Ex parlamentari e fondi alle Cayman: gli appalti Covid della Protezione Civile

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Ex parlamentari e fondi alle Cayman: gli appalti Covid della Protezione Civile

Matteo Civillini

La promessa delle mascherine chirurgiche a 50 centesimi l’una nei negozi fatta dal governo appare difficile da mantenere. Almeno a giudicare da quanto ha pagato finora le forniture la Protezione Civile. Contratti stipulati in fretta e furia, sotto la pressione della più grave emergenza sanitaria degli ultimi settanta anni e con soldi finiti un po’ ovunque. Anche in paradisi fiscali, che poco c’entrano con la produzione e vendita di mascherine anti-Covid.

IrpiMedia e La Stampa hanno potuto visionare i contratti stipulati finora dall’organismo che sta gestendo la crisi. Si tratta di 91 contratti per l’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale (Dpi), per un totale di 356,5 milioni di euro. Al 10 aprile scorso, risultano pagati oltre 97 milioni di euro. Tra queste, di forniture pagate a una cifra compatibile con un prezzo finale di 50 centesimi di euro ce ne sono davvero poche.

La Pluritex srl ad esempio ne ha vendute 100 mila, con un contratto del 3 marzo al prezzo di 70 centesimi ciascuna. Alla Imagro spa invece le stesse mascherine chirurgiche sono state pagate 0,60 euro l’una. L’ente guidato da Angelo Borrelli ne ha ordinate 4 milioni di pezzi per un totale di 2,38 milioni. Il prezzo record lo strappa però la giapponese Tokyo Medical Consulting, che si fa pagare 1,67 euro l’una 260 mila mascherine chirurgiche, per un totale di 435 mila euro già liquidati. Si tratta in questo caso di un contratto stipulato tramite il ministero degli Esteri e l’Ambasciata d’Italia.

IrpiMedia e La Stampa hanno potuto visionare i contratti stipulati finora dall’organismo che sta gestendo la crisi. Si tratta di 91 contratti per l’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale (Dpi), per un totale di 356,5 milioni di euro.

Certo, erano i giorni più cupi dell’emergenza, quando mezzo mondo cercava mascherine e sul mercato era davvero complicato trovarne. Colpisce comunque, nei documenti visionati, la grande diversità di prezzi pagati dalla Protezione Civile. Certamente compatibili con il tetto di 50 centesimi al negozio sono i quasi 4 milioni di pezzi comprati dalla Mediberg, azienda italiana specializzata proprio nella produzione di dispositivi medici, che ha fissato un prezzo di 0,24 euro nei giorni caldi dell’emergenza (due contratti del 5 e 8 marzo).

Difficile rientrare nel limite invece con gli 0,44 euro pagati alla Only Italia Logistics di Irene Pivetti. Il contratto, firmato dalla stessa ex parlamentare – adesso indagata dalla procura di Siracusa -, prevedeva la fornitura di mascherine Ffp2 e chirurgiche, per un valore complessivo 25,2 milioni di euro. L’accordo è del 17 marzo scorso ed è uno dei pochi interamente pagati dalla Protezione Civile secondo i documenti consultati da IrpiMedia e La Stampa.

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Quei fornitori esclusi dalle gare Consip

Colpisce inoltre come la Protezione Civile abbia accettato alcuni fornitori respinti invece da Consip. Oltre alla Winner Italia, azienda produttrice di medaglie e trofei, c’è la veronese Agmin Italy. Azienda veneta controllata dai costruttori romani Cucchiella, aveva vinto una serie di lotti nelle gare Consip per mascherine e altri dispositivi per essere poi esclusa dopo le verifiche. La Agmin Italy era già stata esclusa nel 2018 dalle gare europee per tre anni in seguito a una mancata fornitura di materiali in Bielorussia.

La Agmin Italy era già stata esclusa nel 2018 dalle gare europee per tre anni in seguito a una mancata fornitura di materiali in Bielorussia.

La particolarità del contratto con la Protezione Civile (mascherine e tute isolanti) è però un’altra. La società di Verona indica come estremi di pagamento un conto presso la British Arab Commercial Bank di Londra, intestato ad un fondo delle Isole Cayman, Scipion Active Trading Fund. Quindi Agmin vende allo Stato, ma lo Stato paga un fondo offshore di un paese sulla lista nera dei paradisi fiscali, anche se l’indicazione di un soggetto terzo per il pagamento in un appalto pubblico non è ammesso dalla normativa vigente.

Il contratto tra Agmin e la Protezione Civile con le coordinate per il pagamento

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Il mercato parallelo dei vaccini

Vero o presunto che sia, è oggetto di indagini in Italia ed Ue. Lo popolano truffatori ed esiste perché il sistema di distribuzione globale, soprattutto verso i Paesi poveri, arranca

Per le commesse della Agmin non risultano pagamenti effettuati dalla protezione civile alla data del 10 aprile scorso. Interpellato da La Stampa, Giuseppe Gola, direttore commerciale di Agmin, sostiene che l’indicazione di Scipion Active Trading Fund sul contratto deve essere stato un errore. «Questo è un fondo che finanzia i nostri contratti con le Nazioni Unite», dice Gola. «In questo caso – conclude Gola -, una volta completate le forniture, il conto di pagamento sarà quello dell’Agmin Italy». Curioso visto che la firma in calce al contratto visionato da IrpiMedia e La Stampa è proprio quella dell’ingegner Gola.

Negli elenchi consultati – 91 contratti in totale – figura anche la Silk Road Global Information limited, che fa capo alla Silk Road Cities Alliance, iniziativa del governo cinese legata al mega progetto infrastrutturale Silk Road. Il presidente è Francesco Rutelli e come presidente onorario Massimo D’Alema.

Ed è proprio D’Alema che si dà da fare per far arrivare in Italia dalla Cina una fornitura di ventilatori polmonari. Il suo nome compare nelle email che una funzionaria di Palazzo Chigi si scambia con la Cina per concludere l’accordo. Una fornitura da 2,6 milioni di euro per 140 pezzi, pari a 19 mila euro ciascuno. Il sito del produttore indica per quel modello di ventilatore un prezzo tra 9.900 e 14.500 euro. Prezzi dunque allineati alle valutazioni di mercato che nel periodo di espansione della pandemia sono lievitati addirittura a quota 40 mila euro. Al 10 aprile scorso per quella partita risultavano pagati 1,9 milioni di euro.

CREDITI

Autori

Matteo Civillini

In partnership con

Ha collaborato

Gianluca Paolucci

Editing

Luca Rinaldi

Appalto Consip mascherine: 60 milioni attese, poco più di 3 milioni quelle consegnate

27 Aprile 2020 | di Lorenzo Bodrero, Matteo Civillini

Ci si aspettava 60 milioni di mascherine grazie alle gare Consip. Ma ad oggi alle strutture sanitarie e alle pubbliche amministrazioni ne sono arrivate poco più di 3 milioni. Prima l’assegnazione dei contratti, poi la verifica delle aziende. Questa è la filosofia che sta caratterizzando buona parte dell’approvvigionamento pubblico di materiali per far fronte all’emergenza Covid-19.

Procedure straordinarie, in deroga al Codice degli Appalti, che, in teoria, dovrebbero accorciare i tempi nelle corsa globale ai dispositivi di protezione individuale. Ma in realtà qualcosa sembra non funzionare. I vincitori delle gare saltano, spesso in seguito a inchieste giornalistiche, e le forniture arrivano col contagocce.

Alcune tra le gare più ricche le ha battute proprio Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione.

La prima, pubblicata agli inizi di marzo, dovrebbe garantire a ospedali e pubblica amministrazione 35 milioni di mascherine e oltre 145 milioni di articoli vari tra cui guanti, camici, occhiali protettivi. Finora ne sono stati consegnati poco meno di 20 milioni in totale (di cui 3,2 milioni di mascherine).

L’ultima gara, aggiudicata il 27 marzo scorso in via provvisoria, base d’asta di 132 milioni di euro, avrebbe dovuto portare altre 25 milioni di mascherine. Dispositivi di protezione individuale consegnati finora: zero.

Il motivo è semplice: tra le maglie larghe degli appalti si infilano soggetti per cui la pandemia è solo un’occasione in più per fare business. Per questo all’avvio dei controlli dopo l’assegnazione delle gare scatta la revoca e l’annullamento di numerose aggiudicazioni, allungando così i tempi di consegna dei materiali.

Il caso Pivetti e la stretta sull'export dalla Cina

Frode nell’esercizio del commercio. È l’ipotesi di reato contestata all’ex presidente della Camera dei deputati, Irene Pivetti, per aver importato e poi distribuito migliaia di mascherine Ffp2 con il marchio CE – secondo la procura di Savona – contraffatto. Gli inquirenti sono partiti dai prezzi gonfiati del 2-300% delle mascherine in vendita nel savonese nei primi giorni di aprile, in piena ascesa del contagio.

Ripercorrendo a ritroso la filiera, la guardia di finanza ha quindi sequestrato il carico in giacenza all’aeroporto di Malpensa e intestato alla Only logistics Italia srl, di cui è amministratrice unica l’ex militante della Lega Nord. L’appalto, gestito dalla Protezione civile e assegnato con procedura d’urgenza, prevedeva la fornitura di 15 milioni di mascherine per 30 milioni di euro. Pivetti ha annunciato ricorso, spiegando sulle pagine del Corriere della Sera che le regole sulla verifica delle certificazioni siano cambiate in corsa.

Intanto, il 25 aprile il ministero del commercio della Cina ha annunciato controlli più severi circa l’export di dispositivi di protezione prodotti nella Repubblica popolare. Da oggi, chi esporta dovrà presentare una dichiarazione di idoneità del prodotto in merito alle misure di sicurezza del Paese destinatario. Il giro di vite arriva due giorni dopo gli esiti di un’operazione che ha portato al sequestro di 89 milioni di mascherine e 418 mila dispositivi di protezione in tutto il Paese e alle reiterate proteste di Olanda, Repubblica Ceca, Spagna, Turchia e Canada che hanno dovuto restituire milioni di pezzi giudicati non conformi.

La Cina è al momento di gran lunga il principale fornitore di materiali di protezione, con una produzione di 116 milioni di mascherine al giorno.

Per Davide Del Monte, direttore di Transparency International Italia, si tratta della riprova che molte gare sono state sì velocissime, ma disastrose. «Lo abbiamo detto fin da subito che scartare del tutto trasparenza e controlli per gli acquisti Covid banditi in urgenza non fosse una buona idea,» dice Del Monte a IrpiMedia. «Paradossalmente, fare le cose in velocità ha rallentato, e spesso reso vano, tutto il processo. Speriamo sia di lezione per le fasi successive, dove già aleggia la volontà di allargare ancor di più le maglie dei controlli, con grande piacere di mafie e truffatori.»

Il caso più clamoroso è quello della Biocrea dell’imprenditore Antonello Ieffi – arrestato proprio in seguito alle verifiche sulla gara Consip e su denuncia dell’Ente appaltante. Turbativa d’asta e inadempimento di contratti per pubbliche forniture sono le accuse mosse dalla Procura di Roma nei suoi confronti.

Un altro contratto ad essere annullato è stato quello con Indaco Service, cooperativa sociale di Taranto con un burrascoso trascorso giudiziario, come già raccontato da IrpiMedia. Nel 2017 aveva perso la concessione per il centro di accoglienza straordinario Indaco-S.Maria del Galeso a causa di gravi carenze di carattere gestionale, strutturale e igienico-sanitario. Il manager di Indaco Service, Salvatore Micelli, è stato inoltre arrestato nel dicembre 2018 con l’accusa di aver partecipato a una maxi-truffa da oltre tre milioni di euro ai danni dello Stato. Micelli sostiene la sua innocenza, dicendo di «non aver preso neanche un euro illecitamente».

Una settimana fa vengono revocate le aggiudicazioni a un’altra azienda del terzo settore. Si tratta di Agmin di Verona, che si occupa di forniture beni e servizi nell’ambito della Cooperazione Internazionale. Dal 1983 realizza progetti finanziati da Onu, Unione europea e Banca mondiale. È controllata dai costruttori romani Cucchiella, già clienti dello studio Mossack Fonseca al centro del caso Panama Papers.

Inizialmente la Agmin si era aggiudicata 6 lotti per la fornitura di mascherine e tute protettive. Una sua controllata, la Agmin Italy spa, era stata esclusa nel 2018 dalle gare europee per tre anni. Al centro del contenzioso un bando Ue da 900 mila euro per la fornitura di strumenti in grado di misurare l’efficienza energetica in Bielorussia. Stando a quanto affermato dalla Commissione Europea, la Agmin Italy non avrebbe consegnato la merce richiesta e non avrebbe sostituito la garanzia finanziaria necessaria dopo che quella precedentemente emessa era risultata non valida.

L’azienda veronese ha presentato una causa alla Corte europea. La decisione sarebbe stata lesiva dei propri diritti – sostiene Agmin Italy – in quanto a causare la mancata fornitura sarebbe stato il rifiuto della Commissione Europea di accettare la sostituzione di Agmin con un altro produttore. Ad oggi la Corte non si è ancora espressa.

La prima e l’ultima gara Consip (al 27 aprile 2020) per i Dpi con il materiale consegnato rispetto alla richiesta

L’ultimo aggiudicatario ad aver visto sfumare il contratto con Consip è la Italian Properties. Holding bresciana guidata da Marco Melega, 47enne cremonese, arrestato lo scorso luglio per una presunta maxi-truffa online. Secondo le accuse della procura di Cremona, il gruppo di Melega avrebbe creato siti per l’acquisto all’ingrosso di vini, buoni carburante e prodotti elettronici a prezzi stracciati. Secondo l’accusa, la società non sarebbe stata in possesso di alcun prodotto e quindi i compratori sarebbero rimasti a mani vuote.

Melega è accusato di associazione a delinquere finalizzata alle truffe online, frode fiscale, bancarotta fraudolenta e riciclaggio. Dice di essere «stato profondamente turbato» dall’arresto e di «star affrontando la situazione con determinazione precisando agli inquirenti la mia estraneità ai fatti».

In seguito all’annullamento dei contratti sono pochi i vincitori del maxi-appalto Consip che rimangono ancora in corsa.

Tra di essi spicca la Holding Aleda Group, aggiudicataria di tutti i lotti dell’ultima gara Consip. Fa capo a due sorelle che producono e commercializzano vino nei Colli Romani. Nata a febbraio, il 23 marzo scorso l’azienda ha ampliato lo scopo sociale per comprendere appunto la fornitura di materiale sanitario e Dpi. Appena in tempo per consegnare l’offerta per la gara Consip chiusa il giorno successivo.

Interpellata da IrpiMedia nelle settimane scorse, Alessia Consoli (socia al 50%) non ha fornito risposte. Qualche giorno fa, al Fatto Quotidiano, ha spiegato che avendo in Cina il mercato principale avevano contatti tali da poter garantire le forniture, di essere pronte ad onorare il contratto anche se ancora non avevano ricevuto da Consip l’ordine di acquisto.

Foto: IrpiMedia su immagini Shutterstock | Infografica: Lorenzo Bodrero/IrpiMedia

Covid-19, due vincitori della gara per le mascherine sono sotto inchiesta

2 aprile 2020 | di Matteo Civillini

Procedure straordinarie, deroghe e commissari. Lo stato di emergenza sta caratterizzando l’aggiudicazione degli appalti della Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione italiana. E come spesso accade nella gestione emergenziale tra le maglie più larghe dei controlli passano società con conti più o meno aperti con la giustizia o che poco hanno a che fare col mercato di riferimento. È il caso della gara indetta per la fornitura dei dispositivi di protezione sanitaria, in particolare mascherine, e aggiudicata lo scorso 27 marzo. Base d’asta 123 milioni di euro per nove lotti e aggiudicata per poco meno di 64, con un ribasso dunque che sfiora il 50%.

Le procedure straordinarie

Tra gli aggiudicatari delle gare indette da Consip per far fronte all’emergenza Covid-19 ci sono anche una cooperativa di Taranto a cui la Prefettura ha revocato la gestione di un centro d’accoglienza e una società immobiliare guidata da un imprenditore indagato per frode.

I bandi della centrale degli appalti italiana sono assegnati con una procedura straordinaria dopo che il decreto Cura Italia del 17 marzo ha previsto la deroga al Codice Appalti: per accorciare i tempi delle aggiudicazioni, i controlli sulle aziende che partecipano si fanno ex post, cioè ad appalto aggiudicato. In pratica, spiega un funzionario Consip a IrpiMedia, «prima avviene la scelta delle aziende e poi si effettuano i controlli sulla loro integrità e gli eventuali ordini di materiale». E come spesso accade durante le gestioni commissariali e in regime d’emergenza, come è stato per il terremoto de L’Aquila, per il G8 a La Maddalena, o più recentemente con Expo2015, il curriculum degli aggiudicatari pone qualche interrogativo.

La Procedura negoziata d’urgenza per mascherine chirurgiche e dispositivi di protezione individuale per l’emergenza sanitaria “Covid-19”, è stata indetta da Consip lo scorso 19 marzo. La base d’asta della gara, suddivisa in 9 lotti era fissata a 123 milioni di euro. La procedura è stata aggiudicata per 63,8 milioni di euro col criterio del minor prezzo.

La coop dell’accoglienza finita nel mirino della Prefettura di Taranto

Il primo caso riguarda la tarantina Indaco Service Cooperativa Sociale che ad oggi risulta tra i vincitori di due lotti per la fornitura di oltre 16,5 milioni di mascherine chirurgiche e 5,4 milioni di FFP3. La società è abilitata dal Ministero delle finanze alle gare d’appalto per i servizi socio-assistenziali come la fornitura di mascherine e per questo motivo si è presentata come capofila di un consorzio insieme ad altre due società. Se l’aggiudicazione sarà confermata, Indaco Service si spartirà con le altre società vincitrici una torta da oltre 34 milioni di euro.

A Taranto Indaco Service è nota tra le altre cose per aver perso nel giugno 2017 la concessione per il centro d’accoglienza straordinaria Indaco-S. Maria del Galeso a causa di «gravi carenze di carattere gestionale, strutturale e igienico-sanitarie», si legge nel decreto di revoca firmato dalla Prefettura. Nel centro, poco prima del provvedimento, era scoppiata una rivolta: «Per la disperazione i richiedenti asilo si sono barricati dentro al centro insieme al personale, costringendo la polizia ad intervenire – ricorda Enzo Pilò dell’Associazione Babele, gruppo che tutela i diritti dei richiedenti asilo -. C’erano inadempienze di ogni genere, questa cooperativa non ha mai svolto alcun servizio». L’amministratore della cooperativa Salvatore Micelli sostiene però che la causa del disservizio fosse il sovraffollamento del centro in seguito all’invio dei migranti stabilito dalla stessa Prefettura.

A seguito dell’estromissione dal nuovo bando per il centro d’accoglienza è partita una guerra di ricorsi tra Indaco Service e amministrazione pubblica che doveva chiudersi a marzo con il giudizio del Consiglio di Stato, che invece ha rinviato la seduta. Micelli, molto attivo nella politica tarantina, nel dicembre 2018 è stato accusato di aver partecipato a una maxi-truffa da oltre tre milioni di euro ai danni dello Stato. La vicenda risale al 2012, quando la Regione Puglia doveva gestire la partita dei fondi europei a sostegno dell’occupazione femminile. Micelli e soci avrebbero costituito una decina di imprese fittizie per mettersi in tasca i sussidi senza svolgere alcuna attività lavorativa concreta.

Micelli è stato accusato anche di aver presentato false fideiussioni a garanzia dei finanziamenti statali, falsificando le firme dei procuratori di agenzie di assicurazione. Per farsi liquidare i fondi il gruppo avrebbe poi inviato agli enti regionali finte lettere di assunzione e buste paga in realtà mai versate. L’imprenditore è ora fuori dal carcere perché, dice la Cassazione, gli elementi indiziari non sono sufficienti a definire il suo ruolo nella presunta truffa. La procura ha chiesto il rinvio a giudizio e l’udienza preliminare è stata fissata per maggio. È accusato di associazione a delinquere finalizzata alla truffa aggravata.

Sentito da IrpiMedia, Salvatore Micelli sostiene di essere vittima di un attacco da parte del mondo politico e giudiziario tarantino allo scopo di gettare fango su di lui. «Il sottoscritto – spiega – non ha preso neanche un euro illecitamente. Io non conosco neanche chi sono la maggior parte delle persone coinvolte nell’indagine. Avevo solo svolto attività di consulenza per alcune di queste imprese». Anzi, sostiene di essere stato il primo a denunciare un sistema di corruzione in città.

L’imprenditore sotto indagine per truffa

Insieme a Indaco Service, tra gli aggiudicatari del lotto per la fornitura di mascherine chirurgiche c’è anche la Italian Properties Srl: una holding bresciana che dichiara di avere partecipazioni per oltre 20 milioni di euro in società industriali, commerciali, agricole e immobiliari. Il suo proprietario Marco Melega, 47 anni, è stato arrestato lo scorso luglio per una presunta maxi-truffa online in cui sono caduti migliaia di consumatori. Secondo le accuse della procura di Cremona, il gruppo di Melega avrebbe creato diversi siti per l’acquisto di vini, buoni carburante e prodotti elettronici a prezzi stracciati. Le vendite erano riservate ai titolari di partita Iva e prevedevano un acquisto minimo di mille euro di merce.

Secondo l’accusa, la società non sarebbe stata in possesso di alcun prodotto e quindi i compratori sarebbero rimasti a mani vuote. Quando le lamentele e le denunce montavano le società venivano liquidate, i siti internet chiusi per poi ripartire nuovamente sotto altre spoglie. Le somme di denaro venivano poi trasferite ad altre società, simulando il pagamento di operazioni fittizie, e infine monetizzate sotto forma di stipendi. Definito come dominus e principale beneficiario della frode, Marco Melega è accusato di associazione a delinquere finalizzata alle truffe online, frode fiscale, bancarotta fraudolenta e riciclaggio. L’11 marzo ha lanciato Barter For Good, una piattaforma online dove le aziende possono donare «merci difettose, beni invenduti e cespiti in disuso» da distribuire tra gli enti no-profit impegnati nella lotta al Covid-19. Il sito dichiara di aver raccolto al 26 marzo oltre 1,298 milioni di euro.

Marco Melega spiega a IrpiMedia che Italian Properties realizzerà la fornitura di dispositivi medici tramite la propria piattaforma online di scambi multilaterali tra imprese. «Abbiamo centinaia di contatti che ci stanno favorendo nelle interlocuzioni con i vari fornitori italiani ed esteri».

In merito alle vicende personali, Melega dice di esserne «stato profondamente turbato». «Sto affrontando la situazione con determinazione precisando agli inquirenti la mia estraneità ai fatti», aggiunge.

Consip contattata da IrpiMedia spiega che le società risultano effettivamente aggiudicatarie dei lotti, ma che si procederà agli ordini solo dopo le verifiche. «In caso di esito positivo dei controlli, per ogni lotto – aggiunge Consip – sarà stipulato un accordo quadro con tutti i fornitori aggiudicatari. Gli ordini di fornitura verranno emessi a partire dal fornitore primo classificato, fino all’esaurimento della disponibilità dei prodotti di quest’ultimo, proseguendo poi con un meccanismo “a cascata” verso quelli successivi in graduatoria». Così lo schema dell’emergenza, ancora una volta, rischia di premiare i più furbi.

Come è andata a finire

Dopo l’inchiesta che avete appena finito di leggere l’8 aprile Consip ha risolto il contratto con la Indaco Service emettendo gli ordini di fornitura agli altri aggiudicatari dello stesso lotto.

In partnership con: La Stampa | Editing: Lorenzo Bagnoli, Luca Rinaldi | Foto: Mika Baumeister/Unsplash

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