Conflitto d’interessi e sanità: i dati in Europa

Conflitto d’interessi e sanità: i dati in Europa
Lorenzo Bagnoli

Nel 2010 in Francia è scoppiato uno scandalo a seguito degli effetti collaterali provocati dal Benfluorex, principio attivo fino a quel momento impiegato in farmaci per far perdere peso ai pazienti diabetici. A dicembre 2009 l’Agenzia europea del farmaco (Ema) lo ha ritirato dal mercato perché i rischi di malformazioni alle valvole cardiache erano maggiori dei benefici. Prima di quella presa d’atto, però, c’è stato un numero imprecisato di decessi, fra i tre e i duemila nella sola Francia, l’unico Paese europeo dove un’azienda che produceva farmaci con questo principio attivo è finita sotto inchiesta. A marzo 2021 è stata anche condannata per frode.

Oltralpe, dal 2011 esiste una legge che regola le relazioni tra le aziende farmaceutiche, medici e agenzie che si occupano di sanità pubblica. L’obiettivo è rendere trasparenti delle relazioni che altrimenti possono alimentare l’iperprescrizione dei farmaci anche quando non sono necessari o, peggio, hanno già effetti collaterali noti. I legami pericolosi si costruiscono attraverso operazioni che appaiono innocue che vanno dalle sponsorizzazioni dei convegni alle consulenze a pagamento. I difensori dell’industria, dal canto loro, sottolineano però che senza le sperimentazioni del privato e il coinvolgimento in seguito del pubblico non ci sarebbero nemmeno risultati sul piano della ricerca. Ed è proprio per questo che serve stabilire i confini di questa relazione che è al contempo pericolosa ma necessaria.

Un dataset per nuove inchieste: Euros for docs

L’organizzazione non governativa Health Action Initiative (HAI), riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità, ha pubblicato la guida Fact or Fiction? per aiutare gli operatori sanitari europei a relazionarsi con le aziende farmaceutiche. Secondo i dati riportati dall’Organizzazione non governativa, l’85,2% degli studenti di medicina francesi «si sente impreparato rispetto alla gestione dei conflitti di interesse che nascono dalle interazioni con l’industria farmaceutica».

Eppure le richieste di maggiore trasparenza a livello europeo faticano a trovare ascolto e soprattutto a produrre un cambiamento a livello di Unione europea. Non esiste infatti un database comune per commisurare le spese delle aziende farmaceutiche in Ue e la pubblicazione dei dati è solo su base volontaria.

È l’immagine che emerge dalla comparazione tra i dati raccolti in undici Paesi europei (tra cui l’Italia) dal collettivo di ricercatori Euros for Docs, che dal primo giugno ha reso pubblica e accessibile a chiunque la propria banca dati. Secondo Euros for Docs la Federazione europea delle associazioni e delle industrie farmaceutiche (EFPIA), la Confindustria delle farmaceutiche a livello europeo, ha lasciato che si diffondesse il modello dell’auto-regolamentazione, che di fatto ha ostacolato la messa a sistema dei dati europei. Mentre ci sono Paesi che hanno ugualmente centralizzato la raccolta dei flussi di pagamento, altri, tra cui l’Italia, non hanno adottato la stessa strategia, rendendo il processo ancora più difficile. «Sebbene il modello di autoregolamentazione per la divulgazione dei pagamenti sia stato annunciato come un importante progresso per la trasparenza nel settore sanitario europeo, la sua utilità per identificare i conflitti di interesse è minata da diversi problemi», si legge in uno studio pubblicato da Science Direct e realizzato grazie all’utilizzo dei dati di Euros for Docs. In particolare, l’articolo ne segnala due: la frammentazione dei dati sui siti delle singole aziende farmaceutiche anziché in un portale centralizzato e l’incompletezza dei dati personali degli operatori sanitari in linea con la protezione della privacy introdotta in Europa attraverso la Gdpr.

Le due macrovoci: ricerca e non-ricerca

Otto degli undici Paesi considerati seguono le regole del codice di condotta di EFPIA, che considera la voce “ricerca e sviluppo” una voce forfettaria totale delle spese, mentre le spese restanti vengono frazionate tra operatori sanitari (i cui nomi possono essere resi pubblici o meno a seconda delle policy nazionali) e organizzazioni (in cui si contano ospedali, cliniche, organizzazioni di categoria, università).

Nel triennio 2017-2019, il gruppo di ricercatori ha tracciato 7,06 miliardi di euro di versamenti in 1,4 milioni di transazioni. La spesa maggiore tra gli otto che seguono le regole di conteggio dell’EFPIA va in “ricerca e sviluppo”, che pesa per il 58%. Tra le voci escluse dal forfait “ricerca e sviluppo”, il 26% finisce a organizzazioni sanitarie, principalmente per sponsorship e premi. Il 15% delle spese non di ricerca finiscono invece a operatori sanitari.

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I ricercatori di Euros for Docs già nel 2018 hanno contribuito alla serie d’inchieste PharmaPapers pubblicate dal magazine indipendente francese Basta Mag. L’inchiesta ha svelato il funzionamento del sistema di lobbying delle aziende farmaceutiche in Francia sulla base della stessa ricerca che oggi è confluita nel database allargato di Euros for Docs. I dati sono stati resi disponibili anche dal British Medical Journal nel 2019, che ha sottolineato come i medici che non hanno ricevuto omaggi dalle aziende farmaceutiche sono anche quelli che hanno la somma più bassa per prescrizioni rimborsate per visita oltre ad avere un numero più alto di prescrizioni per farmaci equivalenti.

Come sintetizza la rivista specializzata Salute internazionale, «i medici che non ricevono nessun omaggio dalle industrie della salute hanno un profilo prescrittivo meno costoso per il sistema sanitario e indicatori di efficienza prescrittiva migliori di coloro che ricevono regali. Inoltre lo studio ha evidenziato come anche un valore economico contenuto degli omaggi (fascia 10-69€) abbia comunque un effetto sulle prescrizioni: un piccolo investimento da parte dell’industria farmaceutica risulta quindi fruttuoso». Il nesso di causalità non può essere considerato definitivo, ma è un’indicazione di quanto una maggiore trasparenza possa contribuire a spiegare certe dinamiche del sistema sanitario europeo.

L’origine di una legge sulla trasparenza: il caso Mediator

Il motivo dell’attenzione francese per i legami industria farmaceutica-operatori sanitari-politica si spiega con il processo da cui siamo partiti. Imputati erano i Laboratori Servier, produttori del Mediator, farmaco contente Benfluorex impiegato «come trattamento aggiuntivo nei pazienti diabetici in sovrappeso», spiega l’Ema in un documento del 2010. A marzo 2021 l’azienda è stata ritenuta colpevole di «truffa aggravata» e «omicidio involontario» dal Tribunale di Parigi, mentre è stata prosciolta per la «frode». In sostanza, secondo quanto ha scritto la giudice Sylvie Daunis, nonostante sapessero dei profili di rischio del farmaco, i dirigenti dei laboratori Servier «non hanno mai preso le misure necessarie e quindi hanno ingannato» i consumatori. Non vendevano il falso, ma omettevano di comunicare dati molto rilevanti ai loro clienti. Alla fine all’azienda è stata comminata un’ammenda da 2,7 milioni di euro. Il gruppo Servier durante il processo ha anche annunciato di aver riconosciuto l’indennizzo come vittime a 3.732 pazienti, per un totale di 164,4 milioni di euro.

Il caso ha avuto un’eco gigantesca che è finita per cambiare la legislazione in materia di trasparenza del settore farmaceutico in Francia. Se da un lato è stata archiviata l’accusa di «traffico d’influenze» ai danni di una senatrice dell’allora partito di Nicolas Sarkozy, l’UMP, per aver addolcito un rapporto parlamentare critico sul farmaco, dall’altro, però, l’Agenzia nazionale del farmaco (oggi ANSM) è stata multata con 303 mila euro «per aver gravemente fallito nella sua missione di organo di polizia sanitaria». Già nel 2011 l’allora ministro Xavier Bertrand ha introdotto una legge che regolamenta in modo più stringente le relazioni tra aziende farmaceutiche, medici e agenzie nazionali che si occupano di sanità. Grazie a quest’apertura i ricercatori di Euros for Docs hanno potuto realizzare il primo database sulla situazione francese da cui poi ha preso origine anche questo nuovo filone di ricerca allargato a tutta Europa.

Il Sunshine act americano e l’Italia

In realtà, non sono nemmeno i francesi ad aver cominciato l’operazione trasparenza nei confronti della lobby farmaceutica. Il primo atto dello scontro si è infatti consumato negli Stati Uniti, anche in questo caso a seguito di uno scandalo.

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Merck & Co., fatturato nel 2020 circa 48 miliardi di dollari, nel 1999 ha ottenuto dalla Food and drug administration (FDA), l’agenzia del farmaco americana, l’autorizzazione per commercializzare il Vioxx, un antinfiammatorio a base di rofecoxib. Nonostante il gruppo di ricerca preposto dall’azienda per valutare l’impatto del farmaco fin dal primo anno di commercializzazione avesse notato un’incidenza sospetta di problemi cardiaci rispetto ad altri farmaci concorrenti, il prodotto è rimasto sul mercato fino al settembre 2004.

L’impatto economico è stato immediato: in un articolo del 2008 Repubblica scrive che il medicinale era stato «capace di fruttare circa 2,5 miliardi di dollari di entrate all’anno, per un totale di 12,5 miliardi» alla Merck. Secondo uno studio della rivista Lancet, negli Stati Uniti 88 mila pazienti hanno avuto un infarto provocato dall’assunzione di Vioxx e 38 mila tra loro sono morti. In seguito è emerso come medici membri del comitato di valutazione del farmaco fossero degli azionisti di Merck. Il 22 febbraio 2006 il New England Journal of Medicine ha messo in discussione i risultati dello studio del comitato scientifico che stava valutando il Vioxx, dopo averli pubblicati anni prima.

Illuminiamo la salute

Dal 2012 in Italia esiste Illuminiamo la salute, una rete composta da Libera, Gruppo Abele, Avviso Pubblico e Coripe Piemonte il cui scopo è monitorare corruzione e infiltrazioni mafiose nella sanità pubblica, oltre che pretendere maggiore trasparenza nella relazione tra pubblico e privato. Del gruppo fa parte anche la professoressa dell’Università di Torino Nerina Dirindin, la quale ha pubblicato insieme alla medica Chiara Rivoiro e al direttore della casa editrice Pensiero Scientifico Editore Luca De Fiore il libro Conflitti d’interesse e salute nel 2018 con Il Mulino. Il volume affronta – per la prima volta in Italia – le strategie delle compagnie farmaceutiche per condizionare professionisti e cittadini nelle scelte che adottano a tutela della propria salute.

Lo scandalo ha infatti inevitabilmente preso nel vortice anche i giornali specializzati: diversi studi sul Vioxx a cui è stato dato spazio, infatti, erano firmati da consulenti pagati da Merck o addirittura erano pubblicati senza che fosse specificato un sostegno dell’azienda alla loro produzione.

Negli anni a seguire negli Stati Uniti c’è stato un dibattito importante sull’affidabilità degli studi promossi dalle stesse aziende farmaceutiche attraverso la consulenza di esperti esterni, ma ugualmente a libro paga. In un articolo pubblicato dal British Medical Journal nel 2007 che analizzava le conseguenze dello scandalo Vioxx si legge che «università, industria farmaceutica, riviste di medicina e agenzie governative devono unirsi per definire una serie di principi in base ai quali possiamo ripristinare la fiducia nelle collaborazioni su nuovi trattamenti che possono migliorare l’assistenza ai pazienti. Potremmo prendere in considerazione l’adozione di alcuni nuovi approcci. Gli accademici impegnati in studi progettati e sponsorizzati dall’industria dovrebbero insistere affinché i dati siano archiviati su un sito accademico, analizzati da investigatori non aziendali e infine resi accessibili al pubblico per l’esame».

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Il caso giudiziario del Vioxx si è concluso nel 2011 con la condanna al pagamento di 950 milioni di dollari di arbitrato al Dipartimento di giustizia americano. Non sono state evidenziate responsabilità individuali. Il dibattito sul conflitto di interesse tra aziende farmaceutiche e operatori sanitari ha prodotto una legge, nota come Sunshine Act, entrata in vigore nel 2014. Ha l’effetto di rendere obbligatorio il tracciamento di ogni regalo e sponsorizzazione fatta da aziende farmaceutiche al di sopra dei 100 dollari l’anno. Non è però riuscita a rivedere il modo in cui le riviste specializzate sponsorizzano certi studi, che hanno inevitabilmente un impatto sulle opinioni dei medici.

Per quanto ancora migliorabile, le legge è comunque uno standard mondiale, tanto che in Italia l’onorevole Massimo Enrico Baroni del Movimento Cinque Stelle nel 2018 ha proposto una legge che si richiama a quella statunitense. Un anno dopo è stata approvata alla Camera ma ancora non è stata calenderizzata in Senato. Il disegno di legge è «in stato di relazione» dal 7 aprile 2021 dopo essere stato approvato all’unanimità dalla Commissione permanente Igiene e sanità del Senato. Per la promulgazione dovrà passare nuovamente dal voto alla Camera.

Il testo nell’ultima fase ha infatti subito alcuni emendamenti che hanno avuto come effetto principale il ritocco al rialzo dei limiti minimi delle transazioni da segnalare: la convenzione/erogazione minima da segnalare per un individuo è del valore unitario di 100 euro o un valore annuo maggiore di mille euro; per un’organizzazione sanitaria valore unitario minimo di mille euro e annuo di 2.500 euro.

Il Comitato No Grazie, gruppo affiliato all’organizzazione australiana Healthy Skepticism che si prefigge di contrastare conflitti di interessi e pubblicità ingannevoli in ambito sanitario, ha criticato la revisione delle soglie considerate, al momento, troppo basse per essere efficaci. Dal lato delle aziende produttrici, Confindustria Dispositivi medici ha costituito una piattaforma di consulenza legale per i suoi iscritti in modo da aiutarli a stabilire se sono in linea con le nuove regole in fase di approvazione oppure no. Che qualcosa cambi è certo, anche se è ancora difficile immaginarsi con quale impatto.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

Fifa e “super-agenti”, le nuove regole che scontentano tutti

26 Febbraio 2021 | di Lorenzo Bodrero

Si chiama “tripla rappresentanza” e nel calcio professionistico è il più classico esempio di conflitto di interessi, proibito dal codice etico della Fifa, l’organo di controllo del calcio mondiale. Eppure è la prassi. Lo dice il Cies, Centro studi internazionale sullo sport (Cies) – pensatoio sportivo di base in Svizzera in cui un dipartimento è interamente dedicato all’analisi dell’economia del pallone – in un report riservato destinato alla Uefa in cui due anni fa annotava che «il conflitto di interessi è al centro» del calciomercato: da una parte il calciatore, dall’altra le società interessate all’affare. Nel mezzo l’agente che oltre agli interessi del giocatore media anche quelli delle società acquirenti e venditrici da cui percepisce a sua volta delle commissioni.

La stessa Fifa in una nota di gennaio 2020 descrive l’attuale sistema di rappresentanza agente-calciatore come governato «dalla legge della giungla». Non a caso il ritorno a un modello, auspicato dalla Fifa, in cui i procuratori tornino a rappresentare al massimo due parti all’interno delle trattative, sta portando alla guerra la Federazione del calcio mondiale e gli agenti più influenti e ricchi del momento. Dall’altra parte si trova un’altra frangia di professionisti del settore pronta a tornare alle origini in un mondo in cui l’agente sia esclusivamente curatore degli interessi dello sportivo.

Evasione fiscale, riciclaggio di denaro, commissioni esorbitanti: nell’ultimo quarto di secolo i tentativi intrapresi, poi abbandonati e ora nuovamente richiamati da parte della Fifa di regolamentare la figura dell’agente sportivo sono falliti. La figura del super-agente, dati alla mano, è fuori controllo: nelle fasce più basse, «dove vige una situazione da far-west», e in quelle più ricche, «con un alto livello di concentrazione», scrive ancora Il Cies.

Bisogna tornare al 1995 per capire l’origine di una scalata inarrestabile che ha portato i super-agenti a ricoprire un ruolo imprescindibile per il funzionamento dell’intero settore quando, con la sentenza Bosman, il calcio ha intrapreso una profonda trasformazione. Da allora, con quello che doveva essere un procedimento giuridico sul diritto del lavoro, il ruolo dell’agente ha acquisito sempre maggiore importanza, gli stipendi e i “prezzi” dei calciatori sono cresciuti esponenzialmente e la forbice tra club di prima e seconda fascia si è fatta sempre più ampia, con serie implicazioni anche dal punto di vista penale.

La “sentenza Bosman”, quando il calcio ha cambiato pelle

Il 15 dicembre 1995 la Corte di giustizia europea si pronunciava a favore di Jean-Marc Bosman in tre procedimenti differenti che lo vedevamo opposto alla Uefa, alla federazione calcistica del Belgio e al club Liege.

La vicenda risale al 1990, anno in cui scadeva il contratto che legava il giocatore belga al Liege. La sua volontà di trasferirsi in Francia al Dunkerque fu vanificata poiché l’offerta economica del club francese fu respinta da quello belga, con la conseguenza che a Bosman fu impedito di cambiare squadra, come da prassi di allora, pur non essendo più vincolato da un contratto. La Corte di giustizia europea stabilì, cinque anni più tardi, che il divieto imposto dal Liege limitava la libertà di movimento del calciatore. Ne risultò che un giocatore era ora libero di trasferirsi da un club all’altro gratuitamente alla scadenza del contratto, prassi ormai comune oggigiorno. La sentenza scatenò una reazione a catena con conseguenze ad ampio raggio nel mondo del pallone.

La possibilità di trasferirsi gratuitamente consentì ai calciatori di pretendere stipendi più alti e contratti più lunghi da parte del nuovo club per compensare la mancanza delle cifra sborsata per acquistarli. Questi potevano inoltre chiedere salari più alti con l’avvicinarsi della scadenza del contratto minacciando, nel caso le richieste non fossero accolte, di lasciare il club gratuitamente. Nacque così il ruolo di “agente”, incaricato dal calciatore di curare i propri interessi in fase di contrattazione con i club.

Prima della sentenza Bosman, inoltre, la Uefa imponeva l’utilizzo di non più di tre stranieri in campo per ciascuna squadra. A seguito della sentenza, i club potevano invece ingaggiare un numero illimitato di giocatori provenienti dall’Unione europea e i calciatori ambire a contratti più ricchi e più lunghi. In periodi di stabilità economica ciò non rappresentava un problema per il singolo club, ma in caso di retrocessione o di minori introiti per diritti tv, le società si trovavano con pesanti contratti a gravare sulle proprie casse. I club più piccoli si trovavano dunque costretti a svendere i giocatori migliori alle squadre più ricche per aggiustare i conti. A lungo termine, in molti campionati europei, questa tendenza ha contribuito ad ampliare il gap tra club di prima fascia e quelli più piccoli.

Le regole del “mercato di rappresentanza”, quello che dovrebbe gestire i trasferimenti dei calciatori e i soggetti che li rendono possibili, sono cambiate più volte per poi tornare all’antico e cambiare ancora. L’ultima, anzi la penultima, novità è arrivata nel 2015 quando l’organo di controllo del calcio mondiale demandava a ciascuna associazione calcistica nazionale (in Italia la Figc) la regolamentazione del ruolo degli agenti, di fatto smarcandosi da un sistema fuori controllo che la Fifa non riusciva (o non voleva) governare. Da allora non è più necessario possedere il patentino di agente, che di fatto assumeva il ruolo di intermediario, e chiunque poteva diventarlo.

È quantomeno curioso come le stesse ragioni che portarono la Fifa a una deregulation sei anni fa (limitare il conflitto di interessi, prevenire evasione fiscale e riciclaggio) sono le stesse alla base di una nuova riforma, in corso di sviluppo in questi mesi, che dovrebbe entrare in vigore il prossimo anno. Segno che le misure fin qui implementate, e poi rimosse, hanno fallito.

Una battaglia tra ricchi

L’organizzazione del calcio mondiale a settembre 2019 ha infatti annunciato l’introduzione di nuove norme per regolamentare il ruolo degli agenti. Tra queste, l’obbligatorietà di superare un esame di abilitazione per esercitare il ruolo di intermediario, e ottenere così una licenza Fifa, e l’istituzione di una “camera di compensazione” attraverso cui far confluire tutti i pagamenti, in nome della trasparenza. In gioco ci sono le sorti di un mercato in costante crescita.

Considerando solo i trasferimenti internazionali (escludendo quindi quelli all’interno dei confini nazionali), nel 2019 il mercato valeva 7,4 miliardi di dollari, contro i 2,7 del 2012. Il record di spesa spetta alla Premier League inglese, con 304 milioni di euro spesi nel 2019 per i compensi versati agli agenti sportivi. Nello stesso anno, tra commissioni e premi, la Serie A ne ha invece spesi 188.

Non stupisce dunque che le nuove regole in arrivo abbiano raccolto la forte opposizione degli agenti, o almeno di quelli che controllano il segmento più ricco del mercato. Per dare maggiore impulso all’azione di lobbying, alcuni di loro si sono riuniti in un’associazione registrata in Svizzera. Si chiama The Football Forum e comprende i pezzi da novanta del settore.

Ideatore e presidente è Mino Raiola, il celebre procuratore italo-olandese di Zlatan Ibrahimovic e Paul Pogba. Tra i vicepresidenti figurano i proprietari della prima e della seconda agenzia sportiva al mondo: Jonathan Barnett (ICM Stellar Sports) e Jorge Mendes (Gestifute), oltre al tedesco Roger Wittmann. Lo scontro tra Fifa e The Football Forum è aperto, specie alla luce di vecchi attriti tra Mino Raiola e il presidente della Fifa, Gianni Infantino. E si consuma attorno ad altri due punti compresi nel nuovo regolamento, particolarmente indigesti ai super-agenti: il limite al compenso percepito dai procuratori e l’obbligarorietà di rappresentare un solo soggetto nella trattativa (il club che vende, il calciatore o il club acquirente) o al massimo due (calciatore e club acquirente) se entrambi le parti concordano.

«Questo è l’unico settore in cui gli attori principali – i calciatori – non sono rappresentati, non siamo considerati degli stakeholder in nessuna federazione calcistica», ha affermato Mino Raiola in una recente intervista. Il fondatore di The Football Forum sostiene di «vivere in un mondo capitalista in cui l’economia si autoregola: il più forte vince e il più debole soccombe», ha aggiunto. Anche Jonathan Barnett, fondatore della ICM Stellar Sports, ha promesso battaglia: «Se chiedete ai giocatori cosa vogliono, vi diranno che sono a favore degli agenti», ha affermato il fondatore dell’agenzia per calciatori più importante al mondo, «e se necessario busseremo alle porte di tutti i tribunali del mondo per risolvere questa questione».

La Fifa è avvertita. Ma considerato il peso specifico dei dirigenti, è difficile credere che The Football Forum sia portatrice degli interessi di tutti i rappresentanti della categoria. Gestire le carriere di top player e agevolare trasferimenti multimilionari è infatti un traguardo per pochi. Sono oltre seimila gli agenti a livello mondiale ma solo un numero assai ristretto ha accesso al segmento più ricco: dei 2.685 trasferimenti avvenuti nel 2019 soltanto 176 (il 6%) hanno superato i 10 milioni di euro (dati Fifa).

Un avvocato contro tutti

Quello dei procuratori è dunque un mercato dove i contratti più ricchi sono in mano a pochi, un “oligopolio”, adottando il termine utilizzato da Pippo Russo su Domani. E a queste persone hanno accesso solo i top club, un’esclusiva che pone molti interrogativi sugli slogan di “equità” e di “competizione leale” sbandierati dalla Fifa. Le società elite del calcio europeo e mondiale acconsentono a queste pratiche «per non perdere competitività nei confronti dei club rivali in un mercato feroce e altamente deregolamentato», scrive il Cies.

Il meccanismo della tripla rappresentanza

Immaginate di essere Cristiano Ronaldo. Immaginate, inoltre, di voler cambiare casacca. Se fossero gli anni Novanta, il club che vuole acquistarvi si metterebbe in contatto con voi per proporvi un contratto, di durata X e con stipendio Y. Valutereste l’offerta, ne vagliereste altre e poi prendereste la vostra decisione. Se, infine, il club che vende accetta l’offerta economica del club acquirente, allora l’affare è fatto e fareste le valigie. Oggi è invece molto più complesso e la trattativa non è più una linea retta che dal club che vende arriva all’acquirente passando per il calciatore. È al contrario un cerchio in cui è entrato in gioco un nuovo soggetto, l’agente sportivo, colui che cura gli interessi del giocatore. Ora i papabili vostri acquirenti non si metteranno in contatto con voi bensì col vostro procuratore. Persuadere lui è il primo passo per arrivare a voi.

A questo punto il club che compra vi offrirà un ricco contratto nonché, qualora l’affare andasse in porto, una corposa commissione al vostro agente per il servizio di intermediazione. Anche il club che vende ha però bisogno dei suoi servigi. Si rivolge a lui per identificare la squadra disposta a spendere di più per acquistarvi e a offrirvi il contratto più ricco. Più alto è il prezzo, più cospicua sarà la commissione che l’agente incassa. È un gioco al rialzo, in cui il vostro agente è l’interlocutore di tutti i soggetti in campo e ad ogni trattativa i costi lievitano sempre di più. Quando tutte le parti sono d’accordo, il trasferimento è concluso e il vostro procuratore incassa una commissione sia dal club che vende sia da quello che compra. Oltre, naturalmente, alla vostra in quanto suo cliente.

Ma c’è anche chi interpreta il nuovo regolamento in arrivo come un tentativo di legittimare, invece di limitare, l’attuale ruolo del procuratore. «La collusione tra agenti e club è la regola del calciomercato, nonché la prima causa della criminalità sistemica che permea questo settore». Parole di Philippe Renz, avvocato svizzero e fondatore di Sport 7, agenzia per la gestione delle carriere sportive che dal 2017 punta a eliminare il conflitto di interessi nel calcio professionistico, lo stesso che il Cies sostiene essere alla base della concorrenza sleale subita da chi intende operare legalmente.

«La Fifa è il primo soggetto responsabile dell’illegalità che intercorre tra club e agenti, un’organizzazione che continua a nascondere e perpetuare queste pratiche così da favorire una certa elite del calcio mondiale», dichiara Renz a IrpiMedia. «La prova di tutto ciò», sostiene l’avvocato svizzero, «è proprio quella proposta di riforma del ruolo degli agenti da parte della Fifa».

Anche l’agenzia sportiva svizzera, dunque, è contraria alle nuove regole, ma per motivi completamente opposti a quelli dei super-agenti. Le giudica troppo blande. Da un lato, lasciare aperta la possibilità della “doppia rappresentanza” (quando il procuratore rappresenta il giocatore e uno dei club venditore o acquirente) per Renz significa «legalizzare il conflitto di interessi, non contrastarlo», quando invece bisognerebbe attaccare «il rapporto incestuoso tra club e agenti e le remunerazioni illegali che intercorrono tra loro, che oggi costituiscono la fonte principale della criminalità nel calcio».

Sport 7 è convinta anche della relativa utilità dietro al principio della creazione di una futura “camera di compensazione” attraverso cui, in nome della trasparenza, secondo la riforma dovranno passare tutti i pagamenti da e verso club e agenti. «È in buona parte una sciocchezza», commenta Renz, «chi garantisce che altri pagamenti e commissioni extra non verranno inviate su altri canali? e chi controllerà? la Fifa?». Secondo l’avvocato, la riforma in arrivo «altro non è che una cortina di fumo alzata per dare l’impressione di essere in controllo quando invece non cambierà nulla, neanche le autorità potranno avere contezza di quanti soldi transitano e dove andranno a finire, proprio come adesso».

La soluzione, sostiene, è una sola: riportare gli agenti al loro ruolo originario di meri curatori degli interessi di un calciatore e proibire loro di fungere da intermediari per i club. È il caso per esempio del Belgio dove dal 1 luglio 2020 la Royal Belgian Football Association ha introdotto un nuovo regolamento che impone il divieto della “doppia rappresentanza”. Ci aveva provato anche la federazione inglese nel 2007 ma dopo un anno mezzo dovette cedere alle pressioni dei club più ricchi e fare un passo indietro: gli agenti non avevano più interesse a piazzare i loro giocatori nel campionato oltremanica, preferendo invece quelli che avrebbero pagato i loro servigi e offerto contratti più alti ai propri clienti.

Foto: Lo stadio José de Alvalade XXI a Lisbona – Elio Santos/Unsplash | Editing: Luca Rinaldi

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