Vigilia del voto in Kenya: indagini ferme per le dighe della discordia

Vigilia del voto in Kenya: indagini ferme per le dighe della discordia

Lorenzo Bagnoli

The Elephant

«Le dighe di Kimwarer e di Arror sono state cancellate per punire i miei sostenitori». William Ruto – il vicepresidente del Kenya, candidato tra i più accreditati per vincere le elezioni presidenziali del 9 agosto – parla delle infrastrutture bloccate con l’accusa di essere al centro di un caso di corruzione internazionale di fronte alle telecamere di KTN News Kenya. È il 26 luglio, giorno del Dibattito presidenziale 2022 in diretta televisiva. Ruto però è da solo: il suo principale sfidante, Raila Odinga, ha deciso di non presentarsi per evitare di condividere il palco con una persona che «non ha alcun rispetto per l’etica, la morale pubblica o la vergogna e manca di decenza», si legge in un comunicato. Il riferimento è ad alcuni episodi della campagna elettorale, in particolare alcuni attacchi sessisti alle candidate degli altri schieramenti. Indagato dalla Corte penale internazionale per le violenze post elettorali del 2007 (poi assolto), Ruto è stato coinvolto in diversi scandali in Kenya per corruzione, furto di terra e persino per l’omicidio di un imprenditore, Jacob Juma.

Omicidio a Nairobi

Il 16 maggio 2016 il corpo di Jacob Juma, noto e controverso imprenditore keniota, è stato trovato senza vita a bordo della sua Mercedes, crivellata da dieci colpi di pistola. Fin dall’inizio, l’ipotesi degli inquirenti è che si tratti di un omicidio. Nella sua vita Juma ha accusato di corruzione ministri, giudici, alti funzionari di partito e in alcuni casi è anche riuscito a ottenere risarcimenti milionari. Cinque mesi prima del suo assassinio, ha dichiarato di aver scoperto un piano ordito dal Jubilee party, il partito del presidente Uhuru Kenyatta, eletto nel 2013 insieme a William Ruto, per ucciderlo. Ha definito politiche tutte le accuse nei suoi confronti. Un precedente piano per cercare di ucciderlo nel 2014 è stato oggetto di un’indagine. Dei tribunali civili hanno condannato Juma di ripagare alcuni proprietari terrieri a seguito di alcune acquisizioni. I magistrati del Paese ancora non sono riusciti a scoprire chi sia stato il suo killer. Il candidato Raila Odinga durante la campagna elettorale ha promesso di ordinare l’avvio di un’indagine sull’omicidio.

I giornalisti di KTN News Kenya lo incalzano con domande sulla Valle del Kerio, una regione dove impazzano le bande armate (150 morti solo nel corso del 2022), anche a causa della decisione del governo di ritirare alcuni riservisti della polizia dalla regione perché avrebbero potuto unirsi ai gruppi armati. Gli scontri tra gruppi etnici e bande sono un elemento ricorrente, purtroppo, nella storia elettorale del Paese. Secondo Ruto la scelta dell’esecutivo è stata sbagliata ed è stata presa nell’ottica di colpirlo. Destabilizzare quella regione significa infatti destabilizzare un suo bacino elettorale. D’altronde il presidente ancora in carica Uhuru Kenyatta non potrà ricandidarsi e il suo vecchio delfino Ruto non è più tra i suoi favoriti per la successione. Anzi, è il candidato che non deve vincere.

La Valle del Kerio, parte della provincia del Rift dove Ruto è molto popolare, è anche un’area ricca di risorse naturali ma povera di infrastrutture. A provocare il banditismo, secondo Ruto, sarebbe principalmente la competizione per il controllo delle risorse: acqua, terre per l’allevamento, terre agricole. La regione sarebbe il granaio del Kenya, ma nella pratica è una sacca di povertà.

La costruzione delle dighe di Kimwarer e Arror, villaggi che si trovano in questa regione, è stata bloccata per ordine della Direzione della pubblica accusa (Dpp), una sorta di procura generale del Kenya, a seguito di un’indagine del 2019 che ipotizza i reati di frode, violazioni delle procedure amministrative sugli appalti, corruzione. A commettere i reati sarebbero stati pubblici ufficiali del Kenya e il consorzio di aziende italiane a cui sono stati assegnati i lavori di costruzione: una joint venture tra la Cooperativa Muratori e Cementisti (CMC) di Ravenna e Itinera, società del Gruppo Gavio.

Il Vicepresidente e candidato alle elezioni presidenziali del Kenya, William Ruto, durante un comizio pubblico lo scorso 3 agosto a Thika (Kenya) - Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty

Il Vicepresidente e candidato alle elezioni presidenziali del Kenya, William Ruto, durante un comizio pubblico lo scorso 3 agosto a Thika (Kenya) – Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty

Le due infrastrutture avrebbero dovuto far parte di un piano nazionale per rendere il Kenya più efficiente sul piano dell’approvvigionamento delle risorse entro il 2030. La commessa è stata assegnata insieme ad altre tra la fine del 2014 e il 2015, i lavori sono cominciati nel 2017. In altri 18 siti di costruzione è stata una commissione parlamentare del Kenya a bloccare i lavori: i contratti erano «esposti al rischio di abusi» e «i kenioti non [stavano] ottenendo un buon rapporto qualità-prezzo» ma per nessuna di queste opere è partita un’indagine della magistratura.

A cinque anni dall’inizio dei lavori di Kimwarer e Arror, i misteri intorno a quanto sia davvero successo ai circa 500 milioni di euro destinati alle dighe invece che diradarsi si sono sempre più infittiti. Da un lato, appare chiaro che esiste una componente politica nell’indagine; dall’altro, degli elementi concreti sembrano esistere, per quanto siano stati poco approfonditi.

I punti fermi sono pochi. Il primo è che le dighe, ad oggi, non sono state costruite. Il secondo è che il progetto è finanziato in parte dalle autorità del Kenya, in parte da istituti di credito europei attraverso uno schema che si chiama Engineering, Procurement, Construction and Financing che a monte è garantito da SACE, veicolo controllato dal Ministero delle finanze italiano. Il terzo è che il consorzio CMC-Itinera ha ottenuto un pagamento anticipato di 66,6 milioni di euro per la realizzazione delle opere.

Come funziona SACE

Da oltre 40 anni, SACE fornisce servizi assicurativi e finanziari per le imprese italiane. È da sempre a controllo pubblico. Attraverso SACE, le aziende possono ottenere una garanzia pubblica che facilita la concessione di prestiti e finanziamenti da parte delle banche. Il sistema di garanzia di SACE serve anche a sostenere il credito per le aziende dopo la pandemia, come abbiamo raccontato qui.

L’inchiesta coordinata dalla Dpp non individua le potenziali mazzette, nonostante tracci i soldi usciti dalle casse del consorzio di aziende italiane per i subappalti. Non è nemmeno chiaro quale sia esattamente la condotta criminale dei manager italiani, mentre già emergono più criticità sui comportamenti dei pubblici ufficiali del Kenya. Il cuore dell’inchiesta sono le irregolarità nella procedura d’appalto. Ad esempio, solo una delle due dighe è stata formalmente approvata dal Gabinetto del Kenya, un organismo governativo che si occupa di materie di interesse nazionale, e le dighe che dovevano essere date in concessione, secondo la deposizione a processo di un ufficiale di polizia che si è occupato delle indagini, invece sono state cedute attraverso «contratti commerciali».

Quale sia il reato implicito nella scelta di questa forma contrattuale non è tuttavia chiaro. Tanto è vero che fin dall’inizio CMC ha respinto con forza ogni accusa sul suo conto, sottolineando come l’intervento della magistratura abbia impedito la prosecuzione dei lavori, insieme alla mancata collaborazione del demanio del Kenya che non ha dato l’accesso ai terreni dove costruire la diga. Argomenti che risuonano anche nelle parole di William Ruto.

Una congiura politica?

«Onorevole Ruto, – la giornalista, impassibile, si rivolge al candidato ricapitolando quanto ha appena elencato: il teorema ha del surreale – ci sta dicendo quindi che esiste una grande cospirazione tra il tribunale, la procura e con pezzi della politica in merito alle dighe di Kimwarer e Arror che ora sono in tribunale?». «Per sua informazione – risponde l’interlocutore, piccato – Arror e Kimwarer sono stati firmati insieme ad altri progetti governativi, assegnati alle stesse aziende, finanziati dagli stessi istituti finanziari e non con la mia firma ma quella del presidente del Kenya». Prosegue dicendo che quando sarà chiaro perché le dighe sono state fermate, i cittadini keniani saranno «scioccati» e promette di riuscire a portare a compimento le due opere, quando diventerà presidente.

Per quanto parte di una stessa compagine di governo, Kenyatta e Ruto sono diventati acerrimi rivali da quando è cominciata l’inchiesta sulle dighe. Henry Rotich, ex ministro del Tesoro molto vicino a Ruto, è l’unico personaggio politico di rilievo nazionale che è stato messo sotto processo (dopo un primo arresto a luglio 2019 finalizzato al suo interrogatorio). Sarebbe il vero beneficiario dell’operazione, nell’ipotesi investigativa. In una petizione per chiedere la fine dell’indagine nei suoi confronti, Rotich si domandava come mai altre figure chiave del governo Kenyatta non fossero state indagate. Ruto ha ripreso il punto nel corso del dibattito per le presidenziali: perché altri progetti non sono stati toccati, per quanto le persone fisiche e giuridiche coinvolte siano le stesse?

Il riferimento più immediato è il progetto per la diga di Itare, sempre nella Rift Valley. È stato assegnato a dicembre 2014, pressoché in contemporanea con Kimwarer e Arror, sempre a CMC, con finanziatori in project financing gli stessi istituti di credito europei. Il pagamento anticipato ha permesso all’azienda italiana di incassare 36 milioni di euro, da restituire una volta raggiunto il 30% di completamento del progetto. Secondo alcuni documenti interni ottenuti da IrpiMedia, i dipendenti dell’azienda che si trovavano al cantiere a novembre 2018 erano rimasti con poco più di 50 mila euro in cassa ma avevano già debiti (tra fornitori e spese vive per vitto e alloggio degli expat) per circa 26 milioni di euro. Avevano due conti corrente accesi, uno alla banca Barclays e l’altro alla banca keniota Equity Bank. Il primo era sostanzialmente inutilizzabile perché già CMC aveva ottenuto un prestito che non riusciva a restituire. In un carteggio si legge che CMC «ha perso ogni credibilità» con l’istituto di credito inglese: «Aspettano notizie dalla Sede che non arrivano». Di certo CMC si trovava infatti già in pessime acque finanziarie.

Per ottenere la gara di Itare, CMC nel 2013 ha sottoscritto un contratto di consulenza con Stansha Limited, società specializzata nel settore delle costruzioni di proprietà di Stanley Muthama, parlamentare di Lamu, area molto lontana dal progetto. Stansha si impegnava ad aiutare CMC a ottenere degli appalti con le autorità The Rift Valley Water Services Board (RVWSB) e Athi Water Service Board (AWSB) al prezzo del 3% del valore dell’appalto. Secondo quanto ricostruito dall’indagine della Dpp, però, potrebbe non esserci solo Itare tra gli appalti sui quali Stansha ha messo lo zampino. Infatti ci sarebbe un certo Stanley Muthama che il 25 novembre 2015 partecipa in qualità di «CMC Kenya staff office» a un incontro con l’autorità della Kerio Valley per chiarire alcuni punti sul contratto per la diga di Arror, insieme a dei dirigenti della società italiana. È uno degli incontri decisivi per l’assegnazione dell’appalto di Arror.

Stanley Muthama non è stato indagato nel procedimento su Kimwarer e Arror. È stato però arrestato a giugno 2019 dalla Kenya Revenue Authority (KRA), l’autorità fiscale keniana, che gli contesta circa 4 milioni di euro di frode fiscale commessa tra il 2013 e il 2017. Eletto con uno dei partiti che sosteneva la candidatura del presidente Kenyatta cinque anni fa, alle elezioni del 2022 Muthama è un sostenitore di Raila Odinga.

La situazione di CMC

CMC, storica cooperativa costituita nel 1915 che conta circa 340 soci-lavoratori, è in una situazione economica molto grave da almeno quattro anni. Nel 2018 è entrata in concordato preventivo allo scopo di restituire un debito da 1,5 miliardi di euro, tra debiti ai fornitori e stipendi dei propri dipendenti. Durante l’ultima riunione al ministero dello Sviluppo economico, svoltasi due giorni prima della caduta del governo Draghi, l’amministratore delegato Romano Paoletti ha chiarito che «il fabbisogno finanziario dell’operazione di salvataggio (tramite cessione di ramo d’azienda a valore di mercato) ammonta a 100 milioni di euro e che, allo stato, CMC sta onorando le pre-deduzioni molto onerose del piano concordatario, con seria difficoltà, qualora non intervengano soluzioni medio tempore, a far fronte, nel prossimo autunno, al pagamento degli stipendi del personale dipendente, considerate anche le fortissime restrizioni subite in relazione all’accesso al credito bancario».

In altri termini: CMC ha bisogno di un’iniezione immediata di liquidità per cercare di salvarsi, visto che ormai i rapporti con le banche sono del tutto compromessi.

Tra le principali cause della crisi di CMC, comune a molte aziende del settore edilizio italiano, c’è il ritardo nei pagamenti in particolare dei committenti pubblici. CMC però fino alla prima relazione semestrale del 2018 ha minimizzato i problemi con i suoi soci, mostrando un bilancio in positivo grazie alle commesse in continua crescita. La crisi di liquidità che però era già in essere ha sostanzialmente compromesso la gestione dei cantieri. Non è bastato ottenere gli anticipi per l’esecuzione dei lavori da commesse estere per rimettersi in sesto, come dimostra l’esempio del Kenya. Anzi, lavori come questi si sono portati dietro un lungo strascico di contenziosi.

La Tunnel Boring Machine, o "talpa", di CMC per lo scavo di una galleria a Yintao (Cina) - Foto: cmcgruppo.com

La Tunnel Boring Machine, o “talpa”, di CMC per lo scavo di una galleria a Yintao (Cina) – Foto: cmcgruppo.com

Un caso riguarda la commessa da 550 milioni di dollari per la costruzione di un impianto idroelettrico in Nepal. Il contratto con la cooperativa italiana è stato recesso dalla stazione appaltante nepalese nel 2019. Una sentenza della Terza sezione del Tribunale di Bologna del 4 giugno 2020 ha condannato la cooperativa a restituire circa 15 milioni di euro a una banca del Nepal che aveva finanziato il progetto. La cooperativa italiana non aveva infatti avvertito la banca nepalese della sua situazione economica difficile e «non aveva neppure dato inizio ai lavori oggetto di contratto, così realizzando l’inadempimento totale e assoluto delle obbligazioni assunte».

Se la partita giudiziaria in Nepal si è chiusa, in Kenya invece è ancora agli inizi. CMC ha un procedimento aperto alla Corte internazionale di arbitrato della Camera di commercio internazionale, la principale sede arbitrale del mondo. Chiede all’autorità della Kerio Valley 115 milioni di dollari per quella che di fatto è stata una cancellazione delle due commesse. A questo si aggiunge una decina di casi aperti nei tribunali civili del Kenya con subappaltatori. A rischio c’è un’azienda da una storia ultracentenaria con circa 3.800 dipendenti.

Comunque vadano le elezioni in Kenya, è difficile che l’inchiesta giudiziaria keniana riesca davvero a svelare cos’è successo alle commesse per le dighe. In Italia, non sembra esserci margine per l’apertura di un fascicolo. Di certo l’andamento degli arbitrati e dei contenziosi con le autorità africane potrà al massimo contribuire ad affossare CMC, non a risollevarla dalla crisi economica in cui versa. Per questo servirà il contributo italiano o qualche acquirente straniero. È il finale annunciato di una saga infinita, sia per CMC, sia per il governo del Kenya.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli

Ha collaborato

Patrick Gathara (The Elephant)

Editing

Lorenzo Bodrero

In partnership con

Mappe

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

Il Vicepresidente e candidato alle elezioni presidenziali del Kenya, William Ruto, durante un comizio pubblico lo scorso 3 agosto a Thika (Kenya)
(Yasuyoshi Chiba/Getty)

Con il sostegno di

JournalismFund

Il Vicepresidente e candidato alle elezioni presidenziali del Kenya, William Ruto, durante un comizio pubblico lo scorso 3 agosto a Thika (Kenya) - Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty

Quello che resta del progetto delle dighe di CMC in Kenya

Quello che resta del progetto delle dighe di CMC in Kenya

Lorenzo Bagnoli
Dauti Kahura

Il 22 luglio 2019 il ministro del Tesoro del Kenya, Henry Rotich, è stato arrestato con l’accusa di frode e corruzione. Secondo i magistrati del Kenya, insieme a un gruppo di funzionari ministeriali e di società pubbliche, avrebbe favorito l’assegnazione dell’appalto per la costruzione di due dighe al consorzio italiano tra la Cooperativa muratori e cementisti di Ravenna (CMC) e Itinera, società del gruppo Gavio, ancor prima che uno dei due progetti fosse approvato a livello governativo. Il prezzo delle due dighe nel progetto CMC sarebbe stato più alto del costo reale, di poco meno di 200 milioni di dollari. Il margine in più sarebbe andato a finanziare tangenti per Rotich e altri oltre che prestiti commerciali per un progetto che ancora non era stato approvato.

Secondo l’accusa, il contratto iniziale era stato discusso con un’autorità locale delle risorse idriche, poi si sarebbe intromesso il ministero guidato da Rotich, commettendo abuso d’ufficio in associazione con gli altri indagati: «Il Tesoro ha negoziato un accordo che ha aumentato il prezzo di circa 63 miliardi di scellini (circa 500 milioni di euro, ndr), 17 dei quali non necessari o da pagare in modo tempestivo, indipendentemente dalle prestazioni o dai lavori», si legge nel comunicato stampa della procura generale del Kenya con il quale è stato annunciato il mandato d’arresto per Rotich e altre 28 persone, compresi dei manager di CMC. Attraverso il suo avvocato Paul Ng’arua, Rotich ha fatto sapere al quotidiano locale Business Daily che la procura sta sbagliando a valutare la sua posizione, visto che non ha mai avuto voce in capitolo nel processo di assegnazione dell’appalto.

Se il processo si celebrasse in Italia, dentro l’accusa probabilmente ci sarebbe anche concussione, visto che Rotich e gli altri uomini del ministero hanno potuto esercitare pressione per assegnare i lavori proprio in virtù della loro veste da pubblico ufficiale. Nel diritto kenyota rientra dentro il concetto di corruzione.

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«Le indagini – prosegue il comunicato stampa – hanno stabilito che i funzionari governativi non hanno rispettato tutte le regole sugli appalti e hanno abusato del loro giuramento d’ufficio affinché il progetto andasse in porto. Sono state ignorate le procedure d’appalto previste dalla legge per assicurarsi che il contratto fosse ottenuto alla CMC di Ravenna». Fin dall’inizio, CMC e gli altri funzionari coinvolti in quest’indagine giudiziaria, incluso l’ex ministro Rotich, si sono dichiarati innocenti e hanno negato la ricostruzione dei fatti della procura.

L’azienda italiana non ha voluto rilasciare commenti, né rispondere alle domande in vista dell’uscita di questa serie di inchieste.

Le elezioni all’orizzonte

In Kenya si vota ad agosto di quest’anno e il processo per frode e corruzione, senza ombra di dubbio, ha una forte componente politica. Il principale accusato, l’ex ministro Rotich, è infatti un fedelissimo di William Ruto, l’attuale vicepresidente del Kenya. Con l’inizio dell’inchiesta è venuto a galla uno scontro sotterraneo che coinvolge i vertici dello Stato africano.

L’attuale presidente, Uhuru Kenyatta, è arrivato alla scadenza del secondo mandato consecutivo, il limite massimo stabilito dalla Costituzione del Paese, quindi dovrà lasciare il posto. Invece che sostenere la corsa del suo vice, però, Kenyatta a febbraio 2022 ha deciso di sostenere quello che è stato per anni il suo rivale, Raila Odinga.

Uhuru Kenyatta è il figlio del primo presidente del Kenya, Jomo Kenyatta; Raila Odinga invece è figlio di Oginga Odinga, che di Jomo Kenyatta fu il vicepresidente.

I Kenyatta e gli Odinga sono due delle famiglie più influenti del Kenya, esponenti di una sorta di aristocrazia del Paese, nata al momento della sua indipendenza nel 1964 (per quanto alle origini lo spirito del nuovo Kenya fosse anti-imperialista e Jomo Kenyatta avesse una formazione comunista, il sistema fino al 1990 è stato monopartitico). Dopo la morte dei genitori, Uhuru e Raila si sono trovati sempre su barricate opposte, a contendersi le sorti del Paese. Al contrario, William Ruto è un uomo di origini molto più umili ed è entrato in politica da militante “di strada”. L’allenza tra i due si è costituita per le elezioni del 2013.

Il procedimento giudiziario contro Rotich ha esacerbato la contrapposizione esistente: da un lato le famiglie “tradizionali”, dall’altro l’outsider che è entrato (ormai da anni) nell’establishment politico del Paese. Entrambi i poli si accusano reciprocamente di corruzione e l’indagine sulle dighe di CMC è il principale guaio giudiziario con il quale Ruto e i suoi hanno a che fare in questo momento.

Le tensioni etniche in Kenya

Le elezioni del 2007 ebbero un esito incerto: i contendenti, Raila Odinga (lo stesso che corre nel 2022) e Mwai Mbeki, sostenevano entrambi di avere vinto. Durante gli scontri tra gruppi etnici a sostegno dell’uno e dell’altro candidato che si verificarono dopo le diverse proclamazioni, morirono circa 1.200 persone. Gli sfollati furono 600 mila. Alla fine a vincere fu Mbeki, candidato di etnia kikuyu. Nell’altro schieramento, invece, stava William Ruto, sostenitore del perdente Raila Odinga. I due finirono imputati in un processo della Corte penale internazionale dell’Aja per crimini contro l’umanità (ne uscirono entrambi assolti, Kenyatta nel 2014 e Ruto nel 2016).

Erano entrambi accusati di aver organizzato dei raid per colpire i gruppi etnici rivali: Kenyatta i luo, Ruto i kikuyu. Per Kenyatta c’era anche l’accusa di essersi messo in contatto con un’organizzazione criminale kikuyu, i Mungiki, affinché colpissero i sostenitori di Odinga. Nel governo di “unità nazionale” che ne uscì in seguito, sia Kenyatta sia Ruto ebbero un ruolo: Ruto ministro, Kenyatta vice di Mbeki.

L’esasperazione degli aspetti etnici è sempre stata una delle fonti delle crisi politiche del Kenya. Diventa l’alternativa a sostanziali differenze di programma e l’adesione al partito corrisponde a un’affermazione della propria identità. In particolare da dopo il 2007, a ogni elezione si ripresenta il tema delle rivendicazioni sulla base del proprio gruppo di appartenenza, che spesso sono sfociate in episodi di violenza (mai brutali quanto nel 2007). L’alleanza tra Ruto e Kenyatta è stata funzionale per quest’ultimo a conquistarsi il sostegno dei kalenjin, gruppo etnico a cui appartiene Ruto.

La base elettorale più forte dei kalenjin sta proprio nella zona della Rift Valley, luogo dove era prevista la costruzione delle dighe.

L’indagine è arrivata a confezionare il mandato d’arresto in meno di un anno, ma, dopo Rotich, non ha più colpito altri nomi eccellenti della politica kenyota. Sul fronte degli imputati italiani, Paolo Porcelli, confermato nel luglio 2020 quale direttore generale di CMC, a luglio 2019 è stato dichiarato «latitante» dalla Direzione della pubblica accusa (Dpp), una sorta di procura generale del Kenya. Pandemia e interessi politici hanno rallentato il procedimento penale, che è arrivato in aula solo a marzo 2022. Nonostante le richieste di scarcerazione, il ministro Rotich resta in carcere, mentre CMC in Italia sta gestendo un concordato con il tribunale di Ravenna.

L’azienda – che conta oltre 5.400 dipendenti – si trova da anni in una difficile situazione economica che ha allungato la lista dei suoi creditori. Per evitare di finire in bancarotta, ha chiesto al tribunale di Ravenna di poter ottenere il riconoscimento di questo strumento giudiziale che serve a tutelare sia l’azienda, sia i suoi creditori (lavoratori in primis) evitando il fallimento. Attraverso il concordato preventivo, l’azienda s’impegna a restituire quanto dovuto perché ritiene che ci siano le condizioni per incassare a sufficienza. Nel caso di CMC, però, causa pandemia il piano è già in ritardo di cinque mesi.

A complicare ulteriormente la situazione, a marzo 2021 la procura di Ravenna ha aperto un fascicolo per falso in bilancio contro CMC: l’ipotesi è che la dirigenza della cooperativa abbia aggiustato i conti 2016 e 2017 vantando crediti inesistenti o quasi e prevedendo introiti che non c’erano allo scopo di preparare la richiesta di concordato depositata nel 2018.

Anche su questo CMC ha preferito non commentare.

In Kenya, il processo sulle dighe avrà certamente un effetto diretto sullo scenario politico locale (per quanto sia difficile stabilire se una sentenza arriverà prima del voto di agosto). Altra conseguenza probabile sarà la cancellazione, almeno temporanea, dei progetti per realizzare i due impianti.

Alle origini della saga delle dighe

Arror significa «il fiume che scorre rumorosamente» in lingua markweta, uno degli idiomi parlati dalla comunità kalenjin, tra le più numerose in Kenya. La parola dà il nome a un paese che sorge vicino al letto del fiume Kerio, in una delle zone più verdi e ricche di acqua dell’intero Kenya. Insieme a Kimwarer, un’ottantina di chilometri più a sud lungo il corso del fiume, è il luogo sul quale avrebbe dovuto sorgere la diga di CMC. Entrambe le dighe da un lato avrebbero dovuto produrre energia idroelettrica, dall’altro contribuire a irrigare i campi. CMC si è aggiudicata le gare d’appalto nel marzo 2015. Ad Arror e Kimwarer, però, sono rimasti solo i resti di cantieri ormai dismessi e nessuna diga, nonostante per anni si sia cercato di costruire impianti per l’energia idroelettrica lungo la valle del Kerio.

La prima volta che il fiume Arror è stato identificato come potenziale fonte di energia idroelettrica era il 1983. Se ne trova traccia in una nota a piè di pagina di un rapporto della Banca Mondiale che riguardava un’altra serie di lavori del genere, lungo il fiume Tana. Tra anni dopo, nel 1986, il quotidiano kenyota The Nation riportava la notizia di un progetto ad Arror da circa 3,5 milioni di dollari. Una cifra incomparabilmente più bassa di quella attuale, eppure i fondi non sono mai arrivati è quel progetto è rimasto lettera morta. È stato il primo di una serie.

Più del 50% dell’elettricità del Kenya proviene da centrali idroelettriche, fonte primaria di energia seguita dal fossile. La Rift Valley, l’area geografica dove si trovano Arror e Kimwarer, è il secondo bacino produttivo del Paese. Secondo il think tank Energy for Growth Hub, «il Kenya ora può produrre significativamente più energia di quella che consuma». Nel 2019 la popolazione che ha accesso all’elettricità è quasi il 70%, una quota raddoppiata rispetto al 2014. Dal 2012 in avanti la Banca Mondiale, per risolvere la situazione, ha cominciato a proporre strumenti di finanziamento con capitale pubblico-privato per avviare progetti che rinforzassero l’infrastruttura energetica del Paese. Questo stesso sistema avrebbe dovuto finanziare anche le due dighe di Arror e di Kimwarer.

In quel contesto nasceva anche il piano di sviluppo del Kenya Vision 2030, ancora oggi il libro dei sogni che contiene i progetti di sviluppo del Paese immaginati da un board di funzionari pubblici e attori privati designato inizialmente da Mwai Kibaki, il predecessore di Uhuru Kenyatta alla presidenza del Kenya. Sia Kibaki, sia Kenyatta hanno investito molto in opere infrastrutturali (strade prima di tutto).

Nonostante la sovrapproduzione di energia odierna, in Kenya persistono enormi problemi di approvvigionamento. Secondo le stime riportate dallo studio del 2021 A comprehensive review of energy scenario and sustainable energy in Kenya di tre ricercatori dell’Università di Cape Coast, in Ghana, l’interruzione nel flusso della corrente elettrica costa alle aziende kenyote circa 54 mila dollari al mese. Tanto per i fatturati delle aziende del Kenya.

Proprio per far fronte alla crisi di allora, nel 2009, il Parlamento del Kenya aveva ripreso in mano l’ipotesi di una diga ad Arror il cui studio di fattibilità era stato assegnato a una società italiana. Dall 1986, secondo quanto ha riportato al parlamento il ministro delle Risorse idriche di allora, il costo del progetto era aumentato di 29 volte. A partire dal 1994 sono state aggiunte alla lista dei progetti per la valle del Kerio altre undici dighe di piccole dimensioni. Di quella di Kimwarer, però, ancora non si faceva menzione. È entrata nel novero dei progetti per la produzione idroelettrica solo anni dopo: nel 2012 è stato condotto un primo studio di fattibilità e nel 2014 il progetto è stato inserito nel “National Water Master Plan 2030“, capitolo delle risorse idriche di Kenya Vision 2030.

L’impegno dell’Italia

A luglio 2015 Matteo Renzi, allora primo ministro, si trovava in Kenya in visita ufficiale. Era il suo secondo viaggio in Africa, in due anni. Gli sbarchi dei migranti in Europa e la minaccia del terrorismo su scala globale erano i principali argomenti dell’agenda internazionale. Per l’Italia rendere più stretti i legami con le potenze regionali africane, come il Kenya, era una priorità.

In cambio di una maggiore impegno a garantire la stabilità del continente, Renzi portava sul tavolo investimenti italiani in Kenya. Investimenti in cambio di maggiore attenzione al tema dei migranti e del terrorismo internazionale è stato un genere di scambio molto in voga a partire dal 2015. Il quadro di Kenya Vision 2030 e la carenza di centrali idroelettriche presentavano il contesto favorevole per uno scambio del genere.

Il progetto annunciato in quel contesto, però, non è né quello di Kimwarer, né quello di Arror. È un terzo progetto, la diga di Itare, da realizzarsi non allo scopo di produrre energia elettrica, ma di garantire l’accesso all’acqua alla popolazione della provincia di Nakuru, nel cuore del Kenya. Non è toccato dall’indagine del Dpp, ma rientra nella logica di penetrazione nel Paese di CMC. Un accordo per la realizzazione del progetto già esisteva dall’agosto dell’anno precedente, ma dopo la visita di Renzi si è trovato anche un sistema per finanziarlo: «In occasione della missione del premier Matteo Renzi in Kenya, SACE, Intesa Sanpaolo e BNP Paribas annunciano la finalizzazione dell’operazione di finanziamento del progetto della diga di Itare, del valore complessivo di 306 milioni di euro, realizzato da CMC-Ravenna per conto del National Treasury keniota», scriveva in un comunicato stampa la SACE, la società controllata dal Ministero delle Finanze che assicura le aziende italiane all’estero. È la benedizione italiana per l’ingresso di CMC nella costruzione delle dighe in Kenya.

Un tratto del fiume Kerio, in Kenia - Foto: idfied/Shutterstock

Un tratto del fiume Kerio, in Kenia – Foto: idfied/Shutterstock

Oggi anche il progetto di Itare è fermo. A ottobre 2021, 40 mezzi che erano stati acquistati da CMC sono stati messi all’asta. La cooperativa di Ravenna si lascia poi alle spalle altri contenziosi aperti con dei subappaltatori locali. L’azienda di costruzioni italiane non ha però voluto rispondere alle domande sul perché anche quel progetto sia stato abbandonato.

CMC, dal canto suo, già in una nota del 2019 per il ministero degli Esteri italiano lamentava «carenze progettuali dei documenti di contratto», «una diversa e più sfavorevole e imprevista conformazione geologica» e «il sistematico pagamento in ritardo delle fatture emesse che è culminato in settembre 2018 in ritardi di portata tale da avviare la sospensione dei lavori sulla diga di Itare». La società chiedeva alle autorità del Kenya di garantire un flusso di cassa adeguato per riprendere con i lavori, ma questa situazione non si è mai verificata. Attraverso i due progetti la cooperativa italiana in tutto ha incassato circa 67 milioni di euro, una cifra insufficiente a coprire i lavori, anche a causa del buco di bilancio provocato soprattutto da commesse mai liquidate del tutto in Italia.

La situazione dei suoi conti ricorda quella di Condotte o Astaldi, due gruppi di costruzione di primo livello finiti in amministrazione controllata. Vista la crisi in Italia, CMC nel bilancio 2018 indicava il 73% degli appalti in lavorazione all’estero. Nel bilancio 2020 CMC indica anche un arbitrato internazionale in corso alla Camera di commercio internazionale con il Kenya, provocato proprio dal contenzioso sulle dighe. CMC chiede la restituzione di 124 milioni di dollari alla Kerio Valley Development Authority (KVDA), l’autorità che le ha assegnato la realizzazione delle dighe. «L’arbitrato è in fase di avvio e si presume possa finire nell’ultimo trimestre 2022 o primo semestre 2023», si legge nel bilancio consolidato del 2020.

La valle del Kerio

The Elephant, giornale online partner di IrpiMedia in questa inchiesta, ha visitato la valle del Kerio nell’ottobre 2020. La valle si distende tra due gruppi gli altipiani per circa 80 chilometri. È un paradiso verdeggiante, dove si coltivano avocado, mango, papaya, miglio, sorgo e altre graminacee. Il suo centro più famoso è Iten, città che ha dato i natali a diversi maratoneti del Kenya.

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La diga di Arror sarebbe dovuta sorgere tra i villaggi di Hossen e Kipsaiya. La Kerio Valley Development Authority (KVDA), l’autorità che gestisce le risorse idriche della regione, aveva promesso a 900 famiglie della regione, a cui aveva sottratto terreni per realizzare l’impianto, una compensazione di 52 milioni di dollari. Secondo un articolo del quotidiano Business Daily di gennaio 2022, ancora nessuno ha ricevuto quanto promesso. «Non è stata costruita alcuna diga – racconta a The Elephant Salome Chebet, una residente -. È stata una truffa: l’unica opera realizzata è stato un container trasformato in ufficio». Nemmeno di quello c’è più traccia. «Con il senno di poi – prosegue – è un bene che la diga non sia mai stata costruita. Nessuno la vuole più, è il risultato di una presa in giro, una truffa politica di persone che abbiamo eletto e che dicevano di rappresentare i nostri interessi».

Tutti gli esponenti della KVDA sono stati indagati. Tra loro ci sono anche senatori, governatori e politici locali. Chebet li ricorda quando venivano a vendere la diga immaginaria, un progetto avveniristico che avrebbe dovuto risolvere sia il tema dell’irrigazione, sia quello dell’elettricità. Tracce di queste dichiarazioni si trovano anche in discorsi pubblici: «Prima di tutto, permettetemi di dire che i progetti di sviluppo della diga di Arror e Kimwarer sono progetti faro della Kenya Vision 2030», ha dichiarato un senatore, Kipchumba Murkomen, durante una seduta parlamentare in cui aggiornava l’aula dello stato di avanzamento del progetto, nel febbraio 2019. «Nell’ambito dei progetti Arror e Kimwarer, si prevede che oltre quattromila ettari di terra nella valle di Kerio saranno adeguatamente irrigati. Attraverso il progetto, ci sarà la generazione di 80 megawatt di energia idroelettrica per la produzione, la fornitura di acqua pulita per 80.000 famiglie e bestiame; e il sostegno alle iniziative di conservazione dei fiumi Arror e Kimwarer», ha aggiunto.

A Kimwarer è difficile anche trovare le tracce del cantiere oramai scomparso. Gli unici segni sono dei fori di perforazione di piccolo diametro conficcati nel terreno dove si sarebbe dovuto allestire il campo base dei lavoratori. Vincent Kiprop, del vicino villaggio di Tulwobei, ricorda come le delegazioni di pubblici ufficiali venissero spesso da quelle parti prima del lancio del progetto per rincuorare la popolazione. «Poi hanno smesso improvvisamente – aggiunge – e lo scandalo che ne è seguito ha spaventato la gente del posto. Ci si chiedeva: com’è possibile che nostri stessi leader possano cospirare per fregarci?».

Le conversazioni con gli altri locali seguono lo stesso spartito. Arror o Kimwarer, non fa differenza: con i progetti ormai abbandonati, resta solo una grande rabbia. Il clima è quello dell’antipolitica che conosciamo in Europa: non c’è alcuna fiducia nei confronti dei propri rappresentanti, né nella possibilità di investire sul territorio. Il loro sospetto è che i soldi delle dighe serviranno in realtà a pagare la campagna elettorale dei politici che correranno nella regione della Rift Valley e in particolare nella provincia di Elgeyo Marakwet. Eppure dal 2007 la lotta alla corruzione è uno degli argomenti cardine delle campagne elettorali, soprattutto nelle aree rurali.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Dauti Kahura

In partnership con

The Elephant

Mappe

Lorenzo Bodrero

Editing

Giulio Rubino (IrpiMedia)
Patrick Gathara (The Elephant)

Foto di copertina

Un tratto del fiume Kerio
(idfied/Shutterstock)

Con il sostegno di

Journalism Fund – Money Trail Grants

Un tratto del fiume Kerio, in Kenia - Foto: idfied/Shutterstock