Crediti di carbonio, la favola della finanza verde

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Crediti di carbonio, la favola della finanza verde

Matteo Civillini

Proteggere foreste e finanziare energia rinnovabile per compensare l’anidride carbonica rilasciata nell’atmosfera dalla propria estrazione di idrocarburi. È questo il piano messo in campo da Eni per rincorrere la neutralità carbonica – il cosiddetto net zero – obiettivo fissato per il 2050. Il combustibile che alimenta questo sistema sono i crediti di carbonio. Prodotti finanziari che poggiano sulla logica dell’ “uno vale uno”: una tonnellata di anidride carbonica (CO2) sprigionata da un giacimento petrolifero in Congo viene pareggiata dalla rimozione della stessa quantità di gas inquinanti grazie, per esempio, all’energia prodotta da un parco solare in India.

Le aziende come Eni comprano i crediti dai promotori dei progetti green, guadagnandosi in questo modo il diritto di continuare a inquinare. L’estrazione di petrolio e gas non si ferma e la riduzione di emissioni nocive viene subappaltata sulla carta attraverso lo scambio di prodotti finanziari.

Il pericolo che la compensazione delle emissioni si trasformi in un’articolata operazione di greenwashing è dietro l’angolo. Frammentato e senza un’autorità di controllo, il mercato dei crediti di carbonio è infatti come un e-commerce del deep web, dove si trova un po’ di tutto: dalle attività che realmente portano benefici ambientali a prodotti di scarsa qualità utili solo a dar seguito a proclami di facciata.

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L’inchiesta in breve

IrpiMedia ha esaminato i progetti collegati ai crediti carbonio acquistati volontariamente da Eni nel 2020 e questi sono i principali risultati dell’inchiesta:

  • Eni ha comprato crediti generati da sette progetti di energia eolica in Cina operativi da una decina di anni. L’acquisto di questo tipo di crediti è duramente criticato da numerosi esperti del settore in quanto, per loro natura, è improbabile che contribuiscano a una reale riduzione delle emissioni di CO2.
  • Eni avrebbe pagato poco più di un milione di euro per i crediti acquistati, secondo una stima basata sui prezzi medi di mercato per quel tipo di prodotto.
  • Eni punta a compensare decine di milioni di tonnellate di CO2 attraverso la conservazione delle foreste. Ma, secondo un’analisi di Greenpeace e ReCommon, un progetto finanziato da Eni avrebbe gonfiato le stime di riduzione di emissioni.

Eni, contatta da IrpiMedia, non ha ancora risposto alle domande.

«Comprare crediti di questo genere fa più male che bene – dice a IrpiMedia Jonathan Crook, responsabile delle politiche di Carbon Market Watch, associazione non profit che si occupa dell’analisi dei mercati dei crediti di carbonio. «Compensare le emissioni dovute all’estrazione di combustibili fossili in questo modo non è assolutamente credibile, è una scappatoia a basso costo», aggiunge Cook.

Parchi eolici cinesi vecchi, crediti di carbonio nuovi

Le 33 torri del parco eolico Tacheng Mayitasi svettano dal terreno arido fiancheggiato dalle catene montuose che segnano il confine tra Cina e Kazakistan.

A gestire il parco eolico è una filiale della China General Nuclear Power Group (CGN), la più grande compagnia di energia nucleare in Cina. Controllata direttamente dal governo di Pechino, CGN ha riportato ricavi per oltre 9,5 miliardi di euro l’anno scorso. Un operatore di peso che, tuttavia – stando ai documenti di progettazione – non sarebbe stato in grado di rendere il progetto finanziariamente sostenibile, considerati i costi di costruzione e le proiezioni sull’ammontare delle tariffe elettriche attraverso cui rientrare dell’esborso.

La strada per far nascere il parco eolico sarebbe quindi stata quella di accedere al Clean Development Mechanism (CDM), il principale programma di compensazione delle emissioni di CO2 sostenuto dalle Nazioni unite.

Che cos’è il Clean Development Mechanism

Il Clean Development Mechanism (Meccanismo di Sviluppo Pulito, in italiano) è uno dei principali programmi di compensazione delle emissioni di anidride carbonica. Codificato nel 1997 dall’articolo 12 del Protocollo di Kyoto, il CDM permette alle industrie private di finanziare progetti che mirano alla riduzione dei gas serra nei Paesi in via di sviluppo attraverso carbon credit, cioè “crediti di carbonio”.

Un singolo credito, altrimenti detto certificato da progetto CDM, equivale a una tonnellata di CO2 che non viene emessa nell’atmosfera grazie alla realizzazione del progetto. I soggetti nei Paesi industrializzati – tra cui principalmente le imprese – possono acquistare questi crediti sul mercato per raggiungere i propri obiettivi di riduzione delle emissioni, sia che essi siano obbligatori che volontari.

L’addizionalità è il requisito più critico dei progetti CDM: per poter generare un credito, la riduzione di emissioni deve essere infatti aggiuntiva. L’esistenza del progetto deve quindi produrre un effetto positivo in termini di emissioni, tale da meritarsi dei crediti attraverso cui renderlo sostenibile anche sul piano economico. Infatti, solo se le riduzioni sono effettivamente addizionali non si ha un aumento delle emissioni complessive. L’obiettivo da perseguire è sostanzialmente quello della maggiore efficienza energetica e da fonti rinnovabili.

La produzione di energia da una fonte rinnovabile, al posto di combustibili fossili, avrebbe così generato crediti di carbonio. Per ogni tonnellata di CO2 non immessa nell’atmosfera viene rilasciato un credito, che le aziende altamente inquinanti possono successivamente acquistare per compensare le proprie emissioni. Solo grazie a questo introito – sostenevano i proponenti del progetto – il parco eolico avrebbe visto la luce.

Il progetto è diventato operativo nel 2012. Da allora le turbine di Tacheng Mayitasi pompano energia pulita nella rete elettrica cinese. L’attività crea ogni anno circa 99 mila crediti carbonio, i quali, tuttavia, sarebbero rimasti a lungo per la maggior parte invenduti.

Fino all’anno scorso, quando Eni ha acquistato più di 438 mila crediti di carbonio collegati al parco eolico sito nello Xinjiang con la causale «compensazione volontaria». In un colpo solo il colosso energetico italiano si è intascato la quasi totalità dei certificati di riduzione di emissioni generati dal progetto tra il 2013 e il 2020. Un modo utilizzato da Eni per compensare una parte delle proprie emissioni derivanti dall’estrazione di petrolio e gas. La produzione di energia pulita in Cina avrebbe controbilanciato l’inquinamento da CO2 causato da Eni in altre parti del mondo. Ma è davvero così?

Altamente improbabile, a detta di Jonathan Crook di Carbon Market Watch: «È stato dimostrato che gran parte di questi progetti non sono addizionali, sarebbero stati finanziati in ogni caso senza crediti di carbonio – dice -. E ora, dieci anni più tardi, ci troviamo di fronte a un’azienda petrolifera che dice di compensare le proprie emissioni con quello che molto probabilmente sono crediti spazzatura».

Il boom del mercato volontario dei crediti

L’acquisto volontario di crediti di carbonio da parte di aziende inquinanti sta prendendo sempre più piede. Tra gennaio e agosto 2021 sui mercati volontari di compensazione sono stati scambiati crediti per un valore di 748 milioni di dollari (contro 473 milioni di dollari in tutto il 2020).

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A infiammare il mercato sono i piani di riduzioni di emissioni che hanno come obiettivo la neutralità carbonica. Come quello di Eni che punta a raggiungere il cosiddetto net zero – il pareggio delle emissioni – entro il 2050. Ciò non vuol dire, però, che il cane a sei zampe abbia in mente di abbandonare la produzione di energia basata sui combustibili fossili. L’estrazione di petrolio e gas proseguirà, ma – promette Eni – le emissioni causate dalle proprie attività verranno azzerate a bilancio da emissioni evitate altrove. Per centrare l’obiettivo Eni ambisce a disporre di un portafoglio annuale da 40 milioni di crediti di carbonio entro il 2050.

Fin dalla sua nascita, oltre vent’anni fa, il mercato volontario dei crediti di carbonio ha cercato di imitare i mercati finanziari. Ma in realtà lo scarto è netto. A differenza della Borsa, per esempio, non esiste uno standard che permetta di paragonare i crediti tra loro in modo oggettivo, manca un’autorità di vigilanza che fissi regole e le faccia rispettare, e il modo trasparente di fissare un prezzo ancora non esiste. Quello che rimane è un sistema opaco formato da una selva di standard di certificazione dei progetti fondati principalmente sull’autoregolamentazione. La compravendita di crediti avviene a porte chiuse in transazioni tenute di norma strettamente segrete.

Per questi motivi i programmi di compensazione volontaria delle emissioni sono al centro di un forte dibattito rispetto alla loro utilità. Per i critici del sistema, il mercato è stato inondato da crediti di scarsa qualità che non rappresentano una reale riduzione delle emissioni. Con il loro acquisto le aziende si garantirebbero una licenza a basso costo per continuare a inquinare, al contempo vantando le proprie credenziali green nei confronti dell’opinione pubblica.

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Il funzionamento del mercato dei crediti di carbonio poggia su un concetto tecnico, ma di vitale importanza: l’addizionalità. La compensazione delle emissioni può ritenersi veritiera solo se le entrate garantite dalla vendita dei crediti hanno un peso determinante nella fattibilità del progetto e di conseguenza nella sua attività di mitigazione delle emissioni. Unicamente in quel caso, infatti, i crediti contribuiscono a realizzare una riduzione o un sequestro di CO2 che non si sarebbe verificato in uno scenario di business as usual.

Prendiamo l’esempio di un governo che finanzia con fondi pubblici la piantagione di migliaia di alberi per alleviare gli effetti della deforestazione. Il progetto contribuisce alla riduzione della CO2, ma l’eventuale emissione di crediti di carbonio non sarebbe addizionale perché sono i sussidi statali ad avere un peso determinante.

Secondo un recente studio dell’University College London, oggi ci sarebbero in circolazione fino a 700 milioni di crediti non addizionali. Tra di essi a farla da padrone sono i certificati di riduzione delle emissioni generati da parchi di energia eolica o solare particolarmente datati, come quelli cinesi. Progetti completati diversi anni fa senza il reale bisogno del gettito dei crediti e che, quindi, è molto improbabile che oggi possano contribuire alla rimozioni di gas serra dall’atmosfera.

Non è la prima volta che vengono posti seri dubbi sulla capacità dei progetti certificati attraverso il meccanismo Clean Development Mechanism di contribuire a tangibili riduzioni delle emissioni di gas serra. Già nel 2016 uno studio commissionato dall’Unione europea ha analizzato quanto i crediti di carbonio fossero il vero incentivo per investire in progetti che mitigano le emissioni di gas serra. La ricerca sosteneva che l’85% dei progetti aveva una bassa probabilità di contribuire in modo addizionale e senza sovrastime a un taglio delle emissioni nocive. In particolare, i ricercatori puntavano il dito nei confronti dei grandi impianti energetici.

«Le entrate garantite dai crediti hanno un impatto limitato sulla redditività dei parchi eolici», scrivevano i ricercatori, in particolare in quei Paesi come Cina e India, dove l’energia eolica è già ampiamente sviluppata. A spingere l’adozione delle energie rinnovabili sono stati altri incentivi. Innanzitutto, le politiche dei governi nazionali che hanno concesso generosi sussidi statali. Inoltre, i continui progressi tecnologici hanno abbattuto i costi per la costruzione e gestione di impianti di energia rinnovabile.

Una serie di motivi per i quali, a detta degli esperti, le aziende non dovrebbero quindi utilizzare questi crediti per i loro programmi di mitigazione dell’impatto ambientale. Tuttavia, i documenti analizzati da IrpiMedia mostrano come Eni abbia continuato ad acquistarli. Quello situato nello Xinjiang non è infatti l’unico progetto energetico collegato al CDM utilizzato l’anno scorso dal cane a sei zampe per compensare sulla carta le proprie emissioni. Altri sei parchi eolici cinesi hanno fornito un ulteriore bottino di 196 mila crediti. Qualche migliaio di certificati sono infine stati acquistati da due centrali idroelettriche, rispettivamente in Vietnam e Cambogia, e da un parco eolico situato nello stato indiano del Gujarat.

Il gran bazar dei carbon credits di Eni

I progetti energetici acquistati da Eni per compensare, sulla carta, le proprie emissioni di CO2

Progetti diversi tra loro ma accomunati da almeno due elementi. Il primo è che sono tutti entrati in attività tra il 2010 e il 2013, ovvero almeno sette anni prima che Eni comprasse i loro crediti. Il secondo fa riferimento ai promotori dei progetti, nella quasi totalità dei casi giganti dell’energia – per altro a controllo statale – con fatturati miliardari. A questo si aggiunge il finanziamento attraverso aiuti di Stato della Cina, che rendono residuali gli introiti dai crediti CDM.

Perché quindi Eni ha acquistato crediti che con molta probabilità non riducono le emissioni in modo addizionale? Per Jonathan Cook, policy officer di Carbon Market Watch, la risposta potrebbe essere semplice: il basso costo. «Nel 2012 il prezzo dei certificati da progetti CDM subì un crollo da cui non si è mai realmente ripreso – dice Cook -. È estremamente probabile che questi crediti siano molto economici. Sicuramente la spesa è molto minore di quella necessaria per tagliare realmente le proprie emissioni dirette».

Sapere con certezza quanto Eni abbia pagato per l’acquisto dei crediti CDM non è possibile. I dettagli delle transazioni svolte tra soggetti privati in un mercato volontario restano privati. Una scarsa trasparenza che storicamente ha contribuito ad affossare la fiducia in questi prodotti. Sono molti i fattori che influenzano il prezzo di un credito di carbonio: la tipologia del progetto, il Paese in cui viene sviluppato, l’anno di partenza, lo standard di certificazione utilizzato. Una selva di variabili che inevitabilmente ha delineato un’ampia forchetta di prezzo: si va da pochi centesimi fino a 15 dollari per quello che dovrebbe essere lo stesso prodotto.

Ecosystem Marketplace, una piattaforma non profit che raccoglie dati sulla finanza ambientale, pubblica ogni anno un rapporto sullo stato dei mercati volontario di carbonio. La relazione comprende una mappatura dei prezzi medi dei diversi crediti sulla base delle informazioni fornite da un centinaio di operatori del settore.

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Grazie a questi dati è possibile formulare una stima di quanto sia stato l’esborso di Eni per i crediti CDM acquistati nel 2020. Secondo Ecosystem Marketplace, il prezzo di un credito collegato a progetti di energia eolica e idroelettrica si aggirava in media intorno a 1,7 dollari e 1,2 dollari rispettivamente. Moltiplicando gli importi per il numero di crediti acquistati da Eni nelle due tipologie risulta che il colosso energetico potrebbe aver speso all’incirca un milione e 100 mila euro. Per i costi di ricerca esplorativa per nuove attività di estrazione Eni nel 2020 ha speso 510 milioni di euro.

Eni e le foreste, tra conservazione e greenwashing

Dell’acquisto dei crediti CDM non se ne trova traccia sui patinati opuscoli informativi che delineano le strategie sostenibili di Eni. A fare bella mostra sono invece le immagini di lussureggianti parchi nazionali nell’Africa subequatoriale.

Quando parla di crediti di carbonio, infatti, Eni fa riferimento a un altro tipo di compensazione delle emissioni di CO2. Si tratta dei progetti di decarbonizzazione attraverso la protezione delle foreste. Le aziende, come Eni, finanziano progetti di conservazione ambientale per prevenire l’aumento della deforestazione in aree capaci di assorbire grandi quantità di anidride carbonica. Il potenziale rilascio di CO2 così scongiurato viene tramutato in crediti di carbonio da utilizzare per compensare le emissioni causate dalle aziende con le proprie attività, come l’estrazione di combustibili fossili.

Dell’acquisto dei crediti CDM non se ne trova traccia sui patinati opuscoli informativi di Eni. A fare bella mostra sono invece le immagini di lussureggianti parchi nazionali nell’Africa subequatoriale.

Eni punta a ottenere dalla protezione delle foreste una parte consistente dei 40 milioni di crediti di carbonio all’anno promessi dall’azienda entro il 2050. Oltre ai progetti CDM, l’anno scorso il colosso energetico ha compensato 1,5 milioni di tonnellate di anidride carbonica attraverso la propria partecipazione nel Luangwa Community Forest, un programma di conservazione forestale in Zambia. Il più grande progetto del suo genere al mondo, Luangwa interessa una superficie di 940 mila ettari. Dal 2014 – anno di fondazione – la società promotrice, BioCarbon Partners, investe in costruzione di scuole, pozzi d’acqua, e sviluppo di aziende agricole ecosostenibili. Tutte attività che dovrebbero contribuire alla conservazione del parco naturale.

Tuttavia, i progetti di prevenzione della deforestazione non sono privi di zone d’ombra e criteri poco trasparenti riguardo alla reale efficacia nell’abbattere le emissioni. Gli esperti sollevano, in particolare, dubbi sulle metodologie utilizzate per quantificare i crediti di carbonio. Tipicamente i promotori di un progetto analizzano i dati di un’area circostante alla foresta da proteggere, facendo delle stime su quanti alberi potrebbero essere tagliati in assenza di attività di conservazione. Un compito molto delicato e complesso visto le numerose variabili – anche future – da tenere in considerazione. Il rischio è di sovrastimare la riduzione delle emissioni generate da un progetto.

Proprio per questo motivo le organizzazioni ambientaliste Greenpeace e ReCommon hanno puntato il dito nei confronti del progetto finanziato da Eni, accusando l’azienda di «acquistare crediti che esistono solo sulla carta». Un dettagliato studio scientifico commissionato dalle due ong sostiene che la riduzione delle emissioni ottenuta attraverso il Luangwa Community Forest sia stata gonfiata all’incirca del doppio.

Dietro le stime “sbagliate” ci sarebbe innanzitutto la scelta come area di riferimento di una foresta già ampiamente degradata e con caratteristiche socio-economiche molto diverse rispetto al parco “protetto” da Eni. Secondo l’autore dell’analisi, esagerando la gravità dell’impatto di un’ipotetica futura deforestazione nella foresta di Luangwa, il progetto di conservazione può dichiarare un livello di sequestro delle emissioni molto maggiore. E le aziende finanziatrici, come Eni, possono intascarsi un numero maggiore di crediti.

Secondo Greenpeace e ReCommon, quindi, l’investimento del colosso energetico nel Luangwa Community Forest sarebbe soltanto un’operazione di greenwashing. «Acquistando crediti sul mercato del carbonio o investendo direttamente in presunti progetti di conservazione – commenta Alessandro Runci di ReCommon – aziende come Eni possono presentarsi come protettrici della biodiversità, nonostante le loro attività estrattive continuino a causare la distruzione degli ecosistemi su cui ricadono le loro concessioni». Eni non ha risposto alle richieste di IrpiMedia.

Il cargo di gas carbon neutral

L’agosto scorso Eni ha utilizzato i crediti generati dal Luangwa Community Forest per consegnare quello che ha definito come il suo primo carico di gas naturale a “neutralità carbonica”. Partito dall’impianto di Bontang in Indonesia, la nave cargo ha trasportato il gas naturale liquefatto (GNL) prodotto dal giacimento di Eni fino a Taiwan. L’azienda dice di aver compensato le emissioni associate all’intera catena del valore del carico – dall’estrazione all’uso finale – attraverso l’acquisto di crediti collegati a progetti di conservazione forestali, tra cui quello in Zambia.

Eni non è l’unica major degli idrocarburi ad aver pubblicizzato la produzione di combustibili fossili “carbon free” quest’anno. Shell, Total, BP, Gazprom hanno effettuato una ventina di consegne di gas e petrolio sostenendo di aver compensato le emissioni attraverso l’acquisto di crediti di carbonio.

Secondo diversi osservatori, tuttavia, queste non sono altro che trovate pubblicitarie allo scopo di coprire con una patina verde quello che rimane un prodotto altamente inquinante. Il problema non sarebbe solo la bontà dei singoli progetti collegati ai crediti di carbonio, ma il principio stesso che sottostà a queste iniziative.

Secondo Jonathan Crook di Carbon Market Watch, si tratta di una logica fallace che non tiene conto della longevità delle emissioni causate dall’estrazione di gas e petrolio. «L’anidride carbonica sprigionata dai combustibili fossili rimane nell’atmosfera per un periodo che va da 300 a 1000 anni – spiega Crook -. Per poter pareggiare quelle emissioni gli alberi protetti dai progetti di conservazione devono rimanere in piedi almeno per quello stesso lasso di tempo. Ma nessuno può garantire con certezza che ciò avvenga in un arco temporale così lungo».

CREDITI

Autori

Matteo Civillini

Editing

Lorenzo Bagnoli

Mappe

Lorenzo Bodrero