Mafiosi in trasferta: gli anni del soggiorno obbligato in Emilia-Romagna

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Mafiosi in trasferta: gli anni del soggiorno obbligato in Emilia-Romagna

Sofia Nardacchione

Èla sera del 13 aprile del 1978. Filippo Melodia esce dalla sua casa, a Modena, dopo essere stato avvisato che un maresciallo di pubblica sicurezza vuole parlare con lui. Appena varca la soglia di casa viene colpito da un pallettone sparato da un fucile a canne mozze: Melodia, trentotto anni, si accascia e viene freddato da altri colpi. Il nome della vittima dell’agguato è conosciuto: forse non a Modena, sicuramente ad Alcamo, in Sicilia, dove è nato. E dove è salito agli onori delle cronache per un fatto che rimarrà nella storia: Filippo Melodia è l’uomo che – nel 1965, dopo che la ragazza aveva sciolto il fidanzamento – ha rapito Franca Viola, l’ha tenuta segregata per otto giorni, l’ha stuprata, contando poi sul matrimonio riparatore.

Un matrimonio che non arriverà mai: Franca Viola è infatti la prima donna a rifiutare le nozze con il suo stupratore. Melodia va quindi in carcere e, nel frattempo, cresce di rango: fa parte di cosa nostra e diventa il nuovo capomafia della Sicilia Occidentale, si macchia di vari reati tra cui sequestri di persona e scompare dalle cronache. Per poi ricomparire con la sua morte, centinaia di chilometri più lontano dalla Sicilia, ma non per scelta: Filippo Melodia era a Modena in soggiorno obbligato, come altre centinaia di persone negli anni Settanta.

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L’epoca del soggiorno obbligato

Il soggiorno obbligato è una misura cautelare di epoca fascista reintrodotta nel 1956 nei confronti di chi è ritenuto pericoloso per la pubblica sicurezza e, dal 1965, contro gli indiziati di associazione mafiosa. Una misura che nelle intenzioni del legislatore sarebbe servita ad allontanare i mafiosi dal loro territorio di origine, per spezzare i legami criminali che avevano creato. Così non è stato, perché, semplicemente, i legami si sono ricreati nei territori di arrivo dei soggiornanti obbligati: un caso emblematico è quello di Antonio Dragone, boss di ‘ndrangheta che da Cutro si trasferisce in provincia di Reggio Emilia all’inizio degli anni Ottanta, facendo così nascere una delle proiezioni extra-regionali della ‘ndrangheta, che più di trent’anni dopo, finirà al centro del maxiprocesso Aemilia.

Ma, già negli anni Settanta, i casi sono tanti: nella sola Emilia-Romagna ci sono le famiglie mafiose dei Commendatore, dei Riina, dei Leggio, oltre a una serie di personaggi che gravitano intorno ai nuclei mafiosi. All’apparenza si occupano tutti di attività legali: chi fabbrica e commercia materassi, chi commercia in vino, chi, ancora, piastrelle. Ma quello che emerge dai documenti desecrati nel giugno 2020 dagli atti di indagine sul caso Sindona è ben altro: un vero e proprio intreccio di storie mafiose, molte delle quali dai contorni ancora poco chiari, come l’omicidio di Filippo Melodia.

Tra materassi e sequestri di persona

Anni Sessanta. I fratelli Carmelo e Francesco Commendatore si trasferiscono, spediti in soggiorno obbligato, da Catania a Budrio, comune ai confini della città metropolitana di Bologna, nelle terre di pianura che vanno verso Ferrara. Insieme a loro ci sono i cugini Felice e Alfio. La famiglia decide di entrare nel business di materassi, cuscini e carta igienica, tra fabbricazione e vendita ambulante. Dopo qualche anno decidono di dividersi. Carmelo e Francesco Commendatore nel 1971 costituiscono una fabbrica di cuscini e materassi di gommapiuma a Budrio: il nome è “Centroflex”. I cugini Felice e Alfio, invece, costituiscono altre ditte operanti negli stessi mercati tra Forlì, Budrio e Bologna.

Le attività della Centroflex vengono però fermate poco dopo: Francesco e Carmelo Commendatore vengono arrestati nel 1979. I fratelli sono ritenuti responsabili di un sequestro di persona, avvenuto proprio in Emilia-Romagna: quello di Angelo Fava, un industriale di Cento, comune tra Ferrara e Bologna, sequestrato il 4 febbraio del 1979 dai catanesi Angelo Pavone, che poi verrà assassinato, e Santo Mazzei, appartenente – scrive la Criminalpol – «alla pericolosissima famiglia di altissimo livello delinquenziale dei “carcagnusi”», collegati entrambi ai Commendatore. Anche perché il furgone sul quale Fava è stato portato a Catania è della ditta Commendatore, così come il capannone di Budrio dove è stato tenuto il sequestrato la mattina del rapimento.

Il business dei materassi finisce così, almeno per Carmelo Commendatore, che viene condannato a tredici anni di carcere per il sequestro. Francesco viene invece assolto, ma le inchieste sui Commendatore continuano: nello stesso anno i due vengono denunciati dalla Questura di Bologna per associazione a delinquere di stampo mafioso, insieme ad altre 80 persone.

I carcagnusi

Negli anni Settanta a Catania si forma un gruppo criminale, nato con lo scopo di contrastare il potere del boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola e della sua famiglia: la nuova organizzazione si chiama “clan dei Cursoti”. Tra i mafiosi che ne fanno parte c’è Santo Mazzei, detto “U Carcagnusu”, diventato uomo d’onore di Cosa Nostra per volere di Leoluca Bagarella. All’inizio degli anni Ottanta, dopo l’omicidio del boss Corrado Manfredi, alla guida dei Cursoti, e la conseguente nascita di tensioni dovute alla scelta del nuovo capomafia, il clan si sgretola e si formano così tre gruppi: i “Cursoti catanesi”, i “Milanesi” e i “Carcagnusi”, con a capo Santo Mazzei. I “Carcagnusi”, oggi come allora, si muovono tra Catania e il Nord Italia, ma gli interessi di Mazzei e dei suoi sodali si erano già allora spostati anche sull’Emilia-Romagna, dove viveva il fratello Francesco, in soggiorno obbligato tra Casalfiumanese, provincia di Bologna, e Carpi, provincia di Modena.

Ma il commercio dei materassi non si è mai fermato, arriva fino ad oggi: dalla tradizione di famiglia è nata la Eminflex, una delle più grandi aziende di materassi in tutta Italia, con sede sempre a Budrio ma con punti vendita in tutto il Paese. Il collegamento è trasparente: «La storia di Eminflex – si legge sul sito – inizia nel 1973 a Budrio di Bologna per merito della famiglia Commendatore che decide di intraprendere una nuova attività entrando nel mercato dei rivenditori di materassi» . Un’azienda che, vent’anni dopo, nel 1993, farà un salto grazie alla televendita sulle reti del gruppo Finivest di Silvio Berlusconi, continuando l’ascesa fino ad oggi.

Da Corleone all’Emilia-Romagna

Quella dei Commendatore non è l’unica famiglia legata all’ambiente criminale a Budrio: nel comune vive anche Giacomo Riina. Corleonese, classe 1908, Giacomo Riina è lo zio di Salvatore Riina, detto Totò. E non è a Budrio per caso: si è trasferito nel 1969, dopo anni di presenza sul territorio della famiglia dei Commendatore ma anche di un’altra famiglia, quella di Luciano Leggio, meglio conosciuto come “Liggio”, la primula rossa di Corleone. Cosa hanno in comune? Appartengono alle cosche mafiose più attive, dice la Criminalpol nei documenti desecretati, «fra quelle che in questi ultimi anni (quindi prima del 1979, ndr) si sono dedicate a molti sequestri di persona». Ma i collegamenti sono molti di più. Giacomo Riina così come Luciano Leggio vengono arrestati nel 1964 per la prima guerra di mafia – combattuta all’inizio degli anni Sessanta a Palermo con più di cento omicidi – e processati prima nel capoluogo siciliano e poi a Bari: vengono assolti nel 1969, quando vengono tutti mandati in soggiorno obbligato. Riina, appunto, a Budrio.

Qui viene considerato il “cervello” delle attività dei Commendatore: sovrintende le società dei fratelli che, scrive sempre la Criminalpol, «non prendono mai iniziative senza il suo consenso». I rapporti tra le famiglie mafiose emergono chiaramente qualche anno dopo il suo arrivo: la casa dello zio del più famoso boss viene perquisita alla ricerca dei catturandi Salvatore Riina e Salvatore Bagarella, ritenuti allora responsabili dell’omicidio del colonello dei carabinieri Giuseppe Russo, ucciso a Ficuzza, in provincia di Corleone, nel 1977. Dei ricercati non c’è traccia, ma viene sequestrato vario carteggio, dal quale emergono i collegamenti con noti esponenti della mafia siciliana, tra cui i Leggio.

Luciano Leggio

Nel 1979 gli stessi Paolo Borsellino, allora sostituto procuratore della Repubblica, ed Emanuele Basile, comandante dei carabinieri di Monreale, arrivano a Budrio per portare a Palermo e interrogare Giacomo Riina, che farà poi ritorno nel territorio emiliano-romagnolo dove ormai porta avanti le sue attività. Non solo con i Commendatore, ma anche con la famiglia dei Leggio con cui non c’è solo una storia criminale comune e un legame familiare (è sposato con Maria Concetta Leggio): Riina gestisce anche l’azienda agricola di famiglia tra i confini di Budrio e Medicina, nel bolognese, nata dopo l’arrivo dei Leggio in Emilia-Romagna e, in particolare, a Castel San Pietro Terme, tra Bologna e la Romagna. Un’azienda che negli anni Settanta valeva tra i 600 e i 700 milioni di lire.

Una geografia mafiosa

Intorno a Giacomo Riina gravitano una serie di personaggi legati ai clan mafiosi: c’è il noto contrabbandiere di sigarette Gerardo Cuomo, campano che si è trasferito a Bologna, dove nel 1992 gli verranno confiscati diversi beni. C’è Francesco Scaglione, in soggiorno obbligato a Massa Lombarda, «capace di commettere qualsiasi reato» – come si legge negli appunti dell’allora questore di Bologna Italo Ferrante – e arrestato nel 1978 perché indiziato di associazione a delinquere e gestore di case da gioco. E ancora, Francesco Minarda, che arriva a Bologna nel 1978 con la scusa di dover effettuare delle cure di fisioterapia all’ospedale Rizzoli di Bologna, ma poi allontanato perché chiaramente il suo scopo era quello di mantenere contatti con clan mafiosi.

C’è Francesco Scordato, che vive a Formigine, in provincia di Modena. Scordato è proprietario di una società di trasporti con cui tiene collegamenti con il mercato ortofrutticolo di Bologna e il palermitano, e lavora anche nel commercio di piastrelle insieme a Tommaso Scaduto, mandato in soggiorno obbligato dall’Asinara a Castel Maggiore, appena fuori Bologna, sulla strada che porta a Ferrara: se Scordato, dice la Criminalpol, è un «ottimo luogotenente», Scaduto è un vero e proprio boss, «anche se dietro quest’ultimi – scrive ancora il questore Ferrante – si intravede la figura di Badalamenti Gaetano». Badalamenti, il boss di Cinisi che verrà condannato nel 1987 negli Stati Uniti a 45 anni di reclusione per un traffico di droga dal valore di 1,65 miliardi di dollari, ma anche all’ergastolo per aver ordinato l’omicidio di Giuseppe Impastato. E che prima di essere condannato vive per due anni in Emilia-Romagna: a Sassuolo, provincia di Modena, dal 1974 al 1976.

È intorno a questi personaggi che ruotano omicidi e sequestri di persona, ma anche business che arricchiscono le casse delle famiglie mafiose: la base operativa è l’Emilia-Romagna, ma i collegamenti sono nazionali e internazionali. C’è, ad esempio, il contrabbando di tabacco lavorato, che porta alcuni boss, tra i quali Tommaso Scaduto, a gravitare vicino alla riviera romagnola, dove attraccano mezzi carichi di sigarette provenienti dalla Jugoslavia. C’è una rete di trasporti utilizzata per attività lecite e illecite: a comporla sono i camion delle società di materassi dei Commendatore e la “Linea S” di Sassuolo, la società di Scaduto, per il recapito di piastrelle.

Entrambe vengono utilizzate per i sequestri di persona. Non solo quello dell’imprenditore Angelo Fava, ma anche un altro: quello di Armando Montanari. Anche lui industriale, viene rapito a Guastalla, in provincia di Reggio Emilia, da Tommaso Scaduto e dal suo clan che gravita tra Modena e Monreale, provincia di Palermo: è uno degli stessi automezzi della “Linea S” che viene utilizzato per trasportare il riscatto pagato per la liberazione di Montanari. E poi ci sono gli omicidi, quello di Filippo Melodia e quello di Baldassarre Garda: in soggiorno obbligato a Castel Maggiore, è il figlio di Giuseppe, vecchio boss della mafia di Monreale, Palermo. Una mafia figlia del boss e medico Michele Navarra, che rinnega quella di nuovo corso, guidata da Luciano Leggio e dagli uomini a lui vicini. Baldassarre Garda viene ucciso il 19 febbraio del 1978 a Santa Maria Codifiume, piccola frazione di Argenta che affaccia sul fiume Reno.

Filippo Melodia

A ucciderlo a colpi di pistola sono dei killer, nella casa colonica della sua azienda agricola. Sul fatto che sia un delitto di mafia gli investigatori sembrano non avere dubbi, i motivi invece sono meno chiari: probabilmente l’omicidio di Baldassarre Garda è legato a contrasti familiari di ordine ereditario, forse legati al sequestro del nipote Francesco Madonia, che nel 1974 era stato rapito e rilasciato dopo sette mesi in cambio di un riscatto di un miliardo di lire. I contorni però non sono definiti: «Non si può escludere – si legge nei documenti della Criminalpol – che il sequestro Madonia sia stato commissionato da Baldassare allo stesso Scaduto e che il Baldassare poi insoddisfatto della somma percepita abbia minacciato lo Scaduto di vendetta».

Ma la violenza non si ferma: nello stesso periodo Salvatore Truglio, siciliano residente a Baricella, provincia di Bologna, finisce sotto un trattore guidato da Vincenzo Maenza, unico testimone ed ex dipendente di Giuseppe Garda. Una morte che viene catalogata come decesso per infortunio sul lavoro e mai più indagata.

Così, tra materassi, cuscini e piastrelle, negli anni Settanta gli equilibri mafiosi si giocano anche in Emilia-Romagna. Sulla lunga scia di sangue della prima guerra di mafia palermitana, gli interessi criminali arrivano tra Bologna, Modena, Ferrara e la Romagna, ma il laccio che lega i soggiornanti obbligati alla terra d’origine non viene allentato: è in Sicilia che vengono portate le vittime dei sequestri di persona, nell’isola arrivano i soldi dei riscatti. Ed è dalla Sicilia che viene fatto arrivare pesce fresco di qualità, come facevano il boss Gaetano Badalamenti prima e Tommaso Scaduto poi, grazie alle conoscenze negli aeroporti di Palermo e Bologna.

CREDITI

Autori

Sofia Nardacchione

Illustrazioni

Editing

Luca Rinaldi

‘Ndrangheta emiliana

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La paura della ‘ndrangheta emiliana

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Aemilia 1992, cronistoria di una sentenza

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Condanna all’ergastolo in primo grado per il boss Nicolino Grande Aracri. Assolti gli altri imputati. Una storia cominciata 28 anni fa, che si intreccia con uno dei principali processi sulla ‘ndrangheta al Nord

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Sofia Nardacchione

Infografiche & Mappe

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi