Qatar, il miraggio ecosostenibile di un Mondiale nel deserto

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Qatar, il miraggio ecosostenibile di un Mondiale nel deserto

Lorenzo Bodrero
Michele Luppi

Èil primo in Medio oriente. Il primo, nella secolare storia della Coppa del mondo, a disputarsi nel deserto e non in estate. Ma c’è un altro primato che rende il Mondiale in Qatar speciale, a detta della Fifa, le Nazioni Unite del calcio, e del Paese ospitante: sarà il primo «a impatto zero». Con questa espressione gli organizzatori sostengono che le emissioni inquinanti di gas serra – ovvero principalmente biossido di carbonio (CO2), metano e protossido di azoto – prodotte durante la fase di costruzione degli impianti, di svolgimento del torneo e di smaltimento di alcune strutture a fine manifestazione saranno compensate finanziando progetti eco-sostenibili in giro per il mondo.

L’inchiesta di IrpiMedia e Placemarks, svolta attraverso una serie di rilievi satellitari, mostra l’impatto che il maxi-evento ha già avuto sul territorio: negli ultimi dieci anni sono stati asfaltati e cementificati almeno otto milioni di metri quadrati – l’equivalente di 1.140 campi di calcio – per realizzare stadi, strade, parcheggi e linee metropolitane funzionali allo svolgimento del torneo. Nemmeno la previsione sulle emissioni inquinanti torna: secondo il centro di ricerca Carbon Market Watch «affermare che un evento del genere sia a impatto zero non è credibile» a causa delle stime «fuorvianti» di Fifa e Qatar circa la quantità di anidride carbonica emessa e del modo in cui gli organizzatori prevedono di compensarla.

Placemarks è un progetto di ricerca specializzato nell’analisi e nell’elaborazione di immagini aeree e satellitari per indagare temi e dinamiche ambientali, sociali e umanitarie.

Trentadue squadre in gara, otto stadi distribuiti su cinque città, 64 incontri da disputarsi in 28 giorni: sono i numeri di un torneo che gli organizzatori stimano accoglierà 1,2 milioni di spettatori. Un numero importante considerata l’area geografica ma che, se confermato, rappresenterebbe il record negativo della competizione degli ultimi 60 anni, su cui ha influito il boicottaggio a livello globale in corso da mesi per le sistematiche violazioni dei diritti umani all’interno del Paese nonché per le morti sospette e le condizioni di vita degli operai stranieri che hanno costruito le infrastrutture.

Gli stadi del mondiale in Qatar, dall’alto a sinistra: Al Bayt, 60.000 posti; Lusail, 86.000; Ahmad bin Ali, 44.000; Al Janoub, 45.000; Thumama, 40.000; Education city, 45.000; Khalifa, 40.000 e 974 stadium, 45.000

La promessa del primo Mondiale green si ripete a intervalli regolari dal dicembre 2010 quando il Qatar, a sorpresa di molti, si è aggiudicato il diritto di organizzare l’evento sportivo più seguito al mondo. Un articolo pubblicato sul sito ufficiale dei Mondiali nel settembre 2021 (in una pagina ora non più disponibile ma reperibile qui) delineava tre macro strategie per raggiungere l’obiettivo: primo, il basso impatto ambientale generato dalla costruzione degli stadi utilizzando tecniche all’avanguardia per la protezione dell’ambiente; secondo, compensare l’anidride carbonica emessa con progetti energetici sostenibili finanziati da Fifa e Qatar; infine, la natura “compatta” del torneo, con tifosi e squadre che avrebbero evitato lunghi trasferimenti aerei interni a causa della prossimità degli stadi, tutti raggiungibili nel raggio di 18 chilometri (ad eccezione di uno distante circa 35 chilometri), riducendo così i consumi.

Stadi e consumo di suolo

Le partite del Mondiale in Qatar si disputeranno in otto stadi, uno solo dei quali era pre esistente. Gli altri sette sono quindi stati costruiti da zero, di cui uno – il 974 – è il primo impianto smontabile della storia, realizzato completamente con moduli prefabbricati che potranno essere spostati e montati altrove.

Nel rapporto della Fifa sulle emissioni di gas serra previste, Fifa e Qatar hanno quantificato un totale di 3,6 milioni di tonnellate di gas serra rilasciate nell’atmosfera dalla prima fase di realizzazione fino al disallestimento dell’intera competizione. Di queste emissioni, 893 mila sarebbero generate per la costruzione degli stadi permanenti, di quello decomponibile e della rimozione di parte delle gradinate di quasi tutte le strutture a torneo concluso. Nel complesso, dunque, questa voce impatterebbe per il 25% sul totale delle emissioni.

Lo stadio 974 durante la costruzione. L’impianto è stato progettato per essere smantellato alla fine del torneo ed è realizzato utilizzando containers da nave come elementi principali

La spiegazione sta nell’approccio utilizzato dalla Fifa per il calcolo della produzione di CO2. Immaginando che la durata degli impianti sia di circa 60 anni gli organizzatori hanno spalmato le emissioni prodotte durante la fase costruttiva sull’intero periodo attribuendo successivamente alla Coppa del mondo solo l’equivalente di un mese di emissioni; praticamente quasi nulla.

Una scelta metodologica che Gilles Dufresne, capo ricercatore di Carbon Market Watch, associazione non profit che si occupa di mercato dell’energia, definisce «illogica». Lo stadio 974 e le gradinate di alcuni stadi verranno, sostengono gli organizzatori, smontate a fine torneo per essere assemblate altrove. È plausibile che questa caratteristica abbia influito sul calcolo, molto al ribasso, sulla stima delle emissioni attribuite agli stadi ma i documenti ufficiali non offrono spiegazioni a riguardo.

In diversi documenti si sostiene che il nuovo stadio Ahmad bin Ali sia stato realizzato ristrutturandone uno precedente. Le immagini satellitari dimostrano invece che il vecchio impianto è stato completamente demolito e che il consumo di suolo è stato considerevole

La quantità di CO2 emessa per la costruzione dei soli stadi permanenti è almeno otto volte superiore rispetto a quanto previsto da Fifa e Qatar, secondo Carbon Market Watch: in tutto, 1,6 milioni di tonnellate, portando la stima di impatto ambientale dell’intero torneo a circa 5,4 milioni di tonnellate gas serra: l’equivalente di quanto emettono annualmente nell’atmosfera paesi come Cipro, Panama o la Liberia. «E quasi sicuramente sono stime al ribasso», aggiunge Dufresne.

La cementificazione seguita alla costruzione di mastodontiche infrastrutture si è resa ancora più evidente da parcheggi immensi adiacenti agli stadi, insieme a centrali elettriche che renderanno possibile il condizionamento dell’aria, sia per gli spettatori sia per i giocatori.

L’analisi di IrpiMedia e Placemarks rivela che per i nuovi stadi e gli edifici o piazze di pertinenza sono stati cementificati circa 1,4 milioni di metri quadrati. Il più impattante da questo punto di vista è lo stadio di Al Bayt che occupa una superficie di 440 mila metri quadrati ed è circondato da ben 1,2 milioni di metri quadrati di nuove aree dedicate ai parcheggi.

Lo stadio di Al Bayt, l’unico esterno all’area metropolitana di Doha, è quello che ha generato maggior consumo di suolo. Per realizzarlo è stata cementificata una superficie pari a 235 campi da calcio
Uno dei nuovi parcheggi che circondano lo stadio di Lusail; la superficie asfaltata è di oltre 200.000 metri quadrati, l’equivalente di 30 campi da calcio e può ospitare circa 6.500 veicoli

Tutto ciò senza contare la già considerevole impronta ecologica pre-Mondiale: il Qatar è infatti il Paese al mondo con la più alta emissione di anidride carbonica pro-capite (vedi grafico) e registra tra i più alti consumi di acqua per abitante, mentre il 99% dell’elettricità utilizzata è generata da combustibili fossili.

Emissioni fuori controllo

Confronto di emissioni pro capite, in tonnellate di CO2, tra Qatar, Italia e media mondiale

La questione delle strutture decomponibili coinvolge anche i fan village, strutture realizzate per accogliere una parte degli spettatori in arrivo (uno dei quali, vicino all’aeroporto, con una capacità massima di 12 mila posti). La dimensione e le strutture ricettive del piccolo Paese del Golfo non consentono di accomodare 1,2 milioni di persone senza predisporre impianti alternativi. Sette fan village sono quindi dislocati sull’intero territorio, fatti di campi tendati (dai 400 ai 200 dollari a notte a seconda delle caratteristiche), villaggi di container e case mobili. Per risolvere la questione ospitalità è stata anche stretta una partnership con MSC Crociere la quale metterà a disposizione le motonavi “Poesia” e “World Europa” per un totale di 3.898 cabine disponibili.

Diversi fan village, villaggi temporanei per garantire l’ospitalità ai tifosi, sono composti da decine di file di containers distanziati fra loro da passaggi larghi 4 metri. Nelle immagini, il village di Rawdat (in basso) e il Cabin free zone (in alto, il più esteso, con 40 ettari di superficie)

Il gran bazar dei crediti di carbonio

Per raggiungere l’impatto zero, gli organizzatori dichiarano di voler compensare le 3,6 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra con altrettanti crediti di carbonio. Questo meccanismo finanziario funziona affidandosi ad appositi enti certificatori che registrano lo sviluppo di progetti eco-sostenibili nel mondo attraverso cui si prevede di “inquinare meno”.

Per tentare di dimostrare un impatto ambientale zero serve prima di tutto una stima quanto più dettagliata e precisa possibile delle emissioni inquinanti. «Nessuna dichiarazione di impatto zero è credibile senza che si faccia il massimo per ridurre tutte quelle emissioni che possono essere ridotte», spiega Dufresne. Infine, di fondamentale importanza è finanziare progetti ecosostenibili attraverso l’emissione di crediti di carbonio nonché dimostrare che questi progetti non sarebbero stati realizzati altrimenti. Gran parte della tesi di Fifa e Qatar per un Mondiale green ruota attorno all’acquisto di milioni di crediti.

Enti certificatori e “addizionalità”: cosa sono i crediti di carbonio

Inclusi per la prima volta all’interno del Protocollo di Kyoto nel 1997 e successivamente rilanciati dagli Accordi di Parigi del 2015, i crediti di carbonio sono prodotti finanziari attraverso cui le aziende investono nella produzione di energia pulita per compensare il loro impatto ambientale. Con il loro acquisto le aziende possono comprare la carbon neutrality, l’impatto zero. Il meccanismo, già analizzato da IrpiMedia, appare teoricamente semplice: un’azienda inquinante, una volta calcolata la quantità di CO2 o altri gas serra che emette nell’atmosfera, può decidere di compensarla in modo parziale o totale, acquistando sul mercato dei crediti di carbonio.

I principali enti certificatori del mercato volontario dei crediti di carbonio, che verificano l’impatto dei progetti eco-sostenibili e gestiscono gli acquisti di carbon credit, sono quattro: Verified Carbon Standards – Verra (VCS), Gold Standard (GS), American Carbon Registry (ACR) e Climate Action Reserve (CAR).

Il concetto di “addizionalità” è il requisito più critico per progetti di questo tipo: per poter generare un credito, la riduzione di emissioni deve essere infatti “aggiuntiva”. L’esistenza del progetto deve cioè produrre un effetto positivo in termini di emissioni, tale da meritarsi dei crediti attraverso cui renderlo sostenibile anche sul piano economico. Infatti, solo se le riduzioni sono effettivamente addizionali non si ha un aumento delle emissioni complessive. L’obiettivo da perseguire è sostanzialmente quello della maggiore efficienza energetica e da fonti rinnovabili.

Per “rastrellarne” il numero necessario, gli organizzatori hanno stretto un accordo con il centro di ricerca qatarino Gulf Organisation for Research and Development (Gord) e creato uno standard ad hoc per il mercato dei crediti: il Global Carbon Council (Gcc), il primo ente certificatore nel mercato del Golfo. Al momento della pubblicazione di questo articolo, sul sito web della Gcc risultano 587 progetti in attesa dei quali solo cinque sono stati già “approvati”, per un totale provvisorio di 540 mila crediti, ben lontani dai 3,6 milioni necessari. Ma non è una mera questione di quantità.

«La maggior parte dei progetti in lista di attesa non soddisfa il criterio di “addizionalità”- spiega Dufresne – sono cioè già avviati a prescindere dal fatto che siano in grado di emettere crediti di carbonio».

La stragrande maggioranza di progetti simili non è più accolta da due dei più noti standard per il mercato dei crediti – Verra e Gold Standard – poiché sono giudicati irrilevanti nel compensare le emissioni di gas serra. Fifa e Qatar hanno aggirato il problema creando un proprio sistema di crediti, «il che va contro ogni logica dell’avere una parte terza a garanzia della qualità dei crediti stessi», aggiunge Dufresne. La Fifa ha annunciato che attraverso la Gcc emetterà 1,8 milioni di crediti, dell’altra metà non vi è però nemmeno traccia.

Cosa sono le strategie di mitigazione

Con il concetto di mitigazione dei cambiamenti climatici si indicano tutte quelle attività volte a limitare la presenza di gas serra nell’atmosfera attraverso una diminuzione delle emissioni (ad esempio attraverso il potenziamento di fonti di energia rinnovabile o la riduzione dei consumi) o il potenziamento delle fonti di assorbimento come oceani, foreste e suoli. L’obiettivo è stabilizzare le concentrazioni di gas serra per mantenere il riscaldamento globale al di sotto della soglia di 1,5° C rispetto ai livelli preindustriali.

L’IPCC (Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite) ha evidenziato la necessità di ridurre, entro il 2030, le emissioni di gas serra del 45% rispetto ai livelli del 2010, per arrivare all’obiettivo di zero emissioni entro il 2050. Accanto alle misure di mitigazione sarà però necessario lavorare anche su quelle di adattamento ovvero su tutte quelle azioni necessarie a prevenire e contenere le conseguenze provocate dai cambiamenti climatici.

La centrale di raffreddamento dell’aria, in alto a destra, che dovrà garantire il condizionamento dello stadio di Lusail avrà una potenza paragonabile a quella di oltre diecimila condizionatori domestici

La centrale di condizionamento, in alto a sinistra, dello stadio Education city e degli spazi commerciali che lo circondano occupa una superficie analoga a quella di un campo da calcio regolamentare

Oltre alla costruzione degli impianti sportivi il mondiale è stato l’occasione per realizzare imponenti infrastrutture stradali: svincoli e parcheggi occupano interamente le aree intorno allo stadio di Thumama

Stadi vicini, tifosi lontani

Ulteriore punto di forza a favore di una competizione a impatto zero, a detta degli organizzatori, è la natura compatta dell’evento. La distribuzione degli stadi in soli 18 chilometri di raggio dovrebbe favorire un minore utilizzo del mezzo aereo a beneficio di un minore impatto dei trasporti sull’ambiente. «L’idea di un torneo “compatto” è in linea teorica interessante dal punto di vista delle emissioni – spiega Gilles Dufresne – ma il rischio è che si ritorca contro dal punto di vista logistico e delle strutture ricettive».

Degli spettatori attesi, la Fifa stima che 750 mila arriveranno via aerea. Secondo gli organizzatori, con il 52% del totale la voce “viaggi” sarà quella più rilevante in fatto di emissioni. «In questo contesto, comunicare che il torneo sarà a impatto zero significa ingannare il pubblico e generare in loro l’impressione che viaggiare in aereo non avrà effetti sul clima, il che è falso».

La collocazione degli otto stadi nella città di Doha messa a confronto con le aree metropolitane di Milano e Roma

Compensare il settore aviazione è particolarmente complicato. Il sistema attivo al momento nella maggior parte delle compagnie aeree prevede l’acquisto facoltativo di crediti di carbonio da parte dell’utente nel momento dell’acquisto del biglietto.

«In teoria potrebbe anche funzionare ma in realtà la compensazione di questi crediti è di bassa qualità, inoltre è poco praticabile», spiega Dufresne. «Il rischio di un sistema simile è che rompe l’incentivo a volare meno, che di fatto è l’unico vero modo per diminuire significativamente l’impatto ambientale dell’industria aerea».

L’areoporto di Doha, inaugurato nel 2013 su una penisola artificiale, è stato ampliato in maniera considerevole per poter gestire l’enorme afflusso di passeggeri attesi in occasione del Mondiale

Il vivaio dei miracoli

IrpiMedia e Placemarks hanno individuato l’immenso vivaio a pochi chilometri a nord di Doha che secondo Fifa e Qatar «contribuirà ad assorbire migliaia di tonnellate di anidride carbonica all’anno». Dai nostri calcoli, copre un’area di circa 74 ettari (740 mila metri quadrati, l’equivalente di 124 campi di calcio) e sorge a ridosso di un impianto di depurazione che, secondo gli organizzatori, servirà anche per irrigare erba e piante lì coltivate. Il manto erboso sarà utilizzato per rizollare i terreni di gioco e di allenamento, mentre le piante andranno a decorare le aree adiacenti agli stadi. Fifa e Qatar sostengono che la struttura sia parte integrante nella mitigazione dell’impatto ambientale del torneo.

Il Tree and Turf nursery: l’area realizzata a partire dal 2017 a nord ovest di Doha per produrre l’erba necessaria a ricoprire i campi del torneo.

I ricercatori di Carbon Market Watch non sono dello stesso avviso. Nel loro report dello scorso maggio, scrivono: «L’anidride carbonica deve essere immagazzinata per almeno 200-300 anni prima di poter dichiarare che la sua rimozione dall’atmosfera contribuisca alla mitigazione ambientale. È evidente che nel caso del vivaio le piante e l’erba che ne fanno parte, non vivranno tanto a lungo, considerato l’uso che ne sarà fatto e l’acqua necessaria per il loro mantenimento».

Acqua dolce a caro prezzo

L’organizzazione del mondiale impatterà anche sul già fragile equilibrio idrico del Paese. L’acqua è un problema cronico per l’intera regione al quale si sopperisce attraverso la rimozione della componente salina dall’acqua di mare. Secondo una ricerca dell’Università del Qatar, il 99% dell’acqua dolce utilizzata nel Golfo Persico è “prodotta” da centrali di dissalazione. Il processo è uno tra i più inquinanti per i mari, dove vengono riversati salamoia, metalli pesanti e cloruri vari che nuocciono alle barriere coralline e agli organismi marini. Il Qatar al momento conta 12 dissalatori, la maggior parte dei quali è alimentata a combustibili fossili.

Ventidue ciminiere sovrastano l’impianto di Ras Abu Fintas, alla periferia di Doha. Si tratta della centrale a gas necessaria a produrre l’energia per alimentare i processi di dissalazione
L’impianto di desalinizzazione di Ras Laffan, a 80 chilometri da Doha, è il più grande del Qatar e permette di ottenere oltre 286.000 metri cubi di acqua dolce al giorno

Per avere un’idea della capacità energivora di questi impianti, una ricerca datata 2012 stima siano necessari 300.000 barili di petrolio giornalieri per alimentare le 30 centrali dell’Arabia Saudita.

Inoltre la Coppa del mondo non farà che aumentare il bisogno di acqua. La Reuters ha stimato che ne serviranno 10 mila litri al giorno per il mantenimento del manto erboso di ciascuno stadio, senza contare gli ulteriori 130 campi di calcio dislocati nei centri di allenamento che accoglieranno le 32 compagini nazionali in gara e dell’acqua necessaria per mantenere in maniera impeccabile gli innumerevoli giardini, le aree verdi e le fontane dislocate lungo tutte le principali aree urbane.

Nonostante i recenti sforzi per aumentare il riciclo, la maggior parte dei rifiuti domestici del Qatar è ancora stoccato in discariche indifferenziate come quella di Umm al Afai che occupa una superficie di oltre 300 ettari

Il governo qatarino negli ultimi trent’anni ha approvato una serie di misure per cercare di migliorare la gestione idrica eppure il Paese continua ad avere uno dei consumi pro-capite di acqua più alti al mondo: 557 litri al giorno per ogni residente dove, a puro titolo comparativo, la Francia ne consuma 164, l’Australia 290. Ad oggi il fabbisogno idrico del Qatar è assicurato da falde (24%), dissalatori (61%) e riuso (15%).

Sole poco sfruttato

Pensando al peso che i combustibili fossili – gas in primis – hanno avuto nel vorticoso sviluppo economico del Qatar dal 1970 ad oggi (con un reddito pro-capite passato da 2.756 dollari a oltre 61 mila) appare evidente come – nonostante le grandi potenzialità – il settore dell’energia solare sia rimasto pressoché fermo in questi anni. Ci sono voluti i Mondiali di calcio e, forse, anche la necessità di mostrare un volto più verde, perché le autorità qatarine lanciassero la costruzione del primo impianto di produzione di energia solare del Paese che è stato inaugurato lo scorso 18 ottobre alla presenza dell’emiro.

Il nuovo campo fotovoltaico di Al Kharsaah, 80 chilometri a ovest di Doha, attivo a partire da ottobre 2022 è il primo grande impianto di energie rinnovabili del Paese

A realizzarlo un consorzio pubblico-privato che vede la francese Total e la giapponese Marubeni al fianco di due agenzie governative. L’impianto di Al Kharsaah con i suoi 1,8 milioni di pannelli si estende su una superficie di dieci chilometri quadrati in pieno deserto a circa 80 chilometri a ovest di Doha ed ha una capacità di 800 MWp. Una volta a pieno regime l’impianto – affermano i costruttori – potrà coprire nelle fasi di picco produttivo fino al 10% della domanda interna di energia.

Seguendo quest’onda nello scorso mese di agosto il governo del Qatar ha annunciato la costruzione di due nuovi impianti. Bisogna però notare come, prima dell’entrata in funzione dell’impianto di Al Kharsaah, dunque per tutta la fase di preparazione dei mondiali, le energie rinnovabili coprivano meno dell’1% del fabbisogno e la potenza di energia solare installata era di soli 5 MW.

Per realizzare il nuovo stadio di Lusail, in cui si disputerà la finale del torneo, sono stati cementificati 1.385.000 metri quadrati di suolo prima inedificato, principalmente destinati a parcheggi
Per realizzare i parcheggi adiacenti agli stadi del mondiale è stata asfaltata una superficie complessiva di oltre 6,5 milioni di metri quadrati, pari a oltre 900 campi da calcio
Gli enormi parcheggi realizzati nei pressi degli stadi prevedono anche una quota di stalli per disabili. In alcuni casi però questi sono stati concentrati in una stessa area, peraltro lontana dagli accessi

Il Qatar intende utilizzare l’energia solare per alimentare i sistemi di condizionamento all’interno di sette stadi (lo stadio 974 prevede un sistema di ventilazione naturale).

Gilles Dufresne rimane scettico sul tema, affermando che l’energia prodotta dalla solar farm è indirizzata verso una rete elettrica la quale a sua volta alimenta gli stadi: «Non è un elemento rivoluzionario – conclude Dufresne – e dichiarare che un evento simile sia a impatto zero equivale essenzialmente a fare greenwashing». Che la giovane industria delle rinnovabili qatarina possa produrre energia a sufficienza per tutti i partecipanti è un miraggio tanto quanto l’idea di un maxi evento senza emissioni.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bodrero
Michele Luppi

Analisi satellitare

Federico Monica

Editing

Lorenzo Bagnoli

In partnership con

Mappe & Infografiche

Lorenzo Bodrero
Federico Monica

Foto di copertina

Lo stadio Al Bayt (capienza 60.000), costruito da un consorzio guidato dall’italiana WeBuild

Crimini ambientali: così il riciclaggio di denaro distrugge ambiente e comunità

20 Agosto 2021 | di Matias Gadaleta

I crimini ambientali sono riconosciuti come una delle forme più redditizie di attività criminale transnazionale, tanto che l’Interpol stima il loro valore tra i 110 e i 281 miliardi di dollari di proventi criminali all’anno. Sebbene ancora non esista una definizione universale di crimine ambientale, generalmente ci si riferisce a reati che danneggiano l’ambiente. Questa indeterminatezza giuridica ha origine da una parte in una legislazione internazionale giovane e in continua evoluzione su questi illeciti e dall’altra da un ampio margine di discrezionalità dei singoli Stati nel giudizio di un atto quale crimine ambientale. In breve, ciò che può costituire un reato in un Paese non lo costituisce necessariamente in un altro e le grandi organizzazioni criminali prediligono Paesi con alti tassi di corruzione e legislazioni penali molto deboli per compiere reati di questo genere. Secondo il rapporto 2018 dell’UNEP (UN Environment Programme) l’aumento esponenziale di tali attività illecite implica una perdita di risorse per i governi e le comunità, da 9 a 26 miliardi di dollari all’anno a seconda del Paese di riferimento.

I proventi della criminalità ambientale però non sono destinati a rimanere fermi, come non lo sono del resto quasi tutti i ricavi da attività illecite, e l’approdo naturale è quello del riciclaggio di denaro. A fotografare questa situazione ci ha pensato nel suo ultimo rapporto il Gruppo d’azione finanziaria (GAFI), un’organizzazione intergovernativa fondata nel 1989 su iniziativa del G7 per sviluppare le politiche in materia di lotta al riciclaggio e di lotta al finanziamento del terrorismo. Il report si concentra sulle attività che riguardano il 66% del valore totale dei crimini ambientali, individuati nel disboscamento illegale, nell’espropriazione illegale delle terre, il cosiddette “land grabbing”, l’estrazione illegale e il traffico illecito di rifiuti.

Commercio legale e illegale di rifiuti, disboscamento ed estrazione mineraria
Esistono importanti mercati legali per la gestione dei rifiuti, il disboscamento e l’estrazione mineraria, compresi i metalli preziosi e le pietre.
Queste attività spesso diventano illegali quando:

(i) vengono intraprese senza autorizzazione statale,

(ii) quando i contratti e le concessioni sono assicurati attraverso la corruzione o l’intimidazione,

(iii) quando i servizi comportano frodi (ad es., falso trattamento di rifiuti pericolosi),

(iv) per la registrazione/estrazione, quando l’estrazione contravviene ai termini concordati, come quote o altri requisiti. Tali attività illegali possono avere impatti significativi sulla salute e sulla sostenibilità delle popolazioni e degli ecosistemi locali.

Spesso i criminali si affidano al mercato legale dei beni ambientali per riciclare prodotti e profitti acquisiti illegalmente. Ciò può accadere anche nella misura in cui i prodotti illegali superano quelli del settore legale, come l’oro e il legname.

Dal disboscamento illegale al traffico dei rifiuti, tra danni ambientali e profitti illeciti

Con il termine “crimine forestale” si descrive l’attività criminale che copre l’intera catena di approvvigionamento dalla raccolta e trasporto alla lavorazione e vendita di legname, compreso il disboscamento illegale e l’espropriazione dei terreni. L’Atlante mondiale dei flussi finanziari illeciti 2018 dell’INTERPOL rileva che la criminalità forestale genera per le organizzazioni criminali profitti tra i 51 e i 152 miliardi di dollari all’anno. I crimini forestali hanno un impatto negativo sull’uso e la proprietà del suolo, l’abitazione umana, i mezzi di sussistenza sostenibili e causano il degrado del clima e delle risorse.

La Banca Mondiale stima che i governi perdono tra i 6 e i 9 miliardi di dollari all’anno di entrate fiscali dal solo disboscamento illegale. Ad esempio, in Papua Nuova Guinea, recenti studi stimano come i proventi illeciti generati dai crimini forestali superino quelli generati nel mercato legale del legname. Stando all’indagine del GAFI i crimini forestali si concentrano nelle foreste pluviali dell’America centrale e meridionale (Perù, Colombia, Ecuador e Brasile); Africa centrale e meridionale (Repubblica Democratica del Congo, il Gambia e la regione dei Grandi Laghi); Sud-Est asiatico (Indonesia, Papua Nuova Guinea, Myanmar); e parti dell’Europa orientale (compresa la Russia). La legna tagliata illegalmente viene trasportata attraverso queste regioni verso destinazioni in Asia orientale, Nord America ed Europa occidentale.

I profitti della criminalità ambientale – Fonte: rielaborazione IrpiMedia su dati FATF/GAFI

A fare da sfondo alle attività illegali c’è sempre la disponibilità di materia prima. Così come il crimine forestale si concentra nelle aree con maggiore disponibilità di foreste, le attività minerarie illegali generano i loro profitti e concentrano le attività laddove il suolo è generoso. Colpiti infatti sono soprattutto l’Africa e l’America Latina, soprattutto la Colombia, dove l’87% degli sfollati provenienti dal Paese è stato costretto a fuggire da aree con forte presenza di attività estrattive illegali che hanno comportato un grave inquinamento da mercurio di acqua e suolo. Così le attività minerarie illegali, cioè intraprese senza l’autorizzazione dello Stato o con licenze ottenute attraverso la corruzione, secondo le stime del GAFI, è in grado di generare profitti tra i 12 e i 48 miliardi di dollari l’anno grazie soprattutto a oro, coltan e diamanti.

Infine il traffico dei rifiuti (elettronici, plastica e sostanze pericolose) rimane una delle piaghe più visibili e significative della nostra epoca. Il viaggio dei rifiuti che verranno smaltiti illecitamente parte solitamente da Europa, Nord America e Australia, per terminare poi soprattutto nel continente africano (principalmente Costa d’Avorio, Ghana, Nigeria, Sierra Leone, Tanzania) e asiatico (Cina, Indonesia, India, Malesia, Pakistan e Vietnam) e alcuni paesi di Centro e Sudamerica. Un giro del mondo che secondo il GAFI genera profitti illeciti per circa 10-12 miliardi di dollari l’anno mostrando una filiera criminale particolarmente organizzata, soprattutto nel settore del commercio dei rifiuti pericolosi come quelli elettronici contenenti cadmio o piombo, composti di arsenico o amianto o residui di processi dell’industria chimica.

In Italia: l’indagine “via della seta”

Un esempio eclatante di intricato sistema criminale transnazionale sull’asse Italia-Cina è stato scoperto dalla Guardia di Finanza di Pordenone grazie all’inchiesta coordinata dalla DDA di Trieste su traffico illecito di rifiuti, riciclaggio e frode fiscale. L’operazione riguarda il Friuli Venezia Giulia e il Veneto negli anni che vanno dal 2013 ad oggi e ha portato a 58 persone e sei aziende indagate.

Lo schema si compone di due contesti: nel primo, un gruppo di italiani del Nordest ha dato vita a un traffico di scarti metallici (rame, ottone, alluminio) per circa 150.000 tonnellate aggirando gli obblighi ambientali e di tracciatura vigenti. L’acquisto di questi scarti avveniva in nero, ma per venderlo alle acciaierie c’era bisogno di emettere fatture. Mentre in una seconda fase i cittadini cinesi residenti in Italia avevano il compito di far arrivare le somme accumulate in Cina e metterle al riparo dal fisco italiano.

Lo schema fraudolento ricostruito nell’inchiesta “via della seta” della Guardia di finanza di Pordenone

Il meccanismo era ben rodato ed è andato avanti per otto anni: in Italia si avviavano società ad hoc che avevano la funzione di fare da intermediario nel commercio di rottami metallici, così da interporsi tra le aziende che avevano prodotto lo scarto e le acciaierie pronte a ricevere quello stesso scarto. Tali “intermediari” operavano finte operazioni di acquisto di materiale ferroso all’estero con l’emissione di fatture false da parte di società compiacenti tra Repubblica Ceca e Slovenia. In questo modo gli acquisti, veri solo sulla carta, avevano una copertura documentale e contabile tramite le fatture false, sembrando così acquisti di materiale ferroso avvenuto all’estero. Al contrario il materiale era quello raccolto in Italia, ma in questo modo, terze aziende manifatturiere – appuntavano gli uomini della Guardia di finanza – potevano operare la vendita di scarti di lavorazione metalliche «a nero» altrimenti impossibile visto che le acciaierie sono del tutto refrattarie a gestire acquisti di tonnellate di materiale «a nero» privo di documentazione ambientale.

A questo punto entrano in gioco i cinesi residenti in Italia e in affari col gruppo di italiano che avviano l’ultima fase del sistema di riciclaggio facendo arrivare il denaro in Cina. Lo facevano tramite una serie di bonifici verso istituti bancari cechi e sloveni, rigirati poi sui conti di banche cinesi: una volta che i cinesi in Italia ricevevano dalla Cina la conferma dell’avvenuto accreditamento delle somme di denaro, compensavano le stesse cifre in contanti agli italiani, in buste di plastica all’interno di centri commerciali a Milano e a Padova.

Editing: Luca Rinaldi | Foto: Aleksey Kurguzov/Shutterstock

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