«Perché ho ucciso Daphne». La confessione di Degiorgio e i legami con la politica maltese

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«Perché ho ucciso Daphne». La confessione di Degiorgio e i legami con la politica maltese

Edoardo Anziano

«Perché avete ucciso Daphne Caruana Galizia?». Nessuna risposta. L’ispettore di Polizia Keith Arnaud insiste. «Perché George, l’hai uccisa? Cosa ti ha spinto a uccidere una giornalista in quel modo?». Silenzio. Interviene l’ispettore Kurt Zahra, il suo vice nell’indagine: «Ti ha infastidito in qualche modo o ha dato fastidio a qualcun altro?». L’interrogato tace, ostinato. È la sera del 5 dicembre 2017 al quartier generale della Polizia di La Valletta. George Degiorgio, arrestato il giorno precedente perché sospettato di aver fatto saltare in aria la reporter d’inchiesta maltese Daphne Caruana Galizia insieme a suo fratello Alfred e a Vincent Muscat, non ha aperto bocca per tutta la durata dell’interrogatorio. Degiorgio – soprannominato “iċ-Ċiniż” – confessa per la prima volta solo adesso, a distanza di cinque anni: «Se lo avessi saputo [chi era l’obiettivo dell’attentato, ndr], avrei chiesto 10 milioni. Non 150 mila!», ha detto a luglio 2022 dal carcere di Corradino al giornalista della Reuters Stephen Grey, che lo stava intervistando per il podcast Who killed Daphne? (Chi ha ucciso Daphne?), un’inchiesta sui retroscena dell’omicidio in uscita dall’11 luglio, a puntate.

«Per me erano solo affari. Sì. Affari come al solito!».

Non si tratterebbe quindi di una vendetta personale come ipotizzato dagli investigatori all’inizio delle indagini, ma di un lavoro su commissione. Il reo confesso ha aggiunto di essere dispiaciuto per le conseguenze delle sue azioni e di non conoscere la giornalista.

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I ripetuti tentativi di ottenere la grazia in cambio di informazioni sui mandanti dell’omicidio sono stati sempre respinti dalla Corte di Appello di Malta. A settembre, di conseguenza, i fratelli Degiorgio dovranno affrontare il processo. Il terzo sospettato di appartenere al gruppo di fuoco, Vince Muscat, è stato invece già condannato nel 2021 a 15 anni di carcere, dopo aver ammesso di aver piazzato l’esplosivo nella Peugeot 108 di Daphne Caruana Galizia. Muscat, che ha beneficiato di una pena ridotta in cambio di informazioni sul caso, ha rinunciato al suo diritto di fare appello contro la sentenza.

Anche George Degiorgio, nell’intervista alla Reuters, ha dichiarato di voler collaborare con i magistrati, per ottenere uno sconto sulla pena e per fare il nome di altri responsabili dell’omicidio, in modo che lui e suo fratello Alfred non siano gli unici condannati. Non è la prima volta che i Degiorgio offrono informazioni sulle menti dietro l’omicidio di Daphne Caruana Galizia e sul coinvolgimento della politica in altri crimini, in cambio della grazia. «Parlerò con il magistrato», ha assicurato di nuovo “iċ-Ċiniż”, dichiarandosi pronto a rivelare sia le responsabilità di un politico maltese in un precedente tentativo, fallito, per uccidere Caruana Galizia, sia la partecipazione di due ex ministri in una rapina a mano armata.

Quanto costa un omicidio

Fino all’uccisione di Caruana Galizia, i fratelli Degiorgio – e con loro Vince Muscat – non sembrano avere un ruolo di primo piano nel panorama della criminalità maltese. L’ultimo impiego ufficialmente dichiarato da George Degiorgio risale al 1983, in una società di costruzioni, mentre Alfred risulta aver avuto un unico lavoro, come buttafuori in un bar di Paceville, la cittadina della movida maltese, per appena quattro mesi nell’estate del 2005. I due fratelli non hanno immobili o società a loro intestate.

Il più giovane dei due, Alfred, anche conosciuto come “il-Fulu”, ha frequentato, fra il 2011 e il 2017, diverse sale da gioco dell’isola, fra cui il Casinò Portomaso e l’Oracle, entrambi di proprietà del gruppo Tumas Gaming dell’imprenditore Yorgen Fenech, ritenuto dagli investigatori il mandante dell’omicidio di Daphne. Degiorgio avrebbe scommesso centinaia di migliaia di euro. Nel 2021, a seguito di un’indagine della Financial Intelligence and Analysis Unit, la Tumas Gaming è stata multata per riciclaggio di denaro.

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Come già raccontato da IrpiMedia, Fenech è un imprenditore tra i più ricchi dell’isola, con importanti connessioni con i fedelissimi di Joseph Muscat, ex primo ministro dimessosi a gennaio 2020 in seguito allo scandalo. A incastrare Fenech è l’accusa dell’intermediario Melvin Theuma, a cui l’imprenditore avrebbe chiesto di reclutare Vince Muscat, Alfred e George Degiorgio nel gruppo di fuoco. A sua volta Fenech ha accusato Keith Schembri, l’ex capo di gabinetto di Muscat, di aver pagato 80 mila euro ai tre killer – i Degiorgio e “il-Kohhu” Muscat. Secondo la testimonianza di Theuma, Fenech avrebbe dato ai Degiorgio fra 500 e 600 mila euro.

Due rapine per una banca

Proprio il ruolo dei Degiorgio, professionisti affidabili ed esperti nell’uso di autobombe, è risultato decisivo per la buona riuscita del piano di silenziare la più nota giornalista investigativa del Paese. Ma le vicende criminali legate a “il-Fulu” e a suo fratello maggiore “iċ-Ċiniż” erano iniziate già molto tempo prima.

Il 26 ottobre 2000 un furgone portavalori della compagnia di sicurezza privata G4S viene assaltato da uomini armati mentre lascia la banca HSBC a Santa Venera, uno dei paesi che circondano la penisola di Valletta. I rapinatori trafugano quasi 900 milioni di lire maltesi, circa 2,1 milioni di euro. Insieme ai complici Mario Cutajar ed Emanuel Formosa, viene arrestato Alfred Degiorgio, con l’accusa di rapina, furto di tre autovetture, detenzione illegale di terze persone, danneggiamento.

Il processo però si impantana a causa della mancanza di un esperto forense che confermi che le impronte digitali trovate sui sacchi di monete rubate siano proprio di Degiorgio. Solo nell’agosto del 2017, due mesi prima che Daphne Caruana Galizia venga fatta esplodere, Alfred “il-Fulu” viene condannato. Sarà poi assolto per difetti procedurali l’anno seguente, e nel 2021 la Corte Costituzionale gli riconoscerà un risarcimento danni.

C’è poi un’altra rapina, sempre alla banca HSBC, che aveva già delineato le reti di alleanze criminali che avrebbero poi giocato un ruolo nell’omicidio Caruana Galizia.

Nella notte fra il 30 giugno e il primo luglio 2010, mentre il Presidente della Repubblica italiana Giorgio Napolitano si trova in visita istituzionale a Malta, un gruppo di rapinatori assalta la sede HSBC della città di Qormi, al centro dell’isola. Si tratta di uno degli edifici più sicuri di Malta, ma i rapinatori hanno una «preparazione militare» e impegnano la polizia in una sparatoria in cui i soli malviventi sparano 65 colpi.

L’arrivo delle forze dell’ordine costringe però i rapinatori a scappare. Saranno arrestati poco dopo. Fra questi c’è Vincent Muscat, uno dei membri del commando che, sette anni dopo, avrebbe messo l’esplosivo nell’auto di Daphne Caruana Galizia. Proprio Muscat fa il nome di un politico laburista, Carmelo Abela, ministro degli esteri dal 2017. All’epoca della rapina, Abela lavorava al Dipartimento salute e sicurezza della HSBC e pertanto sarebbe stato in grado di fornire i badge per accedere alla sede della HSBC a Qormi. Le dichiarazioni di Muscat convergono con quelle del suo complice nell’omicidio Caruana Galizia, Alfred Degiorgio, che aveva affermato di avere una «conoscenza diretta» in grado di coinvolgere un ministro in carica nella tentata rapina.

Come confermato dallo stesso ministro nel 2021, Abela è stato interrogato sul caso e poi indagato, dopo che uno dei Degiorgio aveva fatto il suo nome alla Polizia. Abela ha dichiarato di non avere «nulla da nascondere». Già all’epoca della tentata intrusione alla HSBC, la Polizia aveva interrogato Abela e altri dipendenti, ritenendo che i rapinatori avessero ottenuto gli accessi elettronici a un’area di massima sicurezza grazie a informazioni dall’interno.

L’ex poliziotto diventato avvocato dei criminali

Gli intrecci criminali di Alfred e George Degiorgio, insieme con Vincent Muscat, non si limitano però a saltuarie rapine. I tre, infatti, secondo l’Europol fanno parte di una organizzazione criminale – al cui vertice ci sono i fratelli Robert e Adrian Agius – con il ruolo di esecutori e intimidatori. La cellula maltese guidata dagli Agius è inserita in un’organizzazione più grande dedita al traffico di droga dal Sudamerica, al traffico di sigarette, di veicoli rubati dal Regno unito, in contatto con trafficanti di gasolio e di migranti dalla Libia nonché con trafficanti di armi legati alla mafia.

All’interno di questa organizzazione – di cui IrpiMedia aveva già raccontato il ruolo nella fabbricazione della bomba che ha ucciso Daphne Caruana Galizia – supporto e «consulenza legale» sarebbero state fornite da David Gatt, un ex poliziotto diventato avvocato penalista. Era stato licenziato dal suo ruolo di Ispettore dopo che il Commissario John Rizzo lo aveva accusato di avere rapporti con il mondo criminale. Gatt era stato poi arrestato nel 2010 perché coinvolto nel tentato assalto alla banca HSBC. All’epoca faceva parte dello studio del parlamentare laburista Chris Cardona, anche lui avvocato.

Ministro dell’Economia nel governo Muscat, Cardona avrebbe ammesso – secondo la testimonianza dell’imprenditore Yorgen Fenech – di aver ucciso lui stesso Daphne Caruana Galizia. L’ex ministro sarebbe stato coinvolto anche in un tentativo di uccidere la giornalista nel 2015, secondo quanto riportato da George Degiorgio e da Vince Muscat. Alcune fonti hanno riferito a Lovin Malta che per incriminare l’ex ministro gli inquirenti maltesi non hanno prove al di là delle dichiarazioni dei due criminali.

Le indagini sull’esplosivo

Nel novembre 2017, un team di agenti del Laboratorio forense della Polizia maltese e della Esplosive Ordinance Disposal dell’esercito di Malta coordinato da un esperto di esplosivi dell’Europol lavora per una settimana sui resti della Peugeot 108 di Daphne Caruana Galizia. Dell’auto non è rimasta che la carcassa, mentre «la maggior parte delle parti non metalliche sono state distrutte dal fuoco», si legge nel rapporto stilato dal team.

Per evitare che qualcuno tenti di inquinare le prove rimaste, i rottami dell’auto vengono custoditi nel complesso della Polizia di St. Andrew, nella piccola città di Pembroke. Il veicolo viene tenuto in un garage chiuso a chiave e sigillato, controllato giorno e notte da telecamere e presidiato da forze di polizia. Alla porta del garage vengono tolti e apposti i sigilli, da un esperto nominato dal tribunale, ogni giorno in cui i membri della scientifica effettuano le analisi.

L’esplosione, accertano i membri della scientifica, è stata causata da un IED, un dispositivo esplosivo improvvisato, costituito da una scatola – di metallo o plastica – una carica esplosiva e un modulo GSM che è servito a farlo detonare a distanza. Una bomba artigianale, ma non per questo rudimentale. Come esplosivo sono stati infatti usati circa 3-400 grammi di TNT, un esplosivo dotato di alto potere dirompente e capace di detonare a una velocità di 5000 m/s. Si tratta di una sostanza per uso commerciale o militare, non immediatamente disponibile al pubblico.

La conclusione del report dell’Europol è che una bomba con queste caratteristiche posizionata sotto il sedile ha il 100% di probabilità di uccidere il conducente. La tipologia di esplosivo, la quantità e la posizione «mostrano chiaramente l’intenzione dell’autore di provocare la morte del conducente e, potenzialmente, di altre persone a bordo del veicolo».

Errori da principiante

L’omicidio della giornalista maltese fa da sfondo a tutti questi intrecci fra criminalità comune e organizzata, politica e imprenditoria. Quello che emerge dai vari casi di cronaca, solo apparentemente irrelati, è il ruolo sempre importante di Alfred e George Degiorgio. La confessione di George rappresenta l’epilogo di una catena di errori che lasciano pochi dubbi sulle responsabilità dei Degiorgio.

La ricostruzione è affidata alle parole dell’ispettore di Polizia Keith Arnaud, il primo a interrogare un silenzioso George Degiorgio il giorno dopo il suo arresto. Riporta che il fratello di George, Alfred, e Vincent Muscat il giorno dell’omicidio – il 16 ottobre 2017 – stavano sorvegliando la casa di Daphne Caruana Galizia a Bidnija. George invece si trovava al largo, sulla sua barca, la Maya. I tre avevano comprato delle schede SIM Vodafone, due per tenersi in contatto, una inserita in un dispositivo GSM collegato al detonatore piazzato nell’auto della giornalista.

«Non puoi restare a casa perché l’SMS rintraccerebbe la tua posizione, non è vero George?», lo incalza l’ispettore Arnaud. «Non potevi stare al capanno [il “potato shed” dove i Degiorgio e Muscat saranno poi arrestati, ndr] perché, come testimoniano queste foto e come tutti sanno, voi siete sempre lì. Dentro un bar non potevi stare perché se avessimo visto le telecamere ce ne saremmo accorti. Avete scelto un “business as usual” in mare. Doveva essere il posto più sicuro, ma non è bastato».

I membri del gruppo di fuoco commettono un primo errore. Daphne Caruana Galizia sta uscendo di casa e Alfred chiama il fratello George. Una chiamata di 45 secondi. Ma la giornalista ritorna in casa, ha dimenticato il blocchetto degli assegni. Esce di nuovo, e Alfred richiama George. Sono le 14:57, stanno al telefono 107 secondi. Alle 14:58 George invia un messaggio al telefono connesso al detonatore: «REL1 = ON». «E in quel momento, quando l’SMS viene inviato, la tua imbarcazione è ferma», afferma Arnaud.

Poi, mentre i suoi complici gettano via immediatamente i propri telefoni, George Degiorgio compie un altro errore: lo lascia acceso fino alle 15:45. Viene localizzato proprio in prossimità della base operativa del gruppo: un capannone di Marsa, cittadina dove si trovano i cantieri navali dell’isola. Nel frattempo, un’altra disattenzione. Alle 15:30 invia un messaggio alla compagna: «Apri una bottiglia di vino». E infine, l’ultimo errore: Degiorgio getta il telefono sotto la barca, ormeggiata di fronte al magazzino, dove poi verrà trovato durante la perquisizione. «Eravate così felici e contenti perché avevate ucciso Daphne, dimmi? Dimmi, cosa volevate festeggiare [con la bottiglia di vino, ndr]? Cosa c’è da festeggiare in questo, George?». Cinque anni dopo, lo ha confessato ai microfoni del collega Stephen Grey.

CREDITI

Autori

Edoardo Anziano

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto di copertina

Un momento della manifestazione organizzata a La Valletta il 16 ottobre 2021 per ricordare l’omicidio di Daphne Caruana Galizia avvenuto quattro anni prima
(Joanna Demarco/Getty)

Un momento della manifestazione organizzata a La Valletta il 16 ottobre 2021 per ricordare l'omicidio di Daphne Caruana Galizia avvenuto quattro anni prima - Foto: Joanna Demarco

L’asse Malta-Vaticano-Lussemburgo che preoccupa Generali

17 Settembre 2021 | di Lorenzo Bagnoli, La Stampa

«Ho trovato una soluzione con Banca Generali a Milano, solo per ritirare gli assegni (a proposito: se torna negli Emirati Arabi rischia di essere arrestato). Mi hanno risposto che è possibile e domani andrò personalmente a Milano per discutere con l’amministratore delegato di Banca Generali della posizione di Yorgen». Il mittente del messaggio è Mirko Albertazzi, manager e imprenditore con diverse attività tra Montecarlo, Emirati Arabi, Albania e Turchia. Destinatario è Paul Hili, imprenditore di una importante famiglia maltese. Yorgen, l’uomo che rischia di essere arrestato, è Yorgen Fenech, l’imprenditore maltese imputato come mandante dell’omicidio della giornalista Daphne Caruana Galizia, avvenuto a Malta il 16 ottobre 2017, e per cui lo scorso 19 agosto la procura generale di Malta ha chiesto l’ergastolo.

L’email risale all’aprile 2019, nel pieno delle indagini internazionali a carico di Fenech (è stato arrestato a novembre 2019) e fa parte degli atti del processo contro l’imprenditore. Nei primi mesi del 2019, Fenech si trovava in una situazione complicata: gli inquirenti stavano stringendo il cerchio su di lui, pianificava di lasciare l’isola e doveva trovare una banca disposta ad accogliere i denari della Wings Development, la sua società con sede negli Emirati Arabi Uniti. Si tratta del nome assunto dal marzo 2017 da 17 Black, la società sulla quale stava indagando Daphne Caruana Galizia, in quanto la riteneva il collettore di tangenti destinate ai politici maltesi.

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La mancia di Yorgen

La banca della Wings Development era l’emiratina Noor Bank che chiude a febbraio 2019. È a quel punto che l’imprenditore Paul Hili lo ha messo in contatto con Mirko Albertazzi, con il quale si scambia qualche messaggio. In aprile Albertazzi sembra aver trovato una soluzione con un istituto monegasco, ma alla fine la banca si tira indietro. Arriviamo così al mese successivo, maggio 2019, quando Albertazzi scrive a Hili che addirittura Banca Generali è disponibile ad aiutare Fenech. L’email dell’imprenditore di base a Monaco si chiude così: «Mi hanno assicurato (Banca Generali, ndr) al 90% che non ci sono problemi ad andare avanti e raggiungere l’obiettivo. Yorgen darà una mancia (tip, in inglese) quando tutto sarà fatto».

L’ufficio stampa della banca italiana nega che l’amministratore delegato di Generali Gian Maria Mossa abbia mai avuto rapporti con Albertazzi e che l’incontro citato nella mail sia avvenuto. Da Banca Generali si sottolinea inoltre che informazioni di questo genere danneggiano l’immagine del manager e della banca. Solo una millanteria? Secondo quanto ricostruito, in quei giorni Albertazzi avrebbe effettivamente avuto contatti non con Mossa ma con un manager dell’istituto italiano.

Lo scontro tra i soci

Non è l’unica vicenda delicata che si trova a dover gestire la controllata del Leone. La banca infatti sta riacquistando in questi giorni dai suoi clienti una serie di cartolarizzazioni di crediti sanitari per un totale di poco meno di mezzo miliardo. L’operazione, annunciata nel luglio scorso, ha comportato un onere di 80 milioni già contabilizzati nei conti del semestre. La storia però non è ancora chiusa: gli 80 milioni sono la minusvalenza tra il valore di riacquisto e il valore di mercato dei titoli, che restano nel portafoglio di Banca Generali. Se tutto andrà bene e i titoli verranno rimborsati l’istituto realizzerà una plusvalenza. In caso di mancati rimborsi, il passivo potrebbe aumentare.

Ancor più delicato è rapporto tra i soci nella battaglia in corso per il Leone. Nel Cda di Banca Generali siede infatti – come indipendente – Massimo Lapucci, il segretario generale di Fondazione Crt, azionista di Trieste con l’1,4% e possibile nuovo “pattista” al fianco di Del Vecchio e Caltagirone (che hanno unito le loro quote del 5% e 6% in vista del rinnovo dei manager e dell’amministratore delegato di Generali previsto nel 2022). Lo stesso Lapucci siede anche nel Cda di Caltagirone Spa. Proprio questa commistione di incarichi avrebbe già sollevato qualche malumore nel consiglio di Crt, anche alla luce dei cospicui investimenti fatti dalla fondazione torinese nei prodotti di Banca Generali.

La Parola: patto di sindacato
Il patto di sindacato è un accordo attraverso il quale due o più azionisti si impegnano a comportarsi in un determinato modo nelle attività aziendali, per esempio nell’espressione del voto durante l’assemblea. Modalità di controllo molto diffusa, ha la funzione di accentrare di fatto il potere nelle mani di un gruppo ristretto di azionisti.

La vicenda dei crediti sanitari era emersa lo scorso anno, quando un’inchiesta del Financial Times aveva svelato che alcuni dei crediti cartolarizzati e poi venduti a una serie di grandi investitori provenivano da aziende in odore di ‘ndrangheta. A impacchettare questi titoli è stata una società lussemburghese, Cfe. La stessa che ha venduto tutte le cartolarizzazioni poi piazzate da Banca Generali ai suoi clienti. Oltre a Cfe, altro grande operatore del mercato dei crediti sanitari è stato il finanziere Gianluigi Torzi, a sua volta implicato nello scandalo dei fondi vaticani.

Bankitalia ha avviato una serie di approfondimenti presso una serie di intermediari che hanno operato nel settore delle cartolarizzazioni di crediti sanitari, con ispezioni mirate che hanno portato anche a provvedimenti sanzionatori.

Ha collaborato: Gianluca Paolucci/La Stampa | Foto: la sede di Generali di Milano – AerialDronePics/Shutterstock

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Agius brothers’ crime ties span Italy, Libya, Romania and Albania – intelligence

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Agius brothers’ crime ties span Italy, Libya, Romania and Albania – intelligence

October 18, 2020

 

The Agius brothers, known as tal-Maksar, have ties to organised crime groups with interests in several smuggling activities, police intelligence shows.

Confidential Information obtained by the Investigative Reporting Project Italy (IRPI) and shared with Times of Malta as part of the Daphne Project, indicates that Robert a nd Adrian Agius are connected to Italian, Libyan, Romanian and even Albanian organised crime groups.

The brothers are believed to have been involved in major cigarette smuggling, cooperating with different organised crime groups throughout Europe.

Links have been established between the Agius brothers and an organised crime group largely linked to cigarette smuggling from Libya via Malta to the UK.

Meanwhile, IRPI have established that known associates of the Agius brothers travelled to the Sicilian port of Catania repeatedly between 2012 and 2017.

In a sting operation code named ‘Zeta’, Sicilian police identified Jamie Vella, who was arrested along with the Agius brothers and a number of other suspects in connection with Daphne Caruana Galizia’s murder back in 2017.

Associates charged with Mafia-style activities

Sources in the Sicilian police confirmed that Vella was not formally investigated there, but his Italian associates were eventually charged with Mafia-style activities including extortion.

One such associate had previously been charged over murder and illegal possession of explosive materials.

Sources also indicated that the Agius brothers have had other dealings with Italian mafia groups.

Intelligence has linked them to other Italians who run the logistical side of an arms trafficking operation between Europe and Africa.

In 2015, the Italian Carabinieri received information about illegal arms trafficking involving a top gun in the powerful Santapaola Mafia clan that runs many of Sicily’s ports.

Using third parties as proxies, the man purchased deactivated weapons from a Slovak arms manufacturer. The weapons, sources said, can easily be reactivated by removing a metal lock placed on the firing mechanism. Once re-activated, the criminals would ship the rifles to Malta via courier services, with intelligence indicating they were destined to be moved on further south to Africa.

Reactivated weapons originating from the same producer have been tied to a number of terror attacks in Europe in recent years.

Italian investigators estimate that in one year alone this group shipped around 160 weapons across Europe.

The confidential information indicates that the Agius brothers have both been subjects of law enforcement investigations throughout Europe.

CREDITS

Authors

Times of Malta

Photos

Shutterstock

The unswept corners of Daphne’s murder

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The unswept corners of Daphne’s murder

October 16, 2020

 

Arthur Bouvart
Anne Michel
He was ready. Any day, the police might knock on the door of his house in southern Malta. He was about to be arrested for money laundering, and faced years in prison. But he wasn’t going down alone. So he prepared everything. In an empty ice cream container, held tightly against his chest, were photos, phones, and three USB drives with compromising information. He had sworn not to open the container until he was safely in the presence of a top police investigator.

On November 14, 2019, while parking his car near his apartment, the 42-year-old taxi driver was stopped by Malta’s Economic Crimes Unit. In addition to the container, he had also written a note, entirely in capital letters:

“I, Melvin Theuma, am providing the information that I was the middleman in the case concerning Ms Caruana Galizia. I am relaying this proof so that you will know who hired me and paid for the bomb.”

The news spread like wildfire across Malta, a small Mediterranean island not far from Sicily. For Malta’s 500,000 residents, it brought flashbacks to October 16, 2017, the day renowned anti-corruption journalist Daphne Caruana Galizia was killed by a car bomb. Her vehicle had been loaded up with so many explosives that when they went off, it was literally projected into a nearby field. At the time, images of the bombed-out car, its frame blackened and doors ripped apart by the impact, played on a loop around the world.

Theuma’s arrest had the potential to break open the case. After two years of stalled investigations, finding the truth of what had happened to Galizia was again possible. Apart from the arrest of three local gangsters who were allegedly paid 150,000 Euros to set off the bomb, nothing was known about who had ordered the attack. Suddenly, the police had in their custody a man who claimed to be the link between the mastermind and the men who had planted the bombs.

The entire island of Malta awaited with bated breath.

Melvin Theuma (right) – Credit: Times of Malta
In a country nearly suffocated by the effects of rampant corruption, Theuma’s testimony was a shocking revelation. The taxi driver was granted presidential immunity in exchange for naming the mastermind. And the name he revealed was none other than Yorgen Fenech — one of the richest and most powerful people on the island. The heir to a conglomerate that includes hotels, casinos and nearly an entire luxury neighborhood in the city of St. Julian, Fenech was known to frequent the chicest restaurants and stroll along the Portomaso Marina in a crisp suit, with a completely shaved head and dark sunglasses.

It was just a few nautical miles from this port, six days after Theuma’s arrest, that Fenech was arrested on November 20 as he attempted to flee the country at sunrise in his yacht, heading in the direction of Sicily. In just a few hours, flooded by the flash of cameras, the businessman became Malta’s public enemy number one.

Fenech’s arrest brought up a number of questions. Who really is Fenech, the businessman whose family empire, Tumas, stretched well into the heart of Europe, and notably France? Did he order Galizia’s murder? If so, why? And what to make of Theuma, a cab driver linked to suspicious illegal betting and predatory lending, who was sometimes inconsistent in his story and maybe more strategic than meets the eye?

Yorgen Fenech’s cruise ship in the Portomaso Marina

Formally charged and jailed 10 days later on November 30, Fenech only leaves prison to attend his court hearings, during which the police and prosecutors regularly reveal the evidence they’ve been accumulating and witnesses take the stand to explain their role in the affair. In this procedure, called “compilation of evidence,” that’s specific to the Maltese judicial system, the judge will decide whether Fenech will be formally put on trial.

Fenech claims to be innocent. But evidence suggesting the businessman’s implication in the affair is now in the hands of the police, according to an investigation by the “Daphne Project,” an initiative launched by Forbidden Stories that gathered 45 journalists from 18 media outlets, including Le Monde, to publish the work of the assassinated journalist in the wake of her death.

The phones and USB drives Theuma handed over to the Maltese authorities shed new light on Galizia’s killing. Since 2018, the intermediary who confessed to having hired the alleged killers had recorded his conversations with the man he said was calling the shots — Yorgen Fenech — because he feared he himself would be ‘eliminated.’ According to sources close to the investigation, the police are in possession of a string of messages from the encrypted messaging app Signal from November 13, 2019. Theuma knew his arrest was imminent and Fenech, appearing under the pseudonym “Yurgin,” warned him to sweep away all traces of his involvement:

Be 100% sure that you have everything clean,” the businessman warns him in the message. “Not only regarding this (…) Don’t leave any traces on the (phone) numbers so that they will have nothing to bother you about.

No no for sure, nothing,” the middleman replies.

Great (…) If we keep our minds clear it’ll pass 100%.”

Yorgen Fenech

Fenech, the messages suggest, wanted to clear himself of any implication in the attack against the 53-year-old journalist. It wasn’t the first time he told Theuma to cover his tracks. In the spring of 2018, after finding out that one of the suspected bombers, Vincent Muscat, had secretly spoken to police, Fenech sent a message to Theuma:

Keep calm. Get the message to Maksar [the nickname of a famous criminal group in Malta] that he [Vincent Muscat] already said the bomb was made in their garage in Zebbug.

Fenech was well informed of Muscat’s confession and how the case was progressing. Nonetheless, he took precautions to distance himself from the alleged killers because he was “the one who should worry,” according to one of Theuma’s recordings. In the recording, which was played in court in Malta, the voices of the two men are tense. The audio quality is poor, but the listener can still clearly hear Theuma trying to reassure Fenech:

Because if they have to arrive to a point, they will arrive to me.

The one who arranges the affair is not in trouble as much as the one who did it,” the businessman replies.

Your name was never mentioned, I swear to you,” the intermediary concludes.

Theuma’s testimony offers an unprecedented look into the series of events that led to Galizia’s death. According to the taxi driver’s testimony, the journalist’s fate was sealed on a spring day in 2017. Outside of the restaurant Blue Elephant on the Portomaso Marina, Fenech reportedly told Theuma: “I want to kill Daphne Caruana Galizia.”

The field where Daphne Caruana Galizia’s car exploded

The two men had known each other for a number of years, and were close confidants. Theuma would transport Fenech’s family around Malta as the family’s personal cab driver and had a permanent spot at the Hilton. The two met through their shared passion for horse-racing. Fenech had grown up around the race-tracks, his father Georges being the president of the Marsa racing track in southern Malta. Theuma, for his part, used to work his way through the stands, taking illegal bets. It wasn’t uncommon for Fenech, who later came to own a stable, to place his bets through Theuma.

But in April 2017, Theuma took on another kind of contract entirely: the murder of Daphne Caruana Galizia. In his testimony, he affirms having received an envelope containing 150,000 Euros, to be paid to her alleged killers. In the following months, Fenech became more and more stressed, according to the cab driver: “From that moment on Yorgen called me a lot. One call after another saying; tell him to go kill her quickly,” Theuma told the magistrates.

Around the same time, Galizia was obsessively investigating corruption in Malta, including the affairs of Fenech’s family business, Tumas Group. She was notably looking into a major procurement contract by the Electrogas consortium, which was run by Fenech and included investments from Tumas, Siemens and a major public company based in Azerbaijan. The 18-year contract concerned a new energy center that would provide gas and electricity to the entire country, supposedly to assure its energy independence. But Galizia felt that the contract was marred by corruption. Weeks earlier, she had obtained an email leak of more than 600,000 internal messages — emails she would never have the time to fully analyze.

This leak most likely signed her death warrant.

“We always thought that Daphne Caruana Galizia was murdered because of something she was going to release, not because of something that she had already written about,” a policeman in charge of the investigation declared in court in August.

The email leak wasn’t the only sensitive information in Galizia’s back pocket. The journalist had also uncovered another potential bombshell: a mysterious company based in Dubai and used, she presumed, to launder money in and out of Malta. Called 17 Black, the company was going to transfer money to the prime minister’s chief of staff Keith Schembri and Malta’s energy minister to their offshore accounts in Panama. Both denied having knowledge of any plan to receive payment from this company.

Galizia never had the chance to investigate this lead because she was killed before having confirmed who was hiding behind 17 Black. But the company did in fact belong to Yorgen Fenech, Reuters and Times of Malta, both members of the “Daphne Project,” revealed.

Contacted by members of the “Daphne Project,” Fenech’s lawyers stated that their client “denies any involvement in the murder,” adding that, “Mr. Theuma’s evidence is replete with unreliable claims and unexplained contradictions.”

“We are confident that a fair trial process will continue to expose the falsity of his allegations,” the statement continued. “Mr. Fenech has never tried to escape the Maltese Island and his trial. Fenech urges the most scrupulous of investigations to identify the perpetrators of this terrible crime. He is confident that such an investigation will demonstrate his innocence.”

As the investigations into Galizia’s death intensified under Europol pressure, France also began to look into Fenech’s business activities. The Tumas Group, run by Fenech’s uncle Raymond and his brother Franco, owns the Hilton Hotel in Evian-les-Bains. Fenech had also bought racehorses in France that were seen on the tracks of courses in the Parisian suburbs of Vincennes and Enghien as late as the end of 2019. The prize-winning horses brought in more than 358,000 Euros between January 1, 2015 and December 31, 2017. His permit for horse-racing was removed in February of this year.

The same month, France’s financial crimes prosecutor, the Parquet national financier (or PNF by its French initials), launched a preliminary inquiry into “bribery of a foreign public official,” after a family member of the journalist and Reporters Without Borders made a formal complaint. Investigators are looking into whether money earned in France was used to finance Maltese corruption, and perhaps even the murder of the journalist. The proceedings are still in early stages, but lawyer Emmanuel Daoud, who represents the plaintiffs, urged the PNF to “do everything to assure that the investigations are put into action in the fastest way possible, with the cooperation of authorities in Malta and Dubai.”

In France, those who crossed paths with Fenech have mostly kept quiet. At Haras de Ginai, a stable in Normandy where the businessman bought a number of racehorses, gates close as soon as Fenech’s name is mentioned. Fabrice Souloy, the man chosen by Fenech to train his horses, had his training licence suspended due to an investigation into doping. The owner of the stable, Jacky Souloy, did not want to further comment on his relations with the businessman: “I don’t want to receive you. Fenech had horses here. We sent him bills and he paid. We spoke to the fiscal investigators. It’s over, finished. We’ve had no relations for two years, end of discussion.”

In the lakeside city of Evian-les-Bains, where the Tumas Group owns the Hilton hotel, it’s equally as challenging to get an answer. Hotel management doesn’t pick up their phone. Nor does the town’s mayor, Josiane Lei, a member of the conservative party. The hotel contract was drawn up with the town’s previous mayor, who has since died.

Stéphane Canessant, the former mayoral candidate from President Emmanuel Macron’s En Marche party, isn’t sure why the Maltese invested in the town, which butts up against Lac Leman, just kilometers from Switzerland. “It’s not clear why the Maltese would invest here. It’s an area that feels more like Switzerland than France,” he said. “In any case, this affair worries us for its effects on the local economy. The Hilton is 170 rooms along the lake, attracting an upper class clientele from around the world, many from the Middle East. We don’t want a financial catastrophe.”

In Malta, as the truth slowly emerges, one major question still looms: if Yorgen Fenech is guilty, did he act alone or was he operating in cahoots with a cadre of murderous Maltese politicians longing to rid themselves of the journalist?

The businessman told the investigators that he was the victim of a plot organized by Keith Schembri, the chief of staff of former Prime Minister Joseph Muscat, who was forced to resign due to the scandal in January. Schembri was not only a long-time friend and confidant of Fenech, but according to the businessman, the brains behind the operation who protected him and later sold him out.

During his police questioning, Fenech accused the former chief of staff of paying the three suspected killers 80,000 Euros. He also reportedly kept the businessman up-to-date on the police investigation up until Fenech’s spectacular arrest at sea. Schembri was present at nearly all of the police briefings to the prime minister. Fenech said in court that he was “continuously informed, you can say in real time,” of every step of the investigation, including the arrest of the alleged bombers and the intermediary, the request for immunity of one of the presumed killers and the continuous phone monitoring of people involved, including himself. According to sources close to the investigation, the two men exchanged more than 800 messages on the messaging service WhatsApp in 2019. Schembri said in court “he never passed on sensitive information about the case to Yorgen Fenech,” and he admitted to never having told anyone about his friendship with Yorgen, including the police.

Just before his arrest, Fenech reportedly spoke with Schembri on the phone for 24 minutes, though it is still unclear what they exactly said to one another. The businessman has since accused the former chief of staff of, days later, secretly passing him a four-page letter through their shared doctor, a lette that Fenech described in court as “a script to follow” for accusing someone else of the assassination. Fenech was at that time released on bail for medical reasons, under the supervision of this same doctor. The doctor confirmed in court that he went to see Schembri upon Fenech’s request, and was given four sheets of paper to deliver to the businessman. Schembri has categorically denied the accusations, testifying in court, “I did not write the letter and I did not send it over.”

The former chief of staff and the former prime minister both claim to have nothing to do with Galizia’s murder. Briefly arrested at the end of 2019, Schembri was soon thereafter released without charges. He was recently re-arrested, but this time for an entirely separate corruption charge: allegedly receiving kickbacks for furnishing rich foreigners with Maltese passports. Although Theuma has continued to say that Fenech is “the sole mastermind” of Galizia’s murder, some of the information he gave to the police seems to indicate that he was also being protected by the former cabinet chief.

One example is a photo of him and Schembri taken in the office of the former prime minister just days after Theuma hired the presumed assassins to kill Galizia. At that time, Theuma had been given a fictitious government job, which was confirmed by a work contract shared with the authorities and that Schembri denies having ever been aware of. The intermediary also claims that in the days after the arrest of the alleged killers, he was visited by a close aide of the former prime minister who asked him to send them messages in prison. These meetings have been confirmed by other witnesses. Schembri admitted to knowing the aide, but denies “sending him to meet Theuma or discussing the murder with him.”

Keith Schembri and Melvin Theuma

Three years after the death of Galizia — who has become an icon of the fight against corruption — it’s still unclear what will come of the judicial imbroglio in a country where corruption has infiltrated the highest tiers of power. The Maltese justice system, in and of itself, could have its own surprises, since helping erase evidence in a murder case is not considered a criminal offense on the island. It’s in this context of uncertainty — and distrust in judicial institutions — that Galizia’s family members created a foundation in her memory, the Daphne Caruana Galizia Foundation, that aims to continue her work and put pressure on the Maltese authorities to continue the investigation.

“If I had to leave things to the police or the prosecution, that would lead nowhere,” said Matthew, Galizia’s oldest son, who has taken on the burden of his mother’s anti-corruption fight and fought to shine a light on her murder. “We have to fight for justice, for my mother’s murder and against the corruption that led to it to. You could think that the police are going to do their job, but they’re not, unless they’re constantly being scrutinized.”

As the case dragged on, Europol also threatened to pull its investigation. The European police agency did not wish to comment, but said that it had “dedicated hundreds of man-days in operational support” and is still actively involved in the investigation.

In July, another tragic turn nearly threatened to put an end to the case for good. Theuma, on whose shoulders rest the burden of the evidence, attempted to kill himself. He was found bathed in his own blood, his throat lacerated and his abdomen pierced by several knife stabs. Although he was in a high security house under police protection, and he was scheduled to testify the following day, several sources confirmed that it was indeed a suicide attempt. They invoked his fragile psychological condition due to the pressure of the recent events, as well as his suicidal thoughts. His vocal cords are damaged and it’s unsure when he will be able to testify in court on the most recent spate of recordings.

On his hospital bed sits a note, written with the same capital letters used in his confession. This time, the piece of paper reads: “I hope Daphne’s children will forgive me.”

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Arthur Bouvart
Anne Michel
(Le Monde)

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Le nuove piste del caso Daphne

#DaphneProject

Le nuove piste del caso Daphne
Anne Michel
Arthur Bouvart

È tutto pronto. Da un giorno all’altro la polizia maltese potrebbe irrompere a casa sua, a sud di Malta, per arrestarlo nell’ambito di un caso di riciclaggio. Rischia anni di galera. Allora si è preparato, per fare in modo di non essere l’unico a cadere: fotografie, telefoni e tre chiavette Usb contenenti registrazioni compromettenti, tutto raccolto dentro un contenitore di gelato vuoto. Una scatola che tiene stretta a sé, il 14 novembre 2019, quando all’improvviso l’unità speciale anti-crimine economico lo trascina nella volante. Una scatola che questo tassista di 42 anni non aprirà se non in presenza di un commissario di polizia. Ha preparato anche una lettera di confessione, scritta tutta in maiuscolo, che comincia così: «Il sottoscritto Melvin Theuma dichiara di essere l’intermediario nel caso Daphne Caruana Galizia. Sto passando queste prove affinché sappiate chi mi ha assoldato e chi ha pagato per la bomba».

La notizia del suo arresto si è diffusa rapidamente in tutta l’isola. Il caso risveglia nei 500 mila abitanti il trauma del 16 ottobre 2017, il giorno dell’omicidio della famosa giornalista e blogger anticorruzione Daphne Caruana Galizia con un’autobomba. Tutti ricordano l’orrore di quelle immagini in loop: la macchina carbonizzata, fumante, proiettata dalla forza dell’esplosione in un campo vicino alla strada. L’inchiesta giudiziaria dopo due anni non ha prodotto nulla, se non l’arresto di tre criminali omertosi legati al sottobosco maltese, che per 150mila euro hanno piazzato la bomba.

Ma questa volta è più probabile che la verità emerga: la polizia ha in mano colui che avrebbe fatto da tramite fra i mandanti e gli esecutori dell’attentato. In questo Paese soffocato dalla corruzione, dove tutti gli scenari sono ancora aperti (dalla pista criminale a quella della cospirazione politica) Melvin Theuma fornisce presto il nome promesso: Yorgen Fenech.

Il rampollo che nessuno si aspettava

La rivelazione, fornita in cambio della grazia presidenziale, ha un grande effetto sulla popolazione: Yorgen Fenech, 38 anni, non è esattamente uno sconosciuto. È uno degli uomini più ricchi del Paese, erede di un vasto conglomerato di hotel e casinò e possiede un intero quartiere di lusso sull’isola. Gira nei ristoranti più in vista della marina di Portomaso, vestito attillato, rasato, occhiali scuri. È a poche miglia nautiche dal porto quando la guardia costiera lo arresta, il 20 novembre 2019, mentre tenta di fuggire prima dell’alba, a tutta velocità a bordo del suo lussuoso yacht, diretto in Sicilia. Nel giro di poche ore, sotto i flash dei fotografi, il ricco uomo d’affari diventa il nemico pubblico numero uno.

Yorgen Fenech – Foto: Forbidden Films

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Gli intoccabili, la bomba e la mafia

C’è un gruppo di criminali a Malta, i Maksar, che gestisce i traffici più redditizi e può vantare contatti con cosa nostra. Secondo testimonianze inedite hanno fornito la bomba che ha ucciso la giornalista Daphne

Ma chi è Yorgen Fenech, tanto potente in patria quanto sconosciuto all’estero, nonostante il suo impero (il gruppo Tumas) abbia investito moltissimo in Europa (specialmente in Francia)? È stato davvero lui a ordinare l’uccisione di una giornalista? E perché? Che credito si può dare alle affermazioni di Melvin Theuma, questo tassista solito frequentare il mondo della malavita tra usura e scommesse illegali, a volte confuso sulle date, ambiguo nelle affermazioni, sicuramente meno ingenuo di quanto non appaia?

Formalmente accusato di complicità nell’omicidio il 30 novembre 2019, Yorgen Fenech è ora detenuto in carcere. Lascia la sua cella solo per andare in tribunale, dove polizia e procura espongono regolarmente le prove a suo carico nel quadro di un procedimento detto «raccolta delle prove», specifico del sistema giudiziario maltese. Solo una volta terminata questa parte del processo sarà incriminato formalmente o prosciolto. Per mesi testimoni, tra cui anche Melvin Theuma, si sono avvicendati alla sbarra a raccontare il loro ruolo in questa faccenda. Yorgen Fenech però, si dichiara innocente. Ma la polizia ha nuovi elementi che lo coinvolgono nell’indagine, secondo quanto è in grado di rivelare l’inchiesta di Le Monde per il Daphne Project, il progetto collaborativo nato all’indomani dell’uccisione di Daphne Caruana Galizia per proseguire le sue storie.

Quello che dicono i telefoni sequestrati

I telefoni e le pennette Usb consegnate da Melvin Theuma hanno “parlato”. Ci riportano alla primavera del 2018, molto prima del suo arresto. All’epoca, il supertestimone temeva per la sua vita, aveva paura di essere ucciso come Daphne Caruana Galizia. Per proteggersi, registra tutte le conversazioni con quello che, secondo lui, sarebbe il burattinaio di questa storia. Secondo fonti vicine all’indagine, la polizia avrebbe in mano uno scambio di messaggi, passati attraverso l’applicazione di messaggistica criptata Signal, datati 13 novembre 2019. Melvin Theuma sa che lo stanno per arrestare. Yorgen Fenech, che in chat appare con il nome di “Yurgin”, lo avverte:

«Devi essere sicuro al 100% di aver pulito tutto», lo ammonisce il businessman. «Non solamente su questa storia […] Non lasciare nulla su nessun numero, così non ti potranno dire nulla».
«Non preoccuparti, non lascio nulla», risponde l’intermediario.
«Perfetto […] se manteniamo la calma, funzionerà al 100%».

«Non lasciare nulla su nessun numero, così non ti potranno dire niente. Se manteniamo la calma, funzionerà al 100%»

Yorgen Fenech

Far sparire ogni traccia di coinvolgimento nell’omicidio sembra essere l’ossessione di Yorgen Fenech. Già nella primavera 2018, quando uno dei tre sospetti attentatori, Vince Muscat, si era segretamente messo a collaborare con la polizia, l’uomo d’affari scriveva a Melvin Theuma: «Mantieni la calma. Va a dire ai Maksar (alias di una famiglia della mafia maltese di cui parleremo in una nuova inchiesta, ndr) che lui [cioè Vince Muscat, ndr] ha già detto che la bomba è stata fabbricata nel loro garage a Zebbug».

Yorgen Fenech era chiaramente ben informato di questa confessione e anche dell’andamento delle indagini. Non rinuncia a tentare di gestirla. Di fatto, è «quello che dovrebbe essere preoccupato», come dice lui stesso al tassista che lo registra di nascosto. Questa registrazione è appena stata depositata al tribunale di Malta.

Il suono è di scarsa qualità, le voci dei due uomini sono tese, ma si capisce chiaramente che Melvin Theuma sta cercando di rassicurare Fenech:

«Se devono proprio rintracciare qualcuno, quello sono io», commenta il tassista.
«Chi ha facilitato l’operazione non è a rischio tanto quanto chi l’ha fatta», ribatte l’imprenditore.
«Non preoccuparti, il tuo nome non è mai stato menzionato», conclude l’intermediario.

«Voglio uccidere Daphne Caruana Galizia»

Secondo la testimonianza del tassista, il destino della giornalista sarebbe stato deciso nella primavera del 2017, quando Yorgen Fenech, all’uscita del ristorante Blue Elephant sul porto turistico di San Julian, gli dice: «Voglio uccidere Daphne Caruana Galizia». All’epoca i due uomini si conoscevano già da anni: Melvin Theuma era il tassista personale della famiglia di Fenech e aveva il suo posto riservato davanti all’Hilton a Malta. Condividono la passione per le corse di cavalli. È così che si sono conosciuti: Yorgen Fenech è cresciuto all’ippodromo di Marsa, nel sud dell’isola, di cui suo padre Georges è stato a lungo presidente; Melvin Theuma, dal canto suo, ha percorso le tribune in lungo e in largo per raccogliere scommesse illegali sulle gare. Non era raro che Yorgen, ora proprietario di una scuderia, passasse da Melvin, il bookmaker, per puntare denaro sui cavalli.

Il tribunale di La Valletta – Foto: Forbidden Films

Ma nell’aprile 2017, Theuma ha accettato di prendere parte a un accordo completamente diverso: uccidere Daphne Caruana Galizia. Theuma sostiene di aver ricevuto una busta con 150 mila euro dalle mani di Fenech, per ingaggiare gli assassini. L’estate successiva, l’intermediario ha dovuto fare i conti con la fretta di Yorgen Fenech. «Da quel momento in poi, Yorgen ha continuato a chiamarmi. Telefonata dopo telefonata: “Andate a dirgli di eliminarla in fretta, dobbiamo ucciderla in fretta”», ha detto il tassista ai magistrati.

Le inchieste scomode

All’epoca Daphne Caruana Galizia si era lanciata, anima e corpo, in una lotta per far emergere la verità sulla corruzione che affligge Malta. Si era concentrata sui casi sospetti in cui sembrava essere coinvolto il gruppo Tumas, guidato da Yorgen Fenech e dalla sua famiglia. Al momento della sua morte, la giornalista aveva nel mirino l’acquisizione, nel 2013, della più grande concessione pubblica di Malta da parte del consorzio Electrogas, presieduto dallo stesso Fenech, e di cui Tumas è azionista, insieme a Siemens e a una società pubblica dell’Azerbaijan. Questo contratto di diciotto anni prevede la gestione di una nuova centrale elettrica, che fornirà gas ed elettricità all’intero Paese, assicurandone l’indipendenza energetica. Daphne Caruana Galizia è convinta che dietro il contratto ci sia corruzione, specie quando, poche settimane prima di essere assassinata, riceve una serie di dati sensibili da Electrogas: oltre 600 mila email interne che non avrà il tempo di analizzare a fondo.

La centrale elettrica di Delimara – Foto: Forbidden Films

Questa informazione firma la sua condanna a morte. Almeno, è quello che oggi credono gli agenti di polizia incaricati delle indagini: «Abbiamo sempre pensato che Daphne Caruana Galizia fosse stata uccisa per qualcosa che stava per rivelare, non per qualcosa che aveva pubblicato», ha detto un ispettore alla fine di agosto in tribunale.

Un’altra scoperta era stata fatta dall’instancabile giornalista maltese: “17Black”, una misteriosa società registrata a Dubai e utilizzata, a suo parere, dal governo per muovere denaro dentro e fuori Malta. Aveva appreso che la società doveva pagare quote all’allora capo di gabinetto del primo ministro, Keith Schembri, e all’allora ministro dell’Energia, Konrad Mizzi, in conti segreti a Panama. Gravi sospetti di tangenti, che non avrà nemmeno il tempo di dimostrare. Viene uccisa prima che possa scoprire chi c’è dietro la compagnia di Dubai. 17Black – come avrebbero poi rivelato Reuters e Times of Malta, membri del “Daphne Project” – è in realtà di proprietà di Yorgen Fenech. L’azienda funge come fondo nero.

Sollecitati dai membri del “Daphne Project”, gli avvocati del signor Fenech affermano che il loro cliente «nega qualsiasi coinvolgimento nell’omicidio» e sottolineano che «le prove di Melvin Theuma sono piene di affermazioni inaffidabili e contraddizioni inspiegabili. Siamo convinti che un processo equo continuerà a mettere in luce la falsità delle sue affermazioni – proseguono – Fenech non ha mai cercato di fuggire da Malta o di eludere il processo. È fiducioso che un’attenta indagine dimostrerà la sua innocenza».

La trama che porta a Keith Schembri

Se, a Malta, la verità sul caso Daphne Caruana Galizia sta gradualmente emergendo, rimane comunque aperta una domanda importante: Yorgen Fenech, se colpevole, ha agito da solo o nell’ambito di un piano coordinato dagli ambienti politici locali, desiderosi di sbarazzarsi della giornalista? Fenech ha detto agli investigatori di essere vittima di un complotto ordito da Keith Schembri, l’ex capo di gabinetto dell’ex primo ministro Joseph Muscat, costretto a dimettersi a causa di un altro scandalo lo scorso gennaio. Keith Schembri era suo amico e confidente: a credere alla versione dell’imprenditore dunque, sarebbe il politico, la vera mente dell’operazione.

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Durante il suo interrogatorio con la polizia, Yorgen Fenech ha anche accusato l’ex capo di gabinetto di aver pagato 80 mila euro ai tre sospettati dell’omicidio della giornalista (oltre al già citato Vince Muscat, anche Alfred e George Degiorgio, ndr). Secondo Fenech, Schembri lo avrebbe tenuto informato sugli sviluppi delle indagini di polizia, dal giorno dell’assassinio fino a quando lo stesso Fenech è stato arrestato a largo di La Valletta. Va detto che Keith Schembri ha assistito a tutti i briefing durante i quali la polizia ha informato l’ex primo ministro Joseph Muscat sull’andamento dell’indagine. Yorgen Fenech sostiene di essere stato «continuamente informato» a sua volta: l’arresto dei sospetti attentatori e poi quello dell’intermediario (il tassista Melvin Theuma), la richiesta di immunità da parte di uno degli assassini, le intercettazioni telefoniche di telefoni, compreso il suo. Secondo fonti vicine alle indagini, Fenech e Schembri avrebbero scambiato circa 800 messaggi sull’applicazione WhatsApp, nel 2019. Malgrado ciò, Keith Schembri ha dichiarato sotto giuramento «di non aver mai informato Yorgen di nulla al riguardo». Ha semplicemente ammesso di non «aver detto a nessuno della loro amicizia», ​​nemmeno alla polizia.

Poco prima del suo arresto, però, Yorgen Fenech ha parlato con Schembri al telefono per 24 minuti. Cosa si sono detti esattamente? Mistero. Resta il fatto che l’uomo d’affari accusa l’ex capo del personale di avergli passato segretamente, pochi giorni dopo, una lettera di quattro pagine tramite il medico che hanno in comune. Yorgen Fenech è stato in seguito rilasciato su cauzione, per motivi medici, sotto la supervisione di questo stesso dottore. Quest’ultimo, ha confermato agli inquirenti di essersi recato effettivamente, su richiesta di Yorgen Fenech, da Keith Schembri, il quale gli ha mostrato i quattro fogli da passare all’amico. Una lettera che Yorgen Fenech descrive in tribunale come «un copione da seguire» per accusare qualcun altro dell’omicidio. Di fronte a questi fatti Keith Schembri smentisce tutto: questa lettera, ha dichiarato ai magistrati, «non l’ho scritta io, né l’ho trasmessa».

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Un tributo a Daphne Caruana Galizia sul luogo dell’omicidio – Foto: Forbidden Films

L’ex capo di gabinetto Schembri, come l’ex primo ministro di Malta Muscat, dimessosi lo scorso gennaio, ha sempre affermato di non avere nulla a che fare con l’assassinio di Daphne Caruana Galizia. Arrestato brevemente alla fine del 2019 durante le indagini sull’omicidio, Keith Schembri è stato subito rilasciato senza che gli venissero mosse accuse formali. Il 22 settembre è stato arrestato di nuovo, ma solo nel contesto di una diversa indagine, un caso di corruzione riguardo la concessione di passaporti “di comodo” a ricchi stranieri. Seppure il tassista Melvin Theuma indichi sistematicamente Yorgen Fenech come «l’unico sponsor» dell’omicidio, ha fornito alla polizia altre informazioni inquietanti che lasciano pensare che lui stesso godesse della protezione di Schembri. Non ultima, la foto che lo ritrae assieme a Keith Schembri nell’ufficio del primo ministro, scattata pochi giorni dopo il presunto contatto con i killer.

A quel tempo, Theuma aveva ottenuto un lavoro fittizio per il governo, come dimostra un contratto depositato agli atti del tribunale di cui Schembri nega di essere a conoscenza. L’intermediario sostiene inoltre di aver ricevuto, dopo l’arresto dei tre sospetti attentatori, la visita di un collaboratore dell’ex premier, che gli ha chiesto di trasmettere messaggi agli assassini in carcere. Incontri confermati anche da altri testimoni. Keith Schembri ha ammesso alla corte di conoscere questo collaboratore, ma ha negato di «averlo mandato a incontrare Theuma o di discutere con lui dell’omicidio».

L’eredità di Daphne

A tre anni dalla morte di Daphne Caruana Galizia, diventata un’icona nella lotta alla corruzione nel più piccolo Stato dell’Unione Europea, cosa uscirà da questo imbroglio, tra prove e smentite, in uno Stato compromesso fino ai suoi vertici da soldi sporchi e corruzione? Al peggio non c’è mai limite, ma la giustizia maltese potrebbe riservare qualche sorpresa. Il fatto di aiutare una o più persone a sfuggire dalle accuse di omicidio, eliminando ogni traccia, non costituisce reato sull’isola. Nessuno può quindi dire a cosa porteranno i procedimenti in corso. È in questo contesto di incertezza, con il timore che la verità non venga mai a galla, che la famiglia della giornalista e blogger ha creato un’organizzazione alla sua memoria: la Fondazione Daphne Caruana Galizia, che si propone di onorarla facendo pressione sulle istituzioni maltesi.

«Se dovessi lasciare le indagini solo nelle mani della polizia e del pubblico ministero, non andrei da nessuna parte», dice il figlio maggiore di Daphne Caruana Galizia, Matthew, che ha preso in mano la pesante fiaccola un tempo portata dalla madre e che sta ora lottando per fare luce anche sul suo assassinio. «Dobbiamo lottare per la giustizia, per l’omicidio di mia madre, ma anche contro la corruzione, che ne è alla radice. Si potrebbe pensare che la polizia faccia il suo lavoro, ma bisogna monitorare costantemente».

«Dobbiamo lottare per la giustizia, per l’omicidio di mia madre, ma anche contro la corruzione, che ne è alla radice. Si potrebbe pensare che la polizia faccia il suo lavoro, ma bisogna monitorare costantemente»

Matthew Caruana Galizia

D’altronde, le autorità maltesi hanno impiegato oltre un anno per arrestare e incriminare Melvin Theuma, sostenendo di aver incontrato difficoltà a raccogliere prove contro di lui, mentre il tassista già scriveva le sue confessioni da mesi.

Secondo diverse fonti, Europol, frustrata dall’inerzia della polizia maltese, ha dovuto minacciare di ritirarsi dall’indagine nel caso in cui l’intermediario non fosse stato arrestato. Europol ha preferito non commentare quest’informazione, ma ci tiene a ricordare «di aver offerto centinaia di giorni di lavoro» e a far sapere che continua a essere attivamente coinvolta nell’indagine.

Un’altra tragica svolta minaccia l’esito del procedimento giudiziario. Infatti a metà luglio, Melvin Theuma, il pentito su cui si basa gran parte del procedimento giudiziario, ha cercato di uccidersi tagliandosi la gola. È stato trovato in un bagno di sangue, con la gola lacerata e l’addome trafitto da diverse coltellate autoinflitte. Sebbene fosse in una casa protetta, sotto costante sorveglianza della polizia e avesse un’udienza il giorno successivo, diverse fonti concordano nel ritenere che il tassista volesse suicidarsi, circostanza che rivela la sua fragilità psicologica. Theuma è sopravvissuto, ma le sue corde vocali sono danneggiate. Nessuno sa quando potrà tornare alla sbarra per spiegare i contenuti delle ultime registrazioni depositate a processo. Sul suo letto d’ospedale, dopo aver ripreso conoscenza, il tassista ha scritto un messaggio in stampatello su un pezzo di carta: «Spero che i figli di Daphne mi perdonino».

Questo articolo è stato pubblicato da Le Monde il 15 ottobre 2020. Traduzione a cura di IrpiMedia

CREDITI

Autori

Anne Michel
Arthur Bouvart
(Le Monde)

Editing

Lorenzo Bagnoli
Giulio Rubino

Foto

Forbidden Films

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