Le armi tedesche alla Russia

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Le armi tedesche alla Russia
Frederik Richter

A lla fine del 2011, negli uffici di Dusseldorf di Rheinmetall, il colosso tedesco degli armamenti, c’era di che festeggiare. Una tanto attesa commessa era finalmente arrivata da Mosca, ed era stata accolta con grande entusiasmo. Era la conferma dell’ordine per la costruzione di un centro di addestramento per l’esercito russo nella città di Mulino, a circa trecento chilometri a est di Mosca, del valore di cento milioni di euro.
Una volta ultimato, il centro avrebbe potuto ospitare fino a 30mila soldati ogni anno, che avrebbero potuto addestrarsi, fra le altre cose, alla guerriglia urbana casa per casa.

Secondo la stessa Rheinmetall, in un comunicato stampa del novembre 2011, la commessa era di «particolare importanza strategica» perché era il primo passo per entrare nel mercato russo, il primo di molti, speravano i dirigenti.

In quel periodo il governo federale tedesco era particolarmente focalizzato sul sostenere le esportazioni e le forze armate tedesche stavano ancora cercando di metter su una specie di partnership con quelle russe. Dieci anni dopo, nell’autunno del 2021, l’armata rossa si stava allenando proprio in quello stesso centro per preparare la brutale invasione dell’Ucraina e per apprendere le tattiche adatte al tipo di guerriglia urbana che ha preso forma in città come Mariupol.

Purtroppo per Rheinmetall, le cose non sono andate come speravano. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il gruppo di Dusseldorf ha dovuto rinunciare alle sue ambizioni, ma fino ad allora l’ingresso nel mercato russo era talmente importante per l’azienda tedesca che, secondo le ricerche fatte da Correctiv e Welt, potrebbero aver preso in considerazione di facilitare la firma del contratto con delle tangenti.

Un’indagine ufficiale infatti, condotta dalla procura di Brema, aveva messo sotto inchiesta due manager del gruppo Rheinmetall per il pagamento, tramite un’azienda “di carta”, di 5,38 milioni di euro diretti verso soggetti russi non meglio identificati.
I due sono stati imputati per malversazione, o uso illecito di fondi dell’azienda, nel luglio 2019.

A Brema, Rheinmetall ha una presenza importante, e costruisce componenti elettroniche per i centri di addestramento, oltre che simulatori per equipaggi di sottomarini e molto altro.

Il procedimento penale però si è fermato l’anno successivo senza riuscire a provare l’effettivo pagamento di tangenti, e i due manager hanno patteggiato l’accusa di uso improprio di fondi, costretti al pagamento di un’ammenda da 12mila euro a testa.
Rheinmetall non ha risposto per ora alle domande di Correctiv, spiegando che troppi impiegati erano assenti per via delle vacanze di Pasqua.

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Esercitazioni russe nel campo di addestramento di Mulino – Foto: Ministero difesa russo
In Italia, la costola di Rheinmetall più importante è la fabbrica RWM Italia di Domusnovas, in provincia di Cagliari, azienda con sede legale a Brescia. Fino alla revoca della licenza per le esportazioni avvenuta a gennaio 2021, RWM ha venduto munizioni che le forze aeree saudite hanno usato contro i ribelli Houthi in Yemen. La guerra, ormai in corso da otto anni, è diventata un affare personale per il controverso principe Mohammed Bin Salman, erede al trono dell’Arabia Saudita. A guadagnare terreno però sono i suoi avversari, sostenuti dall’Iran.

RWM Italia è coinvolta in almeno due procedimenti penali. A Cagliari, il 25 marzo la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici di RWM Italia e dei tecnici che hanno lavorato a un piano di ampliamento della fabbrica che secondo le accuse sarebbe irregolare. L’indagine è scaturita da un esposto di diverse organizzazioni del mondo pacifista ed ecologista e il 29 giugno ci sarà l’udienza preliminare davanti al giudice Manuela Anzani. A Roma invece la Procura ha aperto da tempo un fascicolo a carico dei vertici di RWM Italia e dell’Autorità nazionale per l’esportazione di armamenti (Uama), unità che appartiene al Ministero degli Esteri. Secondo diverse organizzazioni non governative internazionali, ci sono elementi che farebbero ipotizzare l’uso di armi prodotte dalla fabbrica di Domusnovas nell’attacco aereo al villaggio di Deir al-Hajari, nel 2016. La Procura di Roma è stata incaricata di accertare le eventuali responsabilità dell’azienda in questo episodio ma poi per due volte ha chiesto l’archiviazione. La Giudice delle indagini preliminari Roberta Conforti a febbraio 2021 ha accolto il ricorso delle organizzazioni pacifiste a che entro sei mesi fossero raccolti gli elementi di prova per completare il rinvio a giudizio. A marzo 2022 però la Procura di Roma ha per una seconda volta chiesto che il procedimento venisse archiviato.

Il quadro sulle spese militare e i numeri di RWM Italia

Il fatturato di RWM Italia tra il 2019 e il 2020, secondo i dati dell’osservatorio Top Aziende del Quotidiano nazionale, è passato da 116 a 140,7 milioni di euro. Anche la produzione ha registrato un aumento. La tendenza del mercato degli armamenti è a livello globale in crescita. Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), il più importante centro di ricerca che si occupa di spese militari a livello globale, osserva che la spesa mondiale ha raggiunto nel 2021 la cifra complessiva di 2.113 miliardi, ossia lo 0,7% in più del 2021 e il 12% in più del 2011. Quindici paesi totalizzano l’81% delle spese militari. Tra questi compare anche l’Italia, che si trova all’undicesimo posto della classifica con 32 miliardi di euro (+4,6% contro una media dell’Europa occidentale del +3,1%).

Il 31 marzo è stato licenziato e convertito in legge quello che i giornali hanno chiamato “il Decreto Ucraina”, un pacchetto di misure attraverso cui il governo italiano incrementerà le spese militari fino al 2% del Pil allo scopo di aiutare l’Ucraina a opporsi all’invasione della Russia. «Il decreto legge prevede la partecipazione, fino al 30 settembre 2022, di personale militare alle iniziative della NATO per l’impiego della forza ad elevata prontezza, denominata Very High Readiness Joint Task Force (VJTF)», si legge nella scheda con le Disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina pubblicata sul sito della Camera. «Si prevede, inoltre, fino al al 31 dicembre 2022 la prosecuzione della partecipazione di personale militare al potenziamento dei seguenti dispositivi della NATO: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza; c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza». Tra gli altri punti chiave del Decreto legge c’è «la cessione di mezzi ed equipaggiamenti militare all’Ucraina, a titolo gratuito non letali di protezione».

Non è raro che in Germania, come anche in Italia, le indagini per corruzione internazionale arrivino a un punto morto, con conseguenze minime o nulle per i soggetti indagati. Lo conferma anche un’ulteriore analisi fatta da Correctiv, assieme Die Welt e Ippen Investigativ, su tutti i casi di questo tipo finiti nelle corti tedesche fra il 2015 e il 2020.

Mascherare il pagamento di tangenti nel caso di contratti internazionali è infatti una prassi molto ben “testata”, e dimostrare che i fondi trasferiti siano effettivamente finiti in mano a un pubblico ufficiale straniero è estremamente complesso e difficile da investigare, anche nella piena collaborazione fra forze di polizia di diversi Paesi. È per questo che spesso i procuratori preferiscono procedere per uso improprio di fondi, per poter almeno sanzionare i flussi di denaro diretti verso destinatari non identificabili con chiarezza all’estero. Purtroppo molte di queste indagini finiscono archiviate con il pagamento di ammende relativamente basse.

I casi giudiziari analizzati contengono oltre 80 casi di sospetta corruzione internazionale, incluso quello di Brema contro Rheinmetall. Negli ultimi anni, la procura di Brema è infatti fra quelle che più di tutte le altre in Germania si è impegnata a indagare casi di questo tipo.

Dimostrare che i fondi trasferiti siano effettivamente finiti in mano a un pubblico ufficiale straniero è estremamente complesso e difficile da investigare, anche nella piena collaborazione fra forze di polizia di diversi Paesi.

Sospetti di corruzione a Rheinmetall

Gli investigatori di Brema avevano avuto maggior successo in un altro caso, precedente, che non era arrivato all’attenzione della stampa: nel 2013 e nel 2014 impiegati di Rheinmetall nelle Filippine avrebbero corrotto il capo dell’accademia navale del paese per ottenere una commessa per un simulatore per il centro di addestramento degli equipaggi navali.
A dicembre 2018, Rheinmetall ha negoziato in merito un’ammenda di circa tre milioni di euro, più o meno equivalente all’intero profitto che avrebbe ottenuto illegalmente tramite questo accordo sottobanco.

Nel 2014, la procura di Brema aveva già multato il colosso degli armamenti tedesco per ben 37 milioni di euro, in connessione a una commessa da parte della Grecia, che nel 2000 aveva comprato da Rheinmetall 134 milioni di euro di armamenti antiaerei. Nonostante ci siano voluti ben 14 anni, alla fine i magistrati sono riusciti a dimostrare che l’azienda non aveva fatto abbastanza per prevenire la corruzione dei funzionari greci che hanno gestito il contratto.
All’epoca, l’azienda ha dovuto promettere di aggiornare il suo sistema di compliance interno e, in un’intervista di fine 2014, l’amministratore delegato di Rheinmetall Armin Papperger, aveva dichiarato che «infrazioni sistematiche non avverranno più in futuro»

Ma nonostante le promesse, Rheinmetall ha continuato a contare su transazioni opache nella gestione delle sue commesse, come Correctiv e Stern avevano già scoperto nel 2018. Il gruppo aveva infatti pagato al businessman libanese Ahmad El Husseini la sconcertante cifra di 15 milioni di dollari come “consulenza” per appianare un problema sorto riguardo il funzionamento dei cannoni per le navi della marina militare degli Emirati Arabi. El Husseini avrebbe usato i suoi agganci politici negli Emirati per trovare un accordo, e forse anche il denaro di Rheinmetall?
L’azienda nega con forza questa ricostruzione e anzi sostiene di essersi dotata di un moderno ed efficace sistema di “compliance”. Ogni sospetto è immediatamente analizzato, sostengono.

Un’industria bellica a rischio corruzione

Rheinmetall non è un caso isolato nel mondo dell’industria della difesa tedesca. Nel 2018 ad esempio, Airbus ha pagato 81,25 milioni di euro in connessione alla vendita di aerei da guerra Eurofighter all’Austria. Gli inquirenti di Monaco hanno a lungo indagato il caso, sospettando che si trattasse di una tangente, ma non sono riusciti a chiarire i movimenti precisi della somma di denaro in questione. Anche molti dei contratti del reparto navale di ThyssenKrupp sono stati indagati, fra cui una vendita di sottomarini a Israele e una di fregate all’Algeria.

Con la guerra in Ucraina inoltre, l’export di armi tedesche vedrà probabilmente un notevole incremento. I paesi dell’Est-Europa in particolare si stanno armando, e dovranno presto ricomprare quei materiali e mezzi che sono stati inviati in Ucraina. Anche prima della guerra in corso comunque, Rheinmetall aveva già ricevuto un ordine dall’Ungheria per mezzi di trasporto truppe “Lynx”, del valore di oltre due miliardi di euro. In futuro, questi stessi mezzi saranno prodotti direttamente in Ungheria, per altri clienti del gruppo tedesco.

In Germania, il governo federale riserva relativamente pochi fondi al suo stesso esercito, eppure ha sempre supportato con i suoi canali diplomatici l’esportazione di armamenti. L’allora ministro della difesa Thomas de Maizière nel 2011 andò a Mosca proprio per offrire all’esercito russo il know-how tedesco sugli armamenti. Poco più tardi, a Rheinmetall è arrivata la famosa commessa per il centro d’addestramento da 500 chilometri quadrati costruito a Mulino, che a sua volta è modellato su quello costruito per l’esercito tedesco in Sassonia.

«Abbiamo un interesse di sicurezza ad avere un esercito russo moderno e ben gestito» ha dichiarato De Maizière all’epoca. Raggiunto da Correctiv oggi, ha invece dichiarato che già allora era in realtà piuttosto scettico rispetto al contratto di Rheinmetall. «Il gruppo però voleva moltissimo quella commessa», ha dichiarato.

Nel 2013, cinque anni dopo l’invasione della Georgia da parte della Russia, a nove soldati russi era stato permesso di addestrarsi per alcuni mesi nel centro di addestramento Rheinmetall in Sassonia, a spese del Bundeswehr, l’esercito tedesco. Ufficialmente, la mossa doveva, secondo il ministero della difesa tedesco, rappresentare uno «scambio di esperienze e di valori». Come molte delle speranze un po’ ingenue di Berlino, anche questa sembra essere stata disattesa, almeno a guardare le immagini che arrivano da Bucha e da altri teatri di guerra in Ucraina.

Esercitazioni russe nel campo di addestramento di Mulino – Foto: Ministero difesa russo
Anche le speranze di Rheinmetall però, che arrivassero molte altre commesse dal Cremlino, non si sono avverate. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il governo federale ha bloccato il contratto con la Russia, impedendo il continuamento della costruzione del centro di addestramento. Da allora, la Russia ha dovuto completarlo con le sue forze.

È molto probabile che le truppe di Vladimir Putin si siano addestrate all’invasione dell’Ucraina proprio in quel centro di addestramento, inizialmente venduto alla Russia dalla Germania. Lo scorso settembre, il presidente russo l’ha visitato di persona, per partecipare agli addestramenti congiunti degli eserciti russo e bielorusso. Un programma di addestramento chiamato “Zapad 2021”, cioè “Ovest 2021”, un nome che già allora indicava la direzione in cui Putin voleva spingersi.

E Rheinmetall, dal canto suo, ancora non ha del tutto interrotto i rapporti con la Russia. Secondo l’ultima relazione annuale del gruppo, una joint venture messa in piedi dall’azienda di Dusseldorf a Mosca per la gestione del centro di addestramento sarebbe ancora attiva, registrando un profitto di 35mila euro nel 2020.

CREDITI

Autori

Frederik Richter

Traduzione ed editing

Giulio Rubino

In partnership con

CORRECTIV, Welt am Sonntag

Guerra in Ucraina, la fine dell’Operazione Matrioska?

04 Marzo 2022 | di Lorenzo Bagnoli

Forse questa guerra segna la fine di quella che abbiamo chiamato Operazione Matrioska, l’operazione attraverso cui Vladimir Putin ha ottenuto consensi in Europa e Stati Uniti. Ne abbiamo scritto fin dal 2018, prima come IRPI e poi come IrpiMedia. Più che un’operazione coordinata, si è trattato di una serie di strategie adottate da diversi personaggi politici, tra cui i leader identitari come Matteo Salvini in Italia o Donald Trump negli Stati Uniti, aventi come obiettivo finale indebolire l’Unione europea. Abbiamo definito i personaggi coinvolti in questa vicenda “matrioske” perché nascondono al loro interno diverse affiliazioni, spesso all’apparenza del tutto contrastanti. Questo sistema così fluido e ambiguo sembrava perfetto per adattarsi al momento politico.

Questa strategia però è in declino negli ultimi due anni e forse anche per questo Putin ha scelto di muovere i carri armati. Ovviamente non pretendiamo di identificare con chiarezza né l’obiettivo finale della strategia del presidente russo, né la partecipazione consapevole ad un piano unico da parte dei protagonisti dell’Operazione Matrioska. Resta però indubbio che, specialmente sul piano politico e culturale durante gli anni della pandemia, gli alleati vecchi e nuovi di Putin hanno perso terreno, e l’Europa ha trovato forme di rilancio del suo progetto politico.

Insieme alle armi in Ucraina è stato rispolverato un arsenale anche ideologico di schemi e termini che pensavamo tramontati assieme agli anni Ottanta. La guerra combattuta rivela il persistere, almeno fra i leader mondiali, tutti abbondantemente sopra i sessant’anni, di una visione del mondo ancorata alla logica dei blocchi contrapposti e al concetto di guerra fredda basata sulla “Distruzione Mutua Assicurata”. Il ritorno a questa dinamica appare come un deciso allontanamento dalle forme di “guerra di propaganda” e “guerra economica” a cui eravamo abituati in questi anni. È il ritorno della guerra nella forma più tragica e brutale.

I tre fronti dell’Operazione Matrioska oggi

Nel 2020 abbiamo individuato tre fronti dell’Operazione Matrioska: quello politico, quello culturale e quello finanziario. Il fronte politico era rappresentato da quella strana convergenza tra Putin e Donald Trump. Negli Stati Uniti è stata oggetto del Russiagate, l’indagine di Robert Mueller (che ha ottenuto solo qualche condanna. A luglio 2021 il Guardian ha pubblicato un leak proveniente dal Cremlino in cui si parlerebbe della decisione nel 2016 di sostenere Trump per fomentare «disordini sociali» negli Stati Uniti). Quella parentesi però si è chiusa con l’elezione di Joe Biden che è tornato alla tradizionale contrapposizione Mosca-Washington.

Il fronte culturale è quello che ha coinvolto partiti politici come la Lega, il Front National (oggi Rassemblement National) o l’FPO austriaco, formazioni alla ricerca di una nuova identità ideologica e una nuova galassia di alleanze internazionali. L’adesione allo schema della matrioska è stata la causa del repentino avvicinarsi alla Russia da parte di questi movimenti della destra identitaria. Putin ha rappresentato un modello a cui ispirarsi di leader forte, autarchico, capace di sfidare la linea dell’Europa anche in termini di diritti civili. In ottica russa, questi partiti “vicini” dovevano contenere l’espansione dell’Europa, sia a livello geografico, sia a livello culturale. Tra scandali finanziari (come il caso Metropol o lo «scandalo Ibiza») e incapacità politiche, l’avanzata dei partiti europei ritenuti più vicini a Russia Unita, il partito di Putin, si è notevolmente rallentata, anche a favore di altri attori a destra (come Fratelli d’Italia in Italia o Eric Zemmour in Francia).

Per approfondire

Operazione Matrioska

Una serie di inchieste su come Putin sia diventato una figura di riferimento per le destre di tutto il mondo. Un’operazione in tre fasi: economica (il Laundromat), culturale (l’ascesa degli identitari) e politica (il Russiagate)

 Poromodificl’articolIl fronte economico è quello della lavanderia russa, il sistema di società offshore con conti correnti bancari nelle repubbliche baltiche attraverso cui gli oligarchi (si veda la nostra definizione qui) sono riusciti a investire e ripulire denaro sporco all’estero e a garantirsi un flusso di denaro da investire fuori dalla Russia. Questo sistema inizialmente è stato appannaggio solo di un ristretto gruppo di persone. In una prima fase, dalle ricostruzioni giornalistiche che sono state possibili ad oggi, nella lavanderia russa si è individuato un disegno per condizionare la vita economica europea, anche attraverso il soft power dello sport (un esempio per tutti: il patron del Chelsea Roman Abramovich e la sponsorship di Gazprom della Champions League di calcio). Il sistema, però, è prettamente finanziario e come tale, una volta congegnato, può essere impiegato anche da altri attori. Oggi sembra essere scappato di mano dai proprietari originari; sembra che il gruppo di oligarchi che ne fa uso non sia più monolitico come appariva un tempo (qui abbiamo raccontato il caso di Boris Mints e qui dei fratelli Magomedov). La data spartiacque sembra essere il 2014. E non è un caso.

La causa profonda: l’Ucraina

Per Putin un’Unione europea sempre più integrata e allineata con gli Stati Uniti equivale a un accerchiamento, fisico, economico e ideologico della sua Russia. La minaccia, ai suoi occhi, si è palesata proprio nel 2014 (si veda la nostra timeline qui), quando Viktor Yanukovich, presidente ucraino naturalizzato russo molto vicino al Cremlino, è stato defenestrato dal movimento di Euromaidan (in questa intervista all’Ansa la ricercatrice dell’Ispi Eleonora Tafuro Ambrosetti definisce l’invasione una «vendetta» per quei fatti di otto anni fa). Post Yanukovich, però, il movimento filoeuropeista era spaccato tra Yulia Tymoshenko, la ex prima ministra di nuovo in corsa per le elezioni del 2019, e Petro Poroshenko, il presidente, e la transizione a un’Ucraina pienamente democratica e libera dalla corruzione è stata impossibile. Basti dire che Poroshenko (salito al potere dopo una brevissima parentesi di Oleksandr Turčynov) è poi finito sotto indagine per alto tradimento con l’accusa di aver finanziato i separatisti filorussi.

L’indagine ha preso piede dopo la sua sconfitta politica per mano di Volodymyr Zelensky, l’ex comico oggi leader molto popolare dell’Ucraina. Zelensky si è presentato tre anni fa come un outsider pronto a rivoltare la politica ucraina ed eliminare la corruzione. Però nel 2019 Trump lo ha avvicinato nella speranza di ottenere qualche favore nella sua campagna contro Biden, secondo la ricostruzione del Russiagate. È una storia antica, forse oggi del tutto archiviata.

In contemporanea con i problemi interni, dal 2014 in avanti ci sono state pressioni crescenti sui confini del Paese con le prime operazioni militari di Mosca: dopo Maidan, Putin ha immediatamente invaso la Crimea (annessa poi con un referendum-farsa) e la febbre dell’indipendentismo da Kiev ha contagiato anche il Donbass, dove non si è mai smesso di combattere. Il conflitto si è svolto soprattutto tra formazioni paramilitari filorusse sostenute dal Cremlino in vari modi e altre milizie filoucraine. Queste ultime sono finanziate in modo consistente da Ilhor Kolomoisky, potentissimo oligarca ucraino che ha sostenuto Zelensky e che è finito sotto sanzioni negli Stati Uniti nel 2021. All’epoca le relazioni Washington-Kiev erano più problematiche di oggi e gli americani volevano contribuire a una «campagna contro la corruzione» nel Paese, colpendo l’uomo più potente del Paese (nonché primo sostenitore di Zelensky, sia come comico, sia come politico). Kolomoisky in passato ha mantenuto però attive le sue relazioni con la Russia tanto da dire nel 2019 di essere pronto ad abbandonare la guerra contro Mosca per il Donbass.

Al di là della questione dell’ingresso nella Nato e degli avvicinamenti all’Unione europea dell’Ucraina di cui giustamente si legge su ogni giornale, uno dei fattori che ha ulteriormente accelerato la crisi Mosca-Kiev sembra essere stata la «legge contro gli oligarchi». Annunciata a novembre 2021, dovrebbe da programma entrare in vigore questo maggio. Zelensky ne ha parlato come di uno strumento per disinnescare un imminente «colpo di Stato» degli uomini più ricchi del Paese sostenuti dalla Russia. Come ricorda la BBC, però, «la corruzione rimane profondamente radicata in Ucraina e ci sono timori che la nuova legge anti-oligarchi possa essere usata per limitare le attività di alcuni e non di altri».

La guerra in diretta

In questi giorni di frenetiche negoziazioni al confine, centinaia di giornalisti sul campo cercano di raccontare la guerra in diretta: le operazioni militari, le vittime, i profughi. La ferocia e la brutalità dell’attacco erano imprevedibili per molti analisti. Non ci sono dubbi che in questa guerra ci sono una vittima, la popolazione dell’Ucraina, e un aggressore, la Russia guidata da Vladimir Putin. Non ci sono dubbi che quella ucraina sia una resistenza a un’aggressione senza precedenti, oscena, terrificante, ingiustificabile. È fuori di dubbio che la guerra, quando avviene, è talmente gigantesca da mandare in subordine tutto il resto. Però c’è stata una forma molto meno cruenta di conflitto che dura da molto più tempo e che ha altri fronti oltre quello ucraino.

Le nostre colleghe di Re:Baltica – un centro di giornalismo investigativo che raccoglie Lituania, Lettonia ed Estonia – scrivono spesso di magnati dei media filorussi che intossicano l’ambiente dei media per fomentare un riavvicinamento alla Russia. I fronti aperti – seppur nessuno sanguinoso come quello ucraino – sono tanti, purtroppo.

PRECISAZIONE: Il 28 marzo l’articolo è stato modificato per precisare che Yulia Tymoshenko è stata prima ministra dell’Ucraina (2005; 2007-2010) e ha corso contro l’altro presidente filoeruopesista Poroshenkho nel 2019.   

 

Foto: Vladimir Putin in un ricevimento al Cremlino nel febbraio 2019 – Mikhail Svetlov/Getty
Editing: Giulio Rubino