Malta, la grande scommessa di Iosif Galea

17 Giugno 2022| di Edoardo Anziano

Durante la notte tra il 14 e il 15 maggio i Carabinieri hanno arrestato a Cellino San Marco, in provincia di Brindisi, il consulente maltese di società di gioco d’azzardo online Iosif Galea. Circa un anno fa era stato raggiunto da un mandato di arresto internazionale per evasione fiscale, spiccato in Germania. La sua cattura è diventata di dominio pubblico a fine maggio, quando il Times of Malta ne ha dato per primo notizia, mentre in Italia il nome dell’arrestato è stato a lungo omesso, visto che dalle fonti di polizia giudiziaria non sono mai arrivate conferme sull’identità. La cattura ha fatto molto clamore sull’isola: tra il 2007 e il 2013 Galea è stato il responsabile della compliance per l’Autorità di vigilanza maltese su lotteria e settore dell’azzardo, poi diventata Malta Gaming Authority (MGA) nel 2015. Nel 2021 gli è stata comminata una multa di 53.333 euro per esercizio di attività commerciale non autorizzata nel settore dei servizi alle società dalla Malta Financial Service Authority, l’autorità di vigilanza del mercato a Malta.

Galea è uno dei nomi più conosciuti (e chiacchierati) dell’industria dell’azzardo maltese, settore diventato talmente importante nell’economia dell’isola da pesare circa il 13% del Pil (2 miliardi di euro) dopo 15 anni dall’apertura del mercato. Almeno dal 2015, però, l’autorità di vigilanza maltese è sotto i riflettori delle procure internazionali per presunte infiltrazioni mafiose nel settore del gioco online, operazioni di riciclaggio, schemi di evasione fiscale e frodi.

Uno scandalo politico

Secondo quanto riporta il Times of Malta, al momento dell’arresto Galea si trovava in vacanza in compagnia di Joseph Muscat, ex premier laburista maltese eletto nel 2013 e costretto a dimettersi nel 2020 a seguito di uno scandalo che ha visto adombrare il coinvolgimento del suo ex capo di gabinetto nell’omicidio di Daphne Caruana Galizia (il processo per l’omicidio della giornalista è ancora in corso). Insieme a Muscat e Galea, a Cellino San Marco c’era anche l’ex first lady maltese Michelle, e la sua amica Maria Grech, l’attuale fidanzata di Galea. «Il signor Galea è stato negli scorsi mesi il fidanzato di un’amica di lunga data che si trovava nel gruppo – ha dichiarato Muscat al Times of Malta. Stavamo viaggiando in un gruppo vasto, di amici e conoscenti, per una breve vacanza. Dopo alcune ore dal nostro arrivo siamo stati informati che il signor Galea è stato arrestato. Il resto del gruppo ha continuato la vacanza e ha fatto rientro qualche giorno dopo a Malta, come previsto».

Al di là della presenza di Muscat, a Malta il caso è diventato uno scandalo politico perché a Galea è stato concesso di uscire dai confini nazionali «almeno due volte», dice l’agenzia Italpress, nonostante il mandato d’arresto internazionale nei suoi confronti. A Malta è stata lanciata un’inchiesta per capire come questo sia stato possibile ma il giudice assegnato – il pensionato (dal 2003) Franco Depasquale, 84 anni – secondo The Shift è sempre stato molto debole nel condurre le indagini, specialmente quando riguardavano le istituzioni maltesi.

Dieci giorni dopo il suo fermo in Italia, il 25 maggio, anche Malta ha spiccato un altro mandato d’arresto europeo nei confronti di Galea, con l’obiettivo di ottenere in custodia Galea. Da procedura, in teoria il consulente dovrebbe prima essere estradato in Germania per affrontare il processo e poi a Malta. Qui Galea sarebbe coinvolto in un sistema di estorsioni e compravendita di dati all’interno della Malta Gaming Authority, secondo le prime notizie emerse dal tribunale di Malta. Galea sarebbe stato informato delle attività della MGA da Jason Farrugia, funzionario dell’authority fino a prima di dicembre 2021 che avrebbe ricevuto 130.600 euro suddivisi in 177 pagamenti da Galea.

L’ipotesi degli investigatori è che Farrugia acquisisse in modo illecito dei documenti interni della MGA e li rivendesse a terzi, tra cui Galea. Anche l’ex amministratore delegato della MGA, Heathcliff Farrugia, è finito sotto indagine con l’accusa di traffico di influenze per via di alcune conversazioni con il presunto mandante dell’omicidio di Daphne Caruana Galizia, Yorgen Fenech, il quale è anche proprietario del casinò di Portomaso, una delle attrazioni dell’isola.

Il Dalligate

«U Iosif ukoll! Ara x’kumbinazzjoni!», «E anche Iosif, che combinazione!», commentava Daphne Caruana Galizia sul suo blog nell’ottobre del 2012. Nel post la giornalista ha pubblicato una foto con John Dalli, allora Commissario europeo per la salute e la politica dei consumatori e Silvio Zammit, popolare ristoratore a Malta e all’epoca una sorta di assistente personale di Dalli. Insieme a loro c’era una terza persona: Iosif Galea. I tre si trovavano in vacanza in Italia.

Nel dicembre 2012 Dalli ha dovuto lasciare il posto da commissario europeo in seguito a uno scandalo passato alla storia come Dalligate. Nel maggio 2012 il produttore di snus – tabacco da masticare illegale in tutta la Ue tranne in Svezia – Swedish Match aveva inviato una lettera alla Commissione europea per accusare l’amico di Dalli, Silvio Zammit (morto a febbraio 2022) di aver usato i suoi contatti con l’allora commissario per ottenere una tangente da 60 milioni di euro in cambio della revoca del divieto di vendere snus.

L’Ufficio antifrode dell’Unione ha aperto un’indagine, concludendo che Dalli sarebbe stato a conoscenza del tentativo di Zammit di intascare la mazzetta e non avrebbe fatto niente per impedirlo. Dalli ha sempre negato qualsiasi accusa, ma si è anche dimesso da Commissario alla salute dopo la richiesta del Presidente della Commissione Josè Manuel Barroso.

Secondo quanto scritto da Daphne Caruana Galizia, Galea sarebbe stato «uno dei cospiratori al centro dello scandalo John Dalli». Avrebbe infatti avvisato l’imprenditore Zammit dell’indagine dell’antifrode, dopo averlo saputo da una teste chiave nella vicenda Delligate con cui aveva una relazione. Galea si dichiarava «collaboratore» di Zammit in quegli anni.

I Tegano a Malta

Quando sono emersi gli investimenti di gruppi riconducibili a clan mafiosi nel settore del gioco d’azzardo maltese, dieci licenze per le scommesse ogni 200 erano di proprietà di italiani, secondo i dati forniti all’epoca dalla Malta Gaming Authority. Era il 2015. Secondo quanto ricostruito quell’anno dall’operazione Gambling, coordinata quell’anno dalla Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria, Iosif Galea è stato uno dei consulenti che ha lavorato con persone legate alla cosca di ‘ndrangheta Tegano. La Dda all’epoca non era stata in grado di identificarlo ma il suo nome compariva inizialmente nella lista degli indagati. Insieme a lui, tra gli indagati non identificati, c’erano anche i due maltesi Kevin Mallia e David Gonzi, quest’ultimo figlio dell’ex premier nazionalista Lawrence, che nel 2004 ha lanciato il settore del gioco d’azzardo nell’isola. I tre non sono stati rinviati a giudizio.

A partire dal 2012, il gruppo criminale legato ai Tegano ha operato attraverso la Betsolution4u Ltd, una società maltese a cui facevano capo numerosi siti di scommesse. Galea all’epoca dei fatti era amministratore della società, mentre Gonzi, attraverso la GVM Holding Ltd, controllava il gruppo della Betsolution4u.

Come scriveva la Gip Caterina Catalano nelle carte di Gambling, la Betsolution4u – insieme ad altre società – serviva come «schermo giuridico» dietro al quale si muoveva parte del sodalizio criminale. Un filone processuale ha portato alla condanna definitiva di sei imputati che lavoravano per le cosche nel 2021. A maggio 2022 la Corte di appello di Reggio Calabria ha invece riformulato altre condanne, ma ha sostanzialmente confermato la parte più rilevante dell’impianto accusatorio, seppur con diverse assoluzioni.

Secondo i documenti del registro imprese di Malta, Galea è stato anche direttore della Bet Passion Limited, un’altra società in cui si ritrovano – a vario titolo – i nomi di diversi indagati nell’operazione Gambling e della Take Five Limited, una società non più attiva dal 2020.

Della Take Five Limited era azionista la Fast Run Limited, di cui è tuttora unico azionista e rappresentante legale il crotonese Antonio Pantisano Trusciglio. Almeno fino al 2016, azionista della Fast Run era la GVM Holding di David Gonzi, anche lui indagato insieme a Galea e Trusciglio nell’operazione Gambling. È l’unica società ancora attiva del vecchio gruppo riconducibile ai Tegano. Pantisano Trusciglio non ha risposto alle richieste di commento mandate via email e non è stato possibile rintracciarlo al telefono. Nemmeno suo padre Aldo, anch’egli coinvolto nell’inchiesta Gambling e socio in affari di Antonio, ha voluto rispondere alle domande di IrpiMedia. Trusciglio junior nel 2021 è stato condannato a 2 anni e 9 mesi nell’ambito di Game Over, uno dei primi processi che ha indagato gli interessi di cosa nostra nel settore del gaming. Anche in questo caso, Malta veniva utilizzata come sede legale dei marchi di scommesse.

Infine c’è la OIA Services Limited, sempre maltese, di cui Galea è stato direttore per poco meno di un anno, tra novembre 2014 e agosto 2015. Proprio dal 2015, secondo la DDA di Reggio Calabria, la OIA Services – proprietaria di alcuni marchi di scommesse – avrebbe fatto parte del patrimonio dell’imprenditore Antonio Ricci, arrestato a Malta ed estradato in Italia a seguito dell’operazione Galassia. Ricci era coinvolto in un business di scommesse illegali che avrebbe stretto accordi con la cosca di ‘ndrangheta Tegano. Fra il 2015 e 2016, la OIA Services avrebbe omesso di dichiarare ricavi per 440 milioni di euro in Italia. Galea non è stato indagato, mentre la OIA Services ha confermato la totale estraneità ai fatti dell’attuale proprietà.

Foto: Omaggi a Daphne Caruana Galizia deposti lo scorso ottobre sul luogo dove fu assassinata nel 2017 – Foto: Joanna Demarco/Getty
Editing: Lorenzo Bagnoli

Come la mafia ha usato Wirecard per i portali del gioco d’azzardo

Come la mafia ha usato Wirecard per i portali del gioco d’azzardo
Matteo Civillini Gianluca Paolucci

Betuniq era una società di scommesse che utilizzava un modo ingegnoso per aggirare la normativa italiana sul gioco d’azzardo e riciclare montagne di denaro. Il sistema si reggeva su due elementi: l’appoggio della ‘ndrangheta e i servizi di Wirecard, l’ex colosso tedesco del fintech, franato nel giugno scorso con un buco di due miliardi e una storia opaca ancora in gran parte da scrivere. BetUniq funzionava così: una fitta rete di agenzie camuffate da internet point dove, in teoria, i clienti avrebbero dovuto creare un proprio profilo online e scommettere senza l’intermediazione del centro.

I 3,9 milioni di euro passati da Wirecard

In realtà, le agenzie accettavano scommesse in contanti che venivano poi caricate su un unico conto alimentato da un fido concesso da Uniq Group. Società maltese a capo di Betuniq, Uniq Group disponeva di un conto corrente aperto presso Wirecard che veniva utilizzato per il trasferimento di soldi dai centri scommesse in Italia alla casa madre. Nel 2014 erano transitati su questo conto circa 3,9 milioni di euro, che secondo gli investigatori della Dda di Reggio Calabria rappresentavano una parte degli incassi illeciti derivanti dalla raccolta fisica delle scommesse.

Betuniq non esiste più dal luglio 2015, spazzata via dall’operazione “Gambling” della Dda reggina. Il processo d’Appello per 22 imputati si è chiuso un anno fa con sedici condanne e sei assoluzioni. Tra i reati contestati l’intestazione fittizia di beni, l’associazione per delinquere e l’associazione mafiosa. A controllare il gruppo era Mario Gennaro, ai tempi espressione delle più importanti cosche reggine della ‘ndrangheta e oggi pentito. Proprio a una serie di famiglie di ‘ndrangheta facevano riferimento le agenzie di BetUniq messa in piedi da Gennaro. È possibile che Wirecard non fosse a conoscenza dei legami degli operatori di gambling con la criminalità organizzata. Ma, in quanto organismo finanziario regolamentato, l’azienda tedesca deve aderire ai più alti standard anti-riciclaggio e segnalare ogni operazione sospetta.

Tra le tante ombre del caso, oltre alla incapacità di regolatori e controllori di intervenire malgrado i numerosi allarmi, anche la disinvoltura con la quale Wirecard si è prestata a regolare transazioni di clienti ai limiti del legale – dal porno estremo al trading di prodotti finanziari ad alto rischio.

Vuoi fare una segnalazione?

Diventa una fonte. Con IrpiLeaks puoi comunicare con noi in sicurezza

I casi Centurionbet e Sks365

Fino alle organizzazioni criminali vere e proprie. Perché quello di Betuniq non è un caso isolato e le cosche reggine non sono le sole, tra le organizzazioni criminali, ad aver testato l’efficienza di Wirecard per raccogliere e trasferire denaro derivante da attività illecite. Tra i suoi clienti c’era anche Centurionbet, società di gambling controllata dalla famiglia Martiradonna, vicina alla criminalità organizzata barese. Wirecard processava i pagamenti degli scommettitori sul sito Bet1128. Marchio che all’apice della propria espansione commerciale vantava diverse decine di centri scommesse in tutt’Italia e un fatturato stimato di oltre 100 milioni di euro.

Il rapporto tra Wirecard e Centurionbet sarebbe proseguito fino al maggio 2017, quando l’azienda maltese ha chiuso i battenti in seguito a un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro. Schermata dietro una serie di scatole vuote a Panama e alle Isole Vergini Britanniche, la proprietà di Centurionbet era nelle mani di Francesco Martiradonna. Condannato l’anno scorso a 11 anni e 4 mesi per concorso esterno in associazione mafiosa per aver fatto affari nel gioco d’azzardo con il clan Arena di Crotone.

Del legame tra Wirecard e Centurionbet ha scritto nei giorni scorsi il Financial Times. Un ex dipendente dell’azienda tedesca ha riferito al quotidiano britannico che Wirecard avrebbe svolto una revisione interna su Centurionbet dopo che erano emerse infiltrazioni mafiose in un altro operatore maltese. L’analisi di compliance avrebbe avuto esito positivo sulla base di garanzie fornite dall’azienda.

Il rapporto tra Wirecard e Centurionbet sarebbe proseguito fino al maggio 2017, quando l’azienda maltese ha chiuso i battenti in seguito a un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro

Ad affidare i propri soldi a Wirecard è stata in passato anche SKS365, un’altra azienda nota alle cronache giudiziarie. Nel novembre 2018 le procure di Reggio Calabria, Bari e Catania hanno accusato l’azienda di aver stretto alleanze, almeno fino al 2017, con clan di Cosa Nostra, Sacra Corona Unita e ‘ndrangheta. Ponendo così le basi per costruirsi una solida posizione nel mercato.

Oggi la gestione di SKS365 è passata a un nuovo management estraneo ai fatti incriminati. Ma all’epoca la proprietà era nelle mani di manager poi arrestati per associazione mafiosa, riciclaggio e truffa aggravata. Dalle carte dell’indagine emerge che tra numerosi conti correnti in mezza Europa, SKS365 ne aveva anche due con Wirecard, nei quali alle fine del 2015 erano custoditi oltre un milione e mezzo di euro.

IrpiMedia è gratuito

Ogni donazione è indispensabile per lo sviluppo di IrpiMedia

CREDITI

Autori

Matteo Civillini Gianluca Paolucci

In partnership con

Editing

Luca Rinaldi