Credit Suisse è stata condannata per riciclaggio dei capitali della mafia bulgara

4 Luglio 2022 | di Edoardo Anziano

Il 27 giugno 2022 i giudici del Tribunale Penale Federale di Bellinzona, nel Canton Ticino, hanno emesso una sentenza storica. La banca Credit Suisse è stata dichiarata colpevole di aver aiutato l’organizzazione criminale del narcotrafficante bulgaro Evelin Banev, alias “Brendo”, a ripulire soldi sporchi guadagnati con il contrabbando di cocaina. È la prima volta che un istituto bancario viene dichiarato colpevole di riciclaggio in Svizzera

Fra il 2004 e il 2008 i mafiosi bulgari, con a capo Banev, avevano aperto decine di conti cifrati in Credit Suisse – simili a quelli di cui IrpiMedia aveva già raccontato nell’inchiesta SuisseSecrets. Su questi conti sono poi affluiti centinaia di milioni di euro, i proventi di un gigantesco traffico internazionale di droga, senza che la banca provvedesse a effettuare un’adeguata due diligence per controllare l’origine dei soldi. 

Secondo le accuse dei pubblici ministeri gli indizi sull’origine illecita dei fondi erano chiari. Nonostante ciò, in Credit Suisse non è scattato nessun allarme. Anzi, le transazioni con l’organizzazione di Banev sembravano deliberatamente organizzate in modo da non destare alcun sospetto di riciclaggio.   

Il Tribunale ha accertato «carenze all’interno della banca nel periodo in questione [fra luglio 2007 e dicembre 2008; i fatti antecedenti sono caduti in prescrizione ndr], sia per quanto riguarda la gestione dei rapporti con i clienti dell’organizzazione criminale, sia per quanto riguarda il monitoraggio dell’attuazione delle norme antiriciclaggio». Per questo motivo, Credit Suisse è stata multata per due milioni di franchi svizzeri, poco più di due milioni di euro, e costretta a risarcire il governo cantonale per 18.6 milioni di euro.  Dopo il verdetto, l’istituto ha annunciato che ricorrerà in appello, prendendo atto «di questa decisione relativa a precedenti carenze organizzative».

#SuisseSecrets, il progetto d'inchiesta
#SuisseSecrets, il progetto

Suisse Secrets è un progetto di giornalismo collaborativo basato sui dati forniti da una fonte anonima al giornale tedesco Süddeutsche Zeitung. I dati sono stati condivisi con OCCRP e altri 48 media di tutto il mondo. IrpiMedia e La Stampa sono i partner italiani del progetto. 

Centocinquantadue giornalisti nei cinque continenti hanno rastrellato migliaia di dati bancari e intervistato decine di banchieri, legislatori, procuratori, esperti e accademici, e ottenuto centinaia di documenti giudiziari e finanziari. Il leak contiene più di 18mila conti bancari aperti dagli anni Quaranta fino all’ultima decade degli anni Duemila. In totale, lo scrigno è di oltre 88 miliardi di euro.

«Ritengo le leggi sul segreto bancario svizzero immorali – ha dichiarato la fonte ai giornalisti-. Il pretesto di proteggere la privacy finanziaria è semplicemente una foglia di fico che nasconde il vergognoso ruolo delle banche svizzere quali collaboratori degli evasori fiscali. Questa situazione facilita la corruzione e affama i Paesi in via di sviluppo che tanto dovrebbero ricevere i proventi delle tasse. Questi sono i Paesi che più hanno sofferto del ruolo di Robin Hood invertito della Svizzera».

Nel database di Suiss Secrets ci sono politici, faccendieri, trafficanti, funzionari pubblici accusati di aver sottratto denaro alle casse del loro Paese, uomini d’affari coinvolti in casi di corruzione, agenti di servizi segreti. Ci sono anche molti nomi sconosciuti alle cronache giudiziarie.

Oltre alla banca fondata nel 1856, sono stati riconosciuti colpevoli due cittadini bulgari – considerati i faccendieri in Svizzera del boss Banev, non indagato -, e due ex funzionari di banca, fra cui la consulente alla clientela della sede zurighese di Credit Suisse all’epoca dei fatti: colei che avrebbe materialmente aiutato i trafficanti ad aprire i conti correnti. Tutte le pene carcerarie sono state sospese, tranne quella di uno degli uomini di fiducia di Banev, condannato a tre anni (di cui solo metà sospesa) per associazione a delinquere, riciclaggio e tentato riciclaggio

I giudici svizzeri, con questa sentenza, hanno portato a conclusione una vicenda processuale che era cominciata nel 2013, ma che affonda le proprie radici in un piccolo sequestro di cocaina avvenuto in Italia oltre 15 anni fa.  

Evelin Nikolov Banev nella lista dei ricercati dell’Interpol – Screenshot Interpol.int (4/7/22)

L’alleanza mafia fra mafia bulgara e ‘ndrangheta

Sono le 13 del 7 novembre 2005. Al casello autostradale di Agrate Brianza, 20 chilometri da Milano, i Carabinieri del Nucleo radiomobile fermano una Lancia Y per un controllo. Alla guida c’è Paolo Fenu, ispettore capo di Polizia presso la Questura di Venezia. All’interno dell’auto i militari trovano circa un chilo e mezzo di cocaina, e arrestano Fenu. Dal piccolo sequestro al casello di Agrate, il Ros di Torino, col coordinamento della Dda di Milano, segue le tracce di un fiume di cocaina che si dipana tra Veneto e Piemonte. In tre anni ne vengono sequestrate 10 tonnellate

Gli investigatori scoprono che Fenu era stato assunto come corriere da un cittadino bulgaro nato a Padova. Così, rivelano, con lunghe indagini che durano fino al 2012, l’esistenza di un sodalizio tra la mafia bulgara e una locale di ‘ndrangheta in Piemonte, collegata alla ‘ndrina Bellocco di Rosarno. L’organizzazione criminale si avvaleva di una rete di spacciatori veneti e piemontesi per distribuire la cocaina, che veniva importata via mare dalla Repubblica Dominicana, passando per Amsterdam e Milano

Alla testa dell’organizzazione c’è Brendo, il “re della cocaina”. Specializzato in narcotraffico sulla rotta Sud America – Europa occidentale, ha contatti con i guerriglieri delle FARC – le Forze Armate Rivoluzionarie colombiane – e con altri cartelli. Insieme a lui finiscono in manette, per associazione a delinquere e spaccio, altre 29 persone. Tuttavia, l’operazione svela molto di più che una rete transnazionale di traffico di stupefacenti. All’organizzazione la polizia sequestra beni per 30 milioni di euro, fra cui diversi conti cifrati presso la banca svizzera Credit Suisse

Centinaia di milioni in Credit Suisse

Secondo quanto emerge dalle prime indagini della Dda di Milano, nel 2012, ammonterebbero ad almeno 10 milioni di euro i depositi in conti cifrati presso Credit Suisse riconducibili al clan mafioso di Banev. Un sodalizio che però riesce a importare in Europa una media di 40 tonnellate di cocaina all’anno, piazzandola sul mercato a 30 milioni di euro a tonnellata. E infatti, nei primi conti scoperti nella sede zurighese di Paradeplatz non c’è che una minima frazione della fortuna accumulata dai narcotrafficanti bulgari. 

Tra il 2004 e il 2006, Banev – insieme con familiari e affiliati – apre 84 conti e affitta 8 cassette di sicurezza presso Credit Suisse. Su cui iniziano ad affluire decine di milioni di soldi sporchi, sia provenienti da società offshore che depositati direttamente in contanti, come ricostruito dal giornalista svizzero Federico Franchini. Con la protezione del segreto bancario, i mafiosi bulgari consegnano il denaro, anche in trolley pieni di cash, e la banca accetta senza battere ciglio. In tre anni l’istituto di credito aiuta Banev a riciclare più di 70 milioni di franchi. Secondo altre fonti i proventi illeciti riciclati ammonterebbero in totale a 145 milioni di franchi

«In poco tempo, – scrive Franchini – Zurigo diventa la più importante base finanziaria per l’organizzazione», con il boss Banev che riesce persino a farsi concedere un prestito da 10 milioni di euro da Credit Suisse, per investire nel settore immobiliare. Infatti, proprio nel paese elvetico il “re della cocaina” pensa di trasferirsi con la moglie

Non fa in tempo. Nell’aprile del 2007 Evelin Banev viene arrestato in Bulgaria perché accusato di frode immobiliare e riciclaggio di denaro per due milioni di euro. Rilasciato su cauzione, viene arrestato di nuovo nel 2012 a Sozopol, in Bulgaria, su ordine del Tribunale di Milano, che smantella la sua rete di trafficanti e apre le porte all’indagine svizzera su Credit Suisse. La Corte della città di Sofia lo condanna a sette anni e sei mesi l’anno seguente, ma le accuse vengono annullate in appello. Sempre nel 2013, i giudici milanesi lo condannano, stavolta a 20 anni di carcere, per associazione a delinquere e traffico internazionale di stupefacenti. Nel frattempo è ricercato anche dalla DIICOT, la Direzione Investigativa contro il Crimine Organizzato e il Terrorismo in Romania, per aver trafficato 50 kg di cocaina

Il “re” rimane imprendibile

In totale, fra droga e riciclaggio, Banev deve scontare 36 anni di prigione fra Italia, Romania e Bulgaria. Nel 2015, tuttavia, dopo essere stato estradato dall’Italia a Sofia – dove il boss bulgaro ha entrature con i servizi segreti – Banev sparisce.  

Per sei anni, “Brendo” si dà alla macchia, finché, nel settembre 2021 viene arrestato in Ucraina, a Kiev. Gli viene però concessa la cittadinanza ucraina, viene rimesso in libertà e la Corte d’appello di Kiev si oppone alla sua estradizione, proprio in quanto cittadino ucraino

Nel frattempo il processo contro Credit Suisse per la vicenda del riciclaggio del denaro sporco di Banev va avanti. A febbraio 2022 lo stesso Banev, seppur non come indagato, viene chiamato a comparire di fronte ai giudici del Tribunale penale federale di Bellinzona. Il trafficante non si presenta e i magistrati di Kiev affermano di non sapere più dove viva

Alla fine di giugno 2022, i giudici di Bellinzona condannano i suoi sodali per aver riciclato i soldi della droga con il silenzio della banca svizzera. Eppure, a mancare all’appello è proprio il “Brendo”, il capo dell’organizzazione criminale bulgara alleata dei Bellocco in Piemonte. Forse protetto dalle sue amicizie politiche e istituzionali, Evelin Banev per adesso è sempre riuscito a evitare il carcere, e non ha scontato che una minima parte della sua pena.

Salerno, Varna e Sousse il triangolo dietro i container di rifiuti bloccati in Tunisia

Salerno, Varna e Sousse il triangolo dietro i container di rifiuti bloccati in Tunisia

Sara Manisera
Arianna Poletti
RaiNews24

Il 2 novembre 2020 in Tunisia è stata aperta un’indagine per traffico di rifiuti dopo che – tra maggio e luglio 2020 – sono entrati nel Paese 282 container di rifiuti provenienti dall’Italia. A distanza di oltre sette mesi, 212 container sono ancora bloccati al porto di Sousse, 170 chilometri a sud della capitale Tunisi. L’inchiesta, dopo i primi arresti, sembra essersi arenata in Tunisia, mentre in Italia hanno cominciato a indagare anche due Direzioni distrettuali antimafia: quella di Salerno, porto dal quale sono partiti i rifiuti italiani, e quella di Potenza competente per il Vallo di Diano dove ha sede la società campana Sviluppo Risorse Ambientali. Nuovi documenti allargano il perimetro delle persone coinvolte: non più solo l’azienda campana, ma anche una calabrese con interessi che portano fino in Bulgaria. A questo si aggiunge una sorta di facilitatore dell’affare tra Italia e Tunisia, che a IrpiMedia spiega però di essere disposto a chiarire il suo ruolo solo alla magistratura. Una fonte vicino a una delle due inchieste italiane sostiene che la «mancata collaborazione» delle autorità tunisine stia impedendo alle autorità di andare avanti.

La normativa internazionale sui movimenti transfrontalieri dei rifiuti, sancita dalla Convenzione di Basilea, prevede che in un caso come questo i rifiuti sospetti debbano rientrare al Paese di partenza. Invece, da mesi, la Regione Campania, che ha autorizzato le spedizioni, e la società coinvolta, la Sviluppo Risorse Ambientali srl (SRA) di Polla, si rimbalzano la responsabilità. La Sviluppo Risorse Ambientali srl si è rivolta prima al Tar della Campania, poi a quello del Lazio per evitare di farsi carico dei costi del rimpatrio: entrambi i ricorsi sono risultati inammissibili. L’azienda è in attesa di una terza decisione dal tribunale di Roma.

Nel frattempo la Arkas, la società turca incaricata del trasporto e del noleggio dei container, ha inviato una richiesta di risarcimento danni del valore di circa 10 milioni di euro alla Regione Campania, al ministero dell’Ambiente italiano e alla società di Polla Sviluppo Risorse Ambientali. Secondo l’atto di citazione dei legali di Arkas, «la Regione Campania è responsabile per avere ritardato le procedure di rientro in Italia dei rifiuti sia prima che dopo le segnalazioni delle competenti autorità tunisine». Inoltre, Arkas sostiene che dopo il blocco dei container «c’è stata una fitta corrispondenza tra il Ministero dell’Ambiente italiano e il Ministero dell’Ambiente tunisino di cui l’esponente [Arkas, ndr] è tuttora all’oscuro e che dimostra il pieno coinvolgimento del Ministero italiano e la piena conoscenza da parte dello stesso dei termini della questione», ossia la permanenza dei container al porto di Sousse, con il conseguente danno per Arkas.

Solo nel 2019 la Regione Campania ha rilasciato autorizzazioni all’esportazione per oltre 500mila tonnellate di rifiuti. Com’è possibile che abbia potuto sbagliare una procedura così comune? Il dirigente Antonello Barretta, contattato da IrpiMedia, glissa e scarica la responsabilità sull’azienda di Polla che ha segnalato l’Agenzia per la Promozione dell’Industria di Sousse (API Sousse) come autorità competente per approvare l’esportazione. L’autorizzazione spetterebbe invece al focal point – il punto di contatto previsto dalla normativa internazionale sui rifiuti – in Tunisia. Nel frattempo, la Regione Campania ha annullato in autotutela i due decreti dirigenziali che autorizzavano la SRA a esportare in Tunisia.

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Container dell’azienda turca Arkas in Tunisia – Foto: IrpiMedia

Mentre la Regione Campania e la ditta italiana continuano a dilatare i tempi, i 212 container contenenti 7.900 tonnellate di rifiuti restano nel porto di Sousse. I restanti 70 container sono invece depositati in un hangar a 15 chilometri dalla città, nel remoto villaggio agricolo di Moureddine, dove la ditta tunisina Soreplast suarl ha affittato un deposito.

Soreplast suarl, una società “totalmente esportatrice” tornata attiva due mesi prima della firma del contratto con la ditta di Polla Sviluppo Risorse Ambientale srl, a settembre 2019, avrebbe dovuto riciclare i rifiuti di tipo 191212 trasformandoli in tubicini di plastica per poi esportarli nuovamente. Ma per il responsabile della Convenzione di Basilea in Tunisia nei container non ci sarebbero rifiuti misti non pericolosi come dichiarato nei documenti di trasporto, bensì rifiuti domestici indifferenziati non riciclabili, destinati a inceneritore o alla discarica. Secondo il Ministero dell’Ambiente, inoltre, la Tunisia non ha impianti idonei al trattamento dei rifiuti. Quindi, secondo le convenzioni internazionali sui rifiuti, la spedizione della SRA è da considerarsi illecita e l’Italia se li deve riprendere.

Cosa sono i rifiuti 191212

Il numero 191212 indica la composizione del rifiuto secondo il Codice Europeo del Rifiuto (CER). Corrisponde alla dicitura: «Rifiuti (compresi materiali misti) prodotti dal trattamento meccanico dei rifiuti urbani». L’Italia produce circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti urbani l’anno e dovrebbe riciclarne almeno il 65%, obiettivo che però non riesce a raggiungere. Come ci impone la legislazione europea, l’indifferenziata va infatti selezionata una o più volte per separare la frazione riciclabile dallo scarto finale, che andrà poi smaltito in discarica o incenerito. Ma questo ha un costo e in Italia mancano gli impianti necessari.

«Una piattaforma raccoglie l’indifferenziata e seleziona la parte pregiata, che sarà consegnata ad un consorzio nazionale, mentre la parte residuale, il cosiddetto scarto, viene bollato con il codice 19 – spiega Claudia Silvestrini, direttrice del consorzio Polieco -. Il rifiuto 19 può essere inviato ad un’altra piattaforma che lo riseleziona oppure viene spedito in altri Paesi, dove poi bisogna vedere se l’impianto finale esiste ed è in condizione di riceverlo». Dalla Campania proviene il 95% dei 191212 esportati da tutta Italia, che a loro volta rappresentano il 17% del totale dei rifiuti mandati all’estero. A riceverli sono principalmente Spagna, Portogallo, Danimarca ed Est Europa.

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Un contratto tra l’azienda calabrese e quella campana

A richiedere alla Regione Campania l’autorizzazione all’export è stata la Sviluppo Risorse Ambientali srl, una società di Polla che raccoglie e ricicla i rifiuti urbani dalla provincia di Salerno e da altre regioni, come la Basilicata e la Calabria. Ed è proprio una ditta calabrese a cedere alla Sviluppo Risorse Ambientali srl il contratto stipulato il 10 settembre 2019 con la tunisina Soreplast: si tratta della Eco Management S.p.a di Soverato, in provincia di Catanzaro. Come si legge sul contratto ottenuto da IrpiMedia, è la società calabrese ad aver affidato per prima all’azienda tunisina le operazioni di «conferimento, selezione e avvio al recupero di rifiuti speciali CER 191212» per un quantitativo di 10.000 tonnellate mensili fino a un tetto massimo di 120.000 tonnellate. La Sviluppo Risorse Ambientali recupera quindi un accordo già stipulato, pagando 50 mila euro alla Eco Management per l’intermediazione più 22 euro a tonnellata per la cessione, e firmerà un secondo contratto con la Soreplast il 30 settembre 2019.

Lo conferma ad IrpiMedia lo stesso Alfonso Palmieri, membro del consiglio di amministrazione della ditta di Polla, che sostiene di esser entrato in contatto prima con Francesco Papucci, uno dei soci della Eco Management spa, poi con l’amministratore Innocenzo Maurizio Mazzotta, perché la ditta calabrese convogliava per conto di Corepla (il Consorzio Nazionale per la Raccolta, il Riciclo e il recupero degli imballaggi in Plastica) una parte degli imballaggi verso la ditta campana.

Ma chi c’è dietro la ditta Eco Management spa? E perché la società calabrese firma un contratto che viene ceduto il 16 settembre 2019, dopo solo sei giorni, alla società campana SRA?

I legami con la Bulgaria

La Eco Management spa è un’azienda nata nel 2015 che si occupa della raccolta dei rifiuti solidi urbani e industriali e della lavorazione dei rifiuti differenziati di diversi Comuni della zona di Soverato, in provincia di Catanzaro. La società è stata interessata lo scorso ottobre da due incendi, presso l’impianto di trattamento dei rifiuti a Squillace. L’amministratore delegato della Eco Management è Innocenzo Maurizio Mazzotta, ex vice presidente del cda della Schillacium spa, un’azienda di rifiuti fallita nel 2017.

Tra i soci della Eco Management, oltre a membri della famiglia Mazzotta e della famiglia di Francesco Papucci di Soverato, compaiono nomi di azionisti bulgari. Tra questi c’è Yordanova Lyubka e la società Europe Waste Managment S.A. con sede a Varna. Come dimostrano le immagini girate da RaiNews24, presso lo stesso indirizzo dell’azienda bulgara esiste solo una casella postale e un ufficio vuoto dove hanno sede altre sei società, tutte riconducibili ad investitori italiani. Innocenzo Mazzotta risulta inoltre essere all’interno di un’altra società bulgara di rifiuti, la Cafren Recycle SA, insieme a Dimitar Stefanon Georgiev e Yulianov Zhelyazkova.

Proprio la Bulgaria, insieme ad altri Paesi dell’Europa dell’Est come la Romania, è finita al centro degli ultimi grandi scandali di traffico illecito di rifiuti provenienti dall’Italia. Il meccanismo usato in Bulgaria assomiglia a quello della vicenda tunisina: nel Paese balcanico che sembrava essersi trasformato nella destinazione preferita dagli italiani sono state esportate tonnellate di rifiuti CER 191212 destinati ad operazioni di riciclo più convenienti, in realtà inesistenti.

Come in Tunisia, i recenti scandali ambientali legati al traffico illecito di rifiuti hanno portato alle dimissioni dell’ex ministro dell’ambiente bulgaro Neno Dimov. Mustapha Laroui, ex ministro dell’ambiente tunisino, è stato arrestato il 21 dicembre 2020, un mese dopo l’apertura di un’inchiesta giudiziaria per traffico illecito di rifiuti ancora in corso. «Dopo gli scandali del 2019-2020 in Europa dell’Est, e in particolar modo in Bulgaria, gli imprenditori dei rifiuti cercano nuove rotte che sembrano portare verso il Nord Africa e l’Africa subsahariana», spiega ad IrpiMedia Claudia Salvestrini, direttrice del Consorzio Polieco (Consorzio per il riciclaggio dei rifiuti di beni a base di polietilene, ndr).

Le dimissioni di Neno Dimov

Neno Dimov è stato ministro dell’Acqua e dell’Ambiente in Bulgaria tra il maggio 2017 e il gennaio 2020. È stato arrestato con l’accusa di aver lasciato senz’acqua i 122mila abitanti di Pernik, deviando l’acqua proveniente dall’unica fonte di approvvigionamento – la diga di Studena – verso un centro abitato più piccolo e alcuni complessi industriali. Dopo l’arresto, ha rassegnato le sue dimissioni dalla carica di ministro. Dalla crisi idrica di Permik, l’indagine bulgara si è poi allargata anche allo scandalo della gestione dei rifiuti.

Come hanno in precedenza raccontato Occrp, Rise Romania, Bivol e Irpi in un’inchiesta transnazionale del 2019, la Bulgaria, insieme alla Romania, è stata per anni la destinazione finale di rifiuti italiani erroneamente classificati e destinati a diventare combustibile per cementifici e centrali termoelettriche, invece di essere stoccati in discarica come sarebbe previsto dalla normativa. Proprio la città di Permik è stata una delle mete principali dei rifiuti italiani, entrati nel Paese grazie anche al contributo di organizzazioni criminali e broker compiacenti. Secondo le accuse, Dimov sarebbe stato al corrente del traffico di rifiuti.

Macchinari italiani spediti in Tunisia

L’Eco Management spa non si limita però a cedere il contratto alla Sviluppo Risorse Ambientali. A marzo 2020, a qualche settimana dal primo decreto della Regione Campania che autorizza le spedizioni di rifiuti 191212 dal porto di Salerno verso Tunisia, è la stessa società calabrese a fornire alla Soreplast i macchinari necessari per poter giustificare le operazioni di riciclo: una pressa per rifiuti del 1996, cabina e nastro di selezione e altro materiale per un totale di 104.500 euro a carico dell’azienda tunisina, confermano quattro fatture ottenute da IrpiMedia.

I container contenenti i macchinari partono dal porto di Salerno, ma questa volta approdano a La Goulette (il porto di Tunisi) dove restano fermi due mesi. I macchinari inviati dall’Eco Management alla Soreplast si trovano oggi nel deposito di Sidi El Hani (30 km da Sousse) in un secondo capannone affittato da Moncef Noureddine, proprietario della ditta tunisina, per poter scaricare il contenuto dei 212 rimasti bloccati al porto. I rappresentati della Sviluppo Risorse Ambientali srl hanno dichiarato durante la conferenza stampa del 6 febbraio che la Soreplast al momento della firma del contratto disponeva di una parte dei macchinari necessari per procedere al riciclo. Ma quando il contratto viene ceduto alla ditta di Polla, il 16 settembre 2019, i macchinari spediti dalla Eco Management non hanno ancora lasciato la Calabria.

Chi ha facilitato l’affare?

Da una mail inviata a SRA il 27 gennaio 2021 risulta che l’affare tra la società calabrese Eco Management spa e la tunisina Soreplast suarl «sia stato concluso per il tramite dell’intermediazione» di un certo Paolo Casadonte. Originario di Montepaone, in provincia di Catanzaro, Casadonte in Tunisia è proprietario della G.C. Service sarl, attiva da aprile 2019 ma già in default secondo la visura consultata da IrpiMedia tramite il Registro Nazionale delle Imprese Tunisine. Casadonte, detto “Paul” tra i suoi contatti a Sousse, ha già lavorato nel Paese nordafricano nell’ambito dei rifiuti metallici e conosce personalmente il proprietario della ditta tunisina che avrebbe dovuto smaltire i rifiuti, Moncef Noureddine.

Un’ulteriore conferma del ruolo di Casadonte in questo affare risulta dalla delega, pubblicata sui social network, che Antonio Cancro, amministratore della società campana, fornisce a Casadonte perché possa recarsi a ritirare il plico contenente i documenti di notifica e il contratto presso la sede dell’Agenzia della Promozione Industriale (API) di Sousse. Contattato sulla vicenda, Casadonte risponde attraverso il suo avvocato Serena Riccio chiarendo che «Casadonte non è stato consulente, né intermediario di queste società e che la contrattualistica o eventuali dichiarazioni a riguardo è disposto a fornirle agli organi competenti».

Nonostante manchino ancora molti elementi per far chiarezza, questo primo export di rifiuti dalla Campania verso la Tunisia sembra essere l’apripista di una nuova destinazione dei rifiuti italiani.

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La replica dei legali di SRA

1. La Convenzione di Basilea non contempla – in una vicenda quale la presente – l’obbligo di rimpatrio.
Tanto poiché pur volendo qualificare la fattispecie in termini di spedizione illegale (art. 9 Convenzione di Basilea), come fatto in un primo momento dalla Regione Campania, il rimpatrio nel luogo di origine è previsto solo e a condizione che ricorrano entrambi i seguenti presupposti (art. 9, comma 2, Conv. cit.):
– Sussista la responsabilità del notificatore;
– Non sia possibile smaltire i rifiuti in altri impianti del luogo di destinazione secondo mezzi ecologicamente sostenibili.
In difetto di ciò trovano applicazione i commi 3 e 4 del citato testo.
Ovvero:
– lo smaltimento nel luogo di origine (comma 3: allorquando sussista la responsabilità del notificato);
– la soluzione sul piano diplomatico (comma 4: nei casi in cui non sia possibile individuare responsabili).
Nel nostro caso è palmare che la S.R.A. non è responsabile di alcunché, laddove la possibilità di smaltire alternativamente i rifiuti non è stata previamente riscontrata.

2. La Convenzione di Basilea, inoltre, non vieta l’ingresso in Tunisia né dei rifiuti pericolosi, né dei rifiuti Y46.
La circostanza è palese dal testo della Convenzione nonché a più riprese affermata dalla Regione Campania e dal Ministero della Transizione Ecologica nei propri atti ufficiali (nonché in quelli processuali).
Gli stessi organi nazionali e regionali italiani escludono a priori che si tratti di rifiuti pericolosi e urbani.
Inoltre, occorre evidenziare è da dicembre che con plurimi atti ufficiali spediti alla Presidenza del Consiglio, alla Regione, alla Tunisia e a vari Ministeri la S.R.A. (che, per inciso, ha apposto i sigilli a ciascuno dei 282 containers, nonché è in possesso di circa 2.500 reperti fotografici dei rifiuti spediti e dei relativi certificati di analisi di laboratori indipendenti) chiede una caratterizzazione in contraddittorio del rifiuto, inspiegabilmente negata.
Ad oggi in assenza di caratterizzazione ci si chiede come possa affermarsi (almeno non seriamente) che i rifiuti de quo non sono idonei e che non esistono impianti alternativi in Tunisia.
Ed è paradossale che la Regione Campania abbia previsto la caratterizzazione del rifiuto quale attività prodromica ed imprescindibile, non appena i rifiuti faranno (o almeno dovessero fare) ingresso in Italia.
La domanda è: non si poteva farlo (o pretenderlo) prima?

3 L’unico testo che vieta i rifiuti sub 2. è la Convenzione di Bamako che, però, non essendo mai stata firmata dall’Italia, non è applicabile nel nostro Paese (e non può esserne certo imposta la sua applicazione, trattandosi di norma inter alios, ovvero solo tra gli stati suoi firmatari).
La circostanza è pacificamente ammessa in più atti anche processuali dall’Avvocatura Generale dello Stato nonché da quella Distrettuale di Napoli nei vari processi tuttora in corso.

4. La richiesta di rimpatrio tunisina poggia in sostanza sulla errata individuazione del Focal Point estero da parte della sola Regione Campania (la S.R.A. è stata sempre estranea a tale scelta, né il procedimento amministrativo di autorizzazione è frutto dell’autogestione del privato), non nuova a spedizioni transnazionali, e sulla presunta violazione della Convenzione di Bamako.
La Tunisia addirittura è arrivata a contestare alla Regione di non essere andata sul sito web della Convenzione di Basilea (accessibile tramite Google) ove risulta a chiare lettere il rispettivo Focal Point.
In tale contesto, anche alla luce di quanto sopra è da escludere ogni responsabilità della mia assistita come pure l’obbligo di rimpatrio.
E tanto è vero che il Tribunale Civile di Roma ha, valutato la documentazione, sospeso l’escussione delle polizze fideiussorie di circa 7.000.000 di Euro.
Tanto dovevo perché sia fatta luce sulla vicenda in una prospettiva serena e veritiera, nell’interesse Vostro e di tutti i cittadini.

CREDITI

Autori

Sara Manisera
Arianna Poletti
RaiNews24

Infografiche & Mappe

Lorenzo Bodrero

Editing

Lorenzo Bagnoli

In collaborazione con

Inkyfada

Foto copertina

Lo scalo merci del porto di Sousse, Tunisia
(Liz Miller/Shutterstock)

Il green deal bulgaro tra oligarchi, frodi e operai sfruttati

#GreenWashing

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La centrale di carbone di Bobov Dol. Golemo Selo, Bulgaria

Daniela Sala
Eleonora Vio

«Quando a scuola ci chiedevano di dipingere, disegnavo sempre casa mia sovrastata dall’impianto termoelettrico». Georgi Stefanov, sessantaduenne dall’aria scarmigliata, gli occhi malinconici e un sorriso stanco ma mai forzato, scosta le tende al primo piano della casa di famiglia, dove vive e dove all’epoca sedeva a fare i compiti, mentre i genitori lavoravano nelle miniere poco distanti. Oltre gli alberi da frutto e le file di ortaggi di cui Stefanov si prende cura ossessivamente durante il giorno, l’orizzonte è una linea di terra dura e piatta, su cui si staglia Lei, la centrale di Bobov Dol.

«Se è vero che le sue linee geometriche rendevano il compito abbastanza facile, il motivo principale, per cui mi ostinavo a riprodurre quest’impianto, è perché era al centro della mia vita», dice Stefanov, mantenendo il tono di voce monocorde, tipico dei tanti uomini che, come lui, si sono temprati in tanti anni di socialismo e non smettono di rimpiangerlo. Stefanov è un ex minatore figlio di minatori, e uno dei 420 abitanti rimasti a Golemo Selo, un piccolo villaggio appartenente alla municipalità di Bobov Dol, il cui destino è indissolubilmente intrecciato a quello dell’impianto a carbone più grande del sud-ovest del Paese.

L’attività mineraria in Bulgaria è cominciata nel 1891 nella lingua di terra che da Pernik, città a una trentina di chilometri da Sofia, si estende fino a includere l’intera provincia di Kyustendil, che comprende Bobov Dol e altre sette municipalità. «Quando ci siamo trasferiti in questa casa nel 1970, era tutto un via vai di camion stracolmi di materiale edile», ricorda Stefanov. Uomini provenienti da ogni angolo del blocco sovietico furono richiamati qui per costruire tra il 1973 (anno dell’inaugurazione della prima caldaia) e il 1975 (inaugurazione della terza, e ultima, caldaia) il mega complesso termoelettrico (TPP) ancora attivo. L’unica differenza è che oggi la centrale conta cinque ciminiere per via dell’acquisizione di due nuove unità, dopo che l’impianto è stato dato in concessione all’oligarca Hristo Kovachki nel 2008.

Una foto d’archivio della centrale di Bobov Dol. L’impianto è stato inaugurato nel 1973 e ha attirato lavoratori da tutta l’Unione Sovietica.

Una foto d’archivio della centrale di Bobov Dol. L’impianto è stato inaugurato nel 1973 e ha attirato lavoratori da tutta l’Unione Sovietica.

Se già allora un Paese marginale sotto ogni punto di vista cominciava ad assicurarsi la sua indipendenza sotto il profilo energetico, oggi il carbone costituisce il 40% del mix energetico e fornisce il 48% dell’elettricità del Paese. In parte, ciò è ancora dovuto alla regione del sud-ovest, ben rappresentata dalle miniere, dalla centrale termoelettrica di Bobov Dol e dal Distretto di Teleriscaldamento di Pernik in mano a Kovachki, il magnate bulgaro dal passato e presente misteriosi.

Indagato a più riprese per evasione fiscale e per riciclaggio di rifiuti illegali provenienti dall’Italia, Kovachki è anche il protagonista della campagna di privatizzazione del settore energetico, avvenuta nei primi anni 2000. Soprattutto, però, l’industria carbonifera bulgara dipende dal distretto di Stara Zagora, 240 km a est di Sofia, che conta diverse miniere e un vasto impianto a conduzione statale, Maritza East, oltre a numerose centrali private (tra cui la più vecchia, gestita da Kovachki stesso).

Bobov Dol, la città degli sfruttati

Camminando per la cittadina di Bobov Dol, che oggi conta non più di 4000 abitanti, non si vede nemmeno una traccia del fermento del passato, durato con alti e bassi fino all’inizio di questo secolo. Lungo il viale principale, i pochi superstiti sono accasciati su panchine traballanti, o si trascinano fino a uno dei due scalcinati bar lungo la piazza principale. La gente non ha più molto da dirsi ed è affidato all’alcool l’ingrato compito di riempire il vuoto che li circonda.

«Benvenuti a Robov Dol», sbiascica qualcuno. Robov Dol significa la città degli sfruttati.

IrpiMedia ha raccolto varie testimonianze tra i residenti di questa e di altre municipalità limitrofe e in molti sembrano discordare su come e quando possa essere iniziato il tracollo economico della regione. C’è chi, soprattutto tra gli anziani ex minatori, non riesce a guardare oltre la fine del socialismo e chi, tra i trenta-quarantenni rimasti senza lavoro e senza speranze, vede nella privatizzazione dell’impianto e nella mancanza di investimenti da parte di Kovachki, l’inizio del declino.

Hristo Kovachki

«La fonte della ricchezza di Kovachki rimane un mistero», afferma il report di Greenpeace, Financial Mines, citando un documento confidenziale dell’Ambasciata statunitense in Bulgaria, fatto trapelare a giugno 2009. Grazie a canali preferenziali e a rapporti privilegiati con personaggi chiave del sistema politico e finanziario bulgaro (in primis Ivaylo Mutafchiev della First Investment Bank – FIB), «Hristo Kovachki è emerso come l’attore principale della campagna di privatizzazione del settore energetico», iniziata nel 2000 e terminata nel 2008.

Proprio alla fine del 2008, però, dopo che la procura statale ha aperto un’inchiesta fiscale nei suoi confronti, Kovachki è stato condannato per evasione e i suoi beni temporaneamente congelati, per essere di lì a poco spostati offshore. Quando una nuova legislazione ha limitato il ruolo di tutti gli enti che, pur operando all’interno del settore energetico bulgaro, risiedevano in paradisi fiscali all’estero, le compagnie di Kovachki sono state trasferite verso imprese di facciata con sede in Inghilterra e a Cipro. Da quel momento, il magnate ha dichiarato di volersi allontanare dal business energetico. Peccato che, in alternativa, si sia dato alla politica e che «a oggi mantenga alcune posizioni chiave, proprio lì dove stanno le miniere e le centrali termoelettriche di sua proprietà», secondo Greenpeace.

Se, continua il report, «in un certo senso, i reclami di Kovachi hanno un fondo di verità – e lui non è il proprietario formale di questo impero energetico (sulla carta le compagnie appartengono, infatti, al Consortium Energy JSC), ne è piuttosto il rappresentante e “parafulmine”». Di fatto, comunque, ad oggi il magnate controlla dodici impianti energetici, di cui più di metà a carbone.

Le ambiguità inerenti alle sue attività non si fermano qui. Anzi, proprio quest’anno il portale investigativo bulgaro Bivol ha rivelato la fitta trama di riciclaggio di rifiuti illegali tra Italia – dove a essere coinvolte sono ‘ndrangheta e Camorra – Romania e Bulgaria, rappresentata proprio da Kovachki e dal suo esteso complesso minerario. La foga dell’oligarca nel lanciarsi in nuovi progetti energetici sembrerebbe legarsi ad alcune delle considerazioni dell’inchiesta lanciata da Greenpeace due anni fa. Secondo la stessa, «l’impero del magnate sta subendo una forte flessione, con accatastamenti di passività che ammontano a 575 milioni di euro e strutture produttive deprezzate e obsolete. La liquidazione di alcuni dei suoi asset è sul tavolo, come già si sta verificando con alcune miniere di carbone, tra cui quelle sotterranee di Bobov Dol».

Come se non bastasse, Greenpeace aveva già previsto allora «come i licenziamenti di massa dei dipendenti avrebbero causato sia la disoccupazione di intere municipalità che la dubbia riabilitazione di vecchie miniere. E come l’azienda non si sarebbe fatta scrupoli a calpestare gli interessi pubblici, nel momento in cui non fosse più riuscita a rimettersi in piedi».

Quando l’impero di Kovachki sembrava ormai spacciato, è arrivata, però, la Commissione Europea a ribaltare ancora una volta la situazione, prima con il Green Deal e poi con svariati miliardi a sostegno di progetti volti a supportare la transizione energetica. È in questo contesto che si inserisce la piattaforma Brown to Green, voluta e sponsorizzata dal braccio destro, nonché volto pubblico e più presentabile, del magnate, Kristina Lazarova.

Una cosa è certa. Il punto di non ritorno è stata la chiusura definitiva delle miniere sotterranee di carbone a dicembre 2018. «Il 98% della nostra economia dipendeva dall’estrazione di carbone, ma invece di trovare delle alternative in tempo, si è pensato bene di chiudere le miniere sotterranee da un giorno all’altro e di abbandonare duemila persone al proprio destino» afferma la sindaca Elza Velichkova, intervallando meccanicamente a ogni tiro di sigaretta un sorso di caffè. «Bobov Dol è l’esempio europeo di quello che non dev’essere fatto».

Se ai massicci tagli del personale si somma l’esodo di tutti quei giovani che sono fuggiti altrove per l’assenza di opportunità, non si fatica a capire il perché dello scenario desolante.

The (un)just transition

«Cosa distingue la nostra dalle altre regioni carbonifere d’Europa?», sbuffa la sindaca Velichkova. «Semplice. Qui la transizione dal carbone non ha avuto nulla di giusto».

A cosa si riferisce Velichkova? Per capirlo, facciamo un passo indietro.

La Bulgaria è uno dei Paesi europei a più alta intensità energetica, ovvero – secondo l’indicatore che rapporta il consumo energetico al Pil – consumerebbe 3,6 volte in più rispetto alla media europea, per convertire l’energia in prodotto interno lordo, e quindi per far funzionare i vari settori e servizi. Inoltre, emette 4,4 volte di emissioni di CO2 in più, principalmente a causa del carbone. Uno spreco energetico, questo, che si traduce in costi spropositati per lo Stato.

La situazione si è fatta particolarmente critica, da quando, con il Protocollo di Parigi, l’anidride carbonica – di cui il carbone è il principale responsabile – è stata identificata come la prima causa del riscaldamento globale e il costo delle emissioni di CO2, a carico dei Paesi e degli impianti che eccedono i limiti, è passato dai 5 euro del 2017 ai 25 euro del 2019 (e ai quasi 30 euro di dicembre 2020).

Un edificio abbandonato nei pressi della centrale di Bobov Dol.
Golemo Selo, Bulgaria

Un edificio abbandonato nei pressi della centrale di Bobov Dol. Golemo Selo, Bulgaria

«All’incirca tre anni fa, quando nessuno in Bulgaria ne parlava, ho sfidato i miei capi, dicendo che era arrivato il momento di affrontare l’elefante nella stanza», racconta Georgi Stefanov, portavoce di WWF Bulgaria, da non confondere con l’omonimo abitante di Golemo Selo. «Non c’era più tempo da perdere; dovevamo focalizzarci sul vero problema, cioè il settore carbonifero, causa dei due terzi delle emissioni di CO2 riportate annualmente nel nostro Paese».

Prendendo esempio da altri Stati, il WWF ha introdotto, primo in Bulgaria, il concetto di transizione verso forme di energia più pulita e, poi, col passare del tempo, di transizione giusta, termine cui fa riferimento anche la sindaca di Bobov Dol, che si riferisce a un cambiamento energetico positivo non solo per l’ambiente, ma anche per l’assetto sociale ed economico delle comunità interessate.

È il 2019 quando il WWF riesce ad attirare l’attenzione di alcuni interlocutori strategici; in primis, di Hristo Kovachki. Le decisioni prese dal magnate fino ad allora, a partire dalla chiusura delle miniere sotterranee a fine 2018, non possono essere ricondotte a politiche verdi ma, piuttosto, a considerazioni di natura economica, essendo diventato il carbone sempre meno redditizio.

«Dopo che Kovachki ha tagliato i suoi dipendenti per ragioni economiche – non sapremo mai di quante persone si tratti, perché lui a Bobov Dol è il dio indiscusso e nessuno osa parlargli alle spalle – siamo riusciti a convincerlo della bontà della transizione», spiega Stefanov del WWF. «Abbiamo iniziato col dirgli che se lui, proprietario di 11 impianti sparsi per il Paese, voleva mantenere un ruolo di primo piano nella produzione energetica, doveva pensare a delle alternative. La svolta è avvenuta, però, quando gli abbiamo riferito che, se si fosse convertito a fonti di energia pulite, la Commissione Europea avrebbe aperto il portafogli».

Per questo, anche il cambio di rotta successivo intrapreso da Kovachki, suggellato con la creazione della piattaforma Brown to Green, sembra avere poco o nulla a che fare con i principi etici. Piuttosto, sarebbe da ricondursi al Green Deal europeo, con l’istituzione del Just Transition Fund a gennaio 2020, e ai 1,1 miliardi di euro stanziati per la Bulgaria, previa consegna di un piano strategico nazionale, da investire nelle due regioni carbonifere di Pernik-Kyustendil e Stara Zagora.

Il complesso carbonifero di Maritza East, a Stara Zagora, conta all’incirca 12 mila dipendenti (e possibili elettori). Per questo, in zona, il Governo si fa carico dei debiti degli impianti in perdita, pur di non mettere la parola “fine” all’industria carbonifera. Ma nel sud-ovest la situazione è molto diversa. Qui l’impero di Kovachki, tra passività di centinaia di miliardi di euro e strutture produttive deprezzate e obsolete, non avrebbe retto la chiusura delle miniere sotterranee, se non fosse stato per quest’ultima allettante àncora di salvezza.

Ecco perché quella che la sindaca Velichkova definisce come transizione ingiusta è, in realtà, noncuranza del destino della propria gente. Anche in seguito è difficile scorgere in Kovachki e nella sua squadra la volontà di fare del bene alla comunità, quanto, invece, l’ennesima possibilità di arricchirsi.

Dentro l’impero dell’oligarca
All’interno della centrale di Bobov Dol, fra l’eredità degli anni 70 e gli improbabili piani di rilancio verso l’idrogeno

Una miniera di carbone esaurita di recente nei pressi della città di Pernik e chiusa all’inizio del 2020. Pernik, circondata da miniere di carbone, nel 2015 risultava essere la città più inquinata d’Europa. Pernik, Bulgaria

Daniela Sala
Eleonora Vio

L’estate scorsa, quando abbiamo scritto per la prima volta a Kristina Lazarova, a capo del direttivo della centrale di Bobov Dol dal 2017 e fondatrice dell’iniziativa Brown to Green sponsorizzata da Kovachki, non ci aspettavamo granché. Invece, è stato sorprendente ricevere di lì a poco un’email entusiasta, in cui lei stessa ci invitava a visitare il complesso. Trattandosi di un’occasione imperdibile, di lì a una settimana abbiamo noleggiato una macchina e ci siamo dirette alla centrale.

Solo dopo aver zigzagato per un po’ tra i corridoi spogli, la porta si è aperta su una stanza luminosa e ben arredata. Seduta accanto al Direttore dell’impianto Emil Hristov, c’era Lazarova, una donna giovane, dallo stile sobrio e i modi eleganti. Mantenendo i convenevoli al minimo e promettendoci una lunga chiacchierata alla fine del tour, è stata lei a invitare il capo ingegnere a mostrarci la struttura.

In una visita durata oltre un’ora, siamo state condotte dalla stanza dei macchinari, dove le turbine e i generatori degli anni ’70 di origine russa, polacca e ungherese, producono l’elettricità richiesta dalle compagnie private secondo un sistema centralizzato, fino al luogo dove vengono raccolte le ceneri del carbone impiegato. Per poi passare alla stanza dove le pepite di carbone rimbalzano sui tubi metallici, prima di essere gettate nei forni incandescenti, e a un androne umido sotterraneo, dove il carbone viene macerato. A parte il capo ingegnere, che mima istrionicamente tutti i passaggi del processo, all’interno delle sale dei macchinari non c’è nessuno.

Intercettiamo un gruppo di lavoratori dall’aria annoiata all’interno della sala di controllo, che per lo stile retrò ricorda la centrale di Chernobyl, e una manciata di altri uomini all’esterno che fumano. Ma dei 1400 addetti che dovrebbero lavorare lì, a detta del Direttore, ne intravediamo non più di quindici.

Durante la visita alla centrale non ci fanno parlare con nessun operaio, ma anche all’esterno la missione è tutt’altro che semplice. Finché un dipendente non si fa avanti qualche giorno dopo, sotto anonimato. Lo incontriamo di sera in un bar appartato.

Si fa chiamare Stoyan, ha quarant’anni e lavora alla centrale di Bobov Dol da più di venti. «Per me la centrale così com’è non può continuare a funzionare. I lavori di manutenzione sono tenuti al minimo ed è chiaro che non si pensa a lungo termine», racconta. «Bruciamo carbone di bassissima qualità, perchè quello di buona qualità veniva estratto dalle miniere sotterranee, e ciò vuole dire venire a contatto continuamente con l’anidride solforosa (SO2), che è pericolosissima».

L’area dell’impianto di Bobov Dol dove viene macinato il carbone.
Golemo Selo, Bulgaria

L’area dell’impianto di Bobov Dol dove viene macinato il carbone. Golemo Selo, Bulgaria

«Il piano per la centrale di Bobov Dol era la progressiva chiusura (tra 2008 e 2014) delle strutture dedicate alla combustione del carbone e la sostituzione con moduli a gas», riporta Greenpeace, e conferma anche il direttore dell’impianto, Emil Hristov. «Ma la privatizzazione ha alterato i piani». Mentre la European Environment Agency (EEA), l’agenzia europea per l’ambiente, nel 2011 valutava la centrale di Bobov Dol tra le trenta più inquinanti di tutta l’UE, nel 2012 sono stati applicati dei filtri, che non sembrano essere, però, sufficienti.

Stoyan rincara la dose. «I filtri sono bucati e respiriamo SO2 tutto il tempo», racconta. «Ci hanno dato delle mascherine ma, per proteggerci, servirebbero protezioni speciali, invece quelle distribuite sono le più economiche». Se qualcuno osa parlare, viene zittito. «Da quando c’è stata la privatizzazione, il numero di dirigenti è rimasto lo stesso, mentre gli operai sono stati tagliati e il numero di addetti alla sicurezza è aumentato in modo impressionante», afferma Stoyan. «Non sanno nulla del lavoro che facciamo e si divertono a minacciarci».

Gli operai sono sottoposti a varie forme di pressione. Come riporta un altro ex operaio, sempre in forma anonima, «è prassi che, in tempo di elezioni, il capo turno venga da te e ti dica per chi votare. Non possono sapere se lo fai per davvero ma… alla fine lo fai, è successo anche a me». I salari sono così bassi – si passa dai 7-800 lev (360-410 euro) per gli ultimi arrivati ai 1000 lev (515 euro) di stipendio base, fino ai 1200-1300 lev (615-665 euro), per chi ha accumulato decenni di esperienza, e ai 1500-1700 lev (770-870 euro) per i capoturno – che 50 lev (25 euro) in più per il voto combinato, non si buttano.

In tanti se ne sono andati dalla centrale negli anni, ma tanti altri sono rimasti. Questo perché, come Stoyan, non intendono trasferirsi a vivere altrove e, a Bobov Dol e dintorni, anche volendo, non troverebbero altre opportunità di lavoro. Oppure, sono prossimi alla pensione. Pur essendo al corrente dei rischi, Stoyan ha insistito per parlare con noi. «Non ho niente da perdere; questo lavoro fa schifo e se mi licenziano pazienza», commenta, prima di voltare le spalle e andarsene.

Brown to green

La visita alla centrale di Bobov Dol si è conclusa, come da programma, con l’intervista «all’economista, ambientalista e politologa» – per sua stessa definizione – Kristina Lazarova. «Nel 2017 sono stata invitata a condurre la squadra di dirigenti dell’impianto, perché i proprietari avevano deciso che volevano avviare la transizione verso combustibili più puliti e verso il biocarburante», racconta. Per poi andare più a fondo sui reali motivi di questo cambiamento: «Sebbene dal 2010 al 2020 la posizione del governo bulgaro sia rimasta inflessibile riguardo alla necessità che le centrali continuassero ad alimentarsi a carbone il più a lungo possibile, abbiamo deciso di adottare altri carburanti per via dell’alto costo delle emissioni di CO2».

Nel frattempo, a fine 2019, WWF Bulgaria aveva messo a punto tre possibili scenari, contenuti nel report Just Transition, Development Scenarios for the Coal-mining regions in south-west Bulgaria, dove prefigurava l’unico futuro possibile per il sud-ovest: un futuro verde, rispettoso delle esigenze delle comunità coinvolte. Essendo l’intera area sotto il monopolio di Kovachki, il WWF si è mosso per convincerlo a mettere in piedi una struttura che, sfruttando i fondi europei, promuovesse il cambiamento.

Cos'è il Just Transition Fund

Con circa il 40% di energia prodotta a carbone, la Bulgaria è ben oltre la media europea del 24% ed è anche uno dei Paesi con l’indotto occupazionale indiretto più alto derivato dal carbone.

Istituito nel gennaio 2020, il Just Transition Fund (JTF) è uno dei pilastri del Green Deal, la strategia fatta di nuove leggi e investimenti con cui l’Unione Europea punta ad azzerare le proprie emissioni inquinanti entro il 2050, reiterando l’impegno preso con gli Accordi di Parigi del 2015.

Il JTF mira a garantire una transizione equa per le comunità locali dipendenti dal carbone e, oltre alla sostenibilità ambientale, punta anche allo sviluppo economico e sociale. Si tratta di 17,5 miliardi di euro complessivi (7,5 dal budget europeo, più 10 dal Next Generation EU Recovery Instrument), divisi tra un minimo di 108 regioni europee, individuate dalla Commissione, in 21 Paesi.

Alla Bulgaria spetterà il 6,7% del Fondo, pari a 1,1 miliardi (di cui 505 milioni dal budget Ue e 673 dal Next Generation EU). Una cifra insufficiente, secondo il Ministero dello Sviluppo regionale e dei Lavori Pubblici, per cui la transizione impatterà direttamente 8.800 persone e ne coinvolgerà indirettamente oltre 94 mila, con un costo sociale di almeno 1,2 miliardi di lev (circa 600 milioni di euro) all’anno.

Il costo della transizione dal carbone ad altre forme di produzione energetica è stimato in 20 miliardi di euro per i prossimi dieci anni. Per questo motivo, la Bulgaria dovrebbe avere almeno 33 miliardi di euro da investire, per potersi avvicinare agli obiettivi ambientali fissati dal Green Deal.

«Il 7 aprile abbiamo lanciato Brown to Green con un duplice scopo», continua Lazarova. «Da un lato, passare dal carbone all’energia verde e, dall’altro, sviluppare la regione rispondendo ai bisogni della gente dal punto di vista occupazionale». Se i motivi di questa piccola rivoluzione sono vari, è evidente, però, come Brown to Green rappresenti, oggi, l’unico tentativo concreto, da parte bulgara, di venire incontro alle richieste europee.

Anche se il settore privato non può accedere direttamente ai sussidi del JTF, ciò non vuol dire che manchino i soldi per supportare l’iniziativa. «Questa piattaforma potrà ottenere prestiti tramite partnership private con le regioni e le municipalità interessate e, visto che sta già coinvolgendo tutti gli attori principali (tra cui Ong, sindacati e imprese), e cercando di individuare con loro i problemi e le possibili soluzioni», dice Stefanov del WWF, «non credo proprio sarà un problema».

Lazarova non fa mistero del fatto che Brown to Green sta guardando a tutte le possibili fonti di finanziamento – non solo al JTF ma anche a InvestEU e Horizon Plus –, tant’è che ha coinvolto vari esperti del mondo dell’ambiente e della finanza, tra cui il Viceministro dell’Energia, Zhecho Stankov, e la Viceministra del Ministero dello Sviluppo Regionale e dei Lavori Pubblici, Denitsa Nikolova. «Stiamo anche cercando di attirare investitori stranieri (di recente sembra abbiano stretto un accordo con il colosso tedesco Siemens, nda)», dice, «e stiamo pensando di chiedere un prestito alla Banca Mondiale».

La sala di controllo dell’impianto di Bobov Dol.
Golemo Selo, Bulgaria

La sala di controllo dell’impianto di Bobov Dol. Golemo Selo, Bulgaria

Verso l’idrogeno

In ballo ci sono tante idee, ma nulla di preciso. «Abbiamo varato diverse opzioni ma nessuna è a emissioni zero», si difende Lazarova. «L’alternativa migliore è comprare turbine nuove per produrre idrogeno, che è un carburante pulito, e utilizzare questa fonte energetica al 50%, assieme al 50% di gas naturale. Inoltre, vorremmo usare l’energia solare per produrre elettricità e sfruttare la parte non adatta alla rete energetica, per produrre dell’altro idrogeno».

Lazarova pensa in grande. «Qualora non si possa bruciare, stiamo anche pensando di immagazzinare l’idrogeno all’interno di una stazione di stoccaggio. So che suona come un concetto esotico per la Bulgaria, ma non per noi», aggiunge. Nel frattempo a settembre Brown to Green è entrata a far parte della Pure Hydrogen Alliance, istituita dalla Commissione Europea con il fine di stabilire un’agenda di investimenti e di supportare l’ampliamento della catena del valore dell’idrogeno in Europa. Un sistema industriale il cui valore è stimato attorno ai 430 miliardi di euro.

Anche se, in nome di certi obiettivi, il WWF non si esprime sulla condotta dei suoi partner, come emerge dalla posizione volutamente ambigua verso Kovachki e Brown to Green, Stefanov negli ultimi mesi si è fatto più cauto. «Come per la combustione dei rifiuti illegali all’interno delle ex miniere sotterranee, che dicono sia stata interrotta, ma non ne abbiamo la certezza, vogliamo procedere con cautela anche con i piani verdi. Non crediamo, finché non vediamo».

Di certo l’iniziativa sta raccogliendo grande supporto, come dimostrano le lettere d’interesse firmate dai sindacati, dalle imprese coinvolte nel settore energetico e dai Ministeri dell’Energia e dello Sviluppo Regionale. Se, pubblicamente, i rapporti tra Kovachki e le istituzioni non sono dei migliori, proprio per via dei ripetuti scandali di cui si è macchiato l’oligarca, da qualche mese sembra esserci una certa cooperazione tra i due proprio nell’ambito di questa piattaforma.

Se tanto ci dà tanto, senza rinunciare alle proprie partite personali, nessuno vuole perdere la sua grande occasione di mettere le mani sull’invitante torta europea.

La truffa milionaria sulle emissioni

Le ipotesi di finanziamenti europei fanno gola agli oligarchi del Paese, che si preparano a spenderli secondo un piano di sviluppo tenuto segreto alla popolazione

Georgi Stefanov (65) nel giardino di casa. Il padre aveva partecipato alla costruzione della centrale negli anni ’70. Da allora vive qui, a pochi passi dalla centrale stessa. Golemo Selo, Bulgaria

Daniela Sala
Eleonora Vio

Stefanov sembra aver ragione a non volersi sbilanciare troppo in favore di Kovachki. Dopo il taglio dei dipendenti, visto che i conti ancora non tornavano, l’oligarca ha trovato, infatti, un altro modo per fare cassa.Ogni impianto che  emette CO2 deve presentare ogni anno alla Executive Environment Agency (EEA), ovvero un istituto appartenente al Ministero dell’Ambiente bulgaro, un report in cui documenta le tonnellate di anidride carbonica prodotte. Per ognuno di essi sono registrate la quantità di combustibile utilizzato, il valore calorifico netto per ogni specifico combustibile e il fattore di emissione usato per calcolare, per l’appunto, le tonnellate di CO2 prodotte.

Si tratta di dati pubblici e, analizzandoli, emerge come per gli impianti gestiti da Kovachki ci sia qualcosa che non torni. Ce ne dà conferma Peter Seizov, esperto di sostenibilità ambientale che da anni, come consulente, si occupa di analizzare questi report e di calcolare la media nazionale del fattore di emissione della lignite.

Quando Seizov apre il foglio di calcolo relativo alla centrale di Bobov Dol, risaltano immediatamente alcuni riquadri rossi. Nel 2018 e 2019, nonostante l’impianto continuasse a usare la stessa lignite di bassa qualità, il valore del fattore di emissione è inspiegabilmente variato, precipitando da 102 a 72,19. «I valori in rosso non li ritengo verosimili e li escludo dal calcolo della media nazionale. Come consulente, il mio compito è assicurarmi che i dati a livello nazionale siano affidabili», spiega. Per Hristo Kovachki, proprietario dell’impianto, manipolare il fattore di emissione si traduce in un risparmio diretto sul costo delle quote di emissioni, pari – solo nel 2019 – a oltre 9 milioni di euro.

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La truffa sulle emissioni di CO2

Introdotto nel 2005, il Sistema per lo scambio delle quote di emissione (conosciuto con l’acronimo inglese ETS, Emissions Trading Scheme) è il primo strumento concreto di applicazione del Protocollo di Kyoto e obbliga le aziende che producono energia elettrica e termica, come pure i settori industriali ad alta intensità energetica, a rendicontare l’ammontare di CO2 emessa annualmente.

Ogni azienda è tenuta ad acquistare un numero di quote, pari alle tonnellate di CO2 emessa, all’interno di un mercato borsistico comune, dove le emissioni hanno un prezzo variabile. Recentemente il sistema è stato riformato e dal minimo storico dei circa 5 euro a quota del 2017, il prezzo si è assestato tra i 25 e i 30 euro, diventando una significativa leva di contenimento del cambiamento climatico. Successivamente i dati delle singole aziende sono aggregati a livello nazionale: ogni Paese deve infatti attenersi entro i limiti fissati a livello europeo.

Come si calcolano le emissioni?

A differenza dei gas inquinanti, le emissioni di CO2 non vengono misurate, ma stimate attraverso un calcolo matematico che tiene conto, per gli impianti termoelettrici, di tre parametri fondamentali: la quantità di combustibile bruciato, il valore calorifico (ossia la quantità di energia prodotta per chilo di combustibile usato) e uno specifico fattore di emissione (che corrisponde alle tonnellate di CO2 prodotte per ogni tonnellata di combustibile bruciato).

Mentre i piccoli produttori usano valori standard di riferimento, i grandi impianti, come TPP Bobov Dol, hanno diritto a calcolare un proprio valore col supporto di un laboratorio accreditato o del proprio laboratorio interno.

Anche se la nostra ricerca si è dovuta fermare qui, poiché le nostre ripetute richieste di chiarimenti non hanno portato a nulla, è bene tenere presente che ogni report annuale sulle emissioni, prima di essere ufficialmente presentato e reso pubblico dall’EEA, dev’essere approvato da un verificatore autorizzato, scelto dall’operatore dell’impianto.

Le agenzie bulgare accreditate sono tre: SGS, Green and Fair e GMI verifier. La terza è operativa da solo due anni, cioè da quando ha sostituito Green and Fair nella verifica dei report degli impianti del suo unico cliente, il magnate Kovachki. Magari è solo una coincidenza, ma è proprio da allora che i valori delle emissioni della centrale di Bobov Dol – e delle altre appartenenti all’oligarca – sono incredibilmente mutati.

Il sindaco di Golemo Selo, Vasil Vasev, mostra i valori raccolti dall’autorità ambientale e quelli di diossina, particolarmente elevati. La cittadina di Golemo Selo si trova a poche centinaia di metri dalla centrale a carbone di Bobov Dol.
Golemo Selo, Bulgaria

Il sindaco di Golemo Selo, Vasil Vasev, mostra i valori raccolti dall’autorità ambientale e quelli di diossina, particolarmente elevati. La cittadina di Golemo Selo si trova a poche centinaia di metri dalla centrale a carbone di Bobov Dol. Golemo Selo, Bulgaria

Il misterioso piano strategico nazionale

Tornando al Just Transition Fund, per accedere agli 1,1 miliardi di euro (pari a 6,7% del totale, di cui 505 milioni derivanti dal budget Ue e 673 dal Next Generation EU) stanziati dalla Commissione, la Bulgaria deve presentare un piano strategico nazionale che affianchi alla sostenibilità ambientale, occupazione e fine della povertà per tutti.

Di questo piano sembrano essere tutti all’oscuro a parte gli ideatori e IrpiMedia, che l’ha ottenuto grazie a una fonte anonima.

Sebbene il piano debba essere sviluppato in stretta cooperazione con le realtà territoriali interessate – cioè quella di Pernik-Kyustendil e di Stara Zagora –, la sindaca di Bobov Dol, le Ong ambientaliste e i sindacati non solo non sono stati invitati al tavolo di discussione, ma non ne hanno ancora visto una copia.

«Quando (a luglio 2020) è emerso che i soldi stanziati dalla Commissione sarebbero stati il doppio di quelli proposti inizialmente, il governo ha cominciato a capirne il potenziale e a cambiare prospettiva su come potessero essere investiti a Stara Zagora», dichiara Stefanov del WWF. «Di lì a poco è cominciato un vero e proprio testa a testa con il sud-ovest».

Per poter contare sulla massima riservatezza, il governo si è avvalso di una task force ristretta, di cui fanno parte solo il vice Primo ministro, Tomislav Donchev, il viceministro dell’Energia, Zecho Stankov, e la viceministra delle Sviluppo regionale, Denitsa Nikolova. Sia Nikolova che Stankov hanno declinato ripetute richieste di intervista da parte di IrpiMedia.

Nonostante il JTF abbia implicazioni di tipo ambientale, economico e sociale, la questione sembra avere, infatti, prima di tutto forti risvolti politici e, per questo, si è deciso di confinarla, almeno per il momento, al solo tavolo dei ministri.

Il dato forse più importante che emerge dalla bozza, e che preoccupa gli addetti ai lavori della regione di Stara Zagora, è il tentativo di estendere i fondi a più aree di quelle previste dalla Commissione. La motivazione sarebbe che «la transizione avrà un impatto non solo regionale ma, imponendo una trasformazione dell’intera economia del Paese, anche nazionale».

Alle tre province di Stara Zagora, Kyustendil e Pernik andrebbero aggiunte non solo Haskovo, Yambol and Sliven, già implicitamente incluse in quanto ospitanti il 25% della forza lavoro impiegata nel complesso di Maritsa East, ma anche Varna, Haskovo, Pernik, Burgas, Lovech and Targovishte, visto che uno degli indicatori per l’allocazione dei fondi è l’intensità delle emissioni di gas serra, e tutte queste province sforano il limite.

Già così si arriva a un totale parziale di 12 province. Ma non è tutto. Nella bozza si propone di includerne altre 7, identificate come zone ad alta intensità industriale. Eppure, è una precisa richiesta della Commissione europea che i fondi del JTF siano usati solo nelle aree direttamente colpite dalla dismissione del carbone, cioè le due menzionate più volte, visto che per le regioni limitrofe è previsto l’accesso ad altri fondi europei.

«Una della scuse che abbiamo sentito più spesso», afferma Rumyana Grozeva, dirigente dell’Agenzia regionale per lo sviluppo economico di Stara Zagora (SZEDA), «è che 1,1 miliardi di euro sarebbero troppi per solo tre o sei province, ma non è vero. Abbiamo davvero bisogno che gli investimenti siano concentrati qui, dove l’impatto derivante dalla chiusura delle miniere e delle centrali sarà più severo, e temiamo che, invece, finiscano per essere dispersi».

I fondi europei fanno indubbiamente gola al governo bulgaro. Che, da un lato, tenendo i piedi in più scarpe, punta a non scontentare gli elettori in vista delle consultazioni politiche del 2021; e, dall’altro, fa il gioco della ristretta cerchia elitaria che gli sta intorno, ma anche di coloro cui dice di volersi opporre.

A spiegare bene le ambiguità dietro il Just Transition Fund è un avversario politico del Presidente Boyko Borissov, ovvero il leader della Coalizione Verde in lizza alle prossime presidenziali, Vladislav Panev. «Il JTF rappresenta una bella opportunità, perché si tratta – pur sempre – di investimenti da miliardi di euro», afferma Panev, «ma è anche una minaccia, perché è facile che questi soldi siano usati malamente e finiscano solo nelle tasche degli oligarchi, minando una sana competizione».

«Se i fondi Ue dovessero arricchire solo poche persone», conclude Panev, amaramente, «penso semplicemente che sarebbe meglio non riceverli».

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Daniela Sala
Eleonora Vio

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Daniela Sala

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Lorenzo Bodrero

Editing

Giulio Rubino

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