La zona grigia dell’agricoltura dei pesticidi

#PesticidiAlLavoro

La zona grigia dell’agricoltura dei pesticidi

Edoardo Anziano
Lorenzo Bagnoli
Francesco Paolo Savatteri

Èun mistero il numero di lavoratori agricoli che si sono ammalati o sono morti in Europa di malattie come Parkinson e tumore alla prostata negli ultimi cinquant’anni. Nonostante la pletora di studi che riconoscono il nesso tra alcune patologie e le sostanze attive dei fitofarmaci, i dati sanitari sui lavoratori scarseggiano, anche per la poca volontà di conoscere fino in fondo la situazione, come raccontato nella scorsa puntata di #PesticidiAlLavoro.

A mantenere l’alone di mistero intorno ai dati italiani sulle malattie correlate all’uso dei pesticidi, ci sono prassi consolidate, regolamenti sorpassati e disinteresse nella gestione dei rischi di infortunio sul lavoro. Di fondo, c’è un’opacità del mondo agricolo che è dovuta in parte alla mancanza di personale che dovrebbe svolgere i controlli: ispettori del lavoro, forze dell’ordine (Guardia di finanza e Nas), ispettori Inps e Inail, ispettori regionali dei fitofarmaci. Sei categorie sotto organico – hanno spiegato a IrpiMedia fonti del settore – che non riescono a controllare quanto dovrebbero, soprattutto le aziende più piccole, le più numerose e le più esposte.

L'inchiesta in breve
  • In Italia i pochi dati sulle morti e i casi di malattia riconducibili all’uso dei pesticidi sono dovuti a una serie di fattori strutturali.
  • Il mercato agricolo italiano è composto da aziende a conduzione familiare spesso piccole e con poca capacità ad adeguarsi alle regole per la sicurezza. Le organizzazioni che dovrebbero svolgere controlli periodici sulle condizioni di lavoro sono sotto organico e questo incentiva delle condizioni di irregolarità nella gestione dei prodotti più pericolosi.
  • Momo e Job Tax sono due inchieste delle procure di Cuneo e Latina per sfruttamento lavorativo. Entrambe, però, hanno raccolto prove dell’uso di fitofarmaci senza mascherine e senza la minima formazione da parte degli stessi lavoratori stagionali stranieri sfruttati.
  • Tra i fitofarmaci usati senza precauzioni ci sono anche prodotti che sono stati recentemente vietati dalla Commissione europea perché ritenuti pericolosi.
  • Tra questi ce n’è anche uno di quelli inseriti dall’Inail tra le lavorazioni previste per il riconoscimento del morbo di Parkinson. Lavorazione, malattia e tempo utile della denuncia sono le tre condizioni richieste per l’ottenimento della malattia occupazionale.
  • C’è la possibilità anche di ottenere il riconoscimento di un indennizzo attraverso una causa legale, ma non sempre medici del lavoro e patronati sono preparati a sufficienza per dare un vero contributo ai ricorsi.

L’Ispettorato nazionale del lavoro (Inl) spiega che solo 260 ispettori (dati 2020) si occupano della categoria Salute e sicurezza, in cui rientrano anche il mancato uso dei dispositivi di protezione individuale (Dpi) e la mancata formazione dei lavoratori. Per il settore agricolo, le violazioni in materia di Salute e sicurezza accertate dall’Inl nel 2020 sono state 660. «Si sta cercando solo adesso di incentivare la conoscenza e di migliorare le condizioni di prevenzione alla sicurezza nell’uso dei fitofarmaci», spiega l’agronomo Carlo Antellini, formatore di corsi Inail per l’uso dei fitofarmaci che opera nella regione della Sabina, nel Lazio.

Malgrado le regole da seguire, «il mercato è talmente viziato che i prodotti si vendono online», aggiunge. In teoria, infatti, il mercato dei pesticidi dovrebbe essere altamente regolato. I punti vendita dovrebbero consegnare il prodotto solo a chi può esibire un patentino. Invece sulle piattaforme e-commerce generaliste chiunque può comprare, anche prodotti che ormai sono vietati sul mercato europeo, ma che continuano a circolare altrove (vedi articolo precedente). Significa che il patentino obbligatorio per l’acquisto di un fitosanitario non verrà richiesto. «Servirebbero più controlli», è l’auspicio di Antellini. I consorzi di agricoltori autorizzati a vendere i pesticidi non hanno risposto alle richieste di chiarimenti di Scomodo e IrpiMedia in merito al funzionamento del mercato dei prodotti fitosanitari e ai connessi problemi di controlli..

Da alcuni casi giudiziari è possibile comunque ricostruire il modo in cui alcune aziende hanno gestito i fitofarmaci negli ultimi anni. Sono una fonte collaterale, perché i procedimenti sono scaturiti dopo segnalazioni di sfruttamento lavorativo, quindi nulla a che vedere con l’uso dei fitofarmaci.

Le malattie tabellate

Perché un lavoratore, una volta che si presentano i sintomi di una patologia, possa ottenerne da parte dell’Inail il riconoscimento “automatico” del suo carattere professionale, devono verificarsi tre condizioni: la malattia deve essere inserita nelle tabelle Inail delle malattie riconosciute come professionali; la malattia deve essere provocata da una lavorazione prevista dall’Inail; deve essere denunciata entro un periodo stabilito («periodo massimo di indennizzabilità»). Altrimenti può sempre percorrere la via giudiziaria e presentarsi di fronte a un giudice del lavoro. Strada che però è più difficile e costosa.

Per il morbo di Parkinson, le lavorazioni previste sono quelle «che espongono
all’azione del etilenbisditiocarbammato di manganese» entro dieci anni. L’etilenbisditiocarbammato di manganese è una molecola che si trova all’interno di certi fungicidi come il Mancozeb, revocato nel febbraio 2021.

Le operazioni Momo e Job Tax

I dati del Laboratorio sullo sfruttamento lavorativo dell’associazione AdiR – L’altro diritto aggiornati al 2020 riportano un solo caso, a Saluzzo, in cui i braccianti agricoli entravano a contatto con i fitofarmaci – sia nei campi che nei magazzini – senza alcun tipo di dispositivo di protezione personale. L’inchiesta, denominata operazione Momo, è iniziata nel maggio del 2019 sotto la guida della Procura di Cuneo. Un presunto caporale era stato arrestato, mentre due imprenditori erano finiti ai domiciliari con l’accusa di sfruttamento lavorativo. Durante il processo, iniziato a settembre 2020 e ancora in corso, gli imprenditori hanno rigettato l’accusa di sfruttamento, sottolineando di non aver mai effettuato trattamenti fitosanitari mentre i lavoratori si trovavano nei campi.

Ad aprile 2021, in provincia di Latina, sette persone – fra imprenditori agricoli e presunti caporali – sono state arrestate con l’accusa di associazione a delinquere dedita allo sfruttamento e all’estorsione. L’operazione, denominata Job Tax, è stata condotta dai Nas, con il coordinamento della Procura di Latina. Agli indagati è stato contestato l’impiego illegale di pesticidi, anche vietati.

L’operazione Momo a Cuneo e l’operazione Job Tax a Latina hanno in comune un contesto di presunto sfruttamento lavorativo, un minimo comune denominatore che fa da sfondo all’impiego di pesticidi senza protezioni per i lavoratori. Il fenomeno, come indicano le inchieste giudiziarie, appare diffuso in tutta Italia. Secondo Marco Omizzolo, sociologo esperto di sfruttamento in agricoltura di lavoratori migranti, «a livello nazionale ci sono stati interventi soprattutto delle forze dell’ordine e delle diverse procure. Hanno certificato l’esistenza del fenomeno sul piano investigativo ed è un dato interessante che riguarda sia il sud che il nord Italia, ovvero forme di economia, di sviluppo e produzione agricola diverse, ma spesso caratterizzate dall’utilizzo di fitofarmaci in quantità eccedente quella legale o l’utilizzo di fitofarmaci illegali».

Agricoltura a conduzione familiare

L’ultimo rapporto Istat sull’agricoltura (dati 2017, il prossimo censimento verrà aggiornato a giugno 2022) conta 413 mila imprese agricole, cioè imprese che hanno come attività primaria la gestione di campi, boschi o allevamenti. Sono inserite nel più ampio insieme delle aziende agricole (1,6 milioni), cioè tutte le imprese che svolgono attività relative all’agricoltura.

Le imprese agricole rappresentano due terzi della dimensione economica italiana e circa il 65% dei 12,8 milioni di ettari coltivabili. Poco più di un terzo del totale di tutte le aziende agricole hanno un titolare che è «unità economica non attiva». Significa che il settore agricolo non è il suo unico lavoro.

Un altro 30% delle aziende agricole è a conduzione familiare con dimensioni molto piccole, sotto i due ettari. In altri termini, l’agricoltura italiana è composta da piccole imprese. Dal censimento Istat 2010 emergeva anche che «la formazione dei capi azienda è decisamente ancora molto legata all’esperienza di campo e meno al grado di istruzione conseguito. Il 71,5% dei capi azienda ha un livello d’istruzione pari o inferiore alla terza media (70,8% per gli uomini e 73% per le donne). Solo il 6,2% dei capi azienda è laureato e inoltre solo lo 0,8% risulta aver acquisito una laurea ad indirizzo agrario».

Il livello di istruzione dei titolari di aziende agricole


«Riteniamo certo che in dieci anni la quota dei conduttori fino alla terza media sia molto diminuita», precisa Roberto Gismondi, dirigente di ricerca dell’Istat che si che si occupa del Servizio statistiche e rilevazioni sull'agricoltura, ma resta molto significativo. Conduzione familiare e scarso livello di istruzione sono due fattori che possono spiegare la scarsa attenzione alla dimensione della sicurezza sul lavoro che da un lato si può tradurre in poca attenzione all’uso dei Dpi e alla conservazione dei fitofarmaci, che a sua volta è un impedimento per ottenere il riconoscimento della malattia professionale.

Nessuna protezione

Durante il processo di Cuneo, il presunto caporale, Tassembedo Moumouni – dal cui soprannome, Momo, prende il nome l’inchiesta – interrogato dal Pubblico Ministero Carla Longo, spiega che i lavoratori non avevano alcun tipo di dispositivo di protezione personale. Moumouni racconta di non aver «mai» ricevuto guanti o occhiali protettivi, e spiega come, mentre i braccianti lavoravano nei campi, venivano sparsi fitofarmaci tutto intorno. «Quindi, voi lavoravate nella raccolta e… in altre zone o nella stessa zona dove eravate voi si buttava il diserbante?» domanda il magistrato. «Nella stessa zona – spiega Moumouni –. Stiamo lavorando in questa fila, lui passa qua, nella fila si butta. Qualche volta ci spostiamo solo due metri e poi ritorniamo».

Questo viene confermato da uno dei lavoratori costituitisi parte civile nel processo. Il bracciante, originario del Burkina Faso, spiega che sostanze antiparassitarie venivano irrorate nei campi mentre, in contemporanea, veniva effettuata la potatura. «Ogni tanto – racconta – il prodotto toccava anche loro». I lavoratori dormivano nello stesso magazzino in cui i pesticidi venivano stoccati, «davanti a quella porta c’era pure un segno, con scritto pericoloso», e gli stessi pesticidi venivano poi sparsi «mentre loro lavorano». Tuttavia, due lavoratori interrogati come testimoni, affermano che i trattamenti fitosanitari venivano effettuati, ma non quando i lavoratori erano presenti sul campo.

Nelle carte dell’operazione Job Tax, invece, i proprietari di un’azienda agricola di San Felice Circeo, in provincia di Latina, vengono accusati di aver sfruttato manodopera straniera – di nazionalità bengalese, indiana e pakistana –, facendogli eseguire anche trattamenti con fitofarmaci, nonostante i lavoratori stessi non fossero in possesso dell’autorizzazione all’utilizzo di prodotti fitosanitari. Si tratta del cosiddetto “patentino”, che viene rilasciato dopo la frequenza di un corso di formazione e il superamento di un esame. Per i lavoratori agricoli è obbligatorio.

Jean-Baptiste Lefoulon, agricoltore, partecipa allo studio “Pestexpo”. È dotato di patch che consentono agli scienziati di misurare la sua esposizione ai pesticidi (Lingèvres, Francia, 28 maggio 2021) - Foto: Ed Alcock/MYOP, Le Monde

Jean-Baptiste Lefoulon, agricoltore, partecipa allo studio “Pestexpo”. È dotato di patch che consentono agli scienziati di misurare la sua esposizione ai pesticidi (Lingèvres, Francia, 28 maggio 2021) - Foto: Ed Alcock/MYOP, Le Monde

Dalle carte emerge come gli stessi proprietari avessero impiegato un cittadino indiano senza permesso di soggiorno, Kumar Ravi, per «compiti strategici nello svolgimento dell'attività agricola», fra cui l’«impiego di fitofarmaci nelle colture», senza che questi fosse abilitato all’utilizzo dei pesticidi, né tanto meno «formalmente istruito».

Ancora i proprietari, insieme all’agronomo dell’azienda agricola, sono accusati di aver “adulterato” gli ortaggi coltivati, nello specifico ravanelli, con pesticidi non autorizzati, rendendo le colture «pericolose per la salute pubblica». L’agronomo avrebbe fornito indicazioni sulle tempistiche in modo che dalle analisi non risultasse l’uso di prodotti che, secondo le valutazioni della polizia giudiziaria, erano «estremamente pericolosi per la salute pubblica». «All'interno di un locale pozzo artesiano – si legge nei verbali di perquisizione – sono stati rinvenuti e sequestrati prodotti fitosanitari risultati non consentiti sulle colture in atto».

Durante le ricerche dei Nas, «i responsabili aziendali […] freneticamente si adoperavano per occultare altre confezioni di fitofarmaci non autorizzati per l'impiego sui ravanelli». Nei certificati di analisi che l’azienda effettuava sui propri prodotti, gli investigatori troveranno concentrazioni di pesticidi più alte del consentito. Questo fatto, scrive il Giudice per le indagini preliminari, è particolarmente significativo considerando «che lavoratori dipendenti privi della prescritta autorizzazione risulteranno essere adibiti all'impiego di fitofarmaci vietati nell'utilizzo sulle colture».

Prodotti vietati eppure in circolazione

Dalle intercettazioni emerge che lavoratori senza abilitazione né formazione – e quindi verosimilmente senza dispositivi di protezione personale – venivano impiegati in trattamenti fitosanitari. Al telefono con Kumar Ravi, uno dei soci dell’azienda agricola domanda «Tu capace sicuro?». Alla risposta affermativa del bracciante indiano, l’imprenditore detta le istruzioni con i quantitativi di fitofarmaci da irrorare: «1,5 litri di Reldan» e «85 di Butisan». «[…] tu mi raccomando non ti sbaglià mai a misurà la medicina eh il Reldan e Butisan eh» si preoccupa al telefono l’imprenditore, che dopo le rassicurazioni del bracciante aggiunge: «Eh non fare cazzate, perchè dopo esci quando fai analisi sopra i ravanelli esce fuori io ammazzo te eh!».

Il Reldan è un insetticida a base di Chlorpyrifos-Methyl. La Commissione Europea ha confermato, il 10 gennaio 2020, la decisione degli stati membri di non rinnovare l’autorizzazione di prodotti contenenti Chlorpyrifos-Methyl, per la sua possibile genotossicità e neurotossicità. All’epoca delle intercettazioni dell’operazione Job Tax (2019) il prodotto non era ancora stato vietato. Uno studio pubblicato nel 2018 sulla rivista Environmental Health ha revisionato test di tossicità forniti dai produttori di pesticidi a base di Chlorpyrifos e Chlorpyrifos-Methyl: «Uno studio di tossicità finanziato dall'industria conclude che non si verificano effetti selettivi sul neurosviluppo nemmeno in caso di esposizioni elevate». Tuttavia, secondo i ricercatori, gli studi contengono «problemi che riducono impropriamente la capacità degli studi di rivelare effetti reali, tra cui un regime di dosaggio che ha portato a un'esposizione troppo bassa». Ciò ha conseguenze sulla «capacità delle autorità di regolamentazione di effettuare una valutazione valida e sicura di tali antiparassitari». Fra la pubblicazione dello studio e la revoca di fitofarmaci a base di Chlorpyrifos-Methyl sono passati due anni.

In Italia la maggior parte dei prodotti commercializzati come “Reldan” sono stati revocati fra gli anni ‘90 e i primi anni 2000. Soltanto per il Reldan 22 – lo stesso trovato nell’azienda agricola di Latina durante una perquisizione dei Nas a Dicembre 2019 e revocato a Gennaio 2020 – è stato concesso lo smaltimento fino all’Aprile dello stesso anno. Come dichiarato dal Ministero della Salute in una richiesta di accesso civico generalizzato presentata da Scomodo, «lo smaltimento si applica ai lotti di prodotti fitosanitari che riportano una data di produzione antecedente a quella del provvedimento di revoca del prodotto stesso o di modifica delle condizioni di autorizzazione del prodotto oggetto dello smaltimento». Tuttavia, «il dato riferito al quantitativo dei prodotti fitosanitari da smaltire non è oggetto di specifica valutazione o comunque non a conoscenza dell’Ufficio, in quanto afferisce alla gestione interna dell’azienda che detiene la proprietà del prodotto».

Il Ministero, quindi, non è a conoscenza delle quantità di pesticidi (proibiti in quanto pericolosi) le cui scorte possono comunque essere utilizzate per molti mesi dopo la revoca. La conferma arriva da Agrofarma - Federchimica: l'associazione di categoria non è in grado di sapere quanti lotti erano nei magazzini al momento della revoca, né quanti siano stati effettivamente smaltiti. Lungo la filiera, infatti, ci sono altri attori, fra cui le imprese produttrici e i rivenditori. I consorzi agrari e le aziende produttrici contattate non hanno fornito chiarimenti.

Dalle intercettazioni di Job Tax emergono ulteriori dettagli rispetto all’utilizzo di pesticidi ormai vietati da tempo. Intercettato, l’agronomo dell’azienda spiega preoccupato a uno dei soci: «L'altra volta quando abbiamo fatto pulire il magazzino degli attrezzi io non so chi l'ha pulito hanno lasciato un cartone di SCLEROSAN dentro». Come risulta dalla banca dati dei prodotti fitosanitari del Ministero della Salute, l’ultimo prodotto in commercio col nome di Sclerosan è stato revocato nel 2009. L’esposizione al Dicloram, il principio attivo contenuto in questo fungicida, «può danneggiare la riproduzione e/o lo sviluppo».

Come sintetizza il Gip, «le sostanze rinvenute sono risultate non utilizzabili nelle colture di ravanelli oltre che caratterizzati da un profilo di “conclamata pericolosità”, tanto da aver determinato per talune una revoca dell'autorizzazione all'uso (è il caso del Clorpirifos Metil)». Nonostante ciò, l’utilizzo di questi pesticidi «in maniera sistematica e diffusa», è pienamente consapevole: secondo il Gip, infatti, tutti gli indagati «sono a piena conoscenza del fatto che se tali sostanze attive vengono rilevate dalle analisi verrebbe bloccata la commercializzazione del prodotto».

Quello che emerge dai casi giudiziari di Latina e Cuneo è un quadro in cui si intrecciano lavoro nero, sfruttamento e mancato rispetto delle norme di sicurezza. Il sociologo Marco Omizzolo ne ha avuto esperienza diretta: «Io ho lavorato nelle campagne pontine (nella stessa provincia di Latina in cui è stata condotta l’operazione Job Tax, ndr) per diversi mesi come infiltrato – racconta a Scomodo – accanto ai braccianti immigrati, soprattutto indiani. Una delle cose per me più inquietante è l’assenza di qualunque misura di sicurezza, e quando dovevamo distribuire i veleni lo facevamo senza alcun genere di protezione, già dieci anni fa. Noi braccianti andavamo nelle campagne anche d’inverno indossando una sciarpa per proteggerci dal freddo, la sciarpa diventava la nostra mascherina anche quando diffondiamo quei veleni. Quella sciarpa si trasformava in una sorta di aerosol di veleno per i lavoratori, perché si impregna di quelle sostanze. Non c’era quindi l’effetto protettivo, al contrario, diventava un bagno tossico di quei prodotti».

Quando i vani della seminatrice sono pieni, il coltivatore semina il mais - Foto: Ed Alcock/MYOP, Le Monde
Quando i vani della seminatrice sono pieni, il coltivatore semina il mais - Foto: Ed Alcock/MYOP, Le Monde

Omizzolo ha anche raccolto centinaia di testimonianze dei cosiddetti “bagni di veleno”: quando i braccianti lavorano alla raccolta, «il caporale o il datore di lavoro passa con il vaporizzatore, ovvero una botte piena di veleni e acqua, il cui contenuto viene poi spruzzato in aria e loro si fanno il bagno. Alcuni mi hanno raccontato che hanno delle irritazioni cutanee, altri iniziano a perdere liquidi dal naso, a lacrimare, a tossire. Fare tutto questo per 14 ore al giorno quasi tutti i giorni del mese significa vivere sotto una pressione costante, prima o poi ti rompi».

Patronati e medici del lavoro

I primi a riconoscere le caratteristiche della malattia professionale dovrebbero essere i medici del lavoro. Nell’esperienza di Alberto Vedrani, avvocato di Lucca che ha difeso durante la sua carriera decine di lavoratori, da due anni è in pensione: «I medici dei patronati - racconta Vedrani - sono i primi ad istruire la pratica per il lavoratore e non sempre sono inattaccabili. A volte c'è manchevolezze sul piano professionale e a volte non riescono a dare una svolta alle pratiche in termini di evidenze mediche».

Vedrani che si è trovato a difendere lavoratori quando le malattie “tabellate”, quindi riconosciute dall’Inail, erano di molto inferiori, spiega: «Quando una malattia non è tabellata non è che la porta è chiusa - spiega -. Rimane aperta, solo che comporta un lavorìo notevole per il ricorrente, il quale deve dimostrare in modo certo che quella malattia è in connessione con l'attività lavorativa svolta: è il rapporto cosiddetto di causa-effetto. Si riesce abbastanza spesso, non tutte le volte ma spesso».

Nel 2005 è riuscito a ottenere il riconoscimento del morbo di Parkinson per un floricoltore della piana di Lucca che aveva fatto per anni uso di pesticidi a base di manganese, quelli che sono tabellati oggi. Come ha scritto in un contributo pubblicato nel 2019 da Olympus - centro di ricerche nato dalla collaborazione tra la Facoltà di Giurisprudenza dell'Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, della Regione Marche e dell'Inail - Direzione regionale per le Marche - «a seguito di consulenza medico-legale disposta dalla stessa Corte, veniva dichiarata sufficiente la probabilità indicata nel 70 % circa il rapporto di causa-effetto fra uso di pesticidi a base di manganese e morbo di Parkinson».

La causa è durata dieci anni e si è conclusa solo con la compensazione delle spese. Nonostante l’esito positivo, non c’è stato nessun altro lavoratore che ha chiesto all’avvocato di dedicarsi a una causa analoga.

CREDITI

Autori

Edoardo Anziano
Lorenzo Bagnoli
Francesco Paolo Savatteri

Hanno collaborato

Gaia Buono, Nicolò Benassi (Scomodo)

In partnership con

Scomodo (Italia)
Le Monde (Francia)
Ippen Investigativ (Germania)
BR (Germania)
Investigative reporting Denmark (Danimarca)
Oštro (Slovenia/Croazia)
Tygodnik Powszechny (Polonia)
TV2 (Danimarca)
De Groene Amsterdammer (Olanda)

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

Foto di copertina

Ed Alcock/MYOP (Le Monde)

Con il sostegno di

Perché gli agricoltori rumeni stanno lasciando l’Italia

08 Febbraio 2022 | di Vlad Odobescu

Alle cinque del mattino, le strade sono piene di trattori e i bar sono affollati. È la fine di settembre e a Cerignola, in Puglia, è ora di punta perché la raccolta dei pomodori sta finendo e quella dell’uva è iniziata da poco. Questa cittadina di 60 mila abitanti nelle campagne foggiane vive di agricoltura. Con i suoi 593 km², è il terzo Comune con il territorio più esteso d’Italia, in larga parte occupato da campi. I negozi di attrezzature e i magazzini sono ovunque. Le strade sono piene di camion che trasportano prodotti lavorati e freschi nei supermercati di tutta Italia e di tutta Europa.

Una piazza centrale di Cerignola è disseminata di centinaia di fosse di pietra del 13° secolo, dove i locali depositavano i loro cereali, semi di lino e mandorle. Ognuno di questi antichi silos è accompagnato da un cartello di pietra scolpito con le iniziali del proprietario, creando l’illusione di lapidi in un cimitero. Non lontano ci sono due negozi rumeni, Cotnari e Corvin, dove gli operai con le facce bruciate dal sole si riuniscono dopo il loro turno di lavoro, per comprare i prodotti della loro terra: un pezzo di salame Victoria, una bottiglia di plastica di birra Neumarkt o una scheda telefonica.

Le mani dell’agricoltore

Qui incontro Ciprian Dumbravă, un 35enne robusto. Ha appena finito di raccogliere l’uva. Le sue braccia e le sue gambe sono rigide dalla fatica. Quando gli stringo la mano, percepisco una superficie dura e ruvida. I suoi palmi sono gonfi e rossi, spellati.

Dopo un decennio a raccogliere frutta a Cerignola: le mani di Ciprian Dumbravă. Foto di Vlad Odobescu
Dopo un decennio a raccogliere frutta a Cerignola: le mani di Ciprian Dumbravă – Foto: Vlad Odobescu

Ciprian viene dalla contea di Bacău, nella regione della Moldavia orientale della Romania. È arrivato in Italia dieci anni fa e ha lavorato solo in agricoltura.

Durante questo periodo, ha avuto a che fare con rumeni che chiedevano bustarelle per trovargli un lavoro, agenti che lo ingannavano non pagandogli lo stipendio, datori di lavoro italiani razzisti, e ha «condiviso una stanza con altri 14 rumeni». Il lavoro duro e le lunghe ore passate nei campi lo hanno reso debole, affaticato e con un’ernia al disco cervicale, ma resiste al dolore e ancora oggi lavora nei vigneti.

È uno dei milioni di rumeni che sono venuti a vivere e guadagnare in Italia negli ultimi due decenni. Un gran numero lavora nei cantieri edili, nella cura degli anziani o nell’agricoltura. Man mano che i loro legami con l’Italia si sono rafforzati, le famiglie si sono unite a loro, e hanno cresciuto i figli qui, mentre spesso hanno costruito una casa nel loro villaggio natale in Romania.

I numeri dell’immigrazione rumena

Nel 2013, oltre 930.000 rumeni vivevano in Italia. Rappresentavano il 21,2% di tutti gli stranieri in Italia. Alla fine del 2019, la comunità rumena in Italia è salita a 1,14 milioni. Erano il più grande gruppo di stranieri nella penisola, quasi tre volte più numerosi degli albanesi.

Oggi, molti rumeni si trasferiscono in altri Paesi. Questo calo è grave nell’agricoltura e in Puglia, dove il loro numero sta crollando sia per i lavori stabili sia per quelli stagionali.

I dati del Ministero del lavoro e delle politiche Sociali, forniti tramite il Consolato rumeno di Bari, hanno visto il calo acuirsi nel 2021. Nel primo trimestre dell’anno ci sono stati quasi 5.600 lavoratori rumeni con contratti di nuova registrazione, il 22,6% in meno rispetto all’anno precedente, e i lavoratori stagionali sono calati del 17,7% per lo stesso periodo.

Davanti al negozio rumeno, Ciprian parla delle diverse ondate di lavoratori stranieri che si sono diffuse nella zona. «Prima sono venuti i tunisini – dice – poi sono apparsi i rumeni, e ora arrivano i neri dal Senegal». Questa strada era piena di rumeni, aggiunge. Ma il loro numero ha cominciato a diminuire quattro anni fa. Quelli che sono rimasti hanno famiglie qui e contratti permanenti, sono legati a Cerignola.

Uno dei motivi del calo è l’aumento dei prezzi. «La vita è diventata più cara», dice Dumbravă. Il suo calcolo si basa sulla sua esperienza personale nel negozio locale. «Qualche anno fa andavo al supermercato con 50 euro e riempivo due borse grandi – aggiunge -. Oggi non posso riempire quelle borse con 50 euro. Stiamo andando di male in peggio».

Altri fattori alimentano questa tendenza. I rumeni sono insoddisfatti dei redditi bassi, spesso pagati illegalmente, e delle cattive condizioni di lavoro. Gli abusi da parte dei datori di lavoro italiani nel corso di decenni si sono accumulati, lasciandoli infelici, poveri e talvolta malati, sia fisicamente che mentalmente. La pandemia ha aggiunto ulteriore dolore e incertezza alla loro vita lavorativa.

L’Italia non è più competitiva

Gheorghe Cozachevici è tornato in Romania nel gennaio 2018, dopo 18 anni in Italia. «Nel 2000, i rumeni non avevano davvero un posto dove andare», dice. «Inoltre, non eravamo nell’Unione europea. Eravamo clandestini. I carabinieri ci controllavano e guardavano prima le nostre mani: se non avevamo ferite, significava che stavamo rubando. Se avevamo dei lividi, ci lasciavano in pace. Ma questo ci stressava comunque». Per i primi tre anni ha lavorato nelle fattorie della provincia di Latina. «L’agricoltura era il settore meno pagato, ma all’inizio non avevamo un posto dove andare, soprattutto perché non conoscevamo la lingua», aggiunge. Il lavoro era duro e non sempre legale. Ma chi era uscito solo un decennio prima da una brutale dittatura comunista non si aspettava buone condizioni.

Nel 2007, l’anno in cui la Romania è diventata parte dell’Ue, Cozachevici – che allora lavorava nell’edilizia – è entrato nella Cgil, per aiutare i suoi connazionali. I problemi maggiori erano nel sud, dove molti lavoravano in condizioni di schiavitù nelle fattorie. Lentamente, i rumeni cominciarono a capire i loro diritti. «Prima erano remissivi – dice -. Ci sono ancora quelli che lavorano illegalmente, ma la maggior parte di loro ha iniziato a capire che hanno anche bisogno di una pensione, e che devono pagare i contributi. Hanno rivendicato i loro diritti».

Molti sono artigiani che hanno scoperto di poter guadagnare salari migliori per le loro abilità in altri Paesi. Alcuni sono tornati in Romania, dove guadagnano più che in Italia. «Altri sono andati in Germania e molti in Inghilterra», aggiunge. Cozachevici è tornato nella sua città natale nella contea di Suceava, nel nord-est della Romania. Nel 2020 si è candidato a sindaco, arrivando secondo, e ha iniziato a lavorare con la Federazione generale dei sindacati familiari. Crede che i rumeni debbano prendere coscienza dei loro diritti. Per due decenni, in Italia, un’intera generazione è stata sfruttata. E ora ne ha abbastanza.

Dalle otto alle 16 ore al giorno

Camelia Cutolo è un’avvocata rumena, che si è stabilita in Italia 17 anni fa. Ha il suo studio a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta. Ogni anno tratta fino a 40 casi di diritto del lavoro, molti dei quali coinvolgono rumeni. «Lo sfruttamento avviene in tutti i settori in cui lavorano i rumeni», dice. In agricoltura, i problemi sono principalmente legati agli straordinari e alla mancanza di pagamento. «Un dipendente può lavorare, per legge, solo sei ore e mezza – dice -ma la gente lavora dalle 8 alle 16 ore al giorno».

I braccianti possono lavorare fino a 16 ore al giorno, dice l'avvocato Camelia Cutolo
I braccianti possono lavorare fino a 16 ore al giorno, dice l’avvocato Camelia Cutolo – Foto: Diego Ravier

In estate, una giornata di lavoro inizia alle cinque del mattino, e in inverno alle sette, dice Ciprian, lavoratore del vigneto. Dopo una pausa pranzo, il lavoro continua fino a sera per i lavoratori, per lo più stranieri. «Dopo sei ore, tornano a casa, si riposano, fanno una doccia. Se vogliono, possono andare a continuare nel pomeriggio per altre tre ore», spiega. A Cerignola non c’è fine alla stagione agricola. Quando ci incontriamo, alla fine di settembre, Ciprian ha finito di raccogliere i pomodori. L’uva sta maturando e la raccolta delle olive sta per iniziare. Subito dopo Natale arriva la pulizia dei vigneti, la legatura delle viti e l’aratura della terra. Poi è il momento di raccogliere i carciofi.

Caporali e sfruttatori

Nei suoi primi anni in Italia, è stato difficile per Ciprian adattarsi. Più complicata del duro ritmo di lavoro e della nuova lingua era la diffidenza dei datori di lavoro italiani. Ciprian divideva una casa con altri 15 lavoratori e non poteva avere un posto suo, perché molti italiani avevano paura di affittare ai rumeni.

Non poteva nemmeno contare sui suoi stessi connazionali. I “caporali” rumeni apparivano come intermediari tra i datori di lavoro e i dipendenti, che sfruttavano i loro compatrioti per i padroni italiani. Trovavano lavoro per uomini come Ciprian e li portavano nei campi a raccogliere frutta e verdura, prendendo una grossa fetta del salario giornaliero dai braccianti.

A volte i caporali non pagavano Ciprian. Ricorda che un giorno un intermediario che gli aveva trovato un lavoro gli disse che il capo non gli aveva dato i 60 euro che aveva guadagnato. Il capobanda mentiva. Non voleva dare i soldi a Ciprian.

Altri rumeni hanno subito esperienze peggiori. Maria N. viene dalla contea di Iași, nel nord-est della Romania, ed è venuta in Italia nel 2008. Dopo aver lavorato per tre anni come badante in una casa di riposo, ha voluto un lavoro accanto a suo marito. Insieme, hanno lavorato in una fattoria a Foggia, vicino a Cerignola. Quando sono arrivati, il datore di lavoro ha preso i loro documenti, dicendo che gli servivano per redigere i contratti di lavoro. Maria e suo marito dovevano diserbare le piante di cipolla per 2,5 euro all’ora. Dormivano in un garage con altri tre rumeni.

Lavoravano dalle sei del mattino fino all’una del pomeriggio, senza pause, e senza acqua. Poi riprendevano fino alle dieci di sera circa. «Eravamo controllati – dice Maria -. Se ci fermavamo per cinque minuti, o anche solo agitando le mani, i [capi] arrivavano con le loro macchine e ci costringevano a continuare a lavorare. (…) Se pioveva, non importava, dovevamo finire». Quando non lavoravano per quell’azienda agricola, il proprietario li “affittava” ad altre.

I lavoratori rumeni ricevevano soldi solo per le necessità, una volta alla settimana. Dopo un mese, quando hanno chiesto il loro salario, gli italiani li hanno portati, di notte, dal loro alloggio in un campo in mezzo al nulla, e li hanno lasciati lì. Al mattino, i carabinieri li hanno trovati a tremare sull’erba. Solo dopo l’intervento della polizia, i datori di lavoro hanno accettato di pagare i loro salari.

Nessun risarcimento in caso di incidente

Un altro problema è che i rumeni sono vittime di incidenti sul lavoro, ma a causa della natura precaria dei loro contratti, non ricevono alcun risarcimento. Lidia e Marian Creţu sono di Bacău e vivono con i loro tre figli a Cerignola. Marian ricorda il suo primo anno in Italia. «Sono venuto con un amico e mi ha lasciato in una cantina – racconta -. Era un letto singolo e pagavo 100 euro al mese. E ho detto: “Voglio un lavoro”. Qualcuno mi ha messo a lavorare e mi ha detto: “Devi darmi 200 euro”». Questa era la “tassa” non ufficiale per poter lavorare. Per tre mesi non ha avuto un contratto di lavoro. Ad un certo punto, Marian ha avuto un incidente sul lavoro e non ha potuto alzarsi per due settimane. Dice che non ha ricevuto un centesimo per le cure.

Marian Crețu è rimasto paralizzato sul lavoro, ma non ha ricevuto denaro per le cure mediche
Marian Crețu è rimasto paralizzato sul lavoro, ma non ha ricevuto denaro per le cure mediche – Foto: Diego Ravier

Gli scarsi salari che i rumeni ricevono dagli agricoltori italiani sono spesso la chiave dei bassi prezzi sugli scaffali dei supermercati, dice Emilia Bartoli Spurcaciu, che lavora per l’Inca-Cgil in Romania. «È anche dumping sociale», aggiunge. Gli agricoltori italiani non potrebbero essere così competitivi a livello europeo se dovessero pagare 52 euro a un lavoratore per sei ore e mezza di lavoro, più le tasse. Così molti aggirano le forme legali di assunzione, lasciando i lavoratori con pochi benefici. Spurcaciu cerca di aiutare i rumeni che hanno lavorato o lavorano in Italia a capire i loro diritti, anche dopo il loro ritorno in patria.

Nel 2016, la lotta contro i caporali si è intensificata, con l’approvazione della legge 199, che prevede pene severe per chi è coinvolto: l’arresto di chiunque venga colto in flagrante, la confisca dei beni dell’azienda colpevole e multe sostanziose. Molti agricoltori, tuttavia, faticano ad abbandonare questo sistema, soprattutto quando hanno bisogno di lavoratori stagionali.

«Quando i frutti sono maturi e devono essere raccolti in pochi giorni, c’è un grande bisogno di centinaia di lavoratori per un breve periodo di tempo», dice Spurcaciu. «Lo Stato non riesce a creare un ambiente che permetta all’offerta di soddisfare la domanda in modo legale».

Il doppio sfruttamento subito dalle donne

Lo sfruttamento in agricoltura può anche assumere la forma di abuso sessuale. Letizia Palumbo è una ricercatrice del Migration Policy Centre di Firenze, che studia lo sfruttamento dei lavoratori stranieri in Sicilia da dieci anni. Una delle sue aree di interesse sono le donne nel ragusano, dove migliaia di lavoratori stranieri lavorano nelle serre, raccogliendo frutta e verdura. «[A differenza degli uomini], con le donne abbiamo un caso di doppio sfruttamento, sessuale e lavorativo», spiega. La responsabilità della famiglia ha giocato un ruolo cruciale nella dinamica dei maltrattamenti, dice Palumbo. Molte donne che lavorano a Ragusa portano i loro figli dalla Romania per stare con loro nelle serre. «Ci sono stati molti casi in cui i datori di lavoro abusivi hanno usato i bambini per minacciare le donne o per esacerbare la loro vulnerabilità allo sfruttamento», aggiunge.

Una delle storie drammatiche che ha raccolto è quella di una donna sola con due bambini, che vivevano con lei nell’azienda agricola in cui lavorava, in una zona isolata. «Non c’erano trasporti. Erano senza niente. In mezzo al nulla. Questi due bambini avevano bisogno e volevano andare a scuola, così il datore di lavoro si offrì di portarli a scuola in macchina, ma il modo in cui li accompagnava a scuola diventò un modo per ricattare la donna con abusi sessuali. All’inizio ha accettato questa situazione perché ha capito che non aveva altre alternative, ma quando ha capito che questo era troppo, ha cercato di fuggire. La reazione dei datori di lavoro è stata molto violenta e hanno deciso di non dare acqua e cibo alla famiglia. Poi è riuscita a scappare e a raggiungere una ong locale».

Guerra tra poveri

Con la partenza dei rumeni, il bisogno di manodopera a Cerignola e nei comuni vicini è aumentato. Gli agricoltori locali stanno cercando di coprirlo con l’aiuto di lavoratori africani, che arrivano via mare. Molti non hanno uno status legale e vivono in baracche. Uno degli insediamenti è vicino a Borgo Mezzanone, sul sito di un ex aeroporto. Qui vivono circa 1.500 persone. Lungo l’ex pista ci sono baracche, roulotte e tende, abitate per lo più da giovani provenienti dal Senegal, dal Mali o dal Gambia. Alcuni edifici sono stati trasformati in negozi, bar e ristoranti di fortuna, dove i potenziali clienti sono tentati da teste di agnello al forno in fogli di alluminio. Dagli altoparlanti esce della musica reggae. La sera, ci sono sei africani seduti qui, di ritorno dalla raccolta dei pomodori nei campi intorno a Foggia.

La partenza dei rumeni sta cambiando l’equilibrio di potere tra agricoltori e lavoratori. I rumeni erano più spesso aperti allo sfruttamento, perché potevano lavorare legalmente in Italia, a differenza di molti africani. «È stato meno rischioso e pericoloso per i datori di lavoro assumere cittadini dell’Ue in modo irregolare, rispetto ai migranti extracomunitari e a quelli senza documenti», dice Palumbo. Questo perché i datori di lavoro non potevano essere multati o perseguiti per aver assunto rumeni, in quanto avevano il diritto di lavorare in Italia. Quindi i dipendenti sfruttati dovevano provare le loro condizioni alla polizia per rivendicare i loro diritti. La natura temporanea del rapporto dei rumeni con l’Italia aumentava anche le loro possibilità di maltrattamento.

«Nella maggior parte dei rumeni, l’idea è: “Ci trasferiamo in Sicilia, restiamo lì per due o tre anni, raccogliamo soldi e poi torniamo a casa per costruire la nostra casa in Romania” – dice Palumbo -. Quindi questo significa che sono più disposti ad accettare condizioni di lavoro al di sotto degli standard, perché sanno che è un periodo temporaneo, e anche investire in termini di inclusione sociale a lungo termine è meno importante, proprio perché sanno che torneranno nel loro Paese di origine».

Per gli africani, la partenza dei rumeni può essere una buona notizia. In un vigneto biologico vicino a Cerignola, africani e italiani lavorano insieme. Qui incontriamo Alex dal Senegal, che ha iniziato a lavorare in agricoltura dopo essersi guadagnato da vivere vendendo merce falsa in città. Una volta che la polizia lo ha fermato, ha smesso. «Si guadagnava bene, ma era troppo rischioso – ricorda -. Poi ho iniziato a lavorare nell’agricoltura, con meno soldi, ma va bene».

Quando dico a uno dei lavoratori italiani che sono rumeno, lui si mette a ridere e mi dice che conosce una parola rumena: “Maimuța”, che significa scimmia. È così che i rumeni chiamavano Alex quando lavoravano insieme. Improvvisamente l’italiano si rivolge al senegalese e lo prende in giro, chiamandolo: «Maimuța! Maimuța!». Alex ride, ma è chiaro che non gradisce. Anche adesso che non c’è più nessuno a usare quelle parole razziste in maniera offensiva. Anche adesso che i rumeni se ne sono andati.

Ha collaborato: Michael Bird, Paolo Riva
Foto: Un vigneto dell’azienda agricola Aquamela Bio a Cerignola (Foggia) – Diego Ravier
Con il sostegno di: IJ4EU
Editing: Lorenzo Bagnoli

Da Latina alla Germania, il vero prezzo della frutta

#InvisibleWorkers

Da Latina alla Germania, il vero prezzo della frutta

Sara Manisera
Giulio Rubino

Sta calando la notte nella piazza centrale di Pontinia, a sud di Roma. È fine estate e Hardeep Singh, un bracciante indiano che ha accettato di parlare con noi, non può saltare le ore di lavoro che, in questa stagione, vanno avanti ininterrottamente dal primo mattino al tramonto.

Pontinia, in provincia di Latina, è al centro di una delle zone agricole più produttive d’Italia, l’Agro Pontino, un’area bonificata dalle paludi dal governo fascista degli anni Trenta. Le linee squadrate e gli ampi spazi vuoti della piazza centrale riflettono l’architettura razionalista dell’epoca.

C’è poca gente in giro, per lo più con indosso una mascherina, che si gode l’aria più fresca della notte, un sollievo necessario dai giorni roventi di agosto. Hardeep arriva verso le 20:30, ha appena finito la sua lunga giornata di riparazione delle serre di un’azienda locale. La sua paga? Non più di 5,50 euro all’ora. È qui per raccontarci una storia che sta diventando fin troppo comune in questa zona: il 12 giugno 2020 un suo amico, Jobandeep Singh, un lavoratore di 25 anni emigrato dall’India, si è impiccato alla scala dell’appartamento che divideva con altri connazionali. È il tredicesimo caso degli ultimi tre anni.

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«Eravamo amici, ci siamo incontrati per la prima volta a Borgo Grappa (un altro piccolo paese di questa zona, ndr) lavorando il cavolo rapa per un’azienda, non posso dirti quale», racconta Hardeep. Deve stare attento, perché i lavoratori possono subire dure ritorsioni da parte dei loro capi per aver parlato con i giornalisti. «Mi chiedeva sempre consigli perché, prima dell’arrivo del Covid, collaboravo con un centro gestito dalla Caritas come mediatore».

La storia di Jobandeep è una storia comune alla maggior parte dei lavoratori indiani in questa zona. «Era indebitato fino al collo – spiega Hardeep -. Aveva chiesto un prestito a un parente per comprare un visto per l’Italia, ma stava per scadere. Non poteva pagare l’affitto, non poteva ripagare il debito e il suo parente minacciava di togliergli la terra in India. Voleva trovare un altro lavoro, ma non riusciva a trovare niente».

Hardeep racconta che Jobandeep odiava il suo lavoro. Secondo diverse fonti qualificate, lavorava per una società chiamata Azienda agricola Di Girolamo Gianni, un nome grosso della zona. Prima di morire, concordano le testimonianze, avrebbe cercato di riscuotere migliaia di euro di stipendi non pagati. «L’ultima volta che mi ha chiamato – prosegue Hardeep – è stato perché l’azienda gli ha chiesto il passaporto, per sistemare il permesso di soggiorno. Jobandeep non voleva consegnarlo, perché i capi chiedono ai lavoratori molti soldi per la loro regolarizzazione».

La situazione dei braccianti irregolari è disastrosa da decenni. I cosiddetti “salari di piazza”, gli stipendi di strada, sono sempre molto più bassi di quanto previsto dai contratti nazionali

La situazione dei braccianti irregolari è disastrosa da decenni. I cosiddetti “salari di piazza”, gli stipendi di strada, sono sempre molto più bassi di quanto previsto dai contratti nazionali. E la situazione è peggiorata con il lockdown, quando i braccianti non hanno potuto in alcun modo smettere di lavorare, ma le ispezioni e i controlli all’interno delle aziende si sono fermati.

A Jobandeep, è stato chiesto qualcosa come 2,5/3 mila euro per mettere in ordine i suoi documenti, più altri trecento euro al mese di “tasse”, secondo quanto riporta Hardeep. «Il mio consiglio – ricorda – era di non dare loro il passaporto, ma di concentrarsi invece sul recupero di questi soldi. Gli ho detto di andare lì e chiedere al titolare “perché non mi paghi?”».

Ma Jobandeep si sentiva in trappola, non sapeva cosa fare anche perché all’interno della sua stessa comunità aveva ricevuto consigli di segno opposto. Così alla fine, ci dicono persone a lui vicine, Jobandeep aveva accettato di consegnare il passaporto all’azienda.

«Molto spesso una parte della paga viene trattenuta, creando un sistema di “crediti” che i lavoratori hanno nei confronti del loro capo, che li costringe a non cambiare datore di lavoro, né a denunciare la loro situazione, per non perdere una parte vitale del loro reddito».
Marco Omizzolo

Sociologo Eurispes

Il giorno dopo averlo consegnato, è stato trovato senza vita. La polizia locale ha aperto un’indagine, ma Hardeep non riesce a trattenersi: «La polizia conosce bene la situazione qui, sa che almeno la metà dei braccianti di Di Girolamo sono senza contratto, senza documenti, ma ogni volta che c’è un’ispezione viene avvisato in anticipo».

Secondo Hardeep, Jobandeep è rimasto sveglio tutta la notte dopo aver consegnato il passaporto. Il venerdì mattina i suoi coinquilini partono molto presto per il lavoro, ma lui dice loro che è malato e che non andrà a lavorare. Quando uno di loro torna alle 9 del mattino, si è già ucciso. Tramite il suo avvocato, Di Girolamo nega che Jobandeep Singh abbia mai lavorato alle dipendenze della sua azienda.

Omertà, paghe da fame e il sistema dei “crediti”

La Cooperativa Agricola Di Girolamo Gianni è un azienda importante in quest’area. Il proprietario, Gianni Di Girolamo, è anche nel consiglio di amministrazione di altre tre aziende. Secondo le nostre fonti, conta molto sull’export, e negli ultimi anni ha costantemente inviato i suoi prodotti in Germania. Aldi Nord, uno dei discount più diffusi in Germania, ci ha confermato che importa cavolo rapa da aziende la cui fornitrice è la Di Girolamo.

Hardeep, parlando dell’azienda, non nasconde la sua sfiducia: «Una volta, mio fratello è andato a lavorare da loro – dice – ma è durato solo una settimana e non ci è voluto più tornare». È molto difficile trovare persone disposte a parlare delle condizioni di lavoro all’interno di questa azienda, un po’ per paura di ritorsioni, un po’ perché i lavoratori migranti si spostano molto, e quelli che in passato hanno avuto il coraggio di parlare, si sono tutti allontanati, sia per tornare in patria, sia per lavorare con diverse aziende in altre zone d’Italia.

Ne parliamo con Marco Omizzolo, sociologo di Eurispes e giornalista che per anni si è occupato delle condizioni della comunità di migranti indiani dell’Agro Pontino. Di Girolamo, ci spiega, non ha una cattiva fama nella zona: «La Di Girolamo, come azienda, era considerata un buon posto di lavoro dalle comunità locali, soprattutto perché la paga è leggermente superiore alla media della zona», afferma Omizzolo, il quale fa notare che la paga è “buona” solo in confronto a quella che si può ottenere in altre aziende: «Se la Di Girolamo paga 4,5 euro l’ora, e le altre aziende ne pagano 2,5, allora sembra buono per i lavoratori, che non sanno che la paga prevista dai contratti è di 9 euro l’ora».

Ma i salari bassi sono solo l’inizio del sistema di sfruttamento, in molte aziende della zona: «Le persone sono costrette a lavorare di notte, senza dispositivi di sicurezza, se non quelli che possono comprare da soli (anche durante la pandemia di Covid-19). Devono lavorare molte più ore e molti più giorni di quello che il loro salario corrisponde – continua Omizzolo -. Oltre a questo, molto spesso una parte della paga viene trattenuta, creando un sistema di “crediti” che i lavoratori hanno nei confronti del loro capo, che li costringe a non cambiare datore di lavoro, né a denunciare la loro situazione, per non perdere una parte vitale del loro reddito». Proprio come è successo a Jobandeep.

Abbiamo chiesto a Di Girolamo quanti lavoratori, e con che tipo di contratto, lavorino per lui, oltre che quanta parte della sua produzione sia destinata all’export, ma ci ha risposto che si tratta di dati protetti da privacy.

Lavoratori “in grigio”, sul crinale tra “legale” e “invisibile”

La situazione dei braccianti in Italia è molto difficile da risolvere, soprattutto perché è molto complicato ottenere dati precisi sulla loro situazione. Se da un lato sono stati ottenuti dei miglioramenti, grazie ad alcuni tentativi riusciti di sindacalizzazione e di sciopero, dall’altro la maggior parte di essi si trova ancora in una condizione di cosiddetto “lavoro grigio”.

Ciò significa che solo una parte delle ore di lavoro è effettivamente registrata e tassata. Il resto del loro tempo viene pagato in nero, con pochissimi soldi e senza alcuna sicurezza.

Omizzolo definisce il problema in termini sociologici piuttosto che fiscali, sottolineando come i contratti e la documentazione dei lavoratori può apparire perfettamente in ordine anche in casi di sfruttamento particolarmente gravi, considerati dalle autorità inquirenti come riduzione in schiavitù.

Della stessa opinione è Stefano Morea, segretario territoriale della Flai Cgil Frosinone Latina, che descrive il fenomeno come «un sistema di sfruttamento che attacca i diritti fondamentali di tutti i lavoratori che hanno bisogni diversi rispetto al semplice salario».

Sì, perché per i lavoratori stranieri, anche quelli che entrano regolarmente nel Paese, la “legalità” della loro situazione deve essere costantemente riaffermata. Hanno bisogno di un indirizzo di residenza, di una sorta di reddito regolare, di un contratto, il tutto solo per rinnovare il permesso di soggiorno e per non diventare invisibili, perdendo ogni protezione dalla legge.

Questo dà vita a specifici meccanismi di sfruttamento: il più terribile, che abbiamo visto nel caso di Jobandeep Singh, è la vendita di contratti. Se il lavoratore vuole abbastanza ore certificate per poter rinnovare il permesso di soggiorno e tenere in ordine i documenti, è lui che deve pagare il capo, con richieste che, secondo Hardeep Singh, arrivano fino a 7mila euro all’anno, circa la metà del reddito medio annuo.

Un altro trucco che l’azienda spesso applica è quello di certificare solo le ore sufficienti per consentire al lavoratore di chiedere il sussidio di disoccupazione, costringendolo poi a considerare quel sussidio pubblico come parte del suo stipendio e facendolo lavorare a zero costi per loro per il resto delle ore di cui hanno bisogno: «I benefici vengono conteggiati dalle aziende non come un contributo assistenziale, ma direttamente come parte del salario nella negoziazione con il lavoratore», spiega Morea.

#InvisibleWorkers

Da Latina alla Germania, il vero prezzo della frutta

La grande distribuzione tedesca nella Ue è di fatto un monopolio: costringe i fornitori a produrre a prezzi sempre più bassi, creando sfruttamento dei lavoratori migranti più vulnerabili. Come nell’Agro pontino

L’egemonia tedesca sul mercato europeo di frutta e verdura

La Germania, destinazione finale di parte dei prodotti della Di Girolamo, è patria della più grandi catene di supermercati e di distribuzione del continente. Secondo i dati della National Retail Federation (NRF), la più grande associazione mondiale di commercio al dettaglio, i maggiori gruppi alimentari in Europa per fatturato sono infatti Schwarze Group (Lidl, Kaufland) e Aldi, con un fatturato rispettivo di 123 e 91 miliardi di dollari all’anno. Al quinto posto c’è un altro gruppo della Germania, REWE, con un fatturato di 72 miliardi. Questa circostanza, nella prassi, permette alle aziende tedesche di dettare le regole del gioco.

Lo strapotere della grande distribuzione non si limita ad affossare i prezzi, ma impone nei contratti che i fornitori debbano farsi carico dei costi per le promozioni e le scontistiche offerte ai clienti. I frutti danneggiati e “brutti” vengono respinti e i contratti prevedono che a riportali indietro siano i fornitori, a spese loro. Per quanto la legalità di tali imposizioni sia dubbia, i fornitori hanno una scelta semplice: obbedire o essere tagliati fuori dal sistema.

Se la maggior parte delle aziende oneste non ha altra scelta se non quella di cercare di restare a galla, cercando di denunciare la situazione e di fare pressioni sulle autorità, molte altre semplicemente spostano questa pressione sui loro lavoratori, massimizzando i profitti anche con lo sfruttamento estremo dei braccianti.

Foto: Rob Maxwell/Unsplash

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Il mercato tedesco è della massima importanza soprattutto per Italia e Spagna. Nel 2017 sono arrivate 1.158 tonnellate di frutta e verdura dall’Italia e molte aziende nostrane esistono solo grazie all’esportazione di prodotti che hanno un mercato molto limitato qui. Il risultato è un sistema vessatorio, secondo le esperienze degli imprenditori agricoli italiani: «Le catene di distribuzione tedesche hanno il potere assoluto su tutte le trattative», racconta uno, fornitore di supermercati tedeschi. Chiede di rimanere anonimo per paura di ritorsioni. «Con i fatturati che hanno – sostiene – fanno loro le regole in tutta Europa».

Incontriamo l’imprenditore, un uomo d’affari sulla cinquantina, in una giornata di fine luglio all’interno della sua azienda nel nord Italia. Il suo è un gruppo che fattura oltre 120 milioni di euro l’anno. Il 65% del suo fatturato si basa sulle esportazioni: dal Sudamerica alla Nuova Zelanda, passando per la Germania e i Paesi scandinavi. In un tour guidato all’interno di uno degli stabilimenti più moderni al mondo, l’imprenditore ci spiega come funziona la filiera che porta la frutta dal campo al supermercato. Ma soprattutto le storture che si nascondono dietro di essa.

«Io vendo a Edeka, Lidl e Aldi. Per quanto riguarda Edeka a volte, quando acquistano la merce, noi non sappiamo nemmeno il prezzo che ci pagheranno. Il lunedì noi notifichiamo la merce che abbiamo, il mercoledì fanno l’ordine senza comunicare il prezzo, e il venerdì la ricevono. Solo la settimana dopo, scopro quanto mi pagheranno – spiega l’imprenditore frustrato -. È una diffusa prassi del mercato».

Abbiamo inviato domande a tutte e tre le catene di supermercati nominate dalla nostra fonte. Edeka in particolare ha specificato che tutti i requisiti legali sono soddisfatti dai contratti che, sempre in forma scritta, fanno con i loro fornitori.

Le accuse dell’imprenditore vanno oltre. I distributori, ci dice, impongono requisiti molto severi in termini di estetica del prodotto: «L’aspetto estetico del prodotto è controllato da un’azienda esterna e, se anche solo il 2% di esso non è conforme ai loro standard, ti mandano semplicemente la foto di un frutto rovinato e ti dicono “il camion è a tua disposizione”, il che significa che non lo comprano, puoi farci quello che vuoi». Quindi, calcola l’imprenditore, un camion di frutta che ha percorso migliaia di chilometri consumando 500 litri di benzina, deve tornare indietro e sprecarne altrettanti, per niente. L’imballaggio viene distrutto e gettato e la frutta stessa deve essere riconfezionata, o addirittura buttata se non può essere riutilizzata. «E ogni volta – è l’amara conclusione – noi siamo costretti ad accettarlo, altrimenti non lavoriamo più con loro».

L’imprenditore: «Le catene di distribuzione tedesche hanno il potere assoluto su tutte le trattative»

Per approfondire

I lavoratori invisibili dell’agricoltura in Europa

I tre milioni di lavoratori stagionali dell’agricoltura in Europa tra sfruttamento, caporalato e irregolarità contrattuali.

Secondo questa testimonianza, molte delle imposizioni non hanno in realtà nulla a che vedere né con la qualità effettiva né con l’aspetto. Accade invece che le catene della grande distribuzione «si rendano conto di avere troppo prodotto, così dagli uffici dei piani alti arriva un semplice ordine, “rispedire 20 camion indietro”, così si trova una qualsiasi scusa per rifiutare il carico di frutta a spese del fornitore». «Una volta – aggiunge – mi hanno rimandato indietro un camion perché il diametro delle mele era di 78 millimetri invece di 80».

Lidl ed Edeka, seppure ribadendo il loro rispetto degli standard ambientali e delle leggi a protezione del lavoro, non rispondono ai punti specifici sollevati dalla testimonianza che abbiamo raccolto. Aldi entra più nel dettaglio, spiegando che definiscono i loro prezzi tramite un sistema di aste (spesso indicato dagli imprenditori come uno dei principali strumenti per affossare i prezzi) e che definiscono il prezzo che sono disposti a pagare «in base a domanda e offerta dell’intero mercato».

Ma in questo settore l’offerta è molto più ampia della domanda, e al mercato partecipano anche attori extraeuropei, che operano in sistemi molto meno regolamentati e spesso offrono prezzi molto più bassi ai distributori.

La nostra fonte ha anche cercato di sollevare alcuni di questi problemi direttamente col distributore. Ha stilato un documento allo scopo di analizzare la sostenibilità di queste pratiche in termini ambientali, aggiungendo al computo «lo spreco degli imballaggi, l’acqua, il carburante e tutto il resto». «Si sono arrabbiati moltissimo – afferma -. Hanno detto: “Se il signor X non vuole più venderci la sua merce, troveremo qualcun altro”». Non è finita qui: durante un incontro tenutosi nel 2020, il direttore dei supermercati tedeschi che si approvvigionano dalla sua azienda «mi ha sbattuto il documento che ho scritto davanti agli occhi e mi ha detto: “Non permetterti più di mandare una cosa del genere”»

«Tutto il mondo del retail europeo, Germania in testa, si è opposto a questa direttiva, che è la prima a toccare l’assoluta autonomia di cui questo settore ha goduto finora».

Paolo De Castro

Europarlamentare

La nuova normativa europea contro le pratiche sleali

Ciò che ci ha detto la nostra fonte anonima è confermato anche da Dino Scanavino, presidente della Confederazione Italiana Agricoltori, una delle più grandi associazioni di produttori in Italia con quasi un milione di iscritti. Lo raggiungiamo al telefono a metà ottobre per chiedergli cosa ne pensa di tutta questa vicenda.

«Funziona così a causa del potere sproporzionato dei distributori – spiega -. Per il sistema l’unica priorità è il prezzo finale per il consumatore, e quando c’è un qualsiasi tipo di problema, tutti i costi vengono scaricati su di noi (i fornitori, ndr) che siamo l’anello più debole di questa catena».

Scanavino definisce le prassi del sistema di distribuzione come «pratiche sleali». Dice che c’è una una nuova direttiva europea che dovrebbe fermarle, ma non è ottimista riguardo a una rapida risoluzione di questo problema: «Combattere una battaglia legale contro i distributori per noi è inutile – ammette – perché in una guerra aperta vinceranno sempre. Tutti i distributori lavorano in questo modo, non solo quelli tedeschi. Abbiamo bisogno che i governi nazionali intervengano per trovare una soluzione sistemica».

Almeno per quanto riguarda gli Stati europei, un qualche tipo di soluzione dovrebbe arrivare in tempi brevi. La direttiva 2019/633 della Commissione Europea infatti, dev’essere adottata da ogni Paese entro il prossimo maggio.

Dei suoi possibili effetti abbiamo parlato con Paolo De Castro, europarlamentare e, fino al 2014, presidente della Commissione per l’agricoltura e lo sviluppo rurale del Parlamento europeo. Secondo De Castro, la maggior parte dei problemi incontrati dalle aziende che vendono alla grande distribuzione tedesca dovrebbero essere affrontati da queste nuove regole. «La direttiva è già legge in Francia e Spagna. In Italia è già passata in Senato e ora la Camera dovrebbe autorizzare il Governo a fare i relativi decreti – spiega -. La Germania è un po’ più lenta in questo caso perché non avendo una legge nazionale già fatta a riguardo, deve costruire l’intero impianto legislativo da zero».

De Castro è soddisfatto dei risultati raggiunti, per altro attesi da vent’anni, anche se riconosce che si tratta solo di un primo passo di un percorso ancora lungo: «Tutto il mondo del retail europeo, Germania in testa, si è opposto a questa direttiva, che è la prima a toccare l’assoluta autonomia di cui questo settore ha goduto finora».

E se certamente si tratta di ottime notizie per il mondo dell’agricoltura, ci sono alcuni cambiamenti a cui si dovranno adattare anche i produttori. In primo luogo, maggiore trasparenza lungo tutta la catena: «Al centro della direttiva c’è la creazione di autorità nazionali di contrasto alle pratiche sleali, che avranno potere di indagare e sanzionare tali pratiche – aggiunge Castro -. Ogni stato membro dovrà crearle, ma i produttori dovranno perdere l’abitudine agli accordi verbali, e pretendere, come fra l’altro la direttiva impone, contratti scritti con i distributori, o almeno tener traccia di ogni scambio di email».

Le nuove autorità di contrasto saranno legate ai ministeri dell’agricoltura, potranno avviare indagini autonome e, soprattutto, raccogliere denunce anonime dai produttori o dalle associazioni di categoria. Quanto alle sanzioni, si dovrà in primo luogo cercare una conciliazione fra le parti, per poi passare alla pubblicazione della pratica sleale – una misura che secondo De Castro «è temuta dai distributori ancora più della multa» – per poi arrivare a multe salate, calcolate in percentuale al fatturato del gruppo. Considerando il volume d’affari dei distributori in questione, si potrebbe arrivare a cifre impressionanti.

«La direttiva prevede che le autorità di diversi Stati membri possano collaborare, ma anche che un’autorità nazionale possa intervenire nei confronti un altro Stato dell’Unione – conclude De Castro – ma soprattutto, mette fine al potere dei distributori di alterare accordi e contratti in modo unilaterale, impedendogli di imporre prezzi, pretendere sconti, rimandare regolarmente indietro spedizioni di merci o scaricare sul fornitore il prezzo dell’invenduto».

Tutti questi progressi però restano dipendenti da due fattori: primo, la creazione di autorità nazionali efficaci, che secondo De Castro devono avere «forte presenza sul territorio, con uffici in tutte le regioni, alcune migliaia di ispettori e una certa sensibilità verso il mondo dell’agricoltura»; secondo, una maggiore organizzazione dei produttori, che devono definire i contratti ed essere pronti a denunciare. Entrambi i punti richiedono ancora molto lavoro.

«Quando c’è un qualsiasi tipo di problema, tutti i costi vengono scaricati su di noi [i fornitori, ndr] che siamo l’anello più debole di questa catena».
Dino Scanavino

Presidente Confederazioni italiana agricoltori

CREDITI

Autori

Sara Manisera Giulio Rubino

In partnership con

Editing

Lorenzo Bagnoli

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Foto

PaolikPhotos/Shutterstock

Braccianti italiani, le conseguenze del «ritorno all’agricoltura»

#InvisibleWorkers

Braccianti italiani, le conseguenze del «ritorno all’agricoltura»

Matteo Civillini

Sembrava che quest’anno la frutta e la verdura dovessero restare a marcire nei campi, senza che nessuno le raccogliesse, a causa della chiusura delle frontiere provocata dal Covid. Così, tra le tante iniziative per scongiurare il pericolo, in aprile è stato aperto Jobs in country, un portale promosso da Coldiretti con l’obiettivo di raccogliere domanda e offerta per portare soprattutto italiani a lavorare nei campi e risolvere la carenza di manodopera dovuta all’emergenza coronavirus. La nota dell’associazione di categoria del 15 aprile diceva che erano già arrivate 1.500 candidature «di italiani con le più diverse esperienze – spiegava Coldiretti – dagli studenti universitari ai pensionati fino ai cassaintegrati, ma non mancano neppure operai, blogger, responsabili marketing e tanti addetti del settore turistico in crisi secondo Istat, desiderosi di dare una mano agli agricoltori in difficoltà e salvare i raccolti. L’aspetto del ritorno degli italiani nei campi era molto enfatizzato, come un elemento di discontinuità rispetto al passato.

A leggere i numeri, però, questo aspetto è più che altro retorica, così come lo era il rischio di buttare i raccolti. Come in altri ambiti, anche per il settore dei braccianti l’emergenza sanitaria non ha fatto altro che acuire fenomeni già esistenti, in particolare di precarizzazione del lavoro. Il fatto che, a coprire la manodopera straniera che avrebbe dovuto fare ingresso in Italia tramite Decreto Flussi, siano stati gli italiani, ha permesso di rendere più visibili alcune condizioni di lavoro: accettabili se si rischia il rimpatrio, altrimenti più difficili da mandare giù.

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Invisible Workers è la serie di inchieste coordinata da Lighthouse Reports che indaga sulle male pratiche, del tutto o in parte legali, che girano attorno al sistema dei lavoro in agricoltura, in Italia e in Europa.

I dati del 2019

IrpiMedia ha ottenuto dalla Uila, la sezione della Uil che si occupa di agricoltura, i dati dei braccianti a contratto nella scorsa campagna di raccolta di frutta e verdura, in tutto 955.239 persone. Il 63% circa sono italiani. Il dato non vale però per il Nord Italia, dove invece gli stranieri rappresentano il 55% della forza lavoro. «Questo dato è importante perché evidenzia come l’agricoltura sia un’attività che interessa in primo luogo gli italiani che, malgrado la difficoltà e la durezza del lavoro e la sua precarietà, lo considerano ancora una importante fonte di reddito», commenta a IrpiMedia Giorgio Carra, segretario nazionale Uila.

«È nel “lavoro grigio” che si nascondono elusione ed evasione contributiva e forse retributiva»

Giorgio Carra

Segretario nazionale Uila

Al di là dei ghetti tristemente noti come quelli della Piana di Gioia Tauro o del foggiano o in qualche altro contesto del Meridione, dove il lavoro è nero e la filiera è dominata dal caporalato, secondo Uila tra i principali problemi del settore agricolo c’è il “lavoro grigio”. È qui «dove maggiormente si nascondono elusione ed evasione contributiva e forse retributiva, dove andrebbero intensificati i controlli non solo delle forze dell’ordine a seguito di denunce o indagini particolari ma degli organi istituzionalmente preposti alla verifica della regolarità dei rapporti di lavoro», aggiunge Carra.

Un esempio riguarda la questione delle ore lavorate: dai dati Uila risulta che 140 mila braccianti risultano aver lavorato meno di 10 giornate all’anno. È un dato enorme, pari al 15% del totale. Per la maggior parte si tratta di italiani (60,6%) e il fenomeno è più marcato al nord (20,6%) che al sud (10,6%). È un dato reale o è frutto di un’elusione contributiva con l’obiettivo contenere i costi? Il dubbio c’è e diventa più tenendo conto del fatto che solo 320 mila lavoratori, un terzo del totale, raggiunge le 51 giornate di lavoro previste per accedere alle tutele previdenziali e assistenziali. Di questi, il 53% sono italiani, in maggioranza (50,6%) al Nord Italia. La Uila sottolinea tuttavia come rispetto al 2014 sia cresciuto il numero di lavoratori e di giornate pro capite, due dati che fanno pensare a una riduzione, seppur ancora insufficiente, del grigio.

Con il 2020, almeno a leggere le analisi a caldo delle associazioni di categoria, gli italiani impiegati nel settore agricolo dovrebbero essere aumentati. In alcuni casi, proprio il fatto che a lavorare ci fossero persone che non rischiavano di essere espulse nel caso in cui avessero perso il lavoro, sono emerse situazioni che dimostrano la precarietà endemica – tuttavia legale – che divora il settore. Come dimostra un episodio accaduto nel bolognese.

Il lavoro tramite agenzia interinale

A metà giugno, l’Unione sindacale di base (Usb) Lavoro agricolo ha pubblicato sul proprio sito la lettera di «alcuni lavoratori» impiegati da un’azienda di raccolta ciliegie del bolognese, la Selva Maggiore di Pianoro. Denunciano di essere stati assunti con la promessa di lavoro per almeno un mese, per poi, invece, finire alla porta dopo pochi giorni senza una chiara motivazione.

Grazia e Giulio Romagnoli siedono sia nel consiglio d’amministrazione di Selva Maggiore, sia in quello di Romagnoli Fratelli spa, leader italiano nella coltivazione di patate con un fatturato annuo di circa 33 milioni di euro. Giulio Romagnoli, ex patron della Fortitudo Bologna, una delle due squadre di basket del capoluogo emiliano, è stato coinvolto con la sorella nel cosiddetto “Patata gate”. Ovvero, una presunta truffa alimentare che sarebbe consistita nella vendita di tuberi stranieri spacciati per italiani, con conseguente aumento dei margini di guadagno. Giudicata con il rito abbreviato nell’ottobre 2019, Grazia Romagnoli è stata condannata a 10 mesi di reclusione (con pena sospesa) per corruzione tra privati. Il fratello Giulio è stato invece rinviato a giudizio nel processo ordinario. A una richiesta di commento, Selva Maggiore ha precisato tuttavia che «non vi è nessun legame tra “Selva Maggiore” e quanto oggetto del procedimento, fatti già ampiamente ridimensionati in sede di udienza preliminare e non ancora giudicati in via definitiva».

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Da Latina alla Germania, il vero prezzo della frutta

La grande distribuzione tedesca nella Ue è di fatto un monopolio: costringe i fornitori a produrre a prezzi sempre più bassi, creando sfruttamento dei lavoratori migranti più vulnerabili. Come nell’Agro pontino

Secondo quanto risulta al sindacato, per la sua manodopera, fino all’anno scorso, Selva Maggiore faceva affidamento principalmente su stagionali rumeni e nigeriani, che durante il periodo della raccolta alloggiavano in azienda. «Tutti regolarmente inquadrati secondo le norme vigenti e retribuiti secondo le tariffe in vigore in Italia», sottolinea Selva Maggiore. Quest’anno, però, la pandemia ha bloccato le frontiere e l’ha portata ad attingere al canale delle agenzie interinali. Se per loro il lavoro a chiamata era comunque un buon affare perché permetteva di mantenere un titolo per restare in Italia, con gli italiani questo benefit non ha più alcun appeal.

Dal sito della Openjobmetis di Imola, circa una quindicina di persone ha trovato posto come «addetti alla raccolta ciliegie». L’annuncio diceva come tempo d’impiego «da inizio Giugno a metà luglio circa (con possibilità di proroga)». «L’impegno richiesto era di 35-40 giornate di lavoro, 39 ore a settimana, più eventuali proroghe», scrivono i lavoratori nella lettera pubblicata sul sito della Usb. La paga prevista è 7,56 euro l’ora, in pieno rispetto del contratto nazionale.

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Eugenio e Alberto

Eugenio e Alberto sono due dei braccianti che hanno risposto all’annuncio. Il primo, giovane precario di Bologna, già in passato ha fatto «lavoretti» nell’agricoltura. Il secondo è un chitarrista di flamenco, regolarmente in Italia da 15 anni: il Covid ha cancellato tutte le sue date e – di conseguenza – ogni sua fonte di reddito. Entrambi hanno bisogno di lavorare e Selva Maggiore sembra il posto giusto.

«Dopo una prima selezione presso l’agenzia, la società ci convoca per un colloquio formale con la dirigenza», ricorda Eugenio. «In quella sede ci ribadiscono chiaramente di aver bisogno un impegno per almeno 35/40 giornate, più una possibile proroga, e ci chiedono massima serietà».

L’offerta dell’agenzia di lavoro interinale

Sia Eugenio sia Alberto ricevono un’offerta di lavoro e la chiamata nell’ufficio dell’agenzia per la firma del contratto. È qui che trovano la prima spiacevole sorpresa. Invece di un contratto per l’intero periodo di lavoro, al gruppo di neo-raccoglitori di ciliegie viene presentato un accordo per i primi dieci giorni: un contratto di prova. «Ci dicono che questa è la prassi, il loro metodo per fare il periodo di prova, e che poi il contratto verrà rinnovato automaticamente», spiega Eugenio.

Il 25 maggio i lavoratori si presentano nella sede della Selva Maggiore per il primo giorno di lavoro. Vengono suddivisi in squadre da cinque componenti ciascuna e, dopo una breve spiegazione, si mettono all’opera per la raccolta dei frutti. Inizialmente il lavoro prosegue senza intoppi: «Ci avevano indicato un minimo giornaliero di casse che noi stavamo superando abbondantemente», ricorda Alberto, «il nostro responsabile diceva che eravamo i più produttivi».

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L’azienda, da parte sua, spiega di non aver violato alcuna legge e nega con forza che il lavoro si svolgesse in un clima di tensione. I sei braccianti che hanno smesso di lavorare avevano un contratto con l’agenzia interinale che scadeva il 3 giugno: «Tale contratto di somministrazione – si legge nella nota di replica che l’azienda ha mandato a IrpiMedia – è cessato senza che sia intervenuto alcun licenziamento o che la data coincidesse con la scadenza del periodo di prova pattuito con l’agenzia». Per quanto riguarda i dipendenti con un contratto a tempo determinato stipulato direttamente con l’azienda, nella risposta si legge che «come previsto dal contratto di lavoro agricolo di riferimento che prevede il carattere discontinuo e intermittente della prestazione» alcuni lavoratori «non sono stati in alcune occasioni convocati a causa di andamenti climatici avversi e andamento del raccolto inferiore alle attese».

Facendo i calcoli, se il netto per i lavoratori è di 7 euro all’ora, in una giornata piena di otto ore di lavoro, il guadagno è di 56 euro. Se tutte e dieci le giornate di prova fossero state tanto piene, il guadagno sarebbe stato di 560 euro. Poco per chi sperava di trovare un impiego per la stagione. Secondo quanto raccontano i lavoratori che hanno scritto all’Usb, intanto sarebbero stati impiegati nuovi lavoratori. In questo scenario, sempre secondo il sindacato, ci si troverebbe di fronte a una delle situazioni cui più lavoratori sono tenuti in prova con l’obiettivo di non far accumulare loro le giornate lavorative necessarie a raggiungere la quota per ricevere i contributi di disoccupazione. È il motivo di fondo per cui il sindacato si è scontrato con l’azienda, accettando di pubblicare la lettera degli ex dipendenti.

L’azienda spiega di non aver violato alcuna legge e nega con forza che il lavoro si svolgesse in un clima di tensione

Alberto ricorda con amarezza il momento in cui, senza preavviso, gli è stato detto che non c’era più bisogno di lui: «Questa decisione mi ha lasciato a terra, avevo accettato quel lavoro, rifiutando altre offerte, proprio perché mi avrebbe garantito uno stipendio per un mese e mezzo. Siamo stati trattati come numeri e non come persone», afferma. Al di là dell’aspetto legale, è fuori di dubbio che il lavoratore si aspettasse tutt’altro quando aveva risposto a quell’annuncio di lavoro.

«Ci risulta che ad alcuni lavoratori italiani assunti quest’anno per la prima volta l’azienda abbia detto “noi non siamo abituati a guardare a queste finezze, siamo abituati ad altro tipo di lavoratori”», prosegue il sindacalista dell’Usb, Federico Orlandini. «Questa situazione è migliore di tante altre, ma – conclude Orlandini mette comunque a nudo la precarietà di un settore selvaggio come l’agricoltura e come la retorica del “ritorno nei campi nel pieno rispetto dei diritti dei lavoratori’ sia falsa».

CREDITI

Autori

Matteo Civillini

In partnership con

Editing

Lorenzo Bagnoli

Lavoro grigio: tra i braccianti che dormono in strada a Saluzzo

#InvisibleWorkers

Lavoro grigio: tra i braccianti che dormono in strada a Saluzzo

Sara Manisera

Q uando a gennaio del 2015 Bakari (nome di fantasia, come quelli di tutti i braccianti citati nell’articolo) ha lasciato la sua casa a Gao, capoluogo del nord Mali per fuggire dagli scontri tra gruppi islamisti e forze armate maliane, il suo desiderio era quello di arrivare in Francia. Aveva 18 anni e sognava di concludere lì gli studi. Invece si ritrova in una cittadina del nord Italia a raccogliere mirtilli per pochi euro al giorno e a dormire per terra. Cinque anni dopo quella fuga, Bakari è uno dei duecento braccianti stagionali che dorme, senza servizi igienici e docce, nei giardini di villa Aliberti, a Saluzzo, uno dei 22 Comuni della frutta, in provincia di Cuneo. È uno degli Invisible Workers, i lavoratori invisibili di cui parla la serie di inchieste coordinata dalla piattaforma olandese Lighthouse Reports, di cui IrpiMedia è partner.

Saluzzo è l’epicentro di un’area agricola che si estende per quasi 50 chilometri, tra la Valle Po e la Val Varaita, ai piedi della catena del Monviso. I campi di mais e gli interminabili filari di frutta, allineati senza discontinuità, fanno da scenografia a questo ricco distretto ortofrutticolo. Secondo i dati della Coldiretti di Cuneo per il 2020, dei 500 milioni di euro dell’intera regione Piemonte, il 60% arriva da qui. Le aziende del comparto sono 4500 e il 70% della frutta raccolta (kiwi, mirtilli, pesche, mele e susine) è destinata all’esportazione. Da questa zona, i pallet di frutta vengono spediti ovunque nel mondo: Germania, Norvegia, Svezia, Finlandia, Paesi Bassi, Australia, Nuova Zelanda, India, Vietnam e Thailandia sono solo alcuni degli Stati che consumano la frutta prodotta in questa regione. I mercati del Sud Est asiatico sono la nuova frontiera in particolare per le mele.

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«La sola produzione di pesche, mele e kiwi genera un valore in campo di oltre 180 milioni di euro».

Coldiretti Cuneo

«La produzione di solo pesche, mele e kiwi – spiega in una nota la Coldiretti di Cuneo – genera un valore in campo di oltre 180 milioni di euro: è quanto incassano i produttori agricoli, al lordo dei costi di produzione, senza contare costi di condizionamento e commercializzazione». Eppure, nonostante i fatturati, sempre più importanti soprattutto per i grandi produttori, ogni anno, all’inizio della stagione dei mirtilli, delle pesche e delle mele, Saluzzo e i Comuni limitrofi balzano al centro dell’attenzione mediatica nazionale per le condizioni di vita e di lavoro dei migranti stagionali che giungono qui, alla ricerca di un’azienda agricola che li faccia lavorare. Da giugno a metà novembre, infatti, sono oltre 12 mila gli stagionali – di cui il 42% africani – che raccolgono la frutta di stagione nelle aziende agricole di questo territorio.
Una fase della raccolta dei mirtilli – Foto: Arianna Pagani

«Ho lavorato 170 ore in 14 giorni per 6 euro l’ora»

Il periodo della raccolta è fatto di momenti di picco, in cui la produzione è maggiore, quindi servono più braccia. Variano a seconda della frutta: ad esempio per le pesche, la cui stagione comincia a luglio, il picco si registra nella seconda metà del mese. Sui 12mila braccianti impiegati in media durante questi periodi di picco, quasi il 10% resta sprovvisto di un alloggio. Dato che gli imprenditori agricoli impiegano molti braccianti che sono già sul territorio nazionale, la legge non prevede l’obbligo di fornire loro l’alloggio, che invece è previsto per chi arriva attraverso il Decreto Flussi, provvedimento governativo che ogni anno fissa una quota di lavoratori non comunitari che possono essere impiegati in Italia per motivi di lavoro subordinato, autonomo e stagionale, come spiega l’Inps sul suo sito.

La maggior parte dei braccianti, impiegati da aziende agricole in molti casi beneficiarie dei sussidi europei della Politica Agricola Comune (Pac), lavora spesso dalle 10 alle 16 ore al giorno con paghe orarie che oscillano tra i 4 e i 6 euro all’ora, una parte in busta, il restante in nero. Il poco che guadagnano non può in parte essere speso per garantirsi un alloggio durante i mesi di lavoro, così se non lo fornisce il datore di lavoro o una struttura gratuita, il letto lo si trova per strada. Per i lavoratori agricoli non esistono ferie e straordinari. Benché le assunzioni siano aumentate del 53% nel 2019, secondo i dati della Flai-Cgil di Cuneo, il lavoro grigio resta la modalità più diffusa di pagamento. Si firma il contratto stagionale ma le giornate effettivamente lavorate non sono segnate in busta paga, così gli imprenditori risparmiano, pagando meno tasse e contributi. E i lavoratori non possono accedere nemmeno alla disoccupazione agricola.

La maggior parte dei braccianti, impiegati da aziende agricole in molti casi beneficiarie dei sussidi europei della Politica Agricola Comune (Pac), lavora spesso dalle 10 alle 16 ore al giorno con paghe orarie che oscillano tra i 4 e i 6 euro all’ora, una parte in busta, il restante in nero

Il lavoro grigio

Accanto al lavoro nero, da tempo ormai si sta consolidando il cosiddetto “lavoro grigio”, su cui si basa gran parte del comparto agricolo nazionale.

In busta paga il lavoratore avrà una busta paga mensile con una media che va dai 5 ai 10 giorni dichiarati, pagati da tabelle Cpl (contratto provinciale) 7,56€ lordi l’ora. Nei fatti il lavoratore ha lavorato tutti i giorni del mese, con una media di almeno 2 ore di straordinario giornaliere, che mai verranno riconosciute.

In pratica il bracciante è assunto con un contratto stagionale ma non vengono segnate tutte le giornate effettivamente lavorate. Ciò significa che solo una parte delle giornate viene segnata e regolarmente pagata ma le altre giornate sono pagate in nero, con retribuzione inferiore rispetto a quella che appare sulla busta paga e con un orario di gran lunga superiore a quello previsto dalla normativa. Per esempio si lavorano 30 giorni ma le giornate segnate sono 15. Quelle segnate vengono pagate con bonifico, le restanti in nero, quindi gli imprenditori agricoli non pagano contributi e risparmiano sul costo della manodopera.

È il caso di Bakari. Di giorno lavora come bracciante stagionale, raccogliendo mirtilli per un’azienda agricola della zona, tra le tante beneficiarie dei fondi Pac. Di notte, stende il suo giaciglio e si raggomitola su un pezzo di cartone. Cambia spesso dove passa la notte. Quando lo incontriamo, una mattina di fine giugno, dopo un forte temporale estivo che ha infradiciato i pochi indumenti dei braccianti che vivono nei giardini pubblici, il suo periodo di lavoro è quasi terminato. A breve inizierà a raccogliere le prime varietà di mele per un’altra azienda. «Ho lavorato 170 ore in 14 giorni per 6 euro l’ora – racconta con un sottile filo di voce – a volte persino 16 ore al giorno, dalle 6 del mattino alle 10 di sera. Un po’ nel campo, un po’ in fabbrica a fare la selezione dei mirtilli». «Quando arrivano i controlli – continua Bakari -, il padrone ci obbliga a nasconderci tra gli alberi di kiwi, così nessuno ci vede. Non è una cosa giusta questa situazione, sai. Non puoi neanche prenderti in affitto una casa, né essere libero di farti una doccia», dice con aria stanca.

L’azienda nega e ci invita a visitare le condizioni di lavoro. Sostiene che il racconto di Bakari sia inventato, ma conferma che il pagamento orario è di 6 euro contro i 7,50 previsti dal contratto nazionale. Secondo quanto ci è stato raccontato da sindacati e gruppi di sostegno ai migranti, l’imprenditore proprietario dell’azienda è venuto a cercare «chi ha parlato con una giornalista» nelle aziende confinanti. Chi conosce Bakari conferma la sua storia, ma non può essere considerato una fonte neutrale. Non è stato possibile nemmeno controllare la busta paga per vedere quanto effettivamente Bakari ha ricevuto come compenso. Le stesse difficoltà che abbiamo incontrato durante la nostra inchiesta sono le stesse che incontra un qualunque ispettore del lavoro. La tipica situazione è quella della parole dell’imprenditore contro quella di uno o più suoi dipendenti.

Il Covid-19 non cambia nulla

Secondo quanto risulta a sindacati e gruppi di sostegno ai braccianti stranieri, così come dall’archivio dei procedimenti giudiziari, casi come quello di Bakari non sono sporadici. Durante la raccolta del 2018, tre lavoratori hanno cominciato una vertenza, poi abbandonata, contro un’azienda della zona di Saluzzo perché ritengono di essere stati pagati con salari molto inferiori rispetto al dovuto. Dal confronto tra i loro conteggi ore e le buste paga emerge che Samba, uno di loro, aveva contato oltre 300 ore quando invece gliene sono state rendicontate circa 60. Quando il bracciante è andato dal datore di lavoro a chiedere spiegazioni, ha registrato la conversazione. IrpiMedia l’ha potuta ascoltare. Si sente il datore di lavoro affermare di non avere soldi e di non poter pagare più di quello che ha già fatto. La situazione è tesa perché il lavoratore si è rivolto a Caritas e sindacati. Il datore di lavoro li definisce «gente di merda». E più avanti aggiunge: «Se ti fai aiutare da loro è meglio che vai in Sicilia, qua nessuno ti fa più lavorare». Contattata, l’azienda smentisce categoricamente la ricostruzione dei migranti e sostiene di non aver mai avuto problemi con braccianti che si lamentano, anzi, in molti vengono tutte le stagioni, perciò non possono sentirsi sfruttati. Di nuovo, la situazione è la parola del bracciante contro quella del datore di lavoro.

Un’altra azienda agricola che nel 2018 aveva impiegato otto stagionali oggi sembra scomparsa nel nulla. Sei di loro avevano cominciato una vertenza sindacale. Per due di loro si è trasformata in un procedimento civile, tuttora in corso. A marzo 2019 uno dei braccianti è tornato a lavorare nella stessa azienda, insieme ad altri quattro stranieri, visto che aveva necessità di un impiego per rinnovare il permesso di soggiorno: si è trovato di nuovo con una paga misera (tre euro l’ora) per una sola giornata di lavoro riconosciuta. Per evitare una nuova vertenza, secondo il bracciante il datore di lavoro gli avrebbe corrisposto dei pagamenti sempre di pochi euro per due mesi nei quali non ha realmente lavorato. In questo caso, non è stato possibile sentire la controparte.

A maggio del 2019, gli imprenditori agricoli Diego Gastaldi e Marilena Bongiasca, titolari dell’azienda agricola Gastaldi, e Moumouni Tassembedo, detto Momo, originario del Burkina Faso, sono stati sottoposti a misure cautelari per il presunto reato di caporalato nei confronti di diciannove lavoratori. I tre sono stati rinviati a giudizio e a settembre inizierà il processo a loro carico. È il primo processo di questo genere nell’area di Saluzzo.

Zeno Foderaro, 31 anni, è un sindacalista della Flai-Cgil Cuneo e da anni verifica i contratti e le buste paga dei braccianti. All’interno del suo ufficio spiega: «Non si tratta di casi isolati ma di un fenomeno strutturale in questo territorio. Durante la raccolta, i braccianti lavorano quasi tutti i giorni, con una media di almeno due ore di straordinario giornaliero, che mai verranno riconosciute. Il pagamento finale è in media di 5 euro per tutte le ore lavorate, ordinarie e straordinarie, una parte saldata con assegno o bonifico, il restante in mano, come dicono i lavoratori», spiega Foderaro, mostrandoci alcuni contratti e vertenze sindacali portate avanti gli scorsi anni. «Vedete in questo caso, il contratto dura 2 mesi e mezzo, le giornate segnate sono solo 10 ma sicuramente questo bracciante lavorerà almeno 40-50 giorni. Sono dieci anni che il disagio cresce in questa zona. Le parti datoriali si rifiutano di fornire il reale fabbisogno di manodopera e così si incentivano i viaggi della speranza. La soluzione dovrebbe essere un servizio di collocamento unico, obbligatorio e pubblico», sostiene Foderaro.

«I braccianti lavorano quasi tutti i giorni, con una media di almeno due ore di straordinario giornaliero, che mai verranno riconosciute. Il pagamento finale è in media di 5 euro per tutte le ore lavorate, ordinarie e straordinarie, una parte saldata con assegno o bonifico, il restante in mano, come dicono i lavoratori».

Zeno Foderaro

Flai/Cgil Cuneo

L’arrivo a maggio di quest’anno degli aspiranti braccianti a Saluzzo – Foto: Arianna Pagani
Senza una retribuzione giusta e senza un servizio di intermediazione efficace, capace di incrociare domanda e offerta di lavoro, le asimmetrie si accentuano. Per risolvere almeno l’ultimo punto, servirebbero banali portali online o app, magari in più lingue, per fare in modo che braccianti e datori di lavoro possano sapere gli uni dell’esistenza degli altri. Invece Coldiretti, Confagricoltura, Regione Piemonte e Confederazione italiana agricoltura (Cia) al posto di organizzare un unico servizio hanno lanciato quattro piattaforme diverse. Così, anche quest’anno, nonostante il Covid-19 e i protocolli d’intesa firmati da tutti gli attori del territorio per risolvere la questione dell’arrivo e dell’accoglienza degli stagionali, la situazione non è cambiata. Anzi.

Il centro di Prima accoglienza stagionali, il cosiddetto Pas, un’ex caserma militare aperta negli ultimi due anni dal comune di Saluzzo per offrire un alloggio a circa 300 stagionali è rimasta chiusa per l’emergenza Covid-19. Diversi tavoli di confronto avevano proposto soluzioni alternative, delle quali però alla fine non si è fatto nulla. Così i braccianti continuano ad arrivare spontaneamente sul territorio dal Piemonte o da altre regioni italiane, cercando lavoro in bicicletta tra le campagne e le aziende agricole. In quello che è uno dei distretti agricoli più importanti del nord Italia, l’incontro tra la domanda e l’offerta avviene ancora tramite il passaparola.

«Facciamo finta che ci sia la manodopera di 10 anni fa ma non è così. Negli anni la manodopera straniera che si sposta internamente da un bacino ortofrutticolo all’altro ha affiancato e in larga parte sostituito i braccianti locali e quelli extracomunitari che arrivavano tramite il Decreto flussi. Il quadro normativo è fermo a quasi venti anni fa: da una parte c’è ancora la legge Bossi-Fini che lega il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, dall’altra ci sono i Decreti sicurezza Salvini che hanno spinto questi lavoratori verso una maggiore vulnerabilità e ricattabilità».

A parlare è Virginia Sabbatini, 30 anni, coordinatrice del Presidio della Caritas di Saluzzo che da anni monitora le condizioni dei raccoglitori della frutta. Oltre a distribuire coperte, scarpe e indumenti, il progetto Presidio è diventato un punto di riferimento fondamentale per i braccianti stagionali. Qui chiedono informazioni sul contratto, sul lavoro e sui documenti. Alla precarietà lavorativa e abitativa, si somma, infatti, l’instabilità dei documenti. La maggior parte dei lavoratori per strada sono in attesa del rinnovo del permesso di soggiorno, senza assistenza sanitaria, in una situazione di estrema vulnerabilità.

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Le normative su lavoro e immigrazione

Dalla Legge Martelli, alla Turco-Napolitano e alla Bossi-Fini, passando per il Pacchetto Sicurezza di Maroni e il Decreto Salvini: leggi che regolano la presenza degli stranieri in Italia, inserendoli in una dimensione di forza lavoro e di sicurezza a discapito della tutela dell’asilo e dei diritti.

Il primo intervento, la legge 39/1990 cosiddetta legge Martelli, si presenta come provvedimento in materia di rifugiati e profughi, che amplia e definisce lo status di rifugiato e il diritto di asilo politico a esso collegato. La seconda parte del testo si pone invece come un tentativo di regolamentare l’aumento esponenziale dei flussi migratori degli anni ’80, mediante programmazione statale dei flussi di ingresso degli stranieri non comunitari in base alle necessità produttive e occupazionali del Paese. Si delinea fin da subito quella che diventerà una costante della legislazione: la gestione dell’immigrazione da un punto di vista economico.

Con la legge 40/1998, la cosiddetta Turco-Napolitano, confluita successivamente nel Testo unico delle disposizioni concernenti la disciplina dell’immigrazione e norme sulle condizioni dello straniero, il meccanismo di controllo dell’immigrazione rimane la politica del flussi, quantificata annualmente dal governo mediante un decreto che fissa il numero di stranieri che possono fare ingresso in Italia per motivi di lavoro. La norma si basa essenzialmente sulla necessità di controllare i flussi migratori, sostenere i processi di integrazione, semplificare le espulsioni.

Nel 2002 venne presentata una nuova legge, la Bossi-Fini, la norma che negli ultimi 18 anni ha disciplinato l’ingresso in Italia, l’accesso al mercato del lavoro, la vita e l’esplusione degli stranieri in Italia. Una norma che subordina l’ingresso e la permanenza in Italia al contratto di lavoro.

Come Bakari. Dopo la fuga dal Mali, il passaggio in Libia, esposto al carcere e a violenze di ogni tipo, il ragazzo attraversa il Mediterraneo. Viene salvato da una nave di una ong nel 2016, sbarca in Sicilia, a Palermo, ed è trasferito a Bologna dove entra in un progetto di accoglienza. Bakari ha ottenuto la protezione sussidiaria ma nel 2018 esce dal progetto di accoglienza e si ritrova nel limbo delle campagne italiane, seguendo il ciclo delle stagioni.

«Sicuramente l’imprenditore che fa la frutta non riesce più a garantirsi uno status sociale ed economico come prima ma io in questi anni ho visto tanti braccianti dormire per strada o sul cartone, che è ben diverso. A pagare sono sempre i più fragili e vulnerabili», conclude Sabbatini.

AGGIORNAMENTO 11 APRILE 2022: Il giudice Alice Di Maio del Tribunale di Cuneo ha condannato in primo grado a 5 anni di reclusione Diego Gastaldi e la madre Marilena Bongiasca nell’ambito del primo procedimento per caporalato in provincia di Cuneo. Il padre di Diego Gastaldi, Graziano Gastaldi, è stato invece assolto. 

 

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Sara Manisera

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Lorenzo Bagnoli