Polonia, destre in bilico tra Oriente e Occidente

#DisegnoNero

Polonia, destre in bilico tra Oriente e Occidente

Fabio Turco

Come ogni 11 novembre Rondo Dmowskiego, il centro nevralgico di Varsavia, si riempie di persone. Sin dal mattino affluiscono senza sosta intorno a un grande palco allestito per l’occasione. Sono quasi centomila e arrivano da tutte le parti del Paese. È un profluvio di bandiere polacche, striscioni ed effigi religiose. Si celebra la festa dell’Indipendenza, che ricorda la ritrovata unità nazionale nel 1918, dopo 123 anni in cui la Polonia era sparita dalle carte geografiche, suddivisa tra l’Impero russo, Regno di Prussia e Monarchia Asburgica. Il viaggio alla scoperta della destra polacca non può cominciare che da qui, dalla sua esibizione più visibile e rumorosa.

L’11 novembre 2021 è stato particolare, essendo coinciso con i giorni più drammatici della crisi migratoria al confine con la Bielorussia. Migliaia di persone provenienti perlopiù dal Kurdistan iracheno, dalla Siria e dall’Afghanistan che cercavano di entrare in Europa sono state respinte coi cannoni ad acqua della guardia di frontiera polacca vicino al valico di Kuźnica, nel nord est del Paese. La situazione aveva spaccato l’opinione pubblica. La tensione al confine si era inevitabilmente riflessa anche negli umori che attraversano la Marcia dell’Indipendenza.

Quel giorno in piazza c’era anche Juliusz, arrivato da Poznań insieme alla moglie e ai due figli adolescenti: «Stiamo vivendo una situazione particolare – racconta -. I nostri confini sono in pericolo e per il nostro Paese è importante mostrare unità. La Polonia viene tormentata dall’Unione europea, con la regia della Germania. Vogliono farci fare quello che vogliono, ma noi vogliamo essere sovrani, non subalterni. Da un lato abbiamo l’Unione europea che impone sanzioni, da est i migranti attaccano le nostre frontiere». Quello di Juliusz non è un sentimento isolato: la sindrome dell’assedio si riscontra palpabile nella piazza. A un certo punto vengono bruciate una bandiera della Germania e una fotografia di Donald Tusk, leader dell’opposizione liberale.

Destra di piazza e di governo

La marcia dell’Indipendenza è una manifestazione relativamente recente se si considera che la sua prima edizione si è tenuta nel 2009. Ha conosciuto un rapido e tumultuoso consenso, passando da essere un evento di poche centinaia di persone a manifestazione di richiamo internazionale. Negli anni insieme alla destra radicale polacca hanno sfilato gli italiani di Forza Nuova, gli spagnoli di Vox, gli ungheresi di Mi Hazánk Mozgalom, recentemente approdati all’Assemblea nazionale magiara. Durante i primi anni ci sono stati episodi di violenza, sassaiole e scontri con la polizia. Una prima svolta avviene nel 2015, quando il partito nazionalista e conservatore di Diritto e Giustizia (PiS) vince le elezioni parlamentari dopo sette anni di governo a trazione liberale.

IrpiMedia è gratuito

Ogni donazione è indispensabile per lo sviluppo di IrpiMedia

Polonia, in alto a destra

Alcuni dei simboli della galassia dell’estrema destra polacca

Le istanze di Diritto e Giustizia e il radicalismo di quella piazza non coincidono, ma il leader del partito Jarosław Kaczyński capisce che può utilizzarla per rafforzare il proprio consenso. Nel 2018 in occasione del centenario dell’indipendenza il presidente polacco Andrzej Duda si trova a officiare le celebrazioni ufficiali a pochi metri dalle falangi del Campo Radicale Nazionale (ONR) una delle due anime dell’organizzazione. Sempre nel 2018 la presidenza dell’Associazione Marcia per l’Indipendenza viene assunta da Robert Bąkiewicz, fino a quel momento elemento di spicco di ONR, Bąkiewicz diventa uomo di riferimento per Diritto e Giustizia e negli ultimi anni la manifestazione si “ripulisce” dalle sue esibizioni più estreme. Allo stesso tempo ciò provoca una rottura con la sponda politica a cui prima Bąkiewicz apparteneva. Questo passaggio spiega molto delle dinamiche della destra polacca, assai meno compatta di quanto possa apparire dall’esterno.

La cosmologia dei nazionalismi polacchi, tra valori cristiani e conservatorismo

Quando Diritto e Giustizia vinse le elezioni parlamentari del 2015, Jarosław Kaczynski salutò la vittoria come l’avvento della Dobra zmiana (Buon cambiamento), la rivoluzione conservatrice che avrebbe riscattato il Paese dal tradimento avvenuto durante la transizione democratica. In questi anni, i governi guidati prima da Beata Szydło e poi da Mateusz Morawiecki, sono stati caratterizzati da riforme invasive, specialmente in materia di giustizia, che hanno portato la Polonia a una lungo braccio di ferro con Bruxelles. In campo economico invece si è puntato su alcune politiche di welfare che hanno consentito di risollevare un po’ il tenore di vita delle fasce meno agiate della popolazione.

A questa destra di governo, che potremmo definire sociale e populista, fa fronte in parlamento, sui banchi dell’opposizione, il partito nazionalista e turboliberista di Konfederacja. Nato nel 2018, come una coalizione di due partiti, KORWiN e Movimento Nazionale (Ruch Narodowy) ha via via raccolto per strada altri elementi della galassia radicale. Alle parlamentari del 2019 ha incassato il 6,8% dei voti e nei sondaggi i suoi consensi oscillano in una forbice tra il 5 e il 10%. Ferocemente critico nei confronti di Diritto e Giustizia, specialmente per le sue politiche in materia economica e per la gestione della crisi pandemica, nell’ultimo periodo sta vedendo un’erosione dei consensi a causa della sua presa di posizione sulla guerra in Ucraina. Konfederacja è stato l’unico partito dell’arco parlamentare a schierarsi contro l’accoglienza ai rifugiati ucraini e alcuni suoi esponenti si sono spinti in vere e proprie dichiarazioni filorusse.

Altri movimenti di una certa rilevanza ma fuori dal parlamento sono Młodzież Wszechpolska (Gioventù di tutta la Polonia), che insieme a ONR organizza la Marcia dell’Indipendenza, e Niklot un’associazione che coniuga ultranazionalismo e neopaganesimo.

Un manifestante indossa una bandana con il logo del Campo Radicale Nazionale (ONR) durante una protesta contro la comunità LGBT a Varsavia il 16 agosto 2020 - Foto: Omar Marques/Getty

Un manifestante indossa una bandana con il logo del Campo Radicale Nazionale (ONR) durante una protesta contro la comunità LGBT a Varsavia il 16 agosto 2020 – Foto: Omar Marques/Getty

Tra Diritto e Giustizia e le frange più radicali ci sono alcuni punti di contatto. Il primo è il tipo di linguaggio utilizzato, volto alla demonizzazione dell’avversario. I temi politici sono grosso modo gli stessi: la guerra alla cosiddetta ideologia LGBT, la posizione sull’aborto, un marcato antieuropeismo, la chiusura all’immigrazione specialmente in chiave antiislamica. Tuttavia il vero collante che accomuna tutte queste formazioni (con l’eccezione di Niklot) è un sentimento religioso molto forte, pervasivo, che permea gran parte delle decisioni e delle posizioni politiche. La Chiesa polacca rimane un attore importante sulla scena politica del Paese, nonostante la Polonia stia affrontando un rapido processo di secolarizzazione.

Protagonista determinante nella sequenza di eventi che hanno portato alla caduta del comunismo, negli ultimi anni l’Episcopato polacco ha svolto il ruolo di bastione di Diritto e Giustizia nelle campagne. In un contesto fortemente polarizzato tra città progressiste e aree rurali più legate alla tradizione cattolica, sono sono stati molti i casi in cui i preti hanno fatto campagna elettorale dall’altare. Il bacino di voti proveniente della campagna è stato fondamentale per le affermazioni alle elezioni del 2015 e del 2019. La moneta di scambio è stata l’approvazione di alcune leggi che la Chiesa polacca chiedeva da tempo, come la chiusura domenicale dei negozi. Anche la sentenza del Tribunale Costituzionale sulla legge sull’aborto è andata incontro a questo tipo di richieste.

Eppure Il potere della Chiesa è in costante erosione: oltre alla crisi di fedeli, c’è un forte calo nelle vocazioni, e gli scandali legati alla pedofilia nel clero hanno creato un danno d’immagine non indifferente. A compensare questo declino hanno fatto la loro comparsa dei nuovi soggetti con forti capacità di lobbying: associazioni pro-life e think tank di cui la più strutturata e potente è senza dubbio Ordo Iuris.

Ordo Iuris e le politiche ispirate al fondamentalismo religioso

L’Istituto Legale per la Cultura Ordo Iuris nasce nel 2013 a Varsavia su iniziativa dell’Associazione per la cultura cristiana Piotr Skarga, a sua volta connesso con il network brasiliano Tradizione, Famiglia e Proprietà (TFP), da molti collocato su posizioni di fondamentalismo religioso. L’agenda di Ordo Iuris si distingue per un carattere conservatore e oltranzista su temi come l’aborto, l’eutanasia, il divorzio, la contraccezione e quella che da loro viene definita “ideologia” LGBT. Alla base un’idea di mondo che poggia in maniera dogmatica sui valori cristiani e sulla difesa della cosiddetta famiglia tradizionale.

Nel 2016 ha portato avanti un’iniziativa di legge popolare per chiedere l’abolizione totale sul diritto all’aborto. La richiesta, giunta sui banchi del parlamento, ha mobilitato una massiccia protesta di piazza, conosciuta come Czarny Protest (Protesta Nera), e la nascita del collettivo femminista Strajk Kobiet. Il disegno di legge venne respinto. Nonostante questa sconfitta, Ordo Iuris ha continuato a portare avanti la sua agenda.

Un’altra proposta di legge presentata nel 2018 dall’associazione Zatrzymaj aborcję (Ferma l’aborto) approda sui banchi parlamentari, ma ancora una volta grazie all’opposizione della piazza tutto si risolve in un nulla di fatto. Anche grazie a questa attività di lobbying, 119 parlamentari di Diritto e Giustizia si sono rivolti al Tribunale Costituzionale per chiedere se la Legge del 1993 in materia di interruzione di gravidanza rispettasse la Costituzione. Nell’ottobre 2020 una sentenza ha stabilito che la normativa è incostituzionale nella parte in cui concede la possibilità di interrompere la gravidanza in caso di malformazioni del feto.

Di fatto oggi la legge polacca sull’aborto è la più restrittiva d’Europa, ma Ordo Iuris continua la sua battaglia per renderla ancora più stringente. Recentemente è finito sotto i riflettori il caso delle donne ucraine rifugiatesi in Polonia, rimaste incinta a seguito degli stupri subiti dai soldati russi. Ordo Iuris ha dichiarato di voler monitorare le richieste di interruzione di gravidanza, per appurare se effettivamente le donne sono state vittime di violenza.

Ordo Iuris è stata anche l’organizzazione che più si è spesa per chiedere la fuoriuscita della Polonia dalla Convenzione di Istanbul, la convenzione sviluppata dal Consiglio d’Europa per combattere la violenza contro le donne e la violenza domestica. Nel 2020 il ministro della Giustizia Zbigniew Ziobro ha dichiarato l’avvio di un processo di ritiro formale, sostenendo che il trattato richiede di educare i bambini in modo ideologico, senza considerare il sesso biologico. Il ritiro della Polonia dalla Convenzione tuttavia, non è ancora completato. Nel 2021 Ordo Iuris è dietro la fondazione del Collegium Intermarium, istituto conservatore di respiro europeo. La nuova università rafforzerà ulteriormente la posizione dell’organizzazione in Polonia e nella regione.

Civico vs etnico, nazionalismi nati nel Novecento

Eppure nonostante questi punti di contatto, all’interno della destra polacca esistono differenze profonde, che hanno radici lontane. Lo storico Dariusz Stola, in un’intervista rilasciata qualche mese fa a Rosita Rijtano di Lavialibera, ha avuto modo di affermare quanto segue: «In Polonia tutti i partiti sono a loro modo nazionalisti, perfino quelli che oggi stanno all’opposizione. L’origine del sentimento nazionalista è da ricercare nel periodo della spartizione della Polonia quando si creò un movimento di polacchi etnici, una nazione senza stato. La matrice etnoreligiosa si è fatta più marcata a partire dalla rivoluzione del 1905».

Il periodo interbellico fu caratterizzato da due diverse correnti di pensiero sulla direzione da dare a un Paese giovane e dai confini geografici ancora incerti. Due forme di nazionalismo: il primo civico, il secondo etnico. Il maresciallo Józef Piłsudski, padre fondatore della Polonia indipendente, capo di stato tra il 1918 e 1922 e dittatore de facto dal 1926 al 1935, aveva in mente uno Stato che raccogliesse l’eredità dell’antica Confederazione Polacco Lituana, e che si ponesse dunque a guida di una nuova entità dal mar Nero al mar Baltico, che si interponesse tra il mondo russo e quello germanico. Questo progetto aveva un nome: Intermarium in latino, Międzymorze in polacco. La Polonia doveva guardare dunque al di fuori dei propri confini, restando al suo interno un Paese multietnico. È il cosiddetto nazionalismo civico.

Il nazionalismo etnico segue al contrario il progetto di una Polonia unita, cattolica ed etnicamente coesa. Le varie minoranze che componevano il Paese (ebrei, ucraini, tedeschi, russi) dovevano porsi secondo questa teoria in posizione subalterna ai veri polacchi. Leader politico dei partiti che si rifacevano al nazionalismo etnico è stato Roman Dmowski, avversario politico di Piłsudski negli anni Venti e Trenta.

Venendo al giorno d’oggi la contrapposizione tra PiS e Konfederacja può essere ricondotta proprio a questa antica frattura. Il giornalista di Krytyka Polityczna Przemysław Witkowski, esperto nelle questioni della destra polacca, evidenzia queste differenze: «Diritto e Giustizia è un partito filo americano, strettamente connesso al partito repubblicano, in particolare l’area trumpiana, ed ha una forte connotazione anti russa. Konfederacja invece si caratterizza per una certa componente antisemita e filo russa».

Una protesta anti migranti nel centro cittadino di Gdansk da parte dei gruppi del Campo Radicale Nazionale (ONR) e Gioventù di tutta la Polonia il 23 gennaio 2016 - Foto: Michal Fludra/Getty

Una protesta anti migranti nel centro cittadino di Gdansk da parte dei gruppi del Campo Radicale Nazionale (ONR) e Gioventù di tutta la Polonia il 23 gennaio 2016 – Foto: Michal Fludra/Getty

«Ci sono radici storiche e geopolitiche dietro queste diverse visioni – spiega Witkowski – uno dei partiti che hanno dato vita a Konfederacja è il Movimento Nazionale, che a sua volta si richiama al partito Nazional democratico di Roman Dmowski. Dmowski sosteneva che il vero pericolo per la sovranità polacca fossero i tedeschi, forti di uno stato avanzato dal punto di vista tecnologico ed economico. Per loro sarebbe stato facile germanizzare i polacchi. Coltivando invece rapporti con la Russia, non si sarebbe corso nessun rischio di russificazione, in quanto la Polonia era un paese più avanzato». Dmowski sosteneva anche che la Germania cooperasse con l’Ucraina per creare una mitteleuropa a influenza tedesca: «Per questo – aggiunge Witkowski – oggi Konfederacja ha una connotazione antiucraina».

Diritto e Giustizia ha invece origine nell’altro campo, quello di Piłsudski, che percepiva la Russia come una minaccia mortale per l’indipendenza polacca. Anche il rapporto nei confronti della Germania è diverso: «Per il partito di Kaczynski la Germania non è un nemico, ma un competitor, a cui cerca di sottrarre influenza nell’area dell’Europa orientale», afferma il giornalista di Krytyka Polityczna.

Cerniera tra Oriente e Occidente

Per la destra radicale, la Polonia si contrappone agli imperi dell’est e dell’ovest: «La Russia – spiega Tomasz Szczepański, fondatore di Niklot, uno dei movimenti più estremi di questa galassia – è una minaccia permanente perché la sua cultura genera imperialismo. L’imperialismo russo non è di tipo politico come lo erano quelli francese o britannico. In Russia nonostante l’imperialismo non abbia portato nessun beneficio è continuato, dal momento che sia la Russia zarista, sia quella comunista hanno una cultura imperiale. Nonostante la fine del comunismo la Russia ha continuato a lottare per essere una potenza mondiale. Non cambierà, a meno che i russi non rifiutino le fondamenta della propria civiltà». Sul fronte occidentale, sostiene Szczepański, «dobbiamo fare i conti con l’imperialismo tedesco che sta cercando di recuperare dalla sconfitta della seconda guerra mondiale, controllando l’Unione europea. Si tratta di un imperialismo più leggero ma comunque pericoloso, dal momento che promuove l’ideologia demoliberale (democratica e liberale, ndr), che distrugge le fondamenta della società occidentale».

Il Międzymorze frapposto tra due superpotenze, la teoria politica nata con Józef Piłsudski, non si è mai realizzato per varie ragioni, prima tra tutte la mancanza di volontà di cedere sovranità da parte di entità nazionali come la Cecoslovacchia e l’Ungheria. Archiviato durante il comunismo, il progetto è riapparso con una forma diversa con il gruppo Visegrád, il patto di collaborazione politica ed economica che unisce Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia dal 1991. Si è visto alla prova della Storia, però, come interessi divergenti mettano in crisi alleanze ritenute inscalfibili sulla carta.

Bandiere polacche durante l'annuale manifestazione dello scorso anno per i Soldati Maledettti che si celebra ogni 1 marzo per commemorare i partigiani che hanno combattuto il comunismo nel secondo Dopoguerra - Foto: Omar Marques/Getty

Bandiere polacche durante l’annuale manifestazione dello scorso anno per i Soldati Maledettti che si celebra ogni 1 marzo per commemorare i partigiani che hanno combattuto il comunismo nel secondo Dopoguerra – Foto: Omar Marques/Getty

La costruzione di un’autonomia dalle sfere d’influenza a oriente e a occidente si persegue ancora in Polonia. L’anno scorso, ad esempio, è stata inaugurata un’università privata, il Collegium Intermarium, che si propone di riunire una nuova élite conservatrice di accademici nello spazio tra mar Baltico, mar Nero e mare Adriatico. Alla base, le comuni radici cristiane e gli stessi valori, al di là delle specificità dei singoli paesi. Nella mission dell’istituto c’è la volontà di tornare allo sviluppo umano integrale in contrapposizione a un’educazione unidimensionale, di massa e diffusa. Evidente la critica al sistema di istruzione occidentale.

La guerra in Ucraina sta offrendo una nuova prospettiva alla visione della Polonia come Stato-cerniera. Lo scontro frontale con la Russia e il supporto quasi incondizionato offerto all’Ucraina hanno permesso a Varsavia di riacquistare un ruolo centrale nella geopolitica regionale. Ai tempi dell’Euromaidan, la stagione di proteste a cavallo tra 2013 e 2014 che ha provocato la cacciata del presidente dell’Ucraina Viktor Yanukovich, l’allora ministro degli Esteri polacco Radosław Sikorski, si era recato più volte a Kiev insieme all’omologo francese Laurent Fabius e quello tedesco Frank-Walter Steinmeier per trovare una situazione politica alla crisi. L’avvento di Diritto e Giustizia ha poi fatto tramontare il prestigio politico polacco e dal 2015 in poi le missioni europee per risolvere le controversie tra Russia e Ucraina hanno escluso Varsavia.

La centralità di un tempo sembra essere stata ritrovata con il conflitto di oggi. A inizio maggio Enrico Letta ha incluso la Polonia nel novero dei grandi Paesi europei che dovrebbero recarsi a Kiev e poi a Mosca per trovare una soluzione diplomatica al conflitto. Un’affermazione che oltre a suonare come una riabilitazione, ricolloca la Polonia nel suo ruolo di Paese cerniera tra Oriente e Occidente.

CREDITI

Autori

Fabio Turco

Editing

Lorenzo Bagnoli

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

Bandiere polacche durante l’annuale manifestazione dello scorso anno per i Soldati Maledettti che si celebra ogni 1 marzo
(Foto: Omar Marques/Getty)

Bandiere polacche durante l'annuale manifestazione dello scorso anno per i Soldati Maledettti che si celebra ogni 1 marzo per commemorare i partigiani che hanno combattuto il comunismo nel secondo Dopoguerra - Foto: Omar Marques/Getty

Il suprematismo bianco italiano in rete. Le strategie di reclutamento e l’ombra del terrorismo

19 Febbraio 2021 | di Gabriele Cruciata, Arianna Poletti

Nei meandri del deep web, protetti da un potente sistema di anonimato, decine di estremisti di destra italiani si ritrovano in una chat nascosta. Un buco nero – un forum dall’aspetto innocuo, l’unico in italiano tra una moltitudine di board in inglese – in cui tutti gli utenti inviano messaggi servendosi dello stesso pseudonimo, Lupo Lucio, come in un lungo monologo solitario. Il riferimento è alla trasmissione per bambini della “Melevisione”, ma in realtà i Lupi, come si chiamano tra loro, hanno ben poco di innocente. Condividono materiale di propaganda di ispirazione suprematista, e nella loro tana qualsiasi brutalità è concessa, anche perché identificare un utente è quasi impossibile.

C’è chi non crede alla Shoah, chi racconta che vorrebbe dare fuoco ad una moschea e chi invoca la guerra razziale. Tra una conversazione e l’altra, la violenza è normalizzata. Gli utenti sono uniti da un obiettivo comune: combattere il cosiddetto «genocidio dell’uomo bianco e italiano». Lupo Lucio si dice pronto a «morire per la causa», considera l’apartheid come «un momento geniale, basato su una reale e necessaria separazione dei popoli con creazione di aree di reclusione per i neri» o festeggia il compleanno di Hitler organizzando eventi online.

Alcuni messaggi estrapolati dal gruppo online di suprematisti bianchi – Scorri le immagini

Gli utenti raccontano anche un altro lato della loro vita. Scene di disagio sociale ed isolamento, dipendenza da internet, difficoltà nel rapporto con le donne. Un elemento frequente nelle chat e nei post di questi gruppi è il diario, in cui vari utenti raccontano delle proprie frustrazioni personali e spiegano come il senso di impotenza dovuto a una società circostante corrotta e immorale li porti a voler agire contro le minoranze che la avvelenerebbero. Le insoddisfazioni si sfogano nella preparazione, almeno a parole, di uno scontro imminente tra nord e sud, bianchi e neri, cristiani e musulmani. «Buongiorno Lupi, abbiamo la possibilità di partecipare in qualche modo alla crociata euroscettica o siamo destinati a rimanere completamente ininfluenti?», si chiede Lupo Lucio.

Nel buco nero, infatti, c’è anche chi è pronto a passare all’azione, come abbiamo raccontato in un omonimo podcast pubblicato da Storytel e vincitore del Premio Roberto Morrione 2020. L’odio online non rimane online.

Le teorie promosse da Lupo Lucio ricordano molto da vicino quelle espresse da Andrea Cavalleri, il 22enne savonese che lo scorso 23 gennaio è stato arrestato nell’ambito di un’operazione antiterrorismo. La polizia ha anche effettuato perquisizioni a dodici persone ritenute vicine a Cavalleri in altre città italiane. Secondo gli investigatori Cavalleri si ispirava al gruppo suprematista statunitense AtomWaffen Division e alle Waffen-SS naziste e aveva creato delle chat in cui si istigava alla violenza contro gli ebrei e le donne. Minacciava di compiere stragi a danno di ebrei e femministe e aveva anche scritto e pubblicato manifesti per incitare alla rivoluzione violenta contro lo Stato.

Questa operazione di polizia, come la chat dentro cui ci siamo infiltrati, rivelano un problema strutturale spesso sottovalutato nel nostro Paese. Le organizzazioni di estrema destra, che da qualche anno sono caratterizzate dalla fusione tra il retaggio storico nazifascista e l’ideologia suprematista d’ispirazione americana, negli ultimi anni sono state oggetto di numerose operazioni di polizia che hanno reso possibile lo smantellamento di progetti eversivi di estrema destra.

Buco Nero è il podcast d’inchiesta vincitore del Premio Morrione per il giornalismo investigativo e pubblicato di recente in esclusiva su Storytel, la prima piattaforma europea di audiolibri e podcast. Gli autori si sono infiltrati in un gruppo online di suprematisti bianchi che usano la Melevisione come copertura delle proprie conversazioni estremiste. Si può ascoltare qui.

Secondo i dati forniti dall’associazione Lunaria, che raccoglie le segnalazioni di episodi razzisti in Italia, tra il 2008 e il 2020 ci sono stati almeno 7.426 casi gravi e registrati di razzismo. A seguito di un aumento notevole dei crimini d’odio, nel 2010 il Ministero dell’Interno ha fondato l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), i cui dati però non vengono aggiornati dal 2018. Nel 2017 i crimini d’odio registrati sono stati 1.048, 300 in più rispetto all’anno precedente (736 nel 2016).

I dati dimostrano che il razzismo, la misoginia, l’antisemitismo e sempre più spesso l’islamofobia hanno radici profonde in Italia e sono considerati fenomeni in crescita e continua mutazione, anche grazie all’uso di internet. Fonti investigative raccontano che la sempre maggiore digitalizzazione della società rende più facile l’accesso a materiale estremista e dà una maggior impressione di impunità a chi offende o aggredisce.

Le stesse fonti investigative spiegano che uno dei fili rossi condivisi da chi si radicalizza online è l’isolamento. Si tratta spesso – raccontano – di giovani alienati, con difficoltà familiari, sociali o relazionali che trovano sfogo in un linguaggio e in delle azioni caratterizzate da forte violenza.

Ma in quale modo la diffusione di propaganda estremista sul web influenza l’aumento dei crimini d’odio? E poi: il suprematismo bianco di matrice americana è un problema anche in Italia?

Secondo sociologi e ricercatori che monitorano la diffusione della propaganda suprematista, la digitalizzazione della società ha dato una svolta netta e decisiva a quel fenomeno che gli esperti definiscono “percorso di radicalizzazione”, ovvero il processo che porta individui ordinari ad avvicinarsi a posizioni sempre più radicali e a sistemi di credenze che giustificano l’uso della violenza per scopi politici. L’Italia infatti non è certamente nuova al fenomeno dell’eversione di estrema destra, ma si trova ora ad affrontare una “materia nuova”, come l’ha definita Eugenio Spina, direttore della Polizia di prevenzione per il contrasto dell’estremismo e del terrorismo interno, facendo riferimento alle teorie suprematiste e a chi vi aderisce “radicalizzandosi” su internet.

Le forze di polizia negli ultimi anni hanno sventato vari progetti di attentati di natura suprematista che erano in fase di organizzazione in Italia. Nel novembre del 2019 un’operazione denominata Ombre Nere ha dissolto un gruppo di 19 suprematisti sparsi in varie città italiane che stavano organizzando la formazione del Partito nazionalista italiano dei lavoratori, apertamente antisemita e filonazista. Il gruppo aveva a disposizione molte armi da fuoco, tra cui fucili e carabine.

Il commissario capo della Polizia di prevenzione Beniamino Manganaro spiega che «Gli utenti si organizzavano servendosi di chat ristrette dove alcuni militanti parlavano espressamente della possibilità di procurarsi delle armi e di portare avanti un’attività di proselitismo, reclutamento e addestramento. Venivano somministrati veri e propri test per comprendere fino a che punto potesse giungere la loro radicalità». Allo stesso modo alcuni neofascisti stavano organizzando un’operazione dinamitarda contro la moschea di Colle Val d’Elsa, in provincia di Siena, prima di essere arrestati sempre nel novembre del 2019.

Anche in questo caso gli indagati avevano a disposizione armi e tritolo e, conferma la polizia, si servivano di una chat per organizzare un vero e proprio attentato. «Il fanatismo ideologico unito alla passione per le armi accomuna questi soggetti», conferma Manganaro.

Il tritolo dei fanatici di Colle Val d’Elsa proveniva da un’attività amatoriale di raccolta di tritolo da ordigni bellici inesplosi, mentre nel caso degli estremisti che volevano rifondare il partito fascista il reperimento delle armi era in capo a Pasquale Nucera, un ex ‘ndranghetista diventato informatore dei servizi segreti che aveva appoggi logistici in Francia ed era dotato di un finto distintivo di polizia francese che gli consentiva di fare su e giù con l’Italia.

Un altro caso significativo è quello dell’operazione Stormfront, che ha portato all’arresto dei frequentatori della parte italiana dell’omonimo sito, noto per essere il più grande sito di incitamento all’odio presente su Internet nonché fonte d’ispirazione di un noto personaggio della serie The Boys. Le persone colpite dall’operazione avevano finanziato il Ku Klux Klan e stavano programmando un’azione violenta contro la comunità rom. Oltre a questo, erano stati anche postati contenuti fortemente diffamatori e aggressivi nei confronti di vari personaggi pubblici tra cui l’ex sindaca di Lampedusa, Emanuele Fiano e Roberto Saviano. Questa operazione in particolare, insieme a quella più recente dello scorso gennaio, non fa che dimostrare il ruolo crescente di internet dove la propaganda estremista circola su chat, forum e applicazioni, favorendo il cosiddetto processo di radicalizzazione.

Gli stessi algoritmi dei principali social media portano l’utente da contenuti ritenuti accettabili a materiale progressivamente più estremo tramite un avvicinamento graduale e quasi impercettibile a video o immagini sempre più violente. Gli esperti definiscono questo processo con l’espressione “spirale di radicalizzazione”, e nonostante siti come YouTube o Facebook siano stati già da tempo invitati a porvi un freno modificando il funzionamento dell’algoritmo, è facile caderne vittima ancora oggi.

Foto: alcune armi sequestrate nell’ambito dell’operazione Ombre Nere

Come racconta il New York Times, è sufficiente cliccare su un video delle propaganda elettorale di Donald Trump e seguire i suggerimenti della piattaforma. Dopo tre o quattro video sulla propaganda politica dell’ex presidente americano, YouTube comincia a suggerire contenuti su complotti, leader del mondo americano del suprematismo bianco e video di sparatorie. L’esperimento ha portato il giornale americano a definire Youtube «uno dei più potenti strumenti di radicalizzazione disponibili su internet» . Anche su Facebook esiste una dinamica simile: se ci si iscrive a gruppi in sostegno di politici di destra e si seguono progressivamente i suggerimenti offerti dal social, si arriva rapidamenti all’interno di gruppi estremi come “Olocausto Italia”, in cui vengono postati contenuti violenti e articoli in sostegno di teorie del complotto spesso antisemite o razziste.

Ad ogni modo, non esistono soltanto i social per radicalizzarsi. Esiste infatti un ampio sottobosco digitale dove gli utenti possono trovare terreno fertile per le proprie posizioni politiche estreme. Tra le piattaforme principali utilizzate dai suprematisti bianchi di tutto il mondo ci sono gli imageboard, dei siti nati per la diffusione di manga giapponesi e rapidamente diventati il paradiso dei suprematisti e dei neonazisti, attratti dalla politica sulla privacy molto blanda adottata da questi siti.

Gli imageboard infatti non condividono o spesso neanche raccolgono le informazioni di chi vi naviga, rendendo quasi impossibile l’identificazione degli utenti. Per questo motivo sono diventati un elemento chiave della diffusione di teorie del complotto di stampo suprematista.

Il più famoso – il board 8chan, conosciuto anche come “il posto più oscuro di internet” – è stato usato per la diffusione di manifesti e manuali degli attentatori suprematisti bianchi. Dopo che nel 2019 tre attentati sono stati organizzati, condivisi e commentati su questo board – quello di Christchurch (Nuova Zelanda), di Pawey (Stati Uniti) e di El Paso (Stati Uniti) – 8chan è stato chiuso. Questo imageboard è stato fondato a 19 anni da Fredrick Brennan, utente di 4chan, proprio con l’obiettivo di creare un forum ancora più libero, senza moderatori. Anche se 8chan è stato oscurato, il mondo degli imageboard continua a popolarsi a partire proprio dal sito erede di 8chan: 8kun, tornato online nel novembre del 2019.

Gli imageboard sono conosciuti come il luogo di ritrovo preferito dai suprematisti americani. Ma l’Italia non è immune a questo problema. Ad esempio, Il 25 agosto 2019 un utente localizzato in Italia ha postato tre messaggi con cui avvertiva la community di un attacco previsto per il 30 agosto su un treno Roma-Milano. «Un giorno di questa settimana qualcosa di straordinario, il primo incidente di questo tipo, accadrà nel mio Paese. Sceglierò il treno più affollato e un numero considerevole di gente pagherà il pedaggio. Sono pronto a dare la mia vita per la causa», scriveva l’anonimo, la cui abitazione è stata perquisita pochi giorni dopo dalle forze di polizia. Ma la minaccia si è rivelata inconsistente.

L’Italia non è quindi immune dal terrorismo di matrice suprematista anche se, come fa notare la sociologa Barbara Lucini dell’istituto di ricerca dell’Università Cattolica di Milano ITSTIME (Italian Team for Security Terroristic Issues and Managing Emergencies), è necessario distinguere «il suprematismo bianco negli Stati Uniti, dove questa ideologia ha radici profonde culturali radicate nel contesto storico del Paese, dagli episodi di ispirazione suprematista a cui abbiamo assistito in Europa», dove chi aderisce invece si rifà a teorie di ispirazione neofascista o neonazista.

Per lei, uno dei primi è stato proprio in Italia: Luca Traini, autore della strage di Macerata nel febbraio del 2018. «Traini è un esempio interessante perché sembra aver agito da solo, nel senso che l’atto concreto è stato attuato esclusivamente da lui, ma in realtà viene da un retroscena socio culturale preciso», spiega Lucini.

Il problema – dicono gli esperti – è che il suo caso è stato raccontato come il delirio di un folle anziché come un preciso disegno stragista.

La versione del folle che si arma e spara è talmente diffusa che in ambito internazionale si parla spesso di lupi solitari per indicare attentatori che agiscono senza essere legati ad alcuna organizzazione riconosciuta come terroristica.

In Italia il caso di Traini è stato raccontato come il gesto di un folle che aveva agito per vendicare un precedente atto criminale consumatosi nella stessa Macerata pochi giorni prima. Secondo un pezzo scritto dal giornalista Valerio Renzi su Fanpage, questa definizione rischia di distogliere l’attenzione dal preciso background storico, culturale e ideologico all’interno del quale questi lupi solitari si muovono. Renzi scrive che «i lupi solitari non agirebbero se non avessero una rete di complicità, almeno ideologica, e un humus in cui trovarsi a proprio agio[…]. Nel caso di Traini si tratta di circuiti vicini a Forza Nuova che il 28enne frequentava – l’organizzazione neofascista invece di prendere le distanze ora si offre di pagare le spese legali definendolo addirittura come eroe -, nel caso di Casseri era Casapound».

Del resto già nel 2017 Jason Burke aveva scritto un lungo pezzo sul Guardian in cui si spiegava perché quello dei lupi solitari sia più un mito che non un fenomeno reale.

Anche l’ex Naziskin italo americano Christian Picciolini ha detto che «i lupi solitari non esistono, perché anche se non c’è un’affiliazione, queste persone comunque sono mosse e agiscono sulla scorta di ideali alimentati da organizzazioni spesso non riconosciute come terroristiche».

Il problema del paradigma del “lupo solitario” non è solo una questione accademica, ma ha dei precisi risvolti legali. Ad esempio, tanto nel caso dell’attentato di Oklahoma City quanto in quello compiuto dallo stesso Traini, gli autori delle violenze, pur facendo parte di una precisa area ideologica di estrema destra sono stati condannati per strage e non per terrorismo proprio perché mancava l’affiliazione ad un gruppo strutturato riconosciuto come terroristico.

Il direttore della polizia di prevenzione Eugenio Spina ha spiegato che l’impossibilità di indagare per terrorismo impedisce agli investigatori di utilizzare metodi investigativi più efficaci: «Questo avviene perché sono lupi solitari, cioè non fanno parte di alcun organizzazione, anche se i crimini che commettono sono senza dubbio atti di natura terroristica».

Ad oggi né l’Italia né l’Europa hanno inserito alcuna organizzazione di estrema destra nell’elenco di organizzazioni terroristiche.

Foto: alcune armi e bandiere sequestrate nell’ambito dell’operazione Ombre Nere | Editing: Giulio Rubino

Propaganda e scontro fisico: a Lesbo il palcoscenico dell’ultra destra identitaria

8 Maggio 2020 | di Lorenzo Bodrero, Leone Hadavi

A cavallo tra febbraio e marzo di quest’anno almeno 18 tra attivisti ed esponenti politici riconducibili all’ultra destra europea di sei Paesi dell’Unione Europea hanno raggiunto l’isola di Lesbo, cuore del capitolo più recente della crisi migratoria. Lo scopo? Documentare la crisi in corso sull’isola, dove sono stipati oltre 20 mila rifugiati, per ribadire la necessità di difendere i confini «dall’invasione dei migranti». La strategia, già collaudata in altre zone di frontiera come Bulgaria e Sicilia, prevedeva l’uso massiccio dei social network per veicolare il messaggio del “migrante invasore”. A Lesbo sono però andati oltre: alla campagna di disinformazione si è affiancato lo scontro fisico, diretto a giornalisti, volontari delle Ong e gruppi antifascisti.

Il raduno avvenuto sull’isola è stata anche l’occasione per rinvigorire la linea politica dell’ultra destra globale sul tema migranti. Ne è una dimostrazione la partecipazione, come vedremo, di esponenti politici nazionali ed europei.

L’inchiesta, basata su fonti aperte e firmata da Bellingcat, Newsy e Lighthouse Reports, si è concentrata sul monitoraggio dei social media e ha rivelato che tra i più attivi vi erano personaggi riconducibili al movimento identitario di Francia, Germania, Olanda, Belgio, Svezia e Austria. Non è passata inosservata l’assenza degli identitari italiani. Generazione Identitaria in Italia sembra infatti riscuotere sempre meno successo: dopo i flashmob anti-invasione a Calais (2016) e a Bardonecchia (2018) e dopo lo scarso successo della nave C-Star (2017), a Lesbo non è stato possibile rintracciare nessun italiano partecipare a un appuntamento tanto fondamentale per l’estrema destra identitaria europea.

L’escalation della violenza

Dal 2015 Lesbo è uno dei fronti più caldi della crisi migratoria. I dieci chilometri di acqua che la separano dalla Turchia rendono l’isola una destinazione naturale per i rifugiati che dalla Siria e dall’Afghanistan intendono raggiungere l’Europa. Da allora il flusso è continuo. L’accordo del 2016 tra Ue e Turchia, siglato con lo scopo di trattenere il flusso di rifugiati proprio in Turchia, ha però di fatto congelato la loro posizione e trasformato l’isola in un grosso campo profughi.

Il già fragile equilibrio si è rotto a metà febbraio quando le autorità greche hanno annunciato la volontà di costruire nuovi campi e di espandere quelli esistenti, inviando reparti di polizia antisommossa sulle isole di Lesbo e di Chios. Pochi giorni dopo l’isola è stata teatro di scontri tra residenti e rifugiati in cui sono stati coinvolti anche giornalisti e operatori delle Ong. La situazione è degenerata il 29 febbraio quando Erdoğan ha dichiarato che non ci sarebbero stati impedimenti all’attraversamento della frontiera con la Grecia: quasi 150 mila migranti, secondo le autorità turche, avrebbero attraversato il confine.

Il malcontento che da allora regna sull’isola è la condizione ideale da sfruttare in particolare per gli Identitari, il movimento ultra-conservatore nato in Francia e che in pochi anni ha raccolto solidi consensi in Europa e negli Stati Uniti. È in queste settimane, infatti, che a Lesbo e in altre parti lungo il confine greco-turco si registra la presenza di esponenti dell’estrema destra europea.

Estrema destra, destinazione Lesbo

Come Stefan Bauer, consigliere comunale di Rosenheim (in Baviera, la regione più conservatrice della Germania) nelle fila del partito di estrema destra Alternativa per la Germania (Afd) e il cui canale YouTube è tra i più seguiti nel panorama neo-fascista in Germania [img 1]. Oliver Flesch, anche lui influente youtuber e negazionista dell’Olocausto, coinvolto negli scontri con gruppi antifascisti. Di nazionalità tedesca è anche Robert Prost, anche lui youtuber e vlogger (autore di video blog, nda). Nei suoi post è solito minacciare di morte i migranti e secondo fonti giornalistiche sarebbe tenuto sotto stretta sorveglianza dalla polizia federale tedesca per la sua predisposizione alla violenza e la passione per le armi.

Ai primi di marzo sull’isola c’era anche il parlamentare svedese Jimmie Åkesson – euroscettico leader del partito di estrema destra Democratici svedesi e compagno di scranno di Giorgia Meloni al Parlamento europeo nel Gruppo dei Conservatori e Riformisti Europei – intento a distribuire volantini con scritto «non venite in Svezia, siamo già pieni di rifugiati e non vi daremo né soldi né casa».

I panni del giornalista li hanno vestiti anche Clément Martin e Jeremie Piano, francesi, figure di spicco di Génération Identitaire, il principale gruppo giovanile identitario.

L’uso massiccio dei social network e le interviste che conducono nei panni di “giornalisti” rientrano infatti in uno degli obiettivi del movimento identitario: informare l’Europa sull’invasione in corso.

Le nuove destre: gli Identitari

Génération Identitaire è la sintesi di un’ideologia politica presente da quasi vent’anni su entrambe le sponde dell’Atlantico. Formalizzato in Francia nel 2003, il gruppo si definisce un movimento «apolitico», parola chiave per comprendere le distanze che fin dalla nascita prende dai partiti di destra storici, come il Front National. Ma i principi in comune sono tanti. A partire dall’opposizione al concetto di immigrazione. Sul quale però gli identitari vanno oltre: l’assioma è concentrato nell’impossibilità di integrazione con i migranti. L’identità territoriale si eredita, non si acquisisce. Tra i loro obiettivi, il voler salvare l’Europa dall’imminente catastrofe: la “sostituzione etnica”.

La soluzione che propongono è molteplice: anzitutto bloccare i confini; in secondo luogo, abrogare il diritto al «ricongiungimento familiare», di fatto mutando lo status dei migranti in clandestini; quest’ultimi, infine, vanno «espulsi sistematicamente» insieme ai criminali. Una deportazione di massa su cui, suggeriscono, debba presiedere il «Ministero dell’identità, per istituzionalizzare lo spirito di riconquista».

Nel loro programma dichiarano «guerra contro tutte le persone che vogliono strapparci le nostre radici e farci dimenticare chi siamo», mentre l’immigrazione altro non è che un «meticciato imposto». Su The Atlantic, i giornalisti di IrpiMedia Lorenzo Bagnoli e Alessia Cerantola hanno raccontato il modo in cui l’ideologia identitaria in Italia abbia trovato nella Lega di Matteo Salvini il suo sbocco naturale: stessa tensione verso i valori della famiglia tradizionale, stessa concezione della migrazione come sostituzione etnica, stessa vocazione al movimentismo “anti-establishment”. Le loro battaglie comuni riguardano temi come l’aborto, il femminismo, le società multietniche, l’omosessualità, l’eutanasia. Visioni che la Lega “di governo” ha cercato di smussare ma che restano radicate nella Lega “di movimento”.

Il pensiero identitario, come raccontato da The Ground Truth Project, ha creato convergenze politiche tra le destre di tutto il mondo, la cui ascesa è stata interrotta bruscamente dalla nuova emergenza sanitaria globale del Covid-19. Il fenomeno, che negli Stati Uniti è conosciuto come alt-right (destra alternativa), ha dominato il dibattito pubblico dell’ultimo anno ed è la ragione per cui raduni informali come quelli avvenuti a Lesbo diventano tanto importanti per tracciare la mappa delle alleanze nella destra europea.

A oggi il movimento si espande in Austria, Germania, Olanda, Belgio, Svezia e Italia, in sezioni più o meno numerose.

L’inchiesta

L’inchiesta dei centri Bellingcat, Newsy e Lighthouse Reports è stata interamente realizzata analizzando le piattaforme social dei personaggi più rilevanti nel panorama dell’alt-right europeo.

Dall’analisi dei social network di Clément Martin e Jeremie Piano emerge che si trovano presso il campo profughi di Moria, a Lesbo, a partire almeno dall’8 marzo.

Negli stessi giorni è presente sull’isola anche Jean-Eudes Gannat, ex membro del Front National francese di Le Pen. Secondo il suo account Facebook si trovava a Lesbo il 10 marzo quando ha visitato il campo di Moria dove ha incontrato dei vigilantes locali, responsabili delle violenze contro i migranti nelle settimane precedenti, tramite un uomo chiamato Makis.

È probabile che si tratti di Makis Pavlellis, uno pseudo-giornalista i cui contenuti anti-migranti sono condivisi da molte personalità della destra greca ed europea. I due sono amici su Facebook. Gannat, in un articolo pubblicato sul magazine conservatore Breizh Info, pubblica le foto scattate dallo stesso Pavlellis [img 2-3] con le quali accusa i migranti di Moria di profanare le chiese e di uccidere le pecore dei pastori dell’isola.

Sfoglia le immagini

Di particolare rilevanza è la presenza dei tedeschi Mario Müller e Johannes Scharf (conosciuto online con lo pseudonimo “Jonathan Stumpf”). Il primo è membro degli identitari tedeschi e dell’organizzazione giovanile del Partito Nazionaldemocratico di Germania (NJ) nonché giornalista del magazine di estrema destra Compact. Il secondo, oltre a militare per l’NJ, è fondatore e presidente della Nova Europa Society, gruppo che indica nella creazione di un “etno-stato bianco” la soluzione ai problemi moderni. Anche loro sono a Lesbo in veste di “giornalisti indipendenti” e sembrano in solidi rapporti con la destra locale ed europea. Una foto [img 4] li immortala infatti insieme a due identitari di spicco austriaci: Stefan Juritz (capo editore del sito identitario dietagesstimee.at) e Fabian Rusnjak (di Generazione Identitaria Austria).

La permanenza sull’isola di Müller e Scharf è però breve: arrivano a Lesbo il 5 marzo ma sono costretti a rientrare in Germania tre giorni dopo a seguito di una ferita alla testa riportata da Scharf durante uno scontro con gruppi antifascisti [img di copertina].

I numeri e la terminologia del movimento identitario

Poco dopo l’attentato in cui il 15 marzo 2019 sono state uccise 51 persone in una moschea e in un centro islamico a Christchurch, Nuova Zelanda, il think-tank londinese Institute for Strategic Dialogue (Isd) ha avviato una ricerca per comprendere la diffusione online del movimento estremista di destra.

Lo studio, denominato The great replacement – the violent consequences of mainstream extremism (La grande sostituzione, le conseguenze violente dell’estremismo di massa) prende il nome dal manifesto circa, appunto, la grande sostituzione etnica e il genocidio bianco che da qualche anno circola tra i seguaci del movimento globale ultra nazionalista e identitario.

Secondo la ricerca sarebbero oltre 70 mila i seguaci degli account Twitter ufficiali riconducibili al movimento Génération Identitaire, 11 mila quelli su gruppi Facebook, 30 mila i membri di canali Telegram e 140 mila gli utenti registrati sui canali YouTube.

Il concetto della “grande sostituzione” fa perno sulla convinzione che le popolazioni europee stiano subendo un avvicendamento dal punto di vista etnico e culturale a favore dei migranti e delle comunità minori. In particolare, la comunità musulmana (ma non solo) è vista come incompatibile con la vita della maggior parte dei Paesi occidentali. L’espressione «genocidio bianco» ne è una diretta conseguenza: un lento sterminio, appunto, dell’etnia “bianca” causato dai fenomeni quali la migrazione, l’integrazione e l’aborto. Le due ideologie sono spesso affiancate all’espressione “Eurabia” – utilizzata in più occasioni anche dal terrorista norvegese Anders Breivik – secondo cui l’Occidente sta lentamente passando sotto il dominio islamico. La soluzione proposta è riassunta invece nella «ri-emigrazione», una deportazione di massa delle comunità migranti verso i rispettivi Paesi di origine, con l’intento di ritornare a una società omogenea dal punto di vista etnico. Di fatto, scrivono i ricercatori di Isd, una «pulizia etnica legalizzata».

«Oggi – chiosa il think tank di Londra – il concetto di “grande sostituzione” è centrale nell’ideologia e nelle campagne promosse da Génération Identitaire».

La loro presenza sull’isola non era un segreto: Dimitrios Papageorgiou, altro pseudo-giornalista di base ad Atene, nel pubblicare una foto di un gruppo di Identitari impegnati a Evros, provoca un commento di Dimitris Grillas il quale assicura, e la data è 4 marzo, che «un’altra squadra sta arrivando a Mitilene», ossia nella zona del porto di Lesbo [img 12]. Chi è Grillas? E come fa sapere dell’arrivo della coppia Muller-Scharf a Lesbo il giorno dopo?

Dal suo account Facebook, molto privato, risulta che Grillas viva vicino ad Atene ma che sia nato a Berlino e che sia proprietario di Werewolf Europa Streetwear, negozio online per la vendita di magliette dal chiaro stampo apologetico. Il suo nome scritto in caratteri greci porta alla luce la sua militanza tra le fila del Fronte Nazionale ellenico, per cui è stato anche candidato nelle elezioni europee del 2014 [img 7-8]

Identitari italiani, i grandi assenti

Degli Identitari italiani, però, a Lesbo non c’è traccia. Generazione Identitaria (GI), gruppo nato nel 2015 dalla casa madre francese, è la grande assente sull’isola. «È un movimento prettamente nord-europeo, in Italia non ha molto seguito», spiega Elia Rosati, autore di Casa Pound Italia – Fascisti del terzo millennio e docente a contratto di storia contemporanea presso l’Università degli studi di Milano. «È un modello che da noi non funziona, ci sono già realtà, come per esempio CasaPound, che sono in grado di dare rifugio politico ai neo-fascisti. I nuclei forti sono in Belgio, Olanda, Francia e Germania perché, diversamente che da noi, lì l’apologia del fascismo è meno grave di quanto non lo sia in Italia».

L’assenza fisica dei militanti italiani lungo il confine greco-turco è però compensata da un trampolino ideologico offerto alle nuove destre europee. Un’ispirazione intellettuale, per la transizione dalla tradizione del fascismo storico a quella della nuova destra sociale.

Punto d’incontro tra il vecchio e il nuovo è Roma, dove il 28 febbraio di ogni anno una cerimonia e una marcia ricordano l’uccisione di Mikis Mantakas, militante greco del Fronte universitario d’azione nazionale ucciso nel 1975 nella Capitale. È qui che insieme a militanti provenienti da tutta la penisola troviamo, tra gli ospiti d’onore, Giannis Nikolopoulos – figura cardine del Fronte Nazionale greco – e Hervé van Laethem – presidente del partito belga Nation [img 5-6].

Nation è anche promotore della creazione di gruppi informali per facilitare la presenza di estremisti di destra e Identitari lungo il confine greco-turco durante le settimane più calde della crisi. Ne sono un esempio i comitati Europa Azione Solidarietà che si prefiggono di «aiutare i patrioti greci che si oppongono all’invasione del loro paese e il nostro continente» inviando «attivisti europei per organizzare varie attività in loco» Tra i loro obiettivi figura il dover «informare l’opinione pubblica su ciò che sta realmente accadendo in Grecia in relazione all’invasione migratoria».

Generazione Identitaria, ramo italiano, nasce poco dopo la sua controparte francese e ottiene popolarità in breve tempo. Altrettanto velocemente segue, tuttavia, una rapida perdita se non di consensi certamente di partecipazione. Nel 2017, GI prende parte alla missione marittima del progetto Defend Europe con la nave C-Star che per cinque giorni naviga le acque antistanti la Libia per dissuadere le navi delle Ong dal salvare i migranti del mare [img 9-10]. È il momento di maggiore popolarità del movimento.

Da allora, del braccio italiano degli Identitari comincia a perdersi traccia. L’anno successivo organizza un flashmob sul confine Italia-Francia per impedire ai migranti di attraversare il confine alpino, a cui partecipano poche decine di militanti. Sempre del 2018, a febbraio, è una conferenza stampa organizzata al Parlamento Europeo, su invito dell’europarlamentare Mario Borghezio e dell’allora eurogruppo Europa delle Nazioni e della Libertà, a cui assiste uno sparuto numero di giornalisti. L’ultimo post del sito web di GI è datato luglio 2019. IrpiMedia ha contattato GI per chiedere un commento ma senza successo.

Share via