Mascherine, Regione Lombardia ci pensa da sola ma poi annulla il 72% delle forniture

#Covid-19

Mascherine, Regione Lombardia ci pensa da sola ma poi annulla il 72% delle forniture

Lorenzo Bodrero
Matteo Civillini

Dall’inizio dell’emergenza coronavirus, Regione Lombardia ha ordinato almeno 315 milioni di mascherine per la protezione individuale. Dispositivi promessi a medici prima e a 10 milioni di abitanti della regione poi. Almeno il 72% degli ordini relativo alle mascherine, però, è stato annullato e ad oggi non è dato sapere quante ne siano state effettivamente consegnate. Sono i risultati dell’analisi di IrpiMedia di circa un centinaio di affidamenti fatti da Aria Spa, la stazione appaltante di Regione Lombardia nata nel luglio del 2019.

Gli ordini sono stati cancellati per i motivi più disparati: dalla mancata idoneità del prodotto a ritardi nella consegna, fino al mancato rispetto di imprecisate clausole contrattuali. Qualche carico è stato addirittura requisito durante gli scali aerei in direzione Italia, quando era ormai chiaro che il contagio stava colpendo anche altri Paesi. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, il documento di annullamento non precisa alcuna ragione. Se fossero arrivate con i tempi previsti, le mascherine – dalle chirurgiche alle Ffp3 – avrebbero protetto l’intera popolazione lombarda fino a maggio, quando si è effettivamente concluso il lockdown.

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La grande corsa è cominciata il 13 marzo, quando l’Assessore al Bilancio regionale Davide Caparini ha lanciato la call internazionale, con affidamento diretto, per reperire il materiale necessario alle strutture sanitarie e socio-sanitarie.

Cos’è la procedura negoziata senza pubblicazione del bando di gara?

Con il decreto legge “Cura Italia”, le pubbliche amministrazioni sono autorizzate ad acquistare beni e servizi mediante procedura negoziata senza pubblicazione di un bando di gara, in deroga al codice dei contratti pubblici. L’affidamento di un appalto, quindi, può essere diretto.

Il dispositivo ha l’obiettivo di accelerare le procedure di affidamento, ma come abbiamo visto espone il fianco ad abusi e frodi. In realtà, l’uso della procedura negoziata senza previa pubblicazione di un bando di gara è già contemplato dal Codice dei contratti pubblici solo in determinati casi, quali ad esempio ragioni di estrema urgenza derivante da eventi imprevedibili, come può essere l’esplosione del Covid.

La centrale degli appalti lombardi, nei primi dieci giorni, ha siglato una trentina di accordi, destinati ad aumentare ulteriormente nei giorni successivi. Ormai, con lo scoppio della pandemia in mezzo mondo, era diventato sempre più complicato trovare fornitori.

In Cina decine di migliaia di fabbriche si erano riconvertite nottetempo alla produzione di dispositivi di protezione individuale (Dpi), spesso senza avere le certificazioni necessarie per esportare nel mercato europeo. In Europa, in mezzo agli operatori del settore, si sono tuffati improvvisati broker che millantano contatti in grado di consegnare prodotti che poi non si materializzano. Alcuni compaiono tra coloro a cui Aria Spa ha alla fine annullato l’ordine.

È il caso, per esempio, di un 22enne di Praga, che figura come intermediario in una fornitura per 20 milioni di mascherine chirurgiche. L’azienda produttrice, come si legge nel contratto da 6 milioni di euro siglato il 23 marzo da Aria Spa, ha sede ad Hong Kong. Nella lettera, Aria specificava che la prima consegna sarebbe dovuta avvenire entro sette giorni dalla firma del documento. Il 9 aprile la maxi-commessa è stata però annullata per mancanza della documentazione tecnica a supporto della qualità dei prodotti.

Due settimane sono trascorse invece tra la stipula e l’annullamento di un’altra gara, questa volta per dieci milioni di mascherine chirurgiche. In questo caso l’accordo era stato raggiunto con l’indiana Gitvin Remedies per la quale, secondo le carte consultate da IrpiMedia, appariva come intermediario una persona di cui è nota solo l’email. Non ha risposto alle nostre richieste di spiegazioni.

L’ordine di Aria è rimasto inevaso anche quando gli intermediari erano noti, come Cristian Ferraris, direttore del Settore organizzazione sviluppo e rapporti associativi di Assolombarda, l’associazione degli industriali che operano nelle province di Milano, Lodi, Monza e Brianza e Pavia. In quelle concitate settimane «ci siamo resi disponibili, come tanti altri soggetti pubblici e privati, ad aiutare nel reperimento di Dpi, mettendo in campo la nostra rete di contatti in Italia e all’estero, soprattutto in Estremo oriente», spiega Ferraris. La società che avrebbe dovuto fornire le mascherine ad Aria Spa era la cinese Liaoning Mec Group. «L’azienda è piaciuta subito», rammenta il manager di Assolombarda. Forse fin troppo: l’acconto anticipato di 740mila euro è stato versato immediatamente, ma dei documenti per la lettera di credito con cui saldare il conto non c’è mai stata traccia. Dopo 18 giorni Aria ha annullato l’ordine per un milione di mascherine ricevendo il rimborso dell’anticipo, secondo Ferraris, pochi giorni dopo.

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Per tre volte, a mettere Aria Spa in contatto con altri potenziali fornitori di mascherine è stata Margareta Florea, 65enne nata in Romania ma residente nell’hinterland milanese dagli anni ‘70. Con la sua azienda, Sano Life Medical, Florea fornisce kit diagnostici per il pap test al collo dell’utero a diverse aziende sanitarie in tutta Italia. Florea è un’imprenditrice con un’ampia rete di conoscenze tra politica e istituzioni, in Italia e all’estero. Dopo la discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, fu chiamata a gestire il club “Tricolore” di Forza Italia, tra i più influenti di Milano.

Margareta Florea insieme all’assessore alla sanità della Lombardia, Giulio Gallera – Foto: Facebook Margareta Florea

Oggi, invece, Florea è presidente de “Il bello che avanza siamo noi”, associazione da lei costituita nel 2017 con l’obiettivo di «fare da ponte tra la società civile e il mondo delle istituzioni e della politica». Tra i soci fondatori compare anche il nome di Marco Trivelli, fresco di nomina come direttore generale della Sanità lombarda per volontà del governatore Attilio Fontana. Una lunga carriera come dirigente sanitario cominciata all’epoca di Roberto Formigoni, Trivelli il 10 giugno subentra a Luigi Cajazzo, ex poliziotto della Mobile di Lecco, che ha ricoperto il ruolo di dg da maggio 2018. Resterà in Regione con la carica di vicesegretario.

Oltre a Trivelli, l’associazione di Florea conta tra i soci diversi direttori sanitari e primari, soprattutto lombardi. E un politico: il deputato leghista Luca Toccalini, classe 1990, per diversi mesi anche vicepresidente dell’associazione. Toccalini è membro della Commissione Difesa della Lega alla Camera ed è stato nominato segretario della Lega Giovani da Matteo Salvini.

«Ognuno ha le proprie idee politiche e Toccalini non è nell’associazione in quanto leghista – prende le distanze Florea -. Noi non abbiamo un colore politico». Eppure nel maggio del 2019 Florea si è spesa in prima persona per la campagna alle elezioni europee della Lega: ha organizzato la presentazione di due candidati, Isabella Tovaglieri e Alessandro Panza, a cui hanno partecipato anche i pesi massimi del partito, Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini. «Ho parlato con Luca Toccalini e altre persone che lavorano negli ospedali e mi hanno chiesto: “Visto che tu sei brava potresti fare un evento per questi candidati” – ricorda Florea -. Parlando con loro ho capito che avevano a cuore il bene comune e ho pensato ne valesse la pena».

Florea sostiene sia stata la sua coscienza a spingerla a cercare tra i propri canali istituzionali qualcuno in grado di fornire i Dpi per la Regione. «Senza volerci guadagnare neanche un centesimo», specifica. Ha individuato una prima azienda, la Commerce Leader Service Trading Canada, che il 18 marzo ha stretto un accordo con Aria per 10 milioni di mascherine. Una settimana più tardi, però, l’ordine con l’azienda canadese è saltato. La commessa è passata quindi nelle mani di due aziende cinesi, segnalate da Florea ad Aria. Ancora una volta, però, l’affare si è chiuso con un nulla di fatto. Nella nota, la centrale degli appalti comunica alle aziende cinesi, con Florea in copia, l’annullamento dell’ordine «per la vostra mancata possibilità a garantire la consegna». L’imprenditrice definisce però la sua collaborazione con Aria «di alto profilo»: «Se le forniture sono saltate – conclude Florea – è per colpa dei cinesi che hanno dato ad altri la merce pattuita».

Le mascherine i cui affidamenti non sono stati annullati da Aria spa

Altre commesse mai consegnate per le quali Aria ha elargito comunque importanti anticipi di pagamento sono finite sotto la lente della procura. Come, la maxi-fornitura da quasi 14 milioni di euro per mascherine e camici affidata ad aprile alla Eclettica Srls, azienda di Turbigo specializzata nell’import di cappotti. Eclettica è piccola e ha solo mille euro di capitale sociale, ma Aria le ha anticipato comunque il 70% del pagamento, ossia 10 milioni. Un mese dopo, il suo amministratore Fabrizio Bongiovanni, 44 anni, aveva consegnato ancora solo una parte di quanto ordinato: «Il 4 aprile, dopo l’ok di Aria, avevo comprato tutto. Ma loro hanno cambiato in corsa la tipologia dei dispositivi», si è difeso l’interessato. Oggi è agli arresti domiciliari con l’accusa di frode nelle forniture pubbliche dopo essere stato denunciato dalla Regione e aver subito il sequestro da parte della Guardia di Finanza di Como di 3,3 milioni di euro depositati sui conti della sua società. Bongiovanni ha dichiarato a La Stampa che è stata Aria ad aver voluto anticipargli comunque il denaro, solo con un’autocertificazione senza garanzie.

Altre aziende sono riuscite a completare l’ordine ma hanno messo sul mercato prodotti di dubbia qualità. Un caso riguarda la Fippi, l’azienda di pannolini di Rho che ha riconvertito la produzione su commissione di Regione Lombardia. Aria le ha affidato una commessa da oltre 8 milioni di euro per 18 milioni di pezzi. Il sindacato Adl Cobas Lombardia, in un esposto alla procura di Milano, ha chiesto di chiarire l’idoneità, i costi e l’aggiudicazione della fornitura. I pm meneghini stanno accertando i fatti, ma nel frattempo le “mascherine-pannolino” sono rimaste nei magazzini, sostiene il gruppo consigliare del Movimento 5 Stelle sulla base di un accesso agli atti.

L’inizio della spesa forsennata

Il tema delle forniture è stato al centro delle polemiche, in Lombardia, a partire da inizio marzo, pochi giorni prima della chiusura totale della regione, quando ancora l’ondata di contagi, e morti, era solo all’orizzonte. Giulio Gallera, assessore alla Sanità e al Welfare, aveva accusato la Protezione civile della scarsità di dispositivi di protezione individuale: «Il problema è di chi doveva organizzarsi rispetto a uno scenario di emergenza sanitaria importante, con acquisti straordinari di presidi di protezione individuale, o non l’ha fatto o non l’ha fatto in maniera adeguata». Come ha ricostruito Business Insider Italia, però, proprio Regione Lombardia non ha mai avuto un ‘Piano Emergenze’ che stabilisse in modo chiaro la responsabilità dell’acquisto di dispositivi medici.

Una settimana dopo questa prima gaffe, Gallera ha rincarato comunque la dose contro Roma. Si è presentato alla quotidiana conferenza stampa con una mascherina da lui rinominata “modello Swiffer” e, mentre la sventolava di fronte ai giornalisti, ha detto: «Ci hanno mandato delle mascherine che sono un fazzoletto o un foglio di carta igienica che viene unito. Non vogliamo fare polemica però non sono sufficienti per la sicurezza degli operatori sanitari». La Protezione civile ha ribattuto di aver consegnato ai magazzini della regione oltre mezzo milione di dispositivi di diverso tipo in pochi giorni, ma ormai la strada era tracciata: la Lombardia aveva deciso di rifornirsi da sola, con i risultati che abbiamo visto.

Al 16 marzo, la regione contava già oltre 1200 morti e quasi 15mila persone contagiate. La sede lombarda della Federazione dei medici di famiglia (Fimmg) era sul piede di guerra e puntava il dito dritto verso la Regione. Con una lettera intimava pubblicamente l’amministrazione locale di rifornire al più presto tutto il personale medico e sanitario dei necessari dispositivi di protezione. Già si conoscevano gli ordini impartiti ai medici di non indossare le mascherine in alcune strutture ospedaliere lombarde e già si conosceva quanto alta fosse l’incidenza degli infettati tra il personale sanitario. L’associazione a febbraio aveva suggerito alla giunta regionale e alle Asl di verificare la disponibilità dei Dpi. Per evitare di rimanere sprovvisti.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bodrero
Matteo Civillini

Editing

Lorenzo Bagnoli

Umbria ed Emilia Romagna: caos rapid-test fra prezzi e white list

29 Maggio 2020 | di Cecilia Anesi, Lorenzo Bagnoli

La Corte dei Conti dell’Umbria ha aperto un’inchiesta sulla procedura d’acquisto di 15mila test rapidi Covid19 avviata a marzo dalla Regione. Si era trattato di un affidamento diretto, in deroga al codice degli appalti e formalmente giustificato dall’emergenza coronavirus. Ipotesi “danno erariale”, per cui sono già partiti gli accertamenti della Guardia di Finanza dopo che esponenti d’opposizione M5s-Pd avevano sollevato dubbi sulla procedura, come riporta il Messaggero. I test acquistati sono le “saponette” pungidito a marchio “ScreenTest” e che hanno un codice prodotto che i lettori di IrpiMedia già conoscono: Incp-402s, una variante dei kit di AllTest (Incp-402) al centro della nostra scorsa inchiesta.

Le stranezze di questo acquisto sono emerse grazie agli atti acquisiti dall’opposizione in queste ultime settimane. Il primo elemento è una relazione del Dipartimento di microbiologia dell’ospedale di Perugia datata 19 marzo. Il titolo è “Strategia di utilizzo test rapidi sierologici e molecolari e fabbisogno previsto per la Regione Umbria” e i destinatari sono proprio i funzionari delle regione.

L’analisi dei test sierologici pungidito è quella che dà risultati più controversi: viene eseguita su due pazienti sintomatici da dieci giorni, risultati entrambi positivi al Coronavirus durante il test con tampone. Il risultato è che l’affidabilità del test sierologico pungidito è del 50%: uno dei due pazienti, infatti, non risulta “positivo” sulla cassettina del test rapido. Un falso negativo su due tentativi è una percentuale molto alta, ma non significa che il test sia di per sé del tutto inutile.

Infatti la relazione spiega come i test possano essere usati per una «individuazione rapida a domicilio» di soggetti sintomatici da più di 7 giorni – a cui in caso di positività dovrà essere poi fatto il tampone – e alla «dimostrazione retrospettiva del superamento dell’infezione». In chiusura, si raccomanda l’acquisto di circa 5mila test rapidi e di 15mila sierologici molecolari, considerati più affidabili, seppur richiedano l’impiego di laboratori e siano più costosi. La Regione seguirà l’indicazione ma abbondando, comprando 15mila test rapidi.

Come sono stati usati dall'azienda ospedaliera di Perugia le “saponette”
La Dirigente di Microbiologia dell’Azienda Ospedaliera di Perugia, la dottoressa Antonella Mencacci, ha spiegato a IrpiMedia come sono stati utilizzati da loro i test sierologici pungidito, detti “saponette”, e forniti dalla Regione. «Quando ho stilato quella nota, mi avevano dato dieci “saponette” da provare. Deve immaginare che eravamo in piena emergenza, arrivavano molti malati possibili Covid19 e per avere i risultati dei tamponi ci voleva molto tempo. Così abbiamo pensato che i test rapidi potessero aiutarci ad avere una prima risposta per capire come dividere i pazienti, se in reparto Covid19 o no.» La dottoressa ha segnalato di avere avuto un risultato falso negativo, ma questo – spiega – potrebbe dipendere dal fatto che non in tutti i pazienti gli anticorpi nella prima fase del contagio sono rilevabili dai test attualmente disponibili. Infatti, di questo virus sappiamo ancora poco, e molto si scopre strada facendo. Mencacci spiega come solo oggi ci rendiamo conto che i test sierologici a disposizione non ci permettono di avere sempre una fotografia precisa degli anticorpi Igm – quelli che solitamente il nostro organismo rilascia quando inizia a combattere un virus – che spesso non risultano rilevabili, e alcune volte sono rilevabili solo perchè presenti “in contemporanea” con le Igc – ovvero l’anticorpo che ti dice «hai incontrato il virus».

Dei 15mila test rapidi comprati dalla Regione, 7mila sono stati consegnati proprio a Microbiologia. «Li abbiamo usati all’interno di una specifica strategia, come test complementari e mai disgiunti dal tampone. Ad esempio per potere testare più persone con il molecolare, visto che ogni macchina processa al massimo 40 tamponi in contemporanea, abbiamo avviato la tecnica del “pooling” (ovvero tre tamponi uniti) unendo solo i tamponi di chi non risultava avere anticorpi nel test pungidito.» Insomma, pur con dei margini di errore, questa strategia ha velocizzato moltissimo il lavoro dell’ospedale di Perugia durante l’emergenza. Oggi, spiega la dottoressa Mencacci, la saponette potrebbero più che altro essere utili nella trovare il Covid19 in quei pazienti gravi in cui il tampone risulta negativo perché il virus è già sceso nelle vie aeree inferiori. Per quanto riguarda la ricerca della positività al virus e quindi la potenziale infettività, per la Prof. Mencacci l’unico strumento diagnostico affidabile è il tampone, ma i test sierologici molecolari, Elisa o Clia, possono e devono essere combinati sia per aiutare lo screening negli ospedali, che per un test di sieroprevalenza della popolazione.

Il test analizzato dall’ospedale perugino è lo “ScreenTest” di ScreenItalia, azienda di Torgiano in provincia di Perugia, codice prodotto Incp-402s. Per quanto la scatola affermi che è made in Italy, l’anima è prodotta da AllTest, l’azienda cinese protagonista della nostra precedente inchiesta uscita il 6 maggio scorso, in cui abbiamo raccontato come diversi Paesi e laboratori internazionali abbiano contestato l’attendibilità dei test Incp-402. I test sono comunque entrati in ospedali e aziende sanitarie regionali italiane. L’Umbria è la regione che, a quanto risulta dalle delibere che abbiamo potuto consultare, ha fatto l’ordine maggiore di test.

In Emilia-Romagna, invece, il Gruppo tecnico regionale ha inserito sia AllTest sia ScreenTest in un elenco di kit «convalidati». È l’unica Regione ad aver stilato un documento del genere. Nelle altre regioni ogni laboratorio diagnostico o clinica privata può offrire il servizio organizzandosi da sé, ovvero acquistando i test rapidi della marca che vuole, o che trova. IrpiMedia ad oggi però non ha potuto visionare i documenti che attestano la qualità dei test rapidi convalidati, né avere accesso ai criteri necessari per entrare nella lista dell’Emilia-Romagna. In questo contesto frammentato, seppur concorde nella necessità dell’uso di ogni possibile strumento di screening, il Comitato Tecnico Scientifico del Ministero della Salute mantiene una posizione in linea con quella dell’Oms, ovvero non raccomanda l’uso dei test rapidi, di qualsivoglia marca.

Questo scenario in cui il monitoraggio è affidato anche ai laboratori privati è recente. Fino ai primi di maggio lo screening era appannaggio solo di entità pubbliche. In Umbria era la Protezione civile, grazie all’acquisto dei 15mila test oggi messi sotto indagine dalla Corte dei Conti.

Riavvolgiamo il nastro al momento decisivo per l’ordine dei test umbri. È il 18 marzo, il giorno prima della relazione dell’Ospedale di Perugia sugli ScreenTest. Come dimostrano alcuni documenti ottenuti dall’opposizione, Vincenzo Monetti, titolare dell’azienda distributrice di dispositivi medici Vim G. Ottaviani Spa di Città di Castello, tra le 17 e le 23 si scambia alcune email con Enrico Bartoletti, responsabile della Funzione amministrativa Protezione civile della Regione Umbria, e Federico Ricci, capo di gabinetto della governatrice leghista Donatella Tesei, in copia in una delle mail.

Frontespizio della delibera n. 2663 del 25 marzo 2020 della Regione Umbria
Il primo contatto è proprio Ricci: Monetti gli propone un prezzo di 27 euro + iva per ogni “ScreenTest”. Nel frattempo, nel resto d’Italia, altri rivenditori di test pungidito chiedono tra i 10 e i 14 euro. Ricci però tira dritto e prega Bartoletti, l’uomo con le chiavi della cassa, di «prendere contatto» con Monetti, perché la fornitura è «di interesse indispensabile e primario». «Anche questo tipo di merce viene considerata irreperibile e indispensabile immediatamente per la gestione della Pandemia», conclude.

La determina con l’affidamento senza gara arriva il 25 marzo 2020: la Vim incassa, iva inclusa, 292.800 euro per 15mila ScreenTest. Il prezzo a kit 16 euro + iva, dopo un ribasso dell’offerta iniziale stabilito in seguito a una richiesta di riformulazione del prezzo. Nella determina si cita un contratto tra il “produttore”, la ScreenItalia, e la ditta Vim, la quale «ha il diritto di esclusiva alla commercializzazione del test in oggetto in ambito europeo» e si giustifica un affidamento diretto da quasi 300mila euro poiché il servizio offerto dalla Vim è coperto da «diritto di esclusiva» ed è «infungibile». Quest’ultimo termine, in uso nel gergo giuridico, indica un bene insostituibile per il suo valore economico sociale.

Ma è davvero così? L’Umbria ha mandato in deroga la normativa sugli appalti, appellandosi all’urgenza e all’esclusività della fornitura, quando in realtà a impacchettare e distribuire i kit della cinese Alltest – codice prodotto Incp-402, che nella versione ScreenItalia hanno una “s” in più – sono molte aziende. In Europa, come abbiamo documentato nella puntata precedente di questa inchiesta, ce ne sono almeno due, JusCheck e Biozek.

L’altra stranezza in questa fornitura è quella del prezzo. Nello stesso periodo altre pubbliche amministrazioni hanno acquistato i test Incp-402 da rivenditori diversi a prezzi ben inferiori, tra le 10 e le 12 euro.

Per approfondire

Covid19: la zona grigia del mercato dei rapid test

Il sottobosco variegato delle società che rivendono i cosiddetti test rapidi ha approfittato del caos emergenziale. Così vengono venduti i prodotti nascondendone l’origine e spacciandoli per europei

Anche noi di IrpiMedia siamo riusciti a comprare un kit con lo stesso codice prodotto a meno del prezzo strappato dalla Protezione civile umbra. Infatti, il 21 aprile abbiamo acquistato online da un rivenditore italiano un kit da 25 test con codice Incp-402, impacchettati a marchio JusCheck, al prezzo di 317,20 euro, ovvero, con iva e spedizione inclusa, 12,6 euro a test. Alla data del 6 maggio, visto che i test ancora non arrivavano, abbiamo ricevuto un’email: «Come forse sapete per oltre 15 giorni tutti i test rapidi (non solo quelli da noi commercializzati) sono stati bloccati alle dogane. Ci risultano essere stati “sdoganati” il 4/5 e stiamo attendendo comunicazioni in proposito dall’importatore».

Da inizio aprile fino a dopo Pasqua diversi rapid test sono rimasti fermi alle dogane cinesi. Pochi giorni prima, Spagna e Gran Bretagna avevano rispedito indietro, perché ritenuti inaffidabili, i kit AllTest a marchio Biozek. Nello stesso momento, in Umbria, la Protezione civile acquistava 15mila test con lo stesso codice prodotto di quelli fermati in Cina.

Al problema dell’affidabilità si è aggiunto il fatto che altri prodotti per l’emergenza Covid, dai test fino alle mascherine, iniziavano ad arrivare in Europa con certificazioni contraffatte. La Cina si è vista così costretta a bloccare l’export almeno di parte dei prodotti. Stando ad una fonte che preferisce restare anonima, le dogane cinesi hanno chiesto alle aziende distributrici europee di garantire in prima persona sulla qualità del prodotto, anche se non l’avevano mai provato prima, così da poterlo sdoganare. Non tutti i rivenditori europei se la sono sentita di rischiare, e hanno preferito cancellare gli ordini.

Perché la Regione Umbria ha scelto proprio ScreenTest, il kit distribuito dalla Vim G. Ottaviani? La risposta potrebbe stare tra le maglie delle relazioni politiche. Infatti, ha fatto emergere La Repubblica nei giorni scorsi, c’è una foto scattata durante una cena della campagna elettorale di Donatella Tesei in cui la candidata è di fianco al titolare della Vim, Vincenzo Monetti.

Tommaso Bori, medico e consigliere d’opposizione del Pd, sta cercando di fare luce chiedendo delucidazioni alla giunta regionale. «Abbiamo fatto due richieste di accesso agli atti per chiarire i contorni di tutta la vicenda – spiega -, ma ancora non abbiamo ricevuto risposte. La Lega sta anche sabotando i lavori del Comitato di Controllo, facendo mancare il numero legale quando vengono poste le domande scomode».

Chissà come avrebbe fatto la Presidente della Regione, Donatella Tesei, a comprarne altri 125 mila. Questa era la sua volontà – si legge in una lettera che invia ai Cgil, Cisl e Uil – qualora la sperimentazione avviata dalle Usl umbre con gli Incp-402 dia buoni risultati. Non è stato così, però, a leggere le prime del direttore sanitario della Regione, Claudio Dario, che in un documento datato 17 aprile presenta i risultati della sperimentazione su un campione di 1080 soggetti: il 27% è risultato positivo al sierologico, ma di questo solo un 8,9% è risultato confermato dal test molecolare. Conclusione: i rapid-test Incp-402 non hanno caratteristiche di specificità e sensibilità tali da potere essere impiegati per fini diagnostici né di sorveglianza epidemiologica.

«Abbiamo fatto due richieste di accesso agli atti per chiarire i contorni di tutta la vicenda, ma ancora non abbiamo ricevuto risposte. La Lega sta anche sabotando i lavori del Comitato di Controllo, facendo mancare il numero legale quando vengono poste le domande scomode»

Tommaso Bori

Medico e consigliere regionale del Partito Democratico all'opposizione in Umbria

Nemmeno noi abbiamo ottenuto risposte. Il 20 aprile scorso avevamo sentito ScreenItalia, Vim e Direzione sanitaria regionale dell’Umbria. Le due aziende si erano rifiutate di fornire dettagli rispetto a eventuali vendite di test alle pubbliche amministrazioni, mentre la direzione sanitaria ci aveva detto di avere acquistato solo 5mila test sierologici molecolari di una marca americana, omettendo l’acquisto dei 15mila test pungidito della ScreenItalia. In una richiesta di commento mandata ieri, il responsabile della Funzione amministrativa Protezione civile della Regione Umbria, Enrico Bartoletti, ha risposto «Tutte le informazioni relative all’acquisto del prodotto in oggetto le trova sul ns. sito nel canale trasparenza» di fatto evitando di rispondere al perchè sia stata scelta la Vim come fornitore.

La white list dell’Emilia Romagna

Poco più a nord, nell’ancora rossa Emilia-Romagna, gli inaffidabili gemelli “ScreenTest” e “AllTest” sono dentro l’elenco (la cosiddetta white list) di test rapidi convalidati dal Comitato tecnico regionale.

In regione, nel giro di un mese, è cambiata radicalmente l’opinione nei confronti dei rapid test. A metà aprile, prima che uscisse la delibera regionale sull’uso dei test sierologici, il commissario regionale all’emergenza Covid19 Sergio Venturi aveva dichiarato che i test ai privati dovevano essere vietati in toto. Nella delibera del 16 aprile si legge che l’esecuzione di test sierologici rapidi «rivest[e] scarso significato e può contribuire a creare false aspettative e comportamenti a potenziale rischio nei cittadini interessati». «False aspettative» poi scomparse nelle determinazioni successive, con le quali si applica la delibera. Anzi. I test, per l’Emilia-Romagna, funzionano: i risultati su 60mila operatori sanitari «testimoniano una elevatissima concordanza fra i risultati dei test sierologici rapidi e i test sierologici standard da sangue venoso», si legge in una delibera dell’11 maggio.

Il 21 aprile noi di IrpiMedia abbiamo potuto acquistare un kit di Incp-402 proprio da un’azienda emiliana, la Euronorma. «La vendita è libera, c’è scritto però che l’uso è riservato a personale medico. C’è chi mi ha detto che se l’è fatto da solo, chi lo fa senza medico contravviene alle indicazioni di un dispositivo», spiega il dottor Graziano Frigeri, titolare di Euronorma. La responsabilità è quindi del privato di rivolgersi a un medico. Il test Incp-402 di Euronorma era brandizzato JusCheck ed è fra quelli fermati alla dogana in Cina. Così il 6 maggio l’azienda ha scritto in un messaggio di aver trovato anche altri fornitori. Quando i test ci sono arrivati, il 21 maggio, avevano marca Khb, una di quelle approvate dalla Regione Emilia-Romagna.

Frigeri non vende solo i test online. In qualità di presidente di Assoprev, associazione di categoria che promuove «l’imprenditorialità privata nel campo dei Servizi alle Imprese in materia di Salute e Sicurezza del Lavoro», ha spinto affinché la delibera sui rapid test in Regione Emilia Romagna cambiasse e si permettesse ai laboratori privati di somministrarli. L’11 maggio la Regione ha iniziato a pubblicare elenchi di medici e laboratori accreditati per fare le analisi, tra i quali anche Frigeri. Mentre l’elenco dei marchi di test sierologici convalidati dagli esperti della Regione è stato pubblicato almeno da fine aprile. Quali siano i criteri di approvazione non è stato possibile saperlo perché dalla Regione non hanno voluto commentare.

Quello che è certo è che essere in white list è fondamentale: i distributori il cui prodotto resta escluso non possono più vendere in Emilia-Romagna e si sono anche trovati i carabinieri del Nas a sequestrargli i kit. «Per me è stato un danno economico. I Nas hanno sequestrato i miei test ad almeno ad uno dei miei clienti perché non sono sulla lista – spiega un distributore rimasto escluso, che preferisce restare anonimo per timore di perdere altri clienti -. Nessuno dalla Regione me li ha voluti testare. Non è nemmeno chiaro quali siano i criteri e i dati scientifici su cui basano la convalida», spiega un distributore il cui test non è tra i convalidati.

A parte la Lombardia, che ancora insiste a non utilizzare i pungidito, oggi tutte le Regioni si sono attivate in ottica di prevenzione e monitoraggio della popolazione e usano i test sierologici, sia pungidito sia molecolari. E anche se i massimi vertici della salute, Istituto superiore di Sanità e Oms, non si esprimono, la posizione più condivisa è quella dell’infettivologo dell’Ospedale Sacco di Milano, Massimo Galli, che il 23 aprile a Piazza Pulita diceva: «Per un uso di massa, volto alla riapertura, il test rapido è l’unico sostenibile».

Piemonte e Covid: cronaca di un delitto nei vent’anni di tagli alla sanità regionale

22 Maggio 2020 | di Lorenzo Bodrero, Matteo Civillini

La malagestione dell’emergenza Covid non è solo un affare lombardo. Esiste anche un “caso Piemonte”, meno clamoroso, ma altrettanto significativo. Per numero di contagi la regione è seconda in Italia ma ha registrato il tasso più alto di persone positive al coronavirus rispetto alla popolazione: a fine aprile erano 356 ogni centomila abitanti, contro i 343 della Lombardia, al primo posto per numero assoluto di contagi. Quest’indice, in Piemonte, è circa il doppio che nel resto del Paese. La diagnosi è univoca: la regione guidata da Alberto Cirio è la più malata d’Italia.

Il poco invidiabile primato è figlio, da un lato, di scelte molto simili a quelle che hanno travolto la sanità lombarda e, dall’altro, delle forti restrizioni economiche patite negli ultimi vent’anni e che hanno coinvolto tutto lo Stivale. In mezzo, l’incapacità di alcune amministrazioni regionali di prendere le distanze da quella mafia calabrese che in Piemonte – come nelle principali regioni settentrionali – ha portato voti e influenze.

Qui i tagli al sistema sanitario hanno aggravato più che altrove la gestione dell’emergenza. Lo preannunciava, seppur indirettamente, l’assessore alla Sanità Luigi Icardi lo scorso 4 febbraio, pochi giorni prima dell’inizio della tempesta, mentre commentava i debiti del comparto sanità: «La situazione è drammatica, non c’è più nulla di risorse straordinarie una tantum da usare a copertura delle perdite. Abbiamo raschiato il fondo del barile».

Con l’inizio della Fase 2 vale la pena ripercorrere le ragioni storiche di questa situazione. Per farlo, bisogna riavvolgere il nastro fino ai primi anni Duemila.

La Sanità in Italia e in Piemonte: breve cronistoria

La legge 833 del 1978 istituiva il Sistema sanitario nazionale, basato su una visione solidaristica, universale e gratuita della copertura sanitaria. Viene cioè realizzato un diritto fondamentale, quello sancito dall’articolo 32 della Costituzione. Il diritto alla salute non è più un privilegio per pochi dunque, bensì un diritto per tutti.

Durante gli anni ‘90 prendono vita le Aziende sanitarie locali, le Regioni rafforzano il proprio potere in tema sanità e viene introdotto il concetto di “aziendalizzazione” in cui, assicurati dalle Regioni, i livelli essenziali di assistenza vengono erogati a tutti i cittadini proprio attraverso le Asl. Da un lato, le Regioni diventano, di fatto, economicamente e politicamente responsabili dei rispettivi sistemi sanitari; dall’altro, le Asl mutano in vere e proprie aziende pubbliche dotate di indipendenza imprenditoriale, soggette a criteri di efficienza e sostenibilità.

Nel 2001 si mette mano alla Costituzione modificandone il titolo V e ridisegnando le competenze tra Stato, Regioni e Province e la Sanità è il banco di prova cui si sperimenta una sorta di “federalismo”. È un cambiamento radicale. Da allora, quelli che contano davvero sono i sistemi sanitari regionali in cui la Salute diventa materia concorrente tra Stato e Regioni: il primo, stabilisce i Livelli essenziali di assistenza (Lea); le seconde, acquisiscono competenza esclusiva nella regolamentazione e nell’organizzazione dei servizi sanitari e nel finanziamento delle aziende sanitarie.

Nel 2010, al Piemonte viene imposto il Piano di rientro: troppe le spese sostenute e i debiti accumulati fino ad allora. L’accordo stabiliva di «riqualificare, riorganizzare e individuare gli interventi per il perseguimento dell’equilibrio economico». In altre parole, bisognava tagliare ovunque fosse possibile. E così è stato.

Delle Regioni più colpite dall’emergenza Covid, il Piemonte è l’unica passata dal Piano di rientro.

Parola d’ordine: rigore

I tagli alla sanità regionale piemontese iniziano con la giunta di Enzo Ghigo, presidente di Forza Italia che tra il 2000 e il 2005 ha guidato la Regione per il secondo mandato consecutivo. Nel 2000 il governo impose a tutti gli enti locali maggiore rigore su spese e deficit, introducendo il sistema dei finanziamenti regionali che vige ancora oggi: «Fu una svolta – commenta Gabriella Viberti dell’Istituto di Ricerche Economiche e Sociali per il Piemonte (Ires) – oggi i fondi destinati alle Regioni sono stabiliti da parametri valutati ogni anno, mentre allora l’erogazione si stabiliva in base alla spesa del periodo precedente».

In Piemonte il nuovo modello ha dimostrato che i debiti accumulati nei 22 anni precedenti, cioè dall’avvento del Sistema sanitario nazionale nel 1978, da Comuni e Regioni erano ormai insostenibili (vedi box). E così, secondo i dati forniti a IrpiMedia dal centro studi Nebo, i 21mila posti letto pubblici del 1992 sono diventati 13mila nel 2018, mentre i 3mila privati sono rimasti pressoché invariati, e le Asl sono passate da 22 a 12. La cura dimagrante ha causato anche il blocco dei turnover e delle assunzioni (salvo sporadiche eccezioni), con progressiva riduzione degli organici.

L’evoluzione del numero di posti letto e delle Asl in Piemonte | Fonte: Centro studi Nebo | IrpiMedia

Il diktat nazionale non ha risparmiato neanche la giunta di Mercedes Bresso, governatrice per Democratici di Sinistra dal 2005 al 2010. L’amministrazione di centro-sinistra, per alleggerire il carico sugli ospedali e migliorare l’assistenza sul territorio, si è però cimentata in un esperimento che sembrava promettente. Al progetto ha collaborato Mario Nejrotti, allora segretario dell’ordine dei medici della provincia di Torino: «Mettemmo in piedi un sistema organizzativo ed economico sperimentale per far confluire i medici di medicina primaria, cioè i medici generali e pediatri di libera scelta, in sedi uniche dislocate sul territorio e organizzate insieme a specialisti ambulatoriali, infermieri e collaboratori».

L’obiettivo era potenziare quella “medicina territoriale” la cui mancanza in queste settimane ha determinato un ampio afflusso di contagiati verso gli ospedali e che è stata spesso indicata come causa principale dello scoppio dell’emergenza covid. «Avevamo coinvolto circa 200 tra medici, infermieri e personale amministrativo per un target di circa 150mila pazienti», spiega Nejrotti.

Tagli bipartisan

Con l’avvento della giunta leghista di Roberto Cota (2010-2014) l’esperimento è stato stoppato. La nuova amministrazione ha spostato l’attenzione sui grandi centri ospedalieri. Una strategia del “pochi ma grossi”, si potrebbe riassumere. Il simbolo di questo scelta era l’imponente area di Torino che corre lungo tutto Corso Unità d’Italia: il 1° luglio 2012, su iniziativa portata avanti dalla giunta regionale, l’ospedale infantile Regina Margherita, il ginecologico Sant’Anna, il Centro traumatologico ortopedico e il presidio ospedaliero Le Molinette convergevano in un’unica azienda ospedaliera, nota oggi come la “La città della salute e della scienza”.

L’area di Torino che comprende “La città della salute e della scienza”/IrpiMedia

Nel frattempo però un’altra scure era calata sulla sanità piemontese. Due anni prima, nel 2010, la regione era entrata nel Piano di rientro, un accordo tra Stato e Regione volto al «perseguimento dell’equilibrio economico». La giunta leghista pagava i debiti accumulati dalla giunta Bresso e, prima ancora, dalle due amministrazioni Ghigo. L’accordo segnava l’inizio di una politica sanitaria fatta di blocchi delle assunzioni, chiusura di presidi, ticket salati, liste d’attesa, indebolimento della medicina territoriale, ed eliminazione e accorpamento di quei servizi che non possono giustificare la loro utilità o la loro sostenibilità economica.

Il Piano prevedeva un contenimento dei costi per 162 milioni di euro nel 2013 e, in modo cumulativo, di 248 milioni per il 2014 e 360 per il 2015. A farne maggiormente le spese furono le solite voci: posti letto, personale, presidi territoriali. Di riflesso, anche la spesa sanitaria cresceva meno velocemente: tra il 2010 e il 2018 la spesa pro-capite per la sanità piemontese è salita del 2,5% contro una media nazionale del 6,6% (dati Ires). Tradotto, si è speso di più in termini assoluti ma meno rispetto alle necessità. Il Piemonte era l’unica regione del Nord Italia entrata nel piano di rientro (insieme alla Liguria, che però ci è rimasta un solo anno), una condizione che rientra tra le concause dell’emergenza patita per la diffusione del Covid-19. Sette lunghi anni di tagli che, in teoria, terminano nel 2017 quando la giunta Chiamparino (2014-2019) annuncia la fine del piano di rientro.

La ‘ndrangheta nel palazzo della Regione

La giunta Cota, tra quelle prese qui in considerazione, è l’unica a non aver portato a termine il mandato. A un anno dalla fine naturale dell’amministrazione, nel 2014, il Tar piemontese ha annullato il voto di quattro anni prima, e di conseguenza l’esito delle urne, sulla base delle firme false portate dalla lista Pensionati per Cota durante la corsa elettorale. L’annullamento delle elezioni e le conseguenti dimissioni di Cota chiudevano una stagione di scandali giudiziari al Palazzo della Regione.

Nei mesi in cui la vicenda delle firme false scuoteva il Palazzo di Piazza Castello, sede della giunta regionale, i pm torinesi portavano a giudizio Cota e altri 37 consiglieri regionali nell’ambito della vicenda nota alle cronache come «Rimborsopoli», accusati di peculato e, in particolare, di aver utilizzato in modo illecito fondi per 900mila euro destinati ai gruppi consiliari. Dopo l’assoluzione in primo grado e la condanna in appello, la Cassazione lo scorso novembre ha assolto sia Cota sia l’attuale capogruppo della Lega alla Camera, Riccardo Molinari. Sono invece state confermate le condanne agli ex consiglieri regionali Michele Giovine (Pensionati per Cota) e Massimiliano Motta (Popolo delle Libertà).

A metà giugno del 2011 l’allora assessore alla sanità, Caterina Ferrero è stata arrestata. Venti giorni prima si era dimessa a seguito dell’arresto del suo braccio destro, Pietro Gambarino. Con l’operazione “Dark side”, la guardia di finanza contestava a entrambi i reati di turbativa d’asta, concussione e abuso d’ufficio. Al centro delle carte degli inquirenti figuravano la fornitura di pannoloni per anziani affidata senza gara e a prezzi gonfiati a Federfarma, la realizzazione di residenze per anziani, l’apertura di un centro di cardiologia nella prima cintura di Torino e la gestione di alcuni concorsi. Negli stessi giorni è stato arrestato anche il suocero di Ferrero, Nevio Coral, potente sindaco di Leinì, alle porte di Torino. L’arresto rientrava nell’ambito della maxi-operazione Minotauro, la più imponente indagine contro le infiltrazioni della ‘ndrangheta in Piemonte. L’inchiesta ha portato a galla la presenza di almeno nove “locali” della mafia calabrese in altrettanti Comuni. Coral, condannato poi a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa, era considerato l’uomo dell’accordo tra politica locale, in cerca di elettori e mazzette, e gli esponenti della ‘ndrangheta, in cerca di protezione e appalti.

Nelle motivazioni della sentenza si legge che, in virtù di questo patto, Coral ha condizionato l’esito delle elezioni comunali di Leinì (2009) e Volpiano (2011), di quelle provinciali (2009) per l’elezione del figlio Ivano e delle Regionali (2011) con l’apporto dato, appunto, alla nuora Caterina Ferrero.

Un “delitto” irrisolto e domande senza risposte

Sono questi gli anni in cui si consuma un “delitto” ancora irrisolto: quello del sistema sanitario pubblico piemontese, lasciato morire senza più risorse pubbliche. Ne ha parlato un convegno realizzato a Torino nel novembre 2016 dal titolo “Falso deficit, tagli veri: salute a rischio?”, di cui ha scritto il mensile TorinoMedica. «Per anni – si legge nell’articolo – è stata convinzione comune che il bilancio della Sanità regionale fosse la causa dell’incredibile “buco nero” (disavanzo) di sette miliardi, ma analisi approfondite dimostrano che la Sanità piemontese non è mai stata in deficit dal 2005». Lo aveva certificato nel 2015 un’indagine del Senato. «Una parte dei finanziamenti provenienti da Roma per la Sanità (4,3 miliardi di euro, ndr) sono stati negli anni utilizzati come cassa per spese extra-sanitarie, come ammesso dall’assessore al bilancio», scriveva il mensile.

In altre parole, il fondo sanitario regionale era stato sacrificato e utilizzato come cassa da cui attingere per spese che con la sanità non avevano niente a che fare.

Le giunte regionali del Piemonte dal 2000 a oggi/IrpiMedia

E così anche l’amministrazione di Sergio Chiamparino, pur uscendo dal Piano di rientro nel marzo 2017, si è trovata ben presto a corto di fondi. Lo ha ammesso anche la giunta successiva in una conferenza stampa di pochi mesi fa: «Dal 2017 le Asl hanno ricominciato ad avere forte difficoltà di sostenibilità dei propri costi ricorrendo alle sole fonti ordinarie di finanziamento, cioè il Fondo sanitario regionale e le cosiddette entrate proprie (ad esempio il ticket)». Secondo questa analisi, nel 2019 sono stati spesi 407 milioni di euro in più rispetto al fondo sanitario regionale, 302 milioni nel 2018 e 107 nel 2017. Ad oggi, il Piemonte ha sulle spalle un debito che ammonta a 9,3 miliardi di euro, sanità compresa.

Da qui al «raschiare il fondo del barile», come annunciato dall’assessore Icardi i primi di febbraio, il passo è breve. La ricerca dei responsabili di quel “delitto” irrisolto è un gioco a ritroso in cui ciascuna giunta punta l’indice verso la precedente, fino a che coloro che dovrebbero risponderne diventano figure indistinguibili. Al contrario del debito pubblico piemontese: questo, sì, ben visibile e in costante crescita.

Il sistema sanitario in affanno con l’emergenza Covid

Il Piemonte era prevedibilmente una regione in cui il Covid avrebbe colpito duro. Per età media, infatti, la Regione è seconda solo al Friuli laddove, secondo i dati dell’Istituto superiore di sanità, due terzi dei deceduti italiani ha tra i 70 e i 90 anni. Ma non solo. Il centro Ires stima che la popolazione piemontese sopra i 75 anni è aumentata del 47% rispetto al 2001. Superiore alla media nazionale è anche il dato relativo alle patologie croniche: sono 41 su 100 i piemontesi che ne dichiarano almeno una e, come ormai sappiamo, il coronavirus non risparmia i portatori di malattie gravi: il 96% dei morti presentava infatti almeno una patologia concomitante.

All’aspetto demografico particolarmente vulnerabile si è accompagnata una risposta istituzionale all’emergenza giudicata non all’altezza da più parti. Tanto che da almeno tre settimane l’opposizione chiede le dimissioni dell’assessore alla sanità regionale Luigi Icardi. Che il Piemonte non fosse preparato ad assorbire il contraccolpo è risultato chiaro fin da subito. Al 19 aprile, per esempio, risultavano 96 mila tamponi effettuati, contro i 264mila della Lombardia e i 255 mila del Veneto. Scarsa disponibilità dei test ma anche minima disponibilità di analisi di laboratorio: tra marzo e aprile erano soltanto due i laboratori in grado di gestire l’afflusso di test in entrata.

Come la Lombardia, anche il Piemonte è riparato ben presto verso le Rsa per accogliere i casi positivi e alleggerire così il carico sugli ospedali. E come per la regione confinante, l’incendio è divampato. Sotto accusa, due versioni di una stessa delibera: la prima datata 20 marzo, sostanzialmente identica a quella lombarda, autorizzava il ricovero nelle Rsa (750 strutture per 40 mila ospiti e 15 mila dipendenti) degli anziani contagiati; la seconda pubblicata sul sito ufficiale molti giorni dopo, corregge il tiro precisando che il trasferimento doveva avvenire verso strutture vuote o inutilizzate. Tra la prima e la seconda versione erano però passate tre settimane. Risultato: a fine aprile le Rsa piemontesi contavano circa 5 mila contagiati tra pazienti e personale. Rispetto allo stesso periodo del 2019, si sono registrati 660 decessi in più, di cui 400 risultati positivi al covid.

Sull’indice di mortalità, che rispetto alla popolazione è il più alto tra le regioni italiane, ha certamente influito anche il tardivo rifornimento di dispositivi di protezione individuale, tanto tra il personale medico quanto nelle Rsa. Secondo fonti giudiziarie sarebbero fin qui una settantina i fascicoli di indagine aperti dalla procura di Torino e frutto degli esposti dei parenti delle vittime.
Ma lo scontro più feroce si è consumato, oltre che tra giunta regionale e opposizione, tra gli ordini provinciali dei medici e i vertici regionali. I primi, con una lettera inviata a metà aprile, accusavano l’Unità di crisi regionale di non aver sorvegliato abbastanza le Rsa e di averle invece «trasformate in obitori». Uno scontro che prosegue da almeno due mesi e che ha raggiunto il suo apice con il pasticcio delle mail.

Si è scoperto, infatti, che nelle prime e tragiche settimane della crisi il Servizio di igiene e sanità pubblica (Sisp) è andato in tilt per le troppe mail in arrivo. Il sistema prevedeva che i medici di base inviassero al Sisp le segnalazioni su quei pazienti con sintomi compatibili con il covid. Ma quando le comunicazioni sono diventate nell’ordine delle centinaia al giorno, il sistema è imploso, causando mancati o tardivi ricoveri e, in taluni casi, la morte dei pazienti.

Le cause di questa crisi sono tanto lontane quanto recenti, forse riassunte al meglio nella lettera inviata alla regione dall’Associazione dei medici e dei dirigenti sanitari piemontesi: «Negli ultimi anni tutte le Giunte che si sono susseguite hanno inflitto tagli pesantissimi al Sistema Sanitario Regionale», scrivono i medici.

I tagli al personale e ai presidi ospedalieri hanno coinvolto tanto il Piemonte quanto le altre Regioni ma i medici piemontesi aggiungono che «prima dell’epidemia, i posti letto in rianimazione, erano, rispetto alla popolazione, il 30% in meno rispetto al Veneto. E se le responsabilità vanno distribuite negli anni, a chi sta governando ora ricordiamo che avevano minacciato un nuovo piano di rientro, sottolineando ripetutamente l’importanza della sanità privata. Senza aver riaperto o potenziato nulla della Sanità Pubblica».

Editing: Lorenzo Bagnoli | Foto: uno scorcio di Piazza San Carlo, Torino, durante il lockdown/cr.piemonte.it

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Il gran bazar delle certificazioni per le mascherine dalla Cina

#Covid-19

Il gran bazar delle certificazioni per le mascherine dalla Cina

Matteo Civillini
Lorenzo Bodrero

Dall’inizio dell’emergenza coronavirus, mascherine Ffp2 con la loro “certificazione di conformità” sono arrivate in mezza Europa. Migliaia ne hanno acquistate ospedali italiani, carceri, forze di polizia penitenziaria. Il documento correda la scheda prodotto di Ffp2 su diversi siti di e-commerce. Le mascherine in questione provengono dalla Cina e la loro patente di conformità è garantita dall’Ente Certificazione Macchine (Ecm), un’azienda bolognese riconosciuta dal Ministero dello Sviluppo Economico come organismo notificato. Si potrebbe pensare che questo pezzo di carta sia un bollino di qualità o un certificato che approva la vendita nell’Unione europea. Ma non è così.

Ecm non ha la licenza per certificare questo genere di dispositivi di protezione individuale (Dpi). È autorizzata per macchine industriali, apparecchiature radio, ascensori e altri dispositivi medici, ma non le mascherine Ffp2. Quel pezzo di carta scambiato per un lasciapassare è solo una pre-certificazione, un attestato volontario di revisione delle specifiche tecniche del prodotto. Ovvero una dichiarazione secondo cui per Ecm il dispositivo in questione potrebbe essere ammesso al vero processo di certificazione. Insomma, ciò che si ottiene è un bollino Ecm, inventato dall’azienda bolognese.

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Nel caos dell’emergenza coronavirus e nella corsa agli approvvigionamenti, le complessità della burocrazia europea e del suo mercato delle certificazioni hanno permesso a qualcuno di spacciare questo documento come una certificazione CE, il vero documento richiesto per essere commercializzati in Europa. Chi induce i clienti a pensare che il “bollino Ecm” valga come marchio CE sono i distributori, si difende l’azienda: «Noi facciamo un’attività di pre-verifica documentale su richiesta dei consulenti dei produttori – spiega Luca Bedonni, direttore servizi di Ecm -. Il certificato viene emesso su base volontaria e non è un certificato CE, come viene scritto a chiare lettere sullo stesso».

Per velocizzare la certificazione dei Dpi, con il decreto Cura Italia il governo ha attribuito all’Inail il compito di validare i dispositivi che non richiedono il marchio CE, come ad esempio le mascherine chirurgiche. Una sorta di procedura abbreviata che prevede l’invio di un’autocertificazione e della documentazione tecnica da parte di chi mette in commercio il Dpi e che non riguarda gli standard di qualità dei prodotti, bensì soltanto la procedura e la relativa tempistica.

In un report pubblicato il 7 maggio, l’Inail afferma che delle 2.458 verifiche condotte soltanto 96 sono risultate conformi: il 4%.

Le diffide delle agenzie di controllo europee

«Come la facciamo noi, questo tipo di certificazione viene fatta dagli altri organismi notificati in Italia e Europa», si difende Bedonni. Ciò non toglie che diverse autorità di vigilanza del mercato in Europa abbiano diffidato i propri consumatori dall’acquistare prodotti con queste certificazioni. La Sikkerhedsstyrelsen, ente governativo che si occupa della sicurezza dei prodotti in Danimarca, il 30 aprile ha fatto i nomi di «due organismi notificati che emettono certificati per Dpi senza averne i requisiti»: uno è Ecm, l’altro Icr Polska, ente certificatore polacco. La European Safety Federation (Esf), il corrispettivo europeo dell’agenzia danese, l’1 maggio ha detto di essere consapevole dell’esistenza di «“certificati” o altri documenti usati come base per la certificazione CE di dispositivi di protezione personale (incluse le mascherine Ffp2/Ffp3 e le protezioni agli occhi), nonostante questi “certificati” non abbiano valore legale e non possano essere usati per la validazione di conformità». Nella nota si legge un elenco di 13 aziende tra cui, di italiane, compaiono Ecm e Celab.

«È da 15 anni – risponde ancora Luca Bedonni di Ecm – che noi, come altri organismi notificati, emettiamo questi certificati in Cina. I produttori accettano i termini del nostro contratto quando li ricevono da noi. Se gli importatori hanno venduto di tutto e di più utilizzando i certificati di Ecm, e non rispettando la normativa, non è certo responsabilità nostra».

#Covid-19

Nelle prime settimane dell’emergenza, l’ente bolognese spiegava però sul proprio sito di essere pronto a «fornire un servizio di certificazione efficiente e mirato», che avrebbe incluso «mascherine, guanti, filtri per respiratori automatici».

Qualche giorno più tardi, il Resto del Carlino dedicava un articolo ai loro sforzi: «Si lavora a pieno ritmo alla Ecm, alle prese in questi giorni con una raffica di richieste dall’Italia e dall’estero per la certificazione di presidi di sicurezza», scriveva il quotidiano.

Una copia delle certificazioni rilasciate da Ecm

Le mascherine certificate Ecm negli ospedali italiani

In Italia le mascherine con la conformità Ecm sono state donate alle strutture ospedaliere di Viterbo e Sestri Levante. Il Cotugno, importante ospedale di Napoli, era in procinto di acquistarne 50mila al prezzo di 3,40 euro l’una in aprile. La Protezione civile ha ammesso di aver comprato partite di Dpi con quel certificato, che poi ha fatto analizzare al comitato tecnico-scientifico. La diffusione di prodotti “marcati” Ecm è diventata tanto prevalente, che in una seduta del comitato di inizio maggio tutte le mascherine in esame presentavano il documento dell’azienda bolognese. Tra queste anche le mascherine importate da Only Italia, la società di Irene Pivetti, oggi indagata per frode e ricettazione in seguito a un maxi-ordine proprio della Protezione civile.

«Certificare dispositivi per la protezione personale è una cosa seria – spiega a IrpiMedia Claudio Delaini, ingegnere e consulente specializzato in certificazioni CE -. Quel certificato è poco chiaro e può indurre in errore, è come se avessero vestito i panni di un ente preposto alla certificazione di Dpi quando invece non sono legittimati a farlo. Da quello che ho potuto osservare questo “certificato” ha invaso il mercato».

Come funziona la certificazione dei Dpi?

Molti prodotti necessitano del marchio CE per essere venduti nell’Unione Europea. Il marchio certifica che il prodotto in questione è stato valutato dal produttore e che rispetta i requisiti stabiliti dall’Ue in materia di sicurezza, salute e tutela dell’ambiente.

I dispositivi di protezione personale (Dpi) rientrano in questa fattispecie, come previsto dal Regolamento UE 245/2016. Sono suddivisi in tre categorie di rischio: Ffp2 e Ffp3 ricadono nella terza, dunque necessitano di marchio europeo fornito da un ente preposto.

La responsabilità sulla conformità del prodotto è di chi lo produce, ma la normativa impone a tutti i soggetti coinvolti nella catena di verificare sia la documentazione tecnica, sia la conformità del marchio CE prima della loro immissione nel mercato. Qualora uno dei soggetti della catena di controllo ritenga i Dpi non conformi, ha l’obbligo non solo di non commercializzarli ma anche di informare il produttore e l’autorità di vigilanza.

La marcatura CE, inoltre, può essere apposta sul Dpi solo dopo essere stato sottoposto a prove di laboratorio e a una procedura di valutazione da parte di un ente accreditato e registrato, una licenza che Ecm non detiene. Inoltre, il regolamento Ue sui Dpi riprende quello che disciplina l’accreditamento e la vigilanza del mercato, il quale all’articolo 30 specifica che «è vietata l’apposizione di marcature, segni o iscrizioni che possano indurre in errore i terzi circa il significato della marcatura CE o il simbolo grafico della stessa».

Le Ffp2 con bollino Ecm sono finite in mezza Europa: dalla Lituania alla Spagna, dalla Polonia alla Slovenia, dalla Repubblica Ceca alla Finlandia. La Romania, dicono fonti giudiziarie, ha allertato l’Interpol, che avrebbe già avviato accertamenti.

Il 7 aprile, però, la corsa alle certificazioni di Ecm si è interrotta. Quel giorno Accredia – l’ente a cui spetta vigilare sugli organismi certificatori – ha inviato una circolare per censurare il comportamento di alcuni suoi consociati impegnati a emettere attestazioni volontarie. Ecm è in cima alla lista, come ha spiegato l’ufficio stampa di Accredia a IrpiMedia: «In considerazione del fatto che l’emissione di tali documenti poteva portare discredito all’intero sistema delle Certificazioni Accreditate abbiamo adottato provvedimenti sanzionatori nei confronti di Ecm, consistenti nel blocco delle estensioni degli accreditamenti per un periodo di sei mesi e nella sorveglianza intensificata». Ecm, in sostanza, non può essere accreditata per certificare nuovi prodotti.

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Già in passato l’azienda bolognese è stata al centro di controversie relative a certificazioni per Dpi. Nel 2008 il Regno Unito bloccò l’importazione di indumenti di protezione per schermidori oggetto di una dichiarazione di conformità rilasciata da Ecm ma che non soddisfavano i requisiti di sicurezza. Un caso poi passato al vaglio della Commissione europea che definì «fuorviante» il fatto che l’Ente Certificazione Macchine avesse apposto sul certificato il numero di identificazione attribuito dalla Commissione. A Ecm fu poi imposto di cessare il rilascio di altre documentazioni simili.

Pechino-Seychelles sola andata

Il Regno Unito ritorna in un’altra vicenda che ha visto protagonista uno dei due proprietari dell’ente certificatore bolognese, Andrea Secchi. L’imprenditore risulta infatti aver aperto tre società, una a Londra, le altre due con sede alle Seychelles, appoggiandosi a Formations House, agenzia inglese che apre società anche in paradisi fiscali per conto terzi. L’elegante palazzina al civico 29 di Harley Street, sede fino al 2017 della società inglese, è stata al centro dell’inchiesta #29Leaks, a cui IrpiMedia e La Stampa hanno partecipato lo scorso anno. Come dimostra il leak che ha dato avvio all’inchiesta, Formations House è stata spesso scelta dai propri clienti poiché faceva poca due diligence, anche quando chi voleva aprire aziende in Gran Bretagna o in giurisdizioni offshore aveva lo scopo di commettere reati fiscali.

Tra i documenti del leak di Formations House consultati da IrpiMedia e La Stampa ci sono due fatture emesse da una società di Shanghai, la Verna International Certification alla britannica Simple Consulting, la società aperta da Secchi a Londra. Verna International sembra una società fantasma. Tuttavia nell’intestazione della fattura compaiono come casella email e sede legale dell’azienda gli stessi indirizzi della sede cinese di Ecm.

Quindi una società cinese legata a Ecm ha fatturato a un’azienda di Secchi: a quale scopo? Secondo Luca Bedonni, Ecm non ha mai avuto filiali in Cina. Il diretto interessato, Andrea Secchi, contattato per mail, non ha risposto.

La versione originale del grafico di cui sopra che riprende i legami di Andrea Secchi con società registrate all’estero aveva, causa refuso, erroneamente riportato una delle società registrate alle Seychelles con il nome di Verma International Consulting, invece della versione corretta Verna International Consulting.

La replica di Andrea Secchi e la risposta di IrpiMedia

Simple Consulting Ltd. è stata chiusa nel 2016 in quanto non ha riscosso successo di mercato. L’oggetto era la vendita di servizi tecnici.

Le società Verma International ed ECO Information erano, a suo tempo, due clienti di Simple Consulting Ltd. e non hanno fatto fatture a Simple Consulting Ltd.

Queste due società NON sono a noi collegate, non sono di nostra proprietà diretta od indiretta, non sono di giurisdizione delle Seychelles e, a quanto mi risulta appartengono, a persone fisiche cinesi e sono od erano regolarmente registrate in Cina come si può riscontrare dalle Business Licenses emesse dal governo cinese. Quindi quanto riportato nel Flowchart è completamente errato e riporta un’informazione non corretta.

Più precisamente la Verma International ha come nome “Shanghai Oujie Testing Technology Co., Ltd” ubicata all’indirizzo Room 910, no. 2 building, Xinzhuyuan Mansion no. 539, East Xingjian Road – Shanghai ed oggi  all’indirizzo 1601-1602, No. 76, Jiuxin Road, Jiuting Town, Songjiang District, Shanghai.

Shanghai Oujie, a nostra insaputa e senza nessuna autorizzazione, ha realizzato il sito web http://ecmchina.cn.trustexporter.com/ ed il sito www.ecmchina.com. Come ci siamo accorti di questo abuso, il nostro legale in Shanghai, ha immediatamente notificato il fatto alla Società Oujie ed al Shanghai Supervision Market Bureau.

La società ECO Information era, all’epoca, ubicata all’indirizzo Unit C,12 F, World Plaza, No 855 Pudong South Road, Pudong New Zone, Shanghai. I rapporti con questa società sono terminati nei primi mesi del 2014 in quanto i proprietari di ECO Information, nel 2014, hanno acquistato l’Organismo Italiano di Certificazione 0865 ISET.

Ho ricevuto la Sua mail solamente ieri, 18/05/2020, rispondo oggi 19/05/2020 in quanto ieri ero fuori ufficio, sono rientrato oggi a fine mattinata. Sarei stato disponibile a chiarire questi aspetti prima della pubblicazione dell’articolo, ma non ho avuto il tempo materiale.

Gent. le dott. Secchi

Prendiamo atto di quanto da Lei esposto in merito alla vicenda della creazione del sito web. In seconda battuta teniamo a precisare che quanto esposto da noi all’interno dell’articolo è basato sul possesso di materiale documentale acquisito nel corso del lavoro giornalistico. In merito alle società citate nel flow-chart precisiamo inoltre che le società Verna International Consulting ed Eco Information and Consulting a quanto ci risulta (sempre da materiale documentale) avevano sede alle Seychelles e l’amministratore e principale azionista risulta il dott. Andrea Secchi.

Lorenzo Bodrero e Matteo Civillini

CREDITI

Autori

Matteo Civillini
Lorenzo Bodrero

In partnership con

Editing

Lorenzo Bagnoli

Illustrazioni

Lorenzo Bodrero

Ex parlamentari e fondi alle Cayman: gli appalti Covid della Protezione Civile

#Covid-19

Ex parlamentari e fondi alle Cayman: gli appalti Covid della Protezione Civile

Matteo Civillini

La promessa delle mascherine chirurgiche a 50 centesimi l’una nei negozi fatta dal governo appare difficile da mantenere. Almeno a giudicare da quanto ha pagato finora le forniture la Protezione Civile. Contratti stipulati in fretta e furia, sotto la pressione della più grave emergenza sanitaria degli ultimi settanta anni e con soldi finiti un po’ ovunque. Anche in paradisi fiscali, che poco c’entrano con la produzione e vendita di mascherine anti-Covid.

IrpiMedia e La Stampa hanno potuto visionare i contratti stipulati finora dall’organismo che sta gestendo la crisi. Si tratta di 91 contratti per l’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale (Dpi), per un totale di 356,5 milioni di euro. Al 10 aprile scorso, risultano pagati oltre 97 milioni di euro. Tra queste, di forniture pagate a una cifra compatibile con un prezzo finale di 50 centesimi di euro ce ne sono davvero poche.

La Pluritex srl ad esempio ne ha vendute 100 mila, con un contratto del 3 marzo al prezzo di 70 centesimi ciascuna. Alla Imagro spa invece le stesse mascherine chirurgiche sono state pagate 0,60 euro l’una. L’ente guidato da Angelo Borrelli ne ha ordinate 4 milioni di pezzi per un totale di 2,38 milioni. Il prezzo record lo strappa però la giapponese Tokyo Medical Consulting, che si fa pagare 1,67 euro l’una 260 mila mascherine chirurgiche, per un totale di 435 mila euro già liquidati. Si tratta in questo caso di un contratto stipulato tramite il ministero degli Esteri e l’Ambasciata d’Italia.

IrpiMedia e La Stampa hanno potuto visionare i contratti stipulati finora dall’organismo che sta gestendo la crisi. Si tratta di 91 contratti per l’approvvigionamento di dispositivi di protezione individuale (Dpi), per un totale di 356,5 milioni di euro.

Certo, erano i giorni più cupi dell’emergenza, quando mezzo mondo cercava mascherine e sul mercato era davvero complicato trovarne. Colpisce comunque, nei documenti visionati, la grande diversità di prezzi pagati dalla Protezione Civile. Certamente compatibili con il tetto di 50 centesimi al negozio sono i quasi 4 milioni di pezzi comprati dalla Mediberg, azienda italiana specializzata proprio nella produzione di dispositivi medici, che ha fissato un prezzo di 0,24 euro nei giorni caldi dell’emergenza (due contratti del 5 e 8 marzo).

Difficile rientrare nel limite invece con gli 0,44 euro pagati alla Only Italia Logistics di Irene Pivetti. Il contratto, firmato dalla stessa ex parlamentare – adesso indagata dalla procura di Siracusa -, prevedeva la fornitura di mascherine Ffp2 e chirurgiche, per un valore complessivo 25,2 milioni di euro. L’accordo è del 17 marzo scorso ed è uno dei pochi interamente pagati dalla Protezione Civile secondo i documenti consultati da IrpiMedia e La Stampa.

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Quei fornitori esclusi dalle gare Consip

Colpisce inoltre come la Protezione Civile abbia accettato alcuni fornitori respinti invece da Consip. Oltre alla Winner Italia, azienda produttrice di medaglie e trofei, c’è la veronese Agmin Italy. Azienda veneta controllata dai costruttori romani Cucchiella, aveva vinto una serie di lotti nelle gare Consip per mascherine e altri dispositivi per essere poi esclusa dopo le verifiche. La Agmin Italy era già stata esclusa nel 2018 dalle gare europee per tre anni in seguito a una mancata fornitura di materiali in Bielorussia.

La Agmin Italy era già stata esclusa nel 2018 dalle gare europee per tre anni in seguito a una mancata fornitura di materiali in Bielorussia.

La particolarità del contratto con la Protezione Civile (mascherine e tute isolanti) è però un’altra. La società di Verona indica come estremi di pagamento un conto presso la British Arab Commercial Bank di Londra, intestato ad un fondo delle Isole Cayman, Scipion Active Trading Fund. Quindi Agmin vende allo Stato, ma lo Stato paga un fondo offshore di un paese sulla lista nera dei paradisi fiscali, anche se l’indicazione di un soggetto terzo per il pagamento in un appalto pubblico non è ammesso dalla normativa vigente.

Il contratto tra Agmin e la Protezione Civile con le coordinate per il pagamento

#Covid-19

Per le commesse della Agmin non risultano pagamenti effettuati dalla protezione civile alla data del 10 aprile scorso. Interpellato da La Stampa, Giuseppe Gola, direttore commerciale di Agmin, sostiene che l’indicazione di Scipion Active Trading Fund sul contratto deve essere stato un errore. «Questo è un fondo che finanzia i nostri contratti con le Nazioni Unite», dice Gola. «In questo caso – conclude Gola -, una volta completate le forniture, il conto di pagamento sarà quello dell’Agmin Italy». Curioso visto che la firma in calce al contratto visionato da IrpiMedia e La Stampa è proprio quella dell’ingegner Gola.

Negli elenchi consultati – 91 contratti in totale – figura anche la Silk Road Global Information limited, che fa capo alla Silk Road Cities Alliance, iniziativa del governo cinese legata al mega progetto infrastrutturale Silk Road. Il presidente è Francesco Rutelli e come presidente onorario Massimo D’Alema.

Ed è proprio D’Alema che si dà da fare per far arrivare in Italia dalla Cina una fornitura di ventilatori polmonari. Il suo nome compare nelle email che una funzionaria di Palazzo Chigi si scambia con la Cina per concludere l’accordo. Una fornitura da 2,6 milioni di euro per 140 pezzi, pari a 19 mila euro ciascuno. Il sito del produttore indica per quel modello di ventilatore un prezzo tra 9.900 e 14.500 euro. Prezzi dunque allineati alle valutazioni di mercato che nel periodo di espansione della pandemia sono lievitati addirittura a quota 40 mila euro. Al 10 aprile scorso per quella partita risultavano pagati 1,9 milioni di euro.

CREDITI

Autori

Matteo Civillini

In partnership con

Ha collaborato

Gianluca Paolucci

Editing

Luca Rinaldi

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