Passaporti d’oro, l’Europarlamento chiede che la Commissione li metta al bando

16 Marzo 2022 | di Tiziano Ferri

«Il Parlamento europeo ritiene che la cittadinanza dell’Unione non sia una merce che può essere commercializzata o venduta». Mercoledì 9 marzo l’aula di Strasburgo ha approvato una relazione d’iniziativa legislativa che chiede alla Commissione di normare l’abolizione dei cosiddetti “passaporti d’oro” e la regolamentazione dei “visti d’oro”. Con 595 voti favorevoli, 12 contrari e 74 astensioni, l’assise europea ha promosso la messa al bando dei programmi di “cittadinanza in cambio di investimenti” (Cbi, Citizenship by investment) entro il 2025, e ha posto vincoli più stringenti per i programmi di “soggiorno in cambio di investimenti” (Rbi, Residence by investment). Era da tempo che a Strasburgo si discuteva di come affrontare il tema della vendita di visti e passaporti europei. La guerra in Ucraina ha accelerato l’iter per cercare di raggiungere l’obiettivo in tempi più stretti. Lo scopo ultimo della misura, così some proposta nella risoluzione del 9 marzo, è anche colpire gli oligarchi russi, tra i principali “compratori” di residenze e cittadinanze europee.

Secondo il testo licenziato illustrato dalla relatrice, l’olandese Sophia in‘t Veld (Renew Europe), la concessione della cittadinanza in cambio di pagamenti «mina l’essenza della cittadinanza dell’Unione europea». L’eurodeputata ha affermato che «questi programmi servono solo a fornire una porta sul retro dell’Ue per personaggi loschi che non possono entrare alla luce del giorno. È ora di chiudere quella porta, in modo che gli oligarchi russi e altre persone con soldi sporchi stiano fuori». Affinché la proposta diventi una misura operativa, bisogna attendere che la Commissione elabori una sua proposta legislativa, stimolata dall’Europarlamento, ed eventualmente valutare in che misura accoglierà i suggerimenti di Strasburgo.

Cos’è una relazione d’iniziativa legislativa

A differenza dei parlamenti nazionali, il Parlamento europeo non gode del diritto d’iniziativa legislativa, che spetta a Commissione e Consiglio. A partire dal Trattato di Maastricht (1993) è prevista la “relazione d’iniziativa legislativa”, che attribuisce al Parlamento europeo un diritto d’iniziativa legislativa indiretto. Tale strumento deve contenere una proposta legislativa da sottoporre alla Commissione, e il testo deve essere approvato con la maggioranza assoluta dell’Aula. La Commissione ha tre mesi di tempo per accogliere la proposta e legiferare di conseguenza, oppure comunicare le motivazioni dell’eventuale rifiuto. A partire dall’attuale legislatura (2019-2024) la Commissione, in linea con l’impegno preso dalla presidente von der Leyen di rispondere sempre con un atto legislativo alle richieste del Parlamento, ha quasi sempre tradotto le richieste in una proposta legislativa.

Russi e cinesi i maggiori acquirenti

Più del 45% delle cittadinanze concesse con procedimenti Cbi da Cipro e Malta riguarda facoltosi russi (seguono cinesi e mediorientali, entrambi con il 15% delle cittadinanze concesse). Tra le Rbi accolte primeggiano invece gli investitori cinesi con oltre il 55% delle residenze concesse, con il picco dell’Irlanda che tra il 2012 e il 2019 ne ha concesse più del 90% a cittadini di nazionalità cinese. Da notare l’eccezione baltica: mentre ai cittadini di origine russa è intestato circa il 20% dei programmi per investimenti Rbi rilasciati dai paesi Ue, in Lettonia tali concessioni per i cittadini russi si aggirano sul 75%. Adesso per tutti i russi il Parlamento Ue chiede la revoca dei diritti di cittadinanza e soggiorno concessi in base a tali programmi.

Cittadinanza vendesi

Gli introiti generati dai programmi di “cittadinanza per investimenti” di Cipro e Malta e le domande approvate

La stretta sulla «vendita della cittadinanza» non colpirà solo i cittadini russi. L’assemblea europea non solo accoglie con favore le procedure d’infrazione che la Commissione ha già avviato per i programmi Cbi di Cipro e Malta, ma la esorta ad avviarne di nuove, se necessario, nei confronti di Paesi membri in relazione ai programmi Rbi. Attualmente adottano sistemi di “soggiorno in cambio di investimenti” Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Irlanda, Italia, Lettonia, Lussemburgo, Malta, Paesi Bassi, Portogallo e Spagna. Opzioni di investimento, procedure e controlli variano da Paese a Paese, con esborsi minimi che vanno da 60.000 euro della Lettonia a 1.250.000 euro dei Paesi Bassi.

Tassare il reddito da passaporti d’oro

Su più di 132 mila persone di Paesi terzi beneficiarie dei programmi di cittadinanza e soggiorno in cambio di investimenti nel periodo 2011-2019 (per un totale di oltre 21 miliardi di euro di versamenti), circa 9 mila nuovi cittadini hanno fruttato ai Paesi concedenti 7,5 miliardi di euro. Un «fenomeno di parassitismo», lo definisce la risoluzione, che espone stati membri e Unione a corruzione, riciclaggio, elusione fiscale, squilibri macroeconomici, pressione sul settore immobiliare. Da qui la proposta di istituire un contributo al bilancio Ue tramite il prelievo di «una percentuale significativa» sugli investimenti effettuati negli stati membri beneficiari dei programmi Cbi e Rbi.

Miliardi di incassi a cui rinunciare

Una brutta notizia per i piccoli Paesi che puntano molto su questi strumenti per sostenere il loro bilancio. In base a uno studio dello European parliamentary research service (Eprs), i programmi Cbi a Cipro hanno generato 6,3 miliardi di euro, a Malta 1,2 miliardi di euro, mentre il maggior beneficiario per programmi Rbi risulta il Portogallo che ha ottenuto 5 miliardi di euro.

Anche Paesi candidati a entrare nella Ue offrono percorsi di Cbi (Macedonia del Nord, Montenegro e Turchia) e Rbi (Albania, Montenegro e Serbia). Tra questi il Montenegro risulta il Paese con un investimento più contenuto (100 mila euro) per il programma Rbi; chi desidera acquisirne la cittadinanza (che a breve potrebbe significare cittadinanza Ue), con una spesa di 800 mila euro può ottenerla entro 3 mesi, senza necessità di recarsi nel Paese balcanico.

Soggiorno vendesi

Gli introiti ottenuti dai programmi di “soggiorno per investimenti” di Portogallo, Spagna, Ungheria, Grecia, Lettonia, Irlanda e Bulgaria e le relative domande approvate

Esistono anche Paesi extra europei, con esenzione del visto d’ingresso in area Schengen, che adottano sistemi di “cittadinanza per investimenti”: Antigua e Barbuda, Dominica, Grenada, Saint Kitts and Nevis, Saint Lucia, Vanuatu. Possiedono una caratteristica in comune: sono tutti paradisi fiscali. Per fare un esempio, con un investimento minimo di circa 120 mila euro, in meno di due mesi è possibile acquisire la cittadinanza di Vanuatu senza neppure metterci piede, status che dà accesso senza visto all’area Schengen.

Un nuovo regolamento per i golden visa

Pertanto, tra le proposte inviate alla Commissione per legiferare in materia, il Parlamento ha chiesto di inserire come criterio di adesione alla Ue, per i Paesi candidati e potenziali candidati, l’eliminazione di programmi Cbi e la regolamentazione dei programmi Rbi. Quanto ai Paesi terzi extra europei, i cui cittadini entrano nell’Unione senza visto, la richiesta è che siano portati ad allineare i propri programmi Rbi al nuovo regolamento europeo in via di definizione.

Nelle intenzioni dell’Europarlamento le linee guida per il regolamento di Rbi includono rigorosi controlli sui precedenti dei richiedenti (familiari e origine dei fondi inclusi); la verifica incrociata delle banche dati nazionali, Ue e internazionali per controllare principalmente fedina penale e origine degli investimenti; l’obbligo per ciascuno Stato di notificare ogni domanda al vaglio attraverso un sistema che consenta ad altri Stati membri di presentare obiezioni; l’introduzione di requisiti minimi di residenza effettiva da parte dei richiedenti, nonché il loro coinvolgimento attivo per qualità, valore aggiunto e contributo all’economia del Paese. Previsto il divieto delle “domande congiunte”, in virtù delle quali un richiedente principale e i familiari possono far parte della stessa domanda.

Intermediari da vagliare

Le autorità pubbliche che trattano le domande di cittadinanza e residenza dovranno adeguarsi alla normativa internazionale in materia di antiriciclaggio. Una maggioranza significativa degli investimenti richiesti dovrebbe consistere in investimenti produttivi nell’economia reale, in linea con i settori prioritari legati alla green economy e all’economia digitale. Gli investimenti in beni immobili, fondi di investimento, titoli di stato o pagamenti versati direttamente al bilancio dello stato dovrebbero limitarsi a una minima parte dell’importo investito.

Considerato che gli intermediari privati che facilitano le procedure d’acquisto di cittadinanze e residenze hanno dimostrato di non operare sempre in modo trasparente, il Parlamento europeo chiede il divieto della loro partecipazione ai programmi Cbi. Richiede inoltre una regolamentazione sul loro ruolo nei programmi Rbi, con sanzioni previste in caso di violazione delle regole. I nuovi requisiti implicano una specifica licenza per gli intermediari rilasciata dall’Ue, il divieto in tutta l’Unione di pratiche di commercializzazione per i programmi Rbi che li leghino a benefici connessi ai trattati europei, l’impossibilità per gli intermediari di attuare interi programmi per conto degli Stati, ma solo agire nelle specifiche domande e solo previo contatto da parte dei singoli richiedenti.

Sebbene sia da sottolineare il rinnovato sforzo del Parlamento Ue per ridurre l’acquisto della cittadinanza o della residenza in cambio di investimenti, la strada da percorrere prima dell’effettiva interruzione del sistema di vendita dei passaporti è ancora molto lunga. Sarà infatti molto difficile rimettere del tutto in discussione diritti già acquisiti e programmi già in corso ed è lecito attendersi dai Paesi maggiormente implicati una certa riluttanza nell’adeguarsi alla nuova normativa.

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Visti d’oro in Italia: il lasciapassare per i “paperoni” del mondo

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Visti d’oro in Italia: il lasciapassare per i “paperoni” del mondo
Lorenzo Bagnoli
Matteo Civillini

La storia dei visti per investitori in Italia è cominciata con Matteo Renzi e si è evoluta con Giuseppe Conte. I due protagonisti dell’attuale crisi di governo sono accomunati dalla stessa sete di fondi esteri da far atterrare in Italia. Con Matteo Renzi come primo ministro, l’Italia ha introdotto per la prima volta il concetto di “Investor visa”, un tappeto rosso per l’ingresso nel Paese in cambio di lauti investimenti. Si tratta della formula più light dei cosiddetti “passaporti d’oro” perché concede un visto di durata biennale, mentre i programmi di altre nazioni garantiscono cittadinanze a tutti gli effetti. Il senso però è lo stesso: dare la possibilità ai super ricchi di fissare la propria residenza in Italia pur senza avere legami che vanno al di là dei denari investiti. Il visto per un imprenditore non-comunitario ha molte attrattive, tra cui la possibilità di circolare nell’Eurozona senza limitazioni.

Con lo scoppiare dell’emergenza Covid, il governo italiano guidato da Giuseppe Conte ha introdotto un rafforzamento di questo programma in nome del rilancio del made in Italy, visti i risultati finora fallimentari in termini di numeri di domande d’ingresso. Sono gli esperti del settore a dire che ora l’Italia ha un suo golden visa vero e proprio. Con tutti i problemi che questo sistema si trascina, tanto è vero che in Europa inizia ad avere una lunga storia di controversie. In passato, i programmi di golden visa sono stati criticati dall’Unione europea, sia per la tipologia di bene ceduto – la residenza o la cittadinanza- sia per l’infiltrazione di investitori pregiudicati nelle liste di chi fa domanda di visto allo scopo di ricostruirsi un’identità.

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A questo poi si aggiunge un tema tutto italiano: la giustizia fiscale. Nel 2020, l’Agenzia delle entrate ha calcolato in 90 miliardi di euro il buco all’erario prodotto dall’evasione e, al contempo, la tassazione è sempre considerata troppo pesante, da imprenditori e dipendenti. Chi porta la propria residenza fiscale all’estero viaggia in un sistema parallelo, fuori dalla logica delle aliquote progressive. Lo sconto fiscale per i neo residenti è comune anche ad altri programmi europei, ma la durata – 15 anni – è una prerogativa italiana. La logica è chiara: meglio meno soldi subito, che zero soldi in futuro. Tuttavia l’interrogativo su quanto questa soluzione sia equa, soprattutto nel lungo periodo, rimane.
Il mantra del rilancio dell’Italia

A leggere le presentazioni del programma, la motivazione che ha spinto verso i golden visa è il rilancio del “made in Italy”, uno dei mantra che si ripetono ciclicamente, soprattutto in tempi di crisi economiche. Le infrastrutture per rendere l’Italia più attrattiva sono diventate più solide a partire dal varo dello Sblocca Italia, promosso sempre dal governo Renzi nel 2014. Il decreto ha introdotto il Comitato Attrazione Investimenti Esteri (Caie), un organismo interministeriale che ha lo scopo di proporre normative che favoriscano gli investimenti esteri; fare da osservatorio sulle politiche in atto e di raccordare le istituzioni che lo compongono (il ministero dello Sviluppo Economico, il ministero degli Esteri, Ministero delle Finanze, Ministero della Pubblica amministrazione e Conferenza Stato-Regioni) con gli uffici esteri dell’Agenzia per la promozione e l’internazionalizzazione dell imprese (Ice).

È una sorta di ufficio pubbliche relazioni che rappresenta l’Italia e le sue imprese nel grande libero mercato tra nazioni. La competizione è su due piani: quello delle aziende italiane nei Paesi esteri (per conquistarsi appalti, commesse e clienti, favorendo l’export) e quello tra nazioni, in cui il marchio Italia compete con quello degli altri Paesi. Tutto l’apparato di marketing si basa da un lato su luoghi comuni più o meno veri e più o meno instillati ormai nell’immaginario comune collegato all’Italia (mare, sole, città d’arte, buon cibo, gente simpatica – elementi di questo genere), dall’altro si gioca quanto l’Italia offre in termini di vantaggi (fiscali e non solo) a un investitore straniero.

L’investor visa dopo la pandemia

Introdotto con la legge di bilancio 2017, l'”Investor visa” italiano nella sua declinazione originale prevedeva che i richiedenti potessero scegliere tra quattro diversi investimenti: due milioni di euro in titoli di Stato, un milione di euro in azioni in società di capitali, 500mila in quote di startup innovative o un milione di euro in donazioni filantropiche, categoria quest’ultima che rappresenta una particolarità del sistema italiano, finalizzata a recuperare nuovi mecenati della cultura. Risultati per quest’ultima strada, al momento zero, alla faccia della cultura prodotto d’eccellenza del made in Italy. Oltre all’erogazione di denaro, come per tutti i possessori del permesso di soggiorno, agli investitori veniva chiesta la sottoscrizione dell’accordo di integrazione e l’obbligo della continuità di soggiorno sul territorio italiano.

Poi c’è stato il ribaltone. Durante la pandemia, il governo ha inserito una serie di modifiche chiave che hanno trasformato il primo timido tentativo di visto per investitori in un golden visa competitivo con quanti ne esistono in Europa. Il primo cambiamento è arrivato con il Decreto Rilancio, il primo provvedimento dell’esecutivo pensato per rispondere alla crisi economica innescata dalla pandemia da Covid-19. Le categorie d’investimento attraverso cui ottenere il visto sono rimaste le stesse, ma le somme necessarie per gli investimenti in società di capitali e startup sono state dimezzate (500mila e 250mila euro rispettivamente). Dopo cinque anni, stante la normativa attuale, il titolare di “Investor visa” può richiedere il «permesso di soggiorno permanente», che in pratica dà accesso agli stessi diritti, ma senza scadenza.

Originariamente, i richiedenti potevano scegliere tra quattro tipi di investimenti: due milioni di euro in titoli di Stato, un milione di euro in azioni in società di capitali, 500mila in quote di startup innovative o un milione di euro in donazioni filantropiche

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La seconda novità, ancor più decisiva, è stata apportata a settembre nel Dl Semplificazioni e riguarda l’abolizione dell’obbligo di permanenza fisica in Italia per tutta la durata del visto. «Quello della libertà di spostarsi tra diversi Paesi è un aspetto fondamentale per i cosiddetti high net worth individuals (cioè persone che dispongono di alti redditi, ndr)», spiega l’avvocato Marco Bersani, a capo di uno studio specializzato in diritto di immigrazione per investitori esteri. «Questa novità – prosegue Bersani – ha reso l’Investor Visa molto competitivo rispetto agli altri Paesi europei e questo ha scaturito un grande interesse nel programma italiano». Il punto di forza, evidenzia il Ministero dello Sviluppo Economico, sarebbe la sua rapidità: al richiedente, infatti, viene garantita la comunicazione dell’esito della sua candidatura entro 30 giorni dall’invio.

«Prima del Covid – aggiunge l’avvocato Bersani – avevamo trattato 3-4 domande, numeri irrisori. Nessuno conosceva questo programma». La svolta c’è stata con le modifiche dei Dl Rilancio e Semplificazioni: «Nell’ultimo anno abbiamo ricevuto una quarantina di richieste di interessamento per questo visto. Probabilmente nel 2021 le domande saranno ancora superiori perché vedo che, a differenza del passato, ora l’Investor Visa è molto pubblicizzato all’estero e – conclude Bersani – viene considerato un programma competitivo».

L’iter di approvazione

L’iter prevede la valutazione della domanda da parte di un comitato che comprende rappresentanti dei ministeri dello Sviluppo Economico, dell’Interno, degli Esteri, della Guardia di finanza e dell’Agenzia delle entrate. A loro spetta il compito di verificare la documentazione presentata dai candidati. Tra questa una dichiarazione che la somma da investire sia di provenienza lecita e un certificato di insussistenza di condanne penali definitive, oltre che, ovviamente, al prospetto dall’investimento proposto.

Se non ci sono obiezioni, il comitato concede il nulla osta all’emissione di un visto per investitori, che il richiedente può utilizzare entro sei mesi dal rilascio. Una volta ottenuto, il visto (della durata di due anni), al beneficiario non resta che fare ingresso in Italia e presentare domanda per il permesso di soggiorno.

I dati sul golden visa made in Italy

I dati che IrpiMedia ha ottenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico coprono la prima fase temporale del golden visa all’italiana. Raccontano, in effetti, di un mezzo fallimento: dall’inizio del 2018 a metà giugno 2020 sono arrivate soltanto 17 candidature, di cui dieci hanno portato al rilascio del visto e una ancora in valutazione al momento della nostra richiesta. In cima alla lista delle nazioni di provenienza dei richiedenti troviamo Russia e Siria – con quattro a testa – seguite da Cina, Israele (con due) e Brasile, Canada, Corea del Sud, Emirati Arabi e Turchia (una).

Una geografia che, a detta degli operatori del settore, sarebbe parzialmente mutata negli ultimi mesi. Al fianco di un rafforzato interesse da parte di investitori asiatici e russi, si sono infatti trovati di fronte a un boom di richieste dagli Stati Uniti. «Soprattutto prima delle elezioni presidenziali, con il rischio percepito di instabilità politica – racconta l’avvocato Marco Bersani – siamo stati avvicinati da numerosi americani alla ricerca di una via d’uscita che hanno individuato anche nell’Investor Visa italiano».

Tra le opzioni di investimento disponibili, l’acquisto di quote di società di capitali e, in minor misura la startup innovativa (qui il registro imprese “speciale”), fa maggiormente gola ai richiedenti del golden visa. Le aziende di questo genere usufruiscono già di Smart&Start Italia, un sistema di incentivi che prevede agevolazioni, accesso al credito e un fondo per le imprese che nascono a Sud. A gestire il meccanismo è InvItalia, l’Agenzia nazionale per lo sviluppo che dipende dal Ministero delle Finanze di cui è amministratore delegato l’ubiquo Domenico Arcuri. È infatti lo stesso Commissario straordinario nominato dal governo «per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19».

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Visti d’oro in Italia: ecco chi li sta utilizzando

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Visti d’oro in Italia: ecco chi li sta utilizzando

Lorenzo Bagnoli
Matteo Civillini

Nella puntata precedente abbiamo raccontato dell’approdo dei cosiddetti “visti d’oro” in Italia, osservando come si sia passati dalle diciassette candidature in due anni (2018-metà 2020) al boom nella seconda parte dell’anno appena passato, in cui un singolo studio legale che si occupa di queste pratiche ha rivelato a IrpiMedia di averne trattate oltre quaranta. In questo arco temporale, complici i decreti Rilancio e Semplificazione, un singolo studio che si occupa di tali pratiche, sentito da IrpiMedia, ha rivelato di aver istruito almeno quaranta pratiche per l’accesso alla cittadinanza per investimento. Siamo oggi in grado di aggiungere un ulteriore tassello, rivelando le società in cui i nuovi cittadini/investitori hanno investito per acquisire la cittadinanza.

Chi ha ricevuto i “golden investments”

Nel vecchio corso del golden visa, tra il 2018 e la prima metà del 2020, quattro domande andate a buon fine hanno portato al versamento di un milione di euro ciascuna in S.p.A. italiane. Per la prima volta IrpiMedia è in grado di indicare alcune delle aziende beneficiarie.

A ricevere un investimento è stata Prysmian, leader mondiale nell’industria dei cavi per la trasmissione di energia e per sistemi di telecomunicazioni. Una goccia nel mare per un colosso da 7,5 miliardi di euro di capitalizzazione. Più pesante in termini relativi, invece, la somma finita dentro Valsoia, altro beneficiario dell’Investor Visa. L’azienda specializzata in produzione di alimenti vegetali ha una capitalizzazione azionaria di circa 140 milioni di euro.

Chi siano le altre due S.p.A. ad aver incassato il milione di euro a testa non è dato sapersi. Il Ministero per lo sviluppo economico ha omesso i nomi facendo leva su un’eccezione della normativa che regola l’accesso agli atti. Unico dato certo è che si tratta di società quotate a partecipazione pubblica. Potrebbe essere una delle sei aziende controllate a maggioranza dal Tesoro: Banca Monte dei Paschi, Enav, Enel, Eni, Leonardo e Poste Italiane.

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Estratto della risposta alla richiesta di acceso agli atti di IrpiMedia presso il Ministero dello sviluppo economico

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Fino al giugno scorso sono stati solo due gli investitori che hanno barrato la casella dell’investimento in una startup innovativa. Ed entrambe hanno indicato lo stesso beneficiario: Its Energy Srl. Fondata nel 2017 a Milano, ma realmente operativa solo dall’aprile 2019, l’azienda sembra avvolta nel mistero. Online si trova solo un sito web di una pagina nella quale Its Energy promette di realizzare “la rivoluzione nel trading”. Come? Attraverso una piattaforma digitale che avrebbe lo scopo di facilitare la compravendita di crediti immobiliari, in particolare nella categoria dei cosiddetti non-performing loans (Npl). Ovvero prestiti in sofferenza che i debitori non sono sono in grado di rimborsare e che hanno un immobile come patrimonio a garanzia. Un mercato molto delicato e ad alto rischio dove, normalmente, ad acquistare portafogli di crediti deteriorati dalla banche sono fondi d’investimento specializzati. Operatori finanziari di grandi dimensioni che spesso fanno a loro volta fatica a gestire gli Npl accaparrati in fretta e furia negli ultimi anni.

L’ambizione di Its Energy sarebbe invece quella di spalancare le porte del mercato ai privati cittadini. Come si legge nel prospetto della startup, attraverso la piattaforma i singoli risparmiatori potrebbero trattare direttamente con le banche l’acquisto di crediti. Agli investitori verrebbero inoltre messi a disposizione «strumenti di realtà aumentata» allo scopo di effettuare perizie dei crediti offerti. Seppur innovativa, l’idea potrebbe attirare risparmiatori inesperti non in grado di valutare il reale grado di rischio degli investimenti.

Ad oggi, quale sia lo stato dell’arte delle attività di Its Energy non è chiaro. Nel bilancio del 2019 (l’ultimo depositato) l’azienda riportava un valore della produzione pari a zero, costi per circa mille euro e poco più di 5mila euro in disponibilità liquide. Un quadro generale molto diverso da quello di una startup di successo. Nel febbraio 2020, però, sarebbero entrati i capitali di due cittadini cinesi, che grazie all’investimento in Its Energy hanno ottenuto il golden visa.

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Il golden visa del mattone

All’inizio fu Confedilizia, il segmento di Confindustria legato all’industria immobiliare, e la Fiabci, la federazione internazionale degli immobiliaristi. Già nel 2013 le due organizzazioni di categoria chiedevano all’Italia di adottare misure per attrezzarsi con un proprio golden visa. «L’Italia – scriveva il presidente italiano di Fiabci Giancarlo Bracco in una lettera aperta rivolta all’allora primo ministro, Enrico Letta – secondo le statistiche è ai primi posti nella lista di gradimento dei Paesi preferiti da questa tipologia di investitori, i quali non sono unicamente grandi società o realtà istituzionali, ma famiglie che, investendo nell’acquisto di immobili, producono un grande beneficio per tutto il territorio».

Paradossalmente, nonostante il mondo dell’immobiliare sia quello che più si è speso per aprire l’Italia alla cittadinanza per investimento, ad oggi quello sul mattone non è uno degli investimenti possibili per ottenere l’Investor Visa. Durante un convegno organizzato a Roma nel dicembre 2017, il direttore del portale Investor Visa Italy Raffaele Miele ha precisato che «gli investimenti immobiliari possono “facilitare” il rilascio di un visto d’ingresso, sia esso per “residenza elettiva” o per “turismo”; ma, in entrambi i casi, non è “matematicamente” certo che all’investimento immobiliare corrisponda il rilascio del visto, non è consentito svolgere attività lavorativa».

Confedilizia a margine degli Stati generali dell’Economia convocati dal governo di Giuseppe Conte a giugno del 2020 ribadiva la necessità di attrarre investimenti nel settore immobiliare attraverso i golden visa, citando gli investimenti esteri nel settore immobiliare attratti dal 2013 da Malta (250 milioni di euro), Spagna (3 miliardi), Portogallo (5 miliardi) e Grecia (3 miliardi). Ad altre latitudini, Dubai ha costruito il successo degli ultimi 20 anni calamitando investimenti immobiliari dei super ricchi del mondo. In più c’è tutto il tema della ricaduta degli investimenti nell’economia reale.

Dal punto di vista di chi analizza e indaga il crimine finanziario transnazionale, però, l’esclusione del settore immobiliare è una precauzione ragionevole, dato che non è tra i più alti in termini di produttività ed è un settore privilegiato per operazioni di riciclaggio (lo scrive, per esempio il centro di ricerche dell’Università Cattolica Transcrime). Per altro, per quanto il settore lamenti la scarsità di investimenti, alcuni dei più grandi progetti con fondi esteri sono già legati all’industria del mattone. Durante la presentazione del Tour italiano attrazione investimenti del 2018, ad esempio, il Comitato investimenti esteri ha presentato, tra gli altri, il progetto per la realizzazione del centro commerciale più grande d’Europa (155mila metri quadri), il Westfield Milano, finanziato dal gruppo australiano Westfield. L’inaugurazione prevista è per il 2022, ma la pandemia potrebbe far cambiare i programmi.

Le controversie sul programma

Seppur in Italia le residenze per investimento inizino a decollare solo adesso, il mondo dei golden visa in Europa gode di una reputazione sempre peggiore. La versione di “passaporto d’oro” che offre la cittadinanza e non il visto, a Malta e Cipro è costata un’infrazione mossa dall’Unione europea a ottobre 2020. Il mese successivo, Cipro ha chiuso il programma mentre Malta promette di andare avanti senza cambiare una virgola. Il problema connaturato a questo meccanismo per attrarre capitali, in realtà, varca di molto il perimetro dei golden visa in tutte le sue varianti. Riguarda le possibili forme di concorrenza sleale provocate delle politiche di certi Paesi, con il risultato, alla fine, di facilitare reati fiscali di vario genere.

Già nel 2014 l’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha costruito un software, il Common reporting standard (Crs), per migliorare lo scambio di informazioni tra enti di vigilanza e contrastare l’evasione fiscale. I diversi governi adottano la procedura Crs su base volontaria (nell’Europa geografica, il Montenegro, in cui vige un sistema di golden visa, non ne fa parte) principalmente allo scopo di rintracciare i soldi all’estero di un cittadino del proprio Paese. Secondo l’Ocse, le varie forme di golden visa rischiano però di vanificare il Crs, rendendo più difficile la due diligence fiscale. A questo si aggiunge il fatto che ormai numerose inchieste hanno dimostrato come siano sfuggiti ai controlli diversi pregiudicati che hanno ottenuto il visto o la cittadinanza in un Paese europeo. Per questa serie di motivi, il Tax Secrecy Index, l’indice di opacità fiscale pubblicato ogni anno dalla ong Tax Justice network, considera il fattore come negativo.

Seppur in Italia le residenze per investimento inizino a decollare solo adesso, il mondo dei golden visa in Europa gode di una reputazione sempre peggiore

L’editoriale

Passaporti d’oro: così si alimenta l’industria della diseguaglianza

Passaporti comprati a fronte di investimenti fatti nel Paese da cui si acquista la cittadinanza. La commissione europea contro lo Ius Doni: a rischio equità e giustizia fiscale

Si possono poi fare altre valutazioni, di ordine più politico. Davvero gli investimenti esteri tramite golden visa possono essere il volano della ripresa economica in Italia? I visti d’oro hanno certo contribuito a Malta o Cipro a uscire da una crisi economica, ma lo scotto da pagare sono state pesanti crisi di governo dovute principalmente alla corruzione crescente. L’industria dei visti d’oro è un settore a rischio.

C’è poi un tema legato alla giustizia fiscale. La principale agevolazione del golden visa italiano, sul piano della tassazione, consiste in un’imposta unica sostitutiva sui redditi in ingresso provenienti dall’estero, che vale per tutti i neo residenti. È sempre pari a 100mila euro. Per ciascun familiare che si vuole ricongiungere, se ne aggiunge un’altra da 25 mila euro. Ci sono poi altri vantaggi meno immediati, come lo sconto dell’imposta di successione, quello sui trasferimenti di asset da Paesi terzi in Italia e l’esenzione sul valore dei prodotti finanziari, di conti correnti, di libretti di risparmio.

In Italia il gettito fiscale si raccoglie soprattutto attraverso la tassazione sui redditi delle persone fisiche. È pari quasi al 25% del totale, più del doppio della media dei Paesi Ocse. La tassazione sui profitti delle imprese pesa per il 1,94% del Pil, contro una media Ocse di 3,14%. Il sistema è complicato e oggetto degli strali di ogni categoria. Ma al di là della giustizia, della corruzione e della fiscalità, il passaporto d’oro per gli investitori sembra essere più che altro una abdicazione della politica ai businessmen in termini di politica economica.

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Golden passports: this is how the inequality industry is fueled

6 Gennaio 2021 | di Lorenzo Bagnoli

The email is from 04th November 2020. The sender mailbox belongs to Christian Kalin (or Kaelin, as written in the new e-mail address), the president of the Henley & Partners group. The company is among the world leaders in citizenship-by-investment programs: the so-called “golden passports”. Other players are Apex Capital, Kylin Prime Group, Arton Capital, Civiquo Limited, although the list could be much longer. “The extraordinary events around Covid – Kalin writes in the email – have once again demonstrated how important the rights of residence and citizenship are”.

The passport business started to expand in 2007. It has different nuances but essentially it allows wealthy people to acquire citizenship and residence in exchange for investments: in the Caribbean islands, the minimum contribution for a residence is equal to 100 thousand dollars, while in Cyprus it can require up to a minimum investment of 2 million euros. Apex Capital Partners estimate that, at the end of 2020, there will be about 25,000 citizenship buyers compared to about 5,000 in 2017. These are the so-called “migration programs”, a set that includes citizenship and residence and that is active in over 100 countries all over the world.

Kalin, a Swiss lawyer, transformed these two rights into purchasable products. He is the inventor of the Ius Doni, the right of residence and the index that measures the power, and the attractiveness, of passports. “The Man Who Sells Passports,” reporter Oliver Bullough calls him in Moneyland, a book that investigates how the rich rule the world. He is their chamberlain, the genius who sensed the existence of a new market with a global reach of about three billion dollars a year and the man towards whom criticism of the legitimacy of the business also converges.

The European infringement procedure against Malta and Cyprus

Initially endorsed by the European Commission itself, the citizenship transfer system has more recently been accused of endangering the very strength of the European Union. The wave has become impossible to ride over the past two years. It began in 2016, the year of the first investigation into the beneficiaries of citizenship: upon them, investigations for a variety of crimes or even convictions weighed. Journalist Daphne Caruana Galizia started inquiries and in-depth studies on the subject, which she documented in her blog Running Commentary. Suspicions that the purchase transactions concealed corruption and money laundering have multiplied everywhere ever since, in Europe and beyond.

In the end, the European Commission, on the 20th October, started an infringement procedure against Malta and Cyprus, the two leading countries of European golden passports. The sale of citizenship, the Commission itself notes, violates the “principle of loyal cooperation”, established in Article 4 of the Treaty on European Union, and “the integrity of the status of citizen of the Union” as enshrined in Article 20 of the Treaty on the functioning of the EU.

Now the two countries have two months to adapt and avoid being faced with the European Court of Justice. The procedures affect the Member States and do not in any way affect Henley & Partners and the other companies providing the services, which remain free to continue their business.

The final thrust that triggered the procedure was the latest Al Jazeera investigation, which revealed how Cyprus politicians earned hefty bribes from buying and selling the citizenships of the super-wealthy.

In Malta, a country where the system was conceived and implemented by the government together with the Swiss law firm (Henley & Partners is the “sole concessionaire”), the reaction to the European move was one of disdain: Brussels makes it a moral question, rather than a legal issue. In Malta Today the Maltese Secretary for Citizenship in the European Parliament Alex Muscat claimed the quality of Maltese checks, in his opinion not comparable to the Cypriot one.

In Nicosia, the European procedure persuaded the government to stop the program starting from November: the requests in line will run out, but no new ones will be accepted. Since 2013, the year Cyprus went bankrupt and decided to convert to a financial services paradise, it has grossed € 8 billion through the citizenship by investment scheme. In the meantime, however, outside the presidential palace, groups of citizens have begun to protest against the government demanding mass resignations.

Stories of unwelcome new citizens

Among the latest recipients of citizenship-on-investment with a criminal record that should have excluded them from the list of possible applicants, one of the most prominent names is that of Jho Low, a Malaysian native financier well known in Hollywood. Low was a regular at movie star parties, which he attended assiduously because of the power he acquired with his investment fund, 1MDB. Too bad his exhibited wealth was not real and – according to the US Department of Justice – it was a tool for committing financial crimes.

The international police have been investigating him since 2016, and in 2019 he negotiated with the United States the return of 700 million dollars. He has been a Cypriot citizen since 2015. Thaksin Shinawatra, former prime minister of Thailand, has been involved in financial scandals since 1994. He entered politics following a bankruptcy. Since 2001, he has concentrated the country’s biggest economic interests (such as telecommunication) on family companies and suffered his first conviction for tax evasion in his home country in 2007. His government caused huge street demonstrations and he was forced to leave the country twice. He has obtained a “permanent visa” in Montenegro since 2010.

A former member of the Defence Special Forces and security entrepreneur, Anatoly Hurgin has been a Maltese citizen since 2016. In 2019 he was accused of fraud in Israel and the United States. Mehul Choksi is a wealthy Indian entrepreneur in the diamond industry. In India, he is considered to be a fugitive: he left the country following a judicial scandal that saw him indicted for fraud alongside former employees of the Punjab National Bank, one of the largest banks in the country. Since 2017 he has acquired citizenship in the Caribbean archipelago of Antigua and Barbuda.

Industry at the time of the pandemic

Although Covid has violently impacted the world of tourism and freedom of movement, the passport market does not seem to be going through a crisis. Perhaps the characteristics of some customers change. While in particular in the Mediterranean it was the Russians who sought shelter for their investments in the event of new European sanctions against Moscow, the pandemic has shifted attention to the Caribbean islands, a favourite destination of wealthy Northern Americans. The second citizenship is like “a combat helicopter that came to save you” from the pandemic, to go with a metaphor one manager used with Forbes.

The unpredictability of the future, according to Henley & Partners, is one of the reasons why it is better to have an alternative passport in your pocket. Now that the “premium passports”, those that open the doors to a greater number of countries, are unusable, a second option is preferable in small countries where infections are contained.

Among the programs that climb the rankings is that of Montenegro, launched in 2019, on which Henley & Partners is focusing a lot. The CEO of the Swiss company Juerg Steffen said in July: “From the moment we enter the worst recession since the Great Depression, a small country like Montenegro is better equipped to weather the storm. The recently launched citizenship-for-investment program provides permanent access and permission to stay in this beautiful and safe European country. ‘ In the analysis published in October on the coronavirus situation, the OSCE indicated a huge increase in the infection curve for Montenegro starting from June, such as to make the country the eleventh in the world today in the ranking of the most affected.

A question of fiscal equity

When the matter hit the international press, Kalin spoke of a bias in the press against the industry and branded all the inquiries as “fake news” during an interview with a specialised newspaper. However, the fact that the immigration industry for the super-rich could undermine the resilience of tax monitoring systems is a fear of many, mainly based on evaluation rather than prejudice.

This piece was translated by FirmUk, a nonprofit antimafia, anti-organised crime and corruption network based in London (UK). Subscribe to FirmUk’s newsletter “Spotlight“.

There is a political theme underlying the sale of passports: competitiveness and fiscal justice. Making the passport industry a driving force behind its economy involves competing for the attractiveness of a tiny slice of the very rich market. This means shaping your tax system in such a way that it can favour the latter, with the risk that it will be at the expense of everyone else. More than any other element on the curriculum of those who win citizenship, this is what makes the system dangerous, especially in the European context, but not only.

The game of fiscal justice in Europe, which is fundamental for the Union’s stability, is now also being played within a specific subcommittee that took place in June.Kalin has every right to defend his honour and that of the company he chairs, but he cannot eliminate from public discourse the issue of how much or not it makes sense to invest in the industry of inequalities.

Passaporti d’oro: così si alimenta l’industria della diseguaglianza

9 Novembre 2020 | di Lorenzo Bagnoli

La mail è del 4 novembre. La casella di provenienza appartiene a Christian Kalin (o Kaelin, come scritto nel nuovo indirizzo di posta elettronica), il presidente del gruppo Henley & Partners. La società è tra i leader mondiali nei programmi di cittadinanza-per-investimento: i cosiddetti “passaporti d’oro”. Altri attori sono Apex Capital, Kylin Prime Group, Arton Capital, Civiquo Limited, ma l’elenco potrebbe essere molto più lungo. «Gli straordinari eventi intorno al Covid – scrive Kalin nell’email – hanno dimostrato ancora una volta quanto siano importanti i diritti di residenza e cittadinanza».

L’industria dei passaporti ha cominciato a espandersi nel 2007. Ha sfumature diverse, ma in sostanza permette a cittadini facoltosi di acquistare la cittadinanza o la residenza in cambio di investimenti: nelle isole caraibiche il contributo minimo per una residenza è pari a 100mila dollari, mentre a Cipro può richiedere fino a un investimento minimo di 2 milioni di euro. La stima di Apex Capital Partners è che alla fine del 2020 saranno circa 25mila gli acquirenti di cittadinanze, contro i circa 5mila del 2017. Sono questi i cosiddetti “programmi di migrazione”, un insieme che include cittadinanza e residenza, attivi in oltre cento Paesi in tutto il mondo.

Avvocato svizzero, Kalin ha trasformato questi due diritti in prodotti acquistabili. È l’inventore dello Ius Doni, il diritto della residenza e dell’indice che misura la potenza, e l’attrattività, dei passaporti. «L’uomo che vende passaporti» lo chiama il giornalista Oliver Bullough in Moneyland, libro che investiga come i ricchi dominano il mondo. È il loro ciambellano, il genio che ha intuito l’esistenza di un nuovo mercato dalla portata mondiale di circa tre miliardi di dollari l’anno e l’uomo verso il quale convergono anche le critiche sulla legittimità del business.

La procedura d’infrazione europea verso Malta e Cipro

Inizialmente avallato dalla stessa Commissione Europea, il sistema di cessione della cittadinanza è stato più recentemente accusato di mettere in pericolo la stessa tenuta dell’Unione. L’onda è diventata impossibile da cavalcare negli ultimi due anni. Ha cominciato a montare nel 2016, anno delle prime inchieste sui beneficiari della cittadinanza sui quali pesavano indagini per reati di varia natura o addirittura condanne. La stessa giornalista Daphne Caruana Galizia dalle colonne del suo blog Running Commentary aveva avviato inchieste e approfondimenti sul tema. I sospetti che le operazioni di acquisto celassero corruzione e riciclaggio si sono moltiplicati ovunque, in Europa e non solo.

Per approfondire

The Daphne Project

L’omicidio della giornalista maltese Daphne Caruana Galizia ha segnato un punto di svolta nella storia dell’isola. 45 giornalisti da 18 Paesi nel mondo hanno proseguito il suo lavoro

18 Ottobre 2020
Alla fine la Commissione Europa, il 20 ottobre scorso, ha iniziato una procedura di infrazione nei confronti di Malta e Cipro, i due Paesi capofila dei passaporti d’oro europei. La vendita di cittadinanza, rileva la stessa Commissione, viola il «principio di leale cooperazione», stabilito all’articolo 4 del Trattato sull’Unione Europea, e «l’integrità dello status di cittadino dell’Unione» così come sancito dall’articolo 20 del Trattato sul funzionamento dell’Ue.

Ora i due Paesi hanno due mesi per adeguarsi ed evitare di trovarsi di fronte alla Corte di giustizia europea. Le procedure colpiscono gli Stati membri e non riguardano in alcun modo Henley & Partners e le altre società che forniscono i servizi, le quali restano libere di poter continuare il proprio business.

La spinta finale che ha innescato la procedura è stata l’ultima inchiesta di Al Jazeera, che ha svelato come politici di Cipro abbiano guadagnato laute mazzette dalla compravendita delle cittadinanze dei super ricchi.

A Malta, Paese dove il sistema è stato concepito e implementato dal governo insieme allo studio legale svizzero (Henley & Partners è “unico concessionario”), la reazione alla mossa europea è stata di sdegno: Bruxelles ne fa una questione morale, più che una questione legale. A Malta Today il Segretario maltese per la cittadinanza al Parlamento Europeo Alex Muscat ha rivendicato la qualità dei controlli maltesi, a suo avviso non paragonabile a quella cipriota.

A Nicosia il procedimento europeo ha persuaso il governo a interrompere il programma a partire da novembre: si esauriranno le richieste in coda, ma non se ne accetteranno di nuove. Dal 2013, l’anno in cui Cipro è andata in bancarotta e ha deciso di convertirsi a paradiso dei servizi finanziari, ha incassato 8 miliardi di euro attraverso lo schema della cittadinanza per investimento. Intanto però fuori dal Palazzo presidenziale gruppi di cittadini hanno cominciato a protestare contro il governo chiedendo dimissioni di massa.

Storie di nuovi cittadini non graditi

Tra gli ultimi beneficiari di cittadinanze-su-investimento con una fedina penale che avrebbe dovuto escluderli dalla lista dei possibili richiedenti, uno dei nomi di maggiore rilevanza è quello di Jho Low, un finanziere nativo della Malesia molto noto a Hollywood. Low era un habitué delle feste delle star del cinema, che frequentava assiduamente grazie al potere acquistato con il suo fondo d’investimento, 1MDB. Peccato che la sua ricchezza esibita non fosse reale e che secondo il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti fosse in realtà uno strumento per commettere crimini finanziari. Le polizie internazionali indagano su di lui dal 2016 e nel 2019 ha patteggiato con gli Stati Uniti la restituzione di 700 milioni di dollari. Dal 2015 è cittadino cipriota.

Thaksin Shinawatra, ex primo ministro della Thailandia, è coinvolto in scandali finanziari dal 1994. È entrato in politica proprio a seguito di una bancarotta. Dal 2001 ha concentrato sulle società di famiglia i più grossi interessi economici del Paese (come le telecomunicazioni) e ha subito la prima condanna per evasione fiscale in patria nel 2007. Il suo governo ha provocato enormi manifestazioni di piazza e per due volte è stato costretto a lasciare il Paese. Ha ottenuto il “visto permanente” in Montenegro dal 2010.

Ex membro delle forze speciali di Difesa e imprenditore nel settore della sicurezza, l’israliano Anatoly Hurgin è cittadino maltese dal 2016. Nel 2019 è stato accusato di frode in Israele e negli Stati Uniti.

Mehul Choksi è un ricco imprenditore indiano nel settore dei diamanti. Per l’India è un latitante: ha lasciato il Paese a seguito di una scandalo giudiziario che lo vede incriminato per frode insieme ad ex dipendenti della Punjab National Bank, una delle più grosse banche del Paese. Dal 2017 ha acquistato la cittadinanza nell’arcipelago caraibico di Antigua e Barbuda.

L’industria ai tempi della pandemia

Per quanto il Covid abbia impattato in modo violento il mondo del turismo e la concezione stessa della libertà di movimento, il mercato dei passaporti non sembra attraversare una crisi. Cambiano forse le caratteristiche di alcuni clienti. Mentre in particolare nel Mediterraneo erano i russi a cercare riparo per i loro investimenti in caso di nuove sanzioni europee contro Mosca, la pandemia ha spostato l’attenzione verso le isole caraibiche, destinazione privilegiata dei ricchi nordamericani. La seconda cittadinanza è come «un elicottero da combattimento venuto a salvarti» dalla pandemia, per usare la metafora che un manager ha utilizzato con Forbes.

L’imprevedibilità del futuro, secondo Henley & Partners, è uno dei motivi per cui è meglio avere in tasca un passaporto alternativo. Ora che i “passaporti premium”, quelli che aprono le porte di un numero maggiore di Paesi, sono di fatto inutilizzabili, è preferibile una seconda opzione, in Paesi piccoli dove i contagi sono contenuti.

Tra i programmi che scalano la classifica c’è quello del Montenegro, lanciato nel 2019, sul quale Henley & Partners punta molto. Diceva a luglio l’amministratore delegato della società svizzera Juerg Steffen: «Dal momento in cui entriamo nella peggiore recessione dalla Grande Depressione, un Paese piccolo come il Montenegro è meglio equipaggiato per superare la tempesta. Il programma di recente lancio di cittadinanza-per-investimento fornisce accesso permanente e il permesso di restare in questo Paese europeo bello e sicuro». L’Osce nell’analisi pubblicata a ottobre sulla situazione del coronavirus ha indicato per il Montenegro un enorme incremento nella curva dei contagi a partire da giugno, tale da rendere oggi il Paese l’undicesimo al mondo nella classifica dei più colpiti.

Una questione di equità fiscale

Quando la questione è finita sulla stampa internazionale, Kalin ha parlato di un pregiudizio della stampa stessa nei confronti dell’industria e ha bollato tutte le inchieste come «fake news» nel corso di un’intervista con un giornale specializzato. Che l’industria dell’immigrazione per super ricchi possa minare la tenuta dei sistemi di monitoraggio fiscali però è un timore di tanti, basato principalmente su una valutazione, più che un pregiudizio.

C’è infatti un tema politico che sottende alla vendita dei passaporti: la competitività e la giustizia fiscale. Fare dell’industria dei passaporti un traino della propria economia implica gareggiare sull’attrattività di una minuscola fetta di mercato ricchissimo. Questo significa modellare il proprio sistema fiscale in modo che possa favorire questi ultimi, con il rischio che sia a discapito di tutti gli altri. Più che ogni altro elemento sul curriculum di chi si aggiudica la cittadinanza, è questo che rende pericoloso il sistema, specialmente nel contesto europeo, ma non solo.

La partita della giustizia fiscale in Europa, fondamentale per la stessa tenuta dell’Unione, ora si gioca anche all’interno di una sottocommissione apposita che ha preso piede a giugno. Kalin ha tutto il diritto di difendere l’onorabilità sua e dell’azienda che presiede, ma non può eliminare dal discorso pubblico il tema di quanto abbia senso oppure no investire nell’industria delle disuguaglianze.

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