Le armi tedesche alla Russia

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Le armi tedesche alla Russia
Frederik Richter

A lla fine del 2011, negli uffici di Dusseldorf di Rheinmetall, il colosso tedesco degli armamenti, c’era di che festeggiare. Una tanto attesa commessa era finalmente arrivata da Mosca, ed era stata accolta con grande entusiasmo. Era la conferma dell’ordine per la costruzione di un centro di addestramento per l’esercito russo nella città di Mulino, a circa trecento chilometri a est di Mosca, del valore di cento milioni di euro.
Una volta ultimato, il centro avrebbe potuto ospitare fino a 30mila soldati ogni anno, che avrebbero potuto addestrarsi, fra le altre cose, alla guerriglia urbana casa per casa.

Secondo la stessa Rheinmetall, in un comunicato stampa del novembre 2011, la commessa era di «particolare importanza strategica» perché era il primo passo per entrare nel mercato russo, il primo di molti, speravano i dirigenti.

In quel periodo il governo federale tedesco era particolarmente focalizzato sul sostenere le esportazioni e le forze armate tedesche stavano ancora cercando di metter su una specie di partnership con quelle russe. Dieci anni dopo, nell’autunno del 2021, l’armata rossa si stava allenando proprio in quello stesso centro per preparare la brutale invasione dell’Ucraina e per apprendere le tattiche adatte al tipo di guerriglia urbana che ha preso forma in città come Mariupol.

Purtroppo per Rheinmetall, le cose non sono andate come speravano. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il gruppo di Dusseldorf ha dovuto rinunciare alle sue ambizioni, ma fino ad allora l’ingresso nel mercato russo era talmente importante per l’azienda tedesca che, secondo le ricerche fatte da Correctiv e Welt, potrebbero aver preso in considerazione di facilitare la firma del contratto con delle tangenti.

Un’indagine ufficiale infatti, condotta dalla procura di Brema, aveva messo sotto inchiesta due manager del gruppo Rheinmetall per il pagamento, tramite un’azienda “di carta”, di 5,38 milioni di euro diretti verso soggetti russi non meglio identificati.
I due sono stati imputati per malversazione, o uso illecito di fondi dell’azienda, nel luglio 2019.

A Brema, Rheinmetall ha una presenza importante, e costruisce componenti elettroniche per i centri di addestramento, oltre che simulatori per equipaggi di sottomarini e molto altro.

Il procedimento penale però si è fermato l’anno successivo senza riuscire a provare l’effettivo pagamento di tangenti, e i due manager hanno patteggiato l’accusa di uso improprio di fondi, costretti al pagamento di un’ammenda da 12mila euro a testa.
Rheinmetall non ha risposto per ora alle domande di Correctiv, spiegando che troppi impiegati erano assenti per via delle vacanze di Pasqua.

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Esercitazioni russe nel campo di addestramento di Mulino – Foto: Ministero difesa russo
In Italia, la costola di Rheinmetall più importante è la fabbrica RWM Italia di Domusnovas, in provincia di Cagliari, azienda con sede legale a Brescia. Fino alla revoca della licenza per le esportazioni avvenuta a gennaio 2021, RWM ha venduto munizioni che le forze aeree saudite hanno usato contro i ribelli Houthi in Yemen. La guerra, ormai in corso da otto anni, è diventata un affare personale per il controverso principe Mohammed Bin Salman, erede al trono dell’Arabia Saudita. A guadagnare terreno però sono i suoi avversari, sostenuti dall’Iran.

RWM Italia è coinvolta in almeno due procedimenti penali. A Cagliari, il 25 marzo la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici di RWM Italia e dei tecnici che hanno lavorato a un piano di ampliamento della fabbrica che secondo le accuse sarebbe irregolare. L’indagine è scaturita da un esposto di diverse organizzazioni del mondo pacifista ed ecologista e il 29 giugno ci sarà l’udienza preliminare davanti al giudice Manuela Anzani. A Roma invece la Procura ha aperto da tempo un fascicolo a carico dei vertici di RWM Italia e dell’Autorità nazionale per l’esportazione di armamenti (Uama), unità che appartiene al Ministero degli Esteri. Secondo diverse organizzazioni non governative internazionali, ci sono elementi che farebbero ipotizzare l’uso di armi prodotte dalla fabbrica di Domusnovas nell’attacco aereo al villaggio di Deir al-Hajari, nel 2016. La Procura di Roma è stata incaricata di accertare le eventuali responsabilità dell’azienda in questo episodio ma poi per due volte ha chiesto l’archiviazione. La Giudice delle indagini preliminari Roberta Conforti a febbraio 2021 ha accolto il ricorso delle organizzazioni pacifiste a che entro sei mesi fossero raccolti gli elementi di prova per completare il rinvio a giudizio. A marzo 2022 però la Procura di Roma ha per una seconda volta chiesto che il procedimento venisse archiviato.

Il quadro sulle spese militare e i numeri di RWM Italia

Il fatturato di RWM Italia tra il 2019 e il 2020, secondo i dati dell’osservatorio Top Aziende del Quotidiano nazionale, è passato da 116 a 140,7 milioni di euro. Anche la produzione ha registrato un aumento. La tendenza del mercato degli armamenti è a livello globale in crescita. Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), il più importante centro di ricerca che si occupa di spese militari a livello globale, osserva che la spesa mondiale ha raggiunto nel 2021 la cifra complessiva di 2.113 miliardi, ossia lo 0,7% in più del 2021 e il 12% in più del 2011. Quindici paesi totalizzano l’81% delle spese militari. Tra questi compare anche l’Italia, che si trova all’undicesimo posto della classifica con 32 miliardi di euro (+4,6% contro una media dell’Europa occidentale del +3,1%).

Il 31 marzo è stato licenziato e convertito in legge quello che i giornali hanno chiamato “il Decreto Ucraina”, un pacchetto di misure attraverso cui il governo italiano incrementerà le spese militari fino al 2% del Pil allo scopo di aiutare l’Ucraina a opporsi all’invasione della Russia. «Il decreto legge prevede la partecipazione, fino al 30 settembre 2022, di personale militare alle iniziative della NATO per l’impiego della forza ad elevata prontezza, denominata Very High Readiness Joint Task Force (VJTF)», si legge nella scheda con le Disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina pubblicata sul sito della Camera. «Si prevede, inoltre, fino al al 31 dicembre 2022 la prosecuzione della partecipazione di personale militare al potenziamento dei seguenti dispositivi della NATO: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza; c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza». Tra gli altri punti chiave del Decreto legge c’è «la cessione di mezzi ed equipaggiamenti militare all’Ucraina, a titolo gratuito non letali di protezione».

Non è raro che in Germania, come anche in Italia, le indagini per corruzione internazionale arrivino a un punto morto, con conseguenze minime o nulle per i soggetti indagati. Lo conferma anche un’ulteriore analisi fatta da Correctiv, assieme Die Welt e Ippen Investigativ, su tutti i casi di questo tipo finiti nelle corti tedesche fra il 2015 e il 2020.

Mascherare il pagamento di tangenti nel caso di contratti internazionali è infatti una prassi molto ben “testata”, e dimostrare che i fondi trasferiti siano effettivamente finiti in mano a un pubblico ufficiale straniero è estremamente complesso e difficile da investigare, anche nella piena collaborazione fra forze di polizia di diversi Paesi. È per questo che spesso i procuratori preferiscono procedere per uso improprio di fondi, per poter almeno sanzionare i flussi di denaro diretti verso destinatari non identificabili con chiarezza all’estero. Purtroppo molte di queste indagini finiscono archiviate con il pagamento di ammende relativamente basse.

I casi giudiziari analizzati contengono oltre 80 casi di sospetta corruzione internazionale, incluso quello di Brema contro Rheinmetall. Negli ultimi anni, la procura di Brema è infatti fra quelle che più di tutte le altre in Germania si è impegnata a indagare casi di questo tipo.

Dimostrare che i fondi trasferiti siano effettivamente finiti in mano a un pubblico ufficiale straniero è estremamente complesso e difficile da investigare, anche nella piena collaborazione fra forze di polizia di diversi Paesi.

Sospetti di corruzione a Rheinmetall

Gli investigatori di Brema avevano avuto maggior successo in un altro caso, precedente, che non era arrivato all’attenzione della stampa: nel 2013 e nel 2014 impiegati di Rheinmetall nelle Filippine avrebbero corrotto il capo dell’accademia navale del paese per ottenere una commessa per un simulatore per il centro di addestramento degli equipaggi navali.
A dicembre 2018, Rheinmetall ha negoziato in merito un’ammenda di circa tre milioni di euro, più o meno equivalente all’intero profitto che avrebbe ottenuto illegalmente tramite questo accordo sottobanco.

Nel 2014, la procura di Brema aveva già multato il colosso degli armamenti tedesco per ben 37 milioni di euro, in connessione a una commessa da parte della Grecia, che nel 2000 aveva comprato da Rheinmetall 134 milioni di euro di armamenti antiaerei. Nonostante ci siano voluti ben 14 anni, alla fine i magistrati sono riusciti a dimostrare che l’azienda non aveva fatto abbastanza per prevenire la corruzione dei funzionari greci che hanno gestito il contratto.
All’epoca, l’azienda ha dovuto promettere di aggiornare il suo sistema di compliance interno e, in un’intervista di fine 2014, l’amministratore delegato di Rheinmetall Armin Papperger, aveva dichiarato che «infrazioni sistematiche non avverranno più in futuro»

Ma nonostante le promesse, Rheinmetall ha continuato a contare su transazioni opache nella gestione delle sue commesse, come Correctiv e Stern avevano già scoperto nel 2018. Il gruppo aveva infatti pagato al businessman libanese Ahmad El Husseini la sconcertante cifra di 15 milioni di dollari come “consulenza” per appianare un problema sorto riguardo il funzionamento dei cannoni per le navi della marina militare degli Emirati Arabi. El Husseini avrebbe usato i suoi agganci politici negli Emirati per trovare un accordo, e forse anche il denaro di Rheinmetall?
L’azienda nega con forza questa ricostruzione e anzi sostiene di essersi dotata di un moderno ed efficace sistema di “compliance”. Ogni sospetto è immediatamente analizzato, sostengono.

Un’industria bellica a rischio corruzione

Rheinmetall non è un caso isolato nel mondo dell’industria della difesa tedesca. Nel 2018 ad esempio, Airbus ha pagato 81,25 milioni di euro in connessione alla vendita di aerei da guerra Eurofighter all’Austria. Gli inquirenti di Monaco hanno a lungo indagato il caso, sospettando che si trattasse di una tangente, ma non sono riusciti a chiarire i movimenti precisi della somma di denaro in questione. Anche molti dei contratti del reparto navale di ThyssenKrupp sono stati indagati, fra cui una vendita di sottomarini a Israele e una di fregate all’Algeria.

Con la guerra in Ucraina inoltre, l’export di armi tedesche vedrà probabilmente un notevole incremento. I paesi dell’Est-Europa in particolare si stanno armando, e dovranno presto ricomprare quei materiali e mezzi che sono stati inviati in Ucraina. Anche prima della guerra in corso comunque, Rheinmetall aveva già ricevuto un ordine dall’Ungheria per mezzi di trasporto truppe “Lynx”, del valore di oltre due miliardi di euro. In futuro, questi stessi mezzi saranno prodotti direttamente in Ungheria, per altri clienti del gruppo tedesco.

In Germania, il governo federale riserva relativamente pochi fondi al suo stesso esercito, eppure ha sempre supportato con i suoi canali diplomatici l’esportazione di armamenti. L’allora ministro della difesa Thomas de Maizière nel 2011 andò a Mosca proprio per offrire all’esercito russo il know-how tedesco sugli armamenti. Poco più tardi, a Rheinmetall è arrivata la famosa commessa per il centro d’addestramento da 500 chilometri quadrati costruito a Mulino, che a sua volta è modellato su quello costruito per l’esercito tedesco in Sassonia.

«Abbiamo un interesse di sicurezza ad avere un esercito russo moderno e ben gestito» ha dichiarato De Maizière all’epoca. Raggiunto da Correctiv oggi, ha invece dichiarato che già allora era in realtà piuttosto scettico rispetto al contratto di Rheinmetall. «Il gruppo però voleva moltissimo quella commessa», ha dichiarato.

Nel 2013, cinque anni dopo l’invasione della Georgia da parte della Russia, a nove soldati russi era stato permesso di addestrarsi per alcuni mesi nel centro di addestramento Rheinmetall in Sassonia, a spese del Bundeswehr, l’esercito tedesco. Ufficialmente, la mossa doveva, secondo il ministero della difesa tedesco, rappresentare uno «scambio di esperienze e di valori». Come molte delle speranze un po’ ingenue di Berlino, anche questa sembra essere stata disattesa, almeno a guardare le immagini che arrivano da Bucha e da altri teatri di guerra in Ucraina.

Esercitazioni russe nel campo di addestramento di Mulino – Foto: Ministero difesa russo
Anche le speranze di Rheinmetall però, che arrivassero molte altre commesse dal Cremlino, non si sono avverate. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il governo federale ha bloccato il contratto con la Russia, impedendo il continuamento della costruzione del centro di addestramento. Da allora, la Russia ha dovuto completarlo con le sue forze.

È molto probabile che le truppe di Vladimir Putin si siano addestrate all’invasione dell’Ucraina proprio in quel centro di addestramento, inizialmente venduto alla Russia dalla Germania. Lo scorso settembre, il presidente russo l’ha visitato di persona, per partecipare agli addestramenti congiunti degli eserciti russo e bielorusso. Un programma di addestramento chiamato “Zapad 2021”, cioè “Ovest 2021”, un nome che già allora indicava la direzione in cui Putin voleva spingersi.

E Rheinmetall, dal canto suo, ancora non ha del tutto interrotto i rapporti con la Russia. Secondo l’ultima relazione annuale del gruppo, una joint venture messa in piedi dall’azienda di Dusseldorf a Mosca per la gestione del centro di addestramento sarebbe ancora attiva, registrando un profitto di 35mila euro nel 2020.

CREDITI

Autori

Frederik Richter

Traduzione ed editing

Giulio Rubino

In partnership con

CORRECTIV, Welt am Sonntag

Nave saudita carica di armi: da Genova a Livorno fino a Cagliari

19 maggio 2019 | di Lorenzo Bagnoli

La nave Bahri Yanbu, cargo saudita carico di armi, è attesa al porto di Genova alle 11 del 19 maggio. Doveva passare da Le Havre, in Francia, il 10 maggio, ma grazie alla denuncia del media francese Disclose, che ne ha scovato per primo la rotta, un gruppo associazioni pacifiste transalpine è riuscito a impedirne l’attracco. In Italia alcuni gruppi, tra pacifisti e marittimi che lavorano al porto, stanno cercando di replicare la protesta a Genova. Il problema, però, è che Bahri Yanbu non è nuova agli attracchi in Italia: solo negli ultimi sei mesi è stata il 15 marzo e il 6 gennaio (per 24 ore circa in entrambi i casi), a Genova, e tra il 7 e l’11 novembre del 2018 a Livorno. A caricare cosa, è impossibile dirlo.
Quel che è certo è che Bahri Yanbu è una delle sei traghetti per il trasporto di veicoli su gomma (in gergo Ro Ro Cargo) che compongono la flotta della compagnia nazionale saudita Bahri Shipping, usata da Riad per acquistare e trasferire armi in tutto il mondo. Le navi sorelle si chiamano Bahri Jeddah, Bahri Tabuk, Bahri Abha, Bahri Yazan e Bahri Hofuf. La prima per certo ha caricato al porto di Cagliari armamenti prodotti dalla Rwm Italia, branca nostrana della tedesca Rheinmetall, il 9 giugno 2016. Bahri Janzan si è fermata a Genova, prima di dirigersi a Veracruz, in Messico, tra il 23 e il 24 aprile e tra il 17 e 18 febbraio. Il 13 ottobre 2018 ha fatto anche 13 ore di sosta al porto di Cagliari. Stesso porto e stesse ore di sosta per Bahri Hofuf, a dicembre 2018. La nave nel luglio 2014 era stata fermata dagli ispettori del porto di Genova perché non aveva le bolle d’accompagnamento necessarie ad un carico di armamenti. Cagliari e Genova sono stati attracchi per Bahri Abha tra il 25 e il 27 marzo, mentre Bahri Tabuk non si vede in Sardegna dal luglio 2018.
Secondo i report dei Lloyd’s inglesi, l’ultimo anno le navi saudite per almeno 34 fino a 71 giorni hanno tenuto spenti i transponder, rendendosi invisibili ai radar.

E questi sono i movimenti tracciabili: in media, secondo i report dei Lloyd’s inglesi, l’ultimo anno le navi saudite per almeno 34 fino a 71 giorni hanno tenuto spenti i transponder, rendendosi invisibili ai radar. La principale accusa delle ong pacifiste è che le armi caricate in Europa uccidano civili in Yemen, dove l’Arabia Saudita guida la Coalizione contro i ribelli Houthi: con Riad sono schierati i gruppi che sostengono il governo del presidente Abd Rabbih Mansur Hadi, i Paesi del Golfo, la Giordania, l’Egitto, il Marocco, il Sudan e il Senegal. Dall’altra parte, con i ribelli sciiti, Iran ed Hezbollah. In mezzo, la presenza di terroristi di Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), che stanno cercando di approfittare del caos per guadagnare terreno. Immagini satellitari mostrano una delle navi ferma ad Aden, porto yemenita sotto il controllo dell’esercito saudita dal 2015, in due occasioni nel 2016. Al suo arrivo in porto, c’erano sempre uomini in mimetica e veicoli militari.
L'inizio della vicenda

L’inchiesta sulle rotte della flotta della Bahri Shipping nasce da una piccola vittoria della società civile grazie al contributo di una piattaforma di giornalismo investigativo. La storia comincia in Francia.

Il 7 maggio la nave cargo Bahri Yanbu avrebbe dovuto fare tappa al porto di Le Havre, in Normandia. Invece, a terra, le polemiche per il suo arrivo sono montate a tal punto da costringerla a proseguire fino al secondo scalo previsto: quello di Genova. L’ong Disclose, piattaforma francese che promuove ricerca e giornalismo investigativo, qualche giorno prima ha rivelato che la nave cargo in Francia avrebbe dovuto caricare dei cannoni Cesar per portarli fino a Jeddah, in Arabia saudita. Riad è impegnata in un conflitto regionale contro i ribelli Houthi dello Yemen e le armi francesi, in flagrante violazione del diritto internazionale, sono tra quelli utilizzate dall’esercito saudita. Secondo le autorizzazioni delle esportazioni di armamenti sia francesi, sia italiane, il loro uso infatti dovrebbe solo essere «civile».

Dopo l’inchiesta di Disclose “Made in France”, Florence Parly, ministra delle Forze armate, è stata costretta a confermare l’operazione di carico in programma. Così opposizione e sindacati dei portuali hanno organizzato una protesta che ha permesso, almeno per questa volta, di evitare il carico dei cannoni. Cavalcando l’onda della protesta, i sindacati dei portuali di Genova, con il sostegno delle associazioni per il disarmo, sono riusciti ad ottenere lo stesso risultato. Il 20 maggio avrebbe dovuto caricare armi anche nel capoluogo ligure, ma i camalli genovesi si sono rifiutati di procedere con l’operazione di carico.

Non è stato l’ultimo viaggio della Bahri Yanbu a Genova. L’ultima volta che passata dalle acque liguri è stato nel febbraio 2020 e in quel caso non è stato possibile impedire il carico degli armamenti.

Disclose è tra i partner del capitolo francese dell’inchiesta #Euarms

Le uniche foto del carico trasportato da una delle Bahri risalgono allo scorso anno e al 2016. Nelle prime, pubblicate oggi da Repubblica, si riconoscono dei LAV 700, di produzione canadese e usati dall’Arabia Saudita in Yemen, insieme a dei MaxxPro della Navistar Defense, mezzi made in USA che Amnesty ha documentato in mano a milizie yemenite che combattono a fianco degli Emirati. Tra i porti di transito che appaiono più di frequente nei diari di bordo delle Bahri ci sono infatti Jebel Ali (UAE) e Halifax, ma anche Baltimora e Houston. Le foto del 2016 ritraggono dei Tygra, veicoli armati prodotti dall’azienda emiratina Mezcal. Quella nave, la Bahri Abha, era partita dal porto emiratino, quando è entrata al porto di Tobruk, in Libia, il 17 aprile del 2016, come confermano anche delle foto caricate da Facebook.
Di quel carico se ne è occupato il Panel di esperti sulla Libia del Consiglio di sicurezza dell’Onu perché ha violato l’embargo sull’ingresso delle armi in vigore dal 2011. La nave cargo trasportava 549 veicoli armati, tra cui 18 Tygra e altri 76 Panther T6, prodotti da un’altra azienda emiratina, la Minerva Special Purpose Vehicles. Emirati e Arabia Saudita sono nel Golfo i principali sponsor del generale ribelle Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk che dall’inizio di aprile ha mosso su Tripoli per conquistare la Libia. Secondo il rapporto del Panel del 2017, quegli armamenti rientravano in una commessa che la Ard el Theqa General Trading, altra azienda di Dubai, aveva stretto con il ministero dell’Interno di Tripoli, prima che Haftar si prendesse la Cirenaica, parte orientale della Libia, sfidando il governo della capitale sostenuto dalle Nazioni Unite. Sempre stando all’inchiesta svolta dagli esperti dell’Onu, questi stessi veicoli sono stati dispiegati dall’Esercito nazionale libico di Haftar nella guerra nella regione centrale della Mezzaluna del greggio, regione intorno a Ras Lanuf, ricca di petrolio. In Europa, invece, le navi della Bahri hanno fatto spesso tappa a Danzica, Polonia, nella seconda metà del 2016. Il Paese aveva in essere un commessa per la consegna di 40 veicoli Patria 8×8 prodotti dall’azienda di armamenti locali Rosomak Sa. Ricercatori di Amnesty International attraverso immagini da tv e social media sono riusciti a localizzarne alcuni a Houdaida, provincia che si affaccia sul Mar Rosso, tra le più colpite dal conflitto. Il 15 maggio Middle East Eye riporta che è stato rotto il coprifuoco a cui le Nazioni Unite erano giunte dopo mesi di trattative per impedire che la città ripiombasse nella crisi umanitaria.

Ha collaborato: Leone Hadavi | In partnership con: Il Fatto Quotidiano | Foto: La nave Bahri Yanbu in mare a Tripoli

Turkmenistan, dal 2012 l’Italia ha venduto armamenti per 257 milioni di euro

#EuArms

Turkmenistan, dal 2012 l’Italia ha venduto armamenti per 257 milioni di euro

Lorenzo Bagnoli

Dal 2012 in avanti l’Italia ha contribuito alla corsa agli armamenti del Turkmenistan nonostante il Paese sia considerato da organizzazioni internazionali come Human Rights Watch una dittatura al pari di Corea del Nord ed Eritrea sul piano della libertà di stampa. Secondo la posizione dell’Unione europea sull’export di armamenti, paesi noti per reprimere le libertà individuali non dovrebbero ottenere licenze per le armi europee. Ma il business, da sette anni, fa comodo a entrambe le parti: secondo i report ufficiali dell’Ue, tra il 2010 e il 2017 il Turkmenistan ha comprato da Paesi Ue armi per 340 milioni di euro. Il 76 per cento di queste (257 milioni) provengono dall’Italia.

Dal punto di vista italiano, il commercio è stato un primo passo per allacciare relazioni politico-commerciali con un Paese ricchissimo di gas. L’Italia ha stretto accordi con l’Azerbaijan per la realizzazione del Corridoio meridionale del gas, di cui il Tap è l’ultimo tratto. Anche il Turkmenistan potrebbe diventare, attraverso il gasdotto transcaspico tra Baku e Turkmenbashi in costruzione, uno dei Paesi esportatori di gas. Dal punto di vista turkmeno, le armi sono servite a tenere il passo dell’escalation militare, cominciata proprio nel 2012. È stato l’inizio di una tensione sotterranea nella regione, dove sette anni dopo, all’inizio 2019, c’è stata la prima esercitazione militare congiunta Russia-Iran, le due indiscusse superpotenze della zona.

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Chi, in Turkmenistan, ha a disposizione le armi italiane? In che occasioni, fino ad oggi, sono state utilizzate? Italian Arms, gruppo di ricercatori e giornalisti, è riuscito tramite fonti aperte a tracciarle durante parate ed esercitazioni. Italian Arms è un’iniziativa dell’agenzia di giornalismo olandese Lighthouse Reports insieme giornalisti e ricercatori dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia (Opal), di Report (Rai Tre), del centro italiano di giornalismo investigativo Irpi e di Bellingcat, consorzio di giornalisti d’inchiesta che pubblica il report completo con tutte le armi scoperte da Italian Arms. La ricerca parte dai documenti ufficiali, ossia le esportazioni autorizzate dal ministero dello Sviluppo economico, la relazione al Parlamento sull’export delle armi e i documenti delle dogane dove si rintracciano le vendite effettive di armi. Una mole di documenti spesso difficile da leggere o incompleta.

Le licenze mancanti per gli elicotteri Agusta AW 109

Agosto 2017. I militari del Turkmenistan stanno svolgendo un’esercitazione militare al confine con l’Iran. Tra i Paesi c’è tensione: si contendono dei pozzi petroliferi sul Caspio. In un montaggio del video della tv di Stato, si vedono almeno tre elicotteri con mimetizazzione militare che sparano. Gli stessi si vedono sorvolare piazza dell’Indipendenza, ad Ashgabat, la capitale, durante la parata dell’ottobre 2016. Gli stessi sono stati trovati da Italian Arms anche due anni dopo. Gli elicotteri sono prodotti dall’italiana AgustaWestland, oggi gruppo Leonardo.

Dal 2012 in avanti l’Italia ha contribuito alla corsa agli armamenti del Turkmenistan nonostante il Paese sia considerato da organizzazioni internazionali come Human Rights Watch una dittatura al pari di Corea del Nord ed Eritrea sul piano della libertà di stampa

Di loro non c’è traccia sulle autorizzazioni alle esportazioni militari dal 2003 al 2016. Possibile, visto che il mezzo è definito multiuso e spesso esportato non per usi militari, come ad esempio il pattugliamento con le forze di polizia. I dati del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), think tank che traccia le esportazioni di tecnologia militare, rintracciano la vendita di almeno tre (di un quarto non c’è una conferma al 100 per cento) di questi velivoli dall’Italia. Evidentemente non sono destinati a un uso civile. Tre di loro, in un video messo online dall’opposizione al governo di Gurbanguly Berdimuhamedow, sparano.

Non sono gli unici elicotteri made in Italy a disposizione delle forze armate turkmene. Nel 2011 il nostro ministero degli Esteri ha concesso una licenza ad AgustaWestland (oggi incorporata in Leonardo) per l’esportazione di cinque elicotteri AW-139 a uso militare verso il Turkmenistan. La transazione commerciale si può confermare incrociando i dati dei ministeri degli Esteri, dell’Economia e quelli dell’Agenzia delle dogane, i quali confermano inoltre l’avvenuto pagamento e l’esportazione dei velivoli per un totale di 64 milioni di euro.

Nei documenti governativi non vi è traccia neanche di altri due velivoli made in Italy. Si tratta del caccia da addestramento militare M-346 e dell’aereo da trasporto tattico C-27 Spartan, entrambi di produzione Leonardo. Da siti web dedicati all’industria bellica risulta che il presidente turkmeno Berdimuhamedow abbia ispezionato entrambi i velivoli lo scorso 3 maggio. Da un’attenta analisi delle immagini fotografiche e video possiamo affermare che il luogo dell’ispezione era la base militare di Aktepe

«L’esercito turkmeno è assolutamente inadeguato a gestire qualunque potenziale situazione di rischio, in particolare al confine con l’Afghanistan»

Fabio Indeo - Analista, NATO Defense College Foundation

Le navi del Caspio

Ad agosto del 2018, i Paesi affacciati sul Mar Caspio (Turkmenistan, Iran, Kazakhstan, Azerbaijan), su spinta di Mosca hanno introdotto un nuovo accordo. Nessun Paese al di fuori di quelli rivieraschi sarà autorizzato a mettere una base militare nel Caspio. Una situazione che mette in condizione di vantaggio Russia e Iran, le due superpotenze indiscusse della regione.

«La Nato avrebbe voluto avere un avamposto, in Azerbaigian ma soprattutto in Kazakhstan, nazione che vanta un rapporto privilegiato con la Ue attraverso l’Enhanced Partneship and Cooperation Agreement», spiega Fabio Indeo, analista per l’Asia centrale al NATO Defense College Foundation. È l’epilogo di una lunga partita geopolitica cominciata – guarda caso – proprio nel 2012. All’epoca, per la prima volta nella sua storia, il governo turkmeno ha condotto sul Caspio un’esercitazione militare.

«La marina del Turkmenistan simula la guerra nel Caspio ricco di gas», titolava la Reuters a marzo 2012. Turkmenbashi è una città turkmena sulle rive del Caspio. Qui ha sede il principale porto militare turkmeno. Italian Arms ha tracciato qui, a bordo di otto pattugliatori classe Tuzla, cannoni 40L70 prodotti dalla Oto Melara, altra azienda oggi inglobata nel gruppo Leonardo. Anche qui, come nel caso degli elicotteri della AgustaWestland, i documenti delle nostre istituzioni non sono completi. Risulta infatti che il ministero degli Esteri abbia concesso nel 2011 la licenza per la vendita di due cannoni 40L70 al Turkmenistan, per un valore complessivo di 6,9 milioni di euro.

Un esercito fantoccio

«Il Turkmenistan è un Paese di cui si conosce pochissimo. Il multipartitismo è una conquista recente e solo di facciata, in quanto i due partiti formalmente “di opposizione” appaiono in realtà filo-governativi». Il ricercatore del Ndcf Fabio Indeo insiste sull’impenetrabilità del Turkmenistan. Il Paese è ben inserito nelle trattative geopolitiche – in particolare per il gas – ma fuori dai radar di società civile e gruppi di attivisti internazionali. Le notizie che arrivano sono frammentarie e incomplete. Quello che molti analisti dicono, però, è che l’esercito turkmeno «è assolutamente inadeguato a gestire qualunque potenziale situazione di rischio, in particolare al confine con l’Afghanistan», sottolinea Indeo.

«Le armi di fabbricazione europea – sofisticate e all’avanguardia – servono allo scopo da un lato di impressionare l’opinione pubblica all’interno e dall’altro come potenziale deterrente per altri Paesi del Caspio dall’attaccare avamposti turkmeni», sostiene Indeo.

Di che armi dispone l’esercito fantoccio? Ci sono – tra le altre – 300 fucili d’assalto ARX 160 e 120 pistole PX4 Storm. Le produce Beretta, che con questa commessa ha incassato 3,8 milioni di euro. Si vedono dispiegate nelle grandi parate trasmesse dalla tv di Stato.

Armi e trasparenza

Il modo in cui sono costruiti i documenti governativi non aiuta a capire di che armamenti si tratti. Come visto in precedenza, in alcuni casi sono persino incompleti. Quando Italian Arms ha chiesto chiarimenti all’ufficio del ministero dello Sviluppo economico che si occupa delle licenze per l’export di armamenti per 15 milioni di euro, non chiari, la risposta ottenuta è che in occasione di una richiesta sulle licenze autorizzate da questa Autorità nazionale-UAMA, «non forniamo questo genere di informazioni». Battaglie su regole più chiare nell’export delle armi e stop alla vendita ai Paesi chiaramente in guerra è stata una delle battaglie di vecchi parlamentari a Cinque Stelle, come il sardo Roberto Cotti, proveniente dal mondo dei pacifisti.

A settembre 2018 l’argomento ha creato le prime tensioni nella maggioranza giallo-verde, nonostante il “Blocco della vendita di armi ai Paesi in conflitto” sia uno dei punti del Contratto di governo.

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Lorenzo Bagnoli

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Lorenzo Bodrero

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L’Unione Europea e l’export degli armamenti

L’Unione Europea e l’export degli armamenti

#EuArms

Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Italia. Sono i quattro Paesi dell’Unione europea che finiscono nella top ten degli esportatori di armi pesanti in tutto il mondo. Insieme, pesano il 22,6% del totale: meno degli Stati Uniti, al 36%, ma più della Russia, al 21%. Il mercato, nel suo complesso, nel quinquenni 2015-2019 è aumentato del 5,5% rispetto al precedente e del 20% se si compara il dato al 2005-2009. Per arrivare a un volume di transazioni superiore, bisogna tornare ai tempi della Cortina di ferro. Lo affermano i dati del più recente rapporto del Sipri, think tank che si occupa di monitorare il mercato legale delle armi di base a Stoccolma. Le regole europee prevedono che le esportazioni di armi pesanti non siano possibili in teatri di guerra. Ma si fermano alla verifica su carta, di chi firma gli acquisti. Non verifica il beneficiario ultimo degli armamenti.

Sulla base di questa lacuna d’informazioni, il collettivo di giornalisti olandese Lighthouse Reports ha cominciato a tracciare i carichi, partendo dai documenti ufficiali e scandagliando fonti aperte su internet dalle quali ricostruire il percorso delle armi. Il lavoro, cominciato nel 2018, è ancora in corso.

Al momento una prima ricerca si è svolta in Olanda, Italia, Germania, Francia, Spagna e Belgio, grazie al supporto di Bellingcat, gruppo specializzato in ricerche online su fonti aperte.

I grandi importatori di armi e il bando per i Paesi in guerra
Secondo SIPRI, gli importatori di armi pesanti nel mondo tra il 2015 e i 2019 sono stati 160. Ai primi cinque posti, fin dal 2010, ci sono Arabia saudita, India, Egitto, Australia e Cina. Riad, impegnata in un conflitto regionale in Yemen, continuano a importare armi occidentali, nonostante il bando previsto per i Paesi in guerra.

I risultati finora raggiunti permettono di dimostrare, ancora una volta, la totale assenza di trasparenza e la palese violazione del diritto internazionale in tema di export delle armi, anche quando le carte sono tutte in regola. I veri consumatori dell’industria della guerra sono sempre i Paesi in conflitto o quelli limitrofi.

#EuArms è una inchiesta aperta e in corso di svolgimento.

Prelati e mediatori per portare armi italiane in Polonia

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Con l’arrivo di Andrzej Duda al potere in Polonia salta l’accordo del precedente governo con la francese Airbus per la vendita di elicotteri militari. Il nuovo appalto viene vinto da Leonardo. Tra i due eventi, le lettere di Mario Benotti e Zygmunt Zimowski

Le armi tedesche alla Russia

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Rheinmetall, primo produttore di armi in Germania, è entrata nel mercato russo con una commessa di oltre 100 milioni di euro. Un pagamento di oltre cinque milioni di euro potrebbe aver facilitato l’accordo

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Lorenzo Bodrero
Matteo Civillini
Riccardo Coluccini

Ha collaborato

Leone Hadavi
Frederik Richter

In partnership con

Editing

Luca Rinaldi

Armi italiane in Arabia Saudita, Yemen e Siria: ecco chi le usa

#EuArms

Armi italiane in Arabia Saudita, Yemen e Siria: ecco chi le usa
Lorenzo Bagnoli

Lanciatori missilistici in dotazione alle navi da guerra che l’Arabia Saudita ha disposto nel blocco navale contro lo Yemen. Elicotteri italiani che sparano sui civili ad Afrin, nel Kurdistan siriano. Sistemi per la mira in movimento di carri armati in uso nella campagna pro-Assad nella Siria meridionale. Sono solo alcuni dei casi di armi italiane usate in zone di conflitto, nonostante la legge italiana sull’export delle armi impedisca di vendere a Paesi in guerra.

Secondo la legge 185/90, le esportazioni sono vietate. La realtà, però, è più complicata. Le condizioni politiche di un Paese non sono immutabili. Così finisce che armamenti venduti a un governo in tempo di pace diventino strumento di repressione o per attacchi contro civili. Quando un’arma viene venduta anche non direttamente a Paesi in guerra ma in aree ad alta instabilità, inoltre, è facile che finisca per alimentare i conflitti dell’area.

E qui si arriva a una delle palesi ipocrisie del mercato delle armi italiane e non solo: quando sono i governi che acquistano, c’è spesso dietro un interesse bellico o repressivo. Soprattutto quando i grossi ordini si ripetono negli anni, è difficile che gli armamenti servano per il sistema di difesa, mentre è più probabile che saranno usate per l’attacco o per fermare proteste.

Armi italiane all’Arabia Saudita usate in Yemen

Immagini del 30 gennaio 2017 mostrano che al largo del porto di Hudaya, Yemen occidentale, la fregata saudita Al Madinah (a volte riportata come al Madiah) è in fiamme. Si sentono di sottofondo voci che inneggiano gli slogan dei ribelli yemeniti.

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Quando un’arma viene venduta anche non direttamente a Paesi in guerra ma in aree ad alta instabilità, inoltre, è facile che finisca per alimentare i conflitti dell’area.

Secondo l’agenzia di stampa saudita, la fregata Al Madiha ha subito un attentato dal gruppo ribelli houthi che ha provocato almeno due morti a bordo. Gli houthi sono i principali nemici delle forze saudite che cercano di imporsi in Yemen, dove dal 2015 è in corso una guerra civile.

Nel Paese è attivo un blocco navale mai legittimato dalla comunità internazionale per le sue conseguenze sui civili nel Paese. Diciotto milioni di persone non hanno alcuna sicurezza alimentare e 400 mila bambini soffrono di grave malnutrizione. Al Madinah era una delle navi dispiagate dal governo saudita in questo blocco navale non legittimato.

A novembre i governi di Germania, Danimarca, Finlandia e Paesi Bassi hanno dichiarato di non voler più vendere le armi a Ryhad, proprio in risposta alla carestia in corso in Yemen. Già nel 2017 una risoluzione dell’Europarlamento spingeva per un embargo nella vendita di Armi all’Arabia Saudita, che non è però mai stato adottato.

#EuArms

Prelati e mediatori per portare armi italiane in Polonia

Con l’arrivo di Andrzej Duda al potere in Polonia salta l’accordo del precedente governo con la francese Airbus per la vendita di elicotteri militari. Il nuovo appalto viene vinto da Leonardo. Tra i due eventi, le lettere di Mario Benotti e Zygmunt Zimowski

Le armi tedesche alla Russia

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L’Italia, da parte sua, è coinvolta nella vendita di bombe attraverso Rwm Italia, succursale italiana del gigante tedesco delle armi Rheinmetall.

Il video della Al Madinah però mostra che altri armamenti di manifattura italiana sono coinvolti anche nel blocco navale. Secondo i documenti della Relazione al Parlamento sulla vendita delle armi, infatti, l’Italia ha esportato dei lanciatori per missili Otomat Mk2, autorizzati la prima volta nel 2014 e completati poi nel 2016.

Il lanciatore è prodotto da Mdba Italia, succursale italiana del consorzio europeo per la produzione di missili. Valore della commessa: 2,3 milioni di euro in totale. Dalle foto analizzate della al Madiah e da quanto riportano da siti specializzati, è possibile vedere che la nave montava la tecnologia missilistica italiana (qui la ricostruzione di Italian Arms) essentially unchanged.

Fuoco sui civili nel Kurdistan siriano

Non si può dire che il governo di Recep Tayyip Erdogan non sia riconosciuto sul piano internazionale. Chi lo considera un dittatore, deve però ammettere che la Commissione europea ci ha pure siglato un accordo, nel 2016, per fermare i migranti siriani diretti in Grecia.

Sul piano geopolitico, Erdogan non ha mai nascosto di sentirsi il comandante di una superpotenza, anche militare, nella regione. E di voler avere un ruolo nel conflitto in Siria. È il 20 gennaio del 2018 quando il presidente turco lancia “Ramoscello d’ulivo”, un’operazione che nulla aveva di pacifico e che invece mirava ad accerchiare la città di Afrin, roccaforte delle milizie curde Ypg. Il governo di Ankara le considera un gruppo terroristico, principalmente a causa del loro stretto rapporto con i curdi turchi che militano nel Pkk.

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Il 29 gennaio l’elicottero T129 Atak, prodotto dall’italiana Leonardo (ex Finmeccanica), ha sparato sui villaggi intorno ad Afrin. Il video è stato messo in rete dall’ufficio stampa delle truppe Ypg. Il team Italian Arms lo ha geolocalizzato e conferma che si trovava in una zona abitata nella regione, prima dell’inizio dell’offensiva, per spianare la strada alle truppe di terra.

Tra il 2008 e il 2017 sono stati dieci i velivoli di questo genere venduti alla Turchia. L’Italia ha anche fornito l’addestramento necessario per il loro utilizzo. Secondo Human Rights Watch ad Afrin «le forze armate turche non hanno adottato precauzioni per evitare vittime civili».

EuArms e ItalianArms
Il gruppo di lavoro di Italian Arms è stato promosso da Lighthouse reports, collettivo di giornalisti di base ad Amsterdam che si dedica a inchieste collaborative internazionali. Partner giornalistici poi sono Bellingcat, gruppo che si dedica a inchieste su fonti aperte; la trasmissione televisiva di Rai 3 “Report” e il centro di giornalismo investigativo italiano Irpi.

 Il punto di partenza di ogni caso sono stati i documenti governativi con licenze e commesse destinate all’estero per le armi. Da lì, poi, l’inchiesta ha proseguito su fonti aperte: dai social network ai video di Youtube per localizzare tracce di questi armamenti. La verifica dei luoghi dove sono stati girati i video è possibile attraverso programmi come Google Earth.

Armi italiane vendute all’estero: tecnologia nei carri armati siriani

I vecchi carri armati sovietici T72 a disposizione dell’esercito siriano sono stati dotati fino al 2008 di un sistema per mirare e colpire in movimento. Si chiama Turms-t e lo produceva Galileo Avionica, oggi Gruppo Leonardo. La commessa ha fruttato alla società in totale 229 milioni di euro.

In un video di propaganda dell’Isis di marzo 2018 si vedeva uno dei carri armati dell’esercito in fiamme, dopo il conflitto nella città di Damasco. Geolocalizzando l’evento, come è documentato nel video qui sotto, è stato possibile stabilire che la carcassa del mezzo si trova ancora nel quartiere di Al Qadam.

Un altro mezzo con montato il Turms-t è stato ripreso da una tv russa a maggio del 2018. Faceva parte di un convoglio diretto a Daraa, città siriana dove poi è avvenuto in effetti un attacco dei lealisti di Assad, con il supporto aereo della Russia. Il 27 giugno 2018 l’allora inviato Onu per la Siria Staffan De Mistura parlava di 750 mila vite in pericolo in quell’operazione militare.

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