L’Italia e i Mondiali in Qatar: dagli stadi alle armi

18 Novembre 2022 | di Lorenzo Bodrero

Per la partita inaugurale della Coppa del mondo, il 20 novembre l’ospitante Qatar giocherà contro l’Ecuador allo stadio Al Bayt, nella città di Al-Khor, 50 chilometri a nord del centro di Doha. Tra i più iconici della manifestazione, lo stadio ha una struttura che riprende l’idea delle tende utilizzate dai beduini del deserto, le “bayt al sha’ar”, dalle quali prende il nome. L’impianto, scrive la società WeBuild in un comunicato del novembre 2018, si è aggiudicato la «classe A* del Global Sustainability Assessment System per l’eccellenza e l’attenzione ai temi di sostenibilità ambientale durante la sua fase di costruzione».

L’etichetta dell’ecosostenibilità di Al-Bayt e degli altri sette stadi in Qatar è stata impiegata dalla Fifa e dal Paese ospitante come argomento centrale per comunicare l’immagine di un Mondiale a impatto zero, «il primo green nella storia della competizione», ha più volte dichiarato Gianni Infantino, presidente della Fifa. La strada che ha portato al Mondiale in Qatar è stata però attraversata finora da accuse di tangenti, problemi in fase di realizzazione degli impianti e una campagna di boicottaggio e di protesta per la morte di migliaia di operai e le violazioni di diritti umani all’interno del Paese che ha già coinvolto persino i calciatori di alcune delle nazionali partecipanti, come Inghilterra, Danimarca, e Australia.

La serie di arbitrati a seguito della costruzione dello stadio

Lo stadio Al-Bayt è stato realizzato dall’italiana WeBuild, fino al maggio 2020 Salini Impregilo, che si è aggiudicata l’appalto da 770 milioni di euro insieme alla Cimolai Spa e all’azienda qatarina Galfar Misna. Le tre aziende formano insieme la joint venture GSIC JV. La realizzazione dell’opera ha avuto pesanti ritardi che si sono tradotti in due diversi ricorsi alla Corte arbitrale internazionale tra alcune delle aziende italiane protagoniste dell’impresa.

Il primo riguarda la joint venture GSIC e un’altra associazione tra imprese italiane, la L&P JV formata da Leonardo e PSC Spa, che nel 2016 si è aggiudicata la gara per l’installazione e il testing di alcune componenti dello stadio. Nella Relazione annuale del 2019 di Leonardo Spa si legge che «il regolare avanzamento della commessa è stato fortemente condizionato da una serie di ritardi non imputabili alla L&P nonché dalla introduzione di numerose integrazioni e modifiche al progetto iniziale, rivelatosi in fase esecutiva incompleto». Le varianti del progetto sono state alla fine 32. Ritardi ed extracosti sono il motivo per il quale Leonardo e PSC hanno aperto un contenzioso alla Corte arbitrale di Parigi nel 2019 per 258 milioni di euro contro GSIC. WeBuild e le altre imprese hanno ribattuto con una contro richiesta di 173 milioni di euro per ritardi e negligenze. La decisione sul caso è attesa entro il 30 aprile 2023.

Lo stadio Al Bayt, costruito da un consorzio di imprese guidato dall’italiana WeBuild, durante e al termine dei lavori – Foto: Placemarks

Per Leonardo, però, questo non è l’unico arbitrato scaturito a seguito del subappalto per la realizzazione dello stadio Al-Bayt. Un secondo caso si è aperto all’interno della joint venture L&P: Leonardo, infatti, nel 2018 è «subentrata nei diritti ed obblighi di PSC nei confronti della società appaltatrice GSIC», si legge nel bilancio consolidato 2020 (l’ultimo disponibile) di PSC Spa, a seguito di una scrittura privata. Leonardo, però, non avrebbe rispettato quanto è stato pattuito, sostiene PSC, con un prolungamento dei lavori a carico di PSC per altri 643 giorni. Il ritardo è costato a PSC l’inserimento nella black list dei fornitori di servizi di WeBuild. PSC ha quindi notificato presso il Tribunale di Roma un atto di citazione in cui chiede a Leonardo 361 milioni di euro come compensazione per ritardi, inadempienze e danni reputazionali. Durante l’assemblea dei soci di Leonardo del 2022 l’azienda ha invece spiegato che «la valutazione del rischio a esso associato ha portato la società a ritenerne non necessario il richiamo in nota integrativa». La Nota integrativa è un documento finanziario in cui, tra il resto, una società deve spiegare l’entità di crediti e debiti. Escludere l’arbitrato con PSC equivale quindi a dire che per Leonardo al momento non c’è un rischio concreto che si trasformi in una voce di passivo.

L’altra azienda italiana della partita, Cimolai Spa, si trova attualmente in pessime acque a causa della sua esposizione sul mercato dei derivati, esplosa a settembre 2022. Il risultato è una perdita secca di 200 milioni di euro che ha portato alla richiesta di concordato preventivo e ristrutturazione del debito depositata al Tribunale di Trieste. Tra i candidati ad acquisire il gruppo, la stampa locale cita anche WeBuild.

Morti sul lavoro in Qatar

Da quando nel 2010 il Qatar si è assicurato il diritto a ospitare la Coppa del mondo sono morti almeno 6.500 operai, secondo una stima del Guardian pubblicata nel 2021. Il quotidiano britannico aveva contattato le ambasciate in Qatar di India, Pakistan, Nepal, Bangladesh e Sri Lanka e ottenuto il numero dei rispettivi connazionali morti nel piccolo Paese del Golfo dal 2010 in poi. Su una popolazione di 2,9 milioni di persone, quasi due milioni sono lavoratori stranieri i quali rappresentano il 90% della forza lavoro in Qatar. Il Guardian ha più volte raccolto testimonianze dirette secondo le quali un operaio veniva pagato tra i 45 e 60 centesimi di sterline all’ora, mentre la campagna #PayUpFifa per la creazione di una cassa con cui compensare almeno economicamente le famiglie degli operai deceduti non è ancora stata accolta dalla Fifa.

IrpiMedia ha chiesto a WeBuild se è a conoscenza di morti o infortuni occorsi agli operai durante la realizzazione dell’impianto, senza però ottenere risposta. No comment anche dal Gruppo Marcegaglia, la società della ex presidente di Confindustria Emma Marcegaglia, fornitrice delle impalcature per gli stadi Al Bayt, Lusail e 974, tre dei più importanti realizzati per il Mondiale.

Uno dei campi destinati all’alloggio degli operai, non lontano dallo stadio Al Bayt – Foto: Placemarks

La stima del Guardian è molto probabilmente al ribasso poiché almeno un’altra dozzina sono i Paesi di provenienza dei migranti che arrivano nel Golfo alla ricerca di un impiego. Questa – con stime che vanno dagli otto miliardi di dollari ai 220 miliardi – sarà una delle edizioni Mondiali più costose nella storia. Il vero costo della Coppa del mondo è però umano, peraltro mai corrisposto agli operai che la rendono possibile. La nazione a pagare il prezzo più alto in termini di vite, scrive il New York Times, è il Nepal. Il quotidiano americano riporta che almeno 2.100 migranti nepalesi sono morti in Qatar dal 2010. Dal Paese in cui il reddito medio si basa per il 25% sulle rimesse in arrivo dall’estero, solo lo scorso anno sarebbero partiti 185.000 lavoratori verso il Qatar. Loro e altre decine di migliaia di lavoratori dall’Asia e dall’Africa hanno realizzato stadi, strade, parcheggi e linee metropolitane funzionali allo svolgimento della Coppa del mondo. Un’urbanizzazione selvaggia che, secondo un’analisi di IrpiMedia e Placemarks svolta attraverso una serie di rilievi satellitari, ha cementificato almeno otto milioni di metri quadrati di terra, l’equivalente di 1.140 campi di calcio.

Da circa cinque anni diverse organizzazioni umanitarie di tutto il mondo denunciano le condizioni inumane in cui sono costretti a vivere gli operai. Nel 2016, Amnesty International ha accusato il Paese di fare uso di «lavoro forzato». Simili conclusioni sono state raggiunte dall’Organizzazione internazionale del lavoro che ha documentato nel 2020 almeno 9.000 casi di lavoratori sottoposti a condizioni di lavoro forzato. Un report pubblicato da Human Rights Watch nel 2021 include numerose testimonianze di mensilità pagate in grave ritardo, riduzione degli stipendi ingiustificata, ore extra non retribuite e condizioni disumane all’interno degli “alloggi” assegnati ai lavoratori, tra cui sovraffollamento e scarsità di cibo e acqua.

La kafala, un sistema di schiavitù moderna

Le violazioni dei diritti dei lavoratori stranieri in Qatar sono legittimate dalla kafala, un’istituzione di diritto islamico utilizzata per monitorare i lavoratori stranieri impiegati soprattutto nel settore edilizio. Di fatto, quando applicato sui lavoratori migranti, può diventare un sistema di schiavitù moderna dove il datore di lavoro è “proprietario” del dipendente e ha il diritto di sequestrarne i documenti generando così gravi forme di sfruttamento. Lo Stato concede alle società dei permessi di “sponsorizzazione” per assumere manodopera straniera mentre il lavoratore è obbligato a legarsi a uno “sponsor” (kafeel, in arabo) sulla base di un contratto. Lo sponsor in linea teorica copre le spese di viaggio e di alloggio e assicura la regolare residenza del lavoratore all’interno del Paese. Di fatto, però, esercita su questi un potere quasi assoluto potendone limitare la libertà personale e impedire al lavoratore di trovare un altro impiego, nonché dettare le condizioni di lavoro in merito a orari, retribuzione, sicurezza e salute. Le condizioni lavorative sono migliorate, almeno su carta, dal 2019 quando a seguito di pressioni della comunità internazionale il Qatar ha limitato i poteri della kafala ma le riforme previste non sembrano trovare riscontro nei fatti: «Nonostante l’evoluzione positiva delle norme di legge sul lavoro – ha dichiarato Amnesty International – le violazioni dei diritti umani persistono in maniera significativa».

Le autorità di Doha hanno sempre minimizzato o respinto le accuse. Pochi giorni fa il Ministro del lavoro qatariota ha invitato i media a «non politicizzare l’evento», aggiungendo che è in corso «una campagna del fango» ai danni del Qatar. Secondo le loro stime, alla realizzazione degli stadi in cui si disputano i Mondiali hanno preso parte 30.000 lavoratori stranieri e tra il 2014 e il 2017 sono morti 37 operai, di cui soltanto tre sarebbero deceduti per cause riconducenti al lavoro svolto. I dati non convincono neanche l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil), l’agenzia Onu per i diritti dei lavoratori, che li ha definiti una sottostima. Intanto, the show must go on. Il presidente della Fifa pochi giorni fa ha inviato una lettera a tutte le 32 nazionali partecipanti, invitandole a non «trascinare» il torneo verso «battaglie ideologiche e politiche» e di «concentrarsi invece sul calcio».

La società francese accusata di abusi verso i lavoratori

La Vinci Constructions Grands Projets (VCGP), società di costruzioni francese, è accusata di abusi verso i lavoratori per «le condizioni lavorative e di accoglienza incompatibili con la dignità umana», ha scritto un Gip parigino. Tra le accuse mosse da sette ex dipendenti dell’azienda si legge che gli operai lavoravano fino a 77 ore alla settimana, che i loro passaporti erano stati sequestrati e di essere stati obbligati a vivere in strutture indecenti durante il servizio prestato in cantieri collegati alla Coppa del mondo in Qatar, in particolare quelli per la realizzazione di trasporti pubblici. L’accusa, secondo la giurisprudenza francese, non implica l’immediata istruzione di un processo e consente all’accusato di fare appello. La VCGP ha respinto le accuse.

Tangenti e mazzette: la strada verso Qatar

L’evento è la sintesi di «tutte le metastasi di un cancro ultraliberale», attacca Mediapart in un editoriale, la prima delle quali si è palesata pochi mesi dopo l’assegnazione del Mondiale, ufficializzata a dicembre 2010, quando il comitato qatariota fu accusato di aver corrotto funzionari della Fifa perché assegnassero l’evento al Paese del Golfo.

Per oltre un decennio l’assegnazione dei Mondiali al Qatar è stata circondata da un alone di corruzione e mazzette e nel corso degli anni i sospetti si sono fatti sempre più fondati. Era il 2011 quando Phaedra Al-Majid, ex dipendente dell’ufficio comunicazione del comitato qatariota per la corsa ai Mondiali, dichiara che il Paese aveva elargito mazzette per 1,5 milioni di dollari a tre membri della Fifa per assicurarsi il loro voto, salvo poi ritirare le accuse pochi mesi più tardi. Lo stesso anno l’allora ex presidente della Fifa, Jack Warner, rese pubblica una mail a lui indirizzata da Jerome Valcke, segretario generale della Fifa, in cui quest’ultimo affermava che il Qatar «aveva comprato i Mondiali». La whistleblower qatariota fa una seconda marcia indietro nel 2014 quando afferma di essere stata obbligata dal Qatar a ritrattare la sua iniziale dichiarazione dietro minacce legali.

Uno degli artefici della vittoria del Qatar è l’uomo d’affari Mohamed bin Hammam. Ex candidato alla presidenza Fifa, ha ricoperto i ruoli di più alto dirigente della Lega calcio qatariota e della Asian Football Confederation, la federazione asiatica membro della Fifa. È lui al centro di un’inchiesta del Sunday Times del 2014 in cui Hammam risultava responsabile della distribuzione di cinque milioni di dollari di mazzette a funzionari della Fifa perché favorissero la corsa del Qatar alla Coppa del mondo. Una fonte interna alla Fifa aveva consegnato milioni di documenti al giornale britannico, attraverso i quali è stato possibile ricostruire una serie di bonifici in uscita dai conti bancari riconducibili alla Kemco, società di costruzioni qatariota di proprietà di Hammam, verso personaggi chiave all’interno dell’organismo che regola il calcio mondiale.

L’ex numero uno del calcio qatariota era già stato sospeso a vita dalla Fifa per un presunto giro di tangenti indirizzate a condizionare l’elezione del presidente Fifa. Annullata la sospensione da parte del Tribunale arbitrale dello sport (TAS), il Comitato etico della Fifa ha comminato una seconda e definitiva sospensione a vita nel 2012 per conflitto di interessi durante il suo mandato di presidente della Asian Football Confederation

Come decide la Fifa
Il sistema di voto della Fifa per l’assegnazione della Coppa del mondo, allora come oggi, è in mano al Comitato esecutivo dell’organismo, composto da 24 membri, e si svolge a porte chiuse. Al primo round di votazione partecipano tutti i Paesi candidati e quello con meno voti viene escluso dal round successivo, e così via fino al vincitore.

Nel 2015 è poi deflagrato il Fifagate. L’inchiesta, condotta dall’FBI e dalla IRS (il fisco americano) e allargatasi poi ad altri Paesi, è partita da gravi episodi di corruzione tra funzionari della Fifa appartenenti alle federazioni nord e sud americane e società di marketing per la compravendita di diritti alla trasmissione televisiva di competizioni continentali. Dei 24 membri che hanno votato per l’assegnazione della Coppa del mondo in Qatar, solo otto ne sono usciti indenni, tra incarcerazioni, accuse e provvedimenti disciplinari.

Le accuse di corruzione, invece, sempre respinte dal governo qatariota, non hanno mai raggiunto un’aula di tribunale. Nel 2019 è però di nuovo il Sunday Times a portare il Paese del Golfo al centro dell’attenzione. Il settimanale ha rivelato che attraverso Al Jazeera, emittente televisiva statale controllata dall’emiro, il Qatar aveva offerto un contratto del valore di 880 milioni di dollari in due rate alla Fifa per la cessione dei diritti televisivi della competizione. L’accordo, stipulato tre settimane prima del voto, includeva un bonus da 100 milioni da corrispondere alla Fifa solo se il Paese avesse ottenuto il diritto a ospitare il torneo iridato. Allo scoop non ha fatto seguito alcun procedimento giudiziario.

Per vedere la vicenda citata all’interno di documenti di tribunale bisogna aspettare il 2020. In uno dei filoni del Fifagate, la procura del distretto Est di New York nominava Ricardo Teixeira, Nicolas Leoz, Rafael Salguero – tutti membri del Comitato esecutivo della Fifa al tempo dei fatti contestati – quali destinatari di mazzette «in relazione ai loro voti» per l’assegnazione dell’evento al Qatar, confermando in parte le inchieste del Sunday Times. È la prima volta che episodi di corruzione intorno alla votazione che ha portato la Coppa del mondo nel piccolo emirato vengono citati in documenti ufficiali dalla rilevanza penale.

Uno stralcio dell’indagine americana in cui si associa l’elezione del Qatar quale Paese ospitante dei Mondiali a episodi di corruzione

Le violazioni dei diritti umani in Qatar

Gran parte della diffusione a livello mondiale che chiede il boicottaggio del Mondiale in Qatar è dovuta alle violazioni dei diritti umani che caratterizzano il Paese ospitante. Lunga è la lista delle caselle vuote alla voce “diritti civili” in Qatar. È vietato «indurre o sedurre un uomo in qualsivoglia maniera per commettere sodomia o sregolatezza» e «indurre o sedurre uomo o donna in modo da commettere azioni illegali o immorali», recita il Codice penale. Comportamenti di tipo omosessuale sono un reato in Qatar e possono costare fino a sette anni di carcere. Le donne, in particolare, sono soggette a un rigido sistema discriminatorio. La loro custodia legale è detenuta da un uomo, generalmente il marito oppure il padre fino a un fratello, il quale ha potere decisionale sulla vita di una donna, come chi sposare, se studiare all’estero o lavorare nel settore pubblico, se viaggiare (entro un limite di età) o ricevere assistenza sanitaria. Naturalmente, il divorzio è fortemente disincentivato e una donna divorziata perde la custodia legale dei propri figli.

Non esistono leggi che riconoscono né tantomeno puniscono la violenza domestica, considerata una faccenda famigliare privata. La violenza sessuale è reato ma cessa di esserlo se a compierla è lo sposo. Il sesso al di fuori di un rapporto di coppia è punibile fino a sette anni di carcere e con la fustigazione, per una coppia non sposata, e persino con la morte, per i coniugi. Mentre in carcere può finirci per 12 mesi una donna che partorisce al di fuori del matrimonio.

Tra i sostenitori del movimento per il boicottaggio di Qatar 2022 si percepisce una certa trepidazione sulla possibilità di mettere in atto gesti di protesta durante le gare. Episodi di questo tipo si fanno sempre più frequenti sul palcoscenico sportivo internazionale, soprattutto all’interno del movimento ambientalista. Just Stop Oil ha interrotto diversi match della Premier League inglese pochi mesi fa mentre un attivista di Derniere Renovation si è legata alla rete di un campo da tennis durante l’ultimo Roland Garros. Eventuali proteste volte a sensibilizzare sulla violazione dei diritti civili in Qatar potrebbero costare fino a cinque anni di carcere qualora «creino agitazione nell’opinione pubblica», come riportato nel Codice penale qatariota.

Un attivista mentre interrompe il match di Champions League tra FC Copenaghen e Borussia Dortmund a novembre 2022 per protesta contro la Coppa del mondo in Qatar – Foto: Marvin Ibo Guengoer/Getty

Controlli al limite dello spionaggio

Una categoria che più di altre sarà tenuta sotto controllo è quella dei giornalisti. Per accreditarsi, e ottenere dunque il permesso per documentare la competizione, i giornalisti devono compilare un modulo accettando il quale acconsentono a rispettare una serie di condizioni «vaghe, ambigue e propense a un’interpretazione arbitraria», scrive Reporter senza frontiere (Rsf), organizzazione per la tutela della libertà dei giornalisti. L’obiettivo del Qatar, ha aggiunto il presidente di Rsf, «è di scoraggiare se non impedire ai media stranieri di parlare e scrivere di nient’altro che di calcio». Nel modulo si precisa che è fatto divieto di filmare o fotografare «proprietà residenziali, proprietà private e zone industriali». Quest’ultima, aggiunge Rsf, «è un chiaro riferimento a quelle zone in cui di recente dei giornalisti hanno rivelato violazioni dei diritti dei lavoratori stranieri».

Gli stessi tifosi non saranno immuni dal Grande fratello qatariota. Lo scorso 15 novembre il Garante tedesco per la protezione dei dati personali e della libertà informatica ha emanato una nota in cui suggerisce a coloro che scaricheranno due applicazioni – obbligatorie per l’ingresso in Qatar – di prestare la massima attenzione ai propri dati e di «rimuovere completamente il sistema operativo e tutti i contenuti, dopo il loro utilizzo». Il riferimento è alle applicazioni Ehteraz e Hayya. La prima è utilizzata per il tracciamento dei casi di Covid-19, la seconda dovrebbe invece fornire dati sui match e sulle linee metropolitane. Ma per il garante tedesco, le applicazioni «vanno ben oltre quanto dichiarato nelle rispettive licenze sulla privacy» e ha aggiunto che è preferibile usare un burner phone per lo scopo.

Lo stesso consiglio arriva dall’emittente norvegese NRK. Uno degli esperti di sicurezza informatica del canale pubblico scandinavo, dopo una approfondita analisi delle applicazioni, sostiene che «Ehteraz e Hayya in sostanza consentono di modificare i contenuti di tutto il telefono e di controllare ogni tipo di informazione memorizzata al suo interno». Impedire l’entrata in sleep mode, tracciamento del Gps, memorizzazione delle reti Bluetooth e Wi-fi utilizzate, estrapolazione di dati depositati su altre applicazioni, leggere, cancellare e modificare contenuti, tracciare i cellulari vicini, sono solo alcune delle potenzialità degli applicativi.

Quel filo che unisce Italia e Qatar: armi ed energia

Il Qatar ha acquistato rilevanza internazionale a partire dagli anni Quaranta, quando sono stati scoperti gli immensi giacimenti di gas e petrolio. La famiglia Al Thani, che guida il Paese da oltre un secolo, trainandolo oltre il protettorato della Corona inglese fino all’indipendenza nel 1971, è stata la responsabile delle principali violazioni dei diritti umani nel Paese. Con un’operazione di sport washing, la famiglia a capo degli Emirati spera di conquistarsi un po’ di pubblicità positiva. Il Mondiale di calcio rappresenta un’occasione per consolidare alleanze internazionali e stringerne di nuove, oltre che uno «strumento di soft power per la sicurezza nazionale», ha dichiarato al Deutsche Welle Kieran Maguire, professore di finanza dello sport all’Università di Liverpool.

Il Qatar ha infatti incentrato la propria politica estera sulla diversificazione. Si spiegano così i 450 miliardi di dollari investiti dalla Qatar Investments Authority (Qia), il fondo sovrano in mano all’emiro, dal 2005 a oggi. Solo nel Regno Unito, ad esempio, il piccolo emirato ha investito circa 40 miliardi di euro acquisendo Harrods, il 20% dell’aeroporto di Heathrow, quasi un quarto delle quote della catena di supermercati Sainsbury, il villaggio olimpico di Londra, senza contare che la Qatar Airways detiene il 20% della società proprietaria della British Airways, e molto altro. Anche la Germania non è rimasta immune ai petroldollari, con investimenti del Qatar in Volkswagen, Deutsche Bank e Siemens ma non solo, per un totale di circa 20 miliardi di euro. Quanto allo sport, è noto l’acquisto del Paris Saint-Germain avvenuto nel 2011 da parte del fondo qatariota che ha portato il club francese nell’Olimpo del calcio europeo. La stessa Qatar Airways è sponsor di diversi club europei. Particolarmente strategica è la creazione di beIN Media Group, società intermediaria per la cessione dei diritti televisivi delle competizioni europee nel mondo arabo e oggi emittente televisiva ufficiale della Coppa del mondo.

Il Paese deve comunque la sua ricchezza alle risorse naturali. È infatti il sesto Paese al mondo per produzione di gas naturale, il quale provvede al 60% del prodotto interno lordo. Del prezioso combustibile fossile il Qatar mira a diventarne il leader mondiale a discapito della Russia e un contributo fondamentale arriverà dall’Italia. L’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, e il Ministro dell’energia nonché Ad del colosso energetico QatarEnergy, Saad al-Kaabi, hanno firmato lo scorso giugno un accordo per la creazione di una joint venture per lo sfruttamento di quella che è considerata una “bomba climatica”. Si chiama North Field East, un giacimento offshore a nord-est dell’emirato che si stima possa contenere il 10% delle riserve di gas naturale liquefatto (Gnl) al mondo. Una volta operativo, il giacimento potrebbe aumentare del 60% la capacità produttiva di Gnl del Qatar oltre a scaldare buona parte delle case italiane a partire dal 2026.

Cos’è una “bomba climatica”

Con “bomba climatica” (in inglese carbon bomb) si intende un progetto per l’estrazione di combustibili fossili che si stima contribuisca sensibilmente ad allontanare l’obiettivo di stabilizzare le concentrazioni di gas serra per mantenere il riscaldamento globale al di sotto della soglia di 1,5° C rispetto ai livelli preindustriali. Il termine non si riferisce ai rischi connessi alla struttura del progetto in sé quanto invece al contributo in termini di emissioni che il singolo progetto prevede.

Il Guardian ha tracciato 195 bombe climatiche al mondo, il 60% delle quali è già operativo e il resto in corso di realizzazione. Durante il loro arco di vita, questi progetti emetteranno non meno di un miliardo di tonnellate di emissioni di anidride carbonica ciascuno, l’equivalente di 18 anni di CO2 emessa nell’ambiente a livello globale. Il North East Field è tra questi. È considerato il giacimento di gas naturale liquefatto più grande al mondo. L’accordo prevede che l’Eni controlli il 25% della joint venture, il restante 75% sarà in mano alla QatarEnergy per un affare che nel complesso vale 30 miliardi di dollari.

Negli Stati Uniti si concentra la quantità maggiore di CO2 emessa da bombe climatiche (140.000.000.000 di tonnellate), seguiti da Arabia Saudita (107 Gt), Russia (83 Gt) e Qatar (43 Gt). Complessivamente, i 195 progetti tracciati produrranno 646.000.000.000 di tonnellate di anidride carbonica.

Accanto alla questione energetica, ci sono le forniture di armi, per le quali anche l’italiana Leonardo è un partner rilevante. Come riporta FriuliSera, solo nel 2022 il gruppo ha fornito all’aeronautica militare del Qatar sei caccia addestratori nell’ambito di un accordo che prevede anche la formazione di piloti qatarioti presso le basi aeree di Galatina (Lecce), Decimomannu (Cagliari) e Salto di Quirra (Nuoro). L’ex Finmeccanica ha inoltre consegnato quest’anno due elicotteri multiruolo e due pattugliatori offshore. E sempre a Leonardo la Marina militare del Qatar ha commissionato la fornitura di un Centro operativo navale per il monitoraggio delle proprie acque territoriali.

Da ultimo, l’Italia fornirà al Qatar supporto in una missione congiunta che si occuperà di garantire la sicureza dell’evento. Un contingente militare italiano farà infatti parte della Combined Joint Task Force Qatar, che si avvarrà di circa cinquemila militari da USA, Regno Unito, Francia, Turchia, Repubblica Ceca, Romania e Slovacchia, oltre che dall’Italia. Il nostro Paese parteciperà con 560 unità di personale militare, 46 mezzi terrestri, un mezzo navale e due mezzi aerei, per un costo totale di quasi 11 milioni di euro, per contribuire «al sistema di difesa e sicurezza dei Mondiali di calcio». In Qatar sono vietate manifestazioni di dissenso politico, resta dunque da vedere se e come il contingente italiano reagirà in caso di proteste o episodi giudicati offensivi dall’emirato. La missione militare, approvata a fine luglio dalle Commissioni esteri e difesa della Camera, è uno degli ultimi lasciti del governo Draghi il quale prima di lasciare Palazzo Chigi ha indirizzato non pochi sforzi alla diversificazione energetica. Per renderla possibile, il piccolo emirato è diventato un partner irrinunciabile, specie a seguito della crisi energetica esacerbata dall’invasione russa dell’Ucraina. Al di là della Coppa del Mondo, è già da lungo tempo che gli Emirati partecipano ai principali tavoli della politica e dell’economia internazionale.

Foto: L’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad al-Thani, con Gianni Infantino, presidente della Fifa, al Doha Exhibition Center lo scorso aprile – Markus Gilliar/Getty
Ha collaborato: Federico Monica/Placemarks
Editing: Lorenzo Bagnoli

Victor Dana, l’uomo che ha portato le criptovalute nel calcio italiano

#FuoriGioco

Victor Dana, l’uomo che ha portato le criptovalute nel calcio italiano

Lorenzo Bodrero
Simone Manda

«Il Rimini è la prima squadra di calcio a entrare nel mondo della criptoeconomia». Titolavano così alcuni giornali italiani alla fine di agosto 2018, parlando di «debutto assoluto». Il nuovo connubio tra calcio e monete digitali veniva celebrato su centinaia di giornali sportivi e siti specializzati in criptovalute. Quell’affare, che prevedeva l’acquisto del 25% delle quote del club romagnolo attraverso Quantocoin – allora nuova moneta virtuale- alla fine non andò in porto per motivi mai precisati. Nel frattempo si era comunque creato un precedente: le monete digitali erano sbarcate nel calcio italiano, inaugurando una stagione che oggi è in pieno svolgimento e – dicono gli esperti – aiuterà squadre italiane e europee a tamponare l’emorragia economica del mondo del pallone.

L’artefice del “nuovo mondo” era Pablo Victor Dana, imprenditore di lunga data nato a Ferrara e cresciuto in Svizzera, nel cantone di Vaud, partner della piattaforma di scambio di monete virtuali e amministratore delegato di Heritage Sports Holdings (HSH), società che sarebbe dovuta entrare nel capitale del Rimini. I tifosi del Milan lo ricorderanno perché fu colui che portò il broker thailandese Bee Taechaubol, detto Mr Bee, a proporsi per l’acquisto del Milan di Silvio Berlusconi, nel 2015. Un’altra trattativa fallita.

Bee e Dana erano amici di vecchia data e soci d’affari: Bee sponsorizzò la Global Legal Service, una società di cui Dana fu azionista, secondo la ricostruzione dell’agenzia di stampa Agi nel libro Diavoli e dragoni.

Giorgio Grassi, l’allora presidente del Rimini FC, contattato da IrpiMedia si dice indisponibile a parlare della trattativa fallita e, soprattutto, di Dana.

Il glossario delle criptovalute

Blockchain: immaginate una sequenza potenzialmente infinita di “blocchi” ciascuno dei quali contiene una serie di informazioni. L’acquisto di criptomoneta costituisce un blocco di informazioni, così come la vendita, l’aggiunta di un nuovo utente o di un wallet, la stessa cosa vale per una transazione economica. Chiunque può aggiungere nuove informazioni e a ciascun blocco, di default, è assegnato un codice univoco il quale “memorizza” e quindi verifica anche l’identità del blocco che lo precede. In questo modo è praticamente impossibile manomettere l’intera catena, motivo per il quale la blockchain è considerata sicura. In estrema sintesi, la blockchain è un enorme database controllato dai blocchi che lo compongono, immutabile, decentralizzato e altamente sicuro dal punto di vista informatico.

Criptovaluta: moneta virtuale, ossia che non esiste in forma fisica. Si genera e si scambia criptomoneta esclusivamente per via telematica e in modalità peer-to-peer, ovvero tra due dispositivi senza l’ausilio né l’intermediazione di autorità centralizzate. Le entità che danno vita allo scambio sono i “nodi”, nient’altro che dei computer gestiti da utenti all’interno dei quali sono continuamente all’opera software che svolgono la funzione di portamonete.

Fan Token: è un asset digitale creato sulla blockchain e collegato a una specifica squadra di calcio che permette ai detentori l’accesso di beni e servizi. Nel caso di Socios, principale emittente di questi prodotti, i fan token si appoggiano su Chiliz, una criptovaluta gestita da Socios stessa.

Meme coin: sono quelle criptovalute che nascono a seguito di fenomeni sociali, scherzi o contenuti diventati virali in rete. Il contenuto virale stesso diventa il volto, e spesso il logo, con cui è individuata la moneta. Il caso più celebre è Dogecoin, creata per scherzo nel 2013 e che si ispira all’ormai celebre cane Shiba Inu, razza giapponese dal pelo folto e di colore ocra. Simile è la genesi di Floki. Il nome del celebre personaggio della serie televisiva Vikings è quello con cui è stato battezzato il cane di Elon Musk. Floki Inu ha quindi raccolto l’eredità mediatica di due fenomeni diventati virali.

Non Fungible Token (NFT): sono dei certificati di proprietà di opere digitali ma non nella loro interezza. Un singolo NFT, infatti, corrisponde ad una frazione del bene/oggetto in questione il quale ha un valore determinato in base al valore dell’oggetto stesso. In sostanza, è come possedere una o più azioni di una società quotata.

Wallet: un portafoglio virtuale, simile a quelli più comuni associati, per esempio, alle app per i pagamenti in forma digitale. Sono necessari per immagazzinare e trasferire criptovalute.

L’imprenditore italo-svizzero fu il primo in Italia a intravedere lo spazio che il mondo delle monete virtuali si sarebbe ritagliato pochi anni più tardi all’interno del calcio professionistico. Il rapporto tra club calcistici e criptovalute oggi è imprescindibile per colmare i deficit di bilancio del mondo del pallone. La pezza in diverse occasioni si è però dimostrata peggio del buco.

Un caso riguarda la sponsorizzazione all’Inter di DigitalBits, moneta virtuale nata da una fondazione alle isole Cayman di cui abbiamo già parlato. La criptovaluta avrebbe dovuto portare alle casse dissestate dell’Inter 85 milioni in quattro anni, invece è già morosa per almeno 23 milioni di euro. Il club nerazzurro è alla ricerca di un nuovo sponsor, mentre a New York è in corso una causa civile contro la società canadese per truffa e appropriazione indebita. DigitalBits scomparirà dalla maglia entro la fine di ottobre, riporta Eurosport.

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Salvo qualche eccezione, nella stagione in corso sono ancora saldi i rapporti di sponsorizzazione tra club e società crypto avviati l’anno scorso. Gli accordi vanno dal nome sulle maglie al merchandising di prodotti digitali, come i fan token dedicati ai tifosi e alle tifose delle squadre e che possono essere scambiati come qualsiasi criptovaluta, e gli NFT. La crescita di queste sponsorizzazioni – che coinvolge anche altri campionati europei, tra cui spicca la Premier League in cui 19 club su 20 ne usufruiscono – è da individuare negli effetti del Decreto dignità, varato nell’agosto 2018 dal primo governo Conte, il quale vietava alle aziende di scommesse di investire nello sport lasciando un vuoto importante nei bilanci dei club (il think tank Nielsen Sports ha stimato in 633 milioni di dollari gli investimenti riversati dalle società di giochi e lotterie nei sei principali campionati europei nel decennio 2008-2017). Neanche un mese dopo la pubblicazione del decreto in gazzetta ufficiale, l’allora semi sconosciuto Pablo Victor Dana tentava senza fortuna di entrare nel Rimini FC, che riporterà nel bilancio 2019 un passivo totale di quasi 650 mila euro.

I cryptoasset come salvagente per i conti della Serie A, ma quanto durerà?

Con debiti che ammontano a 4,9 miliardi di euro* registrati al termine della stagione 2020-2021, effetto in parte della pandemia e della crisi economica, i club di Serie A hanno disperatamente bisogno di liquidità. Alla voce ricavi, la spina dorsale che ancora tiene in piedi un sistema che da anni ormai urge una riforma è rappresentata dagli introiti per la vendita dei diritti televisivi e radiofonici. Questi, con un’incidenza in crescita, costituiscono il 53% dei ricavi dei club. Vale a dire che il calcio italiano, o meglio il campionato di punta, non potrebbe reggersi senza le ricche commissioni che televisioni e piattaforme di streaming pagano ai club per trasmettere le partite.

Una tale “dipendenza” economica è comune anche ad altri campionati europei considerati, come la Serie A, di prima fascia e si fa sempre più rilevante dal momento che i costi relativi a stipendi e commissioni elargite a calciatori e agenti sportivi sono in crescita (+18% sulla stagione precedente), mentre sono in calo (-52%) gli introiti generati dalla vendita dei calciatori stessi. Insomma, calciatori (e agenti sportivi) vengono stipendiati sempre di più ma rivenderli ad altri club è sempre meno remunerativo.

Il calcio italiano, in sostanza, produce molti più debiti che profitti. La ricerca di nuove risorse finanziarie che permettano almeno di contenere le spese è dunque fondamentale. Dopo i diritti Tv, è il comparto “sponsorizzazioni” a occupare la fetta più grande (20%) alla voce introiti per i club di Serie A. Se pressoché costante negli anni come incidenza sul totale, il settore è però soggetto di anno in anno a importanti oscillazioni in valori assoluti, in Italia ma anche a livello internazionale: tra il 2019 e il 2020 il settore sponsor ha perso il 37% (da 46,1 a 28,9 miliardi di dollari)

Alla luce di questi dati – che andranno reinterpretati con il ritorno alla “normalità” della prima stagione calcistica post-Covid – il mondo crypto si sta ritagliando sempre più spazio.

Lo scorso anno in Serie A erano circa 180 i milioni di euro investiti nei club da parte delle aziende di cryptoasset e quest’ultime sono il terzo settore merceologico per investimenti nel calcio italiano, dopo abbigliamento e automotive. Ma in pochi anni le gerarchie potrebbero invertirsi: si stima che a livello mondiale il settore crypto aumenterà i propri investimenti in sponsorizzazioni nello sport del 780% entro il 2026, passando da 570 milioni di dollari a 5 miliardi. Ossigeno pure per quei club pesantemente indebitati. Ma i rischi corrono paralleli alle opportunità. Oltre il caso DigitalBits, ci sono altri episodi di sponsorizzazioni finite male: il meme coin Floki Inu è sparito dalle casacche del Napoli nel silenzio generale dopo un anno di sponsorizzazione, mentre la piattaforma Crypto.com ha di recente abbandonato un accordo da 480 milioni di euro con la Uefa. E questi sono solo alcuni esempi che dimostrano l’inaffidabilità degli operatori del settore. Le criptovalute ad oggi sono ancora estremamente volatili: da novembre 2021, il valore dei Bitcoin – la moneta più famosa – è crollato del 70%; Ethereum – altro big del mercato – ha subito un calo simile e la stessa Crypto.com lo scorso giugno ha licenziato il 5% del personale.

* laddove non specificato, i dati qui riportati provengono dal Report Calcio 2022 della Figc

Da Publitalia a Quantocoin, chi è Victor Dana?

Classe 1967, dopo un breve periodo in Publitalia al fianco proprio di Silvio Berlusconi, all’inizio degli anni Novanta Dana inizia ufficialmente la sua carriera nel settore bancario in Svizzera. Per anni si occupa di private equity (l’acquisto di parti di aziende non quotate in borsa con potenziale di crescita da rivendere, ndr) a Losanna, attraverso la sua società Profile Finance SA, poi chiusa nel 2013. Secondo il media svizzero Bilan, la società aveva ricevuto una decina di denunce, perlopiù per aver falsificato firme su titoli bancari.

Nel 2005 Dana fonda la sua marca di orologi di lusso, la Instruments & Mesure du Temps (I&MT). Sempre secondo il media svizzero, la società fallisce nel 2009 lasciando debiti a numerosi fornitori. Tra gli amici del tempo che hanno indossato un orologio della I&MT ci sono Diego Armando Maradona e Michael Schumacher. Dopo la chiusura di questo esperimento economico, Dana decide di partire per Dubai. Qualche anno dopo, nel 2013, darà vita al fondo Heritage Wealth DWC, una società di gestione del risparmio con sede negli Emirati Arabi Uniti a cui appartiene anche Heritage Sports Holdings (HSH), la società che sarebbe dovuta diventare azionista del Rimini (sede legale nelle Isole vergini britanniche). La HSH ha lo scopo di acquisire o favorire le acquisizioni di squadre di calcio da parte di investitori stranieri. HSH possiede l’80% del Gibraltar United FC, il primo club a pagare gli stipendi dei suoi giocatori con una criptovaluta. Tra i soci di Dana nell’avventura in Gibilterra c’è Michel Salgado, ex difensore del Real Madrid, che lo accompagna anche in Quantocoin, divenendo uno dei volti della società insieme agli ex calciatori Roberto Carlos e Patrick Kluivert.

#Fuorigioco

Dana è diventato partner di Quantocoin nel 2017. Secondo il sito web – “in manutenzione” da diversi mesi – la piattaforma vuole sostituirsi alle banche tradizionali, nonché «tentare di ridurre la corruzione nel settore calcistico».

Gli interessi calcistici

Tra le avventure imprenditoriali dell’uomo d’affari italo-svizzero c’è il già citato Gibraltar FC, una delle squadre più antiche del piccolo territorio d’oltremare inglese con 75 anni di onorato servizio. Nel 2019, due anni dopo l’acquisizione da parte di Victor Dana e Michel Salgado, il club è stato escluso dalla lega nazionale poiché impossibilitato a pagare gli stipendi dei giocatori in tempo per l’iscrizione. Quegli stessi giocatori che dovevano ricevere lo stipendio tramite la moneta digitale di Dana, Quantocoin.

Sul continente europeo, le fortune di Dana sono alterne. Un anno dopo l’esperienza fallita con il Milan, nel 2016 veste di nuovo i panni dell’intermediario nella vendita dell’Olympique Marsiglia, ma anche qui il tentativo finisce in un nulla di fatto. Nel 2017 la sua Heritage Sports Holding riesce invece ad acquisire l’80% del capitale del club spagnolo Los Barrios. Nella cordata che precede l’acquisto, ad accompagnare Dana ci sono Salgado e il presidente del Gibraltar, l’immobiliarista Paul Collado. Subito dopo l’acquisizione, la società di Dana promette alla squadra di uscire presto dalla terza divisione in cui sono confinati ma, ad oggi, alle promesse non sono seguite i fatti.

Con le squadre di calcio italiane, Dana ha raccolto esperienze simili, quasi tutte fallimentari. Quella del 2018 per il Rimini FC alla fine è rimasta un accordo preliminare e nulla più. Subito dopo, tramonta anche una trattativa lunga due anni per l’acquisto del Pisa. Nel 2018 va invece in porto quella con il Mantova FC del quale, con la controllata Heritage Sports Europe Ltd registrata in Inghilterra, Dana acquista il 25% del capitale sociale. Una quota che scenderà al 12%, per effetto dell’aumento di capitale, quando entrerà in società l’ex presidente del Verona Maurizio Setti. Infine, voci di corridoio lo hanno accostato all’acquisizione della Reggiana e del Como, affari che termineranno tutti con una sconfitta per l’imprenditore.

Sia per il Mantova sia per la Reggiana, sembra che Dana sia stato favorito da un certo Federico Strafinger, imprenditore romano attivo nel settore della ceramica. Residente da anni a Pavullo, in provincia di Modena, Strafinger conosce l’ex patron del Reggiana Mike Piazza e intavola le trattative con lui per conto di Dana. Sulle pagine del Resto del Carlino Strafinger spiega, all’indomani della notizia di un interessamento di Dana verso la Reggiana: «La situazione è complicatissima. Non so come finirà, ci sono 5,8 milioni di debiti quindi per disputare il prossimo campionato ne servirebbero 12. […] Vedremo se il nostro gruppo riuscirà a darglieli». Alla fine, la HSH non troverà mai i soldi per l’acquisto della Reggiana.

Tra calcio e (cripto)finanza

Dana è anche nell’advisory board del World Football Summit, organizzazione che ha appena concluso la sua conferenza del 28 e 29 settembre a Siviglia. L’evento riunisce centinaia di stakeholder del mondo del calcio per, come si legge dal sito, «permettere di generare opportunità di business». È uno dei più importanti eventi mondiali sulla finanza calcistica.

Nel frattempo Dana continua a investire forte anche nelle criptovalute. La sua Quantocoin ha da poco lanciato il suo token digitale, QTC. Dopo un primo momento in cui il token si appoggiava alla criptomoneta Waves, dalla fine di settembre lo stesso sarà disponibile solo sul portale TimeX.io – almeno secondo le dichiarazione della società – senza però che sia specificato a quale moneta digitale farà riferimento. Mentre pubblichiamo, il passaggio non è ancora avvenuto e su Twitter l’account della criptomoneta fa sporadiche comparse, solo per ricordare l’imminente passaggio – ancora non materializzatosi – al portale TimeX.io. Sui principali portali di notizie riguardo alle criptomonete, come Coingecko.com, Quantocoin risulta essere disattivata «per inattività». IrpiMedia ha contattato sia Pablo Victor Dana sia Quantocoin, senza però ricevere risposte.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bodrero
Simone Manda

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto di copertina

Pablo Victor Dana
(worldfootballsummit.com)

Super League, cosa resta del piano per il campionato dei club più indebitati d’Europa

21 Maggio 2021 | di Lorenzo Bodrero, Francesco Caremani

La bomba esplode il 18 aprile, quando diventa pubblica la notizia della nascita della Super League, torneo europeo per club che avrebbe coinvolto le 12 società fondatrici (Milan, Arsenal, Atlético Madrid, Chelsea, Barcelona, Inter, Juventus, Liverpool, Manchester City, Manchester United, Real Madrid e Tottenham) e altre 5 sorteggiate ogni anno. La promessa ai tifosi è di poter vedere una volta a settimana una partita tra i top club d’Europa. Per la Uefa, padrona sulla carta del calcio europeo, è un affronto inaccettabile: la costituzione di un “campionato privato” dal quale escludere chi il calcio lo governa. Per settimane alle dichiarazioni di sdegno della Uefa, fanno seguito le parole dei club padroni sul campo del calcio che conta, tanto ricchi quanto indebitati. Per tramite del presidente del Real Madrid, Florentino Perez, questi ultimi hanno risposto ai tifosi che si chiedono cosa stia succedendo di non aver avuto scelta, il Covid ha esacerbato le condizioni economiche dei club e servono quindi nuovi introiti per appianare i debiti se si vuole ancora assistere allo spettacolo del calcio.

A un mese di distanza dalle ore frenetiche in cui tutto è cominciato, ci sono due certezze: la prima è che la Super League annunciata non si giocherà. La seconda è che la partita giudiziaria è forse alla fine del primo tempo, e il risultato finale è ancora tutto da decidere.

Per comprendere le ragioni dietro la gestazione, lunga almeno 30 anni, della Super League bisogna partire dai conti in rosso delle società che l’hanno voluta. Il dissesto economico in corso nel calcio europeo, infatti, precede di gran lunga l’avvento della pandemia. Per capirlo è sufficiente dare uno sguardo ai conti delle dodici società fondatrici della Super League: nell’esercizio 2019-2020 hanno registrato perdite cumulative superiori ai 730 milioni di euro, poco meno dei 770 milioni di rosso di tutta la serie A. E nel resto d’Europa non va certamente meglio, con la Uefa che stima in 4 miliardi di euro le perdite per l’intero calcio europeo a causa della pandemia.

Degenza, parto e breve vita della Super League

L’idea della Super League viene da lontano, addirittura dal 1988, e il primo a parlarne è stato Silvio Berlusconi, prima ancora di vincere cinque Champions con il suo Milan. Un progetto che resta, poi, sottotraccia per decenni fino a quando nel 2018 Football Leaks rivela un accordo tra i club più ricchi d’Europa per fondare la Super League, nove dei quali in prima linea nell’ultimo tentativo.

I debiti dei top club

Ricavi e debiti dei club fondatori della Super League [€/mln]

A febbraio 2021, Juventus, Milan e Inter illustrano il progetto al Consiglio di Lega A, dal quale non escono indiscrezioni, mentre l’Uefa sta varando la nuova Champions League a partire dal 2024, con 100 partite in più. Il 18 aprile, però, lo scoop del New York Times svela che il dato è tratto e ci sono dodici club che hanno varato la nuova Super League, con l’idea di averne 15 fissi e 5 a rotazione ogni anno. Sempre secondo il NYT dietro un simile azzardo ci sarebbe pure la Fifa che in Africa sta cercando di varare un progetto simile: questa sarebbe stata a conoscenza del progetto e ne avrebbe accompagnato la gestazione fungendo da partner, fino al cambio di rotta. Veementi le reazioni di Uefa (seguite poi da quelle della Fifa) e della politica internazionale contro il calcio dei ricchi, con minacce di esclusione dalle coppe europee per due anni e la squalifica dai rispettivi campionati. Una pressione così forte che spinge i club inglesi a ritirarsi quasi subito, e alla fine solo Barcellona, Juventus e Real Madrid restano dentro il progetto. Andrea Agnelli si dimette dalla presidenza dell’ECA (l’associazione dei club europei) e dall’esecutivo Uefa. Nel frattempo, Florentino Perez, Real, presenta un ricorso contro il monopolio europeo dell’Uefa al tribunale di Madrid. I club pentiti sono stati multati dal governo del calcio europeo, mentre sugli ultimi tre è stata aperta un’inchiesta per capire se e come sanzionarli: multa o squalifica per due anni dalle coppe? Lo sapremo tra fine maggio e i primi di giugno.

La cronologia della Super League

Conti in rosso e legittimità

Non è quindi una rivalsa contro il “monopolio” della Uefa, né un inno all’agonismo da celebrare con un torneo “dei più forti” e “per i più forti”. Tantomeno un elogio alla meritocrazia, poiché quindici club su venti vi parteciperebbero per diritto. Si tratta invece di una pura e semplice questione di soldi. I numeri li ha messi in fila Il Sole 24 Ore spiegando che sul tavolo la nuova competizione avrebbe portato 3,5 miliardi di euro da distribuire tra i 15 club fondatori per compensare i mancati introiti causati dal Covid-19.

Il progetto, spiega il quotidiano economico, è gestito da una società creata ad hoc, la European Super League Company SL, holding finanziaria e società a responsabilità limitata con sede a Madrid, quartier generale del suo massimo sostenitore nonché presidente del Real Madrid, Florentino Perez. Le tracce della società sui registri Amministratore unico della neo azienda risulta essere un’altra società, la A22 Sports Management, anche questa di stanza a Madrid. La holding avrebbe dovuto poi gestire materialmente la competizioni e i relativi introiti attraverso tre bracci operativi: la SL Sports Co Sl, con incarichi amministrativi; la SL MediaCo 1, per la commercializzazione dei diritti audiovisivi; e la SL CommercialCo, per lo sfruttamento commerciale del marchio. Il capitale economico doveva invece arrivare dalla filiale tedesca di JPMorgan e dalla società finanziaria spagnola Tivalino Investment SL con un esborso di quasi 4 miliardi di euro.

Questo e altri dettagli erano parte degli accordi parasociali tra i club fondatori, comprese due clausole necessarie perché la Super League avesse senso di esistere: la prima, il riconoscimento da parte della Uefa o della Fifa, obiettivo fragorosamente mancato poche ore dopo l’annuncio del nuovo torneo quando il presidente del calcio europeo Aleksander Čeferin ha definito i fondatori come «serpenti» e «bugiardi»; in caso di mancata realizzazione della prima clausola, la seconda doveva garantire la legittimità legale del torneo da parte dei tribunali di ciascun Paese partecipante. Complicato ma non impossibile.

Il resto è noto. Le minacce da parte della Uefa e di certa politica hanno portato nove club su dodici a ritirarsi dal nuovo torneo, accettando sanzioni pecuniarie e l’obbligo di attenersi ai regolamenti continentali in materia di competizioni extra nazionali. La guerra lampo si è quindi conclusa in meno di sessanta ore. Ma a ben guardare la partita è tutt’altro che chiusa.

Per approfondire

Il fallimento della Super League: «È una plutocrazia, ma non vedo ostacoli dal punto di vista legale»

Il commento dell’avvocato Federico Venturi Ferriolo. Il terremoto che ha scosso il calcio europeo ha polarizzato le posizioni ma si è persa l’occasione di riformare uno sport colmo di debiti. Ecco perché

Real Madrid, Barcellona e Juventus sono gli unici club ancora convinti della bontà del progetto «per portare stabilità alla grande famiglia del calcio europeo», scrivono. Sorprende che, per farlo, abbiano partorito una competizione che permetterebbe loro di guadagnare di più spendendo di più. Non sono forse dovuti ai costi ormai incontrollabili dei cartellini dei calciatori e ai compensi sempre più elevati destinati agli onnipotenti super agenti gran parte dei debiti in cui i club languono? In quest’ottica, un torneo iper elitario come la Super League non farebbe che peggiorare i conti, nonostante i ricchi premi in palio? È incomprensibile come si sia pensato che la soluzione alla crisi odierna del calcio europeo possa arrivare accelerando un sistema che della crisi stessa è la causa.

Ma ciò che è sfuggito ai più è la legittimità legale della Super League. Ha diritto di esistere un torneo promosso dai club e indipendente dal monopolio della Uefa?

Se lo è chiesto il presidente del Real Madrid il quale, a meno di ventiquattro ore dal lancio, ha mosso istanza contro Uefa e Fifa per impedire loro di opporsi ottenendo dalla Corte commerciale di Madrid l’inibizione verso gli organi di controllo a bloccare l’iniziativa. Se lo è chiesto anche IrpiMedia. «La questione è se questo monopolio e l’esclusiva sulla disciplina del calcio siano accettabili alla luce delle norme europee», ha spiegato in una lunga intervista a IrpiMedia Federico Venturi Ferriolo, avvocato dello studio legale LCA ed esperto di diritto sportivo. L’avvocato non vede ostacoli «dal punto di vista del diritto europeo, trattandosi di aziende che svolgono un’attività commerciale e considerando che all’interno della Ue esistono e sono normati sia il libero mercato sia la libera concorrenza».

Insomma, in attesa di capire la sorte dei tre club “scissionisti”, la questione è ora in mano ai tribunali: la sentenza del Tribunale di Madrid del 20 aprile, per ora, impedisce alle federazioni di sanzionare le squadre partecipanti alla Super Lega. La vittoria incassata da Uefa e Fifa con la ritirata dal torneo di nove club fondatori è quindi solo momentanea e apparente. I grandi burattinai del calcio mondiale ed europeo hanno però poco da esultare, invischiati nella loro incapacità di dare una sterzata al calcio globale, tra fair play finanziario usato a piacimento, mancate riforme del settore degli agenti, superflue nuove regole sul calcio di inizio e il rinvio da fondo campo, discutibili iniziative come l’Europeo da giocarsi in dodici Paesi in tempi di Covid-19 e gli immancabili scandali per corruzione. La strada per riformare il calcio è molto lunga, e ancora non è stata intrapresa.

Editing: Lorenzo Bagnoli | Foto: Andrea Agnelli (Juventus) e Aleksander Ceferin (Uefa) durante le premiazioni della finale di Champions League del 2017 tra Juventus e Real Madrid – phFAB/Shutterstock

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Il fallimento della Super League: «È una plutocrazia, ma non vedo ostacoli dal punto di vista legale»

21 Maggio 2021 | di Lorenzo Bodrero, Francesco Caremani

Nelle intenzioni doveva arrestare la crisi economica in cui langue il calcio europeo. Nella pratica si è invece rivelato un goffo tentativo riservato a pochi eletti di allargare il solco che separa i club di prima fascia da tutti gli altri. Ma si è trattato pur sempre di un tentativo di ragionamento sul futuro del calcio europeo e sulla sua sostenibilità economica. Sotto la cenere, tra le minacce da parte della Uefa e le prese di posizione di tre club scissionisti (Real Madrid, Barcellona, Juventus), la Super League rimane ufficialmente in piedi seppur non realizzabile. Sui media hanno prevalso due schieramenti e le posizioni si sono polarizzate fino a offuscare il nocciolo della questione: la legittimità legale della Super League.

IrpiMedia ne ha parlato con Federico Venturi Ferriolo, avvocato di LCA Studio Legale ed esperto di diritto sportivo.

Cosa c’è da sapere

Il 18 aprile è stata presentata la Super League, campionato “privato” fondato da dodici prestigiosi club europei a cui ogni anno si sarebbero aggiunte cinque squadre. Minacce di sanzioni e squalifiche delle federazioni nazionali e internazionali hanno bloccato l’operazione sul nascere. La banca d’affari JPMorgan aveva promesso un investimento da 3,5 miliardi di euro per finanziare i club partecipanti. Scopo dell’operazione era immettere liquidità nelle casse dei club, che affogano nei debiti. La banca americana si è poi defilata dopo le polemiche seguite al lancio della Super League. Tra i meno critici c’è chi ha ricordato l’esempio della Euroleague di basket, campionato molto seguito e di successo che è nato dai club più ricchi e fuori dalla giurisdizione della federazione europea di pallacanestro.

Dal punto di vista legale la Super League cos’è?

«Un’associazione di natura privatistica basata su contratti di diritto privato tra più società sportive professionistiche, affiliate a federazioni e leghe differenti. Alle spalle, un contratto di collaborazione tra le parti, al quale immagino si affacciassero anche i fondi d’investimento e le banche».

I dodici club avevano il potere legale di fondare una nuova competizione fuori dai paletti Uefa, essendo affiliati alle rispettive federazioni nazionali che a loro volta sono affiliate alla prima?

«È proprio questa la vexata quaestio, tralasciando gli statuti Uefa che regolano il funzionamento dell’associazione. A mio avviso, non vedo ostacoli dal punto di vista del diritto europeo, trattandosi di aziende che svolgono un’attività commerciale, considerando che all’interno della Ue esistono e sono normati sia il libero mercato sia la libera concorrenza. Nulla osta quindi alla creazione di competizioni amichevoli e a rapporti di collaborazione per un evento sportivo. Faccio un esempio, se un privato cittadino organizza un torneo di calcetto lo può fare, resta da vedere se può coinvolgere atleti tesserati. I club sono affiliati alle federazioni che nei loro statuti non vietano questo tipo di iniziative e tutto ciò che non è vietato potrebbe essere di fatto permesso».

Esistono dei precedenti?

Sì, quello che riguarda l’Unione internazionale di pattinaggio (ISU), la quale nel suo statuto vietava ai propri tesserati di prendere parte a manifestazioni sportive non organizzate da questa. Gli atleti sanzionati hanno fatto ricorso alla Commissione europea che ha stabilito come quella norma dello statuto della federazione sia contraria all’articolo 101 del trattato sul funzionamento Ue sulla tutela della concorrenza del mercato e sul divieto di abuso di posizione dominante. Una volta che lo sport non è solo un’attività ludica ma diventa anche economica bisogna rivedere le norme e le tutele di questa, entra in gioco l’antitrust».

Quindi la Uefa può detenere il monopolio delle coppe europee oppure viola le norme Ue?

«Le coppe europee sono le sue e può farci ciò che vuole. La questione è se questo monopolio e l’esclusiva sulla disciplina del calcio siano accettabili alla luce delle norme europee. Il rischio, se la questione dovesse arrivare alla Commissione europea, è una nuova sentenza Bosman».

La “sentenza Bosman”, quando il calcio ha cambiato pelle

Il 15 dicembre 1995 la Corte di giustizia europea si pronunciava a favore di Jean-Marc Bosman in tre procedimenti differenti che lo vedevamo opposto alla Uefa, alla federazione calcistica del Belgio e al club RFC Liège.

La vicenda risale al 1990, anno in cui scadeva il contratto che legava il giocatore belga all’RFC Liège. La sua volontà di trasferirsi in Francia al Dunkerque fu vanificata poiché l’offerta economica del club francese fu respinta da quello belga, con la conseguenza che a Bosman fu impedito di cambiare squadra, come da prassi di allora, pur non essendo più vincolato da un contratto. La Corte di giustizia europea stabilì, cinque anni più tardi, che il divieto imposto dall’RFC Liège limitava la libertà di movimento del calciatore. Ne risultò che un giocatore era ora libero di trasferirsi da un club all’altro gratuitamente alla scadenza del contratto, prassi ormai comune oggigiorno. La sentenza scatenò una reazione a catena con conseguenze ad ampio raggio nel mondo del pallone.

La possibilità di trasferirsi gratuitamente consentì ai calciatori di pretendere stipendi più alti e contratti più lunghi da parte del nuovo club per compensare la mancanza delle cifra sborsata per acquistarli. Questi potevano inoltre chiedere salari più alti con l’avvicinarsi della scadenza del contratto minacciando, nel caso le richieste non fossero accolte, di lasciare il club gratuitamente. Nacque così il ruolo di agente, incaricato dal calciatore di curare i propri interessi in fase di contrattazione con i club.

Prima della sentenza Bosman, inoltre, la Uefa imponeva l’utilizzo di non più di tre stranieri in campo per ciascuna squadra. A seguito della sentenza, i club potevano invece ingaggiare un numero illimitato di giocatori provenienti dall’Unione europea e i calciatori ambire a contratti più ricchi e più lunghi. In periodi di stabilità economica ciò non rappresentava un problema per il singolo club, ma in caso di retrocessione o di minori introiti per diritti tv, le società si trovavano con pesanti contratti a gravare sulle proprie casse. I club più piccoli si trovavano dunque costretti a svendere i giocatori migliori alle squadre più ricche per aggiustare i conti. A lungo termine, in molti campionati europei, questa tendenza ha contribuito ad ampliare il gap tra club di prima fascia e quelli più piccoli.

Florentino Perez, il presidente del Real Madrid, si è rivolto all’antitrust. Come giudica questa mossa?

«A mio avviso l’iniziativa è corretta, anche perché diventa l’unica difesa possibile davanti a eventuali azioni sanzionatorie dell’Uefa, la quale impedisce un accesso al mercato, in questo caso al mercato delle competizioni sportive. I club hanno, inoltre, depositato delle richieste di misure cautelari precauzionali per impedire azioni avverse in base alle norme antitrust e hanno vinto perché il diritto europeo tutela la concorrenza in caso di attività economiche e la creazione di una competizione sportiva è riconducibile a un’attività commerciale».

L’Uefa e le federazioni nazionali possono squalificare le squadre che continueranno a essere affiliate alla Super League?

«L’Uefa può fare pressione sulle federazioni, che a questa sono affiliate, ma mi sfugge la previsione normativa dalla quale si dovrebbe desumere una violazione. L’articolo 49, più volte citato, dice che l’Uefa ha la giurisdizione esclusiva per organizzare competizioni internazionali in Europa rispetto alle federazioni e ai club che a queste rispondono. Ma di fatto non vieta espressamente che si possano organizzare altre competizioni. Inoltre, la fonte normativa è statutaria e per ciò è vincolante solo per i propri associati: le federazioni nazionali».

Non rischia, però, di scatenare una nuova sentenza Bosman? E se sì con quali sviluppi?

«Può servire a comprendere quali sono i vincoli dei poteri delle federazioni sull’organizzazione delle competizioni sportive rispetto alle leggi antitrust e, magari, aiutare a mappare lo sport e i suoi confini giurisdizionali in un mercato regolamentato. Lo sport non è più e non solo un’attività ludica, ma un’attività commerciale e come tale soggetta alle norme sull’impresa, sulla libertà d’impresa e sulla concorrenza tra imprese».

I club hanno interesse ad andare al muro contro muro e cosa potrebbe accadere?

«L’interesse è quello di prendere posizione per negoziare. Io credo che nessuno voglia arrivare a rotture difficili da rimarginare».

Dovranno pagare delle penali alla JPMorgan?

«Bisogna capire come sono stati redatti i contratti per la costituzione della Super League. Chi ha investito rischia di trovarsi con un pugno di mosche in mano».

Che similitudini ci sono tra la Super League di calcio e l’Euroleague di pallacanestro?

«L’Euroleague è nata come sistema chiuso e solo da alcuni anni si è aperto. La FIBA (il corrispettivo dell’Uefa nella pallacanestro, ndr) voleva sanzionare i club partecipanti, in particolare greci e turchi, ma continua a non riuscirci, questo perché sia alla FIBA che alle federazioni manca il potere sanzionatorio. È un sistema privato e l’economia, purtroppo, ci insegna spesso che il privato funziona meglio del pubblico. Le federazioni, anche se sono soggetti di diritto privato, scontano l’aspetto classico del pubblico: burocrazia, corruzione, scandali. È come se il privato favorisse di più l’aspetto commerciale e il pubblico quello politico. Restando in Europa, l’Euroleague dimostra che laddove la “politica” è messa in disparte rispetto all’aspetto commerciale ne guadagna la competizione stessa: più ricchezza, più spettacolo. Di conseguenza ne guadagnano i tifosi e quindi pure lo sport in generale. Tornando al calcio andrebbe rivisto il funzionamento delle federazioni, la trasparenza dei bilanci, come vengono investiti i soldi, chi fa veramente il bene di chi e cosa, e pensare un diverso coinvolgimento dei tifosi, senza dimenticare la condizione strutturale degli stadi italiani».

La crociata scatenatasi contro la Super League secondo lei a cosa è dovuta?

«L’errore della Super League è stato quello di voler creare un sistema chiuso, dove non c’è alcuna possibilità per gli underdog di turno di partecipare, togliendo allo sport una delle sue cose più belle: l’incertezza del risultato finale. Giocare solo tra top club, in un condominio chiuso agli altri, toglie elementi come l’agonismo, la creatività, la sorpresa. Lo sport è democrazia, la Super League è una plutocrazia».

Perché non è possibile paragonare l’organizzazione degli sport statunitensi con il calcio europeo? Quali le macro differenze?

«Quello statunitense è entertaiment, quello europeo è più carnale, vicino al concetto dell’Antica Grecia di agonismo/competizione. Sono l’espressione di due culture diverse. Gli Stati Uniti sono stati pionieri di tante nuove forme di economia, anche nello sport, e dove c’è una cultura d’élite c’è uno sport d’élite. Non è un caso che gli statunitensi investono nel calcio europeo con l’atteggiamento di chi vuole insegnare agli altri come fare business».

Come è stato possibile che i dirigenti di alcuni dei club più importanti d’Europa e del mondo abbiano partorito un topolino dal punto di vista organizzativo e comunicativo?

«Bisogna porsi una domanda diversa: qual è il vero progetto alle spalle?».

Dal punto di vista legale come possiamo chiamare un’azione del genere?

«Una presa di posizione. La Champions League così com’è non funziona più (prende più soldi chi sale in Premier League dal Championship, la seconda divisione inglese, ndr) e allora vogliono rinegoziare. Resto basito, per esempio, di fronte alla gestione dei diritti televisivi. I numeri dicono che la serie A è seconda solo alla Premier League, eppure. Perché esistono dei cartelli? Perché ci devono essere degli intermediari? Certo, portano profitto, ma quanto ne assorbono?».

In questa faida chi ha vinto davvero e cosa ci aspetta ancora dal punto di vista legale?

«Ci saranno sicuramente strascichi giudiziari, ma dal punto di vista legale bisogna prima vedere quali sanzioni saranno comminate ai club “ribelli”. Per adesso mi sembra che siano solo delle minacce, frutto di atteggiamenti “politici”, appunto. Però anche le parole sono importanti, soprattutto se dette dal presidente dell’Uefa. Quando queste minacce si concretizzeranno ci saranno delle reazioni e allora dovremo andare a vedere i regolamenti, da dove nascono, la loro validità nel sistema europeo. In ultima istanza poi c’è il TAS di Losanna. Altro dubbio: l’Uefa ente regolatore e sanzionatorio insieme?».

Si è parlato molto pure dei fondi d’investimento come rete economica per salvare il calcio. Cosa ne pensa?

«È giusto vietarli in condizioni di conflitto d’interesse, come in caso di multiproprietà partecipanti alla stessa competizione. Ma fuori da questo credo che possano essere benvenuti se possono risollevare le sorti economiche di un sistema in difficoltà. I fondi d’investimento possono aiutare a sviluppare il business, il marketing, i diritti televisivi, tutte cose gestite in modo obsoleto dal sistema calcio italiano. Siamo molto indietro nel valorizzare lo spettacolo della Lega A, quindi i fondi potevano e potrebbero essere d’aiuto».

Anche per il calcio sarà inevitabile la deriva finanziaria? E quanto è pericolosa in prospettiva dato che presume una crescita economica (diritti televisivi, ecc.) infinita che tale non può essere?

«Non credo che il calcio possa risentire di una bolla, come ne abbiamo viste in altri settori economici. La questione, a mio parere, è diversa: la sostenibilità dello sport e lo sport professionistico italiano, così com’è organizzato, non è sostenibile. Quindi ci vuole un sistema capace di monetizzare meglio la partecipazione degli spettatori e degli investitori».

È evidente che la Super League nasce, in primo luogo, come soluzione all’indebitamento cronico di gran parte dei club fondatori. Qualora fosse andata in porto, crede che questo obiettivo sarebbe stato raggiungibile?

«Quando realizzi che tu sei l’attore principale dello spettacolo ma ti vengono assegnate parti ridotte dei ricavi dello stesso tenti di rinegoziare i termini dell’accordo, oltre a cercare di avere maggiore libertà decisionale. Senza contare la questione Psg e Financial Fair Play, oppure gli accordi personali del Manchester City sulla medesima questione. Pare evidente a tutti che a livello Uefa non ci sia stato un atteggiamento paritetico di applicazione dei regolamenti, lasciando molto spazio alla discrezionalità. Tutto questo va rivisto e non aiuta la serenità dei ragionamenti, ma alimenta solo le crociate pro o contro, che servono a poco».

Editing: Lorenzo Bagnoli | Foto: Elaborazione IrpiMedia su immagini phFAB/Shutterstock e LCA Studio Legale

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L’industria del calcio

L’industria del calcio

#FuoriGioco

L’appeal romantico dello sport più seguito al mondo è stato ormai soppiantato da un business che solo in Italia nel 2019 ha fatturato 5 miliardi di euro. Dalla dimensione locale in cui la proprietà dei club e il bacino di tifosi erano individuabili all’interno del contesto geografico di appartenenza, oggi le società di calcio hanno sedi registrate in paradisi fiscali per mettere al riparo gli utili e i dividendi dal Fisco e in cui spesso è impossibile risalire ai reali beneficiari. Un’evoluzione al contrario che ha portato a cambiamenti epocali: prima la “sentenza Bosman”, che ha aperto le porte alla libera circolazione di calciatori stranieri e ha avviato l’iperbole dei prezzi dei giocatori e dei loro stipendi; l’arrivo degli agenti sportivi, acceleratori di costi ormai fuori controllo; l’entrata in gioco delle pay-tv, foriere di introiti per la trasmissione delle partite inimmaginabili prima, e competizioni sempre più numerose e sempre più ricche. In mezzo, gli atleti che, seppur ricchi, devono tenere il ritmo e portare il proprio corpo al limite per non cedere alla concorrenza o, peggio, all’oblio sportivo.

Il calcio è ormai un vero e proprio strumento finanziario e come tale accoglie al suo interno giochi di potere e conflitti di interesse. Quelli dei “super agenti” ma anche dei club più influenti e di imprenditori dal vizio per l’evasione fiscale e il riciclaggio di denaro. Non ne è immune l’organo di controllo globale, la Fifa, travolta dagli scandali nel 2015 e ancora incapace di rifarsi una reputazione.

Prima del Covid, l’indebitamento complessivo del calcio italiano ha raggiunto 4,6 miliardi di euro (9,3% rispetto alla stagione precedente) e meglio non va nel resto d’Europa. Per porvi rimedio, gli stakeholder del settore sembrano perseguire una strada opposta a quella della logica: più competizioni, più partite e quindi più introiti in quella che sembra più un’accelerazione verso il precipizio che una sosta per riflettere.

Con #FuoriGioco, IrpiMedia intende accendere i riflettori sugli angoli bui e i giochi di potere del mondo del pallone.

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CREDITI

Autori

Raffaele Angius
Lorenzo Bodrero
Francesco Caremani
Matteo Civillini
Michele Luppi
Giulio Rubino

Infografiche & Mappe

Lorenzo Bodrero

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto di copertina

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