Una chimera chiamata metano sintetico 

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Una chimera chiamata metano sintetico 

Raffaele Angius
Piero Loi

Combustibili sintetici o «elettrico»? È la domanda che agita i comparti economici tradizionalmente legati ai fossili come l’automotive e l’oil & gas, di cui fanno parte anche i distributori del gas, oggi intenzionati a trasformarsi in produttori di idrogeno e metano sintetico. Un cambio di prospettiva che crea un’inedita alleanza nel nome dei “gas rinnovabili”. Da una parte Stellantis critica la messa al bando dei veicoli a combustione interna proposta dalla Commissione europea nell’ambito del Green Deal. Dall’altra il primo operatore italiano della distribuzione del gas, Italgas, chiede all’Europa attraverso la lobby GD4S – Gas Distributors for Sustainability – di riconoscere i carburanti sintetici come strumento nella lotta al cambiamento climatico.

L’obiettivo comune è contrastare la politica delle “emissioni zero” per le autovetture e i piccoli veicoli commerciali. Ridurre del 100% la CO2 entro il 2040 – come proposto durante l’ultima Conferenza delle Nazioni unite sui cambiamenti climatici (Cop26), comporterebbe, infatti, l’uscita di scena dei motori alimentati a benzina, diesel e metano a favore dell’elettrico. Ecco perché solo Volvo, Ford, GM, Mercedes-Benz, la cinese BYD e Jaguar Land Rover misero nero su bianco il loro impegno verso l’elettrico, sottoscrivendo l’accordo proposto a Glasgow. Il grosso del comparto automobilistico – che conta Stellantis, Bmw, Renault, Hyundai, Toyota e il gruppo Volkswagen – chiede di considerare tutte le tecnologie di decarbonizzazione disponibili al momento. E, in particolare, i combustibili sintetici. Per queste case automobilistiche, passare direttamente all’elettrico creerebbe problemi economici e sociali.

Ecco perché nell’ultimo periodo si è sentito tanto parlare di metano sintetico. Ma di cosa si tratta ed è davvero a portata di mano? La sua produzione era prevista nell’impianto “Power to gas” (dall’energia elettrica al gas, ndr) che Italgas realizzerà a Sestu, Area metropolitana di Cagliari. Ma oggi risulta congelata. «Vedremo in un secondo momento», spiega l’azienda a IrpiMedia. Sulla carta, per produrlo basterebbe far reagire idrogeno e carbonio. Ma nella pratica gli esperti sottolineano limiti tecnici ed economici difficilmente superabili.

I carburanti sintetici, idrocarburi fatti in laboratorio, di cui il metano rappresenta il più semplice da ottenere, sono l’ultima frontiera a cui guardano l’automotive e l’oil & gas per rimanere a galla mentre il resto del mondo chiede una stretta definitiva sulle emissioni climalteranti. Ma non sono gli unici interessati. Anche l’industria punta sulla produzione del metano sintetico, in modo particolare quella del cemento.

Il glossario

Gas rinnovabili: si tratta di gas combustibili non fossili che, per la legislazione europea ancora in corso di definizione, vengono considerati strumento efficace del processo di decarbonizzazione richiesto dalle nuove politiche contro i cambiamenti climatici. La definizione è basata o sul basso livello di emissioni prodotte, o sul processo di produzione.

Carburanti sintetici: sono idrocarburi non fossili prodotti “in laboratorio” tramite processi di sintesi. Di base tutti gli idrocarburi sono molecole a base di carbonio e idrogeno, e possono quindi essere prodotti da una miscela di questi elementi.

Metano sintetico: è il più semplice dei carburanti sintetici. La formula del metano (CH4) è composta da un atomo di carbonio e quattro di idrogeno. Sembrerebbe il primo carburante sintetico che sarà prodotto su scala industriale

Idrogeno verde: idrogeno ottenuto tramite elettrolisi dell’acqua, alimentata esclusivamente da elettricità ottenuta da fonti rinnovabili al 100%, come eolico o solare.

Idrogeno blu: idrogeno prodotto dalla scomposizione di gas fossile, un processo inverso a quello dei carburanti di sintesi. La sua produzione (da gas fossile) separa idrogeno e carbonio. Per essere considerato “blu” (e quindi “a basse emissioni”) deve essere prodotto assieme a un processo di cattura del carbonio affinchè non sia rilasciato nell’atmosfera. Tale tecnologia al momento non sembra aver raggiunto livelli efficaci.

Blending: “miscelazione”, nel contesto di questo articolo fa riferimento all’intenzione dei distributori del gas di mischiare assieme idrogeno e metano nella rete di distribuzione già esistente.

Questi combustibili rispondono, almeno in teoria, a tutte le richieste degli ambientalisti: si parte dall’idrogeno “verde” (prodotto per elettrolisi dell’acqua usando energia elettrica da eolico o solare), lo si mischia con la CO2 (sulla cui provenienza i progetti sono molto vaghi) ed ecco un carburante tradizionale utilizzabile dai normali motori a combustione. Peccato che, secondo uno studio pubblicato dal think tank tedesco Agora Verkehrswende che si impegna a studiare strategie di decarbonizzazione, l’efficienza finale di un carburante sintetico, al netto di sprechi e perdite lungo la catena, sia appena del 13%, contro il 69% delle batterie.

Anche la stessa Italgas ha dovuto cedere di fronte a questi limiti e, a Sestu, resta confermata solo la produzione di idrogeno, che avrà due utilizzi. Uno, tra i primi in assoluto in Italia, è il rifornimento di mezzi del trasporto pubblico. L’altro, invece, è l’immissione dell’idrogeno nella rete cittadina del gas, insieme al metano fossile. In percentuali così basse però da risultare irrisorie. Quanto basta, tuttavia, ai distributori per rivendicare la centralità delle reti del gas nell’assetto energetico di domani. Insomma, il greenwashing è servito.

Il miraggio della riduzione delle emissioni entro il 2030

In Europa la bussola contro il riscaldamento globale si chiama Fit for 55. Si tratta del decalogo di norme cui l’Unione europea affiderà l’obiettivo di ridurre del 55% – rispetto al 1990 – le emissioni di gas serra entro il 2030.

L’ultima proposta della Commissione europea risale allo scorso dicembre. Riguarda la decarbonizzazione del mercato del gas e contiene buone notizie per tutti i sostenitori dei gas rinnovabili: idrogeno, biometano e metano sintetico vanno bene, e possono anche usufruire di agevolazioni fiscali nei punti di immissione. A patto che la quota totale di gas serra emessi venga ridotta del 70%. A conti fatti, una vittoria per le case automobilistiche che si oppongono alla proposta della Commissione europea di mandare in soffitta il motore a combustione entro il 2035, chiedendo nel frattempo un “periodo di transizione” in cui l’elettrico venga affiancato dai carburanti sintetici.

Ma è anche la vittoria di GD4S (presieduta fino a gennaio da Paolo Gallo, amministratore delegato di Italgas) che ha chiesto e ottenuto che il conteggio delle emissioni dei cosiddetti “gas rinnovabili” sia riferito al loro ciclo di vita. In pratica, non contano le emissioni generate al tubo di scappamento (il modo più efficace di contenere l’inquinamento), ma quanti gas serra vengono riciclati. Poco importa, dunque, che la combustione del metano sintetico e del biometano (i gas rinnovabili) abbia lo stesso impatto del gas fossile.

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Una riduzione delle emissioni del 70% non è uno scherzo. Per raggiungerla, i produttori di metano sintetico devono utilizzare CO2 da riciclo, catturata, cioè, da sorgenti emissive (un processo industriale, ad esempio). In questo modo, la combustione rilascerebbe solo l’anidride carbonica utilizzata per produzione del metano. Un ciclo neutrale, almeno in teoria, al netto delle perdite lungo il processo.

Ma la cattura della CO2 è lo scoglio su cui il progetto di Italgas si è infranto: la tecnologia necessaria è troppo sperimentale e costosa. Ma andiamo con ordine.

A fine 2020 la società torinese si rivolge al CRS4, il centro di ricerca della Regione Autonoma della Sardegna per studiare la fattibilità dell’impianto di Sestu. Un accordo che ha portato Gallo ad annunciare «la possibilità di produrre gas rinnovabili come idrogeno e metano sintetico».

Oggi, invece, è chiaro che «il metano sintetico non si farà, perché sarebbe necessario avere il sistema di cattura della CO2», spiega il ricercatore Alberto Varone, referente del CRS4 per il progetto Italgas, che aggiunge: «La società ci ha chiesto supporto solo sull’idrogeno, sono stato io a dire che il secondo step è il metano sintetico». Ma l’accordo tra Italgas e il CRS4, non risulta rinnovato. In ogni caso, Italgas deve averlo preso in parola, visto che per mesi ha continuato a presentare il combustibile sintetico come un vero e proprio prodotto di punta del Power to gas.

Al netto del battage, Italgas pensa al metano sintetico già dal 2019, come mostra la Dichiarazione finanziaria non consolidata di quell’anno. Ma in terra sarda ha scoperto che catturare la CO2 non è facile. E che deve essere il più possibile pura, visto che i catalizzatori sono macchine delicate. Un requisito che non è sempre possibile soddisfare.

La CO2 può essere ottenuta dal biogas, che di anidride carbonica è ricco, nell’aggiornamento al biometano. «Ma al momento è più facile a dirsi che a farsi», commenta il ricercatore. Oppure grazie alle celle combustibili a ossidi solidi, dove il metano viene scisso in idrogeno e CO2. Ma, spiega Varone, «si tratta di una tecnologia molto cara». Ancora più futuribili sono le opzioni che prevedono il sequestro della CO2 dai fumi delle centrali termoelettriche: stando a quanto apprende IrpiMedia, un decennio di esperimenti non ha prodotto risultati apprezzabili e l’idea è rimasta confinata all’attività di laboratorio.

In questo caso, inoltre, sorgerebbe un problema di scala: per tramutare in metano sintetico la grande quantità di CO2 sequestrata sarebbe necessaria una quota di idrogeno ancora più elevata. Infatti, per fare una molecola di CH4 (metano) ne servono 4 di idrogeno e appena una di CO2. E produrre l’idrogeno costa. Specie in tempi di caro-energia. D’altra parte, l’impianto di Sestu non si limiterà a utilizzare l’energia generata dal parco fotovoltaico associato, ma attingerà anche dalla rete (lasciando così a eventuali problemi di certificazione la possibilità di dire che il prodotto ottenuto sia davvero green).

Ciò che emerge, dunque, è un quadro non confortante per il metano di sintesi, combustibile promesso di un nuovo corso a emissioni ridotte. «Al momento, non esistono impianti che chiudano il ciclo (dall’idrogeno al metano sintetico, passando per la CO2, ndr)», continua Varone. Insomma, i combustibili sintetici – intesi come gas rinnovabili, per tornare al pacchetto Fit for 55 – non sono una soluzione efficace e a breve termine, che è quanto servirebbe nella fase di transizione energetica ed esattamente il punto principale della “promozione” delle lobby di gas e auto.

La transizione impossibile

A questa deludente constatazione è arrivata, ultima in ordine di tempo, anche la Germania. Al fianco dei produttori di automobili, il governo tedesco ha tirato a lungo la fune in favore dei carburanti sintetici: la speranza era quella di ridurre le emissioni delle macchine già in circolazione. Ma lo scorso 14 gennaio anche il ministro dei Trasporti, Volker Wissing, ha dichiarato: «Per il prossimo futuro non avremo abbastanza carburante sintetico per alimentare le autovetture con motore a combustione interna attualmente immatricolate» e ancora: «Dobbiamo utilizzare i diversi vettori energetici dove sono più efficienti», ha affermato: «Nel caso dei veicoli personali, questo è il motore elettrico». Posizione parzialmente rivista, come affermato dallo stesso ministro, alla luce del conflitto tra Russia e Ucraina, che obbligherà i Paesi europei a ricalibrare le proprie strategie in ambito energetico.

Chi, da sempre, definisce strategici i combustibili sintetici è l’associazione europea delle industrie automobilistiche (ACEA) di cui fanno parte Stellantis, Volkswagen, Renault e BMW, tra le altre. Anche perché – viene sostenuto – non ci sono ancora abbastanza stazioni di ricarica per le auto elettriche.

Anche Carlo Tavares, Ceo di Stellantis (il gruppo che raccoglie marchi come Fiat, Jeep, Maserati, Alfa Romeo e Lancia), non ha perso occasione, negli ultimi anni, per ribadire che la scelta dell’elettrico è un’imposizione dei governi e che una transizione graduale sarebbe stata preferibile. Nonostante tutto, le case automobilistiche si stanno preparando a diversi scenari. Emblematico è proprio il caso di Stellantis – il cui piano industriale sarà pubblicato a marzo – che ha adottato l’idrogeno per alcuni veicoli commerciali e spinto sull’ibrido (motore a combustione e motore elettrico) su diversi modelli.

Blending a tutto gas

Congelato il metano sintetico, a Sestu rimane invece in piedi il blending, l’iniezione, cioè, di miscelare idrogeno-gas naturale nelle reti cittadine del gas. Di questa possibilità si parla da quando SNAM, nel 2019, inserì a Contursi Terme, in provincia di Salerno, una percentuale pari al 10% in volume di idrogeno nella propria rete di trasmissione. Nel caso di Sestu, almeno all’inizio, la percentuale si attesterebbe tra il 2 e il 3%, per poi crescere nel tempo, riferisce Italgas a IrpiMedia.

Il blending consiste nel miscelare idrogeno e gas naturale nelle reti cittadine.

A Sestu la percentuale di idrogeno si attesta tra il 2 e il 3%.

La parola su cui concentrarsi è “volume”: in termini strettamente energetici, infatti, la quota dell’idrogeno presente in miscela è di gran lunga inferiore al 10%. E la ragione è presto detta: l’idrogeno è un gas meno denso rispetto al metano, perché presenta un peso molecolare inferiore. Pertanto, a parità di volume, l’idrogeno eroga meno energia. Il risultato è che la quota di energia rappresentata dall’idrogeno è pari a uno “zero virgola”, insomma, si continua ad andare a gas.

Con l’idrogeno non si scherza. Ad esempio, può alterare le prestazioni dell’acciaio, causando danni ai metanodotti, ma spesso l’ultimo miglio del trasporto verso le abitazioni avviene attraverso tubi di polietilene, come a Sestu. Ciò rende il blending ancora più sperimentale, per così dire.

Chi si è preoccupato di valutare gli effetti del trasporto di quantità crescenti di idrogeno in questi tubi è il distributore del gas britannico SNG. Anche Italgas sostiene che il polietilene sia un materiale affidabile. Ma il punto è un altro: bisogna stare attenti anche agli effetti che l’idrogeno può avere sulle utenze domestiche. In quote maggiori del 5 o del 10% in volume potrebbe compromettere le apparecchiature domestiche (caldaie e fornelli). L’idrogeno ha infatti una temperatura di fiamma più elevata. Ecco perché nell’ambito del progetto della SNG i 300 utenti che partecipano alla sperimentazione verranno dotati di apparecchiature hydrogen ready.

I problemi non finiscono qui: sul blending, infatti, non esiste ancora una normativa di riferimento. Certo, attorno alla questione c’è fermento: lo scorso 15 dicembre la Commissione europea ha mostrato la sua politica sul blending, proponendo di fissare al 5% in volume la percentuale di idrogeno miscelabile nelle pipeline, si legge nelle due proposte (di direttiva e di regolamento) che compongono il pacchetto Fit for 55 sulla decarbonizzazione delle reti del gas.

A livello italiano, invece, per agevolare il blending nell’immediato si pensa alla modifica del decreto del Ministero dello sviluppo economico che regola l’immissione del gas in rete. Ma si attendono ancora gli enti certificatori, in modo particolare l’UNI (e a livello europeo il CEN), ancora al lavoro sulle norme tecniche. Del blending si sta occupando anche l’Autorità di regolazione per l’energia, che di recente ha chiesto al ministero della Transizione ecologica di fissare ‪le percentuali di idrogeno iniettabili.

Stoccaggio in rete e lobbying a Bruxelles

Ma nulla frena le società distributrici, che chiedono la possibilità  di immettere quantitativi crescenti di idrogeno in rete. Ancora prima di produrlo. E c’è una ragione: il blending è l’espediente utilizzato per stoccare l’idrogeno e sostenere l’importanza strategica delle reti di distribuzione. Utilizzare bombole o depositi ad alta pressione (fino a 700 bar), infatti, si rivela estremamente sconveniente, ci rivela una fonte. E aggiunge: «Serve troppa energia, e la sostenibilità economica dell’impianto è al limite». La conferma dello stoccaggio praticato in rete arriva anche dall’attività di lobbying condotta da GD4S. L’ultima sortita in ordine di tempo è quella del 13 ottobre 2021, quando Gallo incontra la commissaria per l’energia Kadri Simson.

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Sul tavolo c’è un documento il cui titolo è un manifesto programmatico: Reti del gas, la chiave che abilita la decarbonizzazione. Nel Libro Bianco si chiede la possibilità di immettere volumi crescenti di gas rinnovabile attraverso una revisione delle regole in materia di iniezione, compresa la socializzazione dei costi di connessione nelle tariffe di rete sul mix dei gas. Insomma, per produrre il metano sintetico servono agevolazioni.

Il ritorno del metano sintetico

Sebbene il vento non sia ancora quello giusto non si può dire che Italgas abbia desistito dall’ipotesi di produrre metano sintetico. Il 18 gennaio l’azienda ha reso nota la stipula di un accordo con Buzzi Unicem, gruppo cementiero internazionale «per studiare la conversione dell’energia elettrica da fonti rinnovabili in gas sintetico che verrà utilizzato per alimentare le caldaie e i forni delle nostre fabbriche», ha spiegato a IrpiMedia Luigi Buzzi, direttore tecnico della società: «La prima fase riguarda l’elettrolisi dell’acqua per generare idrogeno da sottoporre a un processo di metanazione, reso possibile dalla CO2 catturata durante la produzione del cemento». In breve, si tratta di realizzare il ciclo completo del Power to gas – quello che non è stato possibile fare a Sestu – a partire dalla CO2 prodotta da impianti già esistenti.

I cementifici di fatto possiedono il sacro graal del metano sintetico: un’anidride carbonica pura, necessaria per la produzione dei carburanti artificiali. Il sequestro viene sperimentato nell’ambito del progetto Clean Clinker, attivato con i fondi del programma europeo Horizon 2020 e «attualmente in fase di test su scala pilota nel nostro cementificio di Vernasca (PC)», aggiunge Buzzi: «Tra qualche mese avremo importanti riscontri sulla fattibilità industriale di una simile soluzione».

Un progetto che rianima l’iniziativa sul carburante sintetico, ma portandolo lontano da Sestu. Perché il problema principale è quello del trasporto: gli impianti devono essere prossimi al luogo in cui si cattura la CO2. L’idea, in definitiva, è quella di trasformare la CO2 da problema a risorsa, ma lungo questa strada si corre il rischio di trasformare il gas e la CO2 in merci di alto valore, di cui si incentiva dunque la produzione.

Riceviamo da Italgas, pubblichiamo e rispondiamo

Gentile direttore,

spiace constatare come l’articolo pubblicato sul sito web https://irpimedia.irpi.eu/ datato 2 marzo 2022, dal titolo “Una chimera chiamata metano sintetico”, tenda a sminuire l’importanza strategica del progetto Italgas per la produzione di idrogeno verde riducendolo, agli occhi del lettore, a un esperimento che avrebbe come vero, ma illusorio, obiettivo quello di arrivare a produrre metano sintetico nel tentativo di promuovere la sostenibilità dei motori termici e contrastare in tal modo la diffusione delle motorizzazioni elettriche.

Il progetto in sintesi. A Sestu, in provincia di Cagliari, Italgas e altri soggetti di primaria importanza nel campo dell’energia e della ricerca scientifica stanno lavorando alla realizzazione di un’importante iniziativa, unica nell’UE, che ha come obiettivo primario la produzione di idrogeno da fonte rinnovabile e tra gli obiettivi incrementali la successiva realizzazione di una sezione di metanazione per trasformare parte dell’idrogeno prodotto in metano sintetico, utilizzando a tale scopo l’anidride carbonica prodotta da altri processi, e quindi sottraendola al prevedibile destino di essere immessa in atmosfera. 

Non è fantascienza e non è difficile scorgere i molteplici vantaggi di questo progetto, sia dal punto di vista dell’opportunità di accedere a una nuova fonte di energia – allo stesso tempo anche vettore – distribuibile a mezzo rete, utilizzandolo per l’industria locale che potrebbe vantare produzioni green al 100, sia anche nei trasporti urbani, una delle principali cause dell’inquinamento atmosferico dei nostri centri abitati.

E non è per caso che il ministero dello Sviluppo Economico, nell’ambito delle iniziative di politica industriale promosse dall’Italia in raccordo con gli altri Stati Membri della UE e la Commissione Europea, ha ammesso il progetto Italgas nella short list IPCEI (Important Projects of Common European Interest) sul tema idrogeno.

Tuttavia, il vostro Raffaele Angius, autore dell’articolo in questione, non vi scorge questo ma solo un’azione di greenwashing in cui, per usare le sue parole, «le lobby del gas e dell’auto dichiarano che non siamo “pronti” a passare all’elettrico, ma che servono “carburanti di transizione”. Italgas li studia e tali prodotti appaiono ancora meno pronti dell’elettrico stesso».

Eppure ci siamo premuniti di fornire al vostro redattore ogni elemento utile per la comprensione del progetto. Un peccato se poi ne è derivata una rappresentazione alquanto strabica.

 In base alla previsioni attuali, il progetto vedrà la luce nel corso del 2023 e sarà nostra cura invitare lei e Raffaele Angius a visitare l’impianto nella speranza di fugare, questa volta, tutti i possibili dubbi.

La nostra replica

Prendiamo atto delle doglianze di Italgas che, tuttavia, non mette in dubbio il contenuto dell’inchiesta pubblicata da IrpiMedia.

Scopo dell’articolo, ci occorre ancora precisare, è di accertare se i carburanti sintetici siano una via realizzabile nell’immediata e urgente necessità di far fronte a una crisi climatica che pone in serio pericolo la nostra civiltà. Nella lettera di Italgas non ravvisiamo smentita di quanto riportato.

Ad ogni buon conto, IrpiMedia ha offerto per due volte a Italgas l’opportunità di replicare nel merito e, in seguito a questa lettera, gli autori si sono ulteriormente offerti di intervistare un responsabile del progetto, così da dare all’azienda l’occasione di entrare nel merito del medesimo. Italgas ha per ora negato l’intervista, rimandando ogni contatto alla chiusura del progetto, appunto nel 2023. Gli autori hanno preso nota e segnato la data in agenda.

La redazione di IrpiMedia

Riceviamo da CRS4, pubblichiamo e rispondiamo

In seguito alla pubblicazione dell’articolo, l’ufficio stampa del CRS4 ha contattato gli autori per richiedere cancellazione o modifica dei commenti di Alberto Varone, referente del CRS4 nell’ambito della partnership sull’impianto “Power to gas” che Italgas intende realizzare a Sestu (Area metropolitana di Cagliari).

Nel dettaglio, il CRS4 contesta il commento riportato da IrpiMedia nel quale Varone afferma che «il metano sintetico non si farà», specificando che lo stesso «non ha mai fatto questa affermazione in modo assoluto» e che «ha detto che la produzione di metano sintetico non è prevista nella prima fase del progetto di Sestu» precisando che il metano sintetico si farà in una seconda fase.

In secondo luogo, il CRS4 sostiene che Varone non ha mai detto che è stato lui ad aver proposto il secondo step del metano sintetico, proprio perché la produzione di metano sintetico è uno step previsto nella seconda fase del progetto. Secondo il CRS4 lo scienziato «è stato coinvolto in qualità di esperto successivamente alle decisioni relative al progetto e nulla ha mai proposto alla società». «Questo incipit “sono stato io a dire che” è da eliminare», scrivono.

Una terza contestazione riguarda il virgolettato, da noi riportato, nel quale Varone afferma che «Al momento, non esistono impianti che chiudano il ciclo». Il CRS4 precisa che esistono «numerosi progetti pilota».

La quarta e ultima questione sollevata dal CRS4 riguarda il commento «Ma al momento è più facile a dirsi che a farsi». Secondo il CRS4, il ricercatore si è espresso in questi termini in relazione al processo di metanazione nel suo complesso, mentre l’inserimento nel testo del virgolettato non rispetterebbe questo collegamento concettuale. «Pertanto questo virgolettato va eliminato», scrivono dall’ufficio stampa.

La nostra replica

Preso atto delle richieste mosse dal CRS4 per conto di Alberto Varone, precisiamo a nostra volta che siamo in condizione di dimostrare come tutto ciò che è riportato in virgolettato nell’articolo corrisponde a quanto effettivamente riferito a IrpiMedia dall’esperto. Scopo dell’inchiesta è stato di accertare che non sussistono i presupposti per impiegare i carburanti sintetici nell’immediatezza di una transizione energetica sempre più urgente e tanto emerge dalle vicende dell’impianto in oggetto, per il quale l’esperto dà conferma di fatti appresi da IrpiMedia nello svolgimento del proprio lavoro e mai smentiti dalla stessa Italgas, che pure è stata contattata prima della pubblicazione.

La redazione di IrpiMedia

CREDITI

Autori

Raffaele Angius
Piero Loi

Hanno collaborato

Francesca Cicculli
Carlotta Indiano

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

Il compromesso politico sulla tassonomia europea

10 Gennaio 2022 | di Francesca Cicculli, Carlotta Indiano

«La Commissione ritiene che il gas naturale e il nucleare abbiano un ruolo come mezzi per facilitare la transizione verso un futuro prevalentemente basato sulle energie rinnovabili». Con queste parole, il 1 gennaio 2021, la Commissione europea ha annunciato di voler includere le attività energetiche basate su gas e nucleare nella tassonomia, la lista delle attività ritenute sostenibili. «È una legge di trasparenza», spiega a IrpiMedia Henry Eviston di WWF International, «che chiede alle aziende e ai fondi di investimento di chiarire, sulla base dei criteri scelti, in che percentuale le loro attività o i loro prodotti finanziari sono sostenibili». La lista verde che la Commissione sta adottando dovrebbe infatti orientare efficacemente gli investimenti, pubblici e privati, verso attività che aiutino l’Europa a raggiungere gli obiettivi climatici che si è prefissata per il 2050.

Il 18 giugno 2020 è stato pubblicato il regolamento sulla tassonomia che incaricava la Commissione di stabilire l’elenco effettivo delle attività sostenibili dal punto di vista ambientale, definendo poi i criteri tecnici di selezione attraverso altri documenti successivi: gli atti delegati. Il primo atto delegato, pubblicato il 21 aprile 2021, ha stabilito un limite alle emissioni di CO2 per le attività energetiche pari a 100g CO2e/kWh, ma ha messo in standby le attività basate su gas e nucleare, che ora sembrano essere state incluse nella bozza di secondo atto delegato, trasmessa il 31 dicembre 2021 alla Piattaforma per la finanza sostenibile, il gruppo di tecnici consultati dalla Commissione per stilare la tassonomia.

La tassonomia della scienza

Il lavoro di classificazione delle attività verdi per l’Europa è iniziato grazie a un Technical Group of Expert (TEG) selezionato dalla Commissione europea e incaricato di compilare il primo atto delegato della tassonomia, un testo di oltre 600 pagine in cui erano descritte in dettaglio le soglie tecniche di ciascuna delle attività considerate, dall’agricoltura, ai trasporti, alle costruzioni. A settembre 2020, il lavoro del TEG è terminato e al suo posto è stata creata la Piattaforma per la finanza sostenibile composta da 67 membri scelti per competenze su temi ambientali, di finanza sostenibile o diritti umani e sociali.

La Piattaforma ha scritto una seconda bozza di Atti delegati, sottoposta a consultazione pubblica a dicembre 2020, che gli Stati dell’Europa dell’Est avevano criticato perché negava al gas naturale lo status di combustibile di transizione. Questi hanno poi ottenuto il rinvio dell’approvazione del secondo atto delegato a fine 2021.

Entro il 12 gennaio, la Piattaforma dovrà dare il proprio parere sulla bozza. Successivamente, questa passerà al Parlamento e al Consiglio europeo, che avranno quattro mesi per esaminare il documento e, qualora lo ritengano necessario, per opporvisi. In linea con il regolamento sulla tassonomia, entrambe le istituzioni possono richiedere ulteriori due mesi di tempo per l’esame.

«La scelta di inserire gas e nucleare nella tassonomia verde dell’Ue non ha nulla di scientifico, si tratta di una scelta politica. Stiamo ultimando un ricorso alla Corte di Giustizia», twitta Europa Verde, in linea con le opposizioni che anche associazioni e esperti stanno avanzando sul tema. «La Commissione dirà che i criteri sono stati messi al vaglio degli esperti. Non è credibile questa cosa», dichiara Henry Eviston, che come parte della Piattaforma per la Finanza Sostenibile, contesta il processo di stesura del secondo atto delegato della tassonomia, ritenuto frutto di un compromesso politico e non di una valutazione scientifica.

Come si è arrivati alla tassonomia

Come si è arrivati a considerare sostenibili il gas e il nucleare

La Commissione europea ha detto di aver incluso gas e nucleare tra le attività sostenibili dopo aver ascoltato pareri scientifici e tenuto conto degli attuali progressi tecnologici. L’articolo 19 del testo sulla tassonomia specifica infatti che i criteri tecnici stabiliti dagli atti delegati devono essere basati su prove scientifiche conclusive. Pare invece che il processo di stesura del secondo atto delegato abbia avuto come protagonisti solo la Commissione e i governi degli Stati Membri.

«Per il primo atto sulle rinnovabili e la transizione di settori meno controversi ci sono state tre consultazioni pubbliche. La Commissione ha preso i criteri proposti dalla Piattaforma dei tecnici e su questi ha scritto l’atto delegato. Per gas e nucleare zero consultazioni», specifica Henry Eviston. L’attivista ha confermato a IrpiMedia che la Francia, ossessionata dall’industria nucleare, ha spinto per un accordo con i Paesi dell’Est, la cui economia è ancora totalmente basata sul gas. «Io cedo sul gas, voi mi date il nucleare», ha proposto a Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria, Grecia, Cipro e Malta, che sono sempre gli ultimi della classe quando si tratta di fare un accordo per il clima.

L’accordo politico spiegherebbe come mai gas e nucleare ora siano considerati “green” nonostante il parere contrario di tecnici ed esperti. Tra i tanti, c’è il parere dell’Agenzia Internazionale dell’Energia, un’organizzazione intergovernativa, che in un report del 18 maggio 2021 nega la necessità di utilizzare ancora petrolio e gas naturale per la transizione energetica, sostenendo che «nessun nuovo giacimento di petrolio e di gas naturale è necessario nel nostro percorso».

Ma secondo il Financial Times, in possesso della bozza del secondo atto delegato della tassonomia europea, la Commissione sarebbe orientata a considerare sostenibile l’energia nucleare purché i Paesi che ospitano le centrali siano in grado di smaltire in piena sicurezza i rifiuti tossici e non causare «nessun danno significativo» all’ambiente. Le nuove centrali nucleari potrebbero essere considerate “verdi” fino al 2045. Per il gas invece sarebbe stato imposto il limite dei 270 grammi di CO2 emessi per kilowatt.

«I numeri però parlano chiaro: o la smettiamo adesso con il gas oppure l’accordo di Parigi non lo raggiungiamo più», contesta Henry Eviston. Per il nucleare, invece, i problemi sono diversi: «Una centrale nucleare produce 30 tonnellate di scorie radioattive all’anno e in Europa non abbiamo le strutture pronte per accoglierle», continua Eviston. Inoltre le centrali nucleari presentano problemi di sicurezza: nella stessa Francia, EDF, l’azienda produttrice e distributrice di energia, ha chiuso in via precauzionale i due reattori della centrale nucleare di Chooz, nelle Ardenne, per verificare eventuali guasti al suo circuito di raffreddamento di emergenza. In Germania, hanno chiuso le centrali di Brokdorf (Schleswig-Holstein), Grohnde (Bassa Sassonia) e Gundremmingen (Baviera). In funzione da 36 anni la centrale di Grondhe produceva quasi 410 miliardi di kilowatt/ora, più di qualsiasi altra al mondo.

La centrale nucleare di Chooz (Francia) sulla riva del fiume Meuse nel dipartimento delle Ardenne – Foto: Smith Collection/Getty

Secondo l’attivista del WWF, se ci fossero state le consultazioni pubbliche, le associazioni e i cittadini europei si sarebbero opposti al gas e all’energia nucleare.

Non solo Francia: chi sono le lobby del gas e del nucleare

Parallelamente agli accordi tra Stati membri c’è stata un’intensa attività di lobbying da parte delle aziende del settore fossile, che hanno cercato di far passare il gas e il nucleare come fonti di transizione. Questi gruppi di interesse sono ben installati all’interno delle istituzioni europee e rischiano di essere estremamente pericolosi per il clima.

Un rapporto di Influenced Map di dicembre 2020, ha identificato 318 aziende e associazioni di settore che, dall’inizio del 2019, si sono impegnate in attività di lobbying sulla tassonomia. In particolare dall’approvazione del regolamento della tassonomia, i rappresentanti del settore energetico hanno presentato 413 risposte di consultazione alla Commissione e al TEG. Si sono incontrati 52 volte con la Commissione e 31 volte con singoli deputati. Il 19 ottobre 2020, 57 leader del settore del gas hanno inviato una lettera alla Commissione Ue e al Consiglio europeo, nonché ai rappresentanti permanenti degli Stati membri dell’Unione, chiedendo un approccio più indulgente al gas nei prossimi atti delegati sulla tassonomia.

Il report di Influenced Map si concentra su quattro settori – bioenergia, agricoltura, energia idroelettrica e gas – per i quali sono state trovate significative divergenze tra le raccomandazioni del gruppo di esperti e le bozze di atti delegati della Commissione, segno che la loro attività di lobbying è riuscita a indebolire i criteri fissati dalla tassonomia.

Tra le lobby più insistenti risaltano i nomi di: Copa Cogeca, per l’agroalimentare; la PGE, società energetica pubblica polacca; l’International Association of Oil & Gas Producers (IOGP) ed Eurogas, di cui fanno parte le italiane Eni, Anigas ed Edison.

Oltre ad annacquare i criteri della tassonomia, l’attività di lobbying delle aziende ha spinto per mantenere definizioni di sostenibilità ambientale basate su normative già esistenti e meno restrittive. Nella nota pubblicata dalla Commissione il 1 gennaio 2022 risuonano le richieste dell’IOGP di aprile 2020: «Il gas naturale dovrebbe essere riconosciuto per il ruolo abilitante e di transizione che può svolgere al fianco delle rinnovabili nella transizione energetica».

Perché gas e nucleare non dovrebbero entrare nella tassonomia.

La tassonomia è una delle componenti centrali del piano d’azione dell’Ue sulla finanza sostenibile: si prevede che i criteri stabiliti influiranno sugli investimenti privati ​​e sui prestiti, oltre a guidare potenzialmente il bilancio dell’Unione europea e i fondi per la ripresa. La tassonomia europea dovrebbe inoltre soppiantare le altre “liste verdi” esistenti, stilate da enti finanziari privati. Se la Commissione includesse le attività basate su gas e nucleare, il documento perderebbe il suo valore di standard comune e sarebbe equiparabile a tutte le altre, non basate su criteri scientifici. La stessa Banca europea per gli investimenti, un anno fa, dichiarava concluso il tempo per i finanziamenti al gas.

Henry Eviston ci ha confermato che gli investitori consultati da WWF International hanno espresso il disinteresse verso una tassonomia che include anche gas e nucleare. «La proposta della Commissione non solo non è allineata con la scienza, ma creerebbe una spaccatura nel mercato tra chi vuole continuare a fare greenwashing e chi, prendendo sul serio gli obiettivi climatici europei, non si affiderebbe ai criteri della tassonomia», sostiene l’attivista.

Dei criteri trasparenti come quelli della lista verde europea aiuterebbero anche gli investitori meno esperti a valutare se le attività di un’azienda sono davvero sostenibili. Per esempio Shell nei suoi financial statements dice di avere un piano di transizione e di star riducendo le proprie emissioni. Un investitore inesperto, che non guarda al dettaglio delle operazioni di Shell o non ha le capacità tecniche per analizzarle, ha bisogno di uno strumento facile da usare per capire se la tale azienda rispetta davvero i target climatici. La tassonomia è importante perché chiede a un’azienda di specificare in termini numerici, semplici e comprensibili a tutti, quanto le loro attività siano sostenibili. Se Shell dichiara che le sue attività sono solo al 3% in linea con la tassonomia, anche all’investitore meno esperto è chiaro che quella non è un’azienda attenta al clima come dice di essere.

Adesso la tassonomia passerà nelle mani del Parlamento e del Consiglio europeo, qualora anche questi si esprimessero a favore di gas e nucleare, sarebbe un fallimento per una buona parte del Green Deal europeo.

Foto: L’olandese Frans Timmermans, commissario europeo per il clima nonché vice presidente della Commissione europea, durante una conferenza stampa a Bruxelles nel settembre 2020 – Foto: Thierry Monasse/Getty
Infografiche: Lorenzo Bodrero
Editing: Giulio Rubino

Portafogli sostenibili: gli investimenti “puliti” tra petrolio, miniere, tabacco e gioco d’azzardo

#GreenWashing

Portafogli sostenibili: gli investimenti “puliti” tra petrolio, miniere, tabacco e gioco d’azzardo
Matteo Civillini

Votare per un futuro migliore con il portafoglio. O meglio, con i propri risparmi. É questa la promessa della finanza sostenibile, un settore che sta attraversando un boom senza precedenti. Cresce a dismisura la domanda di prodotti “etici” da parte di investitori sempre più consapevoli della necessità di traghettare masse di denaro verso l’economia verde. Aumenta, di pari passo, l’offerta delle società finanziarie che, sia per reale volontà che per paura di rimanere indietro, sfornano senza sosta prodotti sui quali imprimono il bollino della sostenibilità.

A mettere i primi paletti a un’industria che rischia altrimenti di diventare il Far West ci sta provando l’Unione europea. A marzo è entrato in vigore il regolamento sull’informativa di sostenibilità dei servizi finanziari (SFDR), la pietra miliare di un piano d’azione più ampio che ha lo scopo di riorientare i capitali verso investimenti sostenibili. Il primo passo si muove verso una maggiore trasparenza con l’obbligo per gli operatori finanziari di dichiarare il proprio approccio nell’integrazione dei rischi. Il rischio, infatti, è che, a volte, sotto l’involucro scintillante della sostenibilità si nascondano anche investimenti molto meno “puliti” di quanto i risparmiatori credano.

IrpiMedia ha analizzato alcuni fondi sostenibili delle due principali società di gestione del risparmio in Italia, Intesa Sanpaolo e Generali, trovando tra i titoli in portafoglio anche aziende petrolifere, società di estrazione mineraria, produttori di tabacco e operatori del gioco d’azzardo.

Il boom degli investimenti ESG

ESG: tre lettere sulla bocca degli operatori finanziari di tutto il mondo. L’acronimo sta per Environment, Social e Governance, e racchiude i criteri che misurano l’impatto ambientale (E), il rispetto dei diritti sociali (S) e i principi di buona gestione (G) di un’azienda. Ovvero, i tre fattori diventati centrali nella valutazione della sostenibilità di un investimento.

Il termine ESG è stato coniato nel 2006 con la stesura dei Principi per l’Investimento Responsabile. Promossa dalle Nazioni unite, l’iniziativa ha visto la nascita di una rete di operatori finanziari che si sono impegnati volontariamente – senza un obbligo formale – a integrare criteri di sostenibilità nei processi decisionali nella gestione del risparmio. L’obiettivo era quello di stimolare un cambio di paradigma: non più concentrarsi esclusivamente sui puri rendimenti finanziari da realizzare oggi, ma spostare l’attenzione anche su investimenti responsabili a lungo termine, portando benefici all’ambiente e alla società nel suo complesso. Con l’assunto di fondo che le imprese abbiano un maggior potenziale futuro se creano valore per tutti, dai propri dipendenti all’ambiente che le circonda.

Niente di estremamente nuovo, visto che movimenti a favore degli investimenti socialmente responsabili esistono già dagli anni ‘70 negli Stati Uniti, e dagli anni ‘90 in Italia. Tuttavia, grazie a cambiamenti culturali e spinte normative, quella che prima era una nicchia dimenticata in un angolo oggi è al centro della scena mainstream, come dice a IrpiMedia Francesco Bicciato, Segretario Generale del Forum Finanza Sostenibile.

«La sensibilità generale su questi temi è cresciuta», spiega Bicciato. «Vent’anni fa la situazione era molto diversa: c’era pochissimo interesse per il tema della finanza sostenibile. Poi, a partire dalla COP21 di Parigi (del 2015, ndr), lo sviluppo è stato esponenziale in termini di masse amministrate secondo criteri ESG».

«Da parte delle società – prosegue Bicciato -, c’è un reale interesse nel crescere su questo versante per un semplice motivo: conviene economicamente. Tenere in considerazione gli aspetti ambientali e sociali fa aumentare i rendimenti e mitiga i rischi dell’investimento. Al contempo, negli ultimi anni – conclude – è aumentata la propensione del risparmiatore verso prodotti sostenibili, come indicano diverse ricerche».

I dati di Assogestioni (l’associazione italiana dei gestori del risparmio) fotografano questa rivoluzione: se nel 2017 le masse gestite in fondi aperti “sostenibili e responsabili” ammontavano a circa 8,5 miliardi di euro, alla fine del 2020 la cifra è schizzata a quasi 81 miliardi di euro.

Investimenti sostenibili?

Il Patrimonio promosso in fondi “sostenibili” da parte delle società e la Raccolta netta incassata dai fondi, per trimestre

Un trend, quello italiano, che ricalca fedelmente gli andamenti dei mercati europei, dove il patrimonio totale investito in strategie sostenibili ha superato quota 1,3 mila miliardi di euro alla fine del primo trimestre di quest’anno. Secondo Morningstar, società di analisi di dati finanziari, nello stesso periodo il 51% dei risparmi investiti in fondi comuni d’investimento e ETF (exchange-traded funds) è approdato in prodotti marchiati ESG.

Secondo Francesco Bicciato, sebbene questa evoluzione sia ovviamente positiva, la crescita del settore porta con sé anche una serie di controindicazioni, rappresentate innanzitutto dal rischio di greenwashing e socialwashing.

Cosa si intende con greenwashing e socialwashing?

Greenwashing e socialwashing sono strategie di marketing perseguite da aziende che presentano le proprie attività come sostenibili da un punto di vista ambientale o sociale, occultando tuttavia i loro reali aspetti negativi.

Un pericolo aggravato dal fatto che il cambiamento epocale della finanza sostenibile si sia compiuto finora all’interno di un quadro confuso e poco trasparente. L’ostacolo più evidente è l’assenza di un linguaggio comune che permetta di identificare un investimento sostenibile nel modo più oggettivo possibile. Un problema che ha permesso agli operatori finanziari di offrire prodotti definiti ESG con criteri più o meno arbitrari.

Un primo tentativo di porre rimedio è stato fatto dal mercato stesso. In parallelo allo sviluppo della finanza ESG è esploso il numero di società di rating che forniscono indicatori delle performance ambientali, sociali e di governance di aziende e prodotti finanziari. Rimane comunque il problema di trovare una sintesi tra una selva di parametri definiti da soggetti privati.

A portare chiarezza nel settore, provando a riempire il vuoto normativo, ci sta ora provando l’Unione europea. Questo lavoro complesso ha mosso i primi passi nel marzo 2018, quando la Commissione ha pubblicato un piano d’azione per la finanza sostenibile con l’obiettivo di riorientare i capitali verso investimenti più sostenibili. Tra le misure promesse ci sono proprio la creazione di un linguaggio comune (tassonomia, in gergo) che metta tutti d’accordo sul significato di “sostenibile” e l’imposizione di obblighi di trasparenza stringenti nei confronti di società di gestione risparmio e investitori istituzionali.

La tassonomia in discussione alla Commissione europea sta però attraversando un difficile processo di approvazione, contrastato da diverse lobby che la vogliono sostanzialmente più “inclusiva” verso tipi di investimenti tutt’altro che verdi. Anche i Green Bond emessi dalla European Investment Bank ne sarebbero influenzati, tanto che questi, fino ad oggi allineati alle più stringenti valutazione del comitato tecnico che ha stilato la prima versione della tassonomia, potrebbero in futuro ritrovarsi a dover aderire a uno standard più lasco, specialmente se le lobby dei carburanti fossili avranno successo a Bruxelles.

Il primo passo concreto di questa riforma monstre è stato mosso nel marzo di quest’anno con l’entrata in vigore del regolamento Ue sull’informativa di sostenibilità dei servizi finanziari (nota con l’acronimo SFDR). La normativa obbliga i partecipanti ai mercati finanziari a comunicare in modo trasparente le politiche intraprese per integrare i rischi di sostenibilità nei propri processi decisionali di investimento. In aggiunta, i gestori che non propongono investimenti sostenibili sono ora costretti a motivare esplicitamente questa scelta.

La nuova classificazione dei fondi di investimento

Il regolamento ha aperto la strada a una nuova classificazione dei fondi in base al livello di integrazione dei criteri di sostenibilità nella strategia di investimento.

I fondi “articolo 6” sono quelli che non applicano alcun tipo di criterio di sostenibilità ai cui gestori viene ora chiesto di motivare questa scelta.

I prodotti “articolo 8” (cosiddetto green light) sono quelli più numerosi sulla base di una definizione ampia: rientrano in questa categoria tutti i fondi che promuovono, tra le altre caratteristiche, quelle ambientali o sociali, o una combinazione delle due.

I fondi “articolo 9”, infine, dovrebbero garantire standard di sostenibilità piu’ elevati: questi prodotti, infatti, pongono l’investimento sostenibile come obiettivo specifico. In questa categoria rientrano, per esempio, i fondi di impact investing che mirano a risultati sociali e ambientali, oltre che a quelli strettamente finanziari

La riclassificazione dei fondi sostenibili secondo criteri omogenei ha però avuto anche un effetto collaterale. Le prime analisi rivelano, infatti, che il numero di prodotti che ora vengono considerati “sostenibili’ sarebbe aumentato esponenzialmente. Secondo stime di Morningstar, i fondi aperti e gli Exchange Traded Funds (ETF) classificati sotto gli articoli 8 e 9 della SFDR rappresentano quasi un quarto del mercato totale. Per Hortense Bioy, analista di Morningstar, il numero di prodotti sostenibili è maggiore di quanto ci si fosse potuto aspettare. «Si potrebbe pensare che l’autorità di controllo abbia dato agli asset manager la possibilità di vendere i propri prodotti come “verdi” sebbene abbiano bassi livelli di integrazione dei criteri ESG». Tradotto: gli investimenti finirebbero in prodotti “verdi” che tanto verdi non sono.

Lo stesso andamento si può osservare in Italia. Analizzando i dati di Assogestione, infatti, salta all’occhio l’incremento innaturale del numero dei prodotti ESG. A dicembre 2020 i fondi aperti definiti “sostenibili e responsabili” promossi dalla Sgr italiane erano 516. Tre mesi più tardi – in seguito all’entrata in vigore del regolamento europeo – ben 1.205 fondi sono stati classificati sotto gli articoli 8 e 9.

Come investono i fondi ESG italiani

Di fronte a un’offerta così vasta viene da domandarsi quanto siano veramente sostenibili i fondi delle principali società di gestione di risparmio italiane. Le strategie adottate per integrare i rischi ESG variano non solo da un operatore finanziario all’altro, ma anche in base ai diversi tipi di prodotto offerti dalla singola Sgr.

Si passa dall’esclusione a priori di alcune industrie – come tabacco, gioco d’azzardo o carboni fossili – alla scelta dei titoli in cui investire secondo un approccio best-in-class, ovvero valutando il profilo di sostenibilità di un’azienda rispetto al settore di riferimento.

Tipicamente, le Sgr dicono inoltre di voler adottare un azionariato attivo, ovvero tenere in portafoglio anche titoli potenzialmente rischiosi sotto il profilo ESG per guidare dall’interno il cambiamento delle aziende.

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Per farci un’idea abbiamo analizzato l’offerta dei principali operatori del mercato, che tra loro hanno tra le mani poco meno della metà del patrimonio promosso in fondi aperti: Intesa Sanpaolo e Generali.

Con una quota di mercato del 21,7% a fine giugno, Intesa Sanpaolo guida la classifica delle Sgr in Italia. A investire i soldi dei risparmiatori sono gli asset manager del gruppo, tra cui Eurizon la fa da padrone. Eurizon dice di essere particolarmente sensibile a un approccio sostenibile, ritenendo l’integrazione dei fattori ESG come «un elemento di rilievo per realizzare performance sostenibili nel tempo».

All’interno dell’informativa sulla sostenibilità dei fondi in gestione, Eurizon illustra le metodologie utilizzate per valutare le caratteristiche ambientali e sociali degli investimenti. Quella delineata è una strategia duplice: da una parte, restrizione degli investimenti in aziende “problematiche”; dall’altra, la discriminazione positiva a favore di società con performance elevate nei tre settori ESG.

Petrolio, minerali, e gioco d’azzardo nei fondi sostenibili di Intesa Sanpaolo

Tra le diverse centinaia di prodotti offerti da Eurizon se ne trovano alcuni pubblicizzati esplicitamente come ESG, in particolare Equity Europe ESG e Equity USA ESG. Si tratta di due fondi aperti lussemburghesi “ex. art.8” , ovvero che permettono di investire «solo in azioni di società che soddisfano standard ambientali, sociali e di governance minimi, senza esclusioni di settore».

Da un’analisi della composizione dei fondi si possono verificare i titoli in portafoglio.

A fine marzo 2021 (data dell’ultimo aggiornamento disponibile), il fondo europeo comprendeva investimenti significativi in giganti del settore petrolifero come Total, BP e Royal Dutch Shell. Le prime due hanno promesso – almeno sulla carta – un ambizioso piano di transizione dalla produzione di greggio alle fonti rinnovabili, investendo in parchi solari ed eolici. Il colosso anglo-olandese, invece, è stato ampiamente criticato per aver delineato obiettivi di sostenibilità più deludenti.

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Scorrendo la lista dei titoli in pancia all’Equity Europe ESG spiccano poi aziende leader del settore minerario come Rio Tinto, Anglo American, BHP.

In Australia, dove gestisce le più grandi miniere di ferro al mondo, l’anno scorso Rio Tinto è finita nell’occhio del ciclone per aver distrutto un sito sacro degli Aborigeni risalente a 46 mila anni fa. Un disastro ambientale e sociale che ha portato anche alle dimissioni dell’amministratore delegato dell’azienda.

Nel fondo ESG di Eurizon compare anche Flutter Entertainment, colosso irlandese del gioco d’azzardo, noto sul mercato attraverso i marchi Paddy Power, Pokerstars e Betfair. Tradizionalmente, i bookmakers fanno parte dei cosiddetti sin stocks – insieme a tabacco, pornografia e armi – per il loro minor valore etico.

Del tutto simile al fondo europeo, ma focalizzato su società quotate negli Stati Uniti, è il prodotto Equity USA ESG. Tra i titoli in portafoglio figurano (al 31 marzo 2021) anche qui giganti petroliferi, come ExxonMobil, Chevron e ConocoPhillips, e leader dell’industria del tabacco come Philip Morris.

Oltre ai prodotti marcati come ESG, Eurizon dispone anche di tre fondi etici che escludono a priori tutte le aziende coinvolte in attività come energia nucleare, armamenti e tabacco.

Generali e il rebranding sostenibile del fondo azionario

Scalzata negli ultimi mesi al vertice della classifica delle Sgr italiane, Generali controlla il 21,2% del mercato. Sebbene le masse gestite in fondi sostenibili siano nettamente inferiori rispetto ai rivali – come Intesa Sanpaolo – anche il gruppo triestino dice di mettere i principi ESG al centro della propria strategia.

Più dettagliatamente, Generali prevede l’utilizzo di un “filtro etico” nei confronti di società coinvolte in violazioni dei diritti umani, società coinvolte in gravi danni ambientali e società implicate in gravi casi di corruzione. Per quanto riguarda i prodotti che promuovono caratteristiche ambientali e sociali, la Sgr applica una strategia di best-in-class, ovvero valuta il profilo di sostenibilità di un’azienda rispetto al settore di riferimento.

Generali dice, inoltre, di esercitare una particolare influenza nelle società in cui investe, attraverso le attività di engagement, al fine di favorire l’adozione al loro interno di condotte responsabili in linea con i criteri ESG.

Tra i numerosissimi fondi aperti offerti da Generali analizziamo il Sustainable World Equity, che investe in azioni di aziende in tutto il mondo, con un occhio di riguardo al mercato americano. Come evidenziato anche da un rapporto della Fondazione Finanza Etica, questo prodotto ha avuto una storia particolare: infatti, lo stesso fondo si chiamava semplicemente Global Equity, prima che un rebranding, effettuato nell’ottobre 2020, lo facesse rinascere in in una nuova veste “sostenibile”.

Alla fine di dicembre 2020 (ultimo aggiornamento disponibile) il prodotto di Generali comprendeva investimenti in azioni di società petrolifere, come ExxonMobil, Chevron e BP, di aziende di estrazione mineraria, come Anglo American e Fortescue Metal, di un produttore di armi (Northrop Grunman). Tra i titoli compare anche TC Energy, società che si occupa della costruzione di oleodotti – tra cui il controverso Keystone XL – per il trasporto di sabbie bituminose.

Generali offre inoltre una serie di prodotti finanziari attraverso la controllata lussemburghese BG Fund Management. Nella lista dei fondi aperti ce ne sono diversi che riportano la dicitura ESG o “sostenibile”.

Tra questi, il pacchetto Lux IM Global ESG che non investe direttamente in titoli, ma in altri fondi aperti gestiti dai principali operatori finanziari globali. A fine giugno 2021, per esempio, l’8% circa del patrimonio era investito in una fondo di JP Morgan dedicato alle azioni in società statunitensi. Tra i titoli presenti in portafoglio figurano anche i soliti leader del settore oil&gas come Chevron, Conoco Phillips, EOG Resources.

Discorso simile per un altro fondo di casa Generali, il Lux IM Sustainable Allocation. Anch’esso reinveste le masse raccolte dai risparmiatori in prodotti gestiti da altri operatori. Le posizioni più consistenti (circa il 15% del totale) sono quelle aperte in due fondi di azioni europee e statunitensi offerti rispettivamente da JP Morgan e UBS. Nel primo compaiono numerose aziende dei settori petrolifero e minerario, come Total, OMV, BP, Lundin Energy, Rio Tinto e BHP. Nel secondo, addirittura, il colosso del greggio ExxonMobil risulta essere il maggiore investimento. Tra i principali titoli in portafoglio ci sono poi Pembina Pipeline e TC Energy, aziende che si occupano dello sviluppo di oleodotti e gasdotti.

Il dibattito sulla maggiore efficacia del disinvestimento o della partecipazione critica in aziende con rischi di sostenibilità elevati è acceso all’interno del mondo della gestione del risparmio. In poche parole, si ottengono i migliori risultati tenendo il proprio posto intorno al tavolo o abbandonando la sala facendo rumore?

C’è chi, per esempio, come il fondo sovrano della Norvegia – il più grande al mondo – ha abbandonato unilateralmente gli investimenti in società che si occupano di esplorazione e produzione petrolifera.

Come molte altre Sgr, Eurizon e Generali dicono di puntare invece su una strategia mista: esclusione a priori di alcune aziende critiche da una parte, azionariato attivo anche in titoli sensibili (come quelli del settore petrolio e gas) dall’altra. La promessa è quella di guidare il cambiamento aziendale dall’interno, spingendo la dirigenza verso politiche più sostenibili dal punto di vista ambientale o sociale. Se ciò non avviene dovrebbe scattare l’uscita dall’investimento.

Per Francesco Bicciato del Forum per la Finanza Sostenibile, in questi casi il confronto costante con le aziende diventa importante: «Permette di accompagnare le attività economiche più critiche dal punto di vista delle emissioni climalteranti in un percorso di giusta transizione allineata ai principi ESG. Se un fondo vuole continuare a finanziare le fonti fossili senza tenere conto di criteri ESG e senza avviare alcuna attività di engagement, è più difficile arrivare alla piena sostenibilità dell’investimento».

CREDITI

Autori

Matteo Civillini

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

L’equilibrismo dell’Unione Europea sul deep sea mining

#GreenWashing

L’equilibrismo dell’Unione Europea sul deep sea mining
Matteo Civillini

Come reperire le materie prime critiche per spingere la transizione ecologica senza distruggere ulteriormente il Pianeta? É di fronte a questo dilemma che si scontra una parte consistente del Green Deal europeo. Le batterie – componenti base della rivoluzione verde – necessitano, ad oggi, numerosi metalli, come rame, nichel, cobalto, manganese. La prevista impennata della domanda ha portato i prezzi alle stelle, ponendo ulteriori seri interrogativi sulla disponibilità di futuri canali di approvvigionamento. In particolare per i Paesi dell’Unione europea che, in larga misura, fanno affidamento sull’importazione.

Mentre si studiano tecnologie per il riciclo dei metalli, molti guardano con interesse al deep sea mining, ovvero l’estrazione di minerali dai fondali oceanici a migliaia di chilometri di profondità. Un settore economico, ancora in via di sviluppo, e che suscita tante speranze quante preoccupazioni. Da una parte il sogno di trovare nei noduli polimetallici riserve mai viste prima di cobalto, nichel, rame – i metalli necessari per la produzione di batterie. Dall’altra il rischio – che per la comunità scientifica diventa quasi una certezza – di distruggere gli ecosistemi marini per raccogliere i minerali.

Tra questi due poli opposti anche Bruxelles sembra oscillare come un pendolo. Fino all’anno scorso il deep sea mining era visto come un’area strategica per garantire al Vecchio continente il futuro approvvigionamento di materie prime. Oggi, invece, la Commissione esorta – almeno sulla carta – un approccio più cauto: prima di dare il via allo sfruttamento dei fondali – dicono – gli effetti sull’ambiente devono essere compresi appieno. Al contempo, però, l’Unione finanzia lo sviluppo di tecnologie per l’estrazione dei minerali marini a suon di decine di milioni di euro. Molti dei quali finiscono nelle tasche delle aziende private che esercitano sulla Commissione la loro azione di lobbying

«L’Ue è ora a un bivio», afferma Ann Dom, senior policy advisor di Seas At Risk, Ong che si occupa della protezione dei mari. «Come uno degli attori principali in questa corsa al ribasso, può scegliere di difendere la protezione degli ecosistemi nei mari profondi invece della loro distruzione».

2012: Deep Sea Mining come settore strategico

«Entro il 2020 il 5% dei minerali utilizzati nel mondo – tra cui rame, cobalto e zinco – potrebbero essere estratti dai fondali». La previsione veniva fatta nel 2012 dalla Commissione Europea in uno studio sulla cosiddetta “Crescita Blu”, ovvero le opportunità individuate per lo sviluppo economico dei mari. La profezia non si è avverata: oggi l’industria del deep sea mining è ancora in fase esplorativa. I noduli polimetallici ricchi di minerali rimangono ancorati a migliaia di chilometri di profondità, nonostante le aziende private e gli Stati in prima linea spingano con forza per il loro sfruttamento. 

Seppur rivelatasi errata, però, intorno a quella premessa si è costruita la politica europea di settore degli anni a venire. Spinta dalla paura di essere tagliati fuori in questa nuova corsa all’oro –  in cui la Cina, su tutti, partiva in testa – da allora la Commissione ha sollecitato il sovvenzionamento diretto dell’industria nascente. 

“Il sostegno dell’Ue potrebbe includere misure volte a garantire che le imprese europee non vengano escluse dalla catena di valore per i minerali marini da concorrenti che ricevono sussidi statali”, scriveva Bruxelles in quella comunicazione agli altri organi comunitari del 2012, in riferimento anche alla forte presenza dello Stato in tutte le fasi decisionali e operative dell’economia cinese.

I sussidi europei all’industria del deep sea mining

Da quando il deep sea mining fu designato come area strategica l’Ue ha investito oltre 100 milioni di euro in progetti collegati al settore. La fetta più corposa dei sussidi ha finanziato la ricerca e lo sviluppo di tecnologie per lo sfruttamento dei minerali marini, mentre una quota minore è andata allo studio degli impatti ambientali. A mettere in fila i dati è stata l’organizzazione ambientalista Seas At Risk in un recente report sul ruolo dell’Europa nel deep sea mining

Tra i beneficiari dei fondi spiccano alcune tra le aziende che premono con forza per l’estrazione commerciale dei minerali. Per esempio, la Global Sea Mineral Resources (GSR), filiale del gigante belga dei dragaggi DEME. GSR possiede due licenze di esplorazione concesse dell’Autorità Internazionale dei Fondali Marini, l’ente intergovernativo responsabile per la salvaguardia dei fondali in acque internazionali. Lo scorso aprile l’azienda belga ha effettuato un test sperimentale, raccogliendo noduli polimetallici nella Clarion Clipperton Zone, un’area dell’Oceano Pacifico ricca di minerali. Un’operazione non priva di incidenti: il prototipo utilizzato – un robot da 25 tonnellate – si è temporaneamente arenato sul fondale dopo essersi staccato dal tubo idraulico che lo collegava alla nave di supporto.

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«L’Ue è ora a un bivio: come uno degli attori principali in questa corsa al ribasso, può scegliere di difendere la protezione degli ecosistemi nei mari profondi invece della loro distruzione»
Ann Dom, Senior policy advisor, Seas at Risk

L’azienda belga ha partecipato – insieme ad altre aziende e istituti di ricerca –  in due progetti di riferimento finanziati dall’Ue attraverso il programma di ricerca Horizon 2020: Blue Mining e Blue Nodules. Terminati rispettivamente nel 2018 e nel 2020, gli studi si sono posti come obiettivo la ricerca di soluzioni tecnologiche per la raccolta e la lavorazione sostenibile del noduli polimetallici marini. Dei circa 18 milioni di euro stanziati complessivamente per Blue Mining e Blue Nodules, DEME ha incassati poco meno di due milioni. 

A ricevere la fetta più grande della torta (4,5 milioni di euro circa) è stata Royal IHC, società olandese di cantieristica navale e coordinatrice dei due progetti. A differenza di GSR, quest’ultima non si occupa della raccolta diretta dei minerali, ma punta a fornire macchinari e strumentazioni per l’attività estrattiva.

Per approfondire

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È il deep sea mining: minare materiali chiave per l’industria high tech dai fondali marini. L’industria la considera un ponte verso la transizione energetica, la comunità scientifica avverte riguardo alle conseguenze

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Il lobbying degli industriali

Attraverso una richiesta di accesso agli atti (FOIA) IrpiMedia può documentare le attività di lobbying che entrambe le aziende hanno messo in campo negli ultimi anni nei confronti della Commissione Europea.

Nel gennaio 2019 Royal IHC ha incontrato alcuni funzionari della Direzione generale per l’Industria, che si occupano di risorse energetiche ed economia circolare. Il resoconto dell’incontro consultato da IrpiMedia mostra come Royal IHC abbia esortato la Commissione a veicolare nuovi fondi pubblici in progetti di deep sea mining. «Sarebbe particolarmente importante aumentare i finanziamenti per supportare un’azione pilota nei fondali marini», chiedeva l’azienda durante l’incontro.

Secondo l’azienda olandese, l’Ue avrebbe dovuto tenere i rubinetti dei fondi di ricerca aperti sia perché il potenziale dei minerali marini può soddisfare la domanda di materie prime, ma anche per motivi di opportunismo geopolitico. «Questo sostegno contribuirebbe – argomentava Roytal IHC – a mantenere la competitività dell’Ue nei confronti dei nostri concorrenti, ed in particolare la Cina», riprendendo quanto la Commissione stessa scriveva nel 2012.

Un estratto del resoconto dell’incontro tra la Direzione generale per l’Industria della Commissione europea e Royal IHC – IrpiMedia

In risposta alle richieste dell’azienda, in quell’occasione la Commissione diceva di considerare i mari profondi come «una fonte potenziale per alcune materie prime», aggiungendo però che le priorità di Horizon 2020 non erano ancora state definite.

Nell’aprile 2019, poco più di tre mesi dopo l’incontro con la Commissione, un consorzio guidato da Royal IHC ha dato il via a un nuovo progetto per lo sviluppo di tecnologie nel deep sea mining finanziato dall’Ue, proprio nell’ambito di Horizon 2020. Successore di Blue Mining e Blue Nodules, “Blue Harvesting” si pone l’obiettivo di perfezionare un macchinario per la raccolta dei noduli, prevedendo dei test pratici nei fondali europei. Uno scenario che rispecchia quanto auspicava l’azienda olandese nell’incontro con la Commissione. I ricercatori coinvolti nel progetto sostengono che l’apparecchio – in grado di risucchiare i minerali come un enorme aspirapolvere – rilasci minori sedimenti, limitando i danni ambientali.

Nell’aprile 2019, poco più di tre mesi dopo l’incontro con la Commissione, un consorzio guidato da Royal IHC ha dato il via a un nuovo progetto per lo sviluppo di tecnologie nel deep sea mining finanziato dall’Ue, proprio nell’ambito di Horizon 2020

Più recente, invece, è l’incontro tra GSR-DEME e la Commissione. Il 25 novembre 2020 i rappresentanti dell’azienda belga hanno tenuto una call con il team della Direzione generale Industria dell’Unione europea che si occupa di materie prime. Come già raccontato, DEME ha attinto negli anni dai fondi europei per ricercare e sviluppare nuove tecnologie. Tuttavia, a differenza di Royal IHC, oggi i belgi dicono di non essere a caccia di finanziamenti pubblici. Quello che vogliono ottenere dalla Commissione è un impegno di principio, a considerare il deep sea mining tra i canali strategici per il futuro approvvigionamento di materie prime.

La tempistica dell’ “offensiva” lobbistica di DEME non è totalmente casuale: una manciata di giorni prima dell’incontro avveniva infatti il lancio ufficiale dell’Alleanza Europea per le Materie Prime (ERMA, in breve). Si tratta di un network composto da oltre 300 soggetti provenienti dal mondo dell’industria, della ricerca e della società civile che giocano un ruolo nella catena di valore delle materie prime, dall’estrazione alla trasformazione e al riutilizzo. L’obiettivo dichiarato è di facilitare il dialogo su come rafforzare l’approvvigionamento di materie prime da parte dell’Unione europea nell’ambito della transizione ecologica.

Estratto del resoconto dell’incontro tra la Commissione europea e Deme-GSR di novembre 2020 – IrpiMedia

La posizione di “cautela” della Commissione: un cambio di passo decisivo?

Per gli osservatori interessati quella scelta sarà una cartina di tornasole importante della posizione comunitaria riguardo l’estrazione dei minerali marini. Segnali recenti indicano il passaggio di Bruxelles a un approccio più cauto, che dia maggior peso ai potenziali rischi derivanti dall’attività estrattiva – molti dei quali ancora in fase di studio.

Il primo passo in questa direzione è avvenuto con la pubblicazione a maggio 2020 della Strategia sulla Biodiversità per il 2030, il piano europeo atto ad arginare la degradazione degli ecosistemi. Al suo interno la Commissione suggerisce che l’Unione dovrebbe «non acconsentire allo sfruttamento dei minerali marini finché gli effetti dell’estrazione mineraria in alto mare sull’ambiente marino, sulla biodiversità e sulle attività umane in mare non saranno stati oggetto di sufficienti ricerche, i rischi non saranno stati compresi e sia stato dimostrato che le tecnologie e le pratiche operative non comportano danni gravi per l’ambiente».

«L’Unione dovrebbe non acconsentire allo sfruttamento dei minerali marini finché gli effetti dell’estrazione mineraria in alto mare sull’ambiente marino, sulla biodiversità e sulle attività umane in mare non saranno stati oggetto di sufficienti ricerche, i rischi non saranno stati compresi e sia stato dimostrato che le tecnologie e le pratiche operative non comportano danni gravi per l’ambiente»

Strategia Ue per la Biodiversità per il 2030

Il riferimento è soprattutto alla posizione che l’Ue – e, soprattutto, i suoi stati membri – tengono sui tavoli internazionali dove si sta definendo l’impianto normativo del deep sea mining. Una partita chiave che si sta giocando nelle stanze dell’Autorità Internazionale dei Fondali Marini (ISA), dove viene scritto il Codice per l’Estrazione dei Minerali: l’approvazione delle norme darà ai concessionari il via libera per ottenere una licenza estrattiva e iniziare la raccolta dei metalli.

Nei negoziati i Paesi europei hanno finora perseguito strategie individuali. Perché diversa è anche la posta in palio per ciascuno. Sette stati membri (Belgio, Francia, Germania, Polonia, Repubblica Ceca, Bulgaria e Slovacchia) sponsorizzano o detengono licenze esplorative per la raccolta di minerali in acque internazionali. Altri, compresa l’Italia, non hanno un coinvolgimento diretto nel settore, ma guardano con crescente interesse alla possibilità di creare nuove opportunità per i propri comparti industriali. Come IrpiMedia ha raccontato, Saipem e Fincantieri hanno siglato un accordo di collaborazione volto ad analizzare le potenzialità del mercato e progettare nuove tecnologie estrattive.

Oggi, però, la Commissione Europea sembra volere un cambio di passo: mettere da parte gli interessi particolari e fare fronte comune sui tavoli dell’ISA. Nel gennaio 2021 l’esecutivo ha inviato al Consiglio europeo – l’organo che riunisce i leader dei Paesi membri – una proposta per una posizione unitaria da tenere nei negoziati. Fondandosi sul principio di precauzione, la lettera chiede il rispetto dell’impegno alla sostenibilità ambientale.

La proposta dovrebbe essere valutata entro luglio, in tempo per il prossimo incontro annuale dell’Assemblea dell’ISA. Dopo gli inevitabili ritardi causati dalla pandemia, dovrebbe essere quella l’occasione in cui il destino del deep sea mining verrà tracciato.

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CREDITI

Autori

Matteo Civillini

Editing

Luca Rinaldi

Con il sostegno di

Foto

Alexandros Michailidis/Shutterstock