La marea delle consulenze per le riforme dei Pnrr europei

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La marea delle consulenze per le riforme dei Pnrr europei

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

Amarzo 2021, il premier Mario Draghi ingaggia la società di consulenza McKinsey nell’ambito della redazione del Piano di ripresa e resilienza (Pnrr) nazionale stipulando un contratto da 25.000 euro. Lo stesso giorno, il Ministero delle finanze italiano pubblica una dichiarazione per chiarire che McKinsey «non è coinvolta nella definizione dei progetti del Pnrr», ma che questi sono saldamente in mano alle amministrazioni pubbliche competenti. Due giorni dopo però, Domani svelava che il contratto con McKinsey era da 30.000 euro e che «prevedeva l’attività di confronto con gli altri piani europei e anche di project management e di monitoraggio sull’avanzamento dei progetti».

Si tratta di una piccola voce di spesa, praticamente una nota a margine a confronto dell’enorme budget del più grande piano di investimenti pubblici in Europa dai tempi del Piano Marshall, eppure il coinvolgimento di società come McKinsey è significativo, e problematico.

Il ricorso alle grandi società di consulenza internazionali che offrono assistenza ad aziende e pubbliche amministrazioni, come McKinsey, è infatti una pratica sempre più diffusa sia in Italia sia in Europa. A queste vengono appaltati continuamente servizi che le amministrazioni pubbliche sarebbero in grado di svolgere da sole con le proprie competenze interne.

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L’attività di confronto tra i piani europei che McKinsey ha fatto per l’Italia infatti, poteva essere svolta gratuitamente dalla Commissione. Il regolamento sul Recovery and Resilience Fund (RRF) prevede infatti che: «Nel preparare i loro piani di ripresa e di resilienza, gli Stati membri possono chiedere alla Commissione di organizzare uno scambio di buone pratiche per consentire agli Stati membri richiedenti di beneficiare dell’esperienza di altri Stati membri». In altre parole: se il governo italiano era interessato a sapere cosa stavano facendo gli altri Paesi, avrebbe potuto inviare una richiesta gratuita a Bruxelles.

Come sottolinea la Federazione sindacale europea dei servizi pubblici (Epsu), nel suo ultimo report pubblicato il 5 ottobre, a partire dagli anni ‘70 le funzioni della pubblica amministrazione sono state sempre più esternalizzate al settore privato. In particolare, nell’ultimo ventennio la delega di funzioni governative è aumentata notevolmente, allargandosi a nuovi settori come la sanità e il welfare, nella convinzione che le aziende e le istituzioni pubbliche debbano dedicarsi solo alle loro attività principali e delegare gli altri compiti a società “specializzate” del settore privato, inclusa la stesura di testi di legge e di contratti pubblici, l’elaborazione di politiche e la dislocazione di dipendenti pubblici.

Società come McKinsey, sottolinea il report dell’Epsu, non solo sono fortemente coinvolte nelle funzioni di base della pubblica amministrazione, ma spingono anche per ristrutturazioni del settore pubblico tramite tagli al personale che crea ancora più domanda per consulenti esterni.

Il Segretario generale dell’Epsu Jan Willem Goudriaan parla di una vera e propria «cultura della consulenza», dove il ricorso ai consulenti esterni si autoalimenta. Tra il 2017 e il 2020 la Commissione europea, per esempio, avrebbe stipulato 8.009 contratti con consulenti esterni – non solo con società di consulenza – per un valore complessivo di 2,7 miliardi di euro, di cui 462 milioni di euro solo per le grandi società di consulenza.

Il rischio è che la Commissione sempre secondo Goudriaan stia finanziando «la sua stessa distruzione», con un impatto negativo «sulla [sua] capacità di prendere decisioni nell’interesse pubblico».

Recovery Files

Questa è la quinta uscita di Recovery Files, un progetto di ricerca paneuropeo che indaga le spese dei fondi di ripresa e resilienza nei mesi a venire. Il progetto è coordinato da Follow the Money, piattaforma di giornalismo olandese.

Il progetto d’inchiesta è importante non solo in termini di quantità di investimenti pubblici – circa 725 miliardi di euro – ma anche per il modo in cui questa enorme quantità di denaro verrà spesa.

IrpiMedia lavora al progetto insieme al resto del team di Recovery Files:

Ada Homolova, Follow the Money, Olanda
Adrien Senecat, Le Monde, Francia
Ante Pavić, Oštro, Croazia
Attila Biro, Context Investigative Reporting Project Romania, Romania
Beatriz Jimenez, Grupo Merca2, Spagna
Carlotta Indiano, IrpiMedia, Italia
Francesca Cicculli, IrpiMedia, Italia
Emilia Garcia Morales, Grupo Merca2, Spagna
Giulio Rubino, IrpiMedia, Italia
Hans-Martin Tillack, Die Welt, Germania
Janine Louloudi, Reporters United, Grecia
Karin Kőváry Sólymos, Investigatívne centrum Ján Kuciak, Slovacchia
Lars Bové, De Tijd, Belgio
Lise Witteman, Follow the Money, Olanda
Marcos Garcia Rey, Grupo Merca2, Spagna
Matej Zwitter, Oštro, Slovenia
Roberta Spiteri, Daphne Foundation, Malta
Steven Vanden Bussche, Apache, Belgio

La cultura della consulenza nel post pandemia

Tra i principali consulenti della Commissione europea ci sono le “Big Four”: Deloitte, Ernst & Young, KPMG, e PricewaterhouseCoopers (PwC). Queste quattro società di revisione e consulenza finanziaria si spartiscono il mercato mondiale. I loro nomi appaiono frequentemente in inchieste come Open Lux, dove sono accusate di aver aiutato alcune multinazionali a ottenere regimi fiscali agevolati grazie ad accordi con le autorità del Lussemburgo. In questo modo, hanno fatto perdere miliardi di entrate di tasse dovute ai governi nazionali dei Paesi dove le multinazionali in questione operano.

Il ruolo delle “Big Four” nei processi politici fondamentali dell’Ue solleva importanti preoccupazioni su potenziali conflitti di interessi. Un’indagine del 2018 dell’Osservatorio Corporate Europe ha mostrato come le grandi società di consulenza siano attive in potenti gruppi di lobby che cercano di influenzare la politica dell’Ue in materia di evasione fiscale, tra cui l’European Business Initiative on Taxation (EBIT) e l’European Contact Group (ECG). Le stesse spingono inoltre per l’approvazione di accordi di pianificazione fiscale che, secondo il Tax Justice Network non sono altro che «sistemi di evasione fiscale su larga scala» a favore delle multinazionali. Eppure, PwC, Deloitte e KPMG hanno ottenuto dalla Commissione più di 10 milioni di euro per consulenze in tema fiscale e doganale.

Nonostante l’aumento dei fondi destinati alle società di consulenza, un report del 2022 della Corte dei conti segnala che «la Commissione non dispone di informazioni accurate sul volume e sul tipo di servizi dei consulenti esterni di cui si avvale (…) e non gestisce il ricorso a consulenti esterni in modo da assicurare pienamente un rapporto costi-benefici ottimale». La Corte aggiunge che: «Il ricorso a consulenti ha inoltre comportato potenziali rischi di eccessiva dipendenza, di vantaggio competitivo, di concentrazione dei prestatori e di conflitti di interesse». Durante le sue indagini, la Corte ha inoltre rilevato quattro casi in cui «sebbene fossero state organizzate regolarmente procedure di appalto aperte, i medesimi prestatori si sono aggiudicati appalti consecutivi per diversi anni» riscontrando una specie di dipendenza, da parte della Commissione, dai consulenti esterni.

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Una spinta al ricorso a consulenze esterne si è registrata soprattutto dopo l’istituzione del Structural Reform Support Programme (SRSP), fondo creato nel 2017 per offrire assistenza tecnica agli Stati membri per ideare e implementare le riforme strutturali, quelle riforme che modificano il quadro normativo, economico e istituzionale di un Paese, le cosiddette “regole del gioco”. Le riforme strutturali sono fondamentali per incoraggiare gli investimenti, stimolare la crescita e la creazione di posti di lavoro, anche attraverso l’assistenza nell’uso dei fondi dell’Unione. Il sostegno nell’ambito del programma SRSP è fornito dalla Commissione, su richiesta di uno Stato membro, e può riguardare un’ampia gamma di settori.

Il budget dedicato alle consulenze esterne è aumentato con l’istituzione nel 2021 del Tecnical Support Instrument (SST), fondo nato per mitigare le conseguenze sociali ed economiche nate dalla pandemia e utilizzato per la gran parte per sostenere le riforme interne che gli Stati membri devono implementare per spendere i soldi del Recovery Fund. Nel 2021 i soldi spesi dalla Commissione per le consulenze esterne ammonta a 51,5 milioni di euro.

«Il Fondo per la ripresa e la resilienza offre un sostegno senza precedenti alle riforme e agli investimenti degli Stati membri, ma rappresenterà una sfida amministrativa enorme, una sfida che richiede forti capacità di gestione dei progetti e una solida capacità amministrativa», ha dichiarato al Parlamento europeo Mariya Gabriel, commissaria europea per l’innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e la gioventù nel gennaio 2021, per presentare l’SST, creato appunto per «sfruttare al meglio il Fondo di ripresa e resilienza».

Lo Stato europeo che vuole richiedere assistenza tecnica deve fare richiesta alla Commissione che poi approva, tramite la Direzione generale per il sostegno alle riforme strutturali (DG REFORM), il ricorso alla consulenza esterna.

Secondo la Commissione europea interrogata dal team di Recovery Files in merito all’attività di questo strumento, circa il 60% delle richieste approvate nell’ambito della prima fase del programma erano legate all’attuazione di piani nazionali di ripresa e resilienza.

Le riforme per l’Italia firmate dalla società accusata di cattiva condotta

Il caso della consulenza appaltata a McKinsey è sicuramente il più noto, ma non è l’unico in Italia attorno al Pnrr.

Deloitte Consulting and Advisory e KPMG Advisory Spa continuano tutt’oggi a offrire assistenza al nostro Paese sull’applicazione del piano europeo.

KPMG Advisory Spa, società di consulenza con sede a Milano, ha stipulato infatti undici contratti con la Commissione europea per fornire supporto tecnico alle pubbliche amministrazioni italiane su altrettante riforme comprese nel Pnrr. Lo ha verificato IrpiMedia, assieme al team di Recovery Files, consultando il Financial Transparency System europeo, una sorta di registro finanziario dell’Unione europea, dove risulta che KPMG ha firmato contratti dal valore di 3,24 milioni di euro per le consulenze fornite all’Italia.

Il dato, però, non trova corrispondenze sul sito del Technical Support Instrument, dove è riportato solo uno degli undici contratti in questione, solo quello per la riforma “Data drive approaches to tax evasion risk analysis”.

I conti non tornano quindi e su diversi siti che la Commissione dedica alla trasparenza delle sue spese appaiono dati molto diversi. Recovery Files ha chiesto alla Commissione di spiegare come mai il sito dell’SST non riportasse gli stessi dati del Financial Transparency System, ma non ha risposto sulla questione.

I contratti con KPMG sono stati stipulati tra gennaio e giugno del 2021, eppure solo un mese dopo la percezione della Commissione nei confronti della società sembra essere cambiata. Il 13 luglio 2021, infatti, KPMG viene inserita nella black list delle società che non possono ricevere fondi europei fino al 14 gennaio 2023. Il motivo della sanzione è uno: «Grave scorrettezza professionale», che secondo l’articolo 136 del regolamento finanziario dell’Unione europea, potrebbe essere una «violazione dei diritti di proprietà intellettuale» o addirittura il «tentativo di ottenere informazioni riservate che possano conferire vantaggi indebiti nella procedura di aggiudicazione».

Recovery Files ha chiesto alla Commissione di spiegare quale sia stata la grave scorrettezza e che conseguenze abbia avuto la procedura di esclusione della società sui contratti in corso. Alla prima domanda non abbiamo ricevuto risposta, ma l’ente europeo ha commentato che «considerati i rischi rispetto alla protezione degli interessi finanziari, l’Unione ha deciso di portare avanti i contratti in corso per garantire la business continuity. La Commissione ha inoltre chiarito che dopo luglio 2021 non ha stipulato nessun altro contratto con la società, che comunque continuerà a lavorare sui progetti fino al 2023, anno di scadenza dei contratti già firmati, perché l’inserimento di una società nella lista nera non ha effetti retroattivi».

A settembre 2021 la società milanese ha presentato un ricorso contro l’istituzione europea chiedendo di annullare la decisione perché illegittima secondo i regolamenti finanziari dell’Unione.

Sulla questione abbiamo interrogato le istituzioni italiane che hanno ricevuto una consulenza da KPMG. Di queste, solo l’Agenzia delle entrate, che ha avuto assistenza per la riforma “Data drive approaches to tax evasion risk analysis”, ha risposto che «non ha avuto alcun ruolo nella procedura di selezione e contrattualizzazione del support provider né è intervenuta nelle procedure di controllo successivamente svolte».

Anche il Dipartimento italiano per le politiche di coesione, il punto di contatto nazionale con il Dg Reform per il Sostegno alle riforme strutturali, nega qualsiasi responsabilità del governo italiano e delle varie amministrazioni nella scelta del consulente e nelle fasi di controllo. Alla nostra richiesta di visionare i contratti firmati da KPMG per la consulenza all’Italia il Dipartimento per la Coesione ha interrogato la DG Reform, che però ha risposto negativamente.

KPMG ha risposto che preferisce non commentare l’intera vicenda. Nel frattempo sul suo sito è possibile scaricare gratuitamente «la nuova guida al Pnrr» stilata in partnership con la​​ sorella Wolters Kluwer e messa a disposizione per aiutare pubbliche amministrazioni e aziende «a orientarsi tra i provvedimenti in attuazione del Pnrr e le numerose Riforme e Missioni in cui si articola». La società, quindi, offre consulenza anche alle imprese italiane che vogliono accedere ai fondi del Pnrr.

Conflitti di interesse: il caso spagnolo

Il ricorso a società di consulenza esterne ha aperto la porta a potenziali conflitti di interesse in alcuni Paesi, come hanno dimostrato le ricerche della squadra di Recovery Files.

A gennaio 2021, l’Istituto per la diversificazione e il risparmio energetico (Idae), filiale del Ministero per la transizione ecologica spagnolo, ha assegnato a Deloitte España SL un contratto del valore di 280.000 euro per «tutti i compiti relativi alla preparazione e alla giustificazione delle proposte energetiche del Piano di recupero, trasformazione e resilienza», il Piano di ripresa spagnolo.

L’appalto è stato assegnato senza rispettare l’obbligo di pubblicità, possibilità prevista dalle semplificazioni derivate dalla pandemia. Ma il governo spagnolo non è stato l’unico cliente di Deloitte in quel periodo. La compagnia petrolifera spagnola Cepsa ha assunto infatti la società di consulenza per aiutarla ad acquisire sovvenzioni dal fondo di ripresa.

Deloitte, inoltre, è coinvolta nella preparazione annuale dello Studio macroeconomico dell’impatto del settore eolico. Il suo cliente per questo lavoro è l’Associazione delle imprese dell’energia eolica, che riunisce le principali aziende del settore, comprese le grandi società elettriche. Inoltre, ha un chiaro impegno commerciale nella consulenza in settori come l’idrogeno verde, che è uno dei progetti strategici del Piano nazionale spagnolo.

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L’agenzia governativa spagnola ha quindi assunto Deloitte per contribuire alla stesura del capitolo sull’energia del suo piano di rilancio, mentre questa faceva da consulente a numerose aziende energetiche.

Il team spagnolo di Recovery Files ha chiesto un commento sia all’agenzia governativa Idae sia a Deloitte, che ha risposto: «In relazione alla vostra richiesta, noi di Deloitte non rilasciamo mai dichiarazioni sui contratti, i potenziali clienti o altre organizzazioni». Da parte sua, l’Idae ha invece dichiarato che il piano spagnolo è stato «redatto interamente dal personale del Segretario di Stato per l’energia, in particolare dal personale dell’Idae». Un portavoce ha aggiunto: «Questa società [Deloitte] non ha partecipato alla stesura del Prtr ma ha fornito assistenza tecnica nella compilazione delle informazioni» poi inserite nel Piano spagnolo.

Sui rischi di conflitti di interesse nei contratti di consulenza stipulati dalla Commissione, la Corte dei conti europea ha confermato che la Commissione non fa abbastanza per evitarli. In particolare: non viene analizzato se l’attività dei consulenti esterni sia in conflitto con i contratti conclusi con la Commissione, né se i servizi dei consulenti esterni entrino in conflitto tra loro e nemmeno se i consulenti esterni che forniscono servizi a diversi clienti (all’interno o all’esterno della Commissione) abbiano interessi contrastanti relativi a incarichi strettamente correlati.

Per la Corte, i conflitti di interesse possono inoltre insorgere dal fenomeno delle “porte girevoli”, ovvero quando un funzionario europeo lascia l’incarico pubblico per assumere incarichi esterni (ad esempio nel settore privato) o, al contrario, se una persona impiegata nel privato viene assunto dalla Commissione. Tali conflitti di interesse potrebbero comportare un uso improprio dell’accesso a informazioni riservate, ad esempio, quando ex funzionari della Commissione utilizzano le proprie conoscenze e i propri contatti per svolgere attività di lobbying nell’interesse dei datori di lavoro o dei clienti esterni.

È il caso della Grecia e dell’ingegnere Paris Bayias. Ex membro del team di redazione del Piano di ripresa e resilienza greco, Bayias dal settembre 2022 è direttore della società di consulenza PwC Grecia, come dichiarato sul suo profilo LinkedIn. Lo stesso, dall’aprile 2018 all’ottobre 2020, ha lavorato come «esperto chiave IT/Senior Project Manager» presso la direzione generale della Commissione europea per il sostegno alle riforme strutturali (Dg Reform), il dipartimento che, come già spiegato, firma i contratti con le società come PwC per realizzare il sostegno alle riforme nell’ambito del programma STI.

Sempre su LinkedIn, Bayias ha dichiarato di essere stato, tra l’ottobre 2020 e l’agosto 2022, il «team leader di PwC Grecia per la formulazione dei progetti di trasformazione digitale del piano greco di ripresa e resilienza e membro del team di redazione del Piano (2020-2021)».

Follow the Money ha chiesto alla Commissione come abbia gestito il rischio di conflitto di interessi in questo caso. «In base alle condizioni generali che regolano i contratti di servizio, i contraenti hanno la responsabilità di garantire la riservatezza delle informazioni», ha risposto un portavoce. Bayias invece ha affermato che non è «assolutamente» vero che il passaggio a PwC subito dopo la sua consulenza per la Dg Reform costituisca un conflitto di interessi, perché mentre lavorava per la Dg Reform non ha avuto alcun coinvolgimento nei contratti firmati tra questa e PwC.

Intervistato da Follow The Money, Kenneth Haar, campaigner per il Corporate Europe Observatory, centro di ricerca sul ruolo delle lobby e delle corporation in Europa, ha commentato dicendo che «il caso greco mostra un’esternalizzazione di grandi decisioni politiche che lascia a bocca aperta, ma con un programma così vasto come il Piano di ripresa è inevitabile il coinvolgimento delle quattro più grandi società di consulenza». Allo stesso tempo, per il ricercatore «è oltraggioso vedere come la Commissione si affidi a poche grandi società di consulenza per fornire supporto ai programmi di ripresa». Il coinvolgimento di queste società crea una «marea di conflitti di interesse», la maggior parte dei quali a favore dei loro clienti e non dell’interesse pubblico.

CREDITI

Autori

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

Il marchio McKinsey e, sullo sfondo, il Palazzo dell’Eliseo, residenza ufficiale del Presidente della repubblica francese
(Lionel Bonaventure/Getty)

Conflitto d’interessi e sanità: i dati in Europa

Conflitto d’interessi e sanità: i dati in Europa
Lorenzo Bagnoli

Nel 2010 in Francia è scoppiato uno scandalo a seguito degli effetti collaterali provocati dal Benfluorex, principio attivo fino a quel momento impiegato in farmaci per far perdere peso ai pazienti diabetici. A dicembre 2009 l’Agenzia europea del farmaco (Ema) lo ha ritirato dal mercato perché i rischi di malformazioni alle valvole cardiache erano maggiori dei benefici. Prima di quella presa d’atto, però, c’è stato un numero imprecisato di decessi, fra i tre e i duemila nella sola Francia, l’unico Paese europeo dove un’azienda che produceva farmaci con questo principio attivo è finita sotto inchiesta. A marzo 2021 è stata anche condannata per frode.

Oltralpe, dal 2011 esiste una legge che regola le relazioni tra le aziende farmaceutiche, medici e agenzie che si occupano di sanità pubblica. L’obiettivo è rendere trasparenti delle relazioni che altrimenti possono alimentare l’iperprescrizione dei farmaci anche quando non sono necessari o, peggio, hanno già effetti collaterali noti. I legami pericolosi si costruiscono attraverso operazioni che appaiono innocue che vanno dalle sponsorizzazioni dei convegni alle consulenze a pagamento. I difensori dell’industria, dal canto loro, sottolineano però che senza le sperimentazioni del privato e il coinvolgimento in seguito del pubblico non ci sarebbero nemmeno risultati sul piano della ricerca. Ed è proprio per questo che serve stabilire i confini di questa relazione che è al contempo pericolosa ma necessaria.

Un dataset per nuove inchieste: Euros for docs

L’organizzazione non governativa Health Action Initiative (HAI), riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità, ha pubblicato la guida Fact or Fiction? per aiutare gli operatori sanitari europei a relazionarsi con le aziende farmaceutiche. Secondo i dati riportati dall’Organizzazione non governativa, l’85,2% degli studenti di medicina francesi «si sente impreparato rispetto alla gestione dei conflitti di interesse che nascono dalle interazioni con l’industria farmaceutica».

Eppure le richieste di maggiore trasparenza a livello europeo faticano a trovare ascolto e soprattutto a produrre un cambiamento a livello di Unione europea. Non esiste infatti un database comune per commisurare le spese delle aziende farmaceutiche in Ue e la pubblicazione dei dati è solo su base volontaria.

È l’immagine che emerge dalla comparazione tra i dati raccolti in undici Paesi europei (tra cui l’Italia) dal collettivo di ricercatori Euros for Docs, che dal primo giugno ha reso pubblica e accessibile a chiunque la propria banca dati. Secondo Euros for Docs la Federazione europea delle associazioni e delle industrie farmaceutiche (EFPIA), la Confindustria delle farmaceutiche a livello europeo, ha lasciato che si diffondesse il modello dell’auto-regolamentazione, che di fatto ha ostacolato la messa a sistema dei dati europei. Mentre ci sono Paesi che hanno ugualmente centralizzato la raccolta dei flussi di pagamento, altri, tra cui l’Italia, non hanno adottato la stessa strategia, rendendo il processo ancora più difficile. «Sebbene il modello di autoregolamentazione per la divulgazione dei pagamenti sia stato annunciato come un importante progresso per la trasparenza nel settore sanitario europeo, la sua utilità per identificare i conflitti di interesse è minata da diversi problemi», si legge in uno studio pubblicato da Science Direct e realizzato grazie all’utilizzo dei dati di Euros for Docs. In particolare, l’articolo ne segnala due: la frammentazione dei dati sui siti delle singole aziende farmaceutiche anziché in un portale centralizzato e l’incompletezza dei dati personali degli operatori sanitari in linea con la protezione della privacy introdotta in Europa attraverso la Gdpr.

Le due macrovoci: ricerca e non-ricerca

Otto degli undici Paesi considerati seguono le regole del codice di condotta di EFPIA, che considera la voce “ricerca e sviluppo” una voce forfettaria totale delle spese, mentre le spese restanti vengono frazionate tra operatori sanitari (i cui nomi possono essere resi pubblici o meno a seconda delle policy nazionali) e organizzazioni (in cui si contano ospedali, cliniche, organizzazioni di categoria, università).

Nel triennio 2017-2019, il gruppo di ricercatori ha tracciato 7,06 miliardi di euro di versamenti in 1,4 milioni di transazioni. La spesa maggiore tra gli otto che seguono le regole di conteggio dell’EFPIA va in “ricerca e sviluppo”, che pesa per il 58%. Tra le voci escluse dal forfait “ricerca e sviluppo”, il 26% finisce a organizzazioni sanitarie, principalmente per sponsorship e premi. Il 15% delle spese non di ricerca finiscono invece a operatori sanitari.

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I ricercatori di Euros for Docs già nel 2018 hanno contribuito alla serie d’inchieste PharmaPapers pubblicate dal magazine indipendente francese Basta Mag. L’inchiesta ha svelato il funzionamento del sistema di lobbying delle aziende farmaceutiche in Francia sulla base della stessa ricerca che oggi è confluita nel database allargato di Euros for Docs. I dati sono stati resi disponibili anche dal British Medical Journal nel 2019, che ha sottolineato come i medici che non hanno ricevuto omaggi dalle aziende farmaceutiche sono anche quelli che hanno la somma più bassa per prescrizioni rimborsate per visita oltre ad avere un numero più alto di prescrizioni per farmaci equivalenti.

Come sintetizza la rivista specializzata Salute internazionale, «i medici che non ricevono nessun omaggio dalle industrie della salute hanno un profilo prescrittivo meno costoso per il sistema sanitario e indicatori di efficienza prescrittiva migliori di coloro che ricevono regali. Inoltre lo studio ha evidenziato come anche un valore economico contenuto degli omaggi (fascia 10-69€) abbia comunque un effetto sulle prescrizioni: un piccolo investimento da parte dell’industria farmaceutica risulta quindi fruttuoso». Il nesso di causalità non può essere considerato definitivo, ma è un’indicazione di quanto una maggiore trasparenza possa contribuire a spiegare certe dinamiche del sistema sanitario europeo.

L’origine di una legge sulla trasparenza: il caso Mediator

Il motivo dell’attenzione francese per i legami industria farmaceutica-operatori sanitari-politica si spiega con il processo da cui siamo partiti. Imputati erano i Laboratori Servier, produttori del Mediator, farmaco contente Benfluorex impiegato «come trattamento aggiuntivo nei pazienti diabetici in sovrappeso», spiega l’Ema in un documento del 2010. A marzo 2021 l’azienda è stata ritenuta colpevole di «truffa aggravata» e «omicidio involontario» dal Tribunale di Parigi, mentre è stata prosciolta per la «frode». In sostanza, secondo quanto ha scritto la giudice Sylvie Daunis, nonostante sapessero dei profili di rischio del farmaco, i dirigenti dei laboratori Servier «non hanno mai preso le misure necessarie e quindi hanno ingannato» i consumatori. Non vendevano il falso, ma omettevano di comunicare dati molto rilevanti ai loro clienti. Alla fine all’azienda è stata comminata un’ammenda da 2,7 milioni di euro. Il gruppo Servier durante il processo ha anche annunciato di aver riconosciuto l’indennizzo come vittime a 3.732 pazienti, per un totale di 164,4 milioni di euro.

Il caso ha avuto un’eco gigantesca che è finita per cambiare la legislazione in materia di trasparenza del settore farmaceutico in Francia. Se da un lato è stata archiviata l’accusa di «traffico d’influenze» ai danni di una senatrice dell’allora partito di Nicolas Sarkozy, l’UMP, per aver addolcito un rapporto parlamentare critico sul farmaco, dall’altro, però, l’Agenzia nazionale del farmaco (oggi ANSM) è stata multata con 303 mila euro «per aver gravemente fallito nella sua missione di organo di polizia sanitaria». Già nel 2011 l’allora ministro Xavier Bertrand ha introdotto una legge che regolamenta in modo più stringente le relazioni tra aziende farmaceutiche, medici e agenzie nazionali che si occupano di sanità. Grazie a quest’apertura i ricercatori di Euros for Docs hanno potuto realizzare il primo database sulla situazione francese da cui poi ha preso origine anche questo nuovo filone di ricerca allargato a tutta Europa.

Il Sunshine act americano e l’Italia

In realtà, non sono nemmeno i francesi ad aver cominciato l’operazione trasparenza nei confronti della lobby farmaceutica. Il primo atto dello scontro si è infatti consumato negli Stati Uniti, anche in questo caso a seguito di uno scandalo.

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Merck & Co., fatturato nel 2020 circa 48 miliardi di dollari, nel 1999 ha ottenuto dalla Food and drug administration (FDA), l’agenzia del farmaco americana, l’autorizzazione per commercializzare il Vioxx, un antinfiammatorio a base di rofecoxib. Nonostante il gruppo di ricerca preposto dall’azienda per valutare l’impatto del farmaco fin dal primo anno di commercializzazione avesse notato un’incidenza sospetta di problemi cardiaci rispetto ad altri farmaci concorrenti, il prodotto è rimasto sul mercato fino al settembre 2004.

L’impatto economico è stato immediato: in un articolo del 2008 Repubblica scrive che il medicinale era stato «capace di fruttare circa 2,5 miliardi di dollari di entrate all’anno, per un totale di 12,5 miliardi» alla Merck. Secondo uno studio della rivista Lancet, negli Stati Uniti 88 mila pazienti hanno avuto un infarto provocato dall’assunzione di Vioxx e 38 mila tra loro sono morti. In seguito è emerso come medici membri del comitato di valutazione del farmaco fossero degli azionisti di Merck. Il 22 febbraio 2006 il New England Journal of Medicine ha messo in discussione i risultati dello studio del comitato scientifico che stava valutando il Vioxx, dopo averli pubblicati anni prima.

Illuminiamo la salute

Dal 2012 in Italia esiste Illuminiamo la salute, una rete composta da Libera, Gruppo Abele, Avviso Pubblico e Coripe Piemonte il cui scopo è monitorare corruzione e infiltrazioni mafiose nella sanità pubblica, oltre che pretendere maggiore trasparenza nella relazione tra pubblico e privato. Del gruppo fa parte anche la professoressa dell’Università di Torino Nerina Dirindin, la quale ha pubblicato insieme alla medica Chiara Rivoiro e al direttore della casa editrice Pensiero Scientifico Editore Luca De Fiore il libro Conflitti d’interesse e salute nel 2018 con Il Mulino. Il volume affronta – per la prima volta in Italia – le strategie delle compagnie farmaceutiche per condizionare professionisti e cittadini nelle scelte che adottano a tutela della propria salute.

Lo scandalo ha infatti inevitabilmente preso nel vortice anche i giornali specializzati: diversi studi sul Vioxx a cui è stato dato spazio, infatti, erano firmati da consulenti pagati da Merck o addirittura erano pubblicati senza che fosse specificato un sostegno dell’azienda alla loro produzione.

Negli anni a seguire negli Stati Uniti c’è stato un dibattito importante sull’affidabilità degli studi promossi dalle stesse aziende farmaceutiche attraverso la consulenza di esperti esterni, ma ugualmente a libro paga. In un articolo pubblicato dal British Medical Journal nel 2007 che analizzava le conseguenze dello scandalo Vioxx si legge che «università, industria farmaceutica, riviste di medicina e agenzie governative devono unirsi per definire una serie di principi in base ai quali possiamo ripristinare la fiducia nelle collaborazioni su nuovi trattamenti che possono migliorare l’assistenza ai pazienti. Potremmo prendere in considerazione l’adozione di alcuni nuovi approcci. Gli accademici impegnati in studi progettati e sponsorizzati dall’industria dovrebbero insistere affinché i dati siano archiviati su un sito accademico, analizzati da investigatori non aziendali e infine resi accessibili al pubblico per l’esame».

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Il caso giudiziario del Vioxx si è concluso nel 2011 con la condanna al pagamento di 950 milioni di dollari di arbitrato al Dipartimento di giustizia americano. Non sono state evidenziate responsabilità individuali. Il dibattito sul conflitto di interesse tra aziende farmaceutiche e operatori sanitari ha prodotto una legge, nota come Sunshine Act, entrata in vigore nel 2014. Ha l’effetto di rendere obbligatorio il tracciamento di ogni regalo e sponsorizzazione fatta da aziende farmaceutiche al di sopra dei 100 dollari l’anno. Non è però riuscita a rivedere il modo in cui le riviste specializzate sponsorizzano certi studi, che hanno inevitabilmente un impatto sulle opinioni dei medici.

Per quanto ancora migliorabile, le legge è comunque uno standard mondiale, tanto che in Italia l’onorevole Massimo Enrico Baroni del Movimento Cinque Stelle nel 2018 ha proposto una legge che si richiama a quella statunitense. Un anno dopo è stata approvata alla Camera ma ancora non è stata calenderizzata in Senato. Il disegno di legge è «in stato di relazione» dal 7 aprile 2021 dopo essere stato approvato all’unanimità dalla Commissione permanente Igiene e sanità del Senato. Per la promulgazione dovrà passare nuovamente dal voto alla Camera.

Il testo nell’ultima fase ha infatti subito alcuni emendamenti che hanno avuto come effetto principale il ritocco al rialzo dei limiti minimi delle transazioni da segnalare: la convenzione/erogazione minima da segnalare per un individuo è del valore unitario di 100 euro o un valore annuo maggiore di mille euro; per un’organizzazione sanitaria valore unitario minimo di mille euro e annuo di 2.500 euro.

Il Comitato No Grazie, gruppo affiliato all’organizzazione australiana Healthy Skepticism che si prefigge di contrastare conflitti di interessi e pubblicità ingannevoli in ambito sanitario, ha criticato la revisione delle soglie considerate, al momento, troppo basse per essere efficaci. Dal lato delle aziende produttrici, Confindustria Dispositivi medici ha costituito una piattaforma di consulenza legale per i suoi iscritti in modo da aiutarli a stabilire se sono in linea con le nuove regole in fase di approvazione oppure no. Che qualcosa cambi è certo, anche se è ancora difficile immaginarsi con quale impatto.

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Autori

Lorenzo Bagnoli

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Lorenzo Bodrero

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Luca Rinaldi

Fifa e “super-agenti”, le nuove regole che scontentano tutti

26 Febbraio 2021 | di Lorenzo Bodrero

Si chiama “tripla rappresentanza” e nel calcio professionistico è il più classico esempio di conflitto di interessi, proibito dal codice etico della Fifa, l’organo di controllo del calcio mondiale. Eppure è la prassi. Lo dice il Cies, Centro studi internazionale sullo sport (Cies) – pensatoio sportivo di base in Svizzera in cui un dipartimento è interamente dedicato all’analisi dell’economia del pallone – in un report riservato destinato alla Uefa in cui due anni fa annotava che «il conflitto di interessi è al centro» del calciomercato: da una parte il calciatore, dall’altra le società interessate all’affare. Nel mezzo l’agente che oltre agli interessi del giocatore media anche quelli delle società acquirenti e venditrici da cui percepisce a sua volta delle commissioni.

La stessa Fifa in una nota di gennaio 2020 descrive l’attuale sistema di rappresentanza agente-calciatore come governato «dalla legge della giungla». Non a caso il ritorno a un modello, auspicato dalla Fifa, in cui i procuratori tornino a rappresentare al massimo due parti all’interno delle trattative, sta portando alla guerra la Federazione del calcio mondiale e gli agenti più influenti e ricchi del momento. Dall’altra parte si trova un’altra frangia di professionisti del settore pronta a tornare alle origini in un mondo in cui l’agente sia esclusivamente curatore degli interessi dello sportivo.

Evasione fiscale, riciclaggio di denaro, commissioni esorbitanti: nell’ultimo quarto di secolo i tentativi intrapresi, poi abbandonati e ora nuovamente richiamati da parte della Fifa di regolamentare la figura dell’agente sportivo sono falliti. La figura del super-agente, dati alla mano, è fuori controllo: nelle fasce più basse, «dove vige una situazione da far-west», e in quelle più ricche, «con un alto livello di concentrazione», scrive ancora Il Cies.

Bisogna tornare al 1995 per capire l’origine di una scalata inarrestabile che ha portato i super-agenti a ricoprire un ruolo imprescindibile per il funzionamento dell’intero settore quando, con la sentenza Bosman, il calcio ha intrapreso una profonda trasformazione. Da allora, con quello che doveva essere un procedimento giuridico sul diritto del lavoro, il ruolo dell’agente ha acquisito sempre maggiore importanza, gli stipendi e i “prezzi” dei calciatori sono cresciuti esponenzialmente e la forbice tra club di prima e seconda fascia si è fatta sempre più ampia, con serie implicazioni anche dal punto di vista penale.

La “sentenza Bosman”, quando il calcio ha cambiato pelle

Il 15 dicembre 1995 la Corte di giustizia europea si pronunciava a favore di Jean-Marc Bosman in tre procedimenti differenti che lo vedevamo opposto alla Uefa, alla federazione calcistica del Belgio e al club Liege.

La vicenda risale al 1990, anno in cui scadeva il contratto che legava il giocatore belga al Liege. La sua volontà di trasferirsi in Francia al Dunkerque fu vanificata poiché l’offerta economica del club francese fu respinta da quello belga, con la conseguenza che a Bosman fu impedito di cambiare squadra, come da prassi di allora, pur non essendo più vincolato da un contratto. La Corte di giustizia europea stabilì, cinque anni più tardi, che il divieto imposto dal Liege limitava la libertà di movimento del calciatore. Ne risultò che un giocatore era ora libero di trasferirsi da un club all’altro gratuitamente alla scadenza del contratto, prassi ormai comune oggigiorno. La sentenza scatenò una reazione a catena con conseguenze ad ampio raggio nel mondo del pallone.

La possibilità di trasferirsi gratuitamente consentì ai calciatori di pretendere stipendi più alti e contratti più lunghi da parte del nuovo club per compensare la mancanza delle cifra sborsata per acquistarli. Questi potevano inoltre chiedere salari più alti con l’avvicinarsi della scadenza del contratto minacciando, nel caso le richieste non fossero accolte, di lasciare il club gratuitamente. Nacque così il ruolo di “agente”, incaricato dal calciatore di curare i propri interessi in fase di contrattazione con i club.

Prima della sentenza Bosman, inoltre, la Uefa imponeva l’utilizzo di non più di tre stranieri in campo per ciascuna squadra. A seguito della sentenza, i club potevano invece ingaggiare un numero illimitato di giocatori provenienti dall’Unione europea e i calciatori ambire a contratti più ricchi e più lunghi. In periodi di stabilità economica ciò non rappresentava un problema per il singolo club, ma in caso di retrocessione o di minori introiti per diritti tv, le società si trovavano con pesanti contratti a gravare sulle proprie casse. I club più piccoli si trovavano dunque costretti a svendere i giocatori migliori alle squadre più ricche per aggiustare i conti. A lungo termine, in molti campionati europei, questa tendenza ha contribuito ad ampliare il gap tra club di prima fascia e quelli più piccoli.

Le regole del “mercato di rappresentanza”, quello che dovrebbe gestire i trasferimenti dei calciatori e i soggetti che li rendono possibili, sono cambiate più volte per poi tornare all’antico e cambiare ancora. L’ultima, anzi la penultima, novità è arrivata nel 2015 quando l’organo di controllo del calcio mondiale demandava a ciascuna associazione calcistica nazionale (in Italia la Figc) la regolamentazione del ruolo degli agenti, di fatto smarcandosi da un sistema fuori controllo che la Fifa non riusciva (o non voleva) governare. Da allora non è più necessario possedere il patentino di agente, che di fatto assumeva il ruolo di intermediario, e chiunque poteva diventarlo.

È quantomeno curioso come le stesse ragioni che portarono la Fifa a una deregulation sei anni fa (limitare il conflitto di interessi, prevenire evasione fiscale e riciclaggio) sono le stesse alla base di una nuova riforma, in corso di sviluppo in questi mesi, che dovrebbe entrare in vigore il prossimo anno. Segno che le misure fin qui implementate, e poi rimosse, hanno fallito.

Una battaglia tra ricchi

L’organizzazione del calcio mondiale a settembre 2019 ha infatti annunciato l’introduzione di nuove norme per regolamentare il ruolo degli agenti. Tra queste, l’obbligatorietà di superare un esame di abilitazione per esercitare il ruolo di intermediario, e ottenere così una licenza Fifa, e l’istituzione di una “camera di compensazione” attraverso cui far confluire tutti i pagamenti, in nome della trasparenza. In gioco ci sono le sorti di un mercato in costante crescita.

Considerando solo i trasferimenti internazionali (escludendo quindi quelli all’interno dei confini nazionali), nel 2019 il mercato valeva 7,4 miliardi di dollari, contro i 2,7 del 2012. Il record di spesa spetta alla Premier League inglese, con 304 milioni di euro spesi nel 2019 per i compensi versati agli agenti sportivi. Nello stesso anno, tra commissioni e premi, la Serie A ne ha invece spesi 188.

Non stupisce dunque che le nuove regole in arrivo abbiano raccolto la forte opposizione degli agenti, o almeno di quelli che controllano il segmento più ricco del mercato. Per dare maggiore impulso all’azione di lobbying, alcuni di loro si sono riuniti in un’associazione registrata in Svizzera. Si chiama The Football Forum e comprende i pezzi da novanta del settore.

Ideatore e presidente è Mino Raiola, il celebre procuratore italo-olandese di Zlatan Ibrahimovic e Paul Pogba. Tra i vicepresidenti figurano i proprietari della prima e della seconda agenzia sportiva al mondo: Jonathan Barnett (ICM Stellar Sports) e Jorge Mendes (Gestifute), oltre al tedesco Roger Wittmann. Lo scontro tra Fifa e The Football Forum è aperto, specie alla luce di vecchi attriti tra Mino Raiola e il presidente della Fifa, Gianni Infantino. E si consuma attorno ad altri due punti compresi nel nuovo regolamento, particolarmente indigesti ai super-agenti: il limite al compenso percepito dai procuratori e l’obbligarorietà di rappresentare un solo soggetto nella trattativa (il club che vende, il calciatore o il club acquirente) o al massimo due (calciatore e club acquirente) se entrambi le parti concordano.

«Questo è l’unico settore in cui gli attori principali – i calciatori – non sono rappresentati, non siamo considerati degli stakeholder in nessuna federazione calcistica», ha affermato Mino Raiola in una recente intervista. Il fondatore di The Football Forum sostiene di «vivere in un mondo capitalista in cui l’economia si autoregola: il più forte vince e il più debole soccombe», ha aggiunto. Anche Jonathan Barnett, fondatore della ICM Stellar Sports, ha promesso battaglia: «Se chiedete ai giocatori cosa vogliono, vi diranno che sono a favore degli agenti», ha affermato il fondatore dell’agenzia per calciatori più importante al mondo, «e se necessario busseremo alle porte di tutti i tribunali del mondo per risolvere questa questione».

La Fifa è avvertita. Ma considerato il peso specifico dei dirigenti, è difficile credere che The Football Forum sia portatrice degli interessi di tutti i rappresentanti della categoria. Gestire le carriere di top player e agevolare trasferimenti multimilionari è infatti un traguardo per pochi. Sono oltre seimila gli agenti a livello mondiale ma solo un numero assai ristretto ha accesso al segmento più ricco: dei 2.685 trasferimenti avvenuti nel 2019 soltanto 176 (il 6%) hanno superato i 10 milioni di euro (dati Fifa).

Un avvocato contro tutti

Quello dei procuratori è dunque un mercato dove i contratti più ricchi sono in mano a pochi, un “oligopolio”, adottando il termine utilizzato da Pippo Russo su Domani. E a queste persone hanno accesso solo i top club, un’esclusiva che pone molti interrogativi sugli slogan di “equità” e di “competizione leale” sbandierati dalla Fifa. Le società elite del calcio europeo e mondiale acconsentono a queste pratiche «per non perdere competitività nei confronti dei club rivali in un mercato feroce e altamente deregolamentato», scrive il Cies.

Il meccanismo della tripla rappresentanza

Immaginate di essere Cristiano Ronaldo. Immaginate, inoltre, di voler cambiare casacca. Se fossero gli anni Novanta, il club che vuole acquistarvi si metterebbe in contatto con voi per proporvi un contratto, di durata X e con stipendio Y. Valutereste l’offerta, ne vagliereste altre e poi prendereste la vostra decisione. Se, infine, il club che vende accetta l’offerta economica del club acquirente, allora l’affare è fatto e fareste le valigie. Oggi è invece molto più complesso e la trattativa non è più una linea retta che dal club che vende arriva all’acquirente passando per il calciatore. È al contrario un cerchio in cui è entrato in gioco un nuovo soggetto, l’agente sportivo, colui che cura gli interessi del giocatore. Ora i papabili vostri acquirenti non si metteranno in contatto con voi bensì col vostro procuratore. Persuadere lui è il primo passo per arrivare a voi.

A questo punto il club che compra vi offrirà un ricco contratto nonché, qualora l’affare andasse in porto, una corposa commissione al vostro agente per il servizio di intermediazione. Anche il club che vende ha però bisogno dei suoi servigi. Si rivolge a lui per identificare la squadra disposta a spendere di più per acquistarvi e a offrirvi il contratto più ricco. Più alto è il prezzo, più cospicua sarà la commissione che l’agente incassa. È un gioco al rialzo, in cui il vostro agente è l’interlocutore di tutti i soggetti in campo e ad ogni trattativa i costi lievitano sempre di più. Quando tutte le parti sono d’accordo, il trasferimento è concluso e il vostro procuratore incassa una commissione sia dal club che vende sia da quello che compra. Oltre, naturalmente, alla vostra in quanto suo cliente.

Ma c’è anche chi interpreta il nuovo regolamento in arrivo come un tentativo di legittimare, invece di limitare, l’attuale ruolo del procuratore. «La collusione tra agenti e club è la regola del calciomercato, nonché la prima causa della criminalità sistemica che permea questo settore». Parole di Philippe Renz, avvocato svizzero e fondatore di Sport 7, agenzia per la gestione delle carriere sportive che dal 2017 punta a eliminare il conflitto di interessi nel calcio professionistico, lo stesso che il Cies sostiene essere alla base della concorrenza sleale subita da chi intende operare legalmente.

«La Fifa è il primo soggetto responsabile dell’illegalità che intercorre tra club e agenti, un’organizzazione che continua a nascondere e perpetuare queste pratiche così da favorire una certa elite del calcio mondiale», dichiara Renz a IrpiMedia. «La prova di tutto ciò», sostiene l’avvocato svizzero, «è proprio quella proposta di riforma del ruolo degli agenti da parte della Fifa».

Anche l’agenzia sportiva svizzera, dunque, è contraria alle nuove regole, ma per motivi completamente opposti a quelli dei super-agenti. Le giudica troppo blande. Da un lato, lasciare aperta la possibilità della “doppia rappresentanza” (quando il procuratore rappresenta il giocatore e uno dei club venditore o acquirente) per Renz significa «legalizzare il conflitto di interessi, non contrastarlo», quando invece bisognerebbe attaccare «il rapporto incestuoso tra club e agenti e le remunerazioni illegali che intercorrono tra loro, che oggi costituiscono la fonte principale della criminalità nel calcio».

Sport 7 è convinta anche della relativa utilità dietro al principio della creazione di una futura “camera di compensazione” attraverso cui, in nome della trasparenza, secondo la riforma dovranno passare tutti i pagamenti da e verso club e agenti. «È in buona parte una sciocchezza», commenta Renz, «chi garantisce che altri pagamenti e commissioni extra non verranno inviate su altri canali? e chi controllerà? la Fifa?». Secondo l’avvocato, la riforma in arrivo «altro non è che una cortina di fumo alzata per dare l’impressione di essere in controllo quando invece non cambierà nulla, neanche le autorità potranno avere contezza di quanti soldi transitano e dove andranno a finire, proprio come adesso».

La soluzione, sostiene, è una sola: riportare gli agenti al loro ruolo originario di meri curatori degli interessi di un calciatore e proibire loro di fungere da intermediari per i club. È il caso per esempio del Belgio dove dal 1 luglio 2020 la Royal Belgian Football Association ha introdotto un nuovo regolamento che impone il divieto della “doppia rappresentanza”. Ci aveva provato anche la federazione inglese nel 2007 ma dopo un anno mezzo dovette cedere alle pressioni dei club più ricchi e fare un passo indietro: gli agenti non avevano più interesse a piazzare i loro giocatori nel campionato oltremanica, preferendo invece quelli che avrebbero pagato i loro servigi e offerto contratti più alti ai propri clienti.

Foto: Lo stadio José de Alvalade XXI a Lisbona – Elio Santos/Unsplash | Editing: Luca Rinaldi

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