Le armi tedesche alla Russia

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Le armi tedesche alla Russia
Frederik Richter

A lla fine del 2011, negli uffici di Dusseldorf di Rheinmetall, il colosso tedesco degli armamenti, c’era di che festeggiare. Una tanto attesa commessa era finalmente arrivata da Mosca, ed era stata accolta con grande entusiasmo. Era la conferma dell’ordine per la costruzione di un centro di addestramento per l’esercito russo nella città di Mulino, a circa trecento chilometri a est di Mosca, del valore di cento milioni di euro.
Una volta ultimato, il centro avrebbe potuto ospitare fino a 30mila soldati ogni anno, che avrebbero potuto addestrarsi, fra le altre cose, alla guerriglia urbana casa per casa.

Secondo la stessa Rheinmetall, in un comunicato stampa del novembre 2011, la commessa era di «particolare importanza strategica» perché era il primo passo per entrare nel mercato russo, il primo di molti, speravano i dirigenti.

In quel periodo il governo federale tedesco era particolarmente focalizzato sul sostenere le esportazioni e le forze armate tedesche stavano ancora cercando di metter su una specie di partnership con quelle russe. Dieci anni dopo, nell’autunno del 2021, l’armata rossa si stava allenando proprio in quello stesso centro per preparare la brutale invasione dell’Ucraina e per apprendere le tattiche adatte al tipo di guerriglia urbana che ha preso forma in città come Mariupol.

Purtroppo per Rheinmetall, le cose non sono andate come speravano. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il gruppo di Dusseldorf ha dovuto rinunciare alle sue ambizioni, ma fino ad allora l’ingresso nel mercato russo era talmente importante per l’azienda tedesca che, secondo le ricerche fatte da Correctiv e Welt, potrebbero aver preso in considerazione di facilitare la firma del contratto con delle tangenti.

Un’indagine ufficiale infatti, condotta dalla procura di Brema, aveva messo sotto inchiesta due manager del gruppo Rheinmetall per il pagamento, tramite un’azienda “di carta”, di 5,38 milioni di euro diretti verso soggetti russi non meglio identificati.
I due sono stati imputati per malversazione, o uso illecito di fondi dell’azienda, nel luglio 2019.

A Brema, Rheinmetall ha una presenza importante, e costruisce componenti elettroniche per i centri di addestramento, oltre che simulatori per equipaggi di sottomarini e molto altro.

Il procedimento penale però si è fermato l’anno successivo senza riuscire a provare l’effettivo pagamento di tangenti, e i due manager hanno patteggiato l’accusa di uso improprio di fondi, costretti al pagamento di un’ammenda da 12mila euro a testa.
Rheinmetall non ha risposto per ora alle domande di Correctiv, spiegando che troppi impiegati erano assenti per via delle vacanze di Pasqua.

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Esercitazioni russe nel campo di addestramento di Mulino – Foto: Ministero difesa russo
In Italia, la costola di Rheinmetall più importante è la fabbrica RWM Italia di Domusnovas, in provincia di Cagliari, azienda con sede legale a Brescia. Fino alla revoca della licenza per le esportazioni avvenuta a gennaio 2021, RWM ha venduto munizioni che le forze aeree saudite hanno usato contro i ribelli Houthi in Yemen. La guerra, ormai in corso da otto anni, è diventata un affare personale per il controverso principe Mohammed Bin Salman, erede al trono dell’Arabia Saudita. A guadagnare terreno però sono i suoi avversari, sostenuti dall’Iran.

RWM Italia è coinvolta in almeno due procedimenti penali. A Cagliari, il 25 marzo la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio dei vertici di RWM Italia e dei tecnici che hanno lavorato a un piano di ampliamento della fabbrica che secondo le accuse sarebbe irregolare. L’indagine è scaturita da un esposto di diverse organizzazioni del mondo pacifista ed ecologista e il 29 giugno ci sarà l’udienza preliminare davanti al giudice Manuela Anzani. A Roma invece la Procura ha aperto da tempo un fascicolo a carico dei vertici di RWM Italia e dell’Autorità nazionale per l’esportazione di armamenti (Uama), unità che appartiene al Ministero degli Esteri. Secondo diverse organizzazioni non governative internazionali, ci sono elementi che farebbero ipotizzare l’uso di armi prodotte dalla fabbrica di Domusnovas nell’attacco aereo al villaggio di Deir al-Hajari, nel 2016. La Procura di Roma è stata incaricata di accertare le eventuali responsabilità dell’azienda in questo episodio ma poi per due volte ha chiesto l’archiviazione. La Giudice delle indagini preliminari Roberta Conforti a febbraio 2021 ha accolto il ricorso delle organizzazioni pacifiste a che entro sei mesi fossero raccolti gli elementi di prova per completare il rinvio a giudizio. A marzo 2022 però la Procura di Roma ha per una seconda volta chiesto che il procedimento venisse archiviato.

Il quadro sulle spese militare e i numeri di RWM Italia

Il fatturato di RWM Italia tra il 2019 e il 2020, secondo i dati dell’osservatorio Top Aziende del Quotidiano nazionale, è passato da 116 a 140,7 milioni di euro. Anche la produzione ha registrato un aumento. La tendenza del mercato degli armamenti è a livello globale in crescita. Lo Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), il più importante centro di ricerca che si occupa di spese militari a livello globale, osserva che la spesa mondiale ha raggiunto nel 2021 la cifra complessiva di 2.113 miliardi, ossia lo 0,7% in più del 2021 e il 12% in più del 2011. Quindici paesi totalizzano l’81% delle spese militari. Tra questi compare anche l’Italia, che si trova all’undicesimo posto della classifica con 32 miliardi di euro (+4,6% contro una media dell’Europa occidentale del +3,1%).

Il 31 marzo è stato licenziato e convertito in legge quello che i giornali hanno chiamato “il Decreto Ucraina”, un pacchetto di misure attraverso cui il governo italiano incrementerà le spese militari fino al 2% del Pil allo scopo di aiutare l’Ucraina a opporsi all’invasione della Russia. «Il decreto legge prevede la partecipazione, fino al 30 settembre 2022, di personale militare alle iniziative della NATO per l’impiego della forza ad elevata prontezza, denominata Very High Readiness Joint Task Force (VJTF)», si legge nella scheda con le Disposizioni urgenti sulla crisi in Ucraina pubblicata sul sito della Camera. «Si prevede, inoltre, fino al al 31 dicembre 2022 la prosecuzione della partecipazione di personale militare al potenziamento dei seguenti dispositivi della NATO: a) dispositivo per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza; b) dispositivo per la sorveglianza navale nell’area sud dell’Alleanza; c) presenza in Lettonia (Enhanced Forward Presence); d) Air Policing per la sorveglianza dello spazio aereo dell’Alleanza». Tra gli altri punti chiave del Decreto legge c’è «la cessione di mezzi ed equipaggiamenti militare all’Ucraina, a titolo gratuito non letali di protezione».

Non è raro che in Germania, come anche in Italia, le indagini per corruzione internazionale arrivino a un punto morto, con conseguenze minime o nulle per i soggetti indagati. Lo conferma anche un’ulteriore analisi fatta da Correctiv, assieme Die Welt e Ippen Investigativ, su tutti i casi di questo tipo finiti nelle corti tedesche fra il 2015 e il 2020.

Mascherare il pagamento di tangenti nel caso di contratti internazionali è infatti una prassi molto ben “testata”, e dimostrare che i fondi trasferiti siano effettivamente finiti in mano a un pubblico ufficiale straniero è estremamente complesso e difficile da investigare, anche nella piena collaborazione fra forze di polizia di diversi Paesi. È per questo che spesso i procuratori preferiscono procedere per uso improprio di fondi, per poter almeno sanzionare i flussi di denaro diretti verso destinatari non identificabili con chiarezza all’estero. Purtroppo molte di queste indagini finiscono archiviate con il pagamento di ammende relativamente basse.

I casi giudiziari analizzati contengono oltre 80 casi di sospetta corruzione internazionale, incluso quello di Brema contro Rheinmetall. Negli ultimi anni, la procura di Brema è infatti fra quelle che più di tutte le altre in Germania si è impegnata a indagare casi di questo tipo.

Dimostrare che i fondi trasferiti siano effettivamente finiti in mano a un pubblico ufficiale straniero è estremamente complesso e difficile da investigare, anche nella piena collaborazione fra forze di polizia di diversi Paesi.

Sospetti di corruzione a Rheinmetall

Gli investigatori di Brema avevano avuto maggior successo in un altro caso, precedente, che non era arrivato all’attenzione della stampa: nel 2013 e nel 2014 impiegati di Rheinmetall nelle Filippine avrebbero corrotto il capo dell’accademia navale del paese per ottenere una commessa per un simulatore per il centro di addestramento degli equipaggi navali.
A dicembre 2018, Rheinmetall ha negoziato in merito un’ammenda di circa tre milioni di euro, più o meno equivalente all’intero profitto che avrebbe ottenuto illegalmente tramite questo accordo sottobanco.

Nel 2014, la procura di Brema aveva già multato il colosso degli armamenti tedesco per ben 37 milioni di euro, in connessione a una commessa da parte della Grecia, che nel 2000 aveva comprato da Rheinmetall 134 milioni di euro di armamenti antiaerei. Nonostante ci siano voluti ben 14 anni, alla fine i magistrati sono riusciti a dimostrare che l’azienda non aveva fatto abbastanza per prevenire la corruzione dei funzionari greci che hanno gestito il contratto.
All’epoca, l’azienda ha dovuto promettere di aggiornare il suo sistema di compliance interno e, in un’intervista di fine 2014, l’amministratore delegato di Rheinmetall Armin Papperger, aveva dichiarato che «infrazioni sistematiche non avverranno più in futuro»

Ma nonostante le promesse, Rheinmetall ha continuato a contare su transazioni opache nella gestione delle sue commesse, come Correctiv e Stern avevano già scoperto nel 2018. Il gruppo aveva infatti pagato al businessman libanese Ahmad El Husseini la sconcertante cifra di 15 milioni di dollari come “consulenza” per appianare un problema sorto riguardo il funzionamento dei cannoni per le navi della marina militare degli Emirati Arabi. El Husseini avrebbe usato i suoi agganci politici negli Emirati per trovare un accordo, e forse anche il denaro di Rheinmetall?
L’azienda nega con forza questa ricostruzione e anzi sostiene di essersi dotata di un moderno ed efficace sistema di “compliance”. Ogni sospetto è immediatamente analizzato, sostengono.

Un’industria bellica a rischio corruzione

Rheinmetall non è un caso isolato nel mondo dell’industria della difesa tedesca. Nel 2018 ad esempio, Airbus ha pagato 81,25 milioni di euro in connessione alla vendita di aerei da guerra Eurofighter all’Austria. Gli inquirenti di Monaco hanno a lungo indagato il caso, sospettando che si trattasse di una tangente, ma non sono riusciti a chiarire i movimenti precisi della somma di denaro in questione. Anche molti dei contratti del reparto navale di ThyssenKrupp sono stati indagati, fra cui una vendita di sottomarini a Israele e una di fregate all’Algeria.

Con la guerra in Ucraina inoltre, l’export di armi tedesche vedrà probabilmente un notevole incremento. I paesi dell’Est-Europa in particolare si stanno armando, e dovranno presto ricomprare quei materiali e mezzi che sono stati inviati in Ucraina. Anche prima della guerra in corso comunque, Rheinmetall aveva già ricevuto un ordine dall’Ungheria per mezzi di trasporto truppe “Lynx”, del valore di oltre due miliardi di euro. In futuro, questi stessi mezzi saranno prodotti direttamente in Ungheria, per altri clienti del gruppo tedesco.

In Germania, il governo federale riserva relativamente pochi fondi al suo stesso esercito, eppure ha sempre supportato con i suoi canali diplomatici l’esportazione di armamenti. L’allora ministro della difesa Thomas de Maizière nel 2011 andò a Mosca proprio per offrire all’esercito russo il know-how tedesco sugli armamenti. Poco più tardi, a Rheinmetall è arrivata la famosa commessa per il centro d’addestramento da 500 chilometri quadrati costruito a Mulino, che a sua volta è modellato su quello costruito per l’esercito tedesco in Sassonia.

«Abbiamo un interesse di sicurezza ad avere un esercito russo moderno e ben gestito» ha dichiarato De Maizière all’epoca. Raggiunto da Correctiv oggi, ha invece dichiarato che già allora era in realtà piuttosto scettico rispetto al contratto di Rheinmetall. «Il gruppo però voleva moltissimo quella commessa», ha dichiarato.

Nel 2013, cinque anni dopo l’invasione della Georgia da parte della Russia, a nove soldati russi era stato permesso di addestrarsi per alcuni mesi nel centro di addestramento Rheinmetall in Sassonia, a spese del Bundeswehr, l’esercito tedesco. Ufficialmente, la mossa doveva, secondo il ministero della difesa tedesco, rappresentare uno «scambio di esperienze e di valori». Come molte delle speranze un po’ ingenue di Berlino, anche questa sembra essere stata disattesa, almeno a guardare le immagini che arrivano da Bucha e da altri teatri di guerra in Ucraina.

Esercitazioni russe nel campo di addestramento di Mulino – Foto: Ministero difesa russo
Anche le speranze di Rheinmetall però, che arrivassero molte altre commesse dal Cremlino, non si sono avverate. Dopo l’annessione della Crimea nel 2014, il governo federale ha bloccato il contratto con la Russia, impedendo il continuamento della costruzione del centro di addestramento. Da allora, la Russia ha dovuto completarlo con le sue forze.

È molto probabile che le truppe di Vladimir Putin si siano addestrate all’invasione dell’Ucraina proprio in quel centro di addestramento, inizialmente venduto alla Russia dalla Germania. Lo scorso settembre, il presidente russo l’ha visitato di persona, per partecipare agli addestramenti congiunti degli eserciti russo e bielorusso. Un programma di addestramento chiamato “Zapad 2021”, cioè “Ovest 2021”, un nome che già allora indicava la direzione in cui Putin voleva spingersi.

E Rheinmetall, dal canto suo, ancora non ha del tutto interrotto i rapporti con la Russia. Secondo l’ultima relazione annuale del gruppo, una joint venture messa in piedi dall’azienda di Dusseldorf a Mosca per la gestione del centro di addestramento sarebbe ancora attiva, registrando un profitto di 35mila euro nel 2020.

CREDITI

Autori

Frederik Richter

Traduzione ed editing

Giulio Rubino

In partnership con

CORRECTIV, Welt am Sonntag

Dalla tonnellata al grammo, la rete di distribuzione europea dei Boviciani di San Luca

Dalla tonnellata al grammo, la rete di distribuzione europea dei Boviciani di San Luca

Cecilia Anesi
Margherita Bettoni
Giulio Rubino

Èuna sera di ottobre 2018 e Sebastiano Giorgi sta ballando un lento assieme ad un compare rumeno in un elegante night club di Stoccarda. Le due escort che li accompagnano li guardano dal tavolino ingombro dei resti della cena. Ma il gruppetto ha molta meno privacy di quanto non creda. Sono infatti pedinati da agenti di polizia tedesca, che non li perdono di vista da giorni convinti che siano lì per concludere una compravendita di cocaina. In realtà, quella sera, l’attenzione era tutta sulle escort e sui balli, un giro d’affari del romeno a cui Sebastiano appariva piuttosto interessato.

Le autorità tedesche e le procure italiane infatti, tenevano sott’occhio Sebastiano Giorgi, soprannominato “Bacetto”, da anni. Personaggio emergente nella scacchiera della ‘ndrangheta transnazionale, aveva costruito la sua base operativa nella pittoresca cittadina di Überlingen sul lago di Costanza, dove gestiva un ristorante sul lungolago a due passi dalla piazza centrale.

Bacetto chiaramente era ben più di un semplice ristoratore. Secondo una operazione della Dia (Direzione Investigativa Antimafia) di Torino e della polizia tedesca, battezzata Platinum, la sua vera missione a Überlingen era gestire il ramo nord-europeo di un business milionario di narcotraffico dall’America Latina all’Europa.

È a San Luca, la capitale spirituale della ‘ndrangheta, che origina la famiglia dei Giorgi “Boviciani”, nomignolo per distinguerli dagli altri Giorgi della stessa area. Da questo paesino arroccato nell’Aspromonte, stretto tra le fiumare, i monti e il mare, i Giorgi Boviciani hanno stretto alleanze strategiche con alcune delle più potenti famiglie di ‘ndrangheta, formando un cartello di compratori e distributori di cocaina.

Dalla sua base tedesca Bacetto ha poi esteso la rete alleandosi con gruppi internazionali, come i rumeni e gli albanesi, che volevano entrare nell’affare.

La storia dei Boviciani getta una luce su quello che spesso è un angolo cieco nelle ricostruzioni dei giri di narcotraffico. Infatti secondo le indagini i Giorgi si occupavano tanto di distribuzione “all’ingrosso” quanto di vendite più minute, e le intercettazioni rivelano la relativa differenza di peso e rispetto accordata a ciascun cliente.

La ‘ndrangheta, oramai è noto, ha tentacoli che si estendono ben oltre l’Europa. È stretta alleata dei cartelli colombiani e messicani, ha broker in Paraguay e Uruguay e può contare sull’appoggio del Primeiro Comando da Capital in Brasile. I suoi carichi arrivano in continuazione ai porti di Anversa in Belgio, Rotterdam in Olanda e Amburgo in Germania, spesso facendo tappa sulle coste dell’Africa occidentale.

In questa serie di due puntate, firmata da IrpiMedia e OCCRP, vedremo come funziona la rete del narcotraffico della ‘ndrangheta dall’interno. Il primo capitolo racconta ciò che avviene in Europa, una volta che la cocaina è arrivata, la seconda parte invece guarda al lato più internazionale dell’organizzazione, attraverso le storie di alcuni dei suoi maggior broker, fornitori e i porti dove la corruzione permette ai narcos di non fermarsi mai.

Emerge così una rete composta da cartelli di diverse nazionalità: albanesi, rumeni, serbi, colombiani, messicani e brasiliani attivi in diversi porti come Rotterdam e Anversa che lavorano con e per la ‘ndrangheta tanto in Europa quanto in America Latina e in Africa occidentale.

Il cinque maggio scorso l’operazione Platinum della Dia di Torino, in collaborazione con la Procura di Costanza in Germania, ha portato a 32 arresti in Italia e Germania. «Una brutta giornata per il lato oscuro del potere», per dirlo con le parole del procuratore di Costanza Johannes-Georg Roth.

Per Bacetto le danze erano finite da un pezzo. Ricercato in Italia dal 2012, viveva al sicuro in Germania, ma la rete aveva iniziato a stringersi intorno a lui già quando la Dia aveva scoperto che la famiglia Giorgi stava usando la provincia di Torino come pit-stop per i viaggi tra Calabria e Germania.

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A luglio 2019, pochi mesi dopo la serata all’elegante locale di Stuttgart, Bacetto è stato trascinato dai carabinieri fuori da una Fiat Panda con i vetri oscurati nei dintorni di San Luca. Un parente lo aveva descritto, scherzando, come un pigro: «Si sveglia presto la mattina, poi si prende il caffè e poi si corica di nuovo». Quel giorno di luglio Bacetto era finito come un sonnambulo tra le braccia del posto di blocco.

I Giorgi alias Boviciani

Nonostante la posizione eccellente proprio di fronte alle sponde del Lago di Costanza, il ristorante di Sebastiano Giorgi, il “Paganini”, ha per lo più pessime recensioni. Online si leggono commenti del tipo “insalata terribile” o “pessimo rapporto qualità-prezzo”, anche se un cliente gli concede almeno “camerieri cordiali”.

Ma le recensioni, che posizionano su Tripadvisor il Paganini al penultimo posto su 62 ristoranti a Überlingen, sarebbero forse state meno taglienti se gli autori avessero saputo che il posto era gestito da una ‘ndrina potente e saldamente radicata su quel territorio da almeno un decennio, secondo gli inquirenti.

Mentre le famiglie rivali Nirta-Strangio e Pelle-Vottari erano state indebolite dalla faida di San Luca, culminata con il massacro di Duisburg nel 2007, i clan rimasti fuori dalla guerra erano nel frattempo diventati leader nel narcotraffico mondiale. Sopra a tutti, i Pelle-Gambazza che oggi, assieme ai Barbaro di Platì, comandando il mandamento ionico. E a seguire, sotto di loro, i Romeo-Staccu, i Giorgi-Boviciani e molti altri.

Grazie a legami di sangue con i Romeo, i Boviciani sono riusciti a salire nei ranghi della ‘ndrangheta di San Luca, e a guadagnarsi un posto di tutto rispetto nel business della droga.

I Giorgi di per sè non sono una famiglia storicamente potente, ma sono riusciti a ritagliarsi un fondamentale ruolo di ponte, di cardine, acquistando cocaina da alcuni dei più forti broker del narcotraffico in America Latina e distribuendo grandi quantità a compratori minori, che la rivendevano poi alle piazze di spaccio. Come copertura, i Giorgi avevano una rete di aziende di import-export e di ristoranti. Per trasportare la cocaina dai porti di Spagna e Olanda contavano invece su una rete di distribuzione di frutta fresca.

Il ristorante Paganini a Überlingen, in Germania – Foto: IrpiMedia

Bacetto e suo cognato Sebastiano Signati vivevano principalmente a Überlingen, mentre i suoi tre fratelli, Domenico, Francesco e Giovanni, stavano in Italia, i primi due a San Luca e il terzo in Sardegna, agli arresti domiciliari per precedenti proprio di narcotraffico.

Secondo le indagini i Giorgi importavano prodotti alimentari dall’Italia per rivenderli ad altri ristoranti in Germania, evadendo le tasse e reinvestendo i profitti nelle casse della ‘ndrangheta. Alcuni dei loro clienti approfittavano semplicemente dei bassi prezzi delle merci, altri cedevano intimiditi dal nome e dalla fama della famiglia ‘ndranghetista.

Questo racket ricorda quello praticato, sempre in Germania, dal clan Farao, che era stato colpito all’inizio del 2018 da un’operazione che si era conclusa con 170 arresti e 50 milioni di euro sequestrati.

Seppur ricercato in Italia, Bacetto si muoveva liberamente in Germania, dove aveva il compito di tenere sempre fluido il giro di contante necessario alla famiglia. Secondo gli inquirenti i Giorgi aprivano aziende di import-export, compravano merci per rivenderle in Germania, poi dichiaravano bancarotta e chiudevano le aziende in questione. Secondo il procuratore tedesco Johannes-Georg Roth questo sistema “apri-chiudi” ha prodotto oltre due milioni di euro di profitti da evasione fiscale.

Falle di sicurezza

Per comunicare fra loro, i fratelli Giorgi utilizzavano il sistema EncroChat che (fino a quando non è stato infiltrato dalle polizie europee nel 2020) rendeva impossibili le intercettazioni. Ma gli inquirenti hanno avuto un colpo di fortuna a partire dall’aprile 2018, quando Giovanni Giorgi chiede gli arresti domiciliari ad Alghero, in Sardegna. Poco prima della scarcerazione, la casa di Alghero viene riempita di microfoni, e così è stato possibile registrare tutte le conversazioni di Giovanni con amici e parenti, che facevano regolari visite al minore dei quattro fratelli, responsabile della distribuzione della cocaina ai vari clienti in Italia.

Bacetto per lo più se ne stava tranquillo a Überlingen, ma faceva regolari viaggi in Belgio e Olanda per trattare l’acquisto di partite di cocaina con le gang romene, albanesi e colombiane che tengono sotto controllo i porti di Anversa e Rotterdam. «Dislocato in posizione di centralità rispetto alle rotte del narcotraffico in Europa, Sebastiano Giorgi fungeva da “antenna” pronto a raggiungere nel giro di poche ore i porti», ha detto a IrpiMedia Alberto Somma, capocentro della Dia di Torino.

La cittadina di San Luca, soprannominata “la mamma della ‘ndrangheta”, con il Mar Ionio sullo sfondo – Foto: IrpiMedia

Lo stress di un lavoro tanto rischioso si ripercuoteva sui rapporti familiari. In una conversazione col nipote Antonio, figlio del primogenito Domenico, Giovanni si lamentava che Bacetto riversasse i profitti nelle attività in Germania, invece che nella cassa comune. Antonio, a sua volta, aveva da ridire sui parenti in Germania, convinto che facessero una cresta di 3-4mila euro per ogni carico che trattavano, e che nonostante questo Bacetto usasse la scusa delle spese del ristorante per non contribuire alla cassa comune.

Ma per quanto i fratelli se ne lamentassero, Bacetto di fatto era l’anima del narcotraffico dei Boviciani: quello che gestiva i contatti principali in nord-Europa, spiega a IrpiMedia una fonte di polizia, e pare che lui stesso se ne vantasse senza modestia. In un’intercettazione ambientale registrata durante un giro in macchina in Germania, Sebastiano Giorgi diceva di riuscire a fare 400mila euro netti all’anno, e che mettere in piedi tutta la sua struttura di aziende in Germania non era stato semplice.

Fonti investigative ritengono infatti che tramite Sebastiano Giorgi passasse anche uno dei contatti chiave dei Boviciani, Denis Matoshi, uno dei capi del potente cartello albanese Kompania Bello. Matoshi comandava una gang attiva nei porti di Rotterdam e Anversa, il che gli garantiva un significativo controllo sugli arrivi di cocaina dal Sudamerica. Matoshi è stato arrestato a Dubai su mandato della Procura di Firenze ed estradato a settembre dello scorso anno.

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A dare un’idea della forza dei Giorgi nella distribuzione della cocaina in Europa ci sono le dichiarazioni di Giuseppe Tirintino, collaboratore di giustizia dal 2015. Tirintino forniva cocaina ai Giorgi vendendola tra i 32 e i 33 mila euro al chilo. Con Sebastiano Giorgi, Tirintino intratteneva un rapporto personale, i due si erano infatti incontrati parecchie volte per fare affari. Il collaboratore di giustizia racconta dunque che Bacetto, armato di una licenza per acquistare frutta all’ingrosso, andava personalmente con un camion frigorifero a prendere la coca in tutta Europa. «I Giorgi – spiega Tirintino agli inquirenti – hanno grosse risorse economiche a disposizione, non compravano mai meno di 30 chili per volta».

Ostaggio dei Boviciani

Bloccare il narcotraffico tramite ispezioni a tappeto nei porti è impossibile. Più di 750 milioni di container si spostano ogni anno via mare: il 90% di tutto il movimento merci globale. Di questi, meno del 2% viene controllato. Nel 2017 Anversa ha gestito 3 milioni e mezzo di container in entrata, controllandone circa l’1%. Da Anversa, la droga si muove perlopiù verso l’Olanda, dove viene tagliata e ridistribuita in tutto il continente. Per quanto pochi siano i controlli in percentuale, ogni anno decine di tonnellate di cocaina vengono sequestrate nel porto belga (oltre 60 nel 2019 e nel 2020) e altre decine vengono bloccate nei porti di partenza.

Trattandosi del più importante scalo per la frutta fresca in Europa, Anversa gestisce rotte dirette da Colombia, Ecuador, Guatemala e Panama. La frutta fresca è spesso la copertura ideale per i carichi di cocaina: in quanto prodotto deperibile, deve essere sdoganato rapidamente, e le forze dell’ordine rischiano di dover rimborsare i carichi rovinati dai controlli.

Per tutto il 2018 i Giorgi sono stati sotto il costante controllo degli inquirenti nel corso dei loro vari viaggi verso l’Olanda. La polizia tedesca li ha pedinati fino ad Amsterdam e Rotterdam, dove si incontravano con una serie di soggetti stranieri, spingendo gli agenti a sospettare che si stesse preparando un grosso carico dall’America Latina. L’uomo di contatto di Giorgi in Olanda era il rumeno Adrian Bogdan Andrei, alias Andy, che a Rotterdam aveva procurato una comoda base per gli incontri tra i Giorgi stessi e i fornitori colombiani.

A ottobre 2018 Giovanni Giorgi, intercettato nella sua casa di Alghero, parla di un incontro che sarebbe dovuto avvenire tra Bacetto e alcuni «stranieri» in Olanda, e di come ne sarebbe dovuta scaturire una fornitura di 170-180 kg di cocaina. Il mese successivo, il 18 di novembre, la polizia tedesca, grazie a una microspia piazzata nell’Audi A3, sta intercettando Bacetto in viaggio verso l’Olanda. Bacetto – in compagnia del fratello Domenico e del nipote Antonio – discutono i dettagli dell’accordo che stanno andando a stringere ad Amsterdam.

Una “transazione” di «500» – ovvero 500.000 euro. Un pagamento che doveva essere saldato entro il 25 di novembre, giorno in cui la droga sarebbe arrivata in Olanda.

Con il piano d’attacco pronto, i Giorgi si dirigono ad Amstelveen – quartiere a sud di Amsterdam – per incontrare i colombiani assieme al rumeno Andy. La polizia tedesca li segue senza dare nell’occhio, aiutata da quella olandese che però – pur conoscendo bene i colombiani in questione – non può svelare ai colleghi dettagli per proteggere una propria operazione.

L’origine esatta della cocaina resta quindi avvolta dal mistero, si presume fosse colombiana, ma non verrà mai scoperto il nome del cartello di riferimento. Quello che però è emerso dall’incontro – e appreso dalla polizia tedesca – è la logistica. Il carico sarebbe partito dal porto ecuadoregno di Guayaquil diretto a Rotterdam. E la garanzia sul carico sarebbe stato un “ostaggio”: uno dei tre colombiani presenti all’incontro sarebbe rimasto con i calabresi fino all’arrivo della merce. Un tipo di accordo usato spesso nel mondo dei narcos.

Il corso principale della cittadina di Überlingen – Foto: Alamy/Abaca Press

«Qualcuno di loro rimane con noi», dice Domenico Giorgi durante il viaggio. «Noi veniamo qui e lo teniamo con noi, noi cerchiamo una casa qui… prima gli diamo i soldi, e quando la roba è al porto….», dice Domenico Giorgi. E Bacetto ribatte: «Lui rimane da noi e solamente quando la roba è stata caricata, possiamo sentirci al telefono, ok?». E come da piano, il trentenne Luis Alberto Roldan Restrepo di Medellin viene portato da Sebastiano Signati in un B&B di Rotterdam e tenuto lì fino al 29 di novembre, data in cui i Giorgi vengono visti tornare a Amstelveen per consegnare sia l’ostaggio sia uno zaino contenente – così suggeriscono le intercettazioni – 300mila euro in contanti ai broker colombiani.

Nonostante i pedinamenti, la polizia tedesca non riesce a trovare il carico in arrivo e saranno solo delle successive conversazioni intercettate a confermare che era arrivato, anche se in quantità minore rispetto alla previsione.

Infatti, i Giorgi parlano di 124 chili acquistati a metà con i rumeni, 12 dei quali verranno trasportati in Italia dall’Olanda, a dicembre 2018.

Pochi mesi dopo, a marzo 2019, c’è un altro importante carico in arrivo. Se ne accorge la polizia di Friedrichshafen, grazie alle microspie che ha nascosto nell’appartamento di Bacetto a Seelfingen.

Sebastiano Giorgi ne parla con un partner albanese e uno romeno, entrambi residenti in Belgio. Stavolta si tratterebbe di un carico da 240 chili, la cui logistica resterebbe in capo ai partner di Bacetto, in particolare il romeno, che dirige alcune aziende di import-export a Bruxelles e che è sospettato dalla polizia belga di traffico di droga.

Una volta che i carichi sbarcano in Europa, tocca ai Giorgi distribuirli. Nascosti nei loro camion di frutta, fanno prima diversi scali in Germania per poi dirigersi verso Torino, dove possono contare sull’appoggio logistico di alcuni parenti. È stato proprio nel capoluogo piemontese che le autorità italiane hanno notato, per la prima volta, i movimenti sospetti della famiglia.

Il gioco dei numeri

In Italia i Giorgi vendevano la cocaina principalmente a Torino e Milano, ma anche in Sardegna e Sicilia tra i 33 e i 57 mila euro al chilo, a seconda della qualità del rapporto col cliente e delle quantità acquistate. I principali clienti erano altri calabresi, ma i Boviciani rifornivano anche alcuni referenti per le piazze di spaccio come quella di Alghero.

Questi ultimi, come ad esempio alcuni proprietari di bar o ristoranti, pagavano i prezzi più alti. In un’intercettazione i fratelli di San Luca parlano addirittura di prezzi all’etto, che andrebbero fra i 5 e i 7 mila euro. Secondo le indagini, i Giorgi erano abbastanza ben organizzati da poter garantire consegne settimanali, ma non abbastanza potenti da poter gestire direttamente i porti di ingresso. Per questo aspetto, dovevano contare su gruppi sudamericani, albanesi, oppure su broker di ‘ndrangheta meglio connessi di loro.

Completato lo scarico, la coca si muoveva su strada. Nascosta dentro i camion di frutta, i cui autisti prendevano un extra di 3 mila euro a viaggio, partiva verso destinazioni insospettabili, in genere aziende vere e proprie che aspettavano una consegna di frutta fresca. I Giorgi spiegano agli autisti che i camion non possono abbandonare il percorso prestabilito dal satellitare, e quindi lungo il percorso un’auto dovrà raggiungere il camion e farsi consegnare il carico.

Il sistema garantiva un giro di soldi costante, almeno 200 mila euro a settimana, stando alle intercettazioni ambientali. Bacetto contava molto su altri parenti e conterranei che gestivano le aziende G&S Gastro e GSG Food in Germania, aziende proprietarie dei ristoranti, compreso il Paganini di Überlingen, che è spesso passato di mano in mano, ma che è comunque sempre rimasto nelle mani della famiglia. Secondo una fonte della polizia tedesca, l’analisi del flusso finanziario del ristorante è risultato «criminale al 100%».

Secondo una fonte della polizia tedesca, l’analisi del flusso finanziario del ristorante Paganini di Überlingen è risultato «criminale al 100%».

Ma al di là dei reinvestimenti in aziende o nel mercato immobiliare, una buona parte dei profitti veniva nascosta anche nel più tradizionale dei modi: a casa, a San Luca, sotto terra. Giovanni dava ordini al fratello Francesco di seppellire 400 mila euro in contanti, con la raccomandazione di dividerli e nasconderli in posti diversi, non tutti insieme. «Meglio perdere due-tre ore a scavare, che il lavoro di una vita», chiosa Giovanni. Altre intercettazioni indicano che ci sono altri “tesori” sepolti nelle montagne di San Luca, fino a cinque milioni di euro, mentre c’era un gruzzolo di «liquidità» di almeno 500 mila euro.

L’irraggiungibile club dei grandi narcos

Secondo le carte dell’inchiesta Platinum i Giorgi mantenevano un rapporto privilegiato con un importante broker sempre di San Luca: Giuseppe Romeo, detto Maluferru da chi lo teme, più spesso chiamato “il nano”, anche dai Giorgi.

Giuseppe Romeo è il figlio di uno dei boss più importanti di San Luca, Antonio Romeo detto Centocapelli, uno dei capi del clan Romeo-Staccu oggi al 41-bis. Maluferru ha rapporti chiave «in tre porti d’Europa» (Rotterdam, Anversa e Amburgo) e garantiva la continuità dei carichi per i Giorgi, dando regolarità alle loro consegne.

Ma il rapporto non era privo di attriti: Giuseppe Giorgi si lamenta spesso che i prezzi di Romeo sono alti: «Quando il Nano tipo a noi diceva che quando comprava a 27 con i soldi nostri… il Nano comprava a 24 e si rubava già 3 punti», si lamenta col nipote Cesare Marvelli.

Ma il nano era una certezza, per cui le lamentele rimanevano in privato. Procurava sia cocaina sia hasish, e a detta di Giovanni «ha tutto lui in Olanda».

Maluferru è «un fantasma», dicono i Giorgi. In effetti, nonostante lavorassero con lui almeno dal 2018, non avevano idea di dove si trovasse, e immaginavano di sue “apparizioni” in Brasile, Olanda e Messico, travestito da prete missionario: «È sceso in aeroporto vestito da prete, tipo monaco e con la bibbia sotto il braccio. Con il saio e con il cappellino quello a coppola», dice Giovanni Giorgi.

Ma tramite il nipote e socio Walter Marvelli, che vicino a Torino gestisce il ristorante It’s Time da Cesare, hub dello smercio di cocaina, i Giorgi sono riusciti a entrare in contatto con dei broker ancora più potenti di Maluferru: Nicola Assisi e suo figlio Patrick.

Gli Assisi, prima dell’arresto nel 2019, sono stati due super-narcos dell’ hinterland torinese, per anni latitanti in Brasile, dove avevano costruito una solida alleanza con il più potente cartello del Paese, il Primeiro Comando da Capital (PCC) e con il loro capo Marcos Willians Herbas Camacho, detto “Marcola”. Marvelli ha fatto di tutto per trovare il contatto degli Assisi, sapendo bene che questi ultimi accettavano di trattare solo con un giro ristretto e selezionato.

Ma a inizio settembre 2018, gli investigatori hanno un nuovo colpo di fortuna. Nonostante i Giorgi usino ancora il sistema criptato EncroChat, non si trovavano particolarmente a loro agio con la complessa tecnologia. Dalle intercettazioni ambientali a casa di Giovanni in Sardegna, si sentono Giovanni e i nipoti leggere ad alta voce alcuni dei messaggi criptati, o addirittura svelare le password.

Fino a che avviene l’impensabile: Giovanni e Cesare cominciano a leggere ad alta voce i messaggi EncroChat mandati da Patrick Assisi, messaggi che senza fronzoli svelano tutti i dettagli della logistica dei carichi in arrivo.

«La salita ce l’abbiamo sia in Perù che in Venezuela», Marvelli legge il messaggio in arrivo di Patrick allo zio. E continua facendo così capire agli inquirenti che per questa volta però, gli Assisi avrebbero un carico pronto al porto di Santos, in Brasile, che potrebbe partire immediatamente arrivando ad Amburgo.

La coca degli Assisi, per lo più inviata in forma liquida, sarebbe stata nascosta in sacchi da due chili e mezzo e spedita in un container di un non meglio specificato“minerale”, facente parte di una spedizione di sei container. Non avendo un contatto per gestire lo “scarico” in un porto europeo, i Giorgi però si vedono costretti a far entrare il Nano nell’affare dato che Assisi si sarebbe occupato solo della “salita”. La spedizione minima che gli Assisi avrebbero trattato era di 500 chili. Carichi più grandi garantiscono infatti profitti maggiori, visto che le tangenti da pagare lungo la strada sono costi fissi.

Grazie alle cimici, la polizia tedesca era pronta a intercettare il carico, ma alla prima ispezione ad Amburgo a ottobre 2018 non trova nulla. Un mese dopo però, nascosto dentro un container di cotton-fioc, trovano un carico da 300 chili di cocaina, che sospettano sia stato mandato dagli Assisi ai Giorgi.

Ma a dicembre 2018, i rapporti fra i Giorgi e gli Assisi arrivano a uno stallo, tanto che Marvelli vorrebbe andare in Brasile di persona a incontrare Patrick. Il Nano nel frattempo, però, aveva già scavalcato i Boviciani, sfruttando il gancio offerto per il carico di ottobre, e entrando in contatto così direttamente in affari con gli Assisi e tagliando fuori i Giorgi. Assisi stesso sembra preferire Maluferru, meglio connesso nei porti europei.

Nonostante il loro impegno, i Giorgi sembravano destinati a restare solo degli abili distributori, con poche speranze di scalare le gerarchie della ‘ndrangheta.

Nessuno di loro però poteva ancora immaginare che fossero in arrivo tempi duri anche per Romeo e gli Assisi, e per tutta la struttura del narcotraffico che aveva fatto la loro fortuna.

Nella prossima puntata: la connessione in Costa D’Avorio, i porti dell’America Latina e i grandi boss delle rotte intercontinentali

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Margherita Bettoni
Giulio Rubino

Ha collaborato

Luis Adorno
Nathan Jaccard
Benedikt Strunz
Koen Voskuil

Illustrazioni

Mappe

Lorenzo Bodrero

Editing

Brian Fitzpatrick
Luca Rinaldi

Settori strategici: faro del Copasir sui capitali stranieri

27 Novembre 2020 | di Lorenzo Bodrero

Il Copasir, Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, ha puntato i fari sul rischio di acquisizione da parte di soggetti stranieri di quote di controllo di istituti bancari e società assicurative. Le conseguenze economiche della pandemia e le vulnerabilità strutturali dei settori creditizio e assicurativo italiani forniscono un viatico per l’arrivo di capitali dall’estero in due settori giudicati strategici per la stabilità finanziaria del nostro Paese. I due riferimenti principali sono a Cina e Russia, meritevoli di due allegati di approfondimenti in fondo alla relazione. Del primo spicca il balzo dei flussi di investimento diretti esteri (Ide) nel nostro Paese, dai 573 milioni di euro nel 2015 ai 4,9 miliardi nel 2018, con poco meno di cinquantunomila imprenditori cinesi operanti in Italia; il secondo, seppur in diminuzione, registra Ide per 1,5 miliardi di euro nel 2018 contro i 2,2 miliardi nel 2015.

A cascata, il risiko coinvolge anche le piccole e medie imprese, vera colonna portante del sistema economico italiano. Sono tre i motivi che rendono le nostre aziende particolarmente appetibili per l’ingresso di capitali stranieri: in primo luogo, l’ampio numero di quelle di piccole e medie dimensioni; poi, la loro alta specializzazione industriale, fattore particolarmente importante per soggetti di più grandi dimensioni alla ricerca di fusioni e acquisizioni; infine, la forte dipendenza delle imprese italiane dal settore bancario. Per loro natura, infatti, gli istituti di credito dovrebbero facilitare le politiche di accesso al credito adottate dal governo, specie in tempi di emergenza sanitaria.

Cosa è e cosa fa il Copasir

Il CO.PA.SI.R. è il Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica, sostanzialmente l’organismo di vigilanza del Parlamento sui servizi segreti. La legge che regola il funzionamento del Copasir è la 124 del 30 agosto 2007, in particolare tra gli articoli 30 e 38. Il CO.PA.SI.R. è composto da 5 deputati e 5 senatori, ripartiti in maniera tale da garantire comunque la rappresentanza paritaria della maggioranza e delle opposizioni e nominati entro venti giorni dall’inizio di ogni legislatura dai Presidenti dei due rami del Parlamento.

Obbligo del segreto

I componenti del Comitato, i funzionari e il personale di qualsiasi ordine e grado addetti al Comitato stesso e tutte le persone che collaborano con il Comitato oppure che vengono a conoscenza, per ragioni d’ufficio o di servizio, dell’attività del Comitato sono tenuti al segreto relativamente alle informazioni acquisite, anche dopo la cessazione dell’incarico.

Organizzazione interna

Le attività e il funzionamento del Comitato sono disciplinati da un regolamento interno approvato dal Comitato stesso a maggioranza assoluta dei propri componenti. Ciascun componente può proporre la modifica delle disposizioni regolamentari.

Le sedute e tutti gli atti del Comitato sono segreti, salva diversa deliberazione del Comitato.

Le spese per il funzionamento del Comitato, determinate in modo congruo rispetto alle nuove funzioni assegnate, sono poste per metà a carico del bilancio interno del Senato della Repubblica e per metà a carico del bilancio interno della Camera dei deputati. Il Comitato può avvalersi delle collaborazioni esterne ritenute necessarie, previa comunicazione ai Presidenti delle Camere, nei limiti delle risorse finanziarie assegnate. Il Comitato non può avvalersi a nessun titolo della collaborazione di appartenenti o ex appartenenti al Sistema di informazione per la sicurezza, né di soggetti che collaborino o abbiano collaborato con organismi informativi di Stati esteri.

Il Comitato

Il Comitato è presieduto da un esponente dell’opposizione.

É eletto dai componenti del Comitato a scrutinio segreto. Il presidente è eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione e per la sua elezione è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti. Se nessuno riporta tale maggioranza, si procede al ballottaggio tra i due candidati che hanno ottenuto il maggiore numero di voti. In caso di parità di voti è proclamato eletto o entra in ballottaggio il più anziano di età.

É preventivamente informato dal Presidente del consiglio dei Ministri circa le nomine del direttore generale e dei vice direttori generali del DIS (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) e dei direttori e dei vice direttori dei servizi di informazione per la sicurezza.

Anche su richiesta di uno dei suoi componenti, denuncia all’autorità giudiziaria i casi di violazione del segreto. Qualora risulti evidente che la violazione possa essere attribuita ad un componente del Comitato, il presidente di quest’ultimo ne informa i Presidenti delle Camere.

Il Presidente del Consiglio dei Ministri, su richiesta del presidente del COPASIR, espone, in una seduta segreta appositamente convocata, il quadro informativo idoneo a consentire l’esame nel merito della conferma dell’opposizione del segreto di Stato.

L’ufficio di presidenza, composto dal presidente, da un vicepresidente e da un segretario, è eletto dai componenti del Comitato a scrutinio segreto. Il presidente è eletto tra i componenti appartenenti ai gruppi di opposizione e per la sua elezione è necessaria la maggioranza assoluta dei componenti.

Le funzioni

A. CONTROLLO

Il Comitato verifica, in modo sistematico e continuativo, che l’attività del Sistema di informazione per la sicurezza si svolga nel rispetto della Costituzione, delle leggi, nell’esclusivo interesse e per la difesa della Repubblica e delle sue istituzioni.

È compito del Comitato accertare il rispetto di quanto stabilito dall’articolo 8, comma 1 (cioè che le funzioni attribuite al DIS, all’AISE [Agenzia informazioni e sicurezza esterna] e all’AISI [Agenzia informazioni e sicurezza interna] non possono essere svolte da nessun altro ente, organismo o ufficio), nonché verificare che le attività di informazione previste dalla legge 124 del 2007, svolte da organismi pubblici non appartenenti al Sistema di informazione per la sicurezza rispondano ai principi della presente legge.

Procede al periodico svolgimento di audizioni del Presidente del Consiglio dei ministri e dell’Autorità delegata, ove istituita, dei Ministri facenti parte del CISR, del direttore generale del DIS e dei direttori dell’AISE e dell’AISI

Ha altresì la facoltà, in casi eccezionali, di disporre con delibera motivata l’audizione di dipendenti del Sistema di informazione per la sicurezza. La delibera è comunicata al Presidente del Consiglio dei ministri che, sotto la propria responsabilità, può opporsi per giustificati motivi allo svolgimento dell’audizione.

Il Comitato può ascoltare ogni altra persona non appartenente al Sistema di informazione per la sicurezza in grado di fornire elementi di informazione o di valutazione ritenuti utili ai fini dell’esercizio del controllo parlamentare

Può ottenere, anche in deroga al divieto stabilito dall’articolo 329 del codice di procedura penale, copie di atti e documenti relativi a procedimenti e inchieste in corso presso l’autorità giudiziaria o altri organi inquirenti, nonché copie di atti e documenti relativi a indagini e inchieste parlamentari. L’autorità giudiziaria può trasmettere copie di atti e documenti anche di propria iniziativa

Può ottenere, da parte di appartenenti al Sistema di informazione per la sicurezza, nonché degli organi e degli uffici della pubblica amministrazione, informazioni di interesse, nonché copie di atti e documenti da essi custoditi, prodotti o comunque acquisiti.

Qualora la comunicazione di un’informazione o la trasmissione di copia di un documento possano pregiudicare la sicurezza della Repubblica, i rapporti con Stati esteri, lo svolgimento di operazioni in corso o l’incolumità di fonti informative, collaboratori o appartenenti ai servizi di informazione per la sicurezza, il destinatario della richiesta oppone l’esigenza di riservatezza al Comitato.

Al Comitato non può essere opposto il segreto d’ufficio, né il segreto bancario o professionale, fatta eccezione per il segreto tra difensore e parte processuale nell’ambito del mandato.

Il Comitato può esercitare il controllo diretto della documentazione di spesa relativa alle operazioni concluse, effettuando, a tale scopo, l’accesso presso l’archivio centrale del DIS

Il Comitato può effettuare accessi e sopralluoghi negli uffici di pertinenza del Sistema di informazione per la sicurezza, dandone preventiva comunicazione al Presidente del Consiglio dei ministri.

B. CONSULTIVE

Esprime il proprio parere sugli schemi dei regolamenti previsti dalla legge, nonché su ogni altro schema di decreto o regolamento concernente l’organizzazione e lo stato del contingente speciale del personale. Il Comitato esprime, altresì, il proprio parere sulle delibere assunte dal Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica sulla ripartizione delle risorse finanziarie tra il DIS e i servizi di informazione per la sicurezza e sui relativi bilanci preventivi e consuntivi, nonché sul piano annuale delle attività dell’ufficio ispettivo.

Relazioni

Presenta una relazione annuale al Parlamento per riferire sull’attività svolta e per formulare proposte o segnalazioni su questioni di propria competenza.

Può trasmettere al Parlamento nel corso dell’anno informative o relazioni urgenti.

Entro il mese di febbraio di ogni anno il Governo trasmette al Parlamento una relazione scritta, riferita all’anno precedente, sulla politica dell’informazione per la sicurezza e sui risultati ottenuti.

Alla relazione è allegato il documento di sicurezza nazionale, concernente le attività relative alla protezione delle infrastrutture critiche materiali e immateriali nonché alla protezione cibernetica e alla sicurezza informatica.

Dopo aver audito enti quali Consob, Banca d’Italia, Ivass, i principali protagonisti del mondo bancario, Cassa Depositi e Prestiti, Borsa Italiana e in ultima istanza il ministro dell’Economia e gli stessi servizi segreti, la relazione, presentata dal deputato Enrico Borghi (Pd) e dal senatore Francesco Castiello (M5S), sottolinea come «non tutti i principali istituti bancari sono coerenti con questa impostazione, ritenendo preferibile una strategia rivolta verso i mercati esteri». Tradotto, gli interessi delle grandi banche sembrano andare in direzione opposta rispetto agli interessi nazionali, in un settore che raccoglie l’80% dell’occupazione totale. Ciò crea un vuoto che le nostre imprese hanno difficoltà a riempire. Altre fonti di finanziamento sono infatti meno sviluppate che in altri paesi, come le obbligazioni, il private equity e le quotazioni in borsa. A chi rivolgersi dunque?

Il Copasir sorvola, ma il pensiero va all’indomani della crisi del 2008 quando le imprese più penalizzate furono quelle con meno di venti impiegati molte delle quali, oggi ancor più di allora, si sono rivolte ai mercati criminali pur di rimanere a galla. Come analizzato da IrpiMedia in un editoriale dello scorso aprile, le organizzazioni mafiose con grandi liquidità individueranno quei settori produttivi in cui immettere i propri capitali. Da forme più “classiche” di sostegno criminale quali il pizzo o l’usura, si assisterà a vere e proprie evoluzioni distorte di accesso al credito con acquisizioni di una miriade di aziende da parte delle mafie più ricche. «Questo – scrivevamo – succederà nelle aree economicamente più fragili del Paese, ma sarà uno scenario a cui fare attenzione anche nelle regioni più produttive del nord, che sono state le più colpite dal contraccolpo della pandemia».

La leva del debito pubblico per gli appetiti franco-tedeschi nel settore del credito

Con l’esposizione a ingerenze straniere verso gli istituti bancari e assicurativi è in gioco «la tenuta del sistema» economico nazionale, scrive il Copasir. Il nodo è la quota di debito pubblico detenuto dalle banche italiane, il 27%, ben oltre la media europea che si attesta al 16%. Il Comitato, punto di raccordo tra Parlamento e intelligence, definisce «preoccupanti» le voci degli ultimi mesi circa la possibile fusione di Unicredit con l’istituto tedesco Commerzbank o le banche francesi Crédit Agricole e Societé Générale.

Il nodo è la quota di debito pubblico detenuto dalle banche italiane, il 27%

La stessa Crédit Agricole non a caso è protagonista proprio in questi giorni per l’offerta pubblica di acquisto (Opa) sul Credito Valtellinese di cui la stessa banca francese detiene già una quota. Unicredit, secondo gruppo per patrimonio gestito, detiene al momento circa 44 dei 2.409 miliardi di euro di debito pubblico nostrano, oltre a quote rilevanti di crediti verso le pmi, le famiglie e le imprese medio-grandi. Gli operatori finanziari francesi andrebbero così ad aumentare la quota di debito italiano in loro possesso, al momento pari a 285 miliardi, quasi il 12% del totale.

Medesime preoccupazioni coinvolgono il leader italiano nel settore assicurativo. Anche Generali, infatti, ha rivolto l’attenzione oltralpe con la possibilità di cedere alle mire dei francesi di Axa. Dovesse concretizzarsi, l’acquisizione porterebbe in mani francesi un ulteriore 3,5% del debito italiano con, appunta il Copasir, «un rischio a livello strategico e di rilievo per l’interesse nazionale».

La paventata extraterritorialità però non riguarda solo le finanze pubbliche. Con la rapida conversione al digitale da parte del settore assicurativo e gli aspetti relativi alla tecnologia 5G, si porrebbe il problema del trasferimento, trattamento e della conservazione di dati sensibili di milioni di sottoscrittori di polizze conservati al di fuori del territorio italiano.

Occhi puntati sulla Cina

In tale scenario, non possono non ricoprire un ruolo di primo piano i capitali provenienti dalla Cina (inclusi quelli da Hong Kong e Macao). Ad un incremento del 755% tra il 2015 e il 2018 degli investimenti diretti provenienti dalla Repubblica popolare si accompagna una diminuzione delle quote delle rimesse verso Pechino, da 237 milioni di euro del 2016 a 1,4 milioni del 2020. Crescono gli investimenti cinesi in Italia e crollano le rimesse (la spedizione di denaro) verso la Cina, dunque, al netto delle quote sommerse e quindi non tracciabili di denaro contante, frutto di attività criminali e di successivo riciclaggio, dimostra come gli investitori cinesi si stiano radicando sempre più nel tessuto economico italiano, decidendo quindi di reinvestire in Italia i proventi delle proprie attività.

Sono in tutto 760 le aziende fondate in Italia da soci italiani in cui sono poi entrati soci cinesi nell’azionariato e quelle fondate da cittadini di nazionalità cinese. In totale, impiegano 43.700 persone, con un giro di affari superiore ai 25 miliardi di euro. Il settore più proficuo, sebbene conti soltanto 150 imprese, è quello manifatturiero in cui lavorano quasi tre quarti di tutti i dipendenti. Seguono poi i settori dei servizi e delle imprese commerciali. Ma, precisa il Copasir, «le acquisizioni avvengono con sistematicità ad ogni livello, nei settori a più alto valore aggiunto o più strategici». Tra gli attori più rilevanti figura StateGrid, colosso dell’utility. Controlla il 35% di CDP Reti Spa, finanziaria delle reti elettriche italiane la quale a sua volta controlla Snam, Terna e Italgas.

ChemChina detiene invece il 40% delle quote di Pirelli & C., della quale esprime anche il presidente. La lista di conglomerati cinesi con interessi nei comparti energetico, delle infrastrutture e metallurgico non si esaurisce qui. Nel 2014 la Ansaldo Energia ha ceduto il 40% delle proprie quote alla Shangai Electric Corporation mentre quote di Eni, TIM, Enel e Prysmian sono in mano alla People’s Bank of China, l’equivalente di Bankitalia. Anche il gruppo Candy, tra i leader nella produzione di elettrodomestici, ha ceduto alle avances cinesi nel 2018 con l’acquisizione da parte della multinazionale Haier. Stesso destino del gruppo cantieristico navale Ferretti, controllato per l’85% dal colosso industriale cinese Weichai. Di recente, è sfumata l’offensiva cinese verso il terminal logistico del porto di Trieste mentre in quello di Vado Ligure (Savona) la COSCO e il porto di Qingdao controllano il 49,9% delle azioni del terminal merci. Per quanto riguarda le società quotate in borsa, detto di Eni, Pirelli e Prysmian, le società cinesi detengono quote di minoranza di Intesa Sanpaolo, Saipem, Moncler, Salvatore Ferragamo e Prima Industrie.

«C’è sicuramente una parte che sfugge ai controlli, pensiamo per esempio agli investimenti nelle università o nei centri di ricerca, sono progetti che spesso esulano dalla conta degli investimenti diretti provenienti dall’estero»

Alessia Amighini

Senior researcher Asia per Ispi

Per tutte queste si tratta di investimenti esteri diretti, sono quindi esclusi e difficilmente individuabili quelli provenienti da fondi di investimento, società fiduciarie e finanziarie, le quali quasi sempre nascondono i reali titolari dei capitali. Si pensi al fondo sovrano China Investment Corporation (CIC) che realizza i propri investimenti in Europa tramite catene societarie registrate in Lussemburgo. «Da noi il problema si pone con le partecipazioni a cascata nelle grandi aziende, che possono mascherare l’ingresso di attori cinesi lungo la catena societaria», spiega a IrpiMedia Alessia Amighini, senior researcher dell’Asia per Ispi, l’istituto per gli studi di politica internazionale.

«Lo stesso vale per alcuni soggetti europei che possono fungere da spalla per investitori provenienti dalla Cina», aggiunge. È il caso, per esempio, di Amundi, la più grande società europea di gestione patrimoniale e controllata proprio da Crédit Agricole, in trattativa per l’acquisizione di Unicredit. Un anno fa la Cina ne ha autorizzato una joint venture con la Bank of China, dando vita alla prima società di gestione patrimoniale a controllo straniero mai creata in Cina. Al contrario di tanti altri paesi, in Europa e in Italia i bilanci delle aziende oggetto degli investimenti cinesi sono pubblici, «quindi sono tutto sommato trasparenti», precisa Amighini. «Tuttavia c’è sicuramente una parte che sfugge ai controlli, pensiamo per esempio agli investimenti nelle università o nei centri di ricerca, sono progetti che spesso esulano dalla conta degli investimenti diretti provenienti dall’estero».

Infografiche: Lorenzo Bodrero | Editing: Luca Rinaldi | Foto: Eric Prouzet/Shutterstock

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