Eni-Saipem: il paradosso delle pronunce tra Milano e New York

29 Aprile 2020 | di Lorenzo Bagnoli

«Il periodo che stiamo vivendo dallo scorso marzo è per l’economia mondiale il più complesso degli ultimi 70 anni e oltre. Per l’industria energetica, ed in particolare per l’Oil&Gas, la complessità è ancora maggiore dato il sovrapporsi degli effetti della pandemia al crollo del prezzo del petrolio». Claudio Descalzi, fresco di conferma come amministratore delegato di Eni, commenta così i dati di un primo trimestre altalenante per i conti dell’azienda.

L’emergenza Covid-19 e la conseguente crisi economica sono fonti di grande preoccupazione a San Donato milanese, sede del colosso petrolifero italiano. Eppure questo primo trimestre non ha portato solo cattive notizie per il cane a sei zampe. Se sul piano dei conti la situazione è inevitabilmente difficile, sul piano giudiziario – in particolare per quanto concerne i casi in cui l’azienda è imputata per corruzione internazionale – il 2020 sembra invece volgere al meglio per Eni, soprattutto tra Italia e Stati Uniti.

Il 22 aprile l’azienda ha annunciato che la Securities and exchange commission (Sec), l’autorità di vigilanza della Borsa americana, «ha concluso l’inchiesta sulla società, che include anche le indagini legate all’operazione Opl245 e le altre indagini legate alle attività di Eni in Congo, senza intraprendere azioni o procedimenti».

Qui Eni, in quanto quotata a Wall Street, era accusata di aver violato il Foreign Corrupt Practices Act (Fcpa), legge del 1977, perno dell’anticorruzione statunitense. Il primo dei due casi riguarda il processo per corruzione internazionale a giudizio a Milano, il secondo un’indagine di cui ancora si attende l’esito i cui sono protagonisti sono lo stesso Descalzi e la moglie Maria Magdalena Ingoba, iscritti nel registro degli indagati con l’ipotesi di «omessa comunicazione di conflitto di interessi».

La pronuncia della SEC, l’autorità di vigilanza della Borsa americana

La notizia della Sec fa seguito, prosegue la nota redatta da Eni, alla chiusura dell’indagine della stessa authority americana per l’altro caso di corruzione internazionale, quello in cui è coinvolta Saipem in Algeria e alla medesima decisione presa dal Dipartimento di giustizia americano rispetto sempre ai casi di Eni in Congo e di Opl 245.

Come precisato dalla Sec il 17 aprile scorso, l’accordo è stato raggiunto dopo che Eni ha offerto 24,5 milioni di dollari per azzerare le pendenze «senza ammettere né negare» le accuse nei propri confronti. A questo si aggiunge l’assoluzione per tutti gli imputati del caso Saipem Algeria, verdetto raggiunto dalla Corte d’appello di Milano.

A leggere le motivazioni della sentenza italiana e l’ingiunzione della Sec, si notano delle differenze enormi nella ricostruzione dell’accaduto, a cui si aggiunge il fatto che ci sono ancora due processi in corso in Algeria che riguardano presunti casi di corruzione nel settore petrolifero in cui anche Saipem sarebbe coinvolta.

Al netto di ciò, resta come dato giudiziario il fatto che, a meno di un improbabile colpo di scena in Cassazione, Eni e Saipem escono dal processo senza macchie per il caso algerino e hanno risolto, per il momento, i contenziosi aperti con l’autorità di controllo di Wall Street.

Il caso Saipem Algeria

La vicenda della presunta tangente algerina pagata da Saipem, azienda che fornisce servizi petroliferi le cui quote appartengono per il 30% ad Eni, risale agli anni tra il 2006 e il 2010. All’epoca Eni ne possedeva il 43%.

Saipem, secondo l’impianto dell’accusa, avrebbe fatto versare da diverse società sotto il suo controllo 197 milioni di euro alla società di Hong Kong Pearl Partners Ltd, riconducibile a Farid Bedjaoui, intermediario franco-canadese-algerino, dal 2013 riparato a Dubai quando Italia e Algeria avevano spiccato due mandati di cattura internazionali.

Nipote dell’ex ministro degli Esteri e diplomatico algerino Mohammed Bedjaoui, la procura milanese lo ha indicato «come braccio destro o alter ego» del ministro del petrolio e delle miniere del Paese nordafricano, Chakib Khelil, e «da questi espressamente indicato “come un figlio”».

Le transazioni sarebbero servite a ottenere sette importanti commesse in Algeria (di cui almeno quattro sospette, secondo la Sec americana), dal valore totale di 8 miliardi di euro.

Secondo l’accusa, l’accordo corruttivo sarebbe stato stretto a partire dal marzo 2006 all’hotel George V di Parigi, in occasione di un incontro tra i top manager di Saipem Pietro Varone e Pietro Tali insieme a Chakib Khelil e Bedjaoui. Quest’ultimo è stato definito da Tali «segretario personale del Ministro» in una mail spedita nel 2007 all’allora amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, che incontrerà i due, insieme o separati, in almeno sette occasioni, secondo quanto ricostruito nel processo.

Il ministro del petrolio secondo l’accusa sarebbe stato il collettore delle tangenti algerine e l’uomo in grado di decidere a chi destinare le commesse di Sonatrach, società petrolifera di Stato che rappresenta la principale fonte di ricchezza del Paese e la principale stazione appaltante del settore oil & gas. Khelil ne è stato presidente e ha nominato il successore Mohamed Meziane, anche lui citato nell’inchiesta come uno degli ingranaggi della presunta macchina delle mazzette. Su di lui si indaga in Algeria.

Il primo grado di giudizio si è concluso a settembre 2018 con il congelamento del «prezzo del reato», ossia 197 milioni di euro, e la condanna di Varone e Tali, il primo responsabile della business unit on shore di Saipem e il secondo ex presidente e amministratore delegato della controllata, entrambi a 4 anni e 9 mesi di carcere; 4 anni e un mese ad Alessandro Bernini, ex direttore finanziario prima di Saipem e poi, dal 2008 al 2012, di Eni. Condannati nell’occasione anche gli intermediari della presunta tangente, gli uomini dell’entourage di Khelil: Farid Bedjaoui (5 anni e 5 mesi), il suo collaboratore Samyr Ouraied e l’uomo d’affari Omar Habour (che avrebbe comprato una proprietà negli Usa con i proventi della tangente), entrambi a 4 anni e 1 mese. Assolti invece gli allora top manager di Eni Paolo Scaroni (amministratore delegato) e Antonio Vella (responsabile Nord Africa) e le due aziende in quanto persone giuridiche.

Il ribaltamento della sentenza d’appello

La sentenza d’appello firmata dai giudici Giuseppe Ondei, Alberto Puccinelli e Maurizio Boselli a gennaio, però, ha ribaltato completamente il primo verdetto e ha ordinato lo scongelamento dei 197 milioni di euro bloccati a Saipem.

Nelle motivazioni della sentenza, depositate in Tribunale nei giorni scorsi, i tre giudici bocciano in pieno l’impianto accusatorio mosso nei confronti di Saipem ed Eni ai sensi della 231/01, la legge che disciplina la responsabilità amministrativa degli enti.

Il processo – scrivono – è stato in grado di tracciare solo pagamenti a intermediari e non a pubblici ufficiali, senza i quali non ci può essere corruzione internazionale. La prova della transazione da 197 milioni di euro, aggiungono, «non esaurisce l’onere dell’accusa di dimostrare che il denaro sia stato promesso o versato al pubblico ufficiale estero». «La remunerazione del mediatore – proseguono – non può essere scambiata per una tangente, tenendo conto che molte imprese si avvalgono di agenti del luogo in Paesi molto diversi per cultura e legislazione».

Queste parole, secondo Luigi Ferrarella, firma della cronaca giudiziaria milanese del Corriere della Sera, «alzano l’asticella della ‘corruzione internazionale’ a una misura di prova quasi mai raggiungibile dall’accusa». È atteso dalla procura di Milano un nuovo appello in Cassazione, per il quale c’è tempo fino a fine di maggio.

Un passaggio della sentenza d’appello del tribunale di Milano

Nel ragionamento che li porta a escludere la condotta corruttiva delle multinazionali italiane, i giudici Ondei, Puccinelli e Boselli arrivano anche a mettere in dubbio che Saipem abbia mai avuto un qualunque trattamento di favore in Algeria: «La presenza di un patto corruttivo sarebbe corroborata, nella ritenuta suggestione della sentenza impugnata, dall’evenienza stessa dell’assegnazione a società del gruppo Saipem di contratti per oltre 8 miliardi di euro in pochi anni, trascurando tuttavia di considerare come numerosi altri concorrenti stranieri avessero ottenuto importanti commesse per valori comparabili con quelli di Saipem».

Insomma, l’ammontare dei contratti (l’estensione di uno dei quali è stata ottenuta senza gara) non rileva alcun vantaggio sospetto nei confronti della concorrenza.

Le motivazioni dei giudici milanesi smontano anche l’interpretazione data nel corso del processo delle dichiarazioni dell’amministrazione delegato di Saipem Pietro Varone, rilasciate durante l’incidente probatorio del dicembre 2014 che avevano addirittura aperto un nuovo filone dell’indagine, anche quello archiviato. Questo elemento era ritenuto la prova madre della presunta tangente, mentre la Corte d’appello ha sottolineato come il manager non fosse informato se Bedjaoui pagasse o meno soldi al ministro Khelil («nel modo più assoluto lui ha mai accennato, né perlomeno noi abbiamo saputo, anche indirettamente, il fatto che lui destinasse i soldi della Saipem al ministro o ad altre persone della Sonatrach»).

Secondo la Corte d’Appello, però, le parole di Varone «non sarebbero dimostrative di un accordo raggiunto con il ministro algerino durante quell’incontro, né di alcuna delega a Bedjaoui di trattare per conto suo con i dirigenti di Saipem», perché si limiterebbero invece a dichiarare una reale difficoltà di Saipem che andava superata attraverso una – legittima – consulenza, circostanza che si è effettivamente verificata, dicono i giudici milanesi.

È infatti acclarato che prima dell’intermediazione di Bedjaoui Saipem aveva difficoltà a lavorare in Algeria, mentre dopo il suo intervento ha ricominciato a lavorare come qualunque altra azienda. I giudici di primo grado, sulla base di dichiarazioni di ex dipendenti Saipem, hanno ritenuto fittizi i contratti di consulenza con la società di Hong Kong Pearls Partner, visto che la «società [era] del tutto carente di struttura e personale», al contrario quelli dell’appello ritengono che la consulenza fosse reale e ritengono che un importante riposizionamento sul mercato algerino sia avvenuto dopo scelte strategiche di Saipem che nulla c’entrano con i pagamenti a Bedjaoui.

Le differenze con il pronunciamento della Sec

Nel procedimento del 17 aprile, c’è una ricostruzione di quanto rilevato dalla Commissione americana – organismo che si occupa di procedimenti civili e non penali, ha come principale obiettivo quello della tutela degli investitori e ha potere ispettivo solo nell’ambito delle dinamiche di mercato – sul caso di specie.

«L’intermediario (Bedjaoui, ndr) non ha mai reso alcun servizio legittimo a Saipem – scrive la Sec –. Infatti l’intermediario era del tutto privo dell’equipaggiamento necessario per fornire i servizi di consulenza richiesti nel complicato settore dell’energia, visto non aveva impiegati, non aveva uffici in Algeria, ma solo un “ufficio virtuale” a Ginevra, in Svizzera, con un solo individuo come staff».

Evidentemente il documento, che si basa anche sull’offerta presentata da Eni, ricalca quanto stabilito nella sentenza di primo grado. Invece, secondo la corte d’appello di Milano questa ricostruzione si basa su dichiarazioni di ex dipendenti la cui attendibilità non è mai stata verificata. Tra questi spicca il nome di Tullio Orsi, ex country manager di Saipem in Algeria che «ha fornito mirabolanti oscillazioni smentite dai documenti». Nel 2015 Orsi ha patteggiato una pena di due anni e dieci mesi di reclusione e una confisca di circa 1 milione e 300 mila franchi svizzeri.

I soldi di Tullio Orsi in Costa d'Avorio

L’8 aprile 2013 Tullio Orsi ha detto ai magistrati milanesi che Farid Bedjaoui gli ha retrocesso circa 5 milioni di euro a titolo di “indennizzo”. Ha anche spiegato di aver speso quei denari finanziando in parte «un’attività in Costa d’Avorio, per la produzione di olio di palma». «Ho utilizzato una società svizzera, la Apo Energy Holding SA che, tramite la sua controllata PrOil, ha finanziato le attività in Costa d’Avorio e a questo proposito ha investito circa 1,5 milioni di euro per la costruzione di una fabbrica ad Abidjan», ha spiegato Orsi.

La società ivoriana è stata scoperta da Irpi, in collaborazione con l’Espresso, nel 2017: si chiama Osmon Africa e non sembra aver svolto mai alcuna attività. Ad oggi non risulta chiusa dal registro ivoriano consultabile online, ma l’ultimo aggiornamento è datato 2013.

Orsi, che era socio attraverso una società svizzera che ora non esiste più, aveva spiegato a Irpi di essere entrato in Osmon Africa dopo aver conosciuto un altro socio e senza sapere nulla di Bruzzaniti. La Osmon spa in Italia era finita nel mirino della Guardia di finanza nell’ambito di due inchiesta: una sulla società di gestione dei rifiuti Tirrenoambiente, in capo alla procura di Messina, e un’altra, archiviata poi da Vercelli nell’ottobre 2016, proprio in merito a pagamenti ritenuti illeciti per la vendita di olio di palma.

Significative differenze tra il riassunto della Sec e la sentenza della Corte d’appello milanese si riscontrano anche nel profilo dell’«Executive A», ossia Alessandro Bernini.

L’ex chief financial officer prima di Saipem e poi di Eni non aveva «le competenze per trattare aspetti commerciali, quali la valutazione del compenso dei numerosi intermediari di cui si avvaleva nel mondo la società», si legge nelle motivazioni del dispositivo dei tre giudici milanesi, mentre per il riassunto della Sec «partecipava all’approvazione dei contratti degli intermediari, nonostante fosse consapevole della mancanza di due diligence di Saipem e ha facilitato i pagamenti all’intermediario, nonostante fosse consapevole della mancanza di prestazioni rese dall’intermediario».

Il documento prosegue con un paragrafo in cui si dettaglia il modo in cui Saipem ha usato l’intermediario Bedjaoui senza che quest’ultimo offrisse alcun servizio, mentre un altro è titolato «Eni ha fallito a mantenere la corretta contabilità». Il ruolo di Bernini è cruciale secondo la Sec: l’autorità di vigilanza statunitense ritiene che, insieme ad alcuni colleghi, abbia fatto arrivare i soldi all’intermediario «aggirando le norme interne sui controlli degli appalti», e inviando al consiglio di amministrazione di Eni «documenti falsificati e retrodatati». Anche quando nel 2008 è passato in Eni avrebbe svolto le stesse funzioni, fino alle dimissioni nel 2012.

Il risultato dell’analisi dei due documenti è paradossale: Eni negli Stati Uniti ha accettato di pagare per chiudere le proprie pendenze sulla base di una ricostruzione dei fatti che risulta assai distante con quanto emerso dal verdetto della Corte d’appello di Milano.

L’entourage di Khelil

I giudici di Milano ritengono che nel processo milanese manchino prove circa gli effettivi equilibri di potere in Algeria, in particolare per due circostanze: considerano un «assioma giudiziale indimostrato» la teoria secondo cui «in Algeria pagare Bedjaoui significa pagare il ministro Khelil» e reputano altrettanto privo di prove il fatto che Khalil «avesse mantenuto un controllo assoluto sull’operato di Sonatrach». Non sono nemmeno stati sentiti testi del governo algerino per corroborare la tesi dell’accusa, nota inoltre il collegio giudicante.

L’impianto accusatorio che non ha retto il secondo grado di giudizio in Italia, tuttavia, si allinea con quello degli inquirenti algerini che indagano sull’élite che ha tenuto l’Algeria sotto scacco negli anni di Abdelaziz Bouteflika, il presidente deposto nel 2019, dopo un ventennio, nel momento in cui ha annunciato la volontà di correre per un quinto mandato consecutivo. Chakib Khelil è stato il suo ministro di petrolio e miniere fino al 2010. E nel 2013 è finito per la prima volta nel mirino degli investigatori algerini.

Presidente di Sonatrach fino al 2003, ha nominato al suo posto Mohamed Meziane, altro destinatario di soldi italiani di cui parla l’indagine Saipem. La Corte Suprema di Algeri, nel luglio 2019, he masso Meziane «sotto controllo giudiziario» e gli ha ritirato il passaporto viste le accuse per reati relativi alla corruzione nell’ambito del processo Sonatrach II.

Il primo spezzone dell’inchiesta, 19 imputati tra manager della società algerina, intermediari e quattro società petrolifere europee (Saipem Contracting Algeria, Funkwerk, Contel-Algérie e Contel-Funkwer), si è chiuso a febbraio 2016 con una multa di 5 milioni di dinari (circa 36 mila euro) alle quattro società e cinque anni di carcere per Mohamed Mezanie.

Per quanto riguarda il filone Saipem, Mohamed Reda Meziane, figlio di Mohamed e consigliere di Saipem Contracting Algeria, è stato condannato a sei anni e circa 20 mila euro di ammenda. Tullio Orsi nel processo di Milano aveva affermato che anche l’assunzione del figlio di Meziane in Saipem, così come il pagamento per le sue spese del matrimonio, fosse frutto dell’accordo corruttivo, ma i giudici non hanno riscontrato prove documentali delle sue affermazioni, ritenute quindi contraddittorie.

Le accuse del secondo filone Sonatrach in Algeria, invece, vanno da associazione a delinquere, a corruzione, riciclaggio di denaro e appropriazione indebita di fondi pubblici. In febbraio, la Corte Suprema di Algeri ha ricevuto dal Consiglio giudiziario algerino due dossier su due ex ministri di Bouteflika accusati di corruzione, uno dei quali è proprio Khelil. Secondo indiscrezioni pubblicate il 9 febbraio da Le Soir d’Algérie, il fascicolo sull’ex ministro del petrolio parlerebbe di una ricchezza di 287 milioni di dollari arricchita grazie a «tangenti versate dalle società che volevano investire negli idrocarburi in Algeria». Il dossier è stato riaperto dopo anni di silenzio, ora che l’epoca di Bouteflika è stata archiviata.

Quando per la prima volta nel 2013 il procuratore generale di Algeri ha annunciato l’apertura delle indagini sul caso Sonatrach, aveva parlato di conti correnti di «Chakib Khelil, la sua famiglia e di Farid Bedjaoui» a Hong Kong, Singapore, negli Emirati Arabi Uniti in Libano, in Francia e in Svizzera. La vicinanza tra i due in Algeria è stata riconosciuta dagli inquirenti come un dato di fatto.

Il nome dell’intermediario è spuntato più di recente in un altro filone d’indagine per corruzione internazionale che coinvolge la società petrolifera canadese Snc-Lavalin in Algeria. Anche in quel caso, Bedjaoui avrebbe permesso ai vertici della società straniera di entrare in relazione con le alte sfere del potere algerino, facendo arrivare a funzionari pubblici del governo non meglio identificati un pagamento sospetto nel 2012, via Panama.

L’ex vice presidente esecutivo di Snc-Lavalin Sami Bedawi è stato condannato a 8 anni e mezzo di carcere a gennaio 2020 per corruzione internazionale in Libia, dove si appoggiava al clan dei Gheddafi. Lo schema corruttivo è ritenuto simile a quello usato in Algeria da un’inchiesta del 2019 del quotidiano canadese Le Journal de Montréal.

Nel complicato gioco di incastri dei procedimenti penali internazionali, la partita giudiziaria continua, anche se per Eni e Saipem la parte più difficile sembra essere alle spalle.

Editing: Luca Rinaldi | Foto: Il quartier generale Eni a Roma – Paolo Grassi/Shutterstock

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La “famiglia Agip”: il caporalato dell’industria petrolifera

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La “famiglia Agip”: il caporalato dell’industria petrolifera

Lorenzo Bagnoli

Lo Stato del Rivers è lo snodo principale dell’industria petrolifera nigeriana. A partire dagli anni Novanta, è stato uno dei principali luoghi di scontro tra gruppi armati locali e multinazionali del greggio: anni di sequestri, di scontri armati, di milizie criminali travestite da gruppi politici. A tutt’oggi il sito del Dipartimento di Stato americano sconsiglia di viaggiare in questa zona della Nigeria a causa di «criminalità, sommosse, sequestri e crimini marittimi».

Dietro questa instabilità ci sono i cosiddetti “miliziani”, gruppi criminali che controllano il territorio e parte dell’economia locale.

Le loro vittime sono da un lato le compagnie petrolifere, dall’altro le popolazioni locali, tenute sotto minaccia da queste organizzazioni e costrette a vivere in un ambiente altamente inquinato (qui un report di Amnesty International del 2012). Come in ogni angolo povero del pianeta, i gruppi di criminalità organizzata hanno gioco facile a comprare l’appoggio della popolazione locale.

Secondo un report dell’agenzia governativa Nigerian Extractive Industries Transparency Initiative (Neiti) del novembre 2019, tra il 2009 e il 2018 i furti di petrolio, greggio e raffinato, sono costati alle casse dello Stato nigeriano 41,9 miliardi di dollari. Il problema è definito «endemico». Secondo le ultime statistiche, è in continua crescita e con la crisi del petrolio dovuta al blocco imposto dal coronavirus è probabile che aumenti ancora.

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Non ci sono vere e proprie indagini per trovare i responsabili dei furti. Il groviglio delle responsabilità tra miliziani, minoranze delle comunità che fanno affari con i criminali e aziende locali che si occupano di sicurezza sono difficili da districare.

Non c’è nemmeno interesse politico a trovare i colpevoli. A livello governativo, il capro espiatorio sono sempre le popolazioni locali.

Per cercare di contenere questo problema, fin dal 2009, il governo ha concesso l’amnistia agli ex miliziani, in cambio del loro disarmo. Riporta nel 2013 l’Istituto della pace americano, centro studi del Congresso, che «i critici del programma ritengono che abbia fallito nello sradicare le cause profonde del conflitto, che sia corrotto e instabile, e promuova la creazione di signori della guerra e diffonda il crimine organizzato, oltre al resto. Queste critiche non sono prive di basi, ma spesso mancano di contesto ed equilibrio».

Sette anni dopo luci e ombre rimangono le stesse: da un lato, il programma dell’amnistia è l’unico strumento per coinvolgere le popolazioni locali in una profonda trasformazione sociale, dall’altro, però, non è stato finora in grado di smantellare davvero le reti dei miliziani, che continuano ad esistere e che nel 2019 hanno ucciso almeno 1.031 persone.

Il programma prevede che circa 30 mila ex guerriglieri, in cambio della rinuncia alle armi, possano ricevere uno stipendio di 420 dollari al mese e trovare un lavoro. Non sempre questo accade e molti miliziani si riciclano nel settore della “sicurezza”. Il governo si ritrova così periodicamente minacciato dai leader delle ex milizie di abbandonare il programma e tornare alla guerriglia.

A condurre inizialmente il processo dell’amnistia – che è parte consistente del problema odierno – sono stati alcuni dei principali attori del cartello nigeriano.

La prima fase, nel 2009, è stata gestita dall’allora presidente Umaru Yar’Adua, padrino politico sia di Goodluck Jonathan, sia di Abubakar Atiku, entrambi, in tempi diversi, suoi vicepresidenti.

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Goodluck Jonathan è originario del Bayelsa, Stato confinante a quello di Rivers. È qui che ha cominciato, nel 2005, la sua carriera politica come governatore. L’ascesa si è completata con il quinquennio da presidente cominciato nel 2010, alla morte di Yar’Adua. Jonathan avrebbe avuto contatti con i vertici di Eni e Shell per le trattative della presunta tangente da 1,1 miliardi di dollari sui quali indagano i pm di Milano nel processo Opl 245.

Eni attraverso la sua controllata Nigerian Agip Oil Company (Naoc), per i nigeriani Agip, è presente in Nigeria dal 1962. Per molte persone delle comunità locali, e molti ex guerriglieri, lavorare per la multinazionale è una delle poche speranze di occupazione.

L’impiego più che con la società petrolifera è con i subappaltatori locali, che si occupano di reperire manodopera giornaliera non qualificata e a basso costo. Il sistema che denunciano i membri delle comunità locali, però, è sbilanciato fin dalle sue regole di partenza e legittima una gestione che non rispetta i diritti dei lavoratori, un sorta di caporalato istituzionale.

I colleghi Kelechuku Ogu e Damilola Banjo del giornale partner di questo progetto, Sahara Reporters, insieme ai ricercatori della Stakeholder democracy network (Sdn), sono andati sul posto a verificare quanto accade in una comunità, quella degli Egbema, tra le più toccate dalle esplorazioni di Naoc.

Molti hanno chiesto di restare anonimi per paura di conseguenze sul posto di lavoro.

Quello che segue è l’adattamento in italiano della loro inchiesta. Le informazioni raccolte sul campo risalgono a gennaio 2020.

Damilola Banjo
Kelechukwu Ogu

A segnare l’ingresso nel territorio delle tribù Ogba/Ndoni/Egbema (in breve, Onelga, dove Lga sta per “local government authority”) ci sono due torce fiammeggianti. Bruciano dai pozzi del petrolio estratto in queste terre. Le loro fiamme rosse e arancio sono il segno tangibile di una comunità impattata dall’industria petrolifera.

Le nuvole stanno per scaricare il loro carico di pioggia: dopo l’ultimo diluvio, almeno un terzo del territorio Onelga è rimasto senz’acqua corrente. L’acqua piovana, invece, invade tutto: si mescola al fango e a una poltiglia di greggio. È stata piantata una barriera protettiva – usata per contenere le perdite di petrolio – allo scopo di frenare la fiumana limacciosa. È inefficace: petrolio e acqua sono scivolate nei territori vicini di Aggah, Mgbede e Okwuzi, tre comunità che appartengono agli Egbema.

In questa terra gli sversamenti avvengono con una certa frequenza: stando ai dati aggiornati a settembre 2019 dell’agenzia governativa di Monitoraggio delle perdite di petrolio, oltre 81 mila km2 di terra sono stati contaminati da idrocarburi. Proprietaria delle licenze petrolifere è soprattutto la Nigerian Agip Oil Company (Naoc), la controllata nigeriana di Eni, che in queste terre fa perforazioni alla ricerca del greggio nel 1962.

Una perdita di petrolio – Foto: Cornelius Itepu

Un accordo non rispettato

Tra azienda e tribù locali è operativo un memorandum of understanding (MoU) firmato sotto l’egida del governo del Rivers State, uno degli Stati che compone la Repubblica federale della Nigeria.

Il primo MoU raggiunto nella regione di Onelga è stato firmato nel 1999 e va rinnovato ogni quattro anni. Quando abbiamo visitato la regione, avrebbe dovuto essere in funzione la sesta edizione dell’accordo, invece la comunità stava negoziando ancora il terzo, in un processo che durava già da oltre un anno.

Le copie dell’accordo sono in mano solo a poche persone che partecipano alla trattativa.

Abbiamo incontrato qualche giovane della comunità di Egbema alla porta d’accesso cittadina – sotto un possente mango. Nonostante la sua rarità, abbiamo ottenuto una copia del memorandum del 1999. L’accordo prevede impiego, educazione e infrastrutture per i membri delle comunità impattate dalle perforazioni petrolifere. Tutte compensazioni che non si sono mai viste.

Per ottenere un impiego ci si deve rivolgere a quella che i locali chiamano “la famiglia Agip”: un gruppo di famiglie importanti, con conoscenze e agganci politici che gestisce tutta la filiera della manodopera giornaliera. Sono loro a parlare con Agip a nome del resto della popolazione.

«Il 90 % dei lavori svolto dai giovani della nostra comunità – gli Egbema – sono saltuari e non richiedono specializzazioni», spiega un giovane che dice di chiamarsi Dagogo. Per ottenere un impiego, ci si deve rivolgere a quella che i locali chiamano “la famiglia Agip”: un gruppo di famiglie importanti, con conoscenze e agganci politici che gestisce tutta la filiera della manodopera giornaliera. Sono loro a parlare con Agip a nome del resto della popolazione. Eppure, sulla carta, i diritti dei lavoratori della filiera del petrolio nel territorio di Onelga dovrebbero essere diversi.

Il paragrafo dedicato all’impiego della popolazione locale esplicita che sette candidati debbano essere impiegati dalla Naoc e altri quattro ogni anno entrino in una scuola di formazione tecnica nella vicina città di Warri.

«Il problema è che Agip non vuole prendersi le sue responsabilità», aggiunge un uomo che ha lavorato con i subappaltatori di Naoc per dieci anni. «Quando impiegano qualcuno, la sua paga appartiene a loro (i subappaltatori, ndr). [Agip] sa di queste pratiche illegali. Queste persone non hanno alcun contratto, ogni giorno il loro datore di lavoro può lasciarli a casa». Era parte del gruppo di negoziatori del secondo memorandum of understanding. Sostiene che membri della “famiglia Agip” si siano opposti a trattative con l’azienda sui posti di lavoro.

La famiglia Agip

«Il mio salario è di 47mila naira (113 euro, ndr), ho nove figli – spiega, chiedendo di mantenere anonima la sua identità -. Lavoro qui da dieci anni».

È uno dei tanti impiegati nella filiera attraverso i caporali della “famiglia Agip”. È proprietario di un terreno dove sono costruiti gli alloggi di Agip per i pozzi petroliferi. Molti nella comunità hanno qualche pezzo di terra requisito dall’azienda. Una volta che un tecnico identifica un lotto come potenziale sito di trivellazione, nulla impedisce l’ottenimento del terreno. Lo prevede la sezione 36 del primo programma del Petroleum Act, secondo cui un’azienda titolare di un contratto per la prospezione petrolifera o per l’affitto di un terreno può fare ciò che vuole nell’area interessata, a prescindere dai proprietari.

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In teoria, la legge prevede anche «un’equa e adeguata compensazione per l’occupazione del suolo». Il prezzo, però, non è ritenuto adeguato dai locali: la compensazione più consistente è di 1,5 milioni di naira al mese (3.572 euro) per 60 membri dell’intero albero genealogico. A testa, sono 25 mila naira: 59,5 euro.

Il compenso, inoltre, si esaurisce una volta completata la struttura. Agip ripete il pagamento quando qualsiasi forma di manutenzione deve essere eseguita sul pozzo. Chiunque ritenga il corrispettivo troppo basso e voglia un lavoro, deve rivolgersi alla “famiglia Agip”.

Il caso della Manila Industrial Security Service Ltd

Tra le società della “famiglia Agip” c’è la Manila Industrial Security Services Ltd di Alexander Orakwe. Stando ai contratti visionati da Sahara Reporters, il 1° gennaio 2014 si è aggiudicata la gara di subappalto di Naoc per la guardia delle strutture.

Un contenzioso mai concluso, però, solleva dubbi sul modo in cui l’azienda tratta i lavoratori.

Nel 2017 lo Stato del Rivers e il Ministero federale del Lavoro scrivono in una lettera che l’impresa ha dedotto circa 5.000 naira (11,77 euro) dagli stipendi delle persone impiegate nel 2014 e non ha provveduto, come previsto dalla legge, a versare i contributi alla Cassa previdenziale (Pension Fund Administrator, Pfa). I giornalisti sono in possesso anche di un secondo documento in cui l’azienda rinuncia a un incontro con gli organismi statali per risolvere il contenzioso. Da allora, nessuno ha cercato di chiudere la faccenda.

Dal momento in cui è iniziato il contenzioso, diversi dipendenti sono stati licenziati. Non hanno però su chi far valere i loro diritti: nella lettera d’incarico per i lavoratori non specializzati di Manila era già prevista questa clausola: «Accetto la presente lettera di assunzione e rinuncio ad aderire a qualunque sindacato o organizzazione».

L’ultimo vantaggio è per le società petrolifere internazionali, che possono far lavorare manodopera contrattualizzata secondo la normativa nigeriana.

Non solo. Stando agli articoli 2.1.3 e 2.1.4 della bozza di accordo tra Manila e Agip, è previsto che i lavoratori abbiano diritto sia all’assicurazione, sia alla pensione. Nessuno dei lavoratori però ha mai avuto né l’una né l’altra, dichiarano.

Le autorità locali

Nelson Ekperi è il primo ministro della comunità di Okwuzi, nonché uno dei “baroni” della “famiglia Agip”. La sua carica, definita «governo tradizionale» dalle leggi nigeriane, gli conferisce un potere effettivo, seppur inferiore rispetto a governo di regione, Stato e federazione. Rappresenta la comunità nelle occasioni ufficiali, comprese le negoziazioni con le aziende.

A Naoc, spiega ai giornalisti, in una votazione da 0 a 10 dà 7. L’unico problema ritiene sia la gestione delle politiche occupazionali delle comunità impattate dai progetti: «Chi lavora come manager – spiega – tende ad assumere solo gente propria, senza considerare la comunità ospitante per occupazioni migliore, come il personale assunto direttamente». Aggiunge che la clausola di assunzione prevista nel protocollo d’intesa del 1999 «non è stata rispettata fino ad oggi». «Nell’ultimo MoU – prosegue – l’occupazione non c’è». La politica industriale, continua, «è causare divisioni all’interno della comunità, creando problemi al suo interno».

C’era una volta

Un tempo le relazioni lavorative tra comunità e Naoc erano migliori. Spiega Ignatius Ekezie, sovrano tradizionale della comunità di Aggah, tribù Egbema, che una volta i lavoratori saltuari potevano ambire, dopo qualche anno, a diventare impiegati normali non per subappaltatori ma direttamente con la multinazionale.

Questa condizione oggi si ripresenta molto più di rado: «In pochissimi Egbema oggi lavorano con Agip», dice. Racconta poi che il primo sciopero delle comunità è stato organizzato proprio dagli Aggah: «Abbiamo ottenuto molto in quel modo – rammenta -. Ora è diverso. Anche i nostri giovani preferiscono contrattare per il loro interesse personale piuttosto che per altro».

Contrariamente all’opinione del primo ministro di Okwuzi secondo cui Agip ha fatto abbastanza in termini di sviluppo della comunità, il capo Ekezie pensa di no. A suo avviso, «la multinazionale petrolifera non ha fatto abbastanza». Dà la colpa alla popolazione, però, non alla ditta: pensa che il clan Egbema non abbia trattato a sufficienza con la compagnia per ottenere quanto spettava loro di diritto.

È tra i pochi a sostenerlo. Molti altri sembrano soddisfatti delle attuali condizioni nelle quali alcuni privilegiati si aggiudicano gare e lavori e li distribuiscono agli altri che attendono le briciole.

Tra i primi c’è anche Nelson Ekperi. È un caso particolare quello degli Egbema: in altri contesti simili nel confinante Stato di Bayelsa contenziosi e sfide in tribunale sono state molto più frequenti.

A questo si aggiunge l’inefficacia delle leggi: il Local Content Act, scritto nel 2010 per aumentare la partecipazione dei nigeriani all’industria petrolifera, è rimasto sempre lettera morta, dicono dalla comunità.

La replica di Eni

«Naoc rispetta le pari opportunità e non discrimina alcuna comunità in materia di lavoro o di contratto. La Società inoltre non assegna quote di occupazione a nessuna comunità o area di governo locale. Le statistiche disponibili mostrano che oltre il 60% del personale Naoc (compresi i dirigenti) proviene dalle sue aree operative, tra le quali è il governo locale di Onelga nello stato di Rivers.

Per quanto riguarda i contratti di lavoro, il grado di retribuzione e le condizioni di servizio sono negoziati con i sindacati dei lavoratori dell’industria, il sindacato dei contraenti e la Naoc utilizzano accordi-quadro per generare contratti».

A un’ulteriore domanda di approfondimento rispetto agli stipendi previsti da questi accordi-quadro, non sono state fornite ulteriori risposte.

«Nel caso di contratti di servizio, il grado di retribuzione e le condizioni di servizio sono negoziati direttamente tra i contraenti e il loro personale senza coinvolgere Naoc e Naoc non prende decisioni di assunzione per altre società.

Tuttavia, la registrazione del fornitore Naoc e gli accordi contrattuali impongono agli appaltatori Naoc di rispettare:

  • Tutte le leggi, le norme, i regolamenti, le ordinanze, le sentenze, gli ordini e altri atti ufficiali del nigeriano e qualsiasi altra autorità governativa riconosciuta dalla Società che sono ora o potrebbero, in futuro, diventare applicabili al Contraente
  • Requisiti standard Eni, tra cui le Linee guida del sistema di gestione anticorruzione Eni, il Codice etico Eni (con particolare riferimento agli “Standard etici aziendali”) e la Dichiarazione Eni sul rispetto dei diritti umani, che copre i diritti economici, sociali e culturali (ad es. Il diritto all’occupazione, condizioni di lavoro eque e soddisfacenti, parità di retribuzione per pari lavoro, salute e istruzione).
  • I venditori si impegnano inoltre a garantire che i loro azionisti, amministratori, dipendenti e collaboratori rispettino le stesse linee guida e gli stessi principi.

Naoc gestisce oltre 3700 contratti all’anno e oltre 900 fornitori.

Per garantire che tutti gli appaltatori, in particolare i piccoli fornitori di servizi provenienti dalle comunità in cui operiamo, rispettino tutto quanto sopra, Naoc si impegna a fornire in modo proattivo la formazione ai propri appaltatori locali sulle normative pertinenti e sulle migliori pratiche di approvvigionamento da parte delle agenzie di regolamentazione del settore oil and gas.

Queste iniziative fanno parte del contributo della Società allo sviluppo delle capacità indigene e garantiscono la conformità con la legge nigeriana sullo sviluppo di contenuti dell’industria petrolifera e del gas del 2010. La formazione consente di sensibilizzare gli appaltatori sul rispetto e la promozione dei diritti umani nell’esercizio di le loro operazioni quotidiane e durante eventi a rischio.

In riconoscimento dell’impegno e del contributo della società allo sviluppo di contenuti locali nel settore oil and gas in Nigeria, nel febbraio 2020 Eni, attraverso le sue filiali in Nigeria, è stata riconosciuta come Local Content Operator dell’anno».

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Damilola Banjo
Kelechuku Ogu

In partnership con

Sahara Reporters

Editing

Giulio Rubino

Foto

Flickr
Sahara Reporters

Con il sostegno di

La Dubai di Lagos, sogno proibito del potere nigeriano

#TheNigerianCartel

La Dubai di Lagos, sogno proibito del potere nigeriano

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi

Un cartello politico, economico e finanziario internazionale che si dirama dalla Nigeria agli Stati Uniti passando per il Libano, Dubai, i Paesi Bassi e l’Italia. I suoi interessi sfociano nello sviluppo di un nuovo quartiere degli affari a Lagos: Eko Atlantic City. All’interno del progetto convergono imprenditori stranieri che qui hanno fatto fortuna, ex generali dell’esercito, politici locali e faccendieri. Un filo rosso che va dagli imprenditori di origine libanese Gilbert e Ronald Chagoury all’ex dittatore Sani Abacha fino all’uomo d’affari e leader del partito politico Pdp (all’opposizione oggi) Abubakar Atiku e al suo braccio destro, l’imprenditore italiano Gabriele Volpi. Questo blocco di potere ha saldamente in mano buona parte degli affari dell’emergente Paese africano. I nomi dei componenti sono anche associati ai principali casi di corruzione, appropriazione indebita di fondi pubblici e presunte tangenti che hanno attraversato la Nigeria in anni recenti. Tra questi anche la presunta stecca da 1,1 miliardi di dollari per la licenza petrolifera OPL 245 contesa tra Eni e Shell.
Il processo OPL-245

Il 25 marzo, a Milano, avrebbe dovuto entrare nel vivo un’importante requisitoria dei pubblici ministeri Fabio De Pasquale e Sergio Spadaro. L’emergenza coronavirus ha imposto il fermo del Tribunale: udienze rinviate a data da destinarsi. Il processo in questione, cominciato a marzo 2018, riguarda il blocco petrolifero nigeriano Opl245. Secondo le ipotesi della procura, la sua assegnazione ad Eni e Shell sarebbe avvenuta nel 2011 attraverso il pagamento di una tangente di circa 1,1 miliardi di dollari, distribuiti poi tra intermediari, politici nigeriani e “retrocessioni” a manager dell’azienda italiana.

Eni e Shell hanno sempre negato ogni condotta illecita Eni ha aggiunto di aver versato il denaro su un conto corrente del governo e aver aderito alle procedure anticorruzione (qui la versione dell’azienda). Secondo quanto risulta agli investigatori milanesi, però, dai conti governativi i soldi sarebbero poi girati ad un’altra galassia di società riconducibili ad alcuni degli attori coinvolti in questa ingarbugliata vicenda. Da qui l’ipotesi di corruzione internazionale. Al centro del caso, la società fondata dall’ex ministro del Petrolio nigeriano ai tempi del dittatore Sani Abacha: la Malabu Oil&Gas di Dan Etete. Il processo è stato innescato dall’esposto depositato a Milano dalle ong The Corner House, Global Witness e Re:Common, con il supporto in Nigeria di Heda (questo il sito dal quale le ong seguono il processo). Indagini connesse al caso si sono svolte o sono in fase di svolgimento in Nigeria, Svizzera, Regno Unito, Paesi Bassi e Stati Uniti.

Lo sviluppo di Eko Atlantic City è iniziato nel 2013 e affidato senza gara a una controllata del gruppo Chagoury, impresa familiare cresciuta fino a contare oggi 20 mila dipendenti, guidata dai fratelli Gilbert e Ronald Chagoury. Il progetto è stato proposto dalla loro South Energyx Development, con sede negli Emirati Arabi. Nati a Lagos nella secondà metà degli anni Quaranta da genitori di origini libanesi, i fratelli Chagoury sono i promotori di Eko Atlantic. Se esiste questo sviluppo immobiliare è perché grazie alla loro rete di contatti tra politici nigeriani e internazionali sono riusciti ad ottenere una concessione della durata di 78 anni.

Secondo una relazione della Nigeria export processing zones authority (Nepza) l’investimento varrà complessivamente otto miliardi di dollari, coperti in gran parte da quattro istituti di credito nigeriani e da due banche internazionali pronte a garantire eventuale mancanze dei primi. Insieme agli Chagoury sull’area lavora un altro imprenditore, l’italo nigeriano Gabriele Volpi, noto in Italia soprattutto perché patron della storica società di pallanuoto Pro Recco e dello Spezia Calcio che attualmente milita in serie B. L’investimento di Volpi, attraverso tre società, Intels, Orlean Invest e Prime Property, ad oggi è di 150 milioni di dollari per la fase uno dello sviluppo.

Gli Chagoury e Volpi sono strettamente legati a pezzi del potere nigeriano, i primi alla famiglia Abacha, il secondo ad Abubakar Atiku. Entrambi sono finiti sotto la lente d’ingrandimento delle autorità americane per aver contribuito a portare fuori dalla Nigeria fondi pubblici di cui si erano indebitamente appropriati i loro padrini politici. Ricostruzioni sempre smentite dai diretti interessati. Tuttavia la commissione permanente del Senato degli Stati Uniti, che per un anno ha approfondito il tema della corruzione nella leadership politica nigeriana, ha messo nero su bianco come «per un periodo di otto anni dal 2000 al 2008» Atiku e la moglie fossero stati in grado di «portare oltre 40 milioni di dollari di fondi sospetti negli Stati Uniti soprattutto attraverso bonifici inviati da società offshore», molte di queste riconducibili allo stesso Volpi. Gilbert Chagoury invece, definito dall’analista esperta di affari africana Philippe Vasset «il guardiano della presidenza Abacha», in seguito alla morte di Sani Abacha nel 2009 ha accettato di restituire circa 300 milioni di dollari sottratti alla Nigeria dal dittatore proprio attraverso la sua rete di imprese.

#TheNigerianCartel

Eko Atlantic City, la città galleggiante crocevia di soldi e politica

Fine lavori 2047. Operatività a partire da subito. Una foresta di grattacieli. Fontane, vialoni, boschi verticali. Di fatto Eko Atlantic sarà una zona franca, in grado di produrre un miliardo l’anno di PIL per la Nigeria, ventiseiesima economia mondiale e prima in Africa se si guarda al solo prodotto interno lordo. Una città pienamente indipendente e prossima casa delle grandi compagnie petrolifere e dei ricchi della città, con appartamenti che vanno dai 1.800 ai 3.000 dollari al metro quadro e hotel esclusivi. Cinta da una muraglia protettiva di scogli questa penisola di 10 chilometri quadrati di sabbia dragata dal mare è la scommessa per cacciare la recessione che dal 2014, dopo anni di crescita, condiziona la vita economica del Paese. A questo progetto degno delle ambizioni degli emiri di Dubai ci credono in tanti, prima di tutto l’amministrazione dello Stato di Lagos, che ha dato alla società emiratina dei fratelli libanesi Chagoury una concessione di ben 78 anni sui terreni in gioco.

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L’evoluzione negli anni di Eko Atlantic City dal 2001 al 2019

A questo progetto degno delle ambizioni degli emiri di Dubai ci credono in tanti, prima di tutto l’amministrazione dello Stato di Lagos, che ha dato alla società emiratina dei fratelli libanesi Chagoury una concessione di ben 78 anni sui terreni in gioco

Il progetto è stato approvato, o almeno «pubblicizzato», anche sul piano ambientale, in quanto barriera per fermare l’erosione delle coste di Lagos. Lo studio di impatto ambientale allegato al progetto afferma che «è una soluzione più completa e permanente per affrontare il persistente problema dell’erosione, che è probabile venga esacerbato dal cambiamento climatico e l’incremento di tempeste», che spesso causa morti e alluvioni in queste zone. Da qui, sostiene lo studio, la necessità del progetto della muraglia protettiva di Lagos e di Eko Atlantic City. Tuttavia ci sono altre valutazioni che arrivano a conclusioni opposte, e vedono negli scheletri di grattacieli in costruzione il presagio di una futura Atlantide. Ricorda Quartz Africa in un articolo del 2017 che l’impatto ambientale potrebbe produrre l’effetto opposto per Lagos: a partire dai quartieri poveri che si trovano a livello dell’acqua, senza che nulla li protegga dalle maree, che la muraglia di Eko Atlantic City direzionerà proprio verso di loro. Al momento il recupero della pianura è a buon punto, ma non ancora completa. Dai barchini con cui gli abitanti degli slum fanno spola tra le due sponde della laguna di Lagos, la città riemersa dall’acqua appare lontana dall’essere operativa. Le immagini dal satellite lo confermano: per lo più, Eko Atlantic City, è una distesa di sabbia, 90 milioni di metri cubi per l’esattezza. Visitarla è impossibile: «Apprezziamo l’interesse, ma non rilasciamo interviste in questo momento», taglia corto l’ufficio stampa. I lavori completati a oggi sono le Pearl towers (dove qualcuno già abita), gli scheletri delle tre torri della Azuri Peninsula a sud e dei tre palazzi di Eko Energy City a nord, la Alpha 1 Tower e parte dell’impianto viario.
I numeri del progetto Eko Atlantic City

I ritardi si rintracciano non solo nella crisi dell’economia nigeriana ma anche nella paura che si ha nell’investire in Nigeria dopo la rinnovata attenzione delle autorità locali sul riciclaggio di denaro attraverso progetti immobiliari. Un filone quest’ultimo potenziato dalla campagna anticorruzione del presidente Mohammed Buhari che sguinzaglia con molta facilità gli organi inquirenti salvo poi arrivare a risultati modesti.

I dubbi intorno a questo progetto non sono pochi. Appare impossibile trasformare in un paradiso per ricchi investitori e turisti un’area che giace alla bocca di una laguna grigio-verde, continuamente solcata da petroliere e al centro di un fitto reticolo di oleodotti che pompano greggio verso terra. Per quanto la città stia cambiando a velocità forsennata, il sogno di diventare una nuova Dubai è ancora lontano dal realizzarsi. E quelli che rischiano restare esclusi, come gli sfrattati della comunità dalla parte opposta della laguna di Lagos, a Tarkwa Bay, sono la netta maggioranza dei 22 milioni di abitanti di Lagos: le disparità sociali sono evidenti.

L’irresistibile ascesa degli sviluppatori di Eko Atlantic

Sia i fratelli libanesi Chagoury sia l’italiano Volpi iniziano la loro ascesa negli anni in cui a guidare la Nigeria era il generale Babangida, insieme al suo vice, il generale Sani Abacha. Quest’ultimo nel 1993 diventò presidente con un colpo di Stato e la storia ha archiviato i suoi cinque anni di presidenza come una dittatura sanguinaria. Sotto di lui fu condannato a morte lo scrittore e attivista Ken Saro-Wiwa, anima del popolo Ogoni, che per primo denunciò lo scempio ambientale commesso dalle multinazionali petrolifere, Shell in cima, nella regione del Delta del Niger.

Gli Chagoury non solo sono vicini alla famiglia Abacha, ma sono anche finanziatori e membri della Clinton Foundation, che a sua volta ha creduto da subito al progetto Eko Atlantic City. «Sanno tutti che sono amico dei Clinton», ha detto Gilbert Chagoury ai giornalisti di Frontline nel 2010. La Fondazione nel 2009 si era impegnata a garantire il progetto Eko Atlantic City, favorendone l’accesso al credito per un miliardo di dollari. Ai Clinton la vicinanza è costata qualche critica in patria, soprattutto dopo che l’emittente conservatrice Fox News ha rispolverato la notizia di un accordo in pieno conflitto di interessi – che il Dipartimento di Stato americano, all’epoca guidato dalla stessa Hillary, aveva siglato per l’acquisto di un terreno a Eko Atlantic City.

I fratelli nel tempo hanno capitalizzato al massimo l’interesse statunitense nel progetto tanto che a maggio 2019, nonostante il cambio di amministrazione alla casa Bianca, Chagoury Group ha firmato un accordo tra Eko Atlantic, rappresentata da Ronald Chagoury in persona, e il governo americano per un nuovo consolato proprio sulla penisola. Del resto i due fratelli libanesi sono abili nel muoversi con la politica: da metà anni novanta fino al 2017 Gilbert è stato rappresentante diplomatico per l’isola di Santa Lucia, uno dei principali paradisi fiscali del mondo: prima come delegato UNESCO, poi come ambasciatore presso la Santa Sede. Un altro tratto in comune con Gabriele Volpi che gode ugualmente di buone amicizie in Vaticano.

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Ma è ancora una volta la famiglia Abacha a fare da trait-d’union tra i re di denari di Eko Atlantic, Ronald e Gilbert Chagoury e Gabriele Volpi. Mohammed Sani Abacha, figlio dell’ex dittatore, fonda nel 1998 e controlla – via prestanome – col ministro del petrolio Dan Etete, la Malabu Oil & Gas, società titolare della licenza petrolifera Opl245. Tale licenza, stando alle indagini della procura di Milano per cui è attualmente in corso il processo, sarebbe poi stata ceduta a Eni e Shell, dopo il pagamento di una tangente da 1,1 miliardi di dollari a funzionari pubblici nigeriani.

Volpi nel corso delle udienze per il processo Opl 245 è stato nominato solo poche volte, e non risulta fra gli indagati. È invece un personaggio chiave della seconda inchiesta su Eni condotta dalla Procura di Milano, quella sul falso complotto ai danni dell’amministratore delegato Claudio Descalzi. Secondo l’ipotesi accusatoria, l’ex consulente legale di Eni Piero Amara, insieme a collaboratori e magistrati compiacenti a Trani e a Siracusa, avrebbe ideato questa intricata strategia per bloccare il processo Opl 245 con una nuova indagine giudiziaria. Eni ha sempre respinto le ipotesi, sostenendo che Amara agisse per conto suo. Ma secondo la testimonianza dell’ex tecnico petrolifero Massimo Gaboardi uno dei presunti imprenditori che dalla Nigeria cercherebbe di abbattere Descalzi sarebbe proprio Gabriele Volpi, in collaborazione con uomini d’affari attivi in Italia, Nigeria e Stati Uniti. Circostanza curiosa: ad accomunarli è la vicinanza con la Fondazione Clinton, con la quale tutti collaborano.

La procura di Milano sta cercando di dipanare questo groviglio inestricabile di verità, menzogne e semplici coincidenze. Dalla Nigeria almeno una certezza c’è: Eko Atlantic City, il progetto degli amici dei Clinton, è l’affare immobiliare del secolo, a Lagos.

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Autori

Lorenzo Bagnoli Luca Rinaldi

In partnership con

Editing

Giulio Rubino

Ha collaborato

Kelechukwu Ogu

Con il sostegno di

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