Giornalisti intercettati: la polvere sotto il tappeto di quell’accordo indicibile

7 Aprile 2021 | di Luca Rinaldi

La vicenda delle intercettazioni telefoniche nei confronti dei giornalisti operata dalla procura di Trapani è grave. Ancora più grave dal momento in cui nessuno dei soggetti interessati risulta destinatario di un’indagine a proprio carico. Per quanto i garantisti a targhe alterne d’Italia siano pronti in certi casi a gioire per cui «ecco, quelli che hanno sbattuto intercettazioni irrilevanti in prima pagina per anni, adesso apriti cielo fanno le vittime», in realtà questo fatto ha ben poca attinenza con la pubblicazione di “intercettazioni non pertinenti”.

Qui siamo oltre: si è scelto deliberatamente di intercettare persone non indagate che parlano tra loro di un lavoro tra le altre cose tutelato dalla Costituzione e che prevede almeno un livello di segretezza e tutela delle fonti, senza che nessuno di questi parlasse a sua volta con altri indagati. Caso ben diverso pure da quelle “intercettazioni a strascico” (sulla cui rilevanza nell’ambito di certe pubblicazioni si può anche discutere, ma quella è ancora un’altra storia) in cui una persona non indagata si ritrova al telefono con l’utenza di un iscritto nel registro degli indagati. Chi non lo capisce è in malafede. Alternative non ce ne sono.

Non è difesa corporativa: la confidenzialità dei giornalisti con le fonti è tutelata dalla legge e sorvegliare persone non indagate che parlano tra loro è un’eccezione, per altro molto “border-line” e spesso riservata a operazioni di intelligence dei servizi segreti.

Per approfondire

Lungo la rotta: storie di traffici, geopolitica e migranti

Dal Mediterraneo centrale, in questi anni, sono arrivate centinaia di migliaia di persone. Le politiche italiane ed europee hanno cercato di sigillare questa rotta, senza mai riuscirci. Una serie sulle dinamiche politiche e criminali tra Libia e Italia

La matassa va dipanata per capire il contesto e comprendere la posta in gioco: senza mezzi termini dico silenziare e intimidire, perché di questo stiamo parlando, chi in questi anni ha cercato di approcciare le vicende del Mediterraneo centrale, della Libia e dell’immigrazione col desiderio di andare oltre la dicotomia ONG buone vs. ONG cattive. Avvertire cioè chi ha cercato semplicemente di capire per informare al meglio i propri lettori sulla partita libica e sul business dei trafficanti.

“L’inchiesta”, che in questa parte pare più una schedatura della Stasi nella Germania Est, partita dalla procura di Trapani nel 2016 riguarda le attività di alcune Organizzazioni non governative all’opera in mare per il soccorso e il salvataggio dei migranti provenienti dal Nordafrica. Poche settimane fa le indagini si sono chiuse e si prospetta il rinvio a giudizio per 21 persone accusate del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e facenti parte del personale di ONG come Medici Senza Frontiere, Save the Children e Jugend Rettet.

Agli atti di questa inchiesta si trovano circa 300 pagine con le trascrizioni dei dialoghi tra giornalisti. Nessuno di loro risulta indagato, eppure i loro nomi e le loro conversazioni stanno lì (in alcuni casi con fonti che dovrebbe restare confidenziali come previsto dalla legge, lo ripetiamo), a tratti riassunte dalla polizia giudiziaria. Il caso più eclatante è quello di Nancy Porsia, esperta di Libia e tra le giornaliste più preparata sui fatti del Paese, lo ribadisco, non indagata: circa la metà dei dialoghi intercettati la coinvolgono, alcuni pure con la sua avvocatessa Alessandra Ballerini. Secondo il quotidiano Domani, che ha lanciato la notizia, Porsia sarebbe stata sotto sorveglianza per circa 6 mesi con tanto di produzione di un dossier contente «fotografie, contatti social, rapporti personali e nomi di fonti». Informazioni tra l’altro non risultate utili ai fini dell’indagine della procura.

Nella rete sono finiti anche Laura Silvia Battaglia, il giornalista di Avvenire Nello Scavo, Francesca Mannocchi, Sergio Scandura, Antonio Massari, Fausto Biloslavo e Claudia di Pasquale. Lo ribadiamo, nessuno di loro indagato nella vicenda e nessuno di loro per altro nel corso del “monitoraggio” si rende protagonista di fatti perseguibili. Siamo dunque davanti a un abuso evidente senza tema di smentita e a un precedente assai pericoloso.

Del resto quando parte l’inchiesta, a cavallo tra il 2016 e il 2017, siamo nel pieno delle trattative sull’accordo di collaborazione tra Roma e il Governo di accordo nazionale libico di Fayez al-Serraj. Obiettivo: stabilizzare la Libia e gestire i flussi migratori. L’Italia avrebbe fornito mezzi, addestramento e armamenti e in cambio i libici si impegnarono a intercettare i migranti. Al ministero dell’Interno c’era Marco Minniti, storico re di denari nei rapporti tra la politica italiana, non solo a sinistra, e i servizi segreti. Gli accordi sono stretti di fatto con la mafia locale dei trafficanti, che gli accordi battezzano come guardia costiera: non importa come fermare i migranti, basta fermarli. Minniti e la sua strategia spopolano sui media. In quel periodo chi guarda dentro le pieghe dell’accordo, come ha fatto Nancy Porsia, trova anche poco spazio sui giornali a differenza invece di chi decide di scagliarsi lancia in resta contro le ONG.

È per cui “comprensibile” come il lavoro di alcuni giornalisti che si sono messi in testa di andare più in profondità proprio sui temi di quegli accordi fosse seguito e monitorato. Oggi scopriamo che questo monitoraggio, legittimo, sul lavoro dei cronisti, però non è stato fatto da parte di un addetto stampa del ministero leggendo ogni mattina articoli e inchieste sui giornali nazionali e internazionali, ma con mezzi non proprio ortodossi da parte di una procura della Repubblica e della sua polizia giudiziaria. In questa cornice va letta soprattutto la vicenda di Nancy Porsia, bersaglio principale delle intercettazioni, attenta ad andare a leggere tra le pieghe di quegli accordi.

Tanto che arrivano anche le minacce del guardacoste libico Abd al-Rahman Milad detto al-Bija, già sospettato di essere un trafficanti di esseri umani e poi finito sotto sanzione delle Nazioni Unite, a cui di fatto l’Italia mette in mano il pattugliamento delle coste libiche con mezzi e armamenti. Da quel momento Porsia viene messa sotto tutela, controllata, come emerge dalle carte, e di fatto impossibilitata a proseguire il suo lavoro su Libia e trafficanti.

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana si pone alcune domande più che legittime, le quali dovranno trovare una risposta chirurgica e credibile: «Chi e perché ha disposto tali misure? Si volevano scoprire le fonti, violando il segreto professionale? A che titolo sono state trascritte le intercettazioni relative ai colloqui tra la cronista Nancy Porsia e la sua legale Alessandra Ballerini? Perché, particolare ancora più inquietante, sono stati trascritti brani relativi alle indagini su Giulio Regeni?».

Quello che possiamo osservare, anche in virtù di ciò che abbiamo pubblicato sul nostro giornale in questi mesi, è la volontà e la pervicacia di mettere sotto il tappeto un accordo dai contorni indicibili con la Libia e l’utilizzo del reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, come una clava per spingere oltre gli strumenti della legge e lanciare messaggi fin troppo chiari ai cronisti.

Foto: Gonin/Shutterstock

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Trafficanti di uomini: la débâcle di indagini e processi

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Trafficanti di uomini: la débâcle di indagini e processi

Lorenzo Bagnoli
Lorenzo Bodrero

A Roma la Corte d’assise di appello deve pronunciarsi nel giro di qualche settimana sulle condotte di quattro cittadini eritrei condannati in primo grado per episodi di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina avvenuti nel 2014-2015. L’accusa pensava di portare a processo una delle più importanti organizzazioni di trafficanti di esseri umani operative tra Libia, Italia, Israele e Nord Europa, invece durante il dibattimento si sono sgretolati sia reato di organizzazione del traffico internazionale di esseri umani, sia l’associazione a delinquere. È rimasto il favoreggiamento, la parte più debole del capo di imputazione previsto dall’articolo 12 del Testo unico sull’immigrazione. Questa legge secondo la Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild) – network di associazioni che si occupano di temi come carcere, privacy, migrazione, dipendenze e diritti civili – andrebbe modificata «in modo tale da distinguere in maniera chiara quelli che sulla pelle dei migranti si arricchiscono da coloro che li assistono senza nessun beneficio economico».

La presunta rete di Mered “il Generale”

La storia dei quattro imputati eritrei nasce nel maggio 2015 quando i vigili romani sgomberano il campo di Ponte Mammolo, una baraccopoli spontanea nata nei pressi dell’omonima stazione metropolitana per offrire prima assistenza a quei migranti che non riuscivano (o non potevano) essere inseriti nel circuito di accoglienza riconosciuto. Nelle settimane successive gli inquirenti tengono sotto controllo il cellulare dell’eritreo Michael, nome di fantasia, e si convincono di aver individuato il cassiere della cupola dei trafficanti di cui fa parte Medhanie Yehdego Mered, noto come il Generale, considerato uno dei più importanti trafficanti di esseri umani attivi in Nord Africa. A partire dalla sua rete di contatti, ricostruiscono quella che ritengono essere una cellula romana che si occupa del trasporto dei migranti dall’Italia al resto d’Europa. Da qui arrivano a identificare, non senza qualche dubbio, i quattro cittadini eritrei coinvolti nel processo.

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Tra il 2013 e il 2015 circa Mered “il Generale” avrebbe fatto parte della presunta cupola di trafficanti di esseri umani a cui apparteneva anche Ermias Ghermay, dal 2015 indicato dagli inquirenti italiani come il responsabile delle stragi di Lampedusa dell’ottobre 2013, oggi ancora latitante. L’arresto del presunto Mered, l’8 giugno 2016, era stato presentato dall’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano come uno straordinario risultato di cooperazione tra forze di intelligence internazionali. È stata la prima volta in cui si è parlato dell’arresto di una «figura apicale» nel traffico di esseri umani.

Tre anni dopo, a luglio 2019, il presidente della Corte d’Assise di Palermo Alfredo Montalto ha stabilito che l’uomo recluso da tre anni in Sicilia si chiama in realtà Medhanie Tesfamariam Behre, falegname classe 1987. Per quanto abbia riconosciuto lo scambio di persona, lo ha condannato per favoreggiamento a cinque anni di carcere. L’errore è nato dal tracciamento del cellulare del presunto Mered, dal quale poi si è ricostruita l’unica conversazione con Michael e da quest’ultimo al resto del gruppo (anche queste poche e dall’attribuzione non univoca, secondo la sentenza). Michael, in un procedimento staccato e in rito abbreviato, è stato comunque condannato a nove anni di carcere perché nelle intercettazioni parlava di volumi di denaro importanti.

L’arresto del presunto Mered, l’8 giugno 2016, era stato presentato dall’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano come uno straordinario risultato di cooperazione tra forze di intelligence internazionali

La “cellula romana” legata a Mered “il Generale” a cui apparterrebbe lo stesso Michael insieme agli altri quattro cittadini eritrei gestirebbe, per gli investigatori, l’arrivo in Italia di migranti dal Sudan e dall’Eritrea e ne organizzerebbe il successivo trasferimento verso il resto d’Europa e Israele. La scoperta, potenzialmente, è assai rilevante dal punto di visto investigativo e penale poiché prefigura la transnazionalità del gruppo che agiva per scopo di lucro e con una catena di comando ben definita.

Il processo di primo grado ha in realtà ridimensionato la portata delle scoperte. Anzi, ha mostrato come l’indagine non fosse nemmeno cominciata con i migliori auspici: è stata infatti battezzata Agaish, termine che gli inquirenti inquirenti intendono come “cliente”, quando invece in tigrino – la lingua parlata tra Etiopia ed Eritrea – si traduce “ospite” o “colui che va accolto”. La battaglia legale è tutta qui, lungo una sottile linea dove, da un lato, l’accusa sostiene l’esistenza dell’interesse economico perseguito dagli imputati e, dall’altro, la difesa descrive il loro agire come mero aiuto offerto ai migranti.

Medhanie Yedego Mered, detto Il Generale

Medhanie Tesfamariam Behre, arrestato in Sudan scambiato per Mered

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SSA, i nuovi predoni della Libia

Il Security support apparatus è una milizia che ha conquistato un enorme potere. Legittimata da Tripoli e appoggiata dagli oppositori dell’est, guadagna sia da finanziamenti pubblici che da attività illecite

Aiuto o profitto?

Secondo l’accusa gli imputati hanno ricevuto «flussi finanziari da qualsiasi Paese» utilizzando sia vettori legali come Western Union, Moneygram e Poste Italiane sia il sistema dell’hawala, informale e fuori dal circuito riconosciuto e tracciabile dei flussi di denaro, quindi in Italia considerato di per sé sospetto se non del tutto illegale.

L’«evidente profitto economico» sostenuto dai magistrati si scontra però con le stesse evidenze probatorie portate a processo. Le intercettazioni telefoniche e la testimonianza della Guardia costiera, polizia giudiziaria titolare delle indagini, evidenziano, infatti, come le somme ricevute dall’estero da alcuni degli imputati siano irrisorie: ammontano a poche decine o a poche centinaia di euro e sono state trasferite su carte o conti intestati agli stessi imputati, a dimostrazione della «buona fede e della natura lecita delle transazioni», sostiene la difesa.

Anwar, nome di fantasia, l’imputato che in primo grado è stato condannato a cinque anni per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, secondo i riscontri delle indagini avrebbe incassato in tutto 5 mila euro da sei persone. Soldi poi utilizzati per l’acquisto di cibo, vestiti e biglietti del bus da destinare ai rifugiati eritrei che stavano lasciando l’Italia. Non è chiaro, quindi, se abbia effettivamente avuto un guadagno. Gli altri condannati hanno ricevuto pene tra i due anni e i due anni e tre mesi, mentre per altri due imputati il processo si è chiuso con l’assoluzione.

Il sistema hawala

Hawala è una parola araba che significa “trasferimento” oppure “fiducia”. Indica un sistema informale di trasferimento del denaro. Si basa appunto sulla fiducia, come una sorta di cambiale. In alcuni Paesi, come Eritrea e Somalia, sono l’unico money transfer esistente. Il nome definisce tutti i sistemi informali, per quanto in realtà abbiano diciture diverse in Asia e Sudamerica. L’hawalader è il responsabile del servizio di trasferimento del denaro. Di solito possiede un’attività commerciale per la quale circolano molti contanti. L’informalità del sistema è l’elemento che lo rende pericoloso: di fatto, il sistema è abusivo e non è tracciabile, perciò si presta a movimentare anche proventi di attività illecite. L’ultima operazione sugli hawala, Cash away, è stata condotta dalla Guardia di finanza di Milano a marzo. Secondo le indagini, due hawalader egiziani con base operativa Milano avrebbero costruito un sistema di fatture false e società ad hoc attraverso cui movimentare tra Italia, Egitto, Spagna e Malesia circa 100 milioni di euro. Secondo le ipotesi investigative, il riciclaggio si concludeva con il trasferimento delle rimesse finanziarie a società fittizie localizzate in Repubblica Ceca, Malesia, Francia, Danimarca e Belgio.

Uno degli indagati è stato arrestato mentre stava acquistando un biglietto del bus per il fratello e dei suoi amici. Un altro, durante un’intercettazione, è esortato dai parenti di un migrante ad anticipare le somme necessarie per l’acquisto di vivande, vestiti e di un cellulare. Per somme più ingenti, come 1.500 euro ricevuti da un altro imputato e portate in aula quali prove del fine di lucro, il processo di primo grado ha evidenziato l’assenza di elementi che leghino il denaro ad azioni illecite.

L’«evidente profitto economico» sostenuto dai magistrati si scontra però con le stesse evidenze probatorie portate a processo

Questi e altri elementi hanno contribuito a far cadere in Corte d’Assise le accuse di associazione a delinquere e favoreggiamento della permanenza clandestina sul territorio italiano. Il favoreggiamento alla permanenza è infatti perseguibile solo quando si materializza un “ingiusto vantaggio” per gli imputati. Il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina si configura invece anche senza fini di lucro e sarà al centro del processo di secondo grado a carico dei quattro cittadini eritrei. Il tutto gira intorno all’articolo 12 del Testo unico sull’immigrazione, il quale punisce chiunque promuove, dirige, organizza, finanzia o effettua il trasporto di stranieri nel territorio dello Stato ovvero compie altri atti diretti a procurarne illegalmente l’ingresso nel territorio dello Stato, ovvero di altro Stato del quale la persona non è cittadina o non ha titolo di residenza permanente.

«Il “trasporto” è inteso come “l’operazione di trasportare, il fatto di venire trasportato, e le modalità e i mezzi con cui si esegue” ed evidentemente non può comprendere al suo interno la locuzione “trasporto di stranieri”», afferma l’avvocata Tatiana Montella. Insieme a Raffaella Flore, Ludovica Formoso e Giuseppina Massaiu forma il team difensivo degli imputati. Nella memoria difensiva le avvocate precisano che il «trasporto nel territorio implica il trasporto verso uno Stato, ben diverso dal trasporto all’interno dello Stato stesso». Un tecnicismo giuridico la cui interpretazione stabilirà se prosciogliere gli imputati o confermare la condanna dai due ai quattro anni di reclusione chiesti dal pubblico ministero.

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«C’è un accanimento giuridico verso questo tipo di condotte»

«Le vittime hanno deciso lo sconfinamento verso un altro Paese in totale autonomia», spiega l’avvocata Montella, mentre la sentenza di primo grado ha indicato le condotte degli imputati come «altri atti» diretti a procurare l’attraversamento di confini interni all’Europa. Il riferimento dei giudici è all’assistenza prestata per l’acquisto di beni, di biglietti del treno e del bus, al pernottamento offerto dagli imputati alle vittime e alle indicazioni circa i percorsi migliori da intraprendere per raggiungere il resto d’Italia.

«Crediamo che ci sia una motivazione politica alla base dell’accanimento giuridico verso questo tipo di condotta», afferma Montella. Secondo l’avvocata «questo tipo di reato nasce, in teoria, per colpire i trafficanti ma nella realtà attacca coloro che per un motivo o per un altro intervengono nei vari passaggi che un migrante attraversa».

Sulla stessa linea, secondo il team difensivo, ricadono i processi alle navi delle Ong oppure il procedimento ai danni di Linea d’ombra, associazione di due attivisti triestini indagati per aver prestato soccorso medico a dei migranti, come ha riportato il 24 febbraio il quotidiano Avvenire. «Non è possibile configurare l’aiuto prestato – peraltro in molti casi a connazionali, amici e parenti – come funzionale al traffico di essere umani», continua Montella, «nella convinzione che spezzando la catena di solidarietà si vada a incidere sul fenomeno migratorio».

«Non è possibile configurare l’aiuto prestato – peraltro in molti casi a connazionali, amici e parenti – come funzionale al traffico di essere umani, nella convinzione che spezzando la catena di solidarietà si vada a incidere sul fenomeno migratorio»
Tatiana Montella, avvocata

Paradossale, per la difesa, è la tesi accusatoria nei confronti di Abramo, altro nome di fantasia, al quale un amico aveva chiesto se fosse disponibile a ospitare due ragazze minorenni appena sbarcate in Italia, una delle quali figlia di un altro amico. Quest’ultimo ha anche chiesto all’imputato di anticipare dei soldi per le ragazze (150 euro), di comprare loro dei biglietti del bus per la tratta Mazara – Roma e dei vestiti. Abramo lamentava di essere in Sicilia per lavoro (faceva il raccoglitore stagionale di uva) e di non avere tempo ma alla fine ha accettato.

La difesa ha inoltre contestato la condizione di irregolarità assegnata alle due ragazze minorenni eritree. Abramo infatti ha cominciato a prendersi cura di loro nel 2015, anno in cui erano in vigore speciali norme internazionali in deroga alla convenzione di Dublino III secondo cui le persone di nazionalità eritrea erano da considerarsi «in clear need for protection» e dunque destinatarie della protezione internazionale, e non migranti irregolari. Caduto lo status di irregolarità delle presunte vittime, sostiene la difesa, cade automaticamente il reato, visto che le attività di soccorso ed assistenza umanitaria prestate vanno intese «nei confronti di stranieri in condizioni di bisogno».

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Lo status di rifugiato, la Convenzione di Dublino e il programma di ricollocamento del 2015

La Convenzione di Dublino (1990) è un trattato internazionale sul tema del diritto di asilo e regola i criteri secondo i quali uno Stato membro valuta la domanda di protezione internazionale presentata da cittadini di Paesi terzi. Il relativo regolamento è denominato Regolamento di Dublino III e stabilisce, tra le altre cose, che lo Stato membro competente per l’esame della domanda d’asilo è quello Stato in cui il richiedente ha fatto ingresso nell’Unione europea. Negli anni a cui si riferiscono i fatti oggetto di questo articolo, l’Eritrea vive un periodo di severa repressione interna. Secondo le Nazioni unite una larga fetta della popolazione è soggetta a lavoro forzato e imprigionamento da parte del regime dittatoriale eritreo responsabile di «un pervasivo sistema di controllo utilizzato in assoluta arbitrarietà per mantenere la popolazione in uno stato di ansia permanente», costringendo centinaia di migliaia di cittadini a fuggire. Tra il 2014 e il 2015 sono state accolte quasi 50mila domande di protezione internazionale provenienti dall’Eritrea all’Italia (480mila in Europa). Per fronteggiare la crisi migratoria, nel 2015 il Consiglio europeo ha quindi istituito il programma di cosiddetto Relocation (ricollocamento) il quale stabiliva che il Paese di destinazione della domanda di protezione poteva essere differente da quello di primo arrivo, in deroga al regolamento Dublino III. Il meccanismo prevedeva che solo i Paesi di provenienza con un tasso di riconoscimento delle domande superiore al 75% potessero rientrare in questa deroga. Come precisa lo stesso Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione in una presentazione del 2015 redatta dal Gruppo di supporto logistico ed operativo per la relocation, «siriani, eritrei e iracheni sono le nazionalità che rientrano in tali parametri». Secondo l’ultimo rapporto di Easo, l’ufficio europeo a sostegno delle politiche dell’asilo, anche nel 2019 oltre otto richiedenti asilo eritrei su dieci, nel territorio europeo, hanno ottenuto una forma di protezione umanitaria (più di loro solo siriani e yemeniti). In quanto cittadini eritrei, la difesa sostiene quindi che i quattro imputati così come i connazionali a cui hanno prestato aiuto rientrino all’interno dell’articolo 31 della Convenzione di Ginevra del 1951, la legge fondamentale che definisce chi ha diritto allo status di rifugiato politico. Secondo la Convenzione, ogni Stato che sottoscrive il documento – tra cui l’Italia – non può avviare «sanzioni penali, per ingresso o soggiorno irregolare, a quei rifugiati che, provenienti direttamente dal paese in cui la loro vita o la loro libertà era minacciata, […] entrano o si trovano sul loro territorio senza autorizzazione, purché si presentino senza indugio alle autorità ed espongano ragioni ritenute valide per il loro ingresso o la loro presenza irregolari».

Cosa hanno in comune gli esiti processuali di Palermo e di Roma

Invece che una rete transnazionale di trafficanti di esseri umani, il primo grado del processo Agaish ha individuato al massimo dei “fiancheggiatori” di rifugiati eritrei che volevano lasciare l’Italia in un momento storico in cui per altro lo spostamento tra Paesi europei era previsto in deroga al regolamento di Dublino.

Il “declassamento” da trafficante a fiancheggiatore ricorda quanto si è verificato già durante il lungo dibattimento del processo Mered, tenutosi a Palermo. Nonostante la sentenza abbia confermato lo scambio di persona, visto che l’uomo in carcere comunque aveva intrattenuto conversazioni e dato indicazioni a connazionali che hanno preso la via del mare, Behre è stato condannato per favoreggiamento. Il processo d’appello è in corso e la prossima udienza è prevista per il 21 luglio.

Nella memoria depositata per il secondo grado, l’avvocato Michele Calantropo, difensore di Behre, scrive che l’unico contatto tra il suo assistito e due presunti trafficante «è riconducibile al pagamento del prezzo del viaggio dei suoi familiari». «Non è emerso alcun tipo di profitto, neppure come effetto mediato o indiretto dell’attività posta in essere», rileva.

Per approfondire

Lungo la rotta: storie di traffici, geopolitica e migranti

Dal Mediterraneo centrale, in questi anni, sono arrivate centinaia di migliaia di persone. Le politiche italiane ed europee hanno cercato di sigillare questa rotta, senza mai riuscirci. Una serie sulle dinamiche politiche e criminali tra Libia e Italia

In termini di errori di traduzione nel processo a Behre ce n’è stato uno particolarmente significativo che riguarda la parola Mesi: secondo la procura e secondo l’interpretazione del Tribunale, si tratta di una persona che Behre avrebbe aiutato ad andare in Libia, commettendo quindi un reato di favoreggiamento; secondo l’interpretazione dell’avvocato, è un avverbio di tempo e non un nome proprio.

Per quanto si ipotizzi l’esistenza di una cassaforte del gruppo a Dubai, non c’è traccia di soldi negli Emirati Arabi né nel processo Agaish, né in quello Mered. In Agaish il riferimento è solo uno, mentre nel fascicolo del processo Mered il nome della città emiratina torna. Senza il flusso economico, però, tutto l’impianto sul quale si regge la teoria dell’organizzazione criminale dall’alto profitto diventa più debole.

Per quanto si ipotizzi l’esistenza di una cassaforte del gruppo a Dubai, non c’è traccia di soldi negli Emirati Arabi né nel processo Agaish, né in quello Mered

Quando la procura di Roma diceva che il Mered in carcere era quello sbagliato

Verso la fine del 2016, il caso Mered ha acceso uno scontro tra la procura di Roma e quella di Palermo. Carlo Lasperanza, magistrato della Direzione distrettuale antimafia titolare delle indagini sulla cellula romana, si stava occupando del caso dopo alcune telefonate al numero di emergenza della Capitaneria di porto di parenti di migranti in partenza dalla Libia e diretti in Italia, preoccupati per il silenzio da parte di loro cari. Attraverso quelle indagini, nel 2014, la Dda capitolina ha fatto arrestare Seifu Haile, estradato dalla Svezia, Paese nel quale era arrivato dopo essere sbarcato nell’agosto di quell’anno a Taranto e aver trascorso qualche giorno proprio a Ponte Mammolo. Ha raccontato agli inquirenti di aver dovuto lavorare per Mered per potersi pagare il viaggio verso l’Italia.

Voleva solo scappare dalla «mezra», parola che in arabo vuol dire magazzino, ma che per i migranti tra il 2013 e il 2015 significa sostanzialmente la prigione controllata dai trafficanti. Le mezre dell’epoca sono state poi sostanzialmente sostituite da centri di detenzione, gestiti dal ministero dell’Interno di Tripoli e abusivi, in cui le condizioni umane in cui sono costretti a vivere i migranti sono spesso identiche. «Sono sicuro che molte persone in diverse parti del mondo, in Italia e in Europa, lavorano per Medhanie», diceva Seifu Haile nel giugno 2015 a Carlo Lasperanza. Su queste dichiarazioni è nata la convinzione che anche a Roma ci potesse essere una cellula del gruppo.

Il documento di identità di Medhanie Tesfamarian Bere

Seifu fin dai primi interrogatori ha mostrato maggiore sicurezza nell’identificare Medhanie Yedhego Mered, alias il Generale. In particolare, lo ha riconosciuto in una foto diventata poi iconica che lo ritrae appoggiato a una macchina, con indosso una maglietta blu con tre linee rosse parallele all’altezza del petto, parzialmente coperte dal catenaccio di un grosso crocifisso penzolante.

Quella foto non combaciava minimamente con quella diffusa dagli organi di polizia dell’uomo arrestato in Sudan e spacciato per il Generale. Infatti, dopo averla vista, «Seifu dichiarava di non aver mai visto [l’uomo arrestato] e soprattutto non essere il Medhaine», si legge nella sentenza di primo grado del processo Agaish. Così si è acceso lo scontro con Roma, a cui ha messo fine il Tribunale del riesame di Roma quando nel gennaio del 2017 ha respinto la richiesta di scarcerazione della difesa Behre dando ragione a Palermo.

Eppure, annota sempre la sentenza, durante il processo Agaish alla cellula romana il sergente della Guardia costiera, teste dell’accusa, ha dichiarato che quello in carcere a Palermo era proprio il Generale, contraddicendo mesi di dichiarazioni. Nel processo Mered era stato addirittura teste per la difesa che ne chiedeva la scarcerazione. Non solo: nell’ambito del processo Agaish, lo stesso Seifu ha detto di non aver mai avuto alcun contatto con gli imputati nemmeno quando è stato a Ponte Mammolo.

I limiti dell’approccio antimafia

Il problema che accomuna i procedimenti Agaish e Mered, riguarda l’applicazione della legislazione antimafia in un contesto che aveva bisogno di indagini molto meno invasive. La scelta è del tutto legittima visto che le Misure antitratta approvate nel 2003 estendono la legislazione antimafia a tutto il traffico di esseri umani. Sull’onda emotiva dei naufragi di Lampedusa del 2013, la procura di Palermo ha costituito un pool specializzato sui trafficanti di esseri umani. L’assunto è che i criminali che operano nel traffico di esseri umani appartengano a una loro mafia.

Ad oggi, però, i risultati investigativi dicono che il metodo non è adeguato. Non sempre a una sim corrisponde un solo proprietario. Le perizie sui saggi vocali, in fase probatoria, spesso si sono rivelate inconcludenti. Seppure stiano in Italia, spesso gli interpreti eritrei sono ancora condizionati dal regime vista la possibilità di ricattare i loro familiari in patria e questo incide notevolmente sulla qualità delle traduzioni. Condannare gli espatriati, nell’ottica repressiva di Asmara, è positivo per impedire che altri seguano l’esempio e provino a lasciare il Paese.

Ad oggi i risultati investigativi dicono che il metodo antimafia non è adeguato nel perseguimento delle reti dei trafficanti di uomini

Senza l’interpretazione adeguata, il linguaggio in codice, anche laddove esistesse, non risulta più comprensibile. Il vincolo associativo-familiare fondamentale nelle realtà mafiose, finora, non è mai emerso in nessuna indagine, come non è emersa una cupola dei trafficanti, né un «codice d’onore» o un sistema pseudo-valoriale in cui riconoscersi. A tenere insieme i presunti trafficanti è la necessità dei migranti inizialmente di lasciare la Libia per l’Italia e in una seconda fase di lasciare l’Italia per raggiungere altri Paesi europei.

I passaggi di denaro per l’acquisto di trasporti che violano le normative in materia di ingresso e uscita dalle frontiere, in più, non sono ad oggi sufficienti a dimostrare in tribunale importanti profitti economici. «Considerato lo svuotamento dei capi d’accusa occorso nel processo di primo grado – è la conclusione dell’avvocata Tatiana Montella -, credo si sia voluto forzare la mano inquadrando le condotte dei nostri assistiti come rilevanti penalmente, quasi a giustificare sia l’indagine stessa, sia una custodia cautelare da loro subita già molto lunga (18 mesi, ndr)».

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L'esito in Cassazione
Il 21 maggio 2022, la Corte di Cassazione ha annullato senza rinvio le sentenze di primo e secondo grado comminate ai quattro imputati per favoreggiamento dell’emigrazine clandestina. «Assoluzione per tutti e Vittoria piena – ha commentato l’avvocato Tatiana Montella. Siamo riusciti a dimostrare che la solidarietà tra persone migranti esiste e ad offrire un giusto inquadramento della norma».

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

Foto

Piervincenzo/Shutterstock

Marocco, la sala d’aspetto dell’Europa

1 Giugno 2020 | di Roberto Persia

Nei primi quattro mesi del 2020 secondo i dati di Unhcr (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati) dal Marocco sono partiti e hanno raggiunto la Spagna 6.532 migranti. L’emergenza sanitaria dovuta al Covid-19 e il lockdown del Marocco, prolungato ancora fino al 10 giugno, hanno reso ancora più difficile attraversare e lasciare il Paese per i migranti. Solo 542 nel mese di aprile sono riusciti a oltrepassare il Mediterraneo: erano stati 1.539 nello stesso mese dello scorso anno. I più vulnerabili sono gli immigrati sub-sahariani, che non si sono visti riconoscere alcuna tutela dal governo.

«Il Paese ha attuato dei regolamenti molto severi per prevenire il diffondersi del Covid-19. La situazione dei migranti in transito era già precaria prima della crisi e peggiora ogni giorno», racconta Hassane Ammari membro di Alarm Phone Sahara, un progetto di cooperazione tra associazioni, gruppi e individui nella regione del Sahel-Sahara con l’obiettivo di difendere la vita e la libertà di movimento di migranti e rifugiati vittime dalle politiche repressive e spesso mortali in fatto di migrazioni.

Solo il 30% dei circa 100 mila migranti in transito è riuscito ad ottenere i documenti necessari per regolarizzare il proprio status, grazie alle sporadiche sanatorie volute da Rabat. Il resto sono irregolari, intrappolati nel Paese; una nazione in movimento che si sposta su autobus o mezzi di fortuna. Oggi è il virus a tenerli bloccati, ma nel tempo il carceriere dei sub-sahariani è stata la politica migratoria voluta e pagata milioni di euro dall’Europa al Marocco.

Prigionieri di una rotta senza meta

I numeri della rotta del Mediterraneo occidentale, dal Marocco alla Spagna, negli ultimi anni sono cresciuti in modo costante: dai 7 mila del 2011, sono diventati oltre 65 mila nel 2018, per lo più marocchini e sub-sahariani. Nel 2019 con la progressiva riapertura della rotta orientale, Grecia-Turchia, e i controlli alla frontiera voluti da Rabat, il numero di migranti si è abbassato a 32.500. Se il prezzo di chi parte è quello pattuito con il trafficante di turno, chi resta viene condannato ad un viaggio inesorabile.

Come Sisifo, il mitologico fondatore di Corinto condannato da Zeus a spingere un masso lungo la cresta di un monte per l’eternità, sono costretti a ricominciare daccapo il percorso proprio nel momento in cui l’obiettivo sembra essere ormai raggiunto.

La cima della montagna di Sisifo è, per i migranti in Marocco, l’arrivo a Tangeri, a soli 20km dalla Spagna. Per raggiungerla, risalgono il continente, poi attraversano il Paese da sud a nord. Una striscia di mare o i muri delle enclave spagnole di Ceuta, a fianco di Tangeri, o di Melilla, vicina a Nador, li dividono dalla meta: l’Europa. Entrambe le città diventano il punto in cui il masso di Sisifo precipita a valle: è lì che i migranti vengono arrestati dalle forze ausiliare, un corpo paramilitare al servizio del ministero dell’Interno marocchino, prima di riuscire a partire. Deportati per 2mila km verso sud, si ritrovano dispersi nel Marocco meridionale, Beni Mellal, Agadir, Dakhla e molte altre città: luoghi inospitali e lontani dalle zone di prossimità con l’Europa. Nessun effetto deterrente sulla loro volontà di raggiungere la Spagna: da lì ricomincia la loro fatica. Tentano di nuovo di arrivare al nord e alle rive del Mediterraneo e molti di loro vengono riportati indietro decine di volte prima di riuscire a partire o prima di perdere la vita. 

Il Marocco, in questo modo, ha il pieno controllo del flusso dei migranti assicurandosi in sede di trattativa con Bruxelles un tornaconto economico e strategico pressoché scontato.

Tangeri, Nador, Beni Mellal sono i tre vertici di una rotta migratoria che, invece di avere una partenza e un arrivo, si ripiega, a un passo dalla meta, e diventa ciclica. Il racconto di questo percorso perenne, visto in prima persona in più occasioni, parte da Tangeri ad agosto del 2019: la meta illusoria, la città vetrina con cui il Marocco si mostra all’occidente. In quanto vetrina, è troppo controllata perché i migranti riescano a partire da lì; in quanto crocevia tra due mondi, è troppo africana perché la sua internazionalizzazione non presenti contraddizioni. Non solo contrasti, ma anche vistose mancanze: la presenza dei sub-sahariani è negata, le infrastrutture verso il Rif spariscono. A Nador, da Tangeri, si arriva solo su ruote, attraverso strade di montagna strette e dissestate su cui i pullman ondeggiano e non di rado precipitano. Quattrocento chilometri per dieci ore di viaggio mentre la stessa distanza, tra Tangeri e Casablanca, si copre in due ore con un treno ad alta velocità. 
 
Per i migranti quello che conta però è il tratto successivo: raggiungere la Spagna, con l’aiuto dei trafficanti, o essere riportati a sud dalle forze di polizia. I subsahariani li chiamano “africani”: arrivano dal Mali, dal Camerun, dal Senegal, Guinea Conakry e Nigeria.
I fondi europei per la gestione dei migranti in Marocco

Con il lancio della politica europea di vicinato nel 2004, il Marocco è diventato gradualmente un partner privilegiato dell’Ue nel settore politico e nella cooperazione economica.  L’Unione europea è il principale donatore del Marocco per quanto riguarda gli aiuti allo sviluppo. Il partenariato negli ultimi sei anni in particolare si è rafforzato e tradotto in un sostegno da parte della Commissione Europea che, in sei anni, ammonta alla cifra di 1,789 miliardi di euro: servizi sociali, stato di diritto e crescita sostenibile.

La Corte dei conti comunitaria, però, il 12 dicembre del 2019 ha definito limitati i risultati raggiunti dal Marocco: «I programmi finora non hanno mostrato alcun impatto significativo» e «alcuni di questi obiettivi non erano abbastanza ambiziosi da sostenere riforme significative, dal momento che a volte erano già stati raggiunti (o stavano per essere raggiunti) al momento della firma degli accordi di finanziamento». In altre parole, secondo la rendicontazione finanziaria dell’Ue, i soldi sono stati spesi per finalità di fatto inutili. I revisori hanno scoperto inoltre che «mancavano controlli rigorosi sulla valutazione dei risultati e talvolta venivano effettuati pagamenti quando gli obiettivi non erano stati raggiunti e anche quando la situazione si era effettivamente deteriorata».

Poco dopo la pubblicazione del report, il 20 dicembre 2019, l’Unione europea ha approvato gli ultimi programmi, per 389 milioni di euro, di cui 101,7 milioni esplicitamente diretti al controllo dei confini e della migrazione irregolare.

Hamed il tassista

Lungo Boulevard Mohammed VI, sul lungomare di Tangeri, giovani militari trovano riparo all’ombra delle bandiere. Dietro di loro, una fila interminabile di taxi occupa la carreggiata in attesa dei clienti: quelli piccoli si occupano del traffico cittadino, quelli grandi spesso di colore bianco coprono le tratte extraurbane. Hamed, nato a Casablanca, fa il tassista a Tangeri su una vecchia Mercedes bianca. Di migranti subsahariani che cercano di arrivare in Europa ne incontra ogni giorno.

«In molti arrivano qui dal sud e dal centro del Paese, pagano 2.000-2.500 euro i trafficanti per raggiungere la Spagna oppure 4.000 euro per un documento falso». Prosegue nei calcoli: «A seconda della capienza dell’imbarcazione, i guadagni per i trafficanti variano da 16 mila euro fino a 60 mila per 16 km». Ha appena accompagnato un ragazzo di 16 anni che arrivava da Beni Mellal: «È già partito», dice, e la foto sul suo telefono di una piccola imbarcazione in attesa di salpare per la Spagna ne è la prova.

I migranti che attendono di racimolare i soldi per pagare il viaggio,  si fermano alla cattedrale spagnola, sopra il Grand Socco, il mercato. Risalendo la città vecchia si può vedere il campanile della chiesa cattolica svettare da dietro la moschea, in una giustapposizione prospettica che rivela la natura internazionale e la storia coloniale di Tangeri: tra il 1923 e il 1956 Spagna, Francia, Regno Unito, Italia, Portogallo, Belgio, Paesi Bassi, Svezia e Stati Uniti vennero attratti dalla posizione strategica della città, e ne approfittarono per farne una zona internazionale. Questo comportò la sua neutralità politica, militare e la completa libertà di impresa.

Oggi Tangeri è il biglietto da visita del re Mohammed VI, tra progetti miliardari e uno sviluppo accelerato che ha risparmiato solo la medina (città vecchia): il nuovo porto, Tanger Med II, è il più grande del Mediterraneo e la nuova stazione ferroviaria è quella dell’unico treno ad alta velocità del continente africano, l’Al Boraq.

Tra le mura della medina, nonostante le folate di turisti appena scesi dalle crociere in cerca di souvenir, i caffè servono sempre lo stesso tè alla menta e i macellai halal nel vecchio suk affilano i coltelli per il prossimo Eid al Adha. Nel cortile della cattedrale, sopra la città vecchia, sono molti i migranti in cerca di protezione. Dove la pressione migratoria è maggiore, nel nord del Marocco, i rischi per chi vuole raggiungere l’altra sponda del Mediterraneo aumentano. Gli arresti e le deportazioni sono un pericolo anche per chi in possesso di documenti validi e stare in strada è pericoloso: la giurisdizione della chiesa garantisce protezione.

Kendrick che sogna l’America

I migranti aspettano fuori dal portale il termine delle celebrazioni per ricevere offerte dai fedeli e poter acquistare qualche cosa da mangiare. I più fortunati riescono a tenere corsi di danza africana in una palestra poco distante e così mettono da parte dei soldi. 

Kendrick, 23 anni, è uno di questi: arriva dalla Costa D’Avorio ed è qui da un paio di anni. «Il mio sogno è andare in America e diventare famoso, proprio come Kendrick Lamar», l’artista rap di origini afro-americane conosciuto in tutto il mondo. Ha attraversato il Marocco più di venti volte, conosce i respingimenti alla frontiera meridionale e i metodi della polizia: «È pericoloso girare in strada, c’è il rischio di venire arrestati per il solo fatto di esseri neri e essere allontanati al sud».

Uno scorcio del porto di Tangeri e, all’orizzonte, la Spagna – Foto: Roberto Persia

Dentro la chiesa padre Haime ha appena finito di celebrare messa. È arrivato qui tre anni fa direttamente dalla Colombia, dove è nato, e mi parla in spagnolo. «In città c’è molto controllo sui migranti da parte della polizia. Qui al nord, secondo le disposizioni del governo, nessuno di loro può affittare una casa o una stanza e quindi questi ragazzi sono costretti a stare in strada. Noi li accogliamo per un paio di mesi al massimo, ma non abbiamo i mezzi necessari per gestire tutte queste persone. Il Marocco riceve denaro dall’Europa per gestire i migranti, «ma non fa nulla se non arrestarli e rilasciarli a chilometri di distanza – prosegue -. Gioca al gatto e al topo e l’Europa paga».

Verso Nador

Spostarsi lungo questo confine non è semplice per nessuno e anche avere un passaporto europeo non dà alcun tipo di vantaggio. Non esiste alcun collegamento su rotaia che attraversi il Rif, una zona montuosa che si estende da Tangeri fino al confine con l’Algeria. L’isolamento e la povertà, in una regione che vive prettamente di agricoltura, hanno dato vita negli anni a frequenti proteste di dissenso nei confronti del potere centrale con la speranza di raggiungere una maggiore giustizia sociale.

Nel 2016 con la morte del pescivendolo marocchino Mouhcine Fikri, ad al-Hoceima, finito nel compattatore dei rifiuti nel tentativo di recuperare la sua merce sequestrata dalla polizia, sembrava che il vento di una nuova primavera araba potesse iniziare a soffiare proprio da qui. Espressione di questi malcontenti è il movimento dell’Hirak Rif che negli anni ha saputo trasformarsi in una spina nel fianco per Rabat, tanto che molti dei suoi esponenti sono stati arrestati per aver minacciato la sicurezza dello stato. Qui è ancora forte l’identità berbera, e per le strade la lingua utilizzata è l’amazigh, una delle tre riconosciute dalla nuova costituzione del 2011 con il francese e l’arabo. 

Nador dista quasi 400 km da Tangeri ed è un altro luogo che funge da sala d’aspetto per l’Europa. In comune con Tangeri ha soltanto la vicinanza con una delle due enclavi spagnole presenti sul territorio marocchino: Melilla, in questo caso. Non ha molto da offrire al turismo e gli investimenti sembrano dover ancora arrivare da queste parti.

Said è un attivista di AMDH Nador (Moroccan Association for Human Rights), associazione che da anni denuncia il trattamento che i migranti sub-sahariani subiscono da parte delle forze ausiliarie, ed è anche un membro dell’Hirak Rif. Ci incontriamo a Nador in una delle sedi della associazione. La porta al primo piano è aperta, sull’uscio una cucciolata di gattini, dentro le serrande sono abbassate e appese al muro una bandiera della Palestina, il ritratto di Ali Yata, uno dei fondatori del partito comunista marocchino nel 1943 e quello di Abdelkrim el Khattabi, rivoluzionario marocchino. «Hai fatto caso se qualcuno ti ha seguito? – chiede Said – Non devi preoccuparti, ma qui è la norma. Se sei un giornalista occidentale che arriva da queste parti ti staranno dietro per capire cosa sei venuto a fare».

Il Marocco cerca in ogni modo di nascondere le condizioni di vita a cui i migranti sono condannati. Negli ultimi anni diversi giornalisti e fotoreporter che volevano raccontare la condizione dei subsahariani in Marocco sono stati allontanati dal Paese. Un attivista per i diritti umani, Omar Omar al-Naji, vice-presidente della sezione Nador di AMDH, è stato arrestato e liberato su cauzione dopo aver denunciato, via Facebook, l’operato delle autorità marocchine a Nador durante le restrizioni post-Covid. Ora attende l’inizio del processo. 

Boubacar e la foresta dei migranti

«La maggior parte dei migranti che arrivano a Nador si nascondono nella foresta qui vicino». Il posto di cui parla Said è la fitta boscaglia che copre le pendici del monte Gourougou poco fuori la città dove la comunità subsahariana si nasconde in accampamenti di fortuna. «Il loro isolamento, per sfuggire alle forze di polizia, non permette di avvicinarsi neanche a chi volesse aiutarli. Nella foresta ci sono anche donne incinte e bambini», prosegue.

Ci sono diversi modi per morire qui, a quanto racconta Said: nella foresta stessa in cui si nascondono, per incuria o per i tentativi di sfuggire ai raid delle forze di polizia ausiliaria, o in mare nel tentativo di raggiungere l’altra sponda del Mediterraneo. «Nel 2018, nella sola Nador, ci sono stati 244 decessi e 900 arresti, mentre a Tangeri nello stesso anno gli arresti sono stati 15 mila», aggiunge. Melilla, l’enclave spagnola, è a pochi passi, ma separata da alte reti e filo spinato. I migranti aspettano il momento giusto per fare boza, che significa “vittoria” in Fula, una lingua dell’Africa occidentale: il termine si riferisce al riuscire a passare il mare o a scavalcare le reti, per arrivare finalmente in Europa.

Boubacar, invece, non ha mai fatto boza. Dopo aver trascorso sei mesi in quell’inferno ha deciso di rimanere a Nador. Ora è un punto di riferimento per la comunità subsahariana. È diventato un attivista, e si occupa di informare chi vive nella foresta sui propri diritti e i possibili pericoli: lo fa per conto di Alarm Phone, che, oltre a monitorare e supportare i soccorsi in mare, sensibilizza i migranti sui rischi legati all’attraversamento del mar Mediterraneo. «Adesso lavoro anche con Asticude, un’associazione che si occupa di diritti umani, con vari progetti in diverse città del Marocco. Ma con l’aumento dei decessi mi occupo anche di riconoscere l’identità dei cadaveri che il mare riporta indietro». Dopo esser stati recuperati in mare i corpi vengono trasportati nell’ospedale Hassan I, dove Boubacar si occupa di contattare le famiglie delle vittime, comunicare con loro e procedere al loro riconoscimento: quelli che restano senza nome vengono sepolti soltanto con la data della loro morte nel cimitero di Nador.

Beni Mellal, dove tutto ricomincia

Quasi 500 km in vecchi pullman sulle nuove linee autostradali e senza sapere quale sarà la prossima fermata: questo è invece il viaggio che aspetta chi viene arrestato dalle forze ausiliarie. Il bus, eredità della dominazione francese, procederà spedito sulla A8, una arteria che da Berrachid procede nell’entroterra marocchino per 2oo km perpendicolarmente l’oceano Atlantico, direzione Beni Mellal. Le case sono lontane una dall’altra nella campagna marocchina, ci sono delle stalle e poi uomini, donne bambini e animali; nessun agglomerato urbano.

Beni Mellal si trova nel centro del Marocco nella regione di Béni Mellal-Khénifra, fra i rilievi del Medio Atlante e la pianura, lontano dall’oceano e dal Mediterraneo. Una città con quasi 200 mila abitanti, secondo l’ultimo censimento del 2014, dove l’agricoltura e le miniere di fosfati sono l’unica spinta all’economia locale. La città è conosciuta, con Kouribga e Fekir Ben Salè, come il “triangolo della morte”: una zona depressa economicamente, che non gode dei favori delle città imperiali. Pochi turisti decidono di arrivare fin qui, soprattutto in questo periodo, l’aria è irrespirabile, brucia le narici e respirare con la bocca è come ingoiare un asciugamano bagnato. Un’area da dove, nella seconda metà degli anni 90, partivano i marocchini alla volta dell’Italia, anche loro raggiungendo il nord del Marocco per poi attraversare il Mediterraneo.

Ora si assiste ad un fenomeno inverso, iniziato nel 2008 quando la crisi finanziaria si è sommata a un’integrazione mai pienamente raggiunta. Chi è emigrato ritorna, e così lungo le vie principali è un susseguirsi di negozi dai nomi italiani: bar porta romana, bar Roma, caffetteria Italia o pizzeria bella Roma.

I migranti subsahariani, abbandonati qui, si disperdono nella città che conoscono ormai bene. Per molti non è la prima volta; chiedono l’elemosina agli angoli della strada. Indossano tutto quello che possiedono, anche di giorno sotto il sole, per evitare di perderlo: cappelli di lana, guanti, k-way e cappotti. 

Gaston è stato riportato qui da pochi giorni dal nord del Marocco. «Ho 25 anni – racconta -. Nel 2014 sono arrivato dal Mali. Ho attraversato Guinea, Togo, Nigeria e poi dall’Algeria sono entrato in Marocco. Tanti amici li ho persi nel deserto. Chiedo l’elemosina per racimolare qualche soldo e raggiungere Tangeri o Nador; guadagno circa 30 dirham al giorno» (3 euro). Mohammed Alfa ha 16 anni e arriva dalla Guinea Conakry, e, «inshallah», raggiungerà anche lui l’Europa. Sa bene, però, che qui la volontà di Dio costa cara: «Dobbiamo dare ai trafficanti 10mila dirham (mille euro, ndr) per raggiungere la Spagna».

Prima però bisogna attraversare di nuovo il Paese, ma con il tempo le condizioni per gli irregolari si fanno sempre più difficili. A ottobre del 2019, con un avviso appeso sulle vetrate dei botteghini, in tutte le stazioni dei bus veniva fatto divieto «secondo istruzioni delle autorità, di vendere biglietti CTM agli africani, che siano sprovvisti di passaporto o di regolare permesso di soggiorno. Particolare attenzione per le linee dirette al nord e sud del paese: Tangeri, Tetouan, Al Hoceima, Nador, Oujda e Laayoune». Così recita il regolamento, ma soltanto una delle città elencate si trova nel sud del Paese.  

Richard è italiano ed è arrivato in Africa come volontario; da 6 anni è in Marocco come cooperante per conto della Ong Progettomondo.mlal, che ha attivi sul territorio progetti umanitari rivolti ai migranti subsahariani e si occupa di prevenzione della radicalizzazione islamica dei giovani nei carceri. 

Secondo Richard, Beni-Mellal viene scelta come ultima fermata dei bus carichi di migranti per la sua posizione geografica, ma anche per la sua relativa stabilità sociale e spazio vitale: «I sub-sahariani non sono qui per lavorare come braccianti, i marocchini non ricorrono alla loro manodopera per paura di ritorsioni e comunque ci sono talmente tanti connazionali che vogliono lavorare che si preferisce spendere qualche dirham in più, parliamo di 7o-80 dirham (7-8 euo) al giorno – aggiunge. Si fa finta di non vederli, fino a che non arrivano a Tangeri o Nador dove avvengono le scene peggiori e il Marocco inizia a svolgere il suo ruolo da cane da guardia. Ho incontrato ragazzi che hanno percorso il Paese da sud a nord per otto volte».

Mappa: Lorenzo Bodrero | Foto: Roberto Persia | Editing: Lorenzo Bagnoli

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L’Italia affida i migranti agli stessi che fa arrestare per contrabbando

23 maggio 2018 | di Cecilia Anesi, Lorenzo Bagnoli, Giulio Rubino

Zawiya, Libia, 28 giugno 2016. La petroliera Temeteron naviga a 11 miglia dalla costa. È una nave imponente: un tanker di 110 metri di lunghezza che può contenere fino a 4.600 tonnellate; uno di quei giganti, lunghi e piatti, che attraversano le autostrade del mare a basse velocità e per lunghissimi periodi.

Nel 2016, la Temeteron viaggiava spesso da quelle parti: un andirivieni continuo dalle acque del Mediterraneo davanti alla Libia, fino al porto di Odessa, in Ucraina, o ai porti russi affacciati sul Mar Nero. Il 28 giugno 2016, però, appena prima che uscisse dal territorio nazionale libico, ossia le acque che si allungano fino a 12 miglia dalla costa, è stata intercettata dalla Guardia Costiera di Zawiya. Anzi, come la definiscono i due ricercatori Mark Micallef e Tuesday Reitano in questa ricerca, dalla “Guardia costiera della raffineria di Zawiya”. Il legame tra l’autorità costiera e il polo industriale della città è infatti indissolubile: quei guardacoste, dotati di due unità navali, sono gli stessi che tra gennaio e giugno 2017, secondo la ricerca di Reitano e Micallef, intercetteranno 5.707 migranti sui 10.989 fermati in tutto dalla Guardia costiera libica.

Torniamo al 28 giugno 2016: la Guardia costiera di Zawiya scorta la Temeteron fino al porto di Tripoli, dove la lascia nelle mani della Marina militare libica. Temeteron si ormeggia: è in stato di fermo e con lei anche l’equipaggio. L’indomani, durante una conferenza stampa, il portavoce della Marina libica Ayoub Qasim sostiene che i suoi uomini abbiano trovato a bordo della petroliera 5.227 tonnellate di gasolio di contrabbando, rubato dalla raffineria di Zawiya. Il dato, riportato su diversi media, sembra scorretto, perché supera il tonnellaggio della nave. Non ci sono però altre versioni. Il fermo è stato certamente convalidato: l’equipaggio – cinque ucraini, tre russi e un greco – è rimasto nelle carceri libiche fino al 2 marzo 2017

Navi come la Temeteron, con gli stessi presunti carichi illeciti, passano spesso al largo di Zawiya. Eppure i controlli delle autorità locali sono sporadici. Il motivo è semplice: la Guardia costiera della città è parte di un’organizzazione criminale che contrabbanda gasolio. Secondo i rapporti delle Nazioni Unite, quella stessa Guardia costiera è coinvolta anche nel traffico di esseri umani. Migranti e gasolio, insieme al greggio, sono i pochi “beni di esportazione” della Libia: controllare questi mercati, di fatto, significa avere le mani sull’export del paese.

La raffineria protetta dalla Guardia costiera

La Azzawiya Oil Refinery Company è una raffineria di proprietà statale, aperta nel 1974. È la più grossa della Libia, con una capacità massima di 120 mila barili di greggio al giorno. La controlla la National Oil Company (Noc), l’azienda statale che gestisce gas e petrolio. È socia alla pari della nostra Eni nella Mellitah Oil & Gas, joint venture italo-libica che sorge sempre nella striscia di costa libica famosa come luogo di partenza degli sbarchi.

Migranti assistiti dall’Unhcr il 14 marzo 2018, dopo essere stati intercettati in mare dalla Guardia Costiera libica e portati alla base navale di Tripoli, come migliaia di altri nei primi mesi del 2018 – Foto: Sufian Said/Unhcr

La Noc è l’unica autorità del paese nordafricano che può approvare le esportazioni all’estero. Da maggio del 2014 a guidarla è Mustafa Sanalla, manager risoluto, consapevole di occupare il vertice dell’unica istituzione del paese capace, almeno in un immediato futuro, di dare un’economia alla Libia. Il 18 aprile, durante il convegno Oil & Fuel Theft a Ginevra, Sanalla ha affermato che la Libia ogni anno perde 750 milioni di dollari: il 30-40 per cento del gasolio e del greggio importati o prodotti dalla Libia “viene rubato”, ha detto. In altre parole, viene esportato senza un’autentica autorizzazione della Noc, e quindi senza che la compagnia statale libica possa incassare un centesimo di tasse da questa compravendita.

Gli unici a guadagnare, così, sono i criminali che appartengono al cartello che ha portato il prodotto fuori dalla Libia. Gli acquirenti, che pagano il prodotto in media un terzo del prezzo di mercato, sono soprattutto italiani, spagnoli, tunisini, turchi e russi. A febbraio, la Procura generale di Tripoli ha spiccato 144 mandati d’arresto per traffico di gasolio nell’ovest della Libia. Non sono ancora noti né i nomi dei ricercati, né quanti di loro siano stati effettivamente portati in carcere.

«Al-Bija con altri guardacoste è direttamente coinvolto nell’affondamento delle navi dei migranti a colpi di armi da fuoco»

Rapporto Onu del 1 giugno 2017

La mafia libica dei Koshlaf e di al-Bija

La storia della Temeteron fa parte dell’inchiesta Dirty Oil, lavoro della procura di Catania che ha indagato sulla parte di prodotto che finisce nelle raffinerie italiane, portando in carcere sette persone. Il petrolio tracciato dall’operazione – 82 mila di tonnellate in un anno – rappresenta un trecentesimo del mercato italiano, secondo la stima dell’associazione dei petrolieri Assopetroli.

Per camuffare i carichi di contrabbando, i gruppi di trafficanti – rivela l’inchiesta  – falsificano i certificati d’origine del gasolio, oppure applicano finti timbri d’autorizzazione della Noc. In questo modo, i documenti sono validi per lo scarico in qualunque raffineria europea.

Daphne Caruana Galizia, giornalista maltese assassinata con un’autobomba il 16 ottobre, si era resa conto del fiorire di questo contrabbando sulla sua isola: Malta è il centro dove si svolge la maggior parte di queste contraffazioni. Il centro di giornalismo investigativo IRPI ha proseguito il suo lavoro, investigando sui protagonisti di questi traffici che partono da Malta. L’inchiesta di IRPI è stata pubblicata con il Daphne Project, progetto di giornalismo collettivo nato allo scopo di proseguire ciò che aveva scoperto o intuito la giornalista assassinata.

Nella mappa, realizzata dagli inquirenti, si traccia un avvicinamento sospetto fra la Temeteron e un’altra imbarcazione coinvolta nell’inchiesta Dirty Oil. Quando le due navi sono così vicine possono trasbordare il gasolio di contrabbando.

Una pista investigativa porta da Malta alla Libia, dove sta una parte dell’organizzazione criminale arrestata a seguito dell’inchiesta Dirty Oil. In larga misura, i membri del gruppo libico sono ancora liberi. Almeno per tutto il 2016-17, la loro organizzazione è stata tra le più potenti della striscia costiera di 150 chilometri che dal confine con la Tunisia corre fino a Zuwara. Al suo vertice, Walid Koshlaf e Mohammed Koshlaf (detto al-Qasseb): secondo l’Onu, fratelli, e secondo un articolo determinante di Nancy Porsia su Trt, cugini. Uno dei loro luogotenenti è una vecchia conoscenza dell’Italia: la scorsa estate è stato accusato da Washington Post Middle East Eye di essere a capo della Guardia costiera pagata e addestrata dal governo italiano per fermare i migranti. Il suo nome è Abdurahman al-Milad, detto al-Bija.

Come si legge nel rapporto Onu del 1 giugno 2017, al-Bija con altri guardacoste “è direttamente coinvolto nell’affondamento delle navi dei migranti a colpi di armi da fuoco”. Dal rapporto Onu sappiamo anche che i Koshlaf dentro la raffineria di Zawiya “hanno aperto un rudimentale centro di detenzione dei migranti”(di cui in questo rapporto di Amnesty si vede una foto satellitare a pag.28). Una parte dei migranti “salvati” da al-Bija viene spesso condotta al centro di detenzione dei Koshlaf. Dal marzo 2016, la prigione risulta accreditata come centro sotto la direzione del Dipartimento per la lotta all’immigrazione irregolare (Dcim) del Governo di Tripoli. A dicembre 2016, la missione Onu in Libia (Unsmil), insieme all’Alto commissariato Onu per i diritti umani, ha pubblicato un rapporto in cui elencava le violazioni compiute in quelle strutture, compresa quella di Zawiya. L’Unicef riporta che per uscire da questi centri è necessario pagare una sorta di riscatto alle guardie carcerarie (cioè alle milizie).

La tribù dei Koshlaf, gli Awlad Bu Hmeira, a cui appartiene anche al-Bija, controlla stabilmente la raffineria dal 2014. Quella che durante la guerra civile era una milizia tribale, oggi è una forza “regolare”, ufficializzata come corpo di guardia all’esterno del compound della raffineria di Zawiya: sono le Petroleum Facility Guard (Pfg), divisione di Zawiya, titolari di un contratto con la Noc. Prima del 2016 era la Brigata al-Nasr, una milizia pro-islamista che nel 2014 ha fatto parte della coalizione Libya Dawn, prima dell’avvento del governo sponsorizzato dalla Nazioni Unite guidato da Fayez Serraj. Secondo i rapporti Onu, la brigata è la prima responsabile dei furti di petrolio alle raffinerie, tanto che a gennaio 2017 Sanalla l’aveva formalmente deposta, arrivando a definire “terroristi” i suoi componenti. Nell’ultimo rapporto della Chatham House di Londra, però, si riporta che già il 16 ottobre 2017 i Koshlaf sono tornati a capo della milizia a difesa della raffineria di Zawiya.

Perché la Temeteron è stata fermata?

Tutte le operazioni che hanno portato a intercettare navi cariche di gasolio di contrabbando, secondo l’inchiesta Dirty Oil, sono avvenute nella zona tra Abu Kammash e Zuwara, vicino al confine libico-tunisino, zona di competenza della Guardia costiera di Zawiya.

Eppure i suoi guardacoste non sono sempre efficienti e zelanti. La Temeteron, che ha un curriculum di contrabbando alle spalle (sigarette nel 2004 e poi gasolio nel 2015, per il quale venne fermata in Grecia), prima di quella data non era mai stata fermata dai libici. Secondo gli inquirenti, però, si era già dedicata al traffico di gasolio. Allora cos’è successo di diverso, il 28 giugno 2016?

La risposta ce l’ha Fahmi Ben Khalifa, l’uomo che per conto dei Koshlaf gestiva le partite di gasolio di contrabbando dirette prima a Malta e poi in Italia. Un altro “affiliato” alla loro associazione a delinquere. Ben Khalifa aveva anche una società di trading e una nave, Tiuboda, battezzata con il nome di una città berbera ormai scomparsa sott’acqua.

Migranti assistiti dall’Unhcr il 14 marzo 2018, dopo essere stati intercettati in mare dalla Guardia Costiera libica e portati alla base navale di Tripoli, come migliaia di altri nei primi mesi del 2018 – Foto: Sufian Said/Unhcr

Ben Khalifa, alias il Malem, il capo, faceva affari insieme a due maltesi, Darren e Gordon Debono (che non sono parenti) e a un siciliano legato a Cosa Nostra, Nicola Orazio Romeo. Questi è in carcere dall’agosto del 2017, arrestato dalle Rada, le forze speciali del Ministero dell’Interno. I suoi partner sono in carcere in Italia da ottobre 2017, quando è scattata l’inchiesta Dirty Oil. Secondo un rapporto Onu ancora inedito che abbiamo consultato, gli interessi di Ben Khalifa ora sarebbero curati dai fratelli, proprietari di una stazione di benzina di contrabbando a Marsa Tiboda, vicino Abu Kammash.

La scalata per la Temeteron

Il cartello internazionale, a differenza della branca libica dell’organizzazione, non ha legami di clan. Non c’è nulla, se non il profitto, a tenere insieme contrabbandieri e fornitori. Tra i due Debono non correva nemmeno buon sangue: Darren era il più legato a Ben Khalifa – il fornitore libico – e a Romeo – l’uomo che gli mette a disposizione gli acquirenti in Italia. Ma Gordon Debono disponeva, grazie ai suoi contatti, di importanti compagnie di trasporto marittimo che vanno dalla Spagna all’Ucraina. La sua esperienza da broker era la più longeva.

Nel momento in cui il rapporto fra Darren e Gordon si logora, Darren e Ben Khalifa provano a impossessarsi della Temeteron, che è una nave di dimensioni paragonabili a quelle a disposizione di Gordon. Vogliono trovare un modo per fare a meno di lui. La scalata per la Temeteron, però, fallisce, alla fine Gordon riesce a soffiare loro l’affare e comprarsi la nave. Intercettati dalla Guardia di Finanza di Catania durante una telefonata, due acquirenti italiani vicini a Darren hanno raccontato che è stato il libico ad aver segnalato alle autorità libiche il carico illecito a bordo della Temeteron e – a pochi giorni distanza – della San Gwann, altra petroliera riconducibile a Gordon Debono. Questa ipotesi, come si desume da vari dettagli delle carte dell’inchiesta Dirty Oil, è accreditata anche dagli investigatori.

Traffico di gasolio e traffico di migranti, quindi, sono due facce della stessa medaglia. Se lo scopo della lotta ai trafficanti ha anche l’obiettivo di stabilizzare la Libia, come detto in più occasioni pubbliche dal Ministro dell’Interno Marco Minniti, allora la strategia è da rivedere. L’Italia ha legittimato l’esistenza di questa Guardia costiera, lasciandole, in sostanza, la possibilità di arricchirsi, oltre che con i migranti, anche con il traffico di gasolio. I nostri inquirenti si trovano così nella situazione di dover arrestare componenti di quel cartello con cui il Viminale ha in realtà siglato un accordo di collaborazione.

In partnership con: Open Migration | Foto: Sufian Said/Unhcr

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