Super League, cosa resta del piano per il campionato dei club più indebitati d’Europa

21 Maggio 2021 | di Lorenzo Bodrero, Francesco Caremani

La bomba esplode il 18 aprile, quando diventa pubblica la notizia della nascita della Super League, torneo europeo per club che avrebbe coinvolto le 12 società fondatrici (Milan, Arsenal, Atlético Madrid, Chelsea, Barcelona, Inter, Juventus, Liverpool, Manchester City, Manchester United, Real Madrid e Tottenham) e altre 5 sorteggiate ogni anno. La promessa ai tifosi è di poter vedere una volta a settimana una partita tra i top club d’Europa. Per la Uefa, padrona sulla carta del calcio europeo, è un affronto inaccettabile: la costituzione di un “campionato privato” dal quale escludere chi il calcio lo governa. Per settimane alle dichiarazioni di sdegno della Uefa, fanno seguito le parole dei club padroni sul campo del calcio che conta, tanto ricchi quanto indebitati. Per tramite del presidente del Real Madrid, Florentino Perez, questi ultimi hanno risposto ai tifosi che si chiedono cosa stia succedendo di non aver avuto scelta, il Covid ha esacerbato le condizioni economiche dei club e servono quindi nuovi introiti per appianare i debiti se si vuole ancora assistere allo spettacolo del calcio.

A un mese di distanza dalle ore frenetiche in cui tutto è cominciato, ci sono due certezze: la prima è che la Super League annunciata non si giocherà. La seconda è che la partita giudiziaria è forse alla fine del primo tempo, e il risultato finale è ancora tutto da decidere.

Per comprendere le ragioni dietro la gestazione, lunga almeno 30 anni, della Super League bisogna partire dai conti in rosso delle società che l’hanno voluta. Il dissesto economico in corso nel calcio europeo, infatti, precede di gran lunga l’avvento della pandemia. Per capirlo è sufficiente dare uno sguardo ai conti delle dodici società fondatrici della Super League: nell’esercizio 2019-2020 hanno registrato perdite cumulative superiori ai 730 milioni di euro, poco meno dei 770 milioni di rosso di tutta la serie A. E nel resto d’Europa non va certamente meglio, con la Uefa che stima in 4 miliardi di euro le perdite per l’intero calcio europeo a causa della pandemia.

Degenza, parto e breve vita della Super League

L’idea della Super League viene da lontano, addirittura dal 1988, e il primo a parlarne è stato Silvio Berlusconi, prima ancora di vincere cinque Champions con il suo Milan. Un progetto che resta, poi, sottotraccia per decenni fino a quando nel 2018 Football Leaks rivela un accordo tra i club più ricchi d’Europa per fondare la Super League, nove dei quali in prima linea nell’ultimo tentativo.

I debiti dei top club

Ricavi e debiti dei club fondatori della Super League [€/mln]

A febbraio 2021, Juventus, Milan e Inter illustrano il progetto al Consiglio di Lega A, dal quale non escono indiscrezioni, mentre l’Uefa sta varando la nuova Champions League a partire dal 2024, con 100 partite in più. Il 18 aprile, però, lo scoop del New York Times svela che il dato è tratto e ci sono dodici club che hanno varato la nuova Super League, con l’idea di averne 15 fissi e 5 a rotazione ogni anno. Sempre secondo il NYT dietro un simile azzardo ci sarebbe pure la Fifa che in Africa sta cercando di varare un progetto simile: questa sarebbe stata a conoscenza del progetto e ne avrebbe accompagnato la gestazione fungendo da partner, fino al cambio di rotta. Veementi le reazioni di Uefa (seguite poi da quelle della Fifa) e della politica internazionale contro il calcio dei ricchi, con minacce di esclusione dalle coppe europee per due anni e la squalifica dai rispettivi campionati. Una pressione così forte che spinge i club inglesi a ritirarsi quasi subito, e alla fine solo Barcellona, Juventus e Real Madrid restano dentro il progetto. Andrea Agnelli si dimette dalla presidenza dell’ECA (l’associazione dei club europei) e dall’esecutivo Uefa. Nel frattempo, Florentino Perez, Real, presenta un ricorso contro il monopolio europeo dell’Uefa al tribunale di Madrid. I club pentiti sono stati multati dal governo del calcio europeo, mentre sugli ultimi tre è stata aperta un’inchiesta per capire se e come sanzionarli: multa o squalifica per due anni dalle coppe? Lo sapremo tra fine maggio e i primi di giugno.

La cronologia della Super League

Conti in rosso e legittimità

Non è quindi una rivalsa contro il “monopolio” della Uefa, né un inno all’agonismo da celebrare con un torneo “dei più forti” e “per i più forti”. Tantomeno un elogio alla meritocrazia, poiché quindici club su venti vi parteciperebbero per diritto. Si tratta invece di una pura e semplice questione di soldi. I numeri li ha messi in fila Il Sole 24 Ore spiegando che sul tavolo la nuova competizione avrebbe portato 3,5 miliardi di euro da distribuire tra i 15 club fondatori per compensare i mancati introiti causati dal Covid-19.

Il progetto, spiega il quotidiano economico, è gestito da una società creata ad hoc, la European Super League Company SL, holding finanziaria e società a responsabilità limitata con sede a Madrid, quartier generale del suo massimo sostenitore nonché presidente del Real Madrid, Florentino Perez. Le tracce della società sui registri Amministratore unico della neo azienda risulta essere un’altra società, la A22 Sports Management, anche questa di stanza a Madrid. La holding avrebbe dovuto poi gestire materialmente la competizioni e i relativi introiti attraverso tre bracci operativi: la SL Sports Co Sl, con incarichi amministrativi; la SL MediaCo 1, per la commercializzazione dei diritti audiovisivi; e la SL CommercialCo, per lo sfruttamento commerciale del marchio. Il capitale economico doveva invece arrivare dalla filiale tedesca di JPMorgan e dalla società finanziaria spagnola Tivalino Investment SL con un esborso di quasi 4 miliardi di euro.

Questo e altri dettagli erano parte degli accordi parasociali tra i club fondatori, comprese due clausole necessarie perché la Super League avesse senso di esistere: la prima, il riconoscimento da parte della Uefa o della Fifa, obiettivo fragorosamente mancato poche ore dopo l’annuncio del nuovo torneo quando il presidente del calcio europeo Aleksander Čeferin ha definito i fondatori come «serpenti» e «bugiardi»; in caso di mancata realizzazione della prima clausola, la seconda doveva garantire la legittimità legale del torneo da parte dei tribunali di ciascun Paese partecipante. Complicato ma non impossibile.

Il resto è noto. Le minacce da parte della Uefa e di certa politica hanno portato nove club su dodici a ritirarsi dal nuovo torneo, accettando sanzioni pecuniarie e l’obbligo di attenersi ai regolamenti continentali in materia di competizioni extra nazionali. La guerra lampo si è quindi conclusa in meno di sessanta ore. Ma a ben guardare la partita è tutt’altro che chiusa.

Per approfondire

Il fallimento della Super League: «È una plutocrazia, ma non vedo ostacoli dal punto di vista legale»

Il commento dell’avvocato Federico Venturi Ferriolo. Il terremoto che ha scosso il calcio europeo ha polarizzato le posizioni ma si è persa l’occasione di riformare uno sport colmo di debiti. Ecco perché

Real Madrid, Barcellona e Juventus sono gli unici club ancora convinti della bontà del progetto «per portare stabilità alla grande famiglia del calcio europeo», scrivono. Sorprende che, per farlo, abbiano partorito una competizione che permetterebbe loro di guadagnare di più spendendo di più. Non sono forse dovuti ai costi ormai incontrollabili dei cartellini dei calciatori e ai compensi sempre più elevati destinati agli onnipotenti super agenti gran parte dei debiti in cui i club languono? In quest’ottica, un torneo iper elitario come la Super League non farebbe che peggiorare i conti, nonostante i ricchi premi in palio? È incomprensibile come si sia pensato che la soluzione alla crisi odierna del calcio europeo possa arrivare accelerando un sistema che della crisi stessa è la causa.

Ma ciò che è sfuggito ai più è la legittimità legale della Super League. Ha diritto di esistere un torneo promosso dai club e indipendente dal monopolio della Uefa?

Se lo è chiesto il presidente del Real Madrid il quale, a meno di ventiquattro ore dal lancio, ha mosso istanza contro Uefa e Fifa per impedire loro di opporsi ottenendo dalla Corte commerciale di Madrid l’inibizione verso gli organi di controllo a bloccare l’iniziativa. Se lo è chiesto anche IrpiMedia. «La questione è se questo monopolio e l’esclusiva sulla disciplina del calcio siano accettabili alla luce delle norme europee», ha spiegato in una lunga intervista a IrpiMedia Federico Venturi Ferriolo, avvocato dello studio legale LCA ed esperto di diritto sportivo. L’avvocato non vede ostacoli «dal punto di vista del diritto europeo, trattandosi di aziende che svolgono un’attività commerciale e considerando che all’interno della Ue esistono e sono normati sia il libero mercato sia la libera concorrenza».

Insomma, in attesa di capire la sorte dei tre club “scissionisti”, la questione è ora in mano ai tribunali: la sentenza del Tribunale di Madrid del 20 aprile, per ora, impedisce alle federazioni di sanzionare le squadre partecipanti alla Super Lega. La vittoria incassata da Uefa e Fifa con la ritirata dal torneo di nove club fondatori è quindi solo momentanea e apparente. I grandi burattinai del calcio mondiale ed europeo hanno però poco da esultare, invischiati nella loro incapacità di dare una sterzata al calcio globale, tra fair play finanziario usato a piacimento, mancate riforme del settore degli agenti, superflue nuove regole sul calcio di inizio e il rinvio da fondo campo, discutibili iniziative come l’Europeo da giocarsi in dodici Paesi in tempi di Covid-19 e gli immancabili scandali per corruzione. La strada per riformare il calcio è molto lunga, e ancora non è stata intrapresa.

Editing: Lorenzo Bagnoli | Foto: Andrea Agnelli (Juventus) e Aleksander Ceferin (Uefa) durante le premiazioni della finale di Champions League del 2017 tra Juventus e Real Madrid – phFAB/Shutterstock

Il fallimento della Super League: «È una plutocrazia, ma non vedo ostacoli dal punto di vista legale»

21 Maggio 2021 | di Lorenzo Bodrero, Francesco Caremani

Nelle intenzioni doveva arrestare la crisi economica in cui langue il calcio europeo. Nella pratica si è invece rivelato un goffo tentativo riservato a pochi eletti di allargare il solco che separa i club di prima fascia da tutti gli altri. Ma si è trattato pur sempre di un tentativo di ragionamento sul futuro del calcio europeo e sulla sua sostenibilità economica. Sotto la cenere, tra le minacce da parte della Uefa e le prese di posizione di tre club scissionisti (Real Madrid, Barcellona, Juventus), la Super League rimane ufficialmente in piedi seppur non realizzabile. Sui media hanno prevalso due schieramenti e le posizioni si sono polarizzate fino a offuscare il nocciolo della questione: la legittimità legale della Super League.

IrpiMedia ne ha parlato con Federico Venturi Ferriolo, avvocato di LCA Studio Legale ed esperto di diritto sportivo.

Cosa c’è da sapere

Il 18 aprile è stata presentata la Super League, campionato “privato” fondato da dodici prestigiosi club europei a cui ogni anno si sarebbero aggiunte cinque squadre. Minacce di sanzioni e squalifiche delle federazioni nazionali e internazionali hanno bloccato l’operazione sul nascere. La banca d’affari JPMorgan aveva promesso un investimento da 3,5 miliardi di euro per finanziare i club partecipanti. Scopo dell’operazione era immettere liquidità nelle casse dei club, che affogano nei debiti. La banca americana si è poi defilata dopo le polemiche seguite al lancio della Super League. Tra i meno critici c’è chi ha ricordato l’esempio della Euroleague di basket, campionato molto seguito e di successo che è nato dai club più ricchi e fuori dalla giurisdizione della federazione europea di pallacanestro.

Dal punto di vista legale la Super League cos’è?

«Un’associazione di natura privatistica basata su contratti di diritto privato tra più società sportive professionistiche, affiliate a federazioni e leghe differenti. Alle spalle, un contratto di collaborazione tra le parti, al quale immagino si affacciassero anche i fondi d’investimento e le banche».

I dodici club avevano il potere legale di fondare una nuova competizione fuori dai paletti Uefa, essendo affiliati alle rispettive federazioni nazionali che a loro volta sono affiliate alla prima?

«È proprio questa la vexata quaestio, tralasciando gli statuti Uefa che regolano il funzionamento dell’associazione. A mio avviso, non vedo ostacoli dal punto di vista del diritto europeo, trattandosi di aziende che svolgono un’attività commerciale, considerando che all’interno della Ue esistono e sono normati sia il libero mercato sia la libera concorrenza. Nulla osta quindi alla creazione di competizioni amichevoli e a rapporti di collaborazione per un evento sportivo. Faccio un esempio, se un privato cittadino organizza un torneo di calcetto lo può fare, resta da vedere se può coinvolgere atleti tesserati. I club sono affiliati alle federazioni che nei loro statuti non vietano questo tipo di iniziative e tutto ciò che non è vietato potrebbe essere di fatto permesso».

Esistono dei precedenti?

Sì, quello che riguarda l’Unione internazionale di pattinaggio (ISU), la quale nel suo statuto vietava ai propri tesserati di prendere parte a manifestazioni sportive non organizzate da questa. Gli atleti sanzionati hanno fatto ricorso alla Commissione europea che ha stabilito come quella norma dello statuto della federazione sia contraria all’articolo 101 del trattato sul funzionamento Ue sulla tutela della concorrenza del mercato e sul divieto di abuso di posizione dominante. Una volta che lo sport non è solo un’attività ludica ma diventa anche economica bisogna rivedere le norme e le tutele di questa, entra in gioco l’antitrust».

Quindi la Uefa può detenere il monopolio delle coppe europee oppure viola le norme Ue?

«Le coppe europee sono le sue e può farci ciò che vuole. La questione è se questo monopolio e l’esclusiva sulla disciplina del calcio siano accettabili alla luce delle norme europee. Il rischio, se la questione dovesse arrivare alla Commissione europea, è una nuova sentenza Bosman».

La “sentenza Bosman”, quando il calcio ha cambiato pelle

Il 15 dicembre 1995 la Corte di giustizia europea si pronunciava a favore di Jean-Marc Bosman in tre procedimenti differenti che lo vedevamo opposto alla Uefa, alla federazione calcistica del Belgio e al club RFC Liège.

La vicenda risale al 1990, anno in cui scadeva il contratto che legava il giocatore belga all’RFC Liège. La sua volontà di trasferirsi in Francia al Dunkerque fu vanificata poiché l’offerta economica del club francese fu respinta da quello belga, con la conseguenza che a Bosman fu impedito di cambiare squadra, come da prassi di allora, pur non essendo più vincolato da un contratto. La Corte di giustizia europea stabilì, cinque anni più tardi, che il divieto imposto dall’RFC Liège limitava la libertà di movimento del calciatore. Ne risultò che un giocatore era ora libero di trasferirsi da un club all’altro gratuitamente alla scadenza del contratto, prassi ormai comune oggigiorno. La sentenza scatenò una reazione a catena con conseguenze ad ampio raggio nel mondo del pallone.

La possibilità di trasferirsi gratuitamente consentì ai calciatori di pretendere stipendi più alti e contratti più lunghi da parte del nuovo club per compensare la mancanza delle cifra sborsata per acquistarli. Questi potevano inoltre chiedere salari più alti con l’avvicinarsi della scadenza del contratto minacciando, nel caso le richieste non fossero accolte, di lasciare il club gratuitamente. Nacque così il ruolo di agente, incaricato dal calciatore di curare i propri interessi in fase di contrattazione con i club.

Prima della sentenza Bosman, inoltre, la Uefa imponeva l’utilizzo di non più di tre stranieri in campo per ciascuna squadra. A seguito della sentenza, i club potevano invece ingaggiare un numero illimitato di giocatori provenienti dall’Unione europea e i calciatori ambire a contratti più ricchi e più lunghi. In periodi di stabilità economica ciò non rappresentava un problema per il singolo club, ma in caso di retrocessione o di minori introiti per diritti tv, le società si trovavano con pesanti contratti a gravare sulle proprie casse. I club più piccoli si trovavano dunque costretti a svendere i giocatori migliori alle squadre più ricche per aggiustare i conti. A lungo termine, in molti campionati europei, questa tendenza ha contribuito ad ampliare il gap tra club di prima fascia e quelli più piccoli.

Florentino Perez, il presidente del Real Madrid, si è rivolto all’antitrust. Come giudica questa mossa?

«A mio avviso l’iniziativa è corretta, anche perché diventa l’unica difesa possibile davanti a eventuali azioni sanzionatorie dell’Uefa, la quale impedisce un accesso al mercato, in questo caso al mercato delle competizioni sportive. I club hanno, inoltre, depositato delle richieste di misure cautelari precauzionali per impedire azioni avverse in base alle norme antitrust e hanno vinto perché il diritto europeo tutela la concorrenza in caso di attività economiche e la creazione di una competizione sportiva è riconducibile a un’attività commerciale».

L’Uefa e le federazioni nazionali possono squalificare le squadre che continueranno a essere affiliate alla Super League?

«L’Uefa può fare pressione sulle federazioni, che a questa sono affiliate, ma mi sfugge la previsione normativa dalla quale si dovrebbe desumere una violazione. L’articolo 49, più volte citato, dice che l’Uefa ha la giurisdizione esclusiva per organizzare competizioni internazionali in Europa rispetto alle federazioni e ai club che a queste rispondono. Ma di fatto non vieta espressamente che si possano organizzare altre competizioni. Inoltre, la fonte normativa è statutaria e per ciò è vincolante solo per i propri associati: le federazioni nazionali».

Non rischia, però, di scatenare una nuova sentenza Bosman? E se sì con quali sviluppi?

«Può servire a comprendere quali sono i vincoli dei poteri delle federazioni sull’organizzazione delle competizioni sportive rispetto alle leggi antitrust e, magari, aiutare a mappare lo sport e i suoi confini giurisdizionali in un mercato regolamentato. Lo sport non è più e non solo un’attività ludica, ma un’attività commerciale e come tale soggetta alle norme sull’impresa, sulla libertà d’impresa e sulla concorrenza tra imprese».

I club hanno interesse ad andare al muro contro muro e cosa potrebbe accadere?

«L’interesse è quello di prendere posizione per negoziare. Io credo che nessuno voglia arrivare a rotture difficili da rimarginare».

Dovranno pagare delle penali alla JPMorgan?

«Bisogna capire come sono stati redatti i contratti per la costituzione della Super League. Chi ha investito rischia di trovarsi con un pugno di mosche in mano».

Che similitudini ci sono tra la Super League di calcio e l’Euroleague di pallacanestro?

«L’Euroleague è nata come sistema chiuso e solo da alcuni anni si è aperto. La FIBA (il corrispettivo dell’Uefa nella pallacanestro, ndr) voleva sanzionare i club partecipanti, in particolare greci e turchi, ma continua a non riuscirci, questo perché sia alla FIBA che alle federazioni manca il potere sanzionatorio. È un sistema privato e l’economia, purtroppo, ci insegna spesso che il privato funziona meglio del pubblico. Le federazioni, anche se sono soggetti di diritto privato, scontano l’aspetto classico del pubblico: burocrazia, corruzione, scandali. È come se il privato favorisse di più l’aspetto commerciale e il pubblico quello politico. Restando in Europa, l’Euroleague dimostra che laddove la “politica” è messa in disparte rispetto all’aspetto commerciale ne guadagna la competizione stessa: più ricchezza, più spettacolo. Di conseguenza ne guadagnano i tifosi e quindi pure lo sport in generale. Tornando al calcio andrebbe rivisto il funzionamento delle federazioni, la trasparenza dei bilanci, come vengono investiti i soldi, chi fa veramente il bene di chi e cosa, e pensare un diverso coinvolgimento dei tifosi, senza dimenticare la condizione strutturale degli stadi italiani».

La crociata scatenatasi contro la Super League secondo lei a cosa è dovuta?

«L’errore della Super League è stato quello di voler creare un sistema chiuso, dove non c’è alcuna possibilità per gli underdog di turno di partecipare, togliendo allo sport una delle sue cose più belle: l’incertezza del risultato finale. Giocare solo tra top club, in un condominio chiuso agli altri, toglie elementi come l’agonismo, la creatività, la sorpresa. Lo sport è democrazia, la Super League è una plutocrazia».

Perché non è possibile paragonare l’organizzazione degli sport statunitensi con il calcio europeo? Quali le macro differenze?

«Quello statunitense è entertaiment, quello europeo è più carnale, vicino al concetto dell’Antica Grecia di agonismo/competizione. Sono l’espressione di due culture diverse. Gli Stati Uniti sono stati pionieri di tante nuove forme di economia, anche nello sport, e dove c’è una cultura d’élite c’è uno sport d’élite. Non è un caso che gli statunitensi investono nel calcio europeo con l’atteggiamento di chi vuole insegnare agli altri come fare business».

Come è stato possibile che i dirigenti di alcuni dei club più importanti d’Europa e del mondo abbiano partorito un topolino dal punto di vista organizzativo e comunicativo?

«Bisogna porsi una domanda diversa: qual è il vero progetto alle spalle?».

Dal punto di vista legale come possiamo chiamare un’azione del genere?

«Una presa di posizione. La Champions League così com’è non funziona più (prende più soldi chi sale in Premier League dal Championship, la seconda divisione inglese, ndr) e allora vogliono rinegoziare. Resto basito, per esempio, di fronte alla gestione dei diritti televisivi. I numeri dicono che la serie A è seconda solo alla Premier League, eppure. Perché esistono dei cartelli? Perché ci devono essere degli intermediari? Certo, portano profitto, ma quanto ne assorbono?».

In questa faida chi ha vinto davvero e cosa ci aspetta ancora dal punto di vista legale?

«Ci saranno sicuramente strascichi giudiziari, ma dal punto di vista legale bisogna prima vedere quali sanzioni saranno comminate ai club “ribelli”. Per adesso mi sembra che siano solo delle minacce, frutto di atteggiamenti “politici”, appunto. Però anche le parole sono importanti, soprattutto se dette dal presidente dell’Uefa. Quando queste minacce si concretizzeranno ci saranno delle reazioni e allora dovremo andare a vedere i regolamenti, da dove nascono, la loro validità nel sistema europeo. In ultima istanza poi c’è il TAS di Losanna. Altro dubbio: l’Uefa ente regolatore e sanzionatorio insieme?».

Si è parlato molto pure dei fondi d’investimento come rete economica per salvare il calcio. Cosa ne pensa?

«È giusto vietarli in condizioni di conflitto d’interesse, come in caso di multiproprietà partecipanti alla stessa competizione. Ma fuori da questo credo che possano essere benvenuti se possono risollevare le sorti economiche di un sistema in difficoltà. I fondi d’investimento possono aiutare a sviluppare il business, il marketing, i diritti televisivi, tutte cose gestite in modo obsoleto dal sistema calcio italiano. Siamo molto indietro nel valorizzare lo spettacolo della Lega A, quindi i fondi potevano e potrebbero essere d’aiuto».

Anche per il calcio sarà inevitabile la deriva finanziaria? E quanto è pericolosa in prospettiva dato che presume una crescita economica (diritti televisivi, ecc.) infinita che tale non può essere?

«Non credo che il calcio possa risentire di una bolla, come ne abbiamo viste in altri settori economici. La questione, a mio parere, è diversa: la sostenibilità dello sport e lo sport professionistico italiano, così com’è organizzato, non è sostenibile. Quindi ci vuole un sistema capace di monetizzare meglio la partecipazione degli spettatori e degli investitori».

È evidente che la Super League nasce, in primo luogo, come soluzione all’indebitamento cronico di gran parte dei club fondatori. Qualora fosse andata in porto, crede che questo obiettivo sarebbe stato raggiungibile?

«Quando realizzi che tu sei l’attore principale dello spettacolo ma ti vengono assegnate parti ridotte dei ricavi dello stesso tenti di rinegoziare i termini dell’accordo, oltre a cercare di avere maggiore libertà decisionale. Senza contare la questione Psg e Financial Fair Play, oppure gli accordi personali del Manchester City sulla medesima questione. Pare evidente a tutti che a livello Uefa non ci sia stato un atteggiamento paritetico di applicazione dei regolamenti, lasciando molto spazio alla discrezionalità. Tutto questo va rivisto e non aiuta la serenità dei ragionamenti, ma alimenta solo le crociate pro o contro, che servono a poco».

Editing: Lorenzo Bagnoli | Foto: Elaborazione IrpiMedia su immagini phFAB/Shutterstock e LCA Studio Legale

L’industria del calcio

L’industria del calcio

#FuoriGioco

L’appeal romantico dello sport più seguito al mondo è stato ormai soppiantato da un business che solo in Italia nel 2019 ha fatturato 5 miliardi di euro. Dalla dimensione locale in cui la proprietà dei club e il bacino di tifosi erano individuabili all’interno del contesto geografico di appartenenza, oggi le società di calcio hanno sedi registrate in paradisi fiscali per mettere al riparo gli utili e i dividendi dal Fisco e in cui spesso è impossibile risalire ai reali beneficiari. Un’evoluzione al contrario che ha portato a cambiamenti epocali: prima la “sentenza Bosman”, che ha aperto le porte alla libera circolazione di calciatori stranieri e ha avviato l’iperbole dei prezzi dei giocatori e dei loro stipendi; l’arrivo degli agenti sportivi, acceleratori di costi ormai fuori controllo; l’entrata in gioco delle pay-tv, foriere di introiti per la trasmissione delle partite inimmaginabili prima, e competizioni sempre più numerose e sempre più ricche. In mezzo, gli atleti che, seppur ricchi, devono tenere il ritmo e portare il proprio corpo al limite per non cedere alla concorrenza o, peggio, all’oblio sportivo.

Il calcio è ormai un vero e proprio strumento finanziario e come tale accoglie al suo interno giochi di potere e conflitti di interesse. Quelli dei “super agenti” ma anche dei club più influenti e di imprenditori dal vizio per l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro. Non ne è immune l’organo di controllo globale, la Fifa, travolta dagli scandali nel 2015 e ancora incapace di rifarsi una reputazione.

Prima del Covid, l’indebitamento complessivo del calcio italiano ha raggiunto 4,6 miliardi di euro (9,3% rispetto alla stagione precedente) e meglio non va nel resto d’Europa. Per porvi rimedio, gli stakeholder del settore sembrano perseguire una strada opposta a quella della logica: più competizioni, più partite e quindi più introiti in quella che sembra più un’accelerazione verso il precipizio che una sosta per riflettere.

Con #FuoriGioco, IrpiMedia intende accendere i riflettori sugli angoli bui e i giochi di potere del mondo del pallone.

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CREDITI

Autori

Raffaele Angius
Lorenzo Bodrero
Francesco Caremani
Matteo Civillini
Giulio Rubino

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Lorenzo Bagnoli

La passione del calcio italiano per Olanda, Lussemburgo e Delaware

30 Aprile 2021 | di Lorenzo Bodrero

La mappa delle proprietà delle società calcistiche italiane porta sempre più spesso nei paradisi fiscali. Non importa se i club militano in serie A o in serie C, la tendenza è diffusa ovunque. La Juventus sta di casa in Olanda, centro nevralgico da cui i proprietari – la famiglia Agnelli-Elkann – gestisce buona parte dei propri affari. In Lussemburgo si trovano invece le società che controllano Milan, Inter e Udinese. Un pezzo del Milan è anche in Delaware, in un edificio condiviso con Fiorentina, Roma e Venezia. Sempre nel principale paradiso fiscale degli Stati Uniti, questa volta però via Lussemburgo, si arriva anche a scovare la società proprietaria del Bologna. Come tutte le principali multinazionali, anche le squadre di calcio hanno cercato di trovare condizioni fiscali più favorevoli offshore.

Tra le residenze più ambite per la propria società-madre c’è il Lussemburgo, cuore finanziario dell’Europa a partire almeno dal crollo della Borsa di New York del 1929 e già al centro di un’ampia inchiesta di IrpiMedia, OpenLux. Nell’arco di un secolo, il Granducato è diventato il luogo ideale dove registrare società e istituti di credito. Ad oggi, il 94% delle banche registrate in Lussemburgo ha la propria sede principale all’estero mentre i fondi d’investimento di base nel Granducato gestiscono un patrimonio netto di 4.500 miliardi di euro, secondo solo a quelli dei fondi statunitensi. La prassi più comune, per il piccolo stato nel cuore dell’Europa, è di registrare qui società che detengono quote di altre società – le cosiddette holding – le quali di fatto non generano né profitti né utili.

Oltreoceano, c’è invece il Delaware, il paradiso per le Limited Liability Company, le società a responsabilità limitata degli Stati Uniti. Non richiede un capitale da versare in fase di registrazione, non esiste un registro pubblico delle cariche sociali, le tasse sulle società sono a zero, inesistenti gli obblighi contabili, consente l’occultamento dei titolari effettivi e mette al riparo beni e proprietari da eventuali responsabilità penali e amministrative. Ma soprattutto prevede una tassazione agevolata dei profitti generati al di fuori degli Stati Uniti.

Inter

A tirare le fila delle sorti nerazzurre ci sono società registrate in tre Paesi che compaiono nei primi sei posti del Financial Secrecy Index 2020, la classifica stilata dal centro Tax Justice Network che dal 2009 misura il grado di trasparenza di centinaia di giurisdizioni. Il 68,5% dell’Fc Internazionale Milano Spa è infatti in mano alla lussemburghese Great Horizon, a sua volta controllata dalla casa madre Suning Sports International Limited di base a Hong Kong. I due Paesi si classificano rispettivamente al sesto e al quarto posto nel Financial Secrecy Index. Un altro 31,1% è invece detenuto dal fondo di private equity Lionrock Zuqiu Limited delle Isole Cayman attraverso l’italiana International Sports Capital Spa. Le Cayman rappresentano forse il più noto paradiso fiscale al mondo, famoso – tra le altre cose – per non avere imposte sulle società né sui redditi generati al di fuori del suo territorio.

Cos’è il Financial Secrecy Index

L’indice di segretezza finanziaria è una classifica che misura il grado di opacità delle singole giurisdizioni e la loro attrattività per capitali occulti. È elaborato ogni due anni dal Tax Justice Network, think tank sulla finanza illecita di base a Londra, e la prima edizione risale al 2009 con l’analisi di 60 giurisdizioni. L’ultima, del 2020 e che è ripresa all’interno di questo articolo, ne ha analizzate 133.

L’indice è il risultato di due variabili: la prima calcola il grado di trasparenza delle politiche finanziarie del singolo Paese con un punteggio da 0 a 100, dove zero rappresenta la totale trasparenza e cento la massima segretezza; il secondo misura invece il volume di transazioni finanziarie all’interno di quel Paese fatte da non residenti. La combinazione dei due valori costituisce l’indice: più alto è l’indice di un Paese e più questo contribuisce all’occultamento di capitali, al riciclaggio di denaro, all’evasione fiscale, a operazioni bancarie segrete e all’anonimato di società e proprietà mobili e immobili.

Uno dei vantaggi del piccolo arcipelago caraibico è la tassazione nulla sui profitti, dettaglio particolarmente allettante nella compravendita di società. In Italia, ad esempio, se si acquista un’attività per 1.000 euro e la si rivende poi a 1.500 euro, si pagano le tasse sui 500 euro di profitto. Se però la proprietà dell’attività è intestata a una società registrata alle Cayman e invece di vendere l’attività italiana si vende la società nel paradiso fiscale allora quei 500 euro di profitti saranno netti.

Udinese

Sempre in Lussemburgo porta la catena societaria che controlla l’Udinese, club di proprietà della famiglia Pozzo. Per capire l’organigramma della società friulana, e delle altre registrate nei paradisi fiscali, bisogna prima introdurre il concetto di “titolare effettivo”. È la figura che controlla effettivamente il patrimonio e le finanze di una società, la quale quasi mai coincide con la persona che quella società l’ha registrata e che ricopre invece il ruolo di legale rappresentante. Tendenzialmente, se un individuo detiene almeno il 25% delle azioni di una società allora questo è considerato come titolare effettivo che esercita un controllo di tipo “diretto”. È il caso, per esempio, della Diversify Sport Investment, società registrata in Lussemburgo e a cui è riconducibile Gino Pozzo, figlio dello storico presidente bianconero Giampaolo Pozzo. Questa ha in mano la totalità delle quote di un’altra società registrata sempre in Lussemburgo, la Kalmuna, che a sua volta detiene le quote dell’Udinese Calcio sulla quale, non essendo immediatamente identificabile il beneficiario ultimo fisico, esercita una proprietà di tipo “indiretto”.

Nel 2014 il club bianconero era finito sotto la lente della procura di Udine per presunte dichiarazioni fiscali fraudolente mediante operazioni inesistenti. Gli inquirenti avevano scoperto che i soci della holding Gesapar erano due società di comodo registrate a Panama e che attraverso queste il club friulano avrebbe spostato in modo ingiustificato 63 milioni di euro verso altre due società controllate dalla famiglia Pozzo, il Granada (Spagna) e il Watford (Inghilterra), con l’obiettivo di aggirare le tassazioni. A fronte di una richiesta di risarcimento di 18 milioni di euro per otto annualità tra il 2007 e il 2014, la vicenda si è chiusa con un accordo con l’Agenzia delle entrate e il pagamento da parte dell’Udinese di un milione di euro.

Bologna

Il club emiliano è riconducibile all’imprenditore canadese e di origini italiane Joey Saputo, che lo controlla sfruttando le larghe maglie sia del Lussemburgo sia del Delaware. Il piccolo stato della costa occidentale americana è uno dei motivi per i quali gli Stati Uniti occupano il secondo posto nel Financial Transparency Index, dietro solo alle Isole Cayman. Si spiega forse così la catena societaria che dal capoluogo emiliano porta alla Bfc 1909 Lux Spv in Lussemburgo che è a sua volta detenuta dalla Bfc 1909 Usa Spv registrata nel Delaware a un indirizzo sconosciuto.

«I paradisi fiscali non sono tutti uguali», afferma a IrpiMedia Marianna Vintiadis, esperta di business intelligence. «Esiste – spiega – una concorrenza fiscale tra loro, alla ricerca di incentivi sempre maggiori per attrarre individui e corporation a danno della concorrenza. E così le Isole Marshall convengono al mondo della finanza, la Liberia alla registrazione di imbarcazioni, le Isole Cayman per il regime fiscale, e così via in una sorta di corsa al ribasso» che danneggia il pubblico e favorisce un ristretto numero di individui. Offrire dati certi è impossibile ma si stima che i governi perdano ogni anno tra i 500 e i 600 miliardi di dollari in tasse non incassate a causa dei paradisi fiscali.

Attività offshore e beneficiari effettivi

Fare uso di giurisdizioni offshore non significa necessariamente commettere attività illegali. La segretezza che questi garantiscono è però indispensabile per facilitare flussi finanziari illeciti e un’ampia gamma di pratiche che vanno contro l’interesse pubblico. Una di queste è la mancanza di trasparenza per quanto riguarda i reali beneficiari. Una società, in questo caso un club calcistico, può infatti non essere direttamente riconducibile a una proprietà umana bensì, per esempio, a un trust il quale detiene il club per conto di uno o più individui. A questo punto gli eventuali utili del club verranno sì distribuiti ai trustees ma la responsabilità legale rimane al trust stesso, liberando i beneficiari da eventuali contraccolpi penali e la cui identità è ben schermata da quella segretezza contabile che i paradisi fiscali si contendono.

Una società registrata in italia può essere quindi detenuta da una registrata nel Delaware, ad esempio. Nel piccolo stato americano la pubblicazione dei bilanci e dei nomi dei proprietari non è obbligatoria, il pubblico quindi non può sapere cosa succede ai soldi una volta che questi lasciano l’Italia e se ci sono altri titolari effettivi oltre a quelli comunicati al pubblico.

Quella in uso nel calcio italiano si chiama spesso “esterovestizione”, ovvero la pratica di localizzare la residenza fiscale di una persona giuridica nelle giurisdizioni con regimi fiscali agevolati. Allo stesso tempo quelle medesime giurisdizioni «garantiscono l’anonimato e spesso proteggono i reali beneficiari da responsabilità penali e non impongono l’obbligo di depositare bilanci e altri documenti aziendali», conclude Vintiadis. Nel 2016 l’economista e avvocato americano James S. Henry stimava in 36mila miliardi di dollari la ricchezza stipata nei paradisi fiscali.

Milan

Ben radicato in Lussemburgo e nel Delaware è il Milan. Pressoché il totale delle azioni di AC Milan Spa è infatti in mano alla Rossoneri Sport Investment Sarl, a sua volta controllata dalla Project Redblacks Sarl, entrambe in Lussemburgo. Per risalire alla cima della piramide bisogna però passare per la King George Investments e la Genio Investments, due società di base nel piccolo stato americano del Delaware e controllate dal fondo Elliot, reale proprietario del Milan.

Juventus

Seppur quotata alla Borsa di Milano, l’azienda madre dei campioni d’Italia dal 2011 ha scelto l’Olanda quale sede finanziaria. La Exor, storica holding della famiglia Agnelli, con un fatturato che sfiora i 163 miliardi di dollari è la prima società in Italia per ricavi e la 28ma nella classifica di Fortune 500 nonché l’azionista di maggioranza della Juventus Football Club Spa. L’Olanda è un paradiso fiscale dagli anni ‘50 e occupa l’ottavo posto nella classifica 2020 del Financial Secrecy Index, in netto peggioramento rispetto all’edizione precedente che vedeva i Paesi Bassi occupare la 14ma posizione. Per capire l’opacità del Paese fiammingo, un dato su tutti: qui hanno trovato dimora 15.000 Special Financial Institutions (FSI), acronimo che indica l’anello di congiunzione tra le filiali nel Paese di “origine” e quello di “destinazione” di grosse corporation internazionali.

Sono tanti i motivi alla base di una tale attrattività ma i più irresistibili sono una tassazione minima sui dividendi, sugli interessi e sui flussi finanziari da e verso Paesi terzi, oltre alla totale esenzione dal pagamento di imposte sul reddito delle società con sede all’estero. Esistono anche termini più colloquiali per questo tipo di società, come “società di comodo” o “società cartiere”. Le FSI muovono attraverso l’Olanda circa 4.000 miliardi di euro ogni anno, un flusso costante di denaro che equivale a dieci volte il prodotto nazionale lordo dei Paesi Bassi. È un “Paese condotto” dunque, i flussi finanziari non si arrestano in Olanda bensì la attraversano: i primi tre Paesi per provenienza e destinazione occupano le prime sei posizioni del Financial Secrecy Index (Svizzera, Lussemburgo e Stati Uniti), rendendo l’Olanda una giurisdizione cruciale per la movimentazione di capitali occulti.

Roma e Fiorentina

È un piccolo anonimo edificio di un piano quello che nella città di Wilmington, Delaware, ospita la Corporation Trust Company, la società incaricata di custodire le holding di Fiorentina, Milan, Roma e Venezia le quali così, dal punto di vista fiscale, condividono lo stesso indirizzo. Con 970mila abitanti e 1,5 milioni di società registrate, il Delaware è la meta preferita per le grosse multinazionali. Il 68% delle società presenti nella classifica di Fortune 500 è registrata qui, nel piccolo stato-cuscinetto tra il Distretto di Washington e l’Oceano Atlantico.

Il club giallorosso ha cambiato proprietario nell’estate 2020 ma non sede: con il passaggio di mano da James Pallotta a Dan Friedkin, la Roma fa capo oggi alla Romulus and Remus Investments registrata nel Delaware attraverso il 50% di partecipazioni dell’italiana Neep Roma Holding Spa, portatrice dell’83,3% delle azioni del club capitolino.

Negli uffici della Corporation Trust Company è registrata anche la holding del patron viola Rocco Commisso. All’imprenditore italo-americano è infatti riconducibile la Columbia Soccer Ventures con la quale dal giugno 2019 è proprietario della Fiorentina.

La Corporation Trust Company è una cosiddetta company formation agent, una società che per conto dei propri clienti crea e registra altre società. Di loro si serve tipicamente chi in quel Paese non è residente e sono dunque particolarmente diffuse nelle giurisdizioni offshore a regime fiscale ridotto. Pensano a tutto loro. Per un compenso che va dalle poche decine alle poche centinaia di dollari si occupano della registrazione, di aprire un conto in banca collegato alla neo società e se necessario provvedono a dedicare un servizio di segreteria incaricato di rispondere al telefono e alle mail. In Stati come il Delaware, Nevada, Vermont e Wyoming le azioni di lobbying di queste società per il mantenimento dell’attrattività fiscale del singolo Stato sono tali che il Tax Justice Network li definisce dei «capture state», giurisdizioni in cui i poteri politico e legislativo sono ostaggio degli interessi privati. Alle maglie larghe di diversi singoli Stati si aggiunge, inoltre, il paradosso federale: sebbene gli USA siano oggi all’avanguardia nel contrasto all’utilizzo dei paradisi fiscali da parte dei propri cittadini, il Paese stesso rappresenta il rifugio ideale per flussi di denaro illecito e complessi schemi di evasione fiscale provenienti dall’estero che portano negli Stati Uniti un quinto delle quote del mercato globale della finanza offshore.

Foto: magliarossonera.it, inter.it, juventus.com | Editing: Lorenzo Bagnoli

Da locale a offshore, la metamorfosi del calcio italiano in 30 anni

#FuoriGioco

Da locale a offshore, la metamorfosi del calcio italiano in 30 anni

Lorenzo Bodrero

Sono passati 35 anni da una fredda sera di febbraio quando, con un colpo di coda sul fotofinish, Silvio Berlusconi acquisiva il Milan per 6 miliardi di vecchie lire. Allora – era il 1986 – molti se non tutti i presidenti di Serie A e B faticavano a generare utili, coscienti che l’unica fonte certa per far quadrare i bilanci fosse la vendita dei biglietti da stadio. Erano tempi in cui i risultati sul campo determinavano in maniera diretta i conti societari. Ne era certamente cosciente il neo proprietario del club rossonero che ereditava un club in grave crisi, economica prima che sportiva. Ma ciò che forse ignorava era che con lui il calcio italiano entrava in una nuova epoca dove le società sportive avrebbero gradualmente cessato di essere entità no-profit per diventare imprese votate al profitto.

La società di consulenza Kpmg individua quattro forze motrici dietro l’acquisto di una società di calcio professionistica alle quali associa altrettanti profili di acquirenti. Quella più comune in Italia, nonché la più longeva, è la «proprietà politica», tipica del medio-grande imprenditore per il quale il fine primario non è tanto l’arricchimento quanto invece veicolare il messaggio di un marchio o di una società attraverso la straordinaria unicità rappresentata dal calcio, capace di raggiungere un audience pressoché inestinguibile. L’aveva compreso Berlusconi, secondo cui «ogni tifoso è un potenziale consumatore, ogni consumatore è un potenziale utente televisivo», come ha ricostruito in un libro l’ex avvocato di Mediaset, Vittorio Dotti. L’intuizione di Berlusconi si è rivelata vincente. Un concetto utile al marchio Milan ma anche all’entità politica che è nata in quegli anni, Forza Italia (1994). La stessa dinamica si ripropone con i casi, ad esempio, di Manchester City e Paris Saint Germain, i cui successi sul campo contribuiscono a promuovere positivamente l’immagine di due Paesi – Emirati Arabi e Qatar – non particolarmente popolari nell’immaginario pubblico internazionale.

Immutabile per quasi un secolo, dall’arrivo di Berlusconi in poi l’archetipo imprenditoriale alla base dei club si è trasformato più volte. All’era inaugurata da Berlusconi è seguita quella dell’imprenditore straniero in cerca di fortune in un campionato, quello italiano, lontano dai fasti dello scorso secolo ma comunque ancora attraente e certamente più accessibile rispetto agli altri big europei (Inghilterra e Spagna). E così, dall’estero, è subentrata una prassi oggi sempre più diffusa, ossia registrare in paradisi fiscali le holding societarie che controllano i club: dal Lussemburgo (cuore finanziario europeo dalla tassazione agevolata) all’Olanda; dalle Isole Cayman al Delaware e oltre. Fino all’ultimo stadio di questa evoluzione, dove le quote dei club sono in mano a fondi di investimento e grosse società assicurative

È una metamorfosi ancora in corso, guidata soprattutto da questioni economiche, naturalmente. Con l’avvento delle pay-tv nei primi anni ‘90 le società sportive hanno cominciato a registrare utili fino ad allora mai visti. Nel 1995 arrivava poi la “sentenza Bosman” che dava avvio alla stagione degli agenti sportivi, principali autori della rivoluzione del calciomercato con stipendi stellari ai calciatori e trasferimenti multi-milionari tra i club. Il nuovo millennio ha portato gli introiti per diritti televisivi a nuove vette mentre i club hanno implementato nuove strategie commerciali globali, capaci di raggiungere nuovi e ricchi mercati per gran parte ancora inesplorati.

E così, mentre a Berlusconi si sono susseguiti i Tanzi, i Cragnotti, i Matarrese, i Moratti, i Borsano e molti altri, nel 2011 il calcio italiano è entrato in una nuova stagione con l’arrivo alla Roma di una cordata capeggiata dall’americano James Pallotta, il primo di una lunga serie di investitori stranieri.

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Le proprietà straniere nel calcio italiano

Dalla ritirata cinese all’arrivo degli americani

L’Italia calcistica si sta rivelando particolarmente attraente per gli investitori a stelle e strisce. Dall’avvento di Pallotta, oggi sono undici i club di Serie A, B e C in mano a entità straniere, di cui sette americane. Il dato, così come i grafici in questo articolo, tiene conto della nazionalità del beneficiario ultimo del club, in genere individuato nel presidente. Nella prossima puntata di IrpiMedia analizzeremo invece dove sono registrate le holding che detengono le quote di maggioranza dei club italiani. Le ragioni della nuova Eldorado all’italiana le spiega a IrpiMedia Fernando Roitman, responsabile del Cies Sports Intelligence: «I magnati Usa non solo dispongono di importanti capitali ma sanno anche che disporre di un club calcistico in Europa porta prestigio e una maggiore valutazione dei propri asset. Inoltre, l’investimento iniziale per l’acquisto di un club italiano è irrisorio rispetto alla cifra da sborsare per comprarne uno americano o inglese, senza contare che in Italia la prospettiva di investire nella costruzione di nuovi impianti sportivi risulta molto allettante».

Prima dell’Italia è toccato all’Inghilterra accogliere gli investitori da Oltreoceano. «Il modello americano si basa sulla massimizzazione dei profitti, mentre quello europeo prevede la massimizzazione dei risultati sportivi, a costo di indebitarsi», spiega Francesco Addesa, docente di Sport Economics all’Università di Leeds. E aggiunge: «Con la nascita della Premier League inglese nel 1992 è cominciato un graduale avvicinamento del modello europeo a quello americano», accelerato dalla sentenza Bosman e dall’introduzione nel 2013 del Fair Play Finanziario.

Successi e fallimenti del Fair Play Finanziario

Introdotto nel 2011 e voluto da Michel Platini durante la sua presidenza alla Uefa (2007-2015), il Fair Play Finanziario (FPF) nasceva con l’obiettivo di «migliorare le condizioni finanziarie generali del calcio europeo» e di riequilibrare le forze sportive dei club partecipanti alle competizioni europee – Champions League ed Europa League. Per i primi due anni, il Fair Play Finanziario imponeva alle società di dimostrare di non avere debiti insoluti verso club, giocatori o autorità fiscali. Nel 2013 è poi stato inserito l’obbligo del “pareggio di bilancio”: se la differenza tra ricavi (biglietti, diritti tv, calciomercato, sponsorizzazioni, commerciali) e costi (calciomercato, stipendi, oneri finanziari, dividendi ecc.) è positiva allora il club ottiene la “licenza Uefa”, obbligatoria per la partecipazione ai due tornei continentali e la valutazione è fatta sulle tre stagioni calcistiche precedenti. È ammissibile una “soglia di sforamento” di 5 milioni di euro per il triennio economico preso in considerazione e di 30 milioni di euro nel caso il negativo venga saldato dal proprietario del club o da una parte correlata.

«Il FPF non ha ridotto il numero di società indebitate né quello di club falliti, ha invece aumentato la profittabilità dei grandi club», spiega a IrpiMedia Francesco Addesa, docente di Sport Economics all’Università di Leeds. Nell’anno della sua introduzione (2011) il calcio europeo contava un debito aggregato di 1,67 miliardi di euro. Nel 2013 il debito era dimezzato e il 2017 ha registrato il primo saldo positivo (+580 milioni di euro). «I conti in positivo hanno certamente influito sull’entrata dei fondi di investimento nel calcio, soprattutto in quello inglese», afferma Addesa.

In caso di violazioni spetta all’Organo di Controllo Finanziario dei Club stabilire le sanzioni, solitamente comminate gradualmente. Si va dall’ammonimento, alla sanzione pecuniaria, dal trattenimento di parte delle quote incassate per la partecipazione alle competizioni europee fino a quelle più severe quali il divieto di iscrizione di calciatori alla lista di coloro che possono prendere parte alle competizioni e l’esclusione del club dalle competizioni stesse.

La crisi portata dalla pandemia e l’impossibilità per i club di rispettarne i parametri stanno spingendo l’Uefa a ripensare drasticamente il Financial Fair Play. Andrea Traverso, direttore della ricerca e stabilità finanziaria della Uefa, in un incontro con funzionari dell’Unione europea lo scorso 24 marzo ha definito «inutili» le regole sul pareggio di bilancio, precisando che «per come sono impostate guardano indietro, ovvero valutano una situazione del passato (le tre stagioni precedenti, ndr). La pandemia rappresenta un cambiamento così radicale che guardare a ritroso adesso è privo di senso». A chi specula che il FPF verrà accantonato, Traverso aggiunge: «Le regole non saranno né ammorbidite né abbandonate, dovranno probabilmente porre un’attenzione maggiore sulle sfide implicite nel calciomercato e nei livelli degli stipendi». Le consultazioni, ha aggiunto, «saranno celeri ma scrupolose».

L’arrivo degli americani è coinciso con il ritiro graduale dal calcio del Vecchio continente degli investitori cinesi. Il piano di grandeur della Cina, che nelle intenzioni di Xi Jinping puntava a diventare una potenza del calcio mondiale e a ospitare – e possibilmente vincere – la Coppa del mondo entro il 2050, ha portato a investire nei club europei 2 miliardi di euro tra il 2014 e il 2018. Di questo shopping compulsivo fanno parte le acquisizioni dell’Inter (2016), del Milan e del Parma (2017) ma anche del Southampton, del Wolverhampton, dell’Espanyol, del Nizza e molti altri in Europa. La bolla si è però sgonfiata in fretta e dal 2017 si assiste alla ritirata cinese, causata dalla stretta sugli investimenti esteri non strategici prima e dalla pandemia poi. Nel frattempo, l’avanzata americana si è fatta sempre più evidente fino a soppiantare quella del Dragone. Considerando le prime due divisioni dei campionati europei, al momento sono 38 i club in mano a investitori Usa (dati Cies).

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Gli ultimi dieci anni hanno visto un’ulteriore evoluzione della figura dell’investitore proveniente dall’estero, con l’avvento sempre più frequente di fondi di investimento, fondi hedge e di private equity. Ancora una volta è stata la Premier League inglese a fare da apripista, campionato cresciuto in maniera esponenziale dai primi anni Duemila soprattutto in tema di diritti televisivi e per questo diventato assai appetibile ai soggetti dell’alta finanza internazionale: tra società di private equity, fondi sovrani e hedge funds, lo scorso anno tre club su quattro del campionato inglese erano in mano a un qualche tipo di investitore straniero.

Cronologia delle proprietà straniere nel calcio italiano

A farla da padrone, come anche in Italia, sono gli investitori americani in quella che Kpmg descrive come «proprietà economica», un’impostazione che punta soprattutto alle entrate commerciali e da diritti televisivi a patto che i risultati della squadra siano migliori di quelli al momento dell’acquisto. La tendenza per questo tipo di profilo è anche quella di acquistare club di piccola o media categoria con l’obiettivo di portarle nella categorie più nobili e generare profitti grazie ai maggiori introiti, ancora, dai diritti televisivi e al maggior appeal commerciale. Su questa strada, in Italia, si muovono il Padova, il Pisa, il Venezia, il Catania e Lo Spezia.

Fondi di investimento, i nuovi padroni

A prima vista un interesse simile verso un settore, quello calcistico, considerato assai volatile sembra ingiustificabile. Troppe le variabili. Impossibile prevederle. Basta chiedere a chi guida un club quotato in borsa (22 in Europa e tre in Italia: Juventus, Lazio e Roma). Nel breve periodo, il valore delle azioni va di pari passo con i risultati sul campo e una stagione particolarmente sfortunata, infortuni eccellenti o una mancata qualificazione alle competizioni europee possono costare decine di milioni di euro, abbastanza per disincentivare molti investitori. Eppure dall’avvento di Joe Pallotta alla Roma, sono 11 i club di Serie A, B e C che hanno visto l’arrivo di imprenditori stranieri – di cui cinque soltanto negli ultimi 14 mesi – evidentemente convinti che i potenziali benefici sono maggiori dei rischi. Otto di questi club militano nella massima serie e sei investitori sono americani.

«Generalmente questo tipo di investitori ha come obiettivo quello di rivalorizzare un club sottovalutato utilizzando nuovi metodi per poi rivendere il club stesso, non mirano a una strategia a lungo termine», aggiunge Francesco Addesa, professore all’Università di Leeds. Con un debito complessivo passato dai 2,6 ai 4,6 miliardi di euro in dieci anni e con i costi della pandemia che hanno raggiunto i 700 milioni, la serie A è sempre più obiettivo fondi di private equity, come quelli interessati all’acquisto di Sampdoria e Genoa. A destare il loro interesse non sono solo i prezzi più bassi causa crisi e pandemia ma anche la prospettiva di nuovi stadi e la torta dei diritti televisivi. Secondo Deloitte, il rinnovamento degli impianti nei prossimi dieci anni potrebbe attirare investimenti per 4,5 miliardi di euro, mentre i diritti tv – seppur valgano circa un terzo rispetto al ricco campionato inglese – nel prossimo triennio sono destinati a pareggiare o superare gli 1,4 miliardi di euro del ciclo precedente.

Cosa sono i fondi di investimento e di private equity

L’esordio dei fondi di investimento nel calcio italiano risale al 2018 quando il fondo Elliot ha acquisito il 99,7% del pacchetto azionario del Milan. Più di recente, è noto l’interesse dei fondi Cvc Capital Partners, Bain Capital, FSI e Advent International per la creazione di una media company nella quale i fondi controllerebbero una quota minoritaria della società che per conto della Lega Serie A gestirà i pacchetti dei diritti televisivi. Sono invece in corso da mesi complicate trattative tra l’Inter e il fondo BC Partners per l’acquisto da parte di quest’ultimo di una quota maggioritaria del club nerazzurro, i cui proprietari – la famiglia Zhang – sono alla disperata ricerca di liquidità.

Un fondo è un investimento in cui confluiscono gli investimenti di piccoli e grandi risparmiatori. La gestione di questo “salvadanaio” è solitamente in mano a una società per la gestione degli investimenti la quale garantisce un livello di professionalità che, altrimenti, non sarebbe accessibile al singolo risparmiatore a causa dei costi di servizio elevati. Il gestore del fondo può decidere di investire in liquidità, obbligazioni, azioni e immobili in base all’obiettivo d’investimento del fondo. Molti fondi di investimento sono specializzati in private equity, ovvero quella tecnica di investimento che consiste nel finanziare una società non quotata in Borsa ma dotata di elevate potenzialità di crescita, per poi disinvestire con lo scopo di ottenere plusvalenze dalla vendita della partecipazione azionaria.

Nonostante il campionato italiano sia meno attraente in termini di qualità e competizione di altri, come ad esempio quello inglese, ci sono comunque tanti investitori sui quali i club della Serie A esercitano ancora un certo appeal. I motivi sono diversi. In primis, il valore culturale del calcio italiano, che è storicamente tra i più prestigiosi, con club dal forte fascino internazionale e giocatori e allenatori entrati nell’immaginario collettivo globale. Poi, i prezzi più bassi: tra i 32 club europei più prestigiosi, le società italiane valgono in media un terzo di quelle inglesi e la metà di quelle spagnole, necessitano quindi di un capitale iniziale assai inferiore per l’eventuale acquisto. Inoltre, 60 milioni di abitanti e 30 milioni di appassionati rappresentano un ampio mercato a cui rivolgersi.

Infine la questione immobiliare, forza trainante della finanza che si rivolge al pallone. Al momento soltanto quattro società di Serie A sono proprietarie dello stadio in cui giocano (Atalanta, Juventus, Sassuolo e Udinese). Non possederlo non è percepito come ostacolo quanto invece un’opportunità per sviluppi futuri. Non sorprende che gran parte dei nuovi investitori stranieri (Fiorentina, Inter, Milan, Roma) abbiano in programma la costruzione di nuovi impianti – tra stadi e centri sportivi – alla ricerca dell’ottimizzazione dei ricavi, tra biglietteria, diritti di denominazione dello stadio e utilizzo lungo tutto l’arco dell’anno dell’arena trasformata in uno spazio multifunzionale, da utilizzare non solo durante le gare. Ma non basta. «Non dimentichiamo che per essere appetibile agli occhi di un investitore finanziario un club deve dimostrare di avere i conti a posto ed essere in grado di sfornare nuovi giovani talenti regolarmente», spiega a IrpiMedia Stefan Szymanski, docente di economia dello sport all’università del Michigan.

Generare introiti attraverso la rivendita di calciatori cresciuti “in casa” può infatti essere una fonte di utili inestimabile, specie con le valutazioni economiche dei calciatori che non cessano di crescere. Si spiega così l’ingresso nel capitale sociale del Barnsley (Regno Unito) e dell’AZ Alkmaar (Olanda) di Billy Bean, il noto dirigente americano celebrato nella pellicola L’arte di vincere che utilizza l’analisi statistica per scovare talenti nascosti o sottovalutati. Nella stessa direzione vanno i recenti investimenti del colosso delle assicurazioni spagnolo Mapfre nel capitale sociale dell’Ajax e del Lione, due dei più prolifici settori giovanili del calcio europeo.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bodrero

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Lorenzo Bagnoli

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