L’Italia e i Mondiali in Qatar: dagli stadi alle armi

18 Novembre 2022 | di Lorenzo Bodrero

Per la partita inaugurale della Coppa del mondo, il 20 novembre l’ospitante Qatar giocherà contro l’Ecuador allo stadio Al Bayt, nella città di Al-Khor, 50 chilometri a nord del centro di Doha. Tra i più iconici della manifestazione, lo stadio ha una struttura che riprende l’idea delle tende utilizzate dai beduini del deserto, le “bayt al sha’ar”, dalle quali prende il nome. L’impianto, scrive la società WeBuild in un comunicato del novembre 2018, si è aggiudicato la «classe A* del Global Sustainability Assessment System per l’eccellenza e l’attenzione ai temi di sostenibilità ambientale durante la sua fase di costruzione».

L’etichetta dell’ecosostenibilità di Al-Bayt e degli altri sette stadi in Qatar è stata impiegata dalla Fifa e dal Paese ospitante come argomento centrale per comunicare l’immagine di un Mondiale a impatto zero, «il primo green nella storia della competizione», ha più volte dichiarato Gianni Infantino, presidente della Fifa. La strada che ha portato al Mondiale in Qatar è stata però attraversata finora da accuse di tangenti, problemi in fase di realizzazione degli impianti e una campagna di boicottaggio e di protesta per la morte di migliaia di operai e le violazioni di diritti umani all’interno del Paese che ha già coinvolto persino i calciatori di alcune delle nazionali partecipanti, come Inghilterra, Danimarca, e Australia.

La serie di arbitrati a seguito della costruzione dello stadio

Lo stadio Al-Bayt è stato realizzato dall’italiana WeBuild, fino al maggio 2020 Salini Impregilo, che si è aggiudicata l’appalto da 770 milioni di euro insieme alla Cimolai Spa e all’azienda qatarina Galfar Misna. Le tre aziende formano insieme la joint venture GSIC JV. La realizzazione dell’opera ha avuto pesanti ritardi che si sono tradotti in due diversi ricorsi alla Corte arbitrale internazionale tra alcune delle aziende italiane protagoniste dell’impresa.

Il primo riguarda la joint venture GSIC e un’altra associazione tra imprese italiane, la L&P JV formata da Leonardo e PSC Spa, che nel 2016 si è aggiudicata la gara per l’installazione e il testing di alcune componenti dello stadio. Nella Relazione annuale del 2019 di Leonardo Spa si legge che «il regolare avanzamento della commessa è stato fortemente condizionato da una serie di ritardi non imputabili alla L&P nonché dalla introduzione di numerose integrazioni e modifiche al progetto iniziale, rivelatosi in fase esecutiva incompleto». Le varianti del progetto sono state alla fine 32. Ritardi ed extracosti sono il motivo per il quale Leonardo e PSC hanno aperto un contenzioso alla Corte arbitrale di Parigi nel 2019 per 258 milioni di euro contro GSIC. WeBuild e le altre imprese hanno ribattuto con una contro richiesta di 173 milioni di euro per ritardi e negligenze. La decisione sul caso è attesa entro il 30 aprile 2023.

Lo stadio Al Bayt, costruito da un consorzio di imprese guidato dall’italiana WeBuild, durante e al termine dei lavori – Foto: Placemarks

Per Leonardo, però, questo non è l’unico arbitrato scaturito a seguito del subappalto per la realizzazione dello stadio Al-Bayt. Un secondo caso si è aperto all’interno della joint venture L&P: Leonardo, infatti, nel 2018 è «subentrata nei diritti ed obblighi di PSC nei confronti della società appaltatrice GSIC», si legge nel bilancio consolidato 2020 (l’ultimo disponibile) di PSC Spa, a seguito di una scrittura privata. Leonardo, però, non avrebbe rispettato quanto è stato pattuito, sostiene PSC, con un prolungamento dei lavori a carico di PSC per altri 643 giorni. Il ritardo è costato a PSC l’inserimento nella black list dei fornitori di servizi di WeBuild. PSC ha quindi notificato presso il Tribunale di Roma un atto di citazione in cui chiede a Leonardo 361 milioni di euro come compensazione per ritardi, inadempienze e danni reputazionali. Durante l’assemblea dei soci di Leonardo del 2022 l’azienda ha invece spiegato che «la valutazione del rischio a esso associato ha portato la società a ritenerne non necessario il richiamo in nota integrativa». La Nota integrativa è un documento finanziario in cui, tra il resto, una società deve spiegare l’entità di crediti e debiti. Escludere l’arbitrato con PSC equivale quindi a dire che per Leonardo al momento non c’è un rischio concreto che si trasformi in una voce di passivo.

L’altra azienda italiana della partita, Cimolai Spa, si trova attualmente in pessime acque a causa della sua esposizione sul mercato dei derivati, esplosa a settembre 2022. Il risultato è una perdita secca di 200 milioni di euro che ha portato alla richiesta di concordato preventivo e ristrutturazione del debito depositata al Tribunale di Trieste. Tra i candidati ad acquisire il gruppo, la stampa locale cita anche WeBuild.

Morti sul lavoro in Qatar

Da quando nel 2010 il Qatar si è assicurato il diritto a ospitare la Coppa del mondo sono morti almeno 6.500 operai, secondo una stima del Guardian pubblicata nel 2021. Il quotidiano britannico aveva contattato le ambasciate in Qatar di India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka e ottenuto il numero dei rispettivi connazionali morti nel piccolo Paese del Golfo dal 2010 in poi. Su una popolazione di 2,9 milioni di persone, quasi due milioni sono lavoratori stranieri i quali rappresentano il 90% della forza lavoro in Qatar. Il Guardian ha più volte raccolto testimonianze dirette secondo le quali un operaio veniva pagato tra i 45 e 60 centesimi di sterline all’ora, mentre la campagna #PayUpFifa per la creazione di una cassa con cui compensare almeno economicamente le famiglie degli operai deceduti non è ancora stata accolta dalla Fifa.

IrpiMedia ha chiesto a WeBuild se è a conoscenza di morti o infortuni occorsi agli operai durante la realizzazione dell’impianto, senza però ottenere risposta. No comment anche dal Gruppo Marcegaglia, la società della ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, fornitrice delle impalcature per gli stadi Al Bayt, Lusail e 974, tre dei più importanti realizzati per il Mondiale.

Uno dei campi destinati all’alloggio degli operai, non lontano dallo stadio Al Bayt – Foto: Placemarks

La stima del Guardian è molto probabilmente al ribasso poiché almeno un’altra dozzina sono i Paesi di provenienza dei migranti che arrivano nel Golfo alla ricerca di un impiego. Questa – con stime che vanno dagli otto miliardi di dollari ai 220 miliardi – sarà una delle edizioni Mondiali più costose nella storia. Il vero costo della Coppa del mondo è però umano, peraltro mai corrisposto agli operai che la rendono possibile. La nazione a pagare il prezzo più alto in termini di vite, scrive il New York Times, è il Nepal. Il quotidiano americano riporta che almeno 2.100 migranti nepalesi sono morti in Qatar dal 2010. Dal Paese in cui il reddito medio si basa per il 25% sulle rimesse in arrivo dall’estero, solo lo scorso anno sarebbero partiti 185.000 lavoratori verso il Qatar. Loro e altre decine di migliaia di lavoratori dall’Asia e dall’Africa hanno realizzato stadi, strade, parcheggi e linee metropolitane funzionali allo svolgimento della Coppa del mondo. Un’urbanizzazione selvaggia che, secondo un’analisi di IrpiMedia e Placemarks svolta attraverso una serie di rilievi satellitari, ha cementificato almeno otto milioni di metri quadrati di terra, l’equivalente di 1.140 campi di calcio.

Da circa cinque anni diverse organizzazioni umanitarie di tutto il mondo denunciano le condizioni inumane in cui sono costretti a vivere gli operai. Nel 2016, Amnesty International ha accusato il Paese di fare uso di «lavoro forzato». Simili conclusioni sono state raggiunte dall’Organizzazione internazionale del lavoro che ha documentato nel 2020 almeno 9.000 casi di lavoratori sottoposti a condizioni di lavoro forzato. Un report pubblicato da Human Rights Watch nel 2021 include numerose testimonianze di mensilità pagate in grave ritardo, riduzione degli stipendi ingiustificata, ore extra non retribuite e condizioni disumane all’interno degli “alloggi” assegnati ai lavoratori, tra cui sovraffollamento e scarsità di cibo e acqua.

La kafala, un sistema di schiavitù moderna

Le violazioni dei diritti dei lavoratori stranieri in Qatar sono legittimate dalla kafala, un’istituzione di diritto islamico utilizzata per monitorare i lavoratori stranieri impiegati soprattutto nel settore edilizio. Di fatto, quando applicato sui lavoratori migranti, può diventare un sistema di schiavitù moderna dove il datore di lavoro è “proprietario” del dipendente e ha il diritto di sequestrarne i documenti generando così gravi forme di sfruttamento. Lo Stato concede alle società dei permessi di “sponsorizzazione” per assumere manodopera straniera mentre il lavoratore è obbligato a legarsi a uno “sponsor” (kafeel, in arabo) sulla base di un contratto. Lo sponsor in linea teorica copre le spese di viaggio e di alloggio e assicura la regolare residenza del lavoratore all’interno del Paese. Di fatto, però, esercita su questi un potere quasi assoluto potendone limitare la libertà personale e impedire al lavoratore di trovare un altro impiego, nonché dettare le condizioni di lavoro in merito a orari, retribuzione, sicurezza e salute. Le condizioni lavorative sono migliorate, almeno su carta, dal 2019 quando a seguito di pressioni della comunità internazionale il Qatar ha limitato i poteri della kafala ma le riforme previste non sembrano trovare riscontro nei fatti: «Nonostante l’evoluzione positiva delle norme di legge sul lavoro – ha dichiarato Amnesty International – le violazioni dei diritti umani persistono in maniera significativa».

Le autorità di Doha hanno sempre minimizzato o respinto le accuse. Pochi giorni fa il Ministro del lavoro qatariota ha invitato i media a «non politicizzare l’evento», aggiungendo che è in corso «una campagna del fango» ai danni del Qatar. Secondo le loro stime, alla realizzazione degli stadi in cui si disputano i Mondiali hanno preso parte 30.000 lavoratori stranieri e tra il 2014 e il 2017 sono morti 37 operai, di cui soltanto tre sarebbero deceduti per cause riconducenti al lavoro svolto. I dati non convincono neanche l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), l’agenzia Onu per i diritti dei lavoratori, che li ha definiti una sottostima. Intanto, the show must go on. Il presidente della Fifa pochi giorni fa ha inviato una lettera a tutte le 32 nazionali partecipanti, invitandole a non «trascinare» il torneo verso «battaglie ideologiche e politiche» e di «concentrarsi invece sul calcio».

La società francese accusata di abusi verso i lavoratori

La Vinci Constructions Grands Projets (VCGP), società di costruzioni francese, è accusata di abusi verso i lavoratori per «le condizioni lavorative e di accoglienza incompatibili con la dignità umana», ha scritto un Gip parigino. Tra le accuse mosse da sette ex dipendenti dell’azienda si legge che gli operai lavoravano fino a 77 ore alla settimana, che i loro passaporti erano stati sequestrati e di essere stati obbligati a vivere in strutture indecenti durante il servizio prestato in cantieri collegati alla Coppa del mondo in Qatar, in particolare quelli per la realizzazione di trasporti pubblici. L’accusa, secondo la giurisprudenza francese, non implica l’immediata istruzione di un processo e consente all’accusato di fare appello. La VCGP ha respinto le accuse.

Tangenti e mazzette: la strada verso Qatar

L’evento è la sintesi di «tutte le metastasi di un cancro ultraliberale», attacca Mediapart in un editoriale, la prima delle quali si è palesata pochi mesi dopo l’assegnazione del Mondiale, ufficializzata a dicembre 2010, quando il comitato qatariota fu accusato di aver corrotto funzionari della Fifa perché assegnassero l’evento al Paese del Golfo.

Per oltre un decennio l’assegnazione dei Mondiali al Qatar è stata circondata da un alone di corruzione e mazzette e nel corso degli anni i sospetti si sono fatti sempre più fondati. Era il 2011 quando Phaedra Al-Majid, ex dipendente dell’ufficio comunicazione del comitato qatariota per la corsa ai Mondiali, dichiara che il Paese aveva elargito mazzette per 1,5 milioni di dollari a tre membri della Fifa per assicurarsi il loro voto, salvo poi ritirare le accuse pochi mesi più tardi. Lo stesso anno l’allora ex presidente della Fifa, Jack Warner, rese pubblica una mail a lui indirizzata da Jerome Valcke, segretario generale della Fifa, in cui quest’ultimo affermava che il Qatar «aveva comprato i Mondiali». La whistleblower qatariota fa una seconda marcia indietro nel 2014 quando afferma di essere stata obbligata dal Qatar a ritrattare la sua iniziale dichiarazione dietro minacce legali.

Uno degli artefici della vittoria del Qatar è l’uomo d’affari Mohamed bin Hammam. Ex candidato alla presidenza Fifa, ha ricoperto i ruoli di più alto dirigente della Lega calcio qatariota e della Asian Football Confederation, la federazione asiatica membro della Fifa. È lui al centro di un’inchiesta del Sunday Times del 2014 in cui Hammam risultava responsabile della distribuzione di cinque milioni di dollari di mazzette a funzionari della Fifa perché favorissero la corsa del Qatar alla Coppa del mondo. Una fonte interna alla Fifa aveva consegnato milioni di documenti al giornale britannico, attraverso i quali è stato possibile ricostruire una serie di bonifici in uscita dai conti bancari riconducibili alla Kemco, società di costruzioni qatariota di proprietà di Hammam, verso personaggi chiave all’interno dell’organismo che regola il calcio mondiale.

L’ex numero uno del calcio qatariota era già stato sospeso a vita dalla Fifa per un presunto giro di tangenti indirizzate a condizionare l’elezione del presidente Fifa. Annullata la sospensione da parte del Tribunale arbitrale dello sport (TAS), il Comitato etico della Fifa ha comminato una seconda e definitiva sospensione a vita nel 2012 per conflitto di interessi durante il suo mandato di presidente della Asian Football Confederation

Come decide la Fifa
Il sistema di voto della Fifa per l’assegnazione della Coppa del mondo, allora come oggi, è in mano al Comitato esecutivo dell’organismo, composto da 24 membri, e si svolge a porte chiuse. Al primo round di votazione partecipano tutti i Paesi candidati e quello con meno voti viene escluso dal round successivo, e così via fino al vincitore.

Nel 2015 è poi deflagrato il Fifagate. L’inchiesta, condotta dall’FBI e dalla IRS (il fisco americano) e allargatasi poi ad altri Paesi, è partita da gravi episodi di corruzione tra funzionari della Fifa appartenenti alle federazioni nord e sud americane e società di marketing per la compravendita di diritti alla trasmissione televisiva di competizioni continentali. Dei 24 membri che hanno votato per l’assegnazione della Coppa del mondo in Qatar, solo otto ne sono usciti indenni, tra incarcerazioni, accuse e provvedimenti disciplinari.

Le accuse di corruzione, invece, sempre respinte dal governo qatariota, non hanno mai raggiunto un’aula di tribunale. Nel 2019 è però di nuovo il Sunday Times a portare il Paese del Golfo al centro dell’attenzione. Il settimanale ha rivelato che attraverso Al Jazeera, emittente televisiva statale controllata dall’emiro, il Qatar aveva offerto un contratto del valore di 880 milioni di dollari in due rate alla Fifa per la cessione dei diritti televisivi della competizione. L’accordo, stipulato tre settimane prima del voto, includeva un bonus da 100 milioni da corrispondere alla Fifa solo se il Paese avesse ottenuto il diritto a ospitare il torneo iridato. Allo scoop non ha fatto seguito alcun procedimento giudiziario.

Per vedere la vicenda citata all’interno di documenti di tribunale bisogna aspettare il 2020. In uno dei filoni del Fifagate, la procura del distretto Est di New York nominava Ricardo Teixeira, Nicolas Leoz, Rafael Salguero – tutti membri del Comitato esecutivo della Fifa al tempo dei fatti contestati – quali destinatari di mazzette «in relazione ai loro voti» per l’assegnazione dell’evento al Qatar, confermando in parte le inchieste del Sunday Times. È la prima volta che episodi di corruzione intorno alla votazione che ha portato la Coppa del mondo nel piccolo emirato vengono citati in documenti ufficiali dalla rilevanza penale.

Uno stralcio dell’indagine americana in cui si associa l’elezione del Qatar quale Paese ospitante dei Mondiali a episodi di corruzione

Le violazioni dei diritti umani in Qatar

Gran parte della diffusione a livello mondiale che chiede il boicottaggio del Mondiale in Qatar è dovuta alle violazioni dei diritti umani che caratterizzano il Paese ospitante. Lunga è la lista delle caselle vuote alla voce “diritti civili” in Qatar. È vietato «indurre o sedurre un uomo in qualsivoglia maniera per commettere sodomia o sregolatezza» e «indurre o sedurre uomo o donna in modo da commettere azioni illegali o immorali», recita il Codice penale. Comportamenti di tipo omosessuale sono un reato in Qatar e possono costare fino a sette anni di carcere. Le donne, in particolare, sono soggette a un rigido sistema discriminatorio. La loro custodia legale è detenuta da un uomo, generalmente il marito oppure il padre fino a un fratello, il quale ha potere decisionale sulla vita di una donna, come chi sposare, se studiare all’estero o lavorare nel settore pubblico, se viaggiare (entro un limite di età) o ricevere assistenza sanitaria. Naturalmente, il divorzio è fortemente disincentivato e una donna divorziata perde la custodia legale dei propri figli.

Non esistono leggi che riconoscono né tantomeno puniscono la violenza domestica, considerata una faccenda famigliare privata. La violenza sessuale è reato ma cessa di esserlo se a compierla è lo sposo. Il sesso al di fuori di un rapporto di coppia è punibile fino a sette anni di carcere e con la fustigazione, per una coppia non sposata, e persino con la morte, per i coniugi. Mentre in carcere può finirci per 12 mesi una donna che partorisce al di fuori del matrimonio.

Tra i sostenitori del movimento per il boicottaggio di Qatar 2022 si percepisce una certa trepidazione sulla possibilità di mettere in atto gesti di protesta durante le gare. Episodi di questo tipo si fanno sempre più frequenti sul palcoscenico sportivo internazionale, soprattutto all’interno del movimento ambientalista. Just Stop Oil ha interrotto diversi match della Premier League inglese pochi mesi fa mentre un attivista di Derniere Renovation si è legata alla rete di un campo da tennis durante l’ultimo Roland Garros. Eventuali proteste volte a sensibilizzare sulla violazione dei diritti civili in Qatar potrebbero costare fino a cinque anni di carcere qualora «creino agitazione nell’opinione pubblica», come riportato nel Codice penale qatariota.

Un attivista mentre interrompe il match di Champions League tra FC Copenaghen e Borussia Dortmund a novembre 2022 per protesta contro la Coppa del mondo in Qatar – Foto: Marvin Ibo Guengoer/Getty

Controlli al limite dello spionaggio

Una categoria che più di altre sarà tenuta sotto controllo è quella dei giornalisti. Per accreditarsi, e ottenere dunque il permesso per documentare la competizione, i giornalisti devono compilare un modulo accettando il quale acconsentono a rispettare una serie di condizioni «vaghe, ambigue e propense a un’interpretazione arbitraria», scrive Reporter senza frontiere (Rsf), organizzazione per la tutela della libertà dei giornalisti. L’obiettivo del Qatar, ha aggiunto il presidente di Rsf, «è di scoraggiare se non impedire ai media stranieri di parlare e scrivere di nient’altro che di calcio». Nel modulo si precisa che è fatto divieto di filmare o fotografare «proprietà residenziali, proprietà private e zone industriali». Quest’ultima, aggiunge Rsf, «è un chiaro riferimento a quelle zone in cui di recente dei giornalisti hanno rivelato violazioni dei diritti dei lavoratori stranieri».

Gli stessi tifosi non saranno immuni dal Grande fratello qatariota. Lo scorso 15 novembre il Garante tedesco per la protezione dei dati personali e della libertà informatica ha emanato una nota in cui suggerisce a coloro che scaricheranno due applicazioni – obbligatorie per l’ingresso in Qatar – di prestare la massima attenzione ai propri dati e di «rimuovere completamente il sistema operativo e tutti i contenuti, dopo il loro utilizzo». Il riferimento è alle applicazioni Ehteraz e Hayya. La prima è utilizzata per il tracciamento dei casi di Covid-19, la seconda dovrebbe invece fornire dati sui match e sulle linee metropolitane. Ma per il garante tedesco, le applicazioni «vanno ben oltre quanto dichiarato nelle rispettive licenze sulla privacy» e ha aggiunto che è preferibile usare un burner phone per lo scopo.

Lo stesso consiglio arriva dall’emittente norvegese NRK. Uno degli esperti di sicurezza informatica del canale pubblico scandinavo, dopo una approfondita analisi delle applicazioni, sostiene che «Ehteraz e Hayya in sostanza consentono di modificare i contenuti di tutto il telefono e di controllare ogni tipo di informazione memorizzata al suo interno». Impedire l’entrata in sleep mode, tracciamento del Gps, memorizzazione delle reti Bluetooth e Wi-fi utilizzate, estrapolazione di dati depositati su altre applicazioni, leggere, cancellare e modificare contenuti, tracciare i cellulari vicini, sono solo alcune delle potenzialità degli applicativi.

Quel filo che unisce Italia e Qatar: armi ed energia

Il Qatar ha acquistato rilevanza internazionale a partire dagli anni Quaranta, quando sono stati scoperti gli immensi giacimenti di gas e petrolio. La famiglia Al Thani, che guida il Paese da oltre un secolo, trainandolo oltre il protettorato della Corona inglese fino all’indipendenza nel 1971, è stata la responsabile delle principali violazioni dei diritti umani nel Paese. Con un’operazione di sport washing, la famiglia a capo degli Emirati spera di conquistarsi un po’ di pubblicità positiva. Il Mondiale di calcio rappresenta un’occasione per consolidare alleanze internazionali e stringerne di nuove, oltre che uno «strumento di soft power per la sicurezza nazionale», ha dichiarato al Deutsche Welle Kieran Maguire, professore di finanza dello sport all’Università di Liverpool.

Il Qatar ha infatti incentrato la propria politica estera sulla diversificazione. Si spiegano così i 450 miliardi di dollari investiti dalla Qatar Investments Authority (Qia), il fondo sovrano in mano all’emiro, dal 2005 a oggi. Solo nel Regno Unito, ad esempio, il piccolo emirato ha investito circa 40 miliardi di euro acquisendo Harrods, il 20% dell’aeroporto di Heathrow, quasi un quarto delle quote della catena di supermercati Sainsbury, il villaggio olimpico di Londra, senza contare che la Qatar Airways detiene il 20% della società proprietaria della British Airways, e molto altro. Anche la Germania non è rimasta immune ai petroldollari, con investimenti del Qatar in Volkswagen, Deutsche Bank e Siemens ma non solo, per un totale di circa 20 miliardi di euro. Quanto allo sport, è noto l’acquisto del Paris Saint-Germain avvenuto nel 2011 da parte del fondo qatariota che ha portato il club francese nell’Olimpo del calcio europeo. La stessa Qatar Airways è sponsor di diversi club europei. Particolarmente strategica è la creazione di beIN Media Group, società intermediaria per la cessione dei diritti televisivi delle competizioni europee nel mondo arabo e oggi emittente televisiva ufficiale della Coppa del mondo.

Il Paese deve comunque la sua ricchezza alle risorse naturali. È infatti il sesto Paese al mondo per produzione di gas naturale, il quale provvede al 60% del prodotto interno lordo. Del prezioso combustibile fossile il Qatar mira a diventarne il leader mondiale a discapito della Russia e un contributo fondamentale arriverà dall’Italia. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e il Ministro dell’energia nonché Ad del colosso energetico QatarEnergy, Saad al-Kaabi, hanno firmato lo scorso giugno un accordo per la creazione di una joint venture per lo sfruttamento di quella che è considerata una “bomba climatica”. Si chiama North Field East, un giacimento offshore a nord-est dell’emirato che si stima possa contenere il 10% delle riserve di gas naturale liquefatto (Gnl) al mondo. Una volta operativo, il giacimento potrebbe aumentare del 60% la capacità produttiva di Gnl del Qatar oltre a scaldare buona parte delle case italiane a partire dal 2026.

Cos’è una “bomba climatica”

Con “bomba climatica” (in inglese carbon bomb) si intende un progetto per l’estrazione di combustibili fossili che si stima contribuisca sensibilmente ad allontanare l’obiettivo di stabilizzare le concentrazioni di gas serra per mantenere il riscaldamento globale al di sotto della soglia di 1,5° C rispetto ai livelli preindustriali. Il termine non si riferisce ai rischi connessi alla struttura del progetto in sé quanto invece al contributo in termini di emissioni che il singolo progetto prevede.

Il Guardian ha tracciato 195 bombe climatiche al mondo, il 60% delle quali è già operativo e il resto in corso di realizzazione. Durante il loro arco di vita, questi progetti emetteranno non meno di un miliardo di tonnellate di emissioni di anidride carbonica ciascuno, l’equivalente di 18 anni di CO2 emessa nell’ambiente a livello globale. Il North East Field è tra questi. È considerato il giacimento di gas naturale liquefatto più grande al mondo. L’accordo prevede che l’Eni controlli il 25% della joint venture, il restante 75% sarà in mano alla QatarEnergy per un affare che nel complesso vale 30 miliardi di dollari.

Negli Stati Uniti si concentra la quantità maggiore di CO2 emessa da bombe climatiche (140.000.000.000 di tonnellate), seguiti da Arabia Saudita (107 Gt), Russia (83 Gt) e Qatar (43 Gt). Complessivamente, i 195 progetti tracciati produrranno 646.000.000.000 di tonnellate di anidride carbonica.

Accanto alla questione energetica, ci sono le forniture di armi, per le quali anche l’italiana Leonardo è un partner rilevante. Come riporta FriuliSera, solo nel 2022 il gruppo ha fornito all’aeronautica militare del Qatar sei caccia addestratori nell’ambito di un accordo che prevede anche la formazione di piloti qatarioti presso le basi aeree di Galatina (Lecce), Decimomannu (Cagliari) e Salto di Quirra (Nuoro). L’ex Finmeccanica ha inoltre consegnato quest’anno due elicotteri multiruolo e due pattugliatori offshore. E sempre a Leonardo la Marina militare del Qatar ha commissionato la fornitura di un Centro operativo navale per il monitoraggio delle proprie acque territoriali.

Da ultimo, l’Italia fornirà al Qatar supporto in una missione congiunta che si occuperà di garantire la sicureza dell’evento. Un contingente militare italiano farà infatti parte della Combined Joint Task Force Qatar, che si avvarrà di circa cinquemila militari da USA, Regno Unito, Francia, Turchia, Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia, oltre che dall’Italia. Il nostro Paese parteciperà con 560 unità di personale militare, 46 mezzi terrestri, un mezzo navale e due mezzi aerei, per un costo totale di quasi 11 milioni di euro, per contribuire «al sistema di difesa e sicurezza dei Mondiali di calcio». In Qatar sono vietate manifestazioni di dissenso politico, resta dunque da vedere se e come il contingente italiano reagirà in caso di proteste o episodi giudicati offensivi dall’emirato. La missione militare, approvata a fine luglio dalle Commissioni esteri e difesa della Camera, è uno degli ultimi lasciti del governo Draghi il quale prima di lasciare Palazzo Chigi ha indirizzato non pochi sforzi alla diversificazione energetica. Per renderla possibile, il piccolo emirato è diventato un partner irrinunciabile, specie a seguito della crisi energetica esacerbata dall’invasione russa dell’Ucraina. Al di là della Coppa del Mondo, è già da lungo tempo che gli Emirati partecipano ai principali tavoli della politica e dell’economia internazionale.

Foto: L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, con Gianni Infantino, presidente della Fifa, al Doha Exhibition Center lo scorso aprile – Markus Gilliar/Getty
Ha collaborato: Federico Monica/Placemarks
Editing: Lorenzo Bagnoli

Le armi tedesche alla Russia

#EuArms

Le armi tedesche alla Russia
Frederik Richter

A lla fine del 2011, negli uffici di Dusseldorf di Rheinmetall, il colosso tedesco degli armamenti, c’era di che festeggiare. Una tanto attesa commessa era finalmente arrivata da Mosca, ed era stata accolta con grande entusiasmo. Era la conferma dell’ordine per la costruzione di un centro di addestramento per l’esercito russo nella città di Mulino, a circa trecento chilometri a est di Mosca, del valore di cento milioni di euro.
Una volta ultimato, il centro avrebbe potuto ospitare fino a 30mila soldati ogni anno, che avrebbero potuto addestrarsi, fra le altre cose, alla guerriglia urbana casa per casa.

Secondo la stessa Rheinmetall, in un comunicato stampa del novembre 2011, la commessa era di «particolare importanza strategica» perché era il primo passo per entrare nel mercato russo, il primo di molti, speravano i dirigenti.

In quel periodo il governo federale tedesco era particolarmente focalizzato sul sostenere le esportazioni e le forze armate tedesche stavano ancora cercando di metter su una specie di partnership con quelle russe. Dieci anni dopo, nell’autunno del 2021, l’armata rossa si stava allenando proprio in quello stesso centro per preparare la brutale invasione dell’Ucraina e per apprendere le tattiche adatte al tipo di guerriglia urbana che ha preso forma in città come Mariupol.

Purtroppo per Rheinmetall, le cose non sono andate come speravano. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il gruppo di Dusseldorf ha dovuto rinunciare alle sue ambizioni, ma fino ad allora l’ingresso nel mercato russo era talmente importante per l’azienda tedesca che, secondo le ricerche fatte da Correctiv e Welt, potrebbero aver preso in considerazione di facilitare la firma del contratto con delle tangenti.

Un’indagine ufficiale infatti, condotta dalla procura di Brema, aveva messo sotto inchiesta due manager del gruppo Rheinmetall per il pagamento, tramite un’azienda “di carta”, di 5,38 milioni di euro diretti verso soggetti russi non meglio identificati.
I due sono stati imputati per malversazione, o uso illecito di fondi dell’azienda, nel luglio 2019.

A Brema, Rheinmetall ha una presenza importante, e costruisce componenti elettroniche per i centri di addestramento, oltre che simulatori per equipaggi di sottomarini e molto altro.

Il procedimento penale però si è fermato l’anno successivo senza riuscire a provare l’effettivo pagamento di tangenti, e i due manager hanno patteggiato l’accusa di uso improprio di fondi, costretti al pagamento di un’ammenda da 12mila euro a testa.
Rheinmetall non ha risposto per ora alle domande di Correctiv, spiegando che troppi impiegati erano assenti per via delle vacanze di Pasqua.

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Esercitazioni russe nel campo di addestramento di Mulino – Foto: Ministero difesa russo
In Italia, la costola di Rheinmetall più importante è la fabbrica RWM Italia di Domusnovas, in provincia di Cagliari, azienda con sede legale a Brescia. Fino alla revoca della licenza per le esportazioni avvenuta a gennaio 2021, RWM ha venduto munizioni che le forze aeree saudite hanno usato contro i ribelli Houthi in Yemen. La guerra, ormai in corso da otto anni, è diventata un affare personale per il controverso principe Mohammed Bin Salman, erede al trono dell’Arabia Saudita. A guadagnare terreno però sono i suoi avversari, sostenuti dall’Iran.

RWM Italia è coinvolta in almeno due procedimenti penali. A Cagliari, il 25 marzo la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici di RWM Italia e dei tecnici che hanno lavorato a un piano di ampliamento della fabbrica che secondo le accuse sarebbe irregolare. L’indagine è scaturita da un esposto di diverse organizzazioni del mondo pacifista ed ecologista e il 29 giugno ci sarà l’udienza preliminare davanti al giudice Manuela Anzani. A Roma invece la Procura ha aperto da tempo un fascicolo a carico dei vertici di RWM Italia e dell’Autorità nazionale per l’esportazione di armamenti (Uama), unità che appartiene al Ministero degli Esteri. Secondo diverse organizzazioni non governative internazionali, ci sono elementi che farebbero ipotizzare l’uso di armi prodotte dalla fabbrica di Domusnovas nell’attacco aereo al villaggio di Deir al-Hajari, nel 2016. La Procura di Roma è stata incaricata di accertare le eventuali responsabilità dell’azienda in questo episodio ma poi per due volte ha chiesto l’archiviazione. La Giudice delle indagini preliminari Roberta Conforti a febbraio 2021 ha accolto il ricorso delle organizzazioni pacifiste a che entro sei mesi fossero raccolti gli elementi di prova per completare il rinvio a giudizio. A marzo 2022 però la Procura di Roma ha per una seconda volta chiesto che il procedimento venisse archiviato.

Il quadro sulle spese militare e i numeri di RWM Italia

Il fatturato di RWM Italia tra il 2019 e il 2020, secondo i dati dell’osservatorio Top Aziende del Quotidiano nazionale, è passato da 116 a 140,7 milioni di euro. Anche la produzione ha registrato un aumento. La tendenza del mercato degli armamenti è a livello globale in crescita. Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), il più importante centro di ricerca che si occupa di spese militari a livello globale, osserva che la spesa mondiale ha raggiunto nel 2021 la cifra complessiva di 2.113 miliardi, ossia lo 0,7% in più del 2021 e il 12% in più del 2011. Quindici paesi totalizzano l’81% delle spese militari. Tra questi compare anche l’Italia, che si trova all’undicesimo posto della classifica con 32 miliardi di euro (+4,6% contro una media dell’Europa occidentale del +3,1%).

Il 31 marzo è stato licenziato e convertito in legge quello che i giornali hanno chiamato “il Decreto Ucraina”, un pacchetto di misure attraverso cui il governo italiano incrementerà le spese militari fino al 2% del Pil allo scopo di aiutare l’Ucraina a opporsi all’invasione della Russia. «Il decreto legge prevede la partecipazione, fino al 30 settembre 2022, di personale militare alle iniziative della NATO per l’impiego della forza ad elevata prontezza, denominata Very High Readiness Joint Task Force (VJTF)», si legge nella scheda con le Disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina pubblicata sul sito della Camera. «Si prevede, inoltre, fino al al 31 dicembre 2022 la prosecuzione della partecipazione di personale militare al potenziamento dei seguenti dispositivi della NATO: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza; c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza». Tra gli altri punti chiave del Decreto legge c’è «la cessione di mezzi ed equipaggiamenti militare all’Ucraina, a titolo gratuito non letali di protezione».

Non è raro che in Germania, come anche in Italia, le indagini per corruzione internazionale arrivino a un punto morto, con conseguenze minime o nulle per i soggetti indagati. Lo conferma anche un’ulteriore analisi fatta da Correctiv, assieme Die Welt e Ippen Investigativ, su tutti i casi di questo tipo finiti nelle corti tedesche fra il 2015 e il 2020.

Mascherare il pagamento di tangenti nel caso di contratti internazionali è infatti una prassi molto ben “testata”, e dimostrare che i fondi trasferiti siano effettivamente finiti in mano a un pubblico ufficiale straniero è estremamente complesso e difficile da investigare, anche nella piena collaborazione fra forze di polizia di diversi Paesi. È per questo che spesso i procuratori preferiscono procedere per uso improprio di fondi, per poter almeno sanzionare i flussi di denaro diretti verso destinatari non identificabili con chiarezza all’estero. Purtroppo molte di queste indagini finiscono archiviate con il pagamento di ammende relativamente basse.

I casi giudiziari analizzati contengono oltre 80 casi di sospetta corruzione internazionale, incluso quello di Brema contro Rheinmetall. Negli ultimi anni, la procura di Brema è infatti fra quelle che più di tutte le altre in Germania si è impegnata a indagare casi di questo tipo.

Dimostrare che i fondi trasferiti siano effettivamente finiti in mano a un pubblico ufficiale straniero è estremamente complesso e difficile da investigare, anche nella piena collaborazione fra forze di polizia di diversi Paesi.

Sospetti di corruzione a Rheinmetall

Gli investigatori di Brema avevano avuto maggior successo in un altro caso, precedente, che non era arrivato all’attenzione della stampa: nel 2013 e nel 2014 impiegati di Rheinmetall nelle Filippine avrebbero corrotto il capo dell’accademia navale del paese per ottenere una commessa per un simulatore per il centro di addestramento degli equipaggi navali.
A dicembre 2018, Rheinmetall ha negoziato in merito un’ammenda di circa tre milioni di euro, più o meno equivalente all’intero profitto che avrebbe ottenuto illegalmente tramite questo accordo sottobanco.

Nel 2014, la procura di Brema aveva già multato il colosso degli armamenti tedesco per ben 37 milioni di euro, in connessione a una commessa da parte della Grecia, che nel 2000 aveva comprato da Rheinmetall 134 milioni di euro di armamenti antiaerei. Nonostante ci siano voluti ben 14 anni, alla fine i magistrati sono riusciti a dimostrare che l’azienda non aveva fatto abbastanza per prevenire la corruzione dei funzionari greci che hanno gestito il contratto.
All’epoca, l’azienda ha dovuto promettere di aggiornare il suo sistema di compliance interno e, in un’intervista di fine 2014, l’amministratore delegato di Rheinmetall Armin Papperger, aveva dichiarato che «infrazioni sistematiche non avverranno più in futuro»

Ma nonostante le promesse, Rheinmetall ha continuato a contare su transazioni opache nella gestione delle sue commesse, come Correctiv e Stern avevano già scoperto nel 2018. Il gruppo aveva infatti pagato al businessman libanese Ahmad El Husseini la sconcertante cifra di 15 milioni di dollari come “consulenza” per appianare un problema sorto riguardo il funzionamento dei cannoni per le navi della marina militare degli Emirati Arabi. El Husseini avrebbe usato i suoi agganci politici negli Emirati per trovare un accordo, e forse anche il denaro di Rheinmetall?
L’azienda nega con forza questa ricostruzione e anzi sostiene di essersi dotata di un moderno ed efficace sistema di “compliance”. Ogni sospetto è immediatamente analizzato, sostengono.

Un’industria bellica a rischio corruzione

Rheinmetall non è un caso isolato nel mondo dell’industria della difesa tedesca. Nel 2018 ad esempio, Airbus ha pagato 81,25 milioni di euro in connessione alla vendita di aerei da guerra Eurofighter all’Austria. Gli inquirenti di Monaco hanno a lungo indagato il caso, sospettando che si trattasse di una tangente, ma non sono riusciti a chiarire i movimenti precisi della somma di denaro in questione. Anche molti dei contratti del reparto navale di ThyssenKrupp sono stati indagati, fra cui una vendita di sottomarini a Israele e una di fregate all’Algeria.

Con la guerra in Ucraina inoltre, l’export di armi tedesche vedrà probabilmente un notevole incremento. I paesi dell’Est-Europa in particolare si stanno armando, e dovranno presto ricomprare quei materiali e mezzi che sono stati inviati in Ucraina. Anche prima della guerra in corso comunque, Rheinmetall aveva già ricevuto un ordine dall’Ungheria per mezzi di trasporto truppe “Lynx”, del valore di oltre due miliardi di euro. In futuro, questi stessi mezzi saranno prodotti direttamente in Ungheria, per altri clienti del gruppo tedesco.

In Germania, il governo federale riserva relativamente pochi fondi al suo stesso esercito, eppure ha sempre supportato con i suoi canali diplomatici l’esportazione di armamenti. L’allora ministro della difesa Thomas de Maizière nel 2011 andò a Mosca proprio per offrire all’esercito russo il know-how tedesco sugli armamenti. Poco più tardi, a Rheinmetall è arrivata la famosa commessa per il centro d’addestramento da 500 chilometri quadrati costruito a Mulino, che a sua volta è modellato su quello costruito per l’esercito tedesco in Sassonia.

«Abbiamo un interesse di sicurezza ad avere un esercito russo moderno e ben gestito» ha dichiarato De Maizière all’epoca. Raggiunto da Correctiv oggi, ha invece dichiarato che già allora era in realtà piuttosto scettico rispetto al contratto di Rheinmetall. «Il gruppo però voleva moltissimo quella commessa», ha dichiarato.

Nel 2013, cinque anni dopo l’invasione della Georgia da parte della Russia, a nove soldati russi era stato permesso di addestrarsi per alcuni mesi nel centro di addestramento Rheinmetall in Sassonia, a spese del Bundeswehr, l’esercito tedesco. Ufficialmente, la mossa doveva, secondo il ministero della difesa tedesco, rappresentare uno «scambio di esperienze e di valori». Come molte delle speranze un po’ ingenue di Berlino, anche questa sembra essere stata disattesa, almeno a guardare le immagini che arrivano da Bucha e da altri teatri di guerra in Ucraina.

Esercitazioni russe nel campo di addestramento di Mulino – Foto: Ministero difesa russo
Anche le speranze di Rheinmetall però, che arrivassero molte altre commesse dal Cremlino, non si sono avverate. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il governo federale ha bloccato il contratto con la Russia, impedendo il continuamento della costruzione del centro di addestramento. Da allora, la Russia ha dovuto completarlo con le sue forze.

È molto probabile che le truppe di Vladimir Putin si siano addestrate all’invasione dell’Ucraina proprio in quel centro di addestramento, inizialmente venduto alla Russia dalla Germania. Lo scorso settembre, il presidente russo l’ha visitato di persona, per partecipare agli addestramenti congiunti degli eserciti russo e bielorusso. Un programma di addestramento chiamato “Zapad 2021”, cioè “Ovest 2021”, un nome che già allora indicava la direzione in cui Putin voleva spingersi.

E Rheinmetall, dal canto suo, ancora non ha del tutto interrotto i rapporti con la Russia. Secondo l’ultima relazione annuale del gruppo, una joint venture messa in piedi dall’azienda di Dusseldorf a Mosca per la gestione del centro di addestramento sarebbe ancora attiva, registrando un profitto di 35mila euro nel 2020.

CREDITI

Autori

Frederik Richter

Traduzione ed editing

Giulio Rubino

In partnership con

CORRECTIV, Welt am Sonntag

Nave saudita carica di armi: da Genova a Livorno fino a Cagliari

19 maggio 2019 | di Lorenzo Bagnoli

La nave Bahri Yanbu, cargo saudita carico di armi, è attesa al porto di Genova alle 11 del 19 maggio. Doveva passare da Le Havre, in Francia, il 10 maggio, ma grazie alla denuncia del media francese Disclose, che ne ha scovato per primo la rotta, un gruppo associazioni pacifiste transalpine è riuscito a impedirne l’attracco. In Italia alcuni gruppi, tra pacifisti e marittimi che lavorano al porto, stanno cercando di replicare la protesta a Genova. Il problema, però, è che Bahri Yanbu non è nuova agli attracchi in Italia: solo negli ultimi sei mesi è stata il 15 marzo e il 6 gennaio (per 24 ore circa in entrambi i casi), a Genova, e tra il 7 e l’11 novembre del 2018 a Livorno. A caricare cosa, è impossibile dirlo.
Quel che è certo è che Bahri Yanbu è una delle sei traghetti per il trasporto di veicoli su gomma (in gergo Ro Ro Cargo) che compongono la flotta della compagnia nazionale saudita Bahri Shipping, usata da Riad per acquistare e trasferire armi in tutto il mondo. Le navi sorelle si chiamano Bahri Jeddah, Bahri Tabuk, Bahri Abha, Bahri Yazan e Bahri Hofuf. La prima per certo ha caricato al porto di Cagliari armamenti prodotti dalla Rwm Italia, branca nostrana della tedesca Rheinmetall, il 9 giugno 2016. Bahri Janzan si è fermata a Genova, prima di dirigersi a Veracruz, in Messico, tra il 23 e il 24 aprile e tra il 17 e 18 febbraio. Il 13 ottobre 2018 ha fatto anche 13 ore di sosta al porto di Cagliari. Stesso porto e stesse ore di sosta per Bahri Hofuf, a dicembre 2018. La nave nel luglio 2014 era stata fermata dagli ispettori del porto di Genova perché non aveva le bolle d’accompagnamento necessarie ad un carico di armamenti. Cagliari e Genova sono stati attracchi per Bahri Abha tra il 25 e il 27 marzo, mentre Bahri Tabuk non si vede in Sardegna dal luglio 2018.
Secondo i report dei Lloyd’s inglesi, l’ultimo anno le navi saudite per almeno 34 fino a 71 giorni hanno tenuto spenti i transponder, rendendosi invisibili ai radar.

E questi sono i movimenti tracciabili: in media, secondo i report dei Lloyd’s inglesi, l’ultimo anno le navi saudite per almeno 34 fino a 71 giorni hanno tenuto spenti i transponder, rendendosi invisibili ai radar. La principale accusa delle ong pacifiste è che le armi caricate in Europa uccidano civili in Yemen, dove l’Arabia Saudita guida la Coalizione contro i ribelli Houthi: con Riad sono schierati i gruppi che sostengono il governo del presidente Abd Rabbih Mansur Hadi, i Paesi del Golfo, la Giordania, l’Egitto, il Marocco, il Sudan e il Senegal. Dall’altra parte, con i ribelli sciiti, Iran ed Hezbollah. In mezzo, la presenza di terroristi di Al Qaeda nella Penisola arabica (Aqap), che stanno cercando di approfittare del caos per guadagnare terreno. Immagini satellitari mostrano una delle navi ferma ad Aden, porto yemenita sotto il controllo dell’esercito saudita dal 2015, in due occasioni nel 2016. Al suo arrivo in porto, c’erano sempre uomini in mimetica e veicoli militari.
L'inizio della vicenda

L’inchiesta sulle rotte della flotta della Bahri Shipping nasce da una piccola vittoria della società civile grazie al contributo di una piattaforma di giornalismo investigativo. La storia comincia in Francia.

Il 7 maggio la nave cargo Bahri Yanbu avrebbe dovuto fare tappa al porto di Le Havre, in Normandia. Invece, a terra, le polemiche per il suo arrivo sono montate a tal punto da costringerla a proseguire fino al secondo scalo previsto: quello di Genova. L’ong Disclose, piattaforma francese che promuove ricerca e giornalismo investigativo, qualche giorno prima ha rivelato che la nave cargo in Francia avrebbe dovuto caricare dei cannoni Cesar per portarli fino a Jeddah, in Arabia saudita. Riad è impegnata in un conflitto regionale contro i ribelli Houthi dello Yemen e le armi francesi, in flagrante violazione del diritto internazionale, sono tra quelli utilizzate dall’esercito saudita. Secondo le autorizzazioni delle esportazioni di armamenti sia francesi, sia italiane, il loro uso infatti dovrebbe solo essere «civile».

Dopo l’inchiesta di Disclose “Made in France”, Florence Parly, ministra delle Forze armate, è stata costretta a confermare l’operazione di carico in programma. Così opposizione e sindacati dei portuali hanno organizzato una protesta che ha permesso, almeno per questa volta, di evitare il carico dei cannoni. Cavalcando l’onda della protesta, i sindacati dei portuali di Genova, con il sostegno delle associazioni per il disarmo, sono riusciti ad ottenere lo stesso risultato. Il 20 maggio avrebbe dovuto caricare armi anche nel capoluogo ligure, ma i camalli genovesi si sono rifiutati di procedere con l’operazione di carico.

Non è stato l’ultimo viaggio della Bahri Yanbu a Genova. L’ultima volta che passata dalle acque liguri è stato nel febbraio 2020 e in quel caso non è stato possibile impedire il carico degli armamenti.

Disclose è tra i partner del capitolo francese dell’inchiesta #Euarms

Le uniche foto del carico trasportato da una delle Bahri risalgono allo scorso anno e al 2016. Nelle prime, pubblicate oggi da Repubblica, si riconoscono dei LAV 700, di produzione canadese e usati dall’Arabia Saudita in Yemen, insieme a dei MaxxPro della Navistar Defense, mezzi made in USA che Amnesty ha documentato in mano a milizie yemenite che combattono a fianco degli Emirati. Tra i porti di transito che appaiono più di frequente nei diari di bordo delle Bahri ci sono infatti Jebel Ali (UAE) e Halifax, ma anche Baltimora e Houston. Le foto del 2016 ritraggono dei Tygra, veicoli armati prodotti dall’azienda emiratina Mezcal. Quella nave, la Bahri Abha, era partita dal porto emiratino, quando è entrata al porto di Tobruk, in Libia, il 17 aprile del 2016, come confermano anche delle foto caricate da Facebook.
Di quel carico se ne è occupato il Panel di esperti sulla Libia del Consiglio di sicurezza dell’Onu perché ha violato l’embargo sull’ingresso delle armi in vigore dal 2011. La nave cargo trasportava 549 veicoli armati, tra cui 18 Tygra e altri 76 Panther T6, prodotti da un’altra azienda emiratina, la Minerva Special Purpose Vehicles. Emirati e Arabia Saudita sono nel Golfo i principali sponsor del generale ribelle Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk che dall’inizio di aprile ha mosso su Tripoli per conquistare la Libia. Secondo il rapporto del Panel del 2017, quegli armamenti rientravano in una commessa che la Ard el Theqa General Trading, altra azienda di Dubai, aveva stretto con il ministero dell’Interno di Tripoli, prima che Haftar si prendesse la Cirenaica, parte orientale della Libia, sfidando il governo della capitale sostenuto dalle Nazioni Unite. Sempre stando all’inchiesta svolta dagli esperti dell’Onu, questi stessi veicoli sono stati dispiegati dall’Esercito nazionale libico di Haftar nella guerra nella regione centrale della Mezzaluna del greggio, regione intorno a Ras Lanuf, ricca di petrolio. In Europa, invece, le navi della Bahri hanno fatto spesso tappa a Danzica, Polonia, nella seconda metà del 2016. Il Paese aveva in essere un commessa per la consegna di 40 veicoli Patria 8×8 prodotti dall’azienda di armamenti locali Rosomak Sa. Ricercatori di Amnesty International attraverso immagini da tv e social media sono riusciti a localizzarne alcuni a Houdaida, provincia che si affaccia sul Mar Rosso, tra le più colpite dal conflitto. Il 15 maggio Middle East Eye riporta che è stato rotto il coprifuoco a cui le Nazioni Unite erano giunte dopo mesi di trattative per impedire che la città ripiombasse nella crisi umanitaria.

Ha collaborato: Leone Hadavi | In partnership con: Il Fatto Quotidiano | Foto: La nave Bahri Yanbu in mare a Tripoli

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Turkmenistan, dal 2012 l’Italia ha venduto armamenti per 257 milioni di euro

#EuArms

Turkmenistan, dal 2012 l’Italia ha venduto armamenti per 257 milioni di euro

Lorenzo Bagnoli

Dal 2012 in avanti l’Italia ha contribuito alla corsa agli armamenti del Turkmenistan nonostante il Paese sia considerato da organizzazioni internazionali come Human Rights Watch una dittatura al pari di Corea del Nord ed Eritrea sul piano della libertà di stampa. Secondo la posizione dell’Unione europea sull’export di armamenti, paesi noti per reprimere le libertà individuali non dovrebbero ottenere licenze per le armi europee. Ma il business, da sette anni, fa comodo a entrambe le parti: secondo i report ufficiali dell’Ue, tra il 2010 e il 2017 il Turkmenistan ha comprato da Paesi Ue armi per 340 milioni di euro. Il 76 per cento di queste (257 milioni) provengono dall’Italia.

Dal punto di vista italiano, il commercio è stato un primo passo per allacciare relazioni politico-commerciali con un Paese ricchissimo di gas. L’Italia ha stretto accordi con l’Azerbaijan per la realizzazione del Corridoio meridionale del gas, di cui il Tap è l’ultimo tratto. Anche il Turkmenistan potrebbe diventare, attraverso il gasdotto transcaspico tra Baku e Turkmenbashi in costruzione, uno dei Paesi esportatori di gas. Dal punto di vista turkmeno, le armi sono servite a tenere il passo dell’escalation militare, cominciata proprio nel 2012. È stato l’inizio di una tensione sotterranea nella regione, dove sette anni dopo, all’inizio 2019, c’è stata la prima esercitazione militare congiunta Russia-Iran, le due indiscusse superpotenze della zona.

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Chi, in Turkmenistan, ha a disposizione le armi italiane? In che occasioni, fino ad oggi, sono state utilizzate? Italian Arms, gruppo di ricercatori e giornalisti, è riuscito tramite fonti aperte a tracciarle durante parate ed esercitazioni. Italian Arms è un’iniziativa dell’agenzia di giornalismo olandese Lighthouse Reports insieme giornalisti e ricercatori dell’Osservatorio permanente sulle armi leggere di Brescia (Opal), di Report (Rai Tre), del centro italiano di giornalismo investigativo Irpi e di Bellingcat, consorzio di giornalisti d’inchiesta che pubblica il report completo con tutte le armi scoperte da Italian Arms. La ricerca parte dai documenti ufficiali, ossia le esportazioni autorizzate dal ministero dello Sviluppo economico, la relazione al Parlamento sull’export delle armi e i documenti delle dogane dove si rintracciano le vendite effettive di armi. Una mole di documenti spesso difficile da leggere o incompleta.

Le licenze mancanti per gli elicotteri Agusta AW 109

Agosto 2017. I militari del Turkmenistan stanno svolgendo un’esercitazione militare al confine con l’Iran. Tra i Paesi c’è tensione: si contendono dei pozzi petroliferi sul Caspio. In un montaggio del video della tv di Stato, si vedono almeno tre elicotteri con mimetizazzione militare che sparano. Gli stessi si vedono sorvolare piazza dell’Indipendenza, ad Ashgabat, la capitale, durante la parata dell’ottobre 2016. Gli stessi sono stati trovati da Italian Arms anche due anni dopo. Gli elicotteri sono prodotti dall’italiana AgustaWestland, oggi gruppo Leonardo.

Dal 2012 in avanti l’Italia ha contribuito alla corsa agli armamenti del Turkmenistan nonostante il Paese sia considerato da organizzazioni internazionali come Human Rights Watch una dittatura al pari di Corea del Nord ed Eritrea sul piano della libertà di stampa

Di loro non c’è traccia sulle autorizzazioni alle esportazioni militari dal 2003 al 2016. Possibile, visto che il mezzo è definito multiuso e spesso esportato non per usi militari, come ad esempio il pattugliamento con le forze di polizia. I dati del Sipri (Stockholm International Peace Research Institute), think tank che traccia le esportazioni di tecnologia militare, rintracciano la vendita di almeno tre (di un quarto non c’è una conferma al 100 per cento) di questi velivoli dall’Italia. Evidentemente non sono destinati a un uso civile. Tre di loro, in un video messo online dall’opposizione al governo di Gurbanguly Berdimuhamedow, sparano.

Non sono gli unici elicotteri made in Italy a disposizione delle forze armate turkmene. Nel 2011 il nostro ministero degli Esteri ha concesso una licenza ad AgustaWestland (oggi incorporata in Leonardo) per l’esportazione di cinque elicotteri AW-139 a uso militare verso il Turkmenistan. La transazione commerciale si può confermare incrociando i dati dei ministeri degli Esteri, dell’Economia e quelli dell’Agenzia delle dogane, i quali confermano inoltre l’avvenuto pagamento e l’esportazione dei velivoli per un totale di 64 milioni di euro.

Nei documenti governativi non vi è traccia neanche di altri due velivoli made in Italy. Si tratta del caccia da addestramento militare M-346 e dell’aereo da trasporto tattico C-27 Spartan, entrambi di produzione Leonardo. Da siti web dedicati all’industria bellica risulta che il presidente turkmeno Berdimuhamedow abbia ispezionato entrambi i velivoli lo scorso 3 maggio. Da un’attenta analisi delle immagini fotografiche e video possiamo affermare che il luogo dell’ispezione era la base militare di Aktepe

«L’esercito turkmeno è assolutamente inadeguato a gestire qualunque potenziale situazione di rischio, in particolare al confine con l’Afghanistan»

Fabio Indeo - Analista, NATO Defense College Foundation

Le navi del Caspio

Ad agosto del 2018, i Paesi affacciati sul Mar Caspio (Turkmenistan, Iran, Kazakhstan, Azerbaijan), su spinta di Mosca hanno introdotto un nuovo accordo. Nessun Paese al di fuori di quelli rivieraschi sarà autorizzato a mettere una base militare nel Caspio. Una situazione che mette in condizione di vantaggio Russia e Iran, le due superpotenze indiscusse della regione.

«La Nato avrebbe voluto avere un avamposto, in Azerbaigian ma soprattutto in Kazakhstan, nazione che vanta un rapporto privilegiato con la Ue attraverso l’Enhanced Partneship and Cooperation Agreement», spiega Fabio Indeo, analista per l’Asia centrale al NATO Defense College Foundation. È l’epilogo di una lunga partita geopolitica cominciata – guarda caso – proprio nel 2012. All’epoca, per la prima volta nella sua storia, il governo turkmeno ha condotto sul Caspio un’esercitazione militare.

«La marina del Turkmenistan simula la guerra nel Caspio ricco di gas», titolava la Reuters a marzo 2012. Turkmenbashi è una città turkmena sulle rive del Caspio. Qui ha sede il principale porto militare turkmeno. Italian Arms ha tracciato qui, a bordo di otto pattugliatori classe Tuzla, cannoni 40L70 prodotti dalla Oto Melara, altra azienda oggi inglobata nel gruppo Leonardo. Anche qui, come nel caso degli elicotteri della AgustaWestland, i documenti delle nostre istituzioni non sono completi. Risulta infatti che il ministero degli Esteri abbia concesso nel 2011 la licenza per la vendita di due cannoni 40L70 al Turkmenistan, per un valore complessivo di 6,9 milioni di euro.

Un esercito fantoccio

«Il Turkmenistan è un Paese di cui si conosce pochissimo. Il multipartitismo è una conquista recente e solo di facciata, in quanto i due partiti formalmente “di opposizione” appaiono in realtà filo-governativi». Il ricercatore del Ndcf Fabio Indeo insiste sull’impenetrabilità del Turkmenistan. Il Paese è ben inserito nelle trattative geopolitiche – in particolare per il gas – ma fuori dai radar di società civile e gruppi di attivisti internazionali. Le notizie che arrivano sono frammentarie e incomplete. Quello che molti analisti dicono, però, è che l’esercito turkmeno «è assolutamente inadeguato a gestire qualunque potenziale situazione di rischio, in particolare al confine con l’Afghanistan», sottolinea Indeo.

«Le armi di fabbricazione europea – sofisticate e all’avanguardia – servono allo scopo da un lato di impressionare l’opinione pubblica all’interno e dall’altro come potenziale deterrente per altri Paesi del Caspio dall’attaccare avamposti turkmeni», sostiene Indeo.

Di che armi dispone l’esercito fantoccio? Ci sono – tra le altre – 300 fucili d’assalto ARX 160 e 120 pistole PX4 Storm. Le produce Beretta, che con questa commessa ha incassato 3,8 milioni di euro. Si vedono dispiegate nelle grandi parate trasmesse dalla tv di Stato.

Armi e trasparenza

Il modo in cui sono costruiti i documenti governativi non aiuta a capire di che armamenti si tratti. Come visto in precedenza, in alcuni casi sono persino incompleti. Quando Italian Arms ha chiesto chiarimenti all’ufficio del ministero dello Sviluppo economico che si occupa delle licenze per l’export di armamenti per 15 milioni di euro, non chiari, la risposta ottenuta è che in occasione di una richiesta sulle licenze autorizzate da questa Autorità nazionale-UAMA, «non forniamo questo genere di informazioni». Battaglie su regole più chiare nell’export delle armi e stop alla vendita ai Paesi chiaramente in guerra è stata una delle battaglie di vecchi parlamentari a Cinque Stelle, come il sardo Roberto Cotti, proveniente dal mondo dei pacifisti.

A settembre 2018 l’argomento ha creato le prime tensioni nella maggioranza giallo-verde, nonostante il “Blocco della vendita di armi ai Paesi in conflitto” sia uno dei punti del Contratto di governo.

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Lorenzo Bagnoli

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Lorenzo Bodrero

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L’Unione Europea e l’export degli armamenti

L’Unione Europea e l’export degli armamenti

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Francia, Germania, Gran Bretagna, Spagna e Italia. Sono i quattro Paesi dell’Unione europea che finiscono nella top ten degli esportatori di armi pesanti in tutto il mondo. Insieme, pesano il 22,6% del totale: meno degli Stati Uniti, al 36%, ma più della Russia, al 21%. Il mercato, nel suo complesso, nel quinquenni 2015-2019 è aumentato del 5,5% rispetto al precedente e del 20% se si compara il dato al 2005-2009. Per arrivare a un volume di transazioni superiore, bisogna tornare ai tempi della Cortina di ferro. Lo affermano i dati del più recente rapporto del Sipri, think tank che si occupa di monitorare il mercato legale delle armi di base a Stoccolma. Le regole europee prevedono che le esportazioni di armi pesanti non siano possibili in teatri di guerra. Ma si fermano alla verifica su carta, di chi firma gli acquisti. Non verifica il beneficiario ultimo degli armamenti.

Sulla base di questa lacuna d’informazioni, il collettivo di giornalisti olandese Lighthouse Reports ha cominciato a tracciare i carichi, partendo dai documenti ufficiali e scandagliando fonti aperte su internet dalle quali ricostruire il percorso delle armi. Il lavoro, cominciato nel 2018, è ancora in corso.

Al momento una prima ricerca si è svolta in Olanda, Italia, Germania, Francia, Spagna e Belgio, grazie al supporto di Bellingcat, gruppo specializzato in ricerche online su fonti aperte.

I grandi importatori di armi e il bando per i Paesi in guerra
Secondo SIPRI, gli importatori di armi pesanti nel mondo tra il 2015 e i 2019 sono stati 160. Ai primi cinque posti, fin dal 2010, ci sono Arabia saudita, India, Egitto, Australia e Cina. Riad, impegnata in un conflitto regionale in Yemen, continuano a importare armi occidentali, nonostante il bando previsto per i Paesi in guerra.

I risultati finora raggiunti permettono di dimostrare, ancora una volta, la totale assenza di trasparenza e la palese violazione del diritto internazionale in tema di export delle armi, anche quando le carte sono tutte in regola. I veri consumatori dell’industria della guerra sono sempre i Paesi in conflitto o quelli limitrofi.

#EuArms è una inchiesta aperta e in corso di svolgimento.

Prelati e mediatori per portare armi italiane in Polonia

Prelati e mediatori per portare armi italiane in Polonia

Con l’arrivo di Andrzej Duda al potere in Polonia salta l’accordo del precedente governo con la francese Airbus per la vendita di elicotteri militari. Il nuovo appalto viene vinto da Leonardo. Tra i due eventi, le lettere di Mario Benotti e Zygmunt Zimowski

Le armi tedesche alla Russia

Le armi tedesche alla Russia

Rheinmetall, primo produttore di armi in Germania, è entrata nel mercato russo con una commessa di oltre 100 milioni di euro. Un pagamento di oltre cinque milioni di euro potrebbe aver facilitato l’accordo

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Autori

Lorenzo Bagnoli
Lorenzo Bodrero
Matteo Civillini
Riccardo Coluccini

Ha collaborato

Leone Hadavi
Frederik Richter

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Editing

Luca Rinaldi

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