorare fino a 16 ore al giorno, dice l'avvocato Camelia Cutolo
I braccianti possono lavorare fino a 16 ore al giorno, dice l’avvocato Camelia Cutolo – Foto: Diego Ravier

In estate, una giornata di lavoro inizia alle cinque del mattino, e in inverno alle sette, dice Ciprian, lavoratore del vigneto. Dopo una pausa pranzo, il lavoro continua fino a sera per i lavoratori, per lo più stranieri. «Dopo sei ore, tornano a casa, si riposano, fanno una doccia. Se vogliono, possono andare a continuare nel pomeriggio per altre tre ore», spiega. A Cerignola non c’è fine alla stagione agricola. Quando ci incontriamo, alla fine di settembre, Ciprian ha finito di raccogliere i pomodori. L’uva sta maturando e la raccolta delle olive sta per iniziare. Subito dopo Natale arriva la pulizia dei vigneti, la legatura delle viti e l’aratura della terra. Poi è il momento di raccogliere i carciofi.

Caporali e sfruttatori

Nei suoi primi anni in Italia, è stato difficile per Ciprian adattarsi. Più complicata del duro ritmo di lavoro e della nuova lingua era la diffidenza dei datori di lavoro italiani. Ciprian divideva una casa con altri 15 lavoratori e non poteva avere un posto suo, perché molti italiani avevano paura di affittare ai rumeni.

Non poteva nemmeno contare sui suoi stessi connazionali. I “caporali” rumeni apparivano come intermediari tra i datori di lavoro e i dipendenti, che sfruttavano i loro compatrioti per i padroni italiani. Trovavano lavoro per uomini come Ciprian e li portavano nei campi a raccogliere frutta e verdura, prendendo una grossa fetta del salario giornaliero dai braccianti.

A volte i caporali non pagavano Ciprian. Ricorda che un giorno un intermediario che gli aveva trovato un lavoro gli disse che il capo non gli aveva dato i 60 euro che aveva guadagnato. Il capobanda mentiva. Non voleva dare i soldi a Ciprian.

Altri rumeni hanno subito esperienze peggiori. Maria N. viene dalla contea di Iași, nel nord-est della Romania, ed è venuta in Italia nel 2008. Dopo aver lavorato per tre anni come badante in una casa di riposo, ha voluto un lavoro accanto a suo marito. Insieme, hanno lavorato in una fattoria a Foggia, vicino a Cerignola. Quando sono arrivati, il datore di lavoro ha preso i loro documenti, dicendo che gli servivano per redigere i contratti di lavoro. Maria e suo marito dovevano diserbare le piante di cipolla per 2,5 euro all’ora. Dormivano in un garage con altri tre rumeni.

Lavoravano dalle sei del mattino fino all’una del pomeriggio, senza pause, e senza acqua. Poi riprendevano fino alle dieci di sera circa. «Eravamo controllati – dice Maria -. Se ci fermavamo per cinque minuti, o anche solo agitando le mani, i [capi] arrivavano con le loro macchine e ci costringevano a continuare a lavorare. (…) Se pioveva, non importava, dovevamo finire». Quando non lavoravano per quell’azienda agricola, il proprietario li “affittava” ad altre.

I lavoratori rumeni ricevevano soldi solo per le necessità, una volta alla settimana. Dopo un mese, quando hanno chiesto il loro salario, gli italiani li hanno portati, di notte, dal loro alloggio in un campo in mezzo al nulla, e li hanno lasciati lì. Al mattino, i carabinieri li hanno trovati a tremare sull’erba. Solo dopo l’intervento della polizia, i datori di lavoro hanno accettato di pagare i loro salari.

Nessun risarcimento in caso di incidente

Un altro problema è che i rumeni sono vittime di incidenti sul lavoro, ma a causa della natura precaria dei loro contratti, non ricevono alcun risarcimento. Lidia e Marian Creţu sono di Bacău e vivono con i loro tre figli a Cerignola. Marian ricorda il suo primo anno in Italia. «Sono venuto con un amico e mi ha lasciato in una cantina – racconta -. Era un letto singolo e pagavo 100 euro al mese. E ho detto: “Voglio un lavoro”. Qualcuno mi ha messo a lavorare e mi ha detto: “Devi darmi 200 euro”». Questa era la “tassa” non ufficiale per poter lavorare. Per tre mesi non ha avuto un contratto di lavoro. Ad un certo punto, Marian ha avuto un incidente sul lavoro e non ha potuto alzarsi per due settimane. Dice che non ha ricevuto un centesimo per le cure.

Marian Crețu è rimasto paralizzato sul lavoro, ma non ha ricevuto denaro per le cure mediche
Marian Crețu è rimasto paralizzato sul lavoro, ma non ha ricevuto denaro per le cure mediche – Foto: Diego Ravier

Gli scarsi salari che i rumeni ricevono dagli agricoltori italiani sono spesso la chiave dei bassi prezzi sugli scaffali dei supermercati, dice Emilia Bartoli Spurcaciu, che lavora per l’Inca-Cgil in Romania. «È anche dumping sociale», aggiunge. Gli agricoltori italiani non potrebbero essere così competitivi a livello europeo se dovessero pagare 52 euro a un lavoratore per sei ore e mezza di lavoro, più le tasse. Così molti aggirano le forme legali di assunzione, lasciando i lavoratori con pochi benefici. Spurcaciu cerca di aiutare i rumeni che hanno lavorato o lavorano in Italia a capire i loro diritti, anche dopo il loro ritorno in patria.

Nel 2016, la lotta contro i caporali si è intensificata, con l’approvazione della legge 199, che prevede pene severe per chi è coinvolto: l’arresto di chiunque venga colto in flagrante, la confisca dei beni dell’azienda colpevole e multe sostanziose. Molti agricoltori, tuttavia, faticano ad abbandonare questo sistema, soprattutto quando hanno bisogno di lavoratori stagionali.

«Quando i frutti sono maturi e devono essere raccolti in pochi giorni, c’è un grande bisogno di centinaia di lavoratori per un breve periodo di tempo», dice Spurcaciu. «Lo Stato non riesce a creare un ambiente che permetta all’offerta di soddisfare la domanda in modo legale».

Il doppio sfruttamento subito dalle donne

Lo sfruttamento in agricoltura può anche assumere la forma di abuso sessuale. Letizia Palumbo è una ricercatrice del Migration Policy Centre di Firenze, che studia lo sfruttamento dei lavoratori stranieri in Sicilia da dieci anni. Una delle sue aree di interesse sono le donne nel ragusano, dove migliaia di lavoratori stranieri lavorano nelle serre, raccogliendo frutta e verdura. «[A differenza degli uomini], con le donne abbiamo un caso di doppio sfruttamento, sessuale e lavorativo», spiega. La responsabilità della famiglia ha giocato un ruolo cruciale nella dinamica dei maltrattamenti, dice Palumbo. Molte donne che lavorano a Ragusa portano i loro figli dalla Romania per stare con loro nelle serre. «Ci sono stati molti casi in cui i datori di lavoro abusivi hanno usato i bambini per minacciare le donne o per esacerbare la loro vulnerabilità allo sfruttamento», aggiunge.

Una delle storie drammatiche che ha raccolto è quella di una donna sola con due bambini, che vivevano con lei nell’azienda agricola in cui lavorava, in una zona isolata. «Non c’erano trasporti. Erano senza niente. In mezzo al nulla. Questi due bambini avevano bisogno e volevano andare a scuola, così il datore di lavoro si offrì di portarli a scuola in macchina, ma il modo in cui li accompagnava a scuola diventò un modo per ricattare la donna con abusi sessuali. All’inizio ha accettato questa situazione perché ha capito che non aveva altre alternative, ma quando ha capito che questo era troppo, ha cercato di fuggire. La reazione dei datori di lavoro è stata molto violenta e hanno deciso di non dare acqua e cibo alla famiglia. Poi è riuscita a scappare e a raggiungere una ong locale».

Guerra tra poveri

Con la partenza dei rumeni, il bisogno di manodopera a Cerignola e nei comuni vicini è aumentato. Gli agricoltori locali stanno cercando di coprirlo con l’aiuto di lavoratori africani, che arrivano via mare. Molti non hanno uno status legale e vivono in baracche. Uno degli insediamenti è vicino a Borgo Mezzanone, sul sito di un ex aeroporto. Qui vivono circa 1.500 persone. Lungo l’ex pista ci sono baracche, roulotte e tende, abitate per lo più da giovani provenienti dal Senegal, dal Mali o dal Gambia. Alcuni edifici sono stati trasformati in negozi, bar e ristoranti di fortuna, dove i potenziali clienti sono tentati da teste di agnello al forno in fogli di alluminio. Dagli altoparlanti esce della musica reggae. La sera, ci sono sei africani seduti qui, di ritorno dalla raccolta dei pomodori nei campi intorno a Foggia.

La partenza dei rumeni sta cambiando l’equilibrio di potere tra agricoltori e lavoratori. I rumeni erano più spesso aperti allo sfruttamento, perché potevano lavorare legalmente in Italia, a differenza di molti africani. «È stato meno rischioso e pericoloso per i datori di lavoro assumere cittadini dell’Ue in modo irregolare, rispetto ai migranti extracomunitari e a quelli senza documenti», dice Palumbo. Questo perché i datori di lavoro non potevano essere multati o perseguiti per aver assunto rumeni, in quanto avevano il diritto di lavorare in Italia. Quindi i dipendenti sfruttati dovevano provare le loro condizioni alla polizia per rivendicare i loro diritti. La natura temporanea del rapporto dei rumeni con l’Italia aumentava anche le loro possibilità di maltrattamento.

«Nella maggior parte dei rumeni, l’idea è: “Ci trasferiamo in Sicilia, restiamo lì per due o tre anni, raccogliamo soldi e poi torniamo a casa per costruire la nostra casa in Romania” – dice Palumbo -. Quindi questo significa che sono più disposti ad accettare condizioni di lavoro al di sotto degli standard, perché sanno che è un periodo temporaneo, e anche investire in termini di inclusione sociale a lungo termine è meno importante, proprio perché sanno che torneranno nel loro Paese di origine».

Per gli africani, la partenza dei rumeni può essere una buona notizia. In un vigneto biologico vicino a Cerignola, africani e italiani lavorano insieme. Qui incontriamo Alex dal Senegal, che ha iniziato a lavorare in agricoltura dopo essersi guadagnato da vivere vendendo merce falsa in città. Una volta che la polizia lo ha fermato, ha smesso. «Si guadagnava bene, ma era troppo rischioso – ricorda -. Poi ho iniziato a lavorare nell’agricoltura, con meno soldi, ma va bene».

Quando dico a uno dei lavoratori italiani che sono rumeno, lui si mette a ridere e mi dice che conosce una parola rumena: “Maimuța”, che significa scimmia. È così che i rumeni chiamavano Alex quando lavoravano insieme. Improvvisamente l’italiano si rivolge al senegalese e lo prende in giro, chiamandolo: «Maimuța! Maimuța!». Alex ride, ma è chiaro che non gradisce. Anche adesso che non c’è più nessuno a usare quelle parole razziste in maniera offensiva. Anche adesso che i rumeni se ne sono andati.

Ha collaborato: Michael Bird, Paolo Riva
Foto: Un vigneto dell’azienda agricola Aquamela Bio a Cerignola (Foggia) – Diego Ravier
Con il sostegno di: IJ4EU
Editing: Lorenzo Bagnoli

Da Latina alla Germania, il vero prezzo della frutta

#InvisibleWorkers

Da Latina alla Germania, il vero prezzo della frutta

Sara Manisera
Giulio Rubino

Sta calando la notte nella piazza centrale di Pontinia, a sud di Roma. È fine estate e Hardeep Singh, un bracciante indiano che ha accettato di parlare con noi, non può saltare le ore di lavoro che, in questa stagione, vanno avanti ininterrottamente dal primo mattino al tramonto.

Pontinia, in provincia di Latina, è al centro di una delle zone agricole più produttive d’Italia, l’Agro Pontino, un’area bonificata dalle paludi dal governo fascista degli anni Trenta. Le linee squadrate e gli ampi spazi vuoti della piazza centrale riflettono l’architettura razionalista dell’epoca.

C’è poca gente in giro, per lo più con indosso una mascherina, che si gode l’aria più fresca della notte, un sollievo necessario dai giorni roventi di agosto. Hardeep arriva verso le 20:30, ha appena finito la sua lunga giornata di riparazione delle serre di un’azienda locale. La sua paga? Non più di 5,50 euro all’ora. È qui per raccontarci una storia che sta diventando fin troppo comune in questa zona: il 12 giugno 2020 un suo amico, Jobandeep Singh, un lavoratore di 25 anni emigrato dall’India, si è impiccato alla scala dell’appartamento che divideva con altri connazionali. È il tredicesimo caso degli ultimi tre anni.

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«Eravamo amici, ci siamo incontrati per la prima volta a Borgo Grappa (un altro piccolo paese di questa zona, ndr) lavorando il cavolo rapa per un’azienda, non posso dirti quale», racconta Hardeep. Deve stare attento, perché i lavoratori possono subire dure ritorsioni da parte dei loro capi per aver parlato con i giornalisti. «Mi chiedeva sempre consigli perché, prima dell’arrivo del Covid, collaboravo con un centro gestito dalla Caritas come mediatore».

La storia di Jobandeep è una storia comune alla maggior parte dei lavoratori indiani in questa zona. «Era indebitato fino al collo – spiega Hardeep -. Aveva chiesto un prestito a un parente per comprare un visto per l’Italia, ma stava per scadere. Non poteva pagare l’affitto, non poteva ripagare il debito e il suo parente minacciava di togliergli la terra in India. Voleva trovare un altro lavoro, ma non riusciva a trovare niente».

Hardeep racconta che Jobandeep odiava il suo lavoro. Secondo diverse fonti qualificate, lavorava per una società chiamata Azienda agricola Di Girolamo Gianni, un nome grosso della zona. Prima di morire, concordano le testimonianze, avrebbe cercato di riscuotere migliaia di euro di stipendi non pagati. «L’ultima volta che mi ha chiamato – prosegue Hardeep – è stato perché l’azienda gli ha chiesto il passaporto, per sistemare il permesso di soggiorno. Jobandeep non voleva consegnarlo, perché i capi chiedono ai lavoratori molti soldi per la loro regolarizzazione».

La situazione dei braccianti irregolari è disastrosa da decenni. I cosiddetti “salari di piazza”, gli stipendi di strada, sono sempre molto più bassi di quanto previsto dai contratti nazionali

La situazione dei braccianti irregolari è disastrosa da decenni. I cosiddetti “salari di piazza”, gli stipendi di strada, sono sempre molto più bassi di quanto previsto dai contratti nazionali. E la situazione è peggiorata con il lockdown, quando i braccianti non hanno potuto in alcun modo smettere di lavorare, ma le ispezioni e i controlli all’interno delle aziende si sono fermati.

A Jobandeep, è stato chiesto qualcosa come 2,5/3 mila euro per mettere in ordine i suoi documenti, più altri trecento euro al mese di “tasse”, secondo quanto riporta Hardeep. «Il mio consiglio – ricorda – era di non dare loro il passaporto, ma di concentrarsi invece sul recupero di questi soldi. Gli ho detto di andare lì e chiedere al titolare “perché non mi paghi?”».

Ma Jobandeep si sentiva in trappola, non sapeva cosa fare anche perché all’interno della sua stessa comunità aveva ricevuto consigli di segno opposto. Così alla fine, ci dicono persone a lui vicine, Jobandeep aveva accettato di consegnare il passaporto all’azienda.

«Molto spesso una parte della paga viene trattenuta, creando un sistema di “crediti” che i lavoratori hanno nei confronti del loro capo, che li costringe a non cambiare datore di lavoro, né a denunciare la loro situazione, per non perdere una parte vitale del loro reddito».
Marco Omizzolo

Sociologo Eurispes

Il giorno dopo averlo consegnato, è stato trovato senza vita. La polizia locale ha aperto un’indagine, ma Hardeep non riesce a trattenersi: «La polizia conosce bene la situazione qui, sa che almeno la metà dei braccianti di Di Girolamo sono senza contratto, senza documenti, ma ogni volta che c’è un’ispezione viene avvisato in anticipo».

Secondo Hardeep, Jobandeep è rimasto sveglio tutta la notte dopo aver consegnato il passaporto. Il venerdì mattina i suoi coinquilini partono molto presto per il lavoro, ma lui dice loro che è malato e che non andrà a lavorare. Quando uno di loro torna alle 9 del mattino, si è già ucciso. Tramite il suo avvocato, Di Girolamo nega che Jobandeep Singh abbia mai lavorato alle dipendenze della sua azienda.

Omertà, paghe da fame e il sistema dei “crediti”

La Cooperativa Agricola Di Girolamo Gianni è un azienda importante in quest’area. Il proprietario, Gianni Di Girolamo, è anche nel consiglio di amministrazione di altre tre aziende. Secondo le nostre fonti, conta molto sull’export, e negli ultimi anni ha costantemente inviato i suoi prodotti in Germania. Aldi Nord, uno dei discount più diffusi in Germania, ci ha confermato che importa cavolo rapa da aziende la cui fornitrice è la Di Girolamo.

Hardeep, parlando dell’azienda, non nasconde la sua sfiducia: «Una volta, mio fratello è andato a lavorare da loro – dice – ma è durato solo una settimana e non ci è voluto più tornare». È molto difficile trovare persone disposte a parlare delle condizioni di lavoro all’interno di questa azienda, un po’ per paura di ritorsioni, un po’ perché i lavoratori migranti si spostano molto, e quelli che in passato hanno avuto il coraggio di parlare, si sono tutti allontanati, sia per tornare in patria, sia per lavorare con diverse aziende in altre zone d’Italia.

Ne parliamo con Marco Omizzolo, sociologo di Eurispes e giornalista che per anni si è occupato delle condizioni della comunità di migranti indiani dell’Agro Pontino. Di Girolamo, ci spiega, non ha una cattiva fama nella zona: «La Di Girolamo, come azienda, era considerata un buon posto di lavoro dalle comunità locali, soprattutto perché la paga è leggermente superiore alla media della zona», afferma Omizzolo, il quale fa notare che la paga è “buona” solo in confronto a quella che si può ottenere in altre aziende: «Se la Di Girolamo paga 4,5 euro l’ora, e le altre aziende ne pagano 2,5, allora sembra buono per i lavoratori, che non sanno che la paga prevista dai contratti è di 9 euro l’ora».

Ma i salari bassi sono solo l’inizio del sistema di sfruttamento, in molte aziende della zona: «Le persone sono costrette a lavorare di notte, senza dispositivi di sicurezza, se non quelli che possono comprare da soli (anche durante la pandemia di Covid-19). Devono lavorare molte più ore e molti più giorni di quello che il loro salario corrisponde – continua Omizzolo -. Oltre a questo, molto spesso una parte della paga viene trattenuta, creando un sistema di “crediti” che i lavoratori hanno nei confronti del loro capo, che li costringe a non cambiare datore di lavoro, né a denunciare la loro situazione, per non perdere una parte vitale del loro reddito». Proprio come è successo a Jobandeep.

Abbiamo chiesto a Di Girolamo quanti lavoratori, e con che tipo di contratto, lavorino per lui, oltre che quanta parte della sua produzione sia destinata all’export, ma ci ha risposto che si tratta di dati protetti da privacy.

Lavoratori “in grigio”, sul crinale tra “legale” e “invisibile”

La situazione dei braccianti in Italia è molto difficile da risolvere, soprattutto perché è molto complicato ottenere dati precisi sulla loro situazione. Se da un lato sono stati ottenuti dei miglioramenti, grazie ad alcuni tentativi riusciti di sindacalizzazione e di sciopero, dall’altro la maggior parte di essi si trova ancora in una condizione di cosiddetto “lavoro grigio”.

Ciò significa che solo una parte delle ore di lavoro è effettivamente registrata e tassata. Il resto del loro tempo viene pagato in nero, con pochissimi soldi e senza alcuna sicurezza.

Omizzolo definisce il problema in termini sociologici piuttosto che fiscali, sottolineando come i contratti e la documentazione dei lavoratori può apparire perfettamente in ordine anche in casi di sfruttamento particolarmente gravi, considerati dalle autorità inquirenti come riduzione in schiavitù.

Della stessa opinione è Stefano Morea, segretario territoriale della Flai Cgil Frosinone Latina, che descrive il fenomeno come «un sistema di sfruttamento che attacca i diritti fondamentali di tutti i lavoratori che hanno bisogni diversi rispetto al semplice salario».

Sì, perché per i lavoratori stranieri, anche quelli che entrano regolarmente nel Paese, la “legalità” della loro situazione deve essere costantemente riaffermata. Hanno bisogno di un indirizzo di residenza, di una sorta di reddito regolare, di un contratto, il tutto solo per rinnovare il permesso di soggiorno e per non diventare invisibili, perdendo ogni protezione dalla legge.

Questo dà vita a specifici meccanismi di sfruttamento: il più terribile, che abbiamo visto nel caso di Jobandeep Singh, è la vendita di contratti. Se il lavoratore vuole abbastanza ore certificate per poter rinnovare il permesso di soggiorno e tenere in ordine i documenti, è lui che deve pagare il capo, con richieste che, secondo Hardeep Singh, arrivano fino a 7mila euro all’anno, circa la metà del reddito medio annuo.

Un altro trucco che l’azienda spesso applica è quello di certificare solo le ore sufficienti per consentire al lavoratore di chiedere il sussidio di disoccupazione, costringendolo poi a considerare quel sussidio pubblico come parte del suo stipendio e facendolo lavorare a zero costi per loro per il resto delle ore di cui hanno bisogno: «I benefici vengono conteggiati dalle aziende non come un contributo assistenziale, ma direttamente come parte del salario nella negoziazione con il lavoratore», spiega Morea.

#InvisibleWorkers

Dal Punjab a Latina, pagare per diventare schiavo

Come, attraverso i debiti, una rete di intermediari che collega l’India all’agro pontino tiene sotto ricatto migliaia di lavoratori indiani, sfruttati in uno dei maggiori distretti ortofrutticoli d’Europa

L’egemonia tedesca sul mercato europeo di frutta e verdura

La Germania, destinazione finale di parte dei prodotti della Di Girolamo, è patria della più grandi catene di supermercati e di distribuzione del continente. Secondo i dati della National Retail Federation (NRF), la più grande associazione mondiale di commercio al dettaglio, i maggiori gruppi alimentari in Europa per fatturato sono infatti Schwarze Group (Lidl, Kaufland) e Aldi, con un fatturato rispettivo di 123 e 91 miliardi di dollari all’anno. Al quinto posto c’è un altro gruppo della Germania, REWE, con un fatturato di 72 miliardi. Questa circostanza, nella prassi, permette alle aziende tedesche di dettare le regole del gioco.

Lo strapotere della grande distribuzione non si limita ad affossare i prezzi, ma impone nei contratti che i fornitori debbano farsi carico dei costi per le promozioni e le scontistiche offerte ai clienti. I frutti danneggiati e “brutti” vengono respinti e i contratti prevedono che a riportali indietro siano i fornitori, a spese loro. Per quanto la legalità di tali imposizioni sia dubbia, i fornitori hanno una scelta semplice: obbedire o essere tagliati fuori dal sistema.

Se la maggior parte delle aziende oneste non ha altra scelta se non quella di cercare di restare a galla, cercando di denunciare la situazione e di fare pressioni sulle autorità, molte altre semplicemente spostano questa pressione sui loro lavoratori, massimizzando i profitti anche con lo sfruttamento estremo dei braccianti.

Foto: Rob Maxwell/Unsplash

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Il mercato tedesco è della massima importanza soprattutto per Italia e Spagna. Nel 2017 sono arrivate 1.158 tonnellate di frutta e verdura dall’Italia e molte aziende nostrane esistono solo grazie all’esportazione di prodotti che hanno un mercato molto limitato qui. Il risultato è un sistema vessatorio, secondo le esperienze degli imprenditori agricoli italiani: «Le catene di distribuzione tedesche hanno il potere assoluto su tutte le trattative», racconta uno, fornitore di supermercati tedeschi. Chiede di rimanere anonimo per paura di ritorsioni. «Con i fatturati che hanno – sostiene – fanno loro le regole in tutta Europa».

Incontriamo l’imprenditore, un uomo d’affari sulla cinquantina, in una giornata di fine luglio all’interno della sua azienda nel nord Italia. Il suo è un gruppo che fattura oltre 120 milioni di euro l’anno. Il 65% del suo fatturato si basa sulle esportazioni: dal Sudamerica alla Nuova Zelanda, passando per la Germania e i Paesi scandinavi. In un tour guidato all’interno di uno degli stabilimenti più moderni al mondo, l’imprenditore ci spiega come funziona la filiera che porta la frutta dal campo al supermercato. Ma soprattutto le storture che si nascondono dietro di essa.

«Io vendo a Edeka, Lidl e Aldi. Per quanto riguarda Edeka a volte, quando acquistano la merce, noi non sappiamo nemmeno il prezzo che ci pagheranno. Il lunedì noi notifichiamo la merce che abbiamo, il mercoledì fanno l’ordine senza comunicare il prezzo, e il venerdì la ricevono. Solo la settimana dopo, scopro quanto mi pagheranno – spiega l’imprenditore frustrato -. È una diffusa prassi del mercato».

Abbiamo inviato domande a tutte e tre le catene di supermercati nominate dalla nostra fonte. Edeka in particolare ha specificato che tutti i requisiti legali sono soddisfatti dai contratti che, sempre in forma scritta, fanno con i loro fornitori.

Le accuse dell’imprenditore vanno oltre. I distributori, ci dice, impongono requisiti molto severi in termini di estetica del prodotto: «L’aspetto estetico del prodotto è controllato da un’azienda esterna e, se anche solo il 2% di esso non è conforme ai loro standard, ti mandano semplicemente la foto di un frutto rovinato e ti dicono “il camion è a tua disposizione”, il che significa che non lo comprano, puoi farci quello che vuoi». Quindi, calcola l’imprenditore, un camion di frutta che ha percorso migliaia di chilometri consumando 500 litri di benzina, deve tornare indietro e sprecarne altrettanti, per niente. L’imballaggio viene distrutto e gettato e la frutta stessa deve essere riconfezionata, o addirittura buttata se non può essere riutilizzata. «E ogni volta – è l’amara conclusione – noi siamo costretti ad accettarlo, altrimenti non lavoriamo più con loro».

L’imprenditore: «Le catene di distribuzione tedesche hanno il potere assoluto su tutte le trattative»

Per approfondire

I lavoratori invisibili dell’agricoltura in Europa

I tre milioni di lavoratori stagionali dell’agricoltura in Europa tra sfruttamento, caporalato e irregolarità contrattuali.

Secondo questa testimonianza, molte delle imposizioni non hanno in realtà nulla a che vedere né con la qualità effettiva né con l’aspetto. Accade invece che le catene della grande distribuzione «si rendano conto di avere troppo prodotto, così dagli uffici dei piani alti arriva un semplice ordine, “rispedire 20 camion indietro”, così si trova una qualsiasi scusa per rifiutare il carico di frutta a spese del fornitore». «Una volta – aggiunge – mi hanno rimandato indietro un camion perché il diametro delle mele era di 78 millimetri invece di 80».

Lidl ed Edeka, seppure ribadendo il loro rispetto degli standard ambientali e delle leggi a protezione del lavoro, non rispondono ai punti specifici sollevati dalla testimonianza che abbiamo raccolto. Aldi entra più nel dettaglio, spiegando che definiscono i loro prezzi tramite un sistema di aste (spesso indicato dagli imprenditori come uno dei principali strumenti per affossare i prezzi) e che definiscono il prezzo che sono disposti a pagare «in base a domanda e offerta dell’intero mercato».

Ma in questo settore l’offerta è molto più ampia della domanda, e al mercato partecipano anche attori extraeuropei, che operano in sistemi molto meno regolamentati e spesso offrono prezzi molto più bassi ai distributori.

La nostra fonte ha anche cercato di sollevare alcuni di questi problemi direttamente col distributore. Ha stilato un documento allo scopo di analizzare la sostenibilità di queste pratiche in termini ambientali, aggiungendo al computo «lo spreco degli imballaggi, l’acqua, il carburante e tutto il resto». «Si sono arrabbiati moltissimo – afferma -. Hanno detto: “Se il signor X non vuole più venderci la sua merce, troveremo qualcun altro”». Non è finita qui: durante un incontro tenutosi nel 2020, il direttore dei supermercati tedeschi che si approvvigionano dalla sua azienda «mi ha sbattuto il documento che ho scritto davanti agli occhi e mi ha detto: “Non permetterti più di mandare una cosa del genere”»

«Tutto il mondo del retail europeo, Germania in testa, si è opposto a questa direttiva, che è la prima a toccare l’assoluta autonomia di cui questo settore ha goduto finora».

Paolo De Castro

Europarlamentare

La nuova normativa europea contro le pratiche sleali

Ciò che ci ha detto la nostra fonte anonima è confermato anche da Dino Scanavino, presidente della Confederazione Italiana Agricoltori, una delle più grandi associazioni di produttori in Italia con quasi un milione di iscritti. Lo raggiungiamo al telefono a metà ottobre per chiedergli cosa ne pensa di tutta questa vicenda.

«Funziona così a causa del potere sproporzionato dei distributori – spiega -. Per il sistema l’unica priorità è il prezzo finale per il consumatore, e quando c’è un qualsiasi tipo di problema, tutti i costi vengono scaricati su di noi (i fornitori, ndr) che siamo l’anello più debole di questa catena».

Scanavino definisce le prassi del sistema di distribuzione come «pratiche sleali». Dice che c’è una una nuova direttiva europea che dovrebbe fermarle, ma non è ottimista riguardo a una rapida risoluzione di questo problema: «Combattere una battaglia legale contro i distributori per noi è inutile – ammette – perché in una guerra aperta vinceranno sempre. Tutti i distributori lavorano in questo modo, non solo quelli tedeschi. Abbiamo bisogno che i governi nazionali intervengano per trovare una soluzione sistemica».

Almeno per quanto riguarda gli Stati europei, un qualche tipo di soluzione dovrebbe arrivare in tempi brevi. La direttiva 2019/633 della Commissione Europea infatti, dev’essere adottata da ogni Paese entro il prossimo maggio.

Dei suoi possibili effetti abbiamo parlato con Paolo De Castro, europarlamentare e, fino al 2014, presidente della Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale del Parlamento europeo. Secondo De Castro, la maggior parte dei problemi incontrati dalle aziende che vendono alla grande distribuzione tedesca dovrebbero essere affrontati da queste nuove regole. «La direttiva è già legge in Francia e Spagna. In Italia è già passata in Senato e ora la Camera dovrebbe autorizzare il Governo a fare i relativi decreti – spiega -. La Germania è un po’ più lenta in questo caso perché non avendo una legge nazionale già fatta a riguardo, deve costruire l’intero impianto legislativo da zero».

De Castro è soddisfatto dei risultati raggiunti, per altro attesi da vent’anni, anche se riconosce che si tratta solo di un primo passo di un percorso ancora lungo: «Tutto il mondo del retail europeo, Germania in testa, si è opposto a questa direttiva, che è la prima a toccare l’assoluta autonomia di cui questo settore ha goduto finora».

E se certamente si tratta di ottime notizie per il mondo dell’agricoltura, ci sono alcuni cambiamenti a cui si dovranno adattare anche i produttori. In primo luogo, maggiore trasparenza lungo tutta la catena: «Al centro della direttiva c’è la creazione di autorità nazionali di contrasto alle pratiche sleali, che avranno potere di indagare e sanzionare tali pratiche – aggiunge Castro -. Ogni stato membro dovrà crearle, ma i produttori dovranno perdere l’abitudine agli accordi verbali, e pretendere, come fra l’altro la direttiva impone, contratti scritti con i distributori, o almeno tener traccia di ogni scambio di email».

Le nuove autorità di contrasto saranno legate ai ministeri dell’agricoltura, potranno avviare indagini autonome e, soprattutto, raccogliere denunce anonime dai produttori o dalle associazioni di categoria. Quanto alle sanzioni, si dovrà in primo luogo cercare una conciliazione fra le parti, per poi passare alla pubblicazione della pratica sleale – una misura che secondo De Castro «è temuta dai distributori ancora più della multa» – per poi arrivare a multe salate, calcolate in percentuale al fatturato del gruppo. Considerando il volume d’affari dei distributori in questione, si potrebbe arrivare a cifre impressionanti.

«La direttiva prevede che le autorità di diversi Stati membri possano collaborare, ma anche che un’autorità nazionale possa intervenire nei confronti un altro Stato dell’Unione – conclude De Castro – ma soprattutto, mette fine al potere dei distributori di alterare accordi e contratti in modo unilaterale, impedendogli di imporre prezzi, pretendere sconti, rimandare regolarmente indietro spedizioni di merci o scaricare sul fornitore il prezzo dell’invenduto».

Tutti questi progressi però restano dipendenti da due fattori: primo, la creazione di autorità nazionali efficaci, che secondo De Castro devono avere «forte presenza sul territorio, con uffici in tutte le regioni, alcune migliaia di ispettori e una certa sensibilità verso il mondo dell’agricoltura»; secondo, una maggiore organizzazione dei produttori, che devono definire i contratti ed essere pronti a denunciare. Entrambi i punti richiedono ancora molto lavoro.

«Quando c’è un qualsiasi tipo di problema, tutti i costi vengono scaricati su di noi [i fornitori, ndr] che siamo l’anello più debole di questa catena».
Dino Scanavino

Presidente Confederazioni italiana agricoltori

CREDITI

Autori

Sara Manisera Giulio Rubino

In partnership con

Editing

Lorenzo Bagnoli

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Foto

PaolikPhotos/Shutterstock