Sulla rotta di Trieste, una montagna di coca lega Urabeños e ‘ndrangheta

Sulla rotta di Trieste, una montagna di coca lega Urabeños e ‘ndrangheta
Cecilia Anesi Edoardo Anziano
È il 12 aprile 2021. A Puerto Bolivar – il più grande scalo marittimo della Colombia – gli agenti dell’antidroga fermano un carico di 300 chili di cocaina pronto a essere issato su una nave mercantile in partenza per l’Italia, porto di Trieste per la precisione. Gli agenti colombiani, guidati dai magistrati della “Fiscalìa 42 Especializada contra el Narcotrafico” sono riusciti a infiltrare un agente in un gruppo di narcos colombiani guidato da Angel. Il sequestro avviene all’insaputa dei narcotrafficanti, che credono il carico già partito alla volta di Trieste. In realtà, le autorità colombiane consegnano, via aereo, la cocaina alla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Trieste, che la stocca. La Fiscalia colombiana aveva infatti avviato una collaborazione con la Dda giuliana per potere indagare a fondo il gruppo di narcotrafficanti, risalendo la china sia dei fornitori in Colombia che dei distributori e acquirenti in Europa. Una complessa indagine congiunta, che farà emergere da una parte il Clan del Golfo, anche chiamati Urabeños, il più potente cartello di narcotrafficanti attivo oggi in Colombia che conta fino a 2mila affiliati per lo più da gruppi paramilitari di estrema destra, dall’altra diversi gruppi di acquirenti est-europei e un gruppo italiano legato alla ‘ndrangheta attivo tra Roma e Milano. A consegnare la cocaina agli acquirenti, un emissario del cartello colombiano mandato a Trieste per supervisionare e garantire che le consegne andassero a buon fine. Una misura di sicurezza presa dal clan del Golfo viste le grandi quantità spedite tra la primavera e l’autunno 2021. Trieste viene supportata da altre procure che di volta in volta si attivano per sequestrare la cocaina in distribuzione, cadono i corrieri, ma i magistrati lasciano in sospeso per mesi gli arresti dei narcos per raccogliere tutte le prove di una fitta rete di narcotraffico internazionale. Un mese fa, il 7 giugno scorso, il Tribunale di Trieste ha chiuso il cerchio spiccando 38 ordinanze di custodia cautelare contro i narcotrafficanti attivi tra Italia, Slovenia, Croazia, Bulgaria, Olanda e Colombia. “Geppo2021”, verrà battezzata questa delicata operazione dalle molte ordinanze di custodia cautelare: in memoria di “Geppo”, finanziere undercover di Trieste venuto a mancare. Sono in tutto 4380 i chili di cocaina sequestrati dalla Guardia di Finanza di Trieste, il terzo sequestro più grande d’Europa, e che dovevano essere solo l’inizio di un’alleanza tra il clan del Golfo e compratori europei che avrebbero ritirato di volta in volta circa 500 chili alla volta che sarebbero sbarcati al porto di Trieste. Se lasciate nelle mani dei narcotrafficanti, le quattro tonnellate avrebbero fruttato almeno 240 milioni di euro di guadagni illeciti.
L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.

Una veduta aerea del porto di Trieste- Foto: Getty

Una veduta aerea del porto di Trieste

Foto: Getty

 

L’ambasciatore e l’infiltrato

Convinto del successo della spedizione, il cartello colombiano invia in Italia il suo «ambasciatore» Ramon Abel Castano Castano, col compito di recuperare e vendere i 300 chili di cocaina, pura al 75%. A lui vengono affidate «tutte le attività indispensabili per il recupero e la distribuzione dell’ingente carico inviato in Italia».

Castano Castano aveva già fatto un sopralluogo al porto di Trieste prima dell’arrivo della cocaina, visitando l’ufficio del titolare di un servizio di import-export: quello che doveva garantire che la spedizione di trivelle da miniera, in cui era nascosta la cocaina, giungesse tra le banchine senza intoppi.

Ciò che il colombiano non immaginava, era che l’uomo fosse in realtà un finanziere sotto copertura. Una copertura inventata dal Gruppo d’investigazione sulla criminalità organizzata (Gico) della Guardia di Finanza di Trieste, guidato dal colonnello Marco Iannicelli, una volta che la Fiscalia 42 si era messa in contatto avvisandoli del fatto che il Clan del Golfo stesse cercando un nuovo porto in Italia dove inviare i carichi al posto di Gioia Tauro.

«A Gioia Tauro c’erano stati diversi sequestri e quindi i colombiani cercavano un altro porto e Trieste è buono per i narcos perchè è grande ma anche vicino al confine con la Slovenia, quindi è la porta per i balcani e serve le mafie balcaniche», spiega a IrpiMedia il comandante Iannicelli.

Insomma il Gico si adopera per costruire una copertura credibile, ovvero un logista che avrebbe potuto fare arrivare la cocaina fino a Trieste nonché organizzare il suo stoccaggio.

L’obiettivo è scoprire gli acquirenti finali della partita, quei terzisti che si divideranno i 300 chili per poi venderli a pesci più piccoli che si occuperanno di rifornire le reti di spaccio.

«La particolarità di questa operazione è non solo la quantità sequestrata, ma il fatto che siamo riusciti a seguire passo passo la distribuzione e svelare la rete di acquirenti», incalza Iannicelli.

Quando dalla Colombia parte la cocaina, c’è un’altra cosa che Castano Castano non immagina: la droga è stata sequestrata, tolta dal container e consegnata alle autorità italiane per via aerea. L’agente sotto copertura, con grande maestria, riesce a far credere all’ambasciatore del cartello di essere riuscito a recuperare la spedizione al porto di Trieste.

Mostrando i 300 chili effettivamente arrivati e stoccati, il finanziere undercover riesce a conquistare definitivamente la fiducia di Castano Castano, al punto da aiutarlo con le diverse consegne che consentono di tracciare la rete di acquirenti in diretto contatto coi produttori colombiani.

Si tratta, come scrive il gip di Trieste, di individui «strettamente contigui ad organizzazioni criminali di indiscutibile alto profilo». Infatti, ciascuno di loro acquista quantitativi che variano, ogni volta fra 60 e 115 kg di cocaina, per non meno di 35.000 euro al chilo.

A organizzare le spedizioni dalla Colombia sono o direttamente uomini del Clan del Golfo, o Antonio Prudente, un italiano residente in Colombia e tutt’ora latitante. «Hanno infatti organizzato dalla Colombia la spedizione dei carichi di cocaina, inviando in Italia dei loro emissari incaricati di sovraintendere le operazioni di stoccaggio e gestire le consegne ai diversi gruppi di trafficanti – scrive il gip. In Italia hanno pagato solo un corrispettivo per la logistica mentre la merce è sempre stato pagata anticipatamente direttamente in Colombia: lo si desume agevolmente dalle conversazioni captate».

Infatti, i narcos utilizzavano telefoni cifrati che sono stati decriptati grazie alla collaborazione della Homeland Security (HSI) americana.

Surespot l’app di Isis e narcos, infiltrata da HSI

I narcotrafficanti colombiani e calabresi colpiti dalle indagini congiunte della Fiscalia 42, della Dda di Trieste e con il supporto della agenzia statunitense Homeland Security Investigations, utilizzavano un’app di messaggistica istantanea chiamata Surespot, sviluppata nel 2013 da due statunitensi, che offre un modo di comunicare completamente cifrato end-to-end. Si tratta di una tecnologia che (al pari di Whatsapp e Signal) cifra ogni messaggio prima di inviarlo, in modo che possa essere decifrato esclusivamente dal dispositivo a cui è destinato. Vale a dire che chi controlla l’infrastruttura o i server non dovrebbe poter avere accesso all’informazione.

In seguito alle accuse di essere lo strumento di riferimento dello Stato islamico, tra il 2014 e il 2015 alcuni esperti di sicurezza informatica e giornalisti hanno iniziato a chiedere a 2fours, azienda che sviluppa l’app, se questa fosse ancora sicura e se le autorità statunitensi avessero in qualche modo cercato di ottenere l’accesso ai messaggi scambiati dagli utenti. Adam Patacchiola – CEO dell’azienda – non avrebbe risposto a ripetute domande relative a una possibile infiltrazione delle autorità statunitensi nella rete di Surespot. Lo stesso profilo Twitter dell’app risulta dormiente da anni e di Surespot non si è più parlato, sebbene sia rimasto disponibile negli store di Google e Apple.

Ciò che i narcotrafficanti hanno curiosamente sottovalutato, è la possibilità che HSI tenesse un piede dentro Surespot, cosa effettivamente avvenuta. Quando il 7 giugno sono scattati gli arresti di Trieste, e l’operazione “Geppo2021” è stata chiusa, sul sito di Surespot è comparsa una notizia: dal 31 luglio prossimo l’app verrà definitivamente disattivata. Surespot ha esaurito il suo scopo (ra. an.)

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Stando alle informazioni rese pubbliche dalle autorità colombiane, i carichi di cocaina erano riconducibili a Chiquito Malo, ovvero Jobanis de Jesus Avila Villadiego, un narcotraficante che ha preso la guida del clan degli Urabeños dopo che il gran capo del gruppo, Dario Antonio Úsuga David alias Otoniel era stato arrestato, ad ottobre 2021, e estradato negli USA lo scorso maggio.

Cocaina su tutto lo stivale

A maggio 2021, Castano Castano si attiva per la distribuzione sul territorio italiano. La prima consegna, appena 10 chili, è una partita di prova ceduta a due noti narcotrafficanti bulgari.

La seconda consegna è dieci volte più grande: il colombiano recapita 100 chili a due pregiudicati pugliesi, referenti di un gruppo chiamato “i veneziani”. Il pagamento, viene spiegato all’undercover, sarebbe stato «saldato mediante la cessione a Angel [uno dei capi degli Urabeños] alcuni immobili nel napoletano.

A giugno i bulgari si rifanno avanti, con un ordine di 60 chili. I finanzieri li seguono fino a Roma, ma lì ne perdono le tracce. Non hanno voluto fermarli e sequestrare la droga: si sarebbe preclusa la possibilità di indagare l’organizzazione criminale transnazionale e la possibilità di sequestrare carichi più grossi.

La pazienza premia: questo primo carico non è altro che una «prova generale» di una spedizione molto più grande.

La taglia su Jobanis de Jesus Avila Villadiego, detto Chiquito Malo, alla guida degli Urabeños

Quattro tonnellate di polvere

La Fiscalìa 42, infatti, informa gli italiani che un grande carico di cocaina è in preparazione: si parla di circa 1800 chili «che il cartello avrebbe deciso di destinare nuovamente al mercato italiano». Quasi due tonnellate, che secondo i narcos potrebbero essere facilmente distribuite in Italia, con lo stesso meccanismo usato per i primi 300 chili.

«C’è stata una progressione in cui i colombiani promettevano di inviare prima 1800 chili poi 2000 e poi si è arrivati fino a 4000 e a quel punto ci siamo mossi per organizzare la consegna controllata», spiega il comandante del Gico Iannicelli.

E così alla fine dalla Colombia (sempre con consegna controllata) a ottobre 2021 partono 4080 chili, il doppio di quanto ipotizzato. Una montagna di cocaina, con picchi di purezza fino all’85%.

Con le stesse modalità della prima spedizione, l’agente sotto copertura recupera la droga e aiuta i colombiani a smerciarla, consegnando ai clienti in Italia partite da non meno di 500 chili l’una.

A metà dicembre l’agente sotto copertura viene infatti contattato da un gruppo albanese, interessato a comprare 1800 chili di cocaina in tre consegne.

La procura di Trieste ha già tessuto la sua tela: i primi 600 chili vengono caricati il 20 gennaio 2022 in un camion sloveno in un magazzino gestito da finanzieri undercover. Ignaro, l’autista porta il camion in un capannone alle porte di Roma dove verrà arrestato assieme a chi era venuto per ritirare la cocaina.

La droga non interessa solo alle organizzazioni criminali straniere. Infatti a dicembre 2021 l’undercover viene contattato da Francesco Megna, referente di un’organizzazione calabrese che aveva concordato direttamente con il Clan Del Golfo un ritiro di 500 chili a 24mila euro al chilo, un ottimo prezzo.

Dall’incrocio tra le chat cifrate e le conversazioni ascoltate dall’undercover si capisce che Megna fa parte di un’organizzazione di narcotrafficanti di matrice ‘ndranghetista guidata da tale “Jio Scotti” (questo il nickname nelle chat).

Il mese successivo, lo stesso giro di narcos torna alla ribalta. “Jio Scotti” chiede all’infiltrato di incontrare un altro suo uomo, un giovane narcotrafficante di San Luca, che dovrà ritirare un’altro carico. Seguendolo, il Gico arriverà fino al suo capo, il misterioso “Alexander”, che solo ad aprile viene identificato. È un romano di nome Rossano Sebastiani, direttamente in contatto con i colombiani. Classe 1975, Sebastiani ha precedenti per associazione a delinquere e traffico di stupefacenti. Viene arrestato la prima volta nel 2006, perché membro di una banda che distribuiva cocaina importata dalla Spagna fra Roma e Viterbo. E poi ancora nel 2015, con oltre mille chili di droga fatta arrivare dal Brasile per la ‘ndrangheta.

Parla con l’undercover solo tramite chat cifrata, la app Surespot, e racconta come lui e “Jio Scotti” facciano capo «ad un’unica famiglia locale operante nel narcotraffico», il cosiddetto «Gruppo dei Calabresi».

Sebastiani non si dà per vinto, nonostante l’arresto del suo luogotenente sanlucota. Vuole 300 chili e così Pedro, uno dei capi del Clan del Golfo, gli organizza un incontro con i logisti triestini (ovvero gli undercover). Nel convincere l’undercover, Pedro si lascia sfuggire dettagli fondamentali: Sebastiani e i calabresi lavorano per la stessa organizzazione, e così anche Antonio Prudente dalla Colombia.

Rossano Sebastiani in posa a Medellin, Colombia, nel 2020 – Foto: Facebook

Ai primi di maggio di quest’anno il Gico viene a sapere che Sebastiani è in viaggio con un colombiano, in taxi, dalle parti dell’aereoporto di Ciampino. La GdF di Trieste, coordinata dal colonnello Leonardo Erre, decide di chiudere il cerchio e manda gli agenti a braccarlo. Ma a casa sua c’è solo la madre. Eppure dalla cellula risulta nei paraggi: i finanzieri scavalcano un cancello, trovandosi di fronte un bed & breakfast. A difenderne l’ingresso, due grossi pastori maremmani. Stanno per aggredire gli agenti quando in accappatoio, calmissimo, esce Sebastiani. Sono le nove di mattina, ha già sentito il notiziario: «Siete qui per me». Ha però una richiesta, se mi volete vivo non portatemi al carcere di Rebibbia. Deve dei soldi ad una grossa organizzazione di narcotrafficanti romani, connessa alle guerre di mafia della capitale.

Prudente resta invece latitante, come gli esponenti degli Urabeños.

Uno yacht al largo della Costa Smeralda - Foto: IrpiMedia

Un dettaglio di come veniva nascosta la merce. A destra la Guardia di finanza mostra un carico sequestrato

Via del Rimessaggio nel comune di Arzachena - Foto: IrpiMedia

I pugliesi, gli albanesi, gli sloveni e i bulgari invece sono stati tutti catturati, uniti da uno stesso destino pur essendo di gruppi slegati tra loro. «Gli acquirenti entravano direttamente in contatto con i colombiani e non si conoscevano tra loro», spiega Iannicelli a IrpiMedia.

«Normalmente l’arresto viene fatto contro i primi broker che si presentano. Gli altri candidati acquirenti spariscono perché mangiano la foglia», ha spiegato in un’intervista Antonio De Nicolo, Procuratore capo di Trieste.

Per questo, in un anno e mezzo ci sono state 19 consegne controllate che hanno permesso di tracciare gli acquirenti, e di volta in volta sequestrate la cocaina e arrestare i narcotrafficanti con delle specifiche ordinanze di custodia cautelare che il pm Federico Frezza man mano chiedeva al gip di spiccare. Un’indagine che ha richiesto una continua capacità di adattarsi, fra l’imprevedibilità di ogni consegna, il timore per la sicurezza degli undercover e vere e proprie scene da film: pedinamenti, droni, pistole in pugno. Ma la partita non è ancora chiusa, restano da fare gli arresti nella giungla colombiana e capire chi fosse “Jio Scotti”.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Edoardo Anziano

Editing

Giulio Rubino

Box

Raffaele Angius

La “nobilità” venezuelana che scava il mondo

#OpenLux

La “nobilità” venezuelana che scava il mondo

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

In Lussemburgo, quando i commercialisti fanno una “denuncia di domicilio” piantano una bandierina che significa una sola cosa. Prendono le distanze dal cliente, dall’azienda o dall’imprenditore che è registrato presso il loro studio commerciale, dichiarando una “preoccupazione rispetto alle attività dell’azienda”. Insomma, non la de-registrano, ma si dissociano rispetto a qualsiasi irregolarità dovessero riscontrare le autorità.

L’azienda, in breve, rimane aperta ma non è più domiciliata presso quella fiduciaria. Con questa azione, si accende un riflettore su possibili reati, ed è una misura che per il Lussemburgo, opaco paradiso fiscale utilizzato da imprenditori spregiudicati e criminali di mezzo mondo come raccontato dal progetto internazionale OpenLux, è già molto.

Una “denuncia di domicilio” è quella che ha interessato un’azienda lussemburghese, Petrolia Sarl, posseduta da uno dei maggior imprenditori minerari al mondo: Jose Francisco Arata. Era novembre 2019 quando la fiduciaria Amicorp ha dichiarato concluso l’accordo di domiciliazione: da allora, Petrolia Sarl avrebbe dovuto trovare un’altra sede ma così non è stato. Petrolia è “in terra di nessuno”, senza sede e senza indirizzo.

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Ritratto recentemente in posa accanto alla bellissima moglie colombiana (un’attrice famosa), l’italo-venezuelano Arata vive oggi nei Caraibi, si occupa di turismo di lusso e della casa di moda lanciata dalla consorte.

Arata è stato uno dei manager di imprese minerarie più pagato al mondo, e l’eco della sua ricchezza arriva fino all’Italia

Ma non è sempre stato così. Arata è stato uno dei manager di imprese minerarie più pagato al mondo, e l’eco della sua ricchezza arriva fino all’Italia. Passando da devastazioni ambientali in Sardegna, borghi medievali abbandonati in Toscana e complicate galassie di aziende che servono per nascondere il bottino.

Nato a Caracas, ma con origini italiane, Arata ha studiato geologia a Torino – trampolino di lancio per una serie di progetti minerari che ne hanno dettato tanto le fortune quanto le disgrazie. Dalla Toscana alla Sardegna, dal Venezuela alla Colombia, il suo nome è associato ad aziende come la la Pacific Rubiales e la Gran Colombia Corp, che hanno sottratto risorse e schiacciato le popolazioni locali. In pochi lo hanno conosciuto dal vivo, e Armando.info, IrpiMedia e Indip sono dovuti andare scarponi e binocolo a cercarne le tracce.

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L’imprenditore italo-venezuelano Josè Francisco Arata

Dopo gli studi a Torino, si è laureato in ingegneria geologica all’Università Centrale del Venezuela, trovando poi un impiego prestigioso nell’azienda pubblica di esplorazione e estrazione di petrolio Maraven, filiale della Petróleos de Venezuela. Salito al potere Hugo Chávez, le cose cambiano per Arata che assieme ad altri avrebbe voluto privatizzare Maraven. Ma Chavez li blocca, chiude Maraven e unisce le attività di petrolio e gas nell’azienda pubblica dell’energia PDVSA, buttando fuori Arata nel 2002. L’imprenditore si trova così senza impiego e, in contatto con altri ex-dirigenti Maraven, decide di andare in Colombia per convincere il governo confinante a investire nel petrolio e su di loro.

I suoi sforzi vengono premiati. Nel 2004 infatti, fonda Pacific Rubiales, che diventerà la seconda azienda petrolifera della Colombia, ma registrata in Canada. Guadagnerà moltissimo, fino a 11 milioni di dollari all’anno di salario, diventando uno dei manager più pagati al mondo. Nel frattempo, investe nell’immobiliare, nel turismo, nei casinò.

Da allora in poi i suoi soci d’affari tanto in America Latina quanto in Italia sono sempre altri due petrolieri venezuelani, Serafino Iacono e Miguel de la Campa.

Petrolio, violenza e i soldi dei Clinton

Per molti anni Arata è stato uno dei dirigenti di Pacific Rubiales, azienda mineraria canadese che ha operato per lo più in Colombia. Con gli altri dirigenti di Pacific, è finito nella prestigiosa lista dei “100 CEO più pagati” in Canada.

Quando Arata resta senza impiego, Ronald Pantin, suo ex collega in Pdvsa, lo coinvolge in una impresa epica: andare a conquistare i migliori giacimenti di petrolio della Colombia.
«Siamo andati a visitare i siti petroliferi di Campo Rubiales e abbiamo capito di avere di fronte una grande opportunità, potevamo superare i 500.000 barili al giorno. È il campo più grande della Colombia, e in Venezuela non ce n’è di simili», ha detto Pantin alla rivista Semana.

Per molti anni Arata è stato uno dei dirigenti di Pacific Rubiales, azienda mineraria canadese che ha operato per lo più in Colombia. Con gli altri dirigenti di Pacific, è finito nella prestigiosa lista dei “100 CEO più pagati” in Canada

A Bogotà fanno squadra con un altro venezuelano, Miguel Ángel de la Campa, esperto di finanziamento e sviluppo del petrolio e delle miniere. Ai tre è da subito chiaro che la Colombia ha i campi petroliferi perfetti, ma impianti obsoleti. Serve un finanziamento, e così contattano l’economista venezuelano Serafino Iacono, esperto di capitalismo petrolifero. Da allora, Arata, De la Campa e Iacono diventeranno un trio inseparabile.

Iacono sa che la borsa di Toronto, in Canada, è leader mondiale nelle transazioni nel settore minerario, del petrolio e del gas. Il posto giusto dove trovare investitori. E così, il gruppo di venezuelani si reca lì dove entra in contatto con l’uomo d’affari Frank Giustra, noto imprenditore minerario internazionale connesso all’ex presidente degli Usa, Bill Clinton da business in comune. Grazie all’intermediazione di Giustra, arriva un supporto di 440 milioni di dollari da parte della Clinton Global Foundation per iniziare le ricerche petrolifere in Colombia. In cambio, Giustra finanzierà la campagna elettorale di Hillary Clinton.

Un rapporto stretto, quello tra Giustra e i Clinton, che negli anni ha coinvolto anche Arata, ritratto a giocare a golf con l’ex Presidente Usa. Relazioni che ai Clinton hanno causato numerose critiche, considerate le conseguenze sociali e ambientali dei progetti minerari dei venezuelani in Colombia.

Infatti Pacific, lanciata grazie ai soldi dei Clinton alla conquista dell’oro nero colombiano, in soli cinque anni diventa il secondo produttore di petrolio del Paese. Ha una squadra manageriale – quella dei venezuelani – con eccezionali conoscenze minerarie e di idrocarburi, nonché abile nel muoversi in scenari internazionali, paradisi fiscali e di giocare con la borsa.

Il suo apice nel 2016 è però anche l’inizio del suo declino: in pochi anni l’azienda passa da un ciclo di crescita e conglomerazione a sovraindebitamento e insolvenza. Produce la maggior parte di gas e petrolio in Colombia, anche se investe in molti altri paesi dell’America Latina, ma quando decide di allargarsi comprando molte altre aziende petrolifere o minerarie minori, inizia a indebitarsi finendo poi in bancarotta.

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Baby-milionari in Lussemburgo

Nonostante siano minorenni, compaiono come titolari effettivi di ricche società. Sono figli di uomini d’affari che hanno conti in sospeso con la giustizia e cercano di nascondersi

La “nobilità” venezuelana che scava il mondo

Dalla devastazione delle piattaforme di Rubiales in Colombia alla miniera di Furtei in Sardegna: in comune lo stesso ricchissimo petroliere venezuelano, arroccato nei Caraibi, con proprietà a Siena e società in
Lussemburgo

I siti principali di estrazione di Pacific Rubiales sono i campi Rubiales e Quifa nel dipartimento del Meta. Qui non solo ha estratto e raffinato petrolio, ha anche usato le acque reflue della lavorazione petrolifera per coltivare palma da idrocarburo. Un “circolo virtuoso” dall’altissimo impatto ambientale e sociale, soprattutto in termini di accaparramento di terre.

Il governo di Álvaro Uribe Vélez li ha però trattati come eroi regalandogli la cittadinanza colombiana e “prestando” ai consigli d’amministrazione delle loro aziende alcuni ministri, come quello delle miniere, quello della cultura, quello degli affari esteri.

Un rapporto stretto, quello tra Giustra e i Clinton, che negli anni ha coinvolto anche Arata, ritratto a giocare a golf con l’ex Presidente Usa. Relazioni che ai Clinton hanno causato numerose critiche, considerate le conseguenze sociali e ambientali dei progetti minerari dei venezuelani in Colombia

Con la piena approvazione del governo, Pacific si è mossa con agilità in un territorio in cui le popolazioni indigene vengono schiacciate dalla sovrapotenza del capitalismo, e dalla violenza dei paramilitari e delle guerriglie.

Una situazione simile si è riscontra anche in un’altra zona della Colombia, sempre con un’azienda guidata da Arata, la Gran Colombia Corp, di cui i media canadesi hanno scritto a lungo mettendo in luce gli accordi che aveva fatto con il gruppo armato di narcotrafficanti chiamato Urabenos.

Nel dipartimento del Meta la situazione per la popolazione è disastrosa. Si produce solo petrolio o olio di palma, l’agricoltura è relegata alla sussistenza e la gente vive in uno stato di assoluta povertà, con scarso accesso alle risorse primarie. Nonostante qui si estragga la risorsa più preziosa della Colombia, il guadagno non ricade in nessun modo sulla popolazione locale. Anzi, gli indigeni hanno perso le loro terre a causa di espropri forzati e violenze.

Secondo gli analisti delle organizzazioni per i diritti civili Somo e Indepaz, i dirigenti di Pacific avrebbero stretto la mano ai paramilitari per avere sicurezza presso le strutture ed evitare – tramite una “tassa” – ritorsioni e rapimenti dei tecnici che lavorano nei campi petroliferi. Questo ha però avuto ripercussioni dirette sulla popolazione di campesinos e di lavoratori. Le forze paramilitari hanno minacciato ambientalisti che denunciavano i danni derivanti dalle attività estrattive, ma anche leader indigeni, contadini e sindacalisti. Una pratica che è poi finita fuori controllo, arrivando fino all’uccisione di alcuni sindacalisti.

Pacific ha continuato a crescere, arrivando a contare oltre 100 aziende registrate in più di 20 giurisdizioni, tra cui Panama, Isole Vergini Britanniche, Lussemburgo, Svizzera e altri paradisi fiscali. Viene quotata, oltre che a Toronto, anche sulla borsa colombiana, brasiliana e del Lussemburgo.

Eppure dal 2014 inizia la crisi nera. Un pò per i prezzi del greggio in rapido calo, un pò per scellerate scelte dell’amministrazione. La holding infatti spende e spande acquistando aziende minerarie in giro per il mondo, mentre investe in infrastrutture – porti e zone franche – in Colombia e nei Caraibi. Così, ad aprile 2016, finisce in bancarotta.

La bomba ecologica di Santu Miali

Gli eccessi e lo stile da grand viveur di Arata colpiscono. Chi l’ha conosciuto ne parla come di un amante del lusso, a cui piace dare l’impressione di poter comprare qualsiasi cosa. Auto sportive, yacht, una miniera in Sardegna.

Come quella di Santu Miali, a quaranta minuti di macchina da Cagliari, di cui Arata e Serafino Iacono diventano comproprietari grazie all’investimento nella Sardinia Gold Mining (Sgm) – partecipata al 10% dalla stessa Regione Autonoma Sardegna attraverso la società pubblica Progemisa – di cui vengono anche nominati amministratori. Ma la miniera – più che altro una cava a cielo aperto – non ricorda quelle dei film dove qualche pioniere armato di piccozza va a scavare alla ricerca del prezioso metallo. Si tratta piuttosto di un’ampia area di 530 ettari, a ridosso dei comuni di Furtei, Serrenti, Segariu e Guasila, dove l’oro è disperso nella roccia e la sua estrazione richiede il ricorso a sostanze altamente inquinanti come il cianuro, con la conseguente realizzazione di buchi, bacini di acque acide e sbancamenti.

Ed è così che si mostra all’occhio di chi la visita ancora oggi. Definito per la prima volta ufficialmente “un disastro ambientale” da una sentenza del tribunale di Cagliari del 2020, oggi l’intero sito richiede una bonifica che costerà alle casse della Regione 65 milioni di euro. Dei responsabili a cui chieder conto però non c’è traccia. Non quelli dell’ultima società che ha posseduto la miniera, né del duo Arata-Iacono, che hanno venduto giusto in tempo per non doversi accollare anche il ripristino del sito.
È sufficiente fare due passi tra le pareti di roccia sventrata e graffiata dall’esplosivo per farsi un’idea di cosa sia rimasto dell’”Eldorado sardo”. Gli specchi d’acqua acida sono tenuti sotto controllo affinché non tracimino per effetto delle piogge e ovunque è un ripetersi di strade chiuse, cancelli basculanti e cartelli arrugginiti: “Zona mineraria”, “Pericolo”, “Rifiuti tossici”, “Vietato l’ingresso ai non addetti ai lavori”.

Ma è dall’alto che la miniera di Santu Miali – più comunemente, la miniera di Furtei – offre la veduta più suggestiva. IrpiMedia ha potuto visitarla grazie all’utilizzo di un drone che ha raccolto la testimonianza di questo paesaggio lunare dall’alto. Dal cielo non è possibile ignorare i molteplici segni dell’attività umana. Uno su tutti è il “bacino sterili”: una vasca della grandezza di undici ettari che contiene tra gli 800mila e il milione di metri quadrati di liquido refluo risultato della lavorazione dell’impianto di separazione di oro, argento e rame.

L’area degli scavi nella miniera d’oro di Santu Miali in Sardegna – Foto: IrpiMedia

Non può non averlo notato nemmeno José Francisco Arata che, riportano diversi testimoni, preferiva visitare la miniera in elicottero, dall’alto, talvolta senza nemmeno scendere per non perdere la possibilità di tornare presto a Cagliari e poi via dalla Sardegna. «Perché su quella parte dell’isola non c’erano alberghi sufficientemente raffinati», riporta un testimone che all’epoca dei fatti lavorava con la Sgm.

Sorta sulle spoglie di una vecchia miniera di caolino, materiale impiegato nell’edilizia, quella di Furtei non è una miniera facile da lavorare. Le sue rocce offrono una quantità limitata di oro – intorno agli 8 grammi per ogni tonnellata di terra sbancata – a fronte di una lavorazione particolarmente impegnativa in termini ambientali ed economici. Già negli anni ‘80 furono i ricercatori di Progemisa – interamente controllata dalla Regione – e Agip miniere i primi a ricercare il prezioso materiale sul suolo sardo. Individuarono tre siti: Monte Ollasteddu, Osilo e Furtei.

Sorta sulle spoglie di una vecchia miniera di caolino, materiale impiegato nell’edilizia, quella di Furtei non è una miniera facile da lavorare

Venuto a mancare l’interesse di Agip miniere, l’Ente minerario sardo e in particolare il suo presidente, Giampiero Pinna, coinvolgono alcuni partner australiani con i quali proseguire la ricerca dell’oro sardo.

Così nel ‘93 nasce la Sardinia Gold Mining (Sgm), joint venture tra Progemisa e la Gold Mines of Sardinia (Gms), società di proprietà di un gruppo di investitori australiani che, spalleggiati da banche d’investimento come Rothschild, creano due società per gestire la miniera: la Euromining e la Mediterranean Gold Mines. Progemisa mette le concessioni, Gold Mines of Sardinia i fondi e le competenze in materia di estrazione mineraria. Il primo lingotto verrà prodotto nel 1997.

«Gli australiani sono i principali autori del danno, dello sconquasso ambientale», spiegano a IrpiMedia due fonti informate sui fatti. E d’altronde le cronache parlano di una montagna di circa un milione e mezzo di metri cubi sbancata al punto di abbassarne la sommità di quaranta metri. «Quando si “scava” con l’esplosivo in quel modo, si creano delle voragini piene di cianuro e altre sostanze tossiche causate dalla reazione chimica del portare così rapidamente in superficie materiali che stanno sottoterra. Quindi man mano che si scava così, bisogna richiudere le voragini con materiali inerti. Altrimenti poi i costi di bonificare dei “laghi” di acqua e materiali tossici sono esorbitanti, e i danni ambientali incalcolabili».

Nei pressi del sito estrattivo di Furtei / Foto: IrpiMedia – Scorri le immagini

La febbre dell’oro tuttavia passa rapidamente: intorno al 2003 il prezzo dell’oro crolla. Da Furtei ne sono state scavate 135,000 once – poco più di tre tonnellate e mezzo – a fronte dello smottamento di milioni di metri cubi di terra e rocce. Gli australiani vendono, segnando l’inizio del valzer di società e imprenditori che, negli anni successivi, cercano di mettere le mani sulla miniera. Da un lato si conta su una futura ripresa del prezzo dell’oro mentre, dall’altra, entrare in società con la concessionaria, Progemisa, potrebbe facilitare l’accesso alle altre miniere – Osilo e Monte Ollasteddu.

Così, nel 2003, un gruppo di investitori canadesi acquista la Gold Mines of Sardinia, diventando titolare del 90% del progetto della miniera. Questi sono in contatto con Arata, Iacono e De la Campa che all’epoca stavano avviando i loro progetti in Colombia con Pacific Rubiales, e decidono di nominarli come direttori poiché ritengono che abbiano le carte giuste per ottenere accordi politici e trovare investitori.

Ma la scalata del trio venezuelano nella miniera di Furtei non si ferma qui. Grazie a un accordo con i canadesi aprono la Medoro Resources utilizzando una società già in loro possesso, la Bolivar Gold. La Medoro diventerà proprietaria dell’intero pacchetto sardo, sempre in società con Progemisa, a inizio 2004. In questo modo i venezuelani diventano gestori del progetto di Furtei ed eredi delle concessioni esplorative di Osilo e Monte Ollasteddu.

L’uomo in Italia dei venezuelani è Giuseppe Pozzo, consigliere della regione Piemonte in quota Forza Italia in quegli anni e, contemporaneamente, chiamato a dirigere la filiale italiana della Medoro.

Politico di lungo corso e appassionato rallysta – oggi residente in Colombia – Pozzo non è il primo uomo di Forza Italia a prendere la porta girevole dalla politica alla gestione della miniera sarda e viceversa. Dal 2000 al 2003 il presidente della Sardinia Gold Mining è stato Ugo Cappellacci, che diventerà poi presidente della Regione Sardegna sempre nel partito di Silvio Berlusconi.

A marzo 2004 un’altra società canadese, Sargold, entra nell’investimento ma coesisterà con Medoro fino al 2006, quando diventa unica proprietaria della miniera (sempre con Progemisa). Nel 2007 passa nuovamente di mano, ceduta ai canadesi della Buffalo Gold, ancora convinti di poter scavare Monte Ollasteddu.
Il sogno è di mettere le mani sull’oro di Osilo e Monte Ollasteddu, necessario per ripianare i debiti di Furtei, dove sarebbe stato lavorato nell’impianto esistente. Ma il primo sito vede la revoca dei permessi esplorativi da parte del Consiglio Comunale, che vota all’unanimità dopo che una precedente esplorazione aveva colpito una falda causando la perdita di pressione a un’azienda che imbottiglia acqua. Il secondo sorge invece a ridosso del confine di Perdasdefogu, area militare nella quale l’esercito non gradisce ci si metta il naso.

Il “bacino sterili” dove sono stati sversati i rifiuti minerari e dove dovrebbero venire stoccati i rifiuti derivanti dalla bonifica – Foto: IrpiMedia
Con la crisi finanziaria del 2008 la Sardinia Gold Mining cessa definitivamente le attività ed entra in fallimento. A restare con il cerino in mano sono gli ultimi manager, sui quali la procura di Cagliari apre un’indagine per disastro ambientale. La sentenza ottenuta da IrpiMedia/Indip, finora mai raccontata, accerta “il disastro ambientale” della miniera, ed evidenzia il rischio che alcuni bacini possano «tracimare per troppo pieno, riversando le acque acide a valle verso il rio Monte Miali e poi verso il Flumini Mannu, e quindi verso il sottostante bacino di raccolta utilizzato per la distribuzione di acqua destinata a usi civili».

Ma alla luce dei numerosi cambi di mano, di proprietà e di quote, alla sbarra vanno solo tre imputati: gli ultimi amministratori della Sardinia Gold Mining James Grant Stewart e Brian Roy McEwan e l’amministratore delegato della società, Monty Reed. Stando alle carte della procura quest’ultimo è “irreperibile”, mentre Stewart muore prima che si celebri il processo. Solo McEwan verrà giudicato – e assolto per non aver commesso il fatto – dopo aver dimostrato che lui nella miniera, a differenza di quanti lo hanno preceduto, a malapena ci aveva messo piede.

«Buffalo Gold è stata attratta dall’investimento per l’opportunità di sviluppare una miniera sotto terra, tuttavia abbiamo operato esclusivamente a cielo aperto per un anno: sapevamo di dover fare i conti con il disastro lasciato dalle precedenti gestioni, che abbiamo provato a bonificare»

Roy McEwan

Ex amministratore Sardinia Gold Mining

«Buffalo Gold è stata attratta dall’investimento per l’opportunità di sviluppare una miniera sotto terra, tuttavia abbiamo operato esclusivamente a cielo aperto per un anno: sapevamo di dover fare i conti con il disastro lasciato dalle precedenti gestioni, che abbiamo provato a bonificare», spiega McEwen, contattato da IrpiMedia: «A nessuno interessava veramente sistemare le cose, ma trovare solo un capro espiatorio che sono stato io».

Responsabile di fatto, oggi, è la Regione Autonoma Sardegna, che nel 2017 ha approvato un piano di ripristino dell’area per il quale ha stanziato 65 milioni di euro.

Il mio castello in Toscana

La miniera in Sardegna, però, non era un posto sufficientemente elegante per le riunioni del consiglio d’amministrazione. Ed è per questo che Arata, almeno in un paio di occasioni, ha ospitato gli incontri a Montingegnoli, un’antica fortezza medievale nel mezzo di una delle più belle delle terre toscane: poco distante dalle famose terre di Siena e a due passi dall’abbazia di San Galgano.

Un complesso di 15mila metri quadri e 683 ettari di terreno costituito da borgo, castello e poderi nel comune di Radicondoli, posseduto dall’azienda agricola Montingegnoli srl. Il 25 luglio 2002 José Francisco Arata subentra a un nobile fiorentino nella guida della Montingegnoli srl. Nel frattempo l’azienda viene ceduta alla European Real Estate ApS, azienda immobiliare danese che da allora ne sarà proprietaria.

Il borgo e il castello di Montingegnoli nel 1995. Foto d’archivio ottenuta grazie ad una richiesta di accesso agli presso il comune di Radicondoli
La European Real Estate ApS che controlla la Montingegnoli è a sua volta controllata dalla Toscana Holdings ApS, un’altra azienda danese che appartiene a due imprenditori italo-venezuelani, Juan Francisco Clérico e Fedele Clérico Bertola – tra i principali costruttori del venezuela e anche loro dalle origini piemontesi – e all’argentino Valentín Bagarella Gleim.

Al contempo però, Montingegnoli srl non esiste più sotto questo nome poichè è stata incorporata dalla Turismo & Energia srl di Torino, posseduta dalla Muraseni Investments di Panama. Ricomponendo il complesso puzzle che ne offusca il reale proprietario, dietro quest’ultima società c’è Josè Francisco Arata, il nostro petroliere italo-venezuelano.

Quindi a possedere il borgo e castello di Montingegnoli sono i Clerico, Bagarella e Arata. D’altronde, dicono testimoni che hanno incontrato Arata lontano dalle terre senesi, l’imprenditore si è sempre vantato di avere «un castello in Toscana».

Dal 2002 ad oggi però, il borgo è stato lasciato in balia delle intemperie. L’accesso alla piazza chiuso con delle tavole di legno, i passaggi voltati del borgo impediti da cancelli arrugginiti e puntellati da ferri ormai incerti. Scricchiola, Montingegnoli, mentre ti guarda. E si domanda il perchè, di tale incuria. Solo il prato, verdissimo, è tagliato.

D’altronde deve fare una buona impressione questa proprietà privata, oggi in vendita presso l’agenzia di lusso Romolini Immobiliare di Arezzo. Nella brochure dell’agenzia, si pubblicizza la struttura di un tempo, con gli affreschi ancora intatti, la torre merlata sporgente che sorveglia piazza e giardini, nonché le cento camere e bagni. Il luogo perfetto per costruire un boutique hotel a cinque stelle, almeno su carta.

Per capire meglio cosa è successo a Montingegnoli, e perché il borgo, il castello e i dieci poderi siano stati abbandonati dai ricchi proprietari venezuelani, Arata e Clerico, IrpiMedia ha verificato di persona negli archivi dell’ufficio tecnico di Radicondoli, grazie a una richiesta di accesso agli atti.

L’ingresso chiuso del borgo di Montingegnoli oggi – Foto: IrpiMedia

Qua c’è solo una pratica edilizia risalente al 1995 e consegnata dai nobili fiorentini: è un progetto di ristrutturazione per fare mini appartamenti per residenza e turismo. Nella valutazione di impatto ambientale, viene descritta anche la volontà di sfruttare una risorsa termale ai fini del turismo e una risorsa geotermica presente nel sottosuolo ai fini civili.

Il territorio – conosciuto come la zona delle Colline Metallifere per la grande presenza di risorse minerarie – è fortemente a vocazione geotermica, tanto che il geologo che redige la VIA nel 1995 scrive “dal punto di vista economico la zona è universalmente individuata nella geotermia”. Oggi proprio per via della geotermia e delle compensazioni, Radicondoli e gli altri comuni della zona sono tra i più ricchi d’Italia. Ma non è tutto oro ciò che luccica, perchè sia le amministrazioni comunali che la Soprintendenza ai beni culturali si sono opposti a nuovi progetti di ricerca geotermica nella zona, anelati invece da Regione Toscana.

Che sia per questo che Arata si sia interessato al “complesso Montingegnoli” e non per vantarsi nel mondo di avere un castello? Infondo, questa non è certo la zona del Chianti bensì un territorio selvaggio, per lo più abbandonato, e lasciato completamente in mano all’industria estrattiva.

Sia le amministrazioni comunali sia la Soprintendenza ai beni culturali si sono opposti a nuovi progetti di ricerca geotermica nella zona, anelati invece da Regione Toscana

Una domanda a cui, a Radicondoli, non si riesce a trovare risposta. Ci sono al momento tre progetti pilota per ricerca geotermica proprio nella zona, e che passerebbero a poche centinaia di metri dal borgo. A presentare i progetti sono tre cordate di piccole aziende, con strutture societarie opache a scatola cinese, ma di Arata nemmeno l’ombra.

«L’Amministrazione oggi è contraria a nuovi progetti geotermici, non vogliamo un’altra centrale sotto al nostro naso», ci spiegano dal Comune di Radicondoli. La porta accanto dell’Ufficio Tecnico però è la sede del Cosvig, ovvero il coordinamento per le centrali geotermiche.

È in questi corridoi che è passato nel 2012 anche Arata, consegnando un nuovo progetto per Montingegnoli, questa volta agricolo. O meglio, si chiede il permesso di rinnovare la vigna, costruire da zero una cantina del vino con punto degustazione, e deruralizzare alcuni dei poderi.

Una delibera di giunta gli dà l’ok, specificando che però l’ordine delle cose debba prevedere la ristrutturazione della cubatura esistente, prima di procedere con qualsiasi altra costruzione.

A dire, avete un patrimonio esistente, sfruttatelo. D’altronde, ci spiegano sottovoce, «quando i venezuelani sono venuti a parlare, avevamo belle speranze. Qui in passato c’erano grandi progetti per la tenuta di Montingegnoli e ci auguravamo volessero davvero investirci». D’altronde, nel piano strutturale di Radicondoli, Montingegnoli è descritta come la punta di diamante per rilanciare il turismo nella zona. E la Soprintendenza ha recentemente apposto un vincolo paesaggistico a tutto il territorio di Radicondoli.

Anche se, a guardare la valle del castello, non si vedono altro che fumate bianche. Le tante centrali geotermiche che puntellano la zona.

La buena vida

Lasciata Pacific Rubiales, Arata ha deciso di stabilirsi nei Caraibi – nell’esclusiva zona di Punta Cana in Repubblica Dominicana – dove vive tutt’ora con la sua seconda moglie, Ana María Trujillo, una attrice ed ex reginetta di bellezza che ha lanciato la linea di couture “Arata”.

Da lì gestisce un’altra compagnia energetica interessata ai giacimenti petroliferi ecuadoriani oltre ad essere nel consiglio d’amministrazione di cinque aziende canadesi del settore energetico, che investono in miniere in diverse parti delle Americhe.

Non che la buonuscita da Pacific Rubiales lo avesse lasciato sul lastrico, considerati gli otto milioni di dollari di liquidazione, più i diritti sulle azioni per un altro milione e tre.

Dai Caraibi Arata gestisce un’altra compagnia energetica interessata ai giacimenti petroliferi ecuadoriani oltre ad essere nel consiglio d’amministrazione di cinque aziende canadesi del settore energetico, che investono in miniere in diverse parti delle Americhe

Ad Arata però piace tenersi occupato. Infatti, dalla villa di 5mila metri quadri, Arata dirige una miriade di investimenti nel settore turistico e immobiliare sia nei Caraibi che in Colombia.

La sua vita di lusso viene descritta da Armando.info anche nella serie di inchieste dei #FinCENFiles, ma restano molte ombre sulla sua ricchezza.

L’ultima suggestione viene da una denuncia dell’anno scorso. Il socio di maggioranza dell’azienda canadese Coalcorp ha denunciato gli ex-manager dell’azienda Arata, Iacono e Miguel de la Campa assieme ad altri accusandoli di avere volutamente sottratto risorse all’azienda per arricchimento personale. In soldoni, avrebbero acquistato a prezzi bassissimi assets minerari con un’azienda offshore, registrata nelle isole vergini britanniche, per poi rivenderli a prezzi calmierati alla stessa azienda canadese che dirigevano. Come svelato dai Panama Papers, i pagamenti sarebbero passati tramite un’agenzia irlandese controllata da una lussemburghese e gestita dalla fiduciaria panamense Mossack&Fonseca.

È probabilmente questo ciò che ha acceso il campanello d’allarme in Lussemburgo, causando nel 2019 la “denuncia di domicilio” da parte del commercialista di un’altra società di Arata, la Petrolia, che deve aver preferito non avere a che fare con movimenti finanziari per nulla trasparenti. Anche perchè l’accusa presso il Tribunale canadese è quella di avere sottratto indebitamente milioni di dollari spesi poi in yacht, opere d’arte e lavori di ristrutturazione. Sicuramente, per ora, né a Montingegnoli né a Furtei.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

In partnership con

Editing

Giulio Rubino

Foto

La miniera di Furtei/IrpiMedia