Il conto della ripresa

Il conto della ripresa

#GaranzieDiCrisi

Dalla fine della crisi finanziaria cominciata nel 2008, il mantra è che non non esploderà più alcuna bolla finanziaria. Il mercato è più sano e l’epoca dei mutui subprime, mutui favorevoli concessi a tassi vantaggiosi con estrema facilità anche a chi non era in grado di ripagare il debito, è ormai chiusa. Un dato di fatto, certificato anche dalla Banca d’Italia, è che dal 2013 al 2020 le imprese italiane hanno fatto sempre più ricorso a obbligazioni al posto del credito delle banche.

In questa così delicata fase di ripresa, che ci si augura non sia effimera, si registra l’ennesimo ricorso al mercato per tentare di finanziare chi è in crisi anche da parte degli enti pubblici. In particolare nel settore degli Npl, i cosiddetti crediti non performanti. Sono soldi erogati a chi ormai non è più in grado di restiturli.

Possono diventare anche loro un prodotto da vendere sul mercato e promettono, in ordine a un alto rischio del capitale investito, di rendere bene. Che sia attraverso prestiti tradizionali o attraverso prodotti finanziari, serve la garanzia dello Stato perché siano credibili e ottengano la fiducia di investitori e istituti di credito. Così anche il comparto pubblico che si occupa di credito e garanzie in Italia e in Europa si sta esponendo sempre di più su un mercato dei prodotti derivati. L’obiettivo è di salvare il sistema e alimentare la ripresa, anche attraverso il mercato.

E se quest’ultimo non mantenesse le promesse? Cronache dal fronte finanziario della ripresa post-pandemia.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Matteo Cavallito

In collaborazione con

Counter Balance
ReCommon

Editing

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Usura: il Covid-19 non ha frenato il business

17 Settembre 2021 | di Maurizio Franco

«Ammetto: ho pensato di ricaderci» è la frase con cui Gianni – nome di fantasia per la tutela della privacy – intervalla il suo racconto. Un calvario di umiliazioni e frustrazioni, che prende avvio nel 2009 e pare esaurirsi nel 2015. Durante questo lasso di tempo, il cappio degli usurai aveva strangolato la sua attività, incastonata in una delle vie del centro storico di Roma. “Cravattari” – termine in uso nel gergo cittadino – che non si facevano scrupoli ad irrompere nel negozio, aprire il registratore di cassa e mettersi in tasca le banconote guadagnate durante la giornata di lavoro. Oltre 240 mila euro sborsati in poco più di sei anni. «Tutto è partito da un piccolo prestito per pagare un fornitore», racconta Gianni. Che ha dovuto cedere la casa e traslocare in un locale dove l’affitto era meno oneroso.

Quando la moglie ha deciso di denunciare alle forze dell’ordine l’insostenibile violenza a cui erano sottoposti, gli usurai si sono volatilizzati. L’esercente ritiene che non fossero schegge solitarie. «Credo che ci fosse qualcuno dietro a queste persone senza scrupoli».

Gianni, alla fine, si è rivolto allo sportello dell’Ambulatorio Antiusura ed ha ottenuto dalla Regione Lazio 20 mila euro per ripartire da zero. Il Covid-19, però, ha offuscato la serenità conquistata. Il suo timore è ripiombare negli abissi del circuito usuraio. O abbassare definitivamente le saracinesche del negozio. Un bivio che, ultimamente, in molti sono costretti ad affrontare. «In questi mesi ho ricevuto proposte di vendita. A prezzi irrisori. Trattativa in contanti e senza intermediari. La liquidità immediata fa gola e ti prendono sulla stanchezza», dice. A Gianni hanno offerto tra i 20 mila e i 30 mila euro per comprare l’attività che, stando alle parole dell’esercente, vale circa 200 mila euro. E millantano di essere commercianti, avvezzi alle fatiche del mestiere. Ma Gianni è scettico. «Anche in questo caso, credo ci sia un’organizzazione che gestisce questi affari», sottolinea.

Secondo i dati forniti da Confcommercio, pubblicati il 20 aprile 2021, 300 mila imprese del commercio in Italia rischiano la chiusura. L’80 per cento (circa 240 mila attività) serreranno i battenti per via della pandemia e delle conseguenze che il virus ha imposto sul tessuto economico. Riduzione del volume degli affari, mancanza di liquidità, difficoltà di accesso al credito legale e problemi di tipo burocratico sono le stimmate che i negozianti mostrano all’associazione di categoria. Che non ha dubbi sulla traversa che le imprese potrebbero imboccare: rispetto al 2019, è più che raddoppiata la quota di imprenditori che ritiene incrementato il fenomeno dell’usura. Dal 12,7 per cento al 27 per cento. Nonostante le misure finanziarie messe in campo dalle istituzioni, urgono soldi e le organizzazioni criminali ne hanno in abbondanza.

Oltre 40 mila attività, sempre stando alle stime elaborate da Confcommercio, guardano concretamente al baratro scavato dai cravattari, mentre gli altri reati (rapine, contraffazione e furti), nella percezione del comparto, diminuiscono di intensità. Dello stesso avviso è l’Organismo permanente di monitoraggio ed analisi sul rischio di infiltrazione nell’economia da parte della criminalità organizzata di tipo mafioso. Ente creato ad aprile 2020 dal Ministero degli Interni e presieduto dal prefetto Vittorio Rizzi, raccoglie tutte le forze di polizia italiane e si prefigge il compito di comprendere come le organizzazioni criminali abbiano rimodulato il proprio operato ed intervenire di conseguenza.

Il quinto report, pubblicato il 5 maggio scorso, vede un aumento del 16,2 per cento, nel biennio 2019/2020, dei casi di usura segnalati (stime che decrescono sensibilmente nel 2021).

Gli strumenti istituzionali di contrasto all’usura

Nel corso del 2020, le istituzioni hanno potenziato gli interventi per contrastare l’usura. Il Ministero dell’Economia e delle Finanze (Mef) ha rifinanziato il Fondo per la prevenzione del fenomeno: circa 32,7 milioni di euro da distribuire a 113 “enti gestori” – associazioni, consorzi per l’accesso al credito e fondazioni – che a loro volta avranno il compito di impiegare tali risorse nei territori. Dal 1998 ad oggi, il Mef ha stanziato circa 670 milioni di euro.

La Regione Lazio, invece, ha varato un fondo da 4,4 milioni di euro che prevede molteplici destinazioni. Circa 900 mila euro per le vittime di usura e per soggetti sovra-indebitati: fino a 5 mila euro a fondo perduto per ogni richiesta; garanzie per prestiti bancari fino a 50 mila euro da restituire in 10 anni: il tesoretto è da 1,6 milioni ed è funzionale a prevenire il ricorso al prestito usuraio. Su questo versante, ulteriori 650 mila euro sono messi a disposizione per consulenze legali e contabili; 770 mila euro, invece, per lenire i danni subiti dall’oppressione dei cravattari: per ogni domanda, un contributo fino a 20 mila euro a fondo perduto; 30 mila euro sono per il sostegno psicologico alle vittime; e, infine, 450 mila euro sono previsti per supportare il lavoro delle associazioni che operano nei contesti locali. Sono le stesse organizzazioni – iscritte all’albo regionale degli enti antiusura e a quello del Mef – a fare da tramite tra le istituzioni e le vittime per l’erogazione dei finanziamenti.

Per rintracciare segni delle infiltrazioni criminali nell’economia, il report si è focalizzato sulle variazioni societarie avvenute nel periodo della pandemia (marzo 2020 – febbraio 2021), utilizzando e intersecando alcune categorie come il turn-over di cariche e di partecipazioni o i trasferimenti di quote.

Guardando al 2019, l’Organismo evidenzia una leggera flessione del numero delle variazioni, meno 6,3 per cento, “riconducibile, verosimilmente, alla repentina stagnazione economica […]”. Parallelamente, però, lo studio porta alla luce una crescita del 7 per cento delle segnalazioni per operazioni sospette e un aumento del 9,7 per cento delle società colpite da provvedimenti interdittivi antimafia. Di queste, il 47 per cento, stando alle attività di monitoraggio, hanno registrato una variazione societaria.

Tali dati, sottolinea l’Organismo, sono da interpretare in relazione ai maggiori controlli effettuati dalle forze dell’ordine. Ma sono anche esemplificazione di come i cambiamenti societari siano i possibili sintomi di un’infezione criminale: le organizzazioni mafiose, infatti, investono i loro capitali in società e aziende allo stremo, accaparrandosi, a costi irrisori, porzioni sempre più consistenti di mondo produttivo. L’ente, inoltre, precisa che il periodo preso in esame «non costituisce un lasso temporale statisticamente significativo, in assoluto e, ancor più, in relazione al momento storico di riferimento».

L’usura a Roma durante il lockdown

A Roma, prestare soldi “a strozzo” è pratica ancestrale, antica come le guglie e i capitelli che attorniano il cuore monumentale della città. Luigi Ciatti, presidente dell’Ambulatorio Antiusura Onlus ne è consapevole. Dal 1996, la sua associazione si spende per tutelare chi è fragile davanti agli smottamenti del sistema economico.

«Il nostro termometro sono le richieste di aiuto che giungono allo sportello. Nel 2020 abbiamo registrato un incremento del 30 per cento, con picchi del 50 per cento durante il periodo estivo. Numeri, però, che non fotografano adeguatamente la realtà, perché troppo bassi rispetto alla portata della crisi che stiamo vivendo. Sono pochi quelli che denunciano e portano in superficie la propria situazione», dice Ciatti, convinto che l’onda lunga della recessione debba ancora abbattersi sul contesto sociale.

Le operazioni della Squadra Mobile e della Guardia di Finanza, hanno rilevato la pervasività del fenomeno e l’eterogeneità degli attori che pescano nel mare magnum della disperazione. Ad agire, sono sia consorzi criminali ben collaudati, come ad esempio il clan Casamonica, quanto gruppi “informali” che setacciano il territorio alla scoperta di una papabile preda.

Con il lockdown nuove strategie sono state messe in campo per foraggiare il calderone dell’abuso finanziario. L’operazione Sportello (anti)usura è emblematica a questo proposito. La sede di un Caf nel quartiere Portuense, quadrante sud-ovest di Roma, era infatti diventato il luogo designato per accogliere i “clienti”, fissare gli appuntamenti e concedere prestiti. Lì avveniva anche la riscossione del denaro e degli interessi pattuiti: tra il 20 e il 40 per cento a cadenza mensile. Un luogo difficile da individuare ma estremamente efficace per gli usurai. Un serbatoio di umanità e dichiarazioni Isee a cui attingere per ingrossare il portafoglio. Stando alle fonti investigative, il gruppo – composto da ottuagenari con trascorsi criminali e da V.P., 40 anni, incensurato, conducente di scuolabus e da 15 anni impegnato nel settore degli strozzini – ha proseguito i propri traffici senza tentennamenti durante le prime bordate della pandemia.

L’operazione Money Box, invece, ha acceso i riflettori su un box di autoricambi, sempre nel quartiere Portuense: era la base da cui elargire denaro con interessi esorbitanti, pari, in alcuni casi, al 240 per cento su base annua del debito contratto. Con lo scoppio della pandemia, il garage è stato chiuso ma il business ha continuato a fruttare quattrini. Le intercettazioni della Squadra Mobile mostrano come gli usurai organizzassero da casa gli appuntamenti, orario e posto, e mandassero persone fidate a prelevare il pegno, per strada, in pieno giorno. Altre volte – anche prima che il Covid-19 entrasse in gioco – intascavano il denaro tramite bonifici per servizi mai erogati. Ed emettevano fatture con cui occultare il giogo usuraio. Una filiera che puntava al riciclaggio dei proventi illeciti attraverso una società collegata a uno degli indagati, così da schermare il profitto illegale.

Per coloro che subivano il peso dei cravattari, l’unico modo per sciogliere il cordone criminale era versare in un’unica tranche l’intero importo. Intimidazioni e minacce sono state perpetrate per riscuotere la somma che di mese in mese lievitava sotto gli occhi attoniti delle vittime. Alcune delle quali, soverchiate dalla mole di soldi, sprofondavano nel vortice di ulteriori rincari.

«Gli usurai, con grande astuzia e approfittando delle evidenti difficoltà economico-finanziarie delle vittime, dapprima ricorrono ad un’erogazione di denaro gravata da un tasso di interesse piuttosto contenuto (pur sempre al tasso effettivo globale medio), al fine di cooptare un ampio ventaglio di clienti persuasi della bontà dell’operazione, poi proseguono nel rapporto di finanziamento con erogazioni sempre più onerose, tanto da ‘strozzare’ le vittime […]», si legge nelle premesse dell’ordinanza di custodia cautelare. L’adescamento e poi l’affondo. A far scattare le indagini – nate nel 2019 e inoltratesi fino ai primi mesi del 2020 -, il tentato suicidio di una delle vittime.

Il welfare mafioso di prossimità

Quel che è cambiato con la pandemia è soprattutto il contatto iniziale tra gli usurai e le loro prede. Una volta infatti erano queste ultime a rivolgersi al “cravattaro”, oggi invece sono loro ad andare in cerca di “clienti”. Stando alle evidenze degli inquirenti, oggi gli usurai si informano, sanno dove colpire, si propongono al commerciante o al ristoratore, mostrando comprensione. Si presentano e offrono denaro o palesano la possibilità di rilevare l’attività (o parte di essa), prima che il loro bersaglio si rivolga alle istituzioni bancarie. Anticipano le esigenze.

Come per Massimiliano Pugi*, un ristoratore del quartiere San Lorenzo, che ha visto materializzarsi 10 mila euro nelle parole affabili di due signori «eleganti e distinti», apparsi sulla soglia del suo locale. Un finanziamento da restituire a rate mensili con interessi del 30 per cento. Uno sconto, a loro dire, per andare in contro alle esigenze dell’esercente. Pugi ha declinato l’offerta e il duo è scomparso.

La storia di Massimiliano Pugi è stata raccolta da Maurizio Franco, Youssef Hassan Holgado, Frank Hornig, Antonella Mautone, Ilaria Meli e Filippo Poltronieri, nell’inchiesta “Mafia in Italien: Kampf um Rom” pubblicata il 16 gennaio 2021 sul settimanale tedesco Der Spiegel.

«Agli esordi della nostra esperienza, le richieste che arrivavano erano principalmente di aziende in difficoltà. Nel 2008 c’è stato il primo capovolgimento: le famiglie hanno conquistato il primato nei nostri sportelli. Nel 2019 erano il 52 per cento delle domande», dice Luigi Ciatti. «Con l’avvento della pandemia le percentuali sono cambiate nuovamente. Oggi il 65 per cento delle segnalazioni è fatto da commercianti». Piccoli dettaglianti e l’universo caotico delle partite Iva: secondo le ultime rilevazioni di Confcommercio Roma, 120 mila posti di lavoro potrebbero sfumare.

Il timore che preoccupa il presidente dell’Ambulatorio Antiusura Onlus è che, nel prossimo autunno, la situazione possa mutare ancora. «Gli effetti dello sblocco dei licenziamenti, della mancata moratoria sugli sfratti, e il ricorso delle aziende alla cassa integrazione porteranno migliaia di persone, se non assistite dallo Stato, nelle maglie della rete usuraia». Ad attenderle, quindi, il “welfare mafioso di prossimità”. Queste organizzazioni criminali utilizzano il denaro guadagnato anche come strumento di consenso nel territorio in cui operano. Cifre irrisorie, poche centinaia di euro, dispensate a famiglie povere, dissanguate dalla condizione di inequivocabile precarietà esistenziale. Soldi con cui irreggimentare nelle proprie fila un esercito e fare proseliti tra le macerie della crisi.

Fabio ha assaporato il tepore fulmineo dello stato sociale criminale. Pretende l’anonimato perché la vergogna lo perseguita. Ha una famiglia ed è un imprenditore di se stesso. Il Covid-19 ha dilapidato i suoi risparmi. «Nel 2020, a metà aprile, avevo 20 centesimi sul conto» racconta. «Dovevo scegliere: andare a rubare o andare dagli strozzini». Un giro di telefonate è stato sufficiente per contattarli, subito pronti ad ovviare alle carenze dello Stato. Perché Fabio non ha potuto usufruire del bonus per le partite Iva. Ha chiesto 600 euro per tamponare l’emergenza e dare da mangiare ai figli. Non ha mai visto dal vivo i suoi carnefici. Entità eteree che traevano forze dalle relazioni di vicinato. Ma le pendenze erano concrete: rimpinguare la somma corrisposta con l’aggravante, ogni settimana, del 10 per cento del capitale versato. «A dirmi le cose erano ragazzi, credo minorenni, che facevano la spola tra me e lui», dice.

Poi il coraggio di denunciare dopo le tribolazioni quotidiane. Grazie al sostegno delle reti antiusura, Fabio ha avuto accesso al credito regionale. Adesso si barcamena tra i marosi della crisi economica. Il lavoro langue. La serenità è una condizione che non gli appartiene. Dice di aver chiuso con il mondo dei cravattari. «Preferisco infilarmi una pistola in bocca», afferma. «Sto cercando di mettermi alle spalle questa situazione. Ad oggi, però non so che fare e non ho occhi per il futuro».

L’antifrode europea: «La pandemia non ha fermato i truffatori»

17 Giugno 2021 | di Giuseppe Schiano di Colella

«Ipotenziali autori di frodi non si sono fermati davanti alla pandemia» ha dichiarato Ville Itälä, il direttore generale dell’Ufficio europeo antifrode (Olaf) commentando la scorsa settimana la pubblicazione della relazione annuale per il 2020 dell’organismo. Il lavoro dell’Olaf per contrastare le truffe correlate al COVID-19 si è concentrato principalmente sulle mascherine contraffatte e sui gel igienizzanti, comparsi sul mercato a inizio pandemia, quando la domanda è aumentata a dismisura. Il report per il 2020 però evidenzia come l’Olaf abbia anche lavorato per contrastare commerci illegali già apparsi nelle relazioni degli anni precedenti e raccontati da IrpiMedia, come il commercio illegale di sigarette e di gas refrigeranti contenenti idrofluorocarburi (HFC), gas ad alto impatto ambientale e quindi soggetti a particolari controlli e restrizioni.

Cos'è l'Olaf

L’Olaf è parte della Commissione Europea ma agisce in totale indipendenza nell’investigare questioni che riguardano frodi, corruzione e altri crimini che danneggiano gli interessi finanziari dell’Unione. L’Olaf indaga principalmente su fondi strutturali europei, entrate doganali, aiuti esterni e altri settori di spesa tra cui casi di corruzione e cattiva amministrazione da parte dei membri dello staff dell’Ue e delle istituzioni.

Solo nel 2020 l’Olaf ha concluso 230 indagini (+49 rispetto al 2019), emettendo 375 raccomandazioni (+121 rispetto al 2019) alle autorità competenti, nazionali e comunitarie, cioè consigli non vincolanti su come recuperare i soldi persi. Le nuove indagini aperte sono state 290, in aumento in confronto alle 230 dell’anno precedente.

Indagini Olaf

Raccomandazioni e procedimenti aperti e conclusi nel periodo 2016-2020

Mascherine, dpi e gel contraffatti

La relazione annuale evidenzia come nel corso del 2020 siano stati individuati e sequestrati un gran numero di prodotti medici e dispositivi di protezione individuale (Dpi) contraffatti o al di sotto degli standard europei:

  • 31.500 test COVID-19 falsi
  • 2.416.000 mascherine
  • 140.000 litri di gel igienizzante provenienti dalla Turchia
  • 3.636 litri di disinfettante antisettico

La pandemia da Covid-19 ha portato a un incremento vertiginoso nella domanda di Dpi, creando opportunità per soggetti fraudolenti che hanno provato a trarre profitto dall’emergenza sanitaria, mettendo a rischio sia il personale medico sia i consumatori che volevano proteggersi dal virus. Questo aumento nella domanda ha riaffermato quanto i paesi dell’Unione europea siano dipendenti per la manifattura di prodotti sanitari da paesi terzi come la Cina, e come risultato di questa dipendenza le importazioni di prodotti sanitari sono aumentate del 900% nel secondo quadrimestre del 2020, in confronto al precedente anno.

Per approfondire

I fari dell’autorità antifrode sui certificati sospetti per le mascherine

OLAF indaga sui certificati che hanno permesso a milioni di dispositivi al di sotto degli standard di entrare nel mercato europeo. Il caso sollevato da IrpiMedia con un’inchiesta

Ernesto Bianchi, Vice Direttore Generale delle Operazioni e delle Indagini dell’Olaf, ha spiegato che «i nostri governi erano in difficoltà e gli apparati pubblici stavano fallendo nell’assicurare l’acquisto dei Dpi», e che quindi «all’improvviso molti fondi sono stati mobilitati per provare a ottenere questi prodotti, fabbricati principalmente in Cina e India, e sono state semplificate le procedure per il loro arrivo in Europa. Questo senso di urgenza è qualcosa che i truffatori tendono a sfruttare abbastanza velocemente» ed è per questo che l’Olaf ha aperto un’inchiesta già il 19 marzo 2020, dopo aver studiato l’iniziale flusso di merci in arrivo. Quello che è stato riscontrato è che «compagnie opportuniste che non avevano mai lavorato sulla produzione di dispositivi di protezione personali improvvisamente sono diventate esperte e si sono proposte sul mercato offrendo ovunque mascherine che non avevano una chiara origine».

All’Italia la maglia nera delle indagini sull’uso dei fondi europei

Italia diventa il primo Paese sia per numero di indagini concluse (13, +4 rispetto al 2019) sia per raccomandazioni emesse (9, +2 rispetto al 2019) alle autorità competenti, nazionali e comunitarie, da parte dell’Olaf riguardo all’uso di fondi europei, gestiti o spesi, completamente o in parte, a livello nazionale o regionale.

Indagini sull’uso di fondi europei



Grazie alla collaborazione con quasi tutte le dogane e le autorità competenti in Europa, e alcune intorno al mondo, e con l’aiuto di organizzazioni internazionali come l’Europol, l’Interpol e l’Ufficio dell'Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO), dopo un anno di indagine tutt’ora in corso, l’Olaf e i suoi partner hanno identificato più di mille società sospette, alcune delle quali esterne all’Unione europea. Non tutte queste compagnie hanno seguito schemi fraudolenti, ma sono entrate nel mirino di truffatori che creando lunghe catene di intermediari, riuscivano a fornire prodotti contraffatti o falsi agli ignari clienti.

Caso di studio per l’Olaf è quello riguardante il sequestro di 140.000 litri di gel igienizzante proveniente dalla Turchia e contenente livelli pericolosi di metanolo. Questo composto chimico tossico può causare danni al nervo ottico, e se presente nel gel utilizzato per igienizzare le mani, mal di testa, nausea e vomito. In seguito a una segnalazione delle autorità danesi ad agosto del 2020, dopo il sequestro di 6.000 litri di gel igienizzante proveniente dalla Turchia, l’Olaf è riuscita a identificare e sequestrare diverse spedizioni dirette in Irlanda. Molte compagnie in diversi paesi europei avevano ordinato gel igienizzante dal produttore turco in questione, che operava sotto diversi nomi, ma proseguendo negli accertamenti la rete è stata smantellata.

Lo snodo sensibile delle dogane

Frodi doganali, in particolare sul contrabbando di sigarette, e gas refrigerante contenente HFC. Due categorie merceologiche su cui si sono puntati i riflettori sia degli addetti alle dogane sia di Olaf nel corso del 2020.

Nell’anno passato sono state sequestrate un totale di 368.034.640 sigarette, di cui 132.500.000 in paesi fuori dall’Unione europea (principalmente Albania, Kosovo, Malesia e Ucraina) e 235.534.640 in Stati membri dell’Unione. Una potenziale perdita di ricavi nei bilanci dei paesi dell’Unione stimata intorno a 74 milioni di euro, calcolando una perdita media di circa 2 milioni di euro ogni 10 milioni di sigarette, in dazi, accise e Iva.

Molti dei vaccini Covid-19 che sono stati sviluppati devono essere refrigerati durante il trasporto e lo stoccaggio. I gas utilizzati nelle apparecchiature di refrigerazione sono spesso idrofluorocarburi (HFC), categoria rigorosamente regolamentata perché potenti gas serra. Nel luglio scorso le autorità olandesi hanno sequestrato circa 14 tonnellate di gas refrigeranti illeciti inizialmente diretti verso la Lituania, ma successivamente dichiarati in transito verso Rotterdam.

Ma non è stato un caso isolato: un sequestro da parte delle autorità romene di circa 76 chili di gas refrigeranti illeciti in arrivo da Cina e Turchia, ha fatto il paio con un secondo sequestro sempre a opera della dogana romena e polacca. 1.100 bombole contenenti gas refrigeranti illeciti provenienti dalla Turchia e dirette a Bucarest, oltre al sequestro a dicembre di due container da parte della dogana polacca contenenti 37 chili HFC illegali.

Infografiche: Giuseppe Schiano di Colella | Editing: Luca Rinaldi | Foto: Asiandelight/Shutterstock

Conflitto d’interessi e sanità: i dati in Europa

Conflitto d’interessi e sanità: i dati in Europa
Lorenzo Bagnoli

Nel 2010 in Francia è scoppiato uno scandalo a seguito degli effetti collaterali provocati dal Benfluorex, principio attivo fino a quel momento impiegato in farmaci per far perdere peso ai pazienti diabetici. A dicembre 2009 l’Agenzia europea del farmaco (Ema) lo ha ritirato dal mercato perché i rischi di malformazioni alle valvole cardiache erano maggiori dei benefici. Prima di quella presa d’atto, però, c’è stato un numero imprecisato di decessi, fra i tre e i duemila nella sola Francia, l’unico Paese europeo dove un’azienda che produceva farmaci con questo principio attivo è finita sotto inchiesta. A marzo 2021 è stata anche condannata per frode.

Oltralpe, dal 2011 esiste una legge che regola le relazioni tra le aziende farmaceutiche, medici e agenzie che si occupano di sanità pubblica. L’obiettivo è rendere trasparenti delle relazioni che altrimenti possono alimentare l’iperprescrizione dei farmaci anche quando non sono necessari o, peggio, hanno già effetti collaterali noti. I legami pericolosi si costruiscono attraverso operazioni che appaiono innocue che vanno dalle sponsorizzazioni dei convegni alle consulenze a pagamento. I difensori dell’industria, dal canto loro, sottolineano però che senza le sperimentazioni del privato e il coinvolgimento in seguito del pubblico non ci sarebbero nemmeno risultati sul piano della ricerca. Ed è proprio per questo che serve stabilire i confini di questa relazione che è al contempo pericolosa ma necessaria.

Un dataset per nuove inchieste: Euros for docs

L’organizzazione non governativa Health Action Initiative (HAI), riconosciuta dall’Organizzazione mondiale della sanità, ha pubblicato la guida Fact or Fiction? per aiutare gli operatori sanitari europei a relazionarsi con le aziende farmaceutiche. Secondo i dati riportati dall’Organizzazione non governativa, l’85,2% degli studenti di medicina francesi «si sente impreparato rispetto alla gestione dei conflitti di interesse che nascono dalle interazioni con l’industria farmaceutica».

Eppure le richieste di maggiore trasparenza a livello europeo faticano a trovare ascolto e soprattutto a produrre un cambiamento a livello di Unione europea. Non esiste infatti un database comune per commisurare le spese delle aziende farmaceutiche in Ue e la pubblicazione dei dati è solo su base volontaria.

È l’immagine che emerge dalla comparazione tra i dati raccolti in undici Paesi europei (tra cui l’Italia) dal collettivo di ricercatori Euros for Docs, che dal primo giugno ha reso pubblica e accessibile a chiunque la propria banca dati. Secondo Euros for Docs la Federazione europea delle associazioni e delle industrie farmaceutiche (EFPIA), la Confindustria delle farmaceutiche a livello europeo, ha lasciato che si diffondesse il modello dell’auto-regolamentazione, che di fatto ha ostacolato la messa a sistema dei dati europei. Mentre ci sono Paesi che hanno ugualmente centralizzato la raccolta dei flussi di pagamento, altri, tra cui l’Italia, non hanno adottato la stessa strategia, rendendo il processo ancora più difficile. «Sebbene il modello di autoregolamentazione per la divulgazione dei pagamenti sia stato annunciato come un importante progresso per la trasparenza nel settore sanitario europeo, la sua utilità per identificare i conflitti di interesse è minata da diversi problemi», si legge in uno studio pubblicato da Science Direct e realizzato grazie all’utilizzo dei dati di Euros for Docs. In particolare, l’articolo ne segnala due: la frammentazione dei dati sui siti delle singole aziende farmaceutiche anziché in un portale centralizzato e l’incompletezza dei dati personali degli operatori sanitari in linea con la protezione della privacy introdotta in Europa attraverso la Gdpr.

Le due macrovoci: ricerca e non-ricerca

Otto degli undici Paesi considerati seguono le regole del codice di condotta di EFPIA, che considera la voce “ricerca e sviluppo” una voce forfettaria totale delle spese, mentre le spese restanti vengono frazionate tra operatori sanitari (i cui nomi possono essere resi pubblici o meno a seconda delle policy nazionali) e organizzazioni (in cui si contano ospedali, cliniche, organizzazioni di categoria, università).

Nel triennio 2017-2019, il gruppo di ricercatori ha tracciato 7,06 miliardi di euro di versamenti in 1,4 milioni di transazioni. La spesa maggiore tra gli otto che seguono le regole di conteggio dell’EFPIA va in “ricerca e sviluppo”, che pesa per il 58%. Tra le voci escluse dal forfait “ricerca e sviluppo”, il 26% finisce a organizzazioni sanitarie, principalmente per sponsorship e premi. Il 15% delle spese non di ricerca finiscono invece a operatori sanitari.

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Big Pharma, le pressioni in Europa

I finanziamenti destinati a 11 Paesi europei dalle principali società farmaceutiche

I ricercatori di Euros for Docs già nel 2018 hanno contribuito alla serie d’inchieste PharmaPapers pubblicate dal magazine indipendente francese Basta Mag. L’inchiesta ha svelato il funzionamento del sistema di lobbying delle aziende farmaceutiche in Francia sulla base della stessa ricerca che oggi è confluita nel database allargato di Euros for Docs. I dati sono stati resi disponibili anche dal British Medical Journal nel 2019, che ha sottolineato come i medici che non hanno ricevuto omaggi dalle aziende farmaceutiche sono anche quelli che hanno la somma più bassa per prescrizioni rimborsate per visita oltre ad avere un numero più alto di prescrizioni per farmaci equivalenti.

Come sintetizza la rivista specializzata Salute internazionale, «i medici che non ricevono nessun omaggio dalle industrie della salute hanno un profilo prescrittivo meno costoso per il sistema sanitario e indicatori di efficienza prescrittiva migliori di coloro che ricevono regali. Inoltre lo studio ha evidenziato come anche un valore economico contenuto degli omaggi (fascia 10-69€) abbia comunque un effetto sulle prescrizioni: un piccolo investimento da parte dell’industria farmaceutica risulta quindi fruttuoso». Il nesso di causalità non può essere considerato definitivo, ma è un’indicazione di quanto una maggiore trasparenza possa contribuire a spiegare certe dinamiche del sistema sanitario europeo.

L’origine di una legge sulla trasparenza: il caso Mediator

Il motivo dell’attenzione francese per i legami industria farmaceutica-operatori sanitari-politica si spiega con il processo da cui siamo partiti. Imputati erano i Laboratori Servier, produttori del Mediator, farmaco contente Benfluorex impiegato «come trattamento aggiuntivo nei pazienti diabetici in sovrappeso», spiega l’Ema in un documento del 2010. A marzo 2021 l’azienda è stata ritenuta colpevole di «truffa aggravata» e «omicidio involontario» dal Tribunale di Parigi, mentre è stata prosciolta per la «frode». In sostanza, secondo quanto ha scritto la giudice Sylvie Daunis, nonostante sapessero dei profili di rischio del farmaco, i dirigenti dei laboratori Servier «non hanno mai preso le misure necessarie e quindi hanno ingannato» i consumatori. Non vendevano il falso, ma omettevano di comunicare dati molto rilevanti ai loro clienti. Alla fine all’azienda è stata comminata un’ammenda da 2,7 milioni di euro. Il gruppo Servier durante il processo ha anche annunciato di aver riconosciuto l’indennizzo come vittime a 3.732 pazienti, per un totale di 164,4 milioni di euro.

Il caso ha avuto un’eco gigantesca che è finita per cambiare la legislazione in materia di trasparenza del settore farmaceutico in Francia. Se da un lato è stata archiviata l’accusa di «traffico d’influenze» ai danni di una senatrice dell’allora partito di Nicolas Sarkozy, l’UMP, per aver addolcito un rapporto parlamentare critico sul farmaco, dall’altro, però, l’Agenzia nazionale del farmaco (oggi ANSM) è stata multata con 303 mila euro «per aver gravemente fallito nella sua missione di organo di polizia sanitaria». Già nel 2011 l’allora ministro Xavier Bertrand ha introdotto una legge che regolamenta in modo più stringente le relazioni tra aziende farmaceutiche, medici e agenzie nazionali che si occupano di sanità. Grazie a quest’apertura i ricercatori di Euros for Docs hanno potuto realizzare il primo database sulla situazione francese da cui poi ha preso origine anche questo nuovo filone di ricerca allargato a tutta Europa.

Il Sunshine act americano e l’Italia

In realtà, non sono nemmeno i francesi ad aver cominciato l’operazione trasparenza nei confronti della lobby farmaceutica. Il primo atto dello scontro si è infatti consumato negli Stati Uniti, anche in questo caso a seguito di uno scandalo.

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Merck & Co., fatturato nel 2020 circa 48 miliardi di dollari, nel 1999 ha ottenuto dalla Food and drug administration (FDA), l’agenzia del farmaco americana, l’autorizzazione per commercializzare il Vioxx, un antinfiammatorio a base di rofecoxib. Nonostante il gruppo di ricerca preposto dall’azienda per valutare l’impatto del farmaco fin dal primo anno di commercializzazione avesse notato un’incidenza sospetta di problemi cardiaci rispetto ad altri farmaci concorrenti, il prodotto è rimasto sul mercato fino al settembre 2004.

L’impatto economico è stato immediato: in un articolo del 2008 Repubblica scrive che il medicinale era stato «capace di fruttare circa 2,5 miliardi di dollari di entrate all’anno, per un totale di 12,5 miliardi» alla Merck. Secondo uno studio della rivista Lancet, negli Stati Uniti 88 mila pazienti hanno avuto un infarto provocato dall’assunzione di Vioxx e 38 mila tra loro sono morti. In seguito è emerso come medici membri del comitato di valutazione del farmaco fossero degli azionisti di Merck. Il 22 febbraio 2006 il New England Journal of Medicine ha messo in discussione i risultati dello studio del comitato scientifico che stava valutando il Vioxx, dopo averli pubblicati anni prima.

Illuminiamo la salute

Dal 2012 in Italia esiste Illuminiamo la salute, una rete composta da Libera, Gruppo Abele, Avviso Pubblico e Coripe Piemonte il cui scopo è monitorare corruzione e infiltrazioni mafiose nella sanità pubblica, oltre che pretendere maggiore trasparenza nella relazione tra pubblico e privato. Del gruppo fa parte anche la professoressa dell’Università di Torino Nerina Dirindin, la quale ha pubblicato insieme alla medica Chiara Rivoiro e al direttore della casa editrice Pensiero Scientifico Editore Luca De Fiore il libro Conflitti d’interesse e salute nel 2018 con Il Mulino. Il volume affronta – per la prima volta in Italia – le strategie delle compagnie farmaceutiche per condizionare professionisti e cittadini nelle scelte che adottano a tutela della propria salute.

Lo scandalo ha infatti inevitabilmente preso nel vortice anche i giornali specializzati: diversi studi sul Vioxx a cui è stato dato spazio, infatti, erano firmati da consulenti pagati da Merck o addirittura erano pubblicati senza che fosse specificato un sostegno dell’azienda alla loro produzione.

Negli anni a seguire negli Stati Uniti c’è stato un dibattito importante sull’affidabilità degli studi promossi dalle stesse aziende farmaceutiche attraverso la consulenza di esperti esterni, ma ugualmente a libro paga. In un articolo pubblicato dal British Medical Journal nel 2007 che analizzava le conseguenze dello scandalo Vioxx si legge che «università, industria farmaceutica, riviste di medicina e agenzie governative devono unirsi per definire una serie di principi in base ai quali possiamo ripristinare la fiducia nelle collaborazioni su nuovi trattamenti che possono migliorare l’assistenza ai pazienti. Potremmo prendere in considerazione l’adozione di alcuni nuovi approcci. Gli accademici impegnati in studi progettati e sponsorizzati dall’industria dovrebbero insistere affinché i dati siano archiviati su un sito accademico, analizzati da investigatori non aziendali e infine resi accessibili al pubblico per l’esame».

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Il caso giudiziario del Vioxx si è concluso nel 2011 con la condanna al pagamento di 950 milioni di dollari di arbitrato al Dipartimento di giustizia americano. Non sono state evidenziate responsabilità individuali. Il dibattito sul conflitto di interesse tra aziende farmaceutiche e operatori sanitari ha prodotto una legge, nota come Sunshine Act, entrata in vigore nel 2014. Ha l’effetto di rendere obbligatorio il tracciamento di ogni regalo e sponsorizzazione fatta da aziende farmaceutiche al di sopra dei 100 dollari l’anno. Non è però riuscita a rivedere il modo in cui le riviste specializzate sponsorizzano certi studi, che hanno inevitabilmente un impatto sulle opinioni dei medici.

Per quanto ancora migliorabile, le legge è comunque uno standard mondiale, tanto che in Italia l’onorevole Massimo Enrico Baroni del Movimento Cinque Stelle nel 2018 ha proposto una legge che si richiama a quella statunitense. Un anno dopo è stata approvata alla Camera ma ancora non è stata calenderizzata in Senato. Il disegno di legge è «in stato di relazione» dal 7 aprile 2021 dopo essere stato approvato all’unanimità dalla Commissione permanente Igiene e sanità del Senato. Per la promulgazione dovrà passare nuovamente dal voto alla Camera.

Il testo nell’ultima fase ha infatti subito alcuni emendamenti che hanno avuto come effetto principale il ritocco al rialzo dei limiti minimi delle transazioni da segnalare: la convenzione/erogazione minima da segnalare per un individuo è del valore unitario di 100 euro o un valore annuo maggiore di mille euro; per un’organizzazione sanitaria valore unitario minimo di mille euro e annuo di 2.500 euro.

Il Comitato No Grazie, gruppo affiliato all’organizzazione australiana Healthy Skepticism che si prefigge di contrastare conflitti di interessi e pubblicità ingannevoli in ambito sanitario, ha criticato la revisione delle soglie considerate, al momento, troppo basse per essere efficaci. Dal lato delle aziende produttrici, Confindustria Dispositivi medici ha costituito una piattaforma di consulenza legale per i suoi iscritti in modo da aiutarli a stabilire se sono in linea con le nuove regole in fase di approvazione oppure no. Che qualcosa cambi è certo, anche se è ancora difficile immaginarsi con quale impatto.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

Il mercato parallelo dei vaccini

#Covid-19

Il mercato parallelo dei vaccini

Cecilia Anesi
Gabriele Cruciata

Dopo mascherine e respiratori, non poteva mancare l’affare vaccini nel mercato parallelo delle forniture mediche per combattere la pandemia di Sars-Cov-2. All’inizio dell’emergenza, diversi intermediari promettevano forniture di dispositivi di protezione individuale oppure macchinari per le terapie intensive. Cercavano di aggiudicarsi qualche appalto tra le migliaia assegnate con procedura straordinarie. Oggi, invece, nel mirino ci sono le forniture dei vaccini, la cui filiera dovrebbe essere teoricamente molto più controllata, vista la scarsità delle dosi e il numero limitato di produttori. I nuovi broker cercano di fare incetta di lettere d’intenti di enti pubblici allo scopo poi di accreditarsi come possibili rivenditori. Non è chiaro però presso chi: le aziende produttrici dei vaccini hanno sempre detto di non aver mai venduto a intermediari, anche se qualche interrogativo resta.

In Italia gli inquirenti che indagano sul presunto mercato parallelo ipotizzano che i broker siano semplici truffatori. Tuttavia i controlli della magistratura non hanno fermato le offerte, né il desiderio di qualche amministratore di cercare qualche dose extra: «Ancora in queste ore qualcuno ci contatta, e dice che ci sono dosi di vaccino sul mercato. Il presidente del Consiglio mandi qualcuno a fare scouting su questo», ha dichiarato il 13 aprile il presidente del Veneto Luca Zaia a Mattino Cinque. «Ci sono mediatori che riforniscono il mercato di fiale – ha aggiunto -. Chi corre più di noi penso che abbia attinto da loro».

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In Italia a ricevere proposte dai broker del vaccino sono state le Regioni. Uno di questi intermediari, Doctors365, si è rivolto, a partire da gennaio, anche al sistema sanitario pubblico olandese (il Servizio medico comunale, Ggd) e ai governi di Repubblica Dominicana, Libia, Barbados e Bosnia-Herzegovina. Grazie ai documenti forniti da un whistleblower ai giornalisti di IrpiMedia, Follow the Money (Olanda) e Ard (Germania), è possibile ricostruire il modo in cui questi intermediari cercano di accreditarsi come fornitori e in che cosa consistono le loro proposte.

Per capire il motivo per cui esiste un mercato parallelo per gli intermediari, bisogna guardare al funzionamento dei sistemi di distribuzione dei vaccini, prima a livello europeo, poi a livello mondiale

Come funziona il sistema di distribuzione dei vaccini

Per capire il motivo per cui esiste un mercato parallelo per gli intermediari, bisogna guardare al funzionamento dei sistemi di distribuzione dei vaccini, prima a livello europeo, poi a livello mondiale. «Gli Stati membri europei, nell’applicare una strategia comune sul vaccino, hanno dato mandato alla Commissione Europea di negoziare l’acquisto di vaccini per acquisirli nei termini migliori possibili», spiega Renke Deckarm, portavoce della Commissione a Monaco di Baviera. «Le negoziazioni con le aziende produttrici – prosegue – si sono concluse con la firma di degli accordi di acquisto (APA). Da lì, e poi responsabilità dei singoli Stati membri l’acquisto dei vaccini secondo i termini accordati».

Secondo quanto afferma il portavoce della Commissione, «una volta che l’APA viene sottoscritto con un’azienda la strategia europea sui vaccini non permette che vi siano negoziazioni o contratti paralleli, poiché la sua forza si basa sul principio di una negoziazione e implementazione unica e comune». Questo significa che non ci dovrebbero essere accordi con alcun intermediario. Eppure il Ministro della Salute tedesco, Jens Spahn, ha dichiarato alla televisione Zdf che di per sé la vendita di vaccini non è illegale: «È vero che i vaccini non possono essere semplicemente importati così, ma una volta che ci sono tutte le licenze, allora il commercio di vaccini è permesso. Anche in pandemia. E questo ovviamente crea un’atmosfera da corsa all’oro».

La guerra dei vaccini

In Italia i vaccini vengono acquistati dal governo centrale, che poi li distribuisce alle Regioni in base a parametri stabiliti dal Commissario Straordinario. «I vaccini che distribuiamo arrivano all’Italia dall’UE come risultato di un accordo con le case farmaceutiche», spiega a IrpiMedia il Tenente Colonnello Mario Renna, portavoce della struttura commissariale di Figliuolo. Le dosi vengono suddivise tra i Paesi Ue in modo proporzionale rispetto alla popolazione. Le negoziazioni sono accentrate a livello europeo, «non esistono intermediari – aggiunge Renna – : la filiera è direttamente dalla casa farmaceutica (ad esempio AstraZeneca) a Italia, al massimo ci sono corrieri che si occupano di logistica». A partire da gennaio, però, tra governo centrale e Regioni c’è una guerra in corso sulle forniture: diversi presidenti hanno cercato di andare da soli sul mercato, per quanto il primo ministro Mario Draghi, non appena insediato, abbia cercato di centralizzare al massimo tutto il sistema. Nonostante questo in Campania Vincenzo De Luca, almeno stando alle sue dichiarazioni, sta cercando di rifornirsi con Sputnik V, il vaccino russo non approvato dall’Agenzia europea del farmaco. In Slovacchia sono già arrivate le prime dosi del vaccino russo, mentre l’Austria ha concluso gli accordi per forniture extra il 10 aprile e la Repubblica ceca continua a negoziare.

Se già in Europa è difficile mantenere il controllo sulla filiera, appena si allarga lo sguardo oltre l’Unione la situazione è ancora più caotica. Si prenda, ad esempio, la catena distributiva di AstraZeneca: accanto agli stabilimenti inglesi ed europei, il vaccino viene prodotto anche negli Stati Uniti, dal Serum Institute in India e da SK Bioscience in Corea del Sud. La Fda, l’agenzia statunitense che approva i vaccini, non ha mai dato il semaforo verde al vaccino della casa anglo-svedese, che comunque continua a produrre oltreoceano. Negli Usa c’è un importante stock di dosi extra. In Paesi come l’India, invece, parte della produzione è destinata anche ai Paesi più poveri. L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ad aprile 2020 ha costruito un sistema, Act (Access to Covid-19 tools) che si prefigge di distribuire in modo equo gli strumenti per combattere l’emergenza sanitaria. Uno dei pilastri è il programma Covax, il cui obiettivo è favorire l’accesso ai vaccini indipendentemente dal livello di benessere economico degli Stati. Covax, secondo l’Oms, è riuscito già a fornire circa 40 milioni di dosi a Paesi come Zambia, Brasile, Messico e Filippine. A gennaio 2021, mentre nasceva il mercato dei presunti broker del vaccino, il direttore generale dell’Oms Tedros Adhanom Ghebrey, parlando al meeting del comitato esecutivo dell’agenzia Onu, dichiarava che i Paesi ricchi si stavano appropriando di tutte le dosi, aggirando il Covax. Ad aprile non è cambiato molto: secondo i dati Onu, ai Paesi poveri sono arrivate solo lo 0,2% delle dosi.

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Vero o presunto che sia, è oggetto di indagini in Italia ed Ue. Lo popolano truffatori ed esiste perché il sistema di distribuzione globale, soprattutto verso i Paesi poveri, arranca

Le promesse mai realizzate di Doctors365

Il 28 gennaio il responsabile dell’unità di crisi della Regione Puglia, Antonio Maria Lerario, ha firmato una lettera di intenti indirizzandola ad AstraZeneca UK Limited, ufficializzando l’interesse per una partita di 4 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca destinate alle categorie professionali considerate a maggior rischio. In quello stesso periodo lettere di intenti simili sono arrivate anche in Umbria, Sicilia e Veneto: almeno fino a prima del 13 febbraio del 2021, giorno in cui si insedia ufficialmente il governo Draghi, diverse Regioni hanno provato, in ordine sparso, a costruirsi possibili canali di approvvigionamento.

«La Regione Puglia – recita la lettera – intende acquisire, al netto delle forniture nazionali, un quantitativo di dosi aggiuntive di vaccino». Consegna prevista «entro febbraio 2021 con almeno 4 milioni di dosi con consegna immediata entro 7 giorni dall’ordine di acquisto». A prendere l’incarico sarebbe la svizzera Doctors365 insieme a due aziende partner ungheresi. Le aziende, prosegue la lettera, «sono autorizzati ad attivare i contatti necessari per la predisposizione di questo nuovo ordine» che andrebbe ad aggiungersi «a quelle (dosi) già acquisite direttamente da AstraZeneca Uk Limited tramite accordo separato». La fornitura in Puglia, alla fine, non c’è stata. Alla lettera d’intenti non ha fatto seguito alcun contratto.

La lettera d’intenti della Regione Puglia/IrpiMedia

Il broker Doctors365 è uno studio medico-dentistico con un piccolo capitale sociale – 20 mila franchi – il cui titolare è un medico tedesco, il dottor Orhan Karahodza, che vende respiratori in Europa e negli Stati Uniti. Doctors365 è registrata a Bunzen, una cittadina di 1.000 anime nel Canton Argovia. Al suo indirizzo i giornalisti di Zdf hanno trovato solo una casella delle lettere. I partner ungheresi sono un mobilificio e una fabbrica di componenti plastici per l’elettronica. Interpellate da Atlatszo.hu, partner di IrpiMedia, i portavoce delle società ungheresi hanno detto di non sapere nulla di vaccini e di non essere a conoscenza di apparire in documenti delle istituzioni italiane. Orhan Karahodza, al telefono con Ard, ha spiegato che il suo ruolo è connettere i governi alle case produttrici di vaccini: lui procaccia distributori ufficiali di AstraZeneca e si adopera per ottenere lettere di interesse dai governi. A quel punto, dice, AstraZeneca parlerà direttamente con i governi per la fase esecutiva. L’azienda però non ha più risposto ad altre domande di chiarimento.

«Una volta che ci sono tutte le licenze, allora il commercio di vaccini è permesso. Anche in pandemia. E questo ovviamente crea un’atmosfera da corsa all’oro»

Jens Spahn, ministro della Salute tedesco

Diciassette giorni prima della lettera d’intenti siglata dalla Regione Puglia, è stato l’allora ministro della Salute della Repubblica Dominicana Plutarco Arias Arias a firmare un ordine d’acquisto indirizzato ad AstraZeneca UK Limited in cui compaiono Doctors365 e i suoi partner. Da un lato, il ministero dominicano ha contrattato direttamente con l’azienda produttrice 10 milioni di dosi; dall’altro, ha aggiunto un milione di dosi da acquisire urgentemente tramite l’intermediazione di Doctors365 e dei suoi partner ungheresi. Due giorni dopo, la Vicepresidente dominicana Raquel Peña firma una lettera di intenti indirizzata a Doctor365 per il milione di dosi, per un prezzo cadauno di 29,20 euro: totale 29 milioni duecentomila euro. Il prezzo a dose pagato dall’Unione europea è 1,78 euro cadauna.

A gennaio 2021 «il governo stava esplorando il mercato e tutte le opzioni esistenti al fine di assicurarsi vaccini per tutta la popolazione – precisa l’ufficio trasparenza del Ministero della Salute della Repubblica dominicana -. Il risultato è stato l’acquisto diretto dai produttori di vaccini e da governi, senza intermediari». L’ufficio trasparenza aggiunge di aver deciso di non proseguire con i broker privati e di non aver mai pagato Doctors365 e i suoi partner. La Repubblica Dominicana sta comunque ancora aspettando la fornitura di dieci milioni di dosi AstraZeneca contrattate con la multinazionale a inizio anno. Grazie al meccanismo Covax, tra marzo e aprile sono solo arrivate le prime forniture delle varianti del vaccino di AstraZeneca prodotto in India e Corea del Sud.

Lettera d’intenti del ministero della Salute della Repubblica Dominicana/IrpiMedia

Doctors365 ha proposto vaccini anche al servizio sanitario pubblico olandese, il Ggd, questa volta usando come intermediario Incat Trading International Bv, una società di import-export con sede in Olanda. Il titolare di quest’ultima, Martijn Van den Hazenkamp, ritiene fosse credibile l’offerta di Doctors365. Infatti, sostiene, la società aveva in mano lettere vidimate da studi legali che dimostravano la possibilità di accedere ai vaccini.

Le autorità olandesi hanno però interrotto tutte le intermediazioni per acquisti di vaccini delle aziende come Incat Trading International Bv a seguito di un’ispezione. «Da imprenditori abbiamo detto facciamolo, non sapendo che non era permesso», ha spiegato Van den Hazenkamp a Follow the Money.

Le autorità olandesi hanno però interrotto tutte le intermediazioni per acquisti di vaccini delle aziende come Incat Trading International Bv a seguito di un’ispezione

L’ipotesi di truffa

Tra fine gennaio e febbraio diverse procure italiane si sono mosse per indagare il presunto mercato parallelo dei vaccini. A seguito di una segnalazione di Regione Lombardia, la Procura di Milano ha aperto un fascicolo conoscitivo. A Roma, i magistrati hanno avviato un’indagine che ha come ipotesi di reato «ricettazione in relazione al mercato, presunto o reale, dei vaccini contro il Covid-19» dopo la denuncia sporta dall’ufficio del commissario per l’emergenza guidato all’epoca ancora da Domenico Arcuri. A Perugia, il procuratore capo Raffaele Cantone sta indagando il commercialista messinese Giuseppe Maria Scarcella per tentata truffa. Avrebbe operato per conto di Doctors365.

Scarcella avrebbe indotto in errore la responsabile della sezione Assistenza Farmaceutica-Servizio Farmaceutica-Dispositivi medici e nuove tecnologie dell’autorità sanitaria della Regione Umbria spacciandosi come intermediario e negoziatore per conto di AstraZeneca. «Avrebbe anche sostenuto falsamente che anche altre regioni italiane e Stati esteri si stessero organizzando per effettuare acquisti simili, chiedendo l’invio alla Regione Umbria di una lettera di intenti finalizzata all’acquisto dei vaccini», si legge nell’avviso di garanzia.

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Il legale di Scarcella, l’avvocato Riccardo Mete, ha spiegato a IrpiMedia che Scarcella non aveva idea di come recuperare i vaccini, «perché non si è mai passati a una fase operativa». Insiste però che fosse tutto legale e veritiero: ciò che proponeva erano veri vaccini AstraZeneca. Secondo l’avvocato, tra Scarcella e Doctors365 c’era un altro intermediario – finito anch’egli sotto indagine – di cui non ha voluto rivelare il nome.

Il 15 febbraio anche l’Olaf, l’ufficio antifrode europeo, ha diffuso un comunicato riguardo l’apertura di un’indagine sul presunto mercato parallelo. «Stiamo sentendo notizie di offerte fraudolente per la vendita di vaccini a governo in tutta l’Ue», dichiara Ville Itälä, direttore generale di Olaf. Secondo i riscontri dell’agenzia, ci sono diversi profili di truffatore: alcuni spediscono dei campioni per ottenere un pagamento e sparire, altri vendono prodotti che sono «falsi vaccini» mentre altri ancora millantano di rappresentare aziende vere e di essere in possesso di milioni di dosi.

“Non vendiamo a privati”

L’ufficio stampa di AstraZeneca in Italia ha dichiarato a IrpiMedia di non vendere a privati: «Con riferimento alle notizie apparse, inerenti l’esistenza di canali paralleli di fornitura del nostro vaccino di anti-Covid19, in cui AstraZeneca sarebbe in qualche modo coinvolta, vogliamo ribadire che non vi è attualmente alcuna fornitura, vendita o distribuzione al settore privato», aggiungendo che l’azienda ha presentato un esposto ai Nas (Nuclei Antisofisticazioni e Sanità) dei Carabinieri «al fine di denunciare ogni tentativo di assicurare forniture al di fuori dei canali governativi ufficiali».

Ciò che AstraZeneca non chiarisce, però, è il fatto che qualsiasi azienda autorizzata alla distribuzione dei vaccini con una licenza dal proprio Stato può tecnicamente distribuire vaccini. E se è vero che non si vende ai privati – intesi come singoli cittadini o singoli studi medici – è anche vero che ci sono broker che possono legalmente mediare tra le Big Pharma e gli Stati. Questa condizione non vale per i vaccini anti-Covid distribuiti nell’Unione europea, dato che la Commissione ha centralizzato il sistema rendendone impossibile l’acquisizione al di fuori dal canale dei governi centrali. È invece possibile per i vaccini destinati dagli Stati Uniti a Paesi extra Ue.

Gli stabilimenti di AstraZeneca negli Stati Uniti hanno prodotto milioni di dosi, che però non possono essere distribuite internamente perchè l’Fda non ha ancora approvato la ricetta di Oxford. Il 5 aprile il manager dell’agenzia federale della Salute pubblica americana Andy Slavitt durante una conferenza stampa alla Casa Bianca ha informato i giornalisti che «è in programma» che il vaccino di AstraZeneca venga di nuovo sottoposto al vaglio della Fda.

L’amministrazione statunitense ha infatti detto in più occasioni che nel caso in cui il vaccino venisse approvato, i primi a farne uso saranno gli stessi cittadini americani. Il primato americano è stato sancito dall’introduzione della legge che militarizza le industrie, il Defense Production Act del 1950, utilizzata da Trump a marzo del 2020 per blindare respiratori e dispositivi di protezione personale necessari a contrastare l’emergenza Covid. A gennaio 2021, appena eletto, il presidente Joe Biden ha allargato anche ai vaccini il Defense Production Act e ha sottoscritto con le aziende che producono negli Stati Uniti dei contratti con un numero di dosi che è necessario consegnare a Washington prima di poter esportare altrove.

«Stiamo sentendo notizie di offerte fraudolente per la vendita di vaccini a governo in tutta l’Ue»

Ville Itälä, direttore generale di Olaf

Da metà marzo l’amministrazione Biden ha anche diffuso un comunicato in merito al piano per l’esportazione di 4 milioni di dosi di AstraZeneca in Canada e Messico. Al 18 marzo 2021 la stima è che ci fossero 7 milioni di dosi del vaccino con la ricetta di Oxford che al momento non potevano essere né commercializzate all’interno degli Stati Uniti né esportate.

Tuttavia, in previsione del completamento degli obblighi di contratto di AstraZeneca negli Usa e quindi dell’apertura di un mercato di acquirenti stranieri, vari broker americani si sono attivati da inizio 2021 sui vaccini AstraZeneca prodotti negli Usa. Tra queste c’è la società americana Akers che in passato ha distribuito un vaccino anti-influenzale di AstraZeneca.

E proprio la Akers è l’azienda che appare in un documento consegnato a IrpiMedia dal whistleblower dove si evince che Doctors365 si era rivolta a loro per la fornitura.

Il 10 febbraio infatti, quando già la procura di Perugia aveva aperto il fascicolo su Scarcella, Akers ha emesso una fattura proforma diretta alla Regione Puglia per 4 milioni di dosi di vaccino AstraZeneca. Nel documento si legge che il pagamento sarebbe stato effettuato solo «previa notifica di spedizione» in due tranche entro metà marzo 2021, nessuna delle due inferiore a 500mila dosi. Il prezzo, nei documenti, è cancellato con una linea nera. La logistica delle consegne sarebbe stata affidata a Doctors365.

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Interpellata da IrpiMedia, Akers ha spiegato che esiste un accordo tra loro e la Doctors365, la quale ha fornito varie lettere d’intenti firmate da vari Paesi. «In quel momento Akers stava lavorando solo con distributori di AstraZeneca e non direttamente con AstraZeneca», spiega Akers in una nota scritta. Akers non ha però fornito alcuna prova del possesso, al momento, dei vaccini AstraZeneca contro il Covid. Nella nota l’azienda distributrice specifica solo di «essere in trattativa con tutti i potenziali produttori in termini di quantità, prezzi e tempi di consegna per quanto riguarda i loro vaccini Covid».

Akers possiede una lettera da esibire ai potenziali clienti in cui dichiara che la conferma dell’autorizzazione a distribuire le dosi di AstraZeneca può essere fornita da Whitney Meadows, responsabile del settore vaccini per la multinazionale negli Usa. Quest’ultima però non ha voluto commentare.

Le lettere d’intenti, spiega Akers, rimangono ancora valide, e non appena si potrà vendere all’estero, la società potrà passare alla distribuzione, anche in Europa. Tra i clienti infatti compaiono anche le Regioni italiane, che sarebbero però tenute a rispettare gli accordi gestiti da Bruxelles.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Gabriele Cruciata

In partnership con

Hanno collaborato

Matteo Civillini
Dennis Mijnheer
Maximilian Zierer
Serena Tinari

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto

Lubo Ivanko/Shutterstock

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