Pfas: processo e indagine Onu puntano i riflettori sulle responsabilità istituzionali

24 Dicembre 2021 | di Francesca Cicculli

Miteni produceva Pfas a catena corta prima di ottenere l’autorizzazione. A raccontarlo è Paola Salmaso, direttrice dell’Arpav di Vicenza fino al 31 dicembre 2020, ascoltata durante l’ultima udienza del processo penale contro l’azienda chimica vicentina, che si è svolta il 16 dicembre in Corte d’Assise a Vicenza.

L’ex direttrice ha ricostruito i controlli svolti dall’Agenzia regionale per la protezione ambientale (Arpa) per valutare la contaminazione da sostanze perfluoroalchiliche (Pfas) nelle tre province venete di Padova, Vicenza e Verona. Dal suo racconto è emerso che la Miteni, in una propria relazione del 2014, affermava di lavorare C6O4 dal 2011 e GenX dal 2014, ben prima di ottenere l’autorizzazione dalla Regione Veneto.

Autorizzazione poi concessa proprio nel 2014, quando la contaminazione delle acque venete era già stata resa nota. L’azienda chimica avrebbe inoltre effettuato controlli ambientali su queste sostanze, nascondendo poi i risultati agli enti pubblici. I perfluorati a catena corta sono finiti nelle acque di falda, come accertato dai campionamenti di Arpav nel 2018, quando ormai la Miteni era fallita e la sua produzione terminata.

C6O4 e GenX: cosa sono

Quello di Vicenza è un maxi-processo perché riunisce i tre procedimenti aperti contro gli ex-manager della Miteni. Il primo riguarda la contaminazione delle acque con Pfas a catena lunga, Pfoa e Pfos, fino al 2013. Il secondo è invece relativo alla contaminazione dopo il 2013, con Pfas a catena corta, ovvero GenX e C6O4.

Rispetto agli Pfas a catena lunga, che hanno 8 atomi di carbonio, queste nuove molecole sono a catena ridotta, con 6 o 4 atomi di carbonio. GenX E C6O4 sono stati inseriti dalla Commissione europea nell’elenco delle sostanze altamente pericolose poiché, come gli Pfas a catena lunga, sono persistenti nell’ambiente e si muovono facilmente, raggiungendo acque e terreni anche molto lontani dal luogo della contaminazione. Gli GenX sono metabolizzati di più dal corpo umano, ma comunque si bioaccumulano. Inoltre, rispetto agli Pfas a catena lunga, si concentrano di più nella vegetazione e quindi possono essere assunti consumando cibo contaminato, come hanno dimostrato i dati sulla contaminazione degli alimenti in Veneto pubblicati di recente dalle Mamme no Pfas e Greenpeace.

Che Miteni producesse C6O4 già dal 2011 lo ha confermato, durante l’udienza del 25 novembre, anche Stefano Polesello, ricercatore del Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e tra i primi a scoprire la contaminazione da Pfas in Veneto. Dopo il ritrovamento della sostanza in falda da parte di Arpav nel 2018, il chimico ha nuovamente analizzato campioni prelevati intorno alla Miteni nel 2011, trovando il Pfas in questione.

La contaminazione da C6O4 veneta richiama quella di Spinetta Marengo (Alessandria), dove la Provincia ha prima denunciato la Solvay per aver prodotto la sostanza dal 2013 senza autorizzazioni, e poi concesso, due giorni dopo, un aumento della produzione del composto chimico pari a 60 tonnellate l’anno.

Non solo responsabilità di Miteni

Il dibattimento in corso a Vicenza aggrava quindi la posizione dei quindici ex-manager della Miteni accusati di disastro innominato, avvelenamento delle acque e sversamento illecito di rifiuti, ma accende un faro anche sulle responsabilità della Regione Veneto e degli enti di controllo come Arpav – già raccontate da IrpiMedia – che sarebbero state a conoscenza della contaminazione da ben prima del 2013 e non avrebbero fatto nulla per arginarla.

Tuttavia qualche mese fa è stata archiviata l’indagine che la Procura di Vicenza aveva aperto per accertare le responsabilità di Arpav per la contaminazione e attualmente l’ente di controllo regionale è parte civile al processo contro la Miteni.

All’udienza del 2 dicembre scorso il tema della barriera idraulica che Miteni ha fatto costruire nel 2005 per tentare di bloccare la contaminazione da Pfas è stato però al centro dell’attenzione. Vincenzo Restaino, ex direttore del Dipartimento Arpa di Vicenza e testimone dell’accusa al processo Miteni, ha dichiarato che l’azienda, pur sapendo di star inquinando il territorio, non ha comunicato niente agli enti preposti come Arpav, che non fu quindi messa nelle condizioni di monitorare.

Ma un documento presentato al processo da Marco Tonellotto, avvocato delle società idriche, smentisce questa versione dei fatti: il 7 aprile 2005, la Miteni fa richiesta al Genio civile di Vicenza – organo regionale al quale spetta la competenza sulla gestione dei pozzi per le lavorazioni industriali – di realizzare una barriera idraulica a valle dell’impianto per bloccare la contaminazione, che quindi è iniziata almeno otto anni prima della sua scoperta.

Questo documento conferma quanto già messo nero su bianco dalla relazione del Nucleo operativo ecologico (Noe) dei carabinieri di Treviso, a chiusura delle sue indagini presso la Miteni, dove è possibile leggere che «già in data 13 gennaio 2006 personale di Arpav Vicenza operava direttamente sulla barriera idraulica di Miteni per chiudere/sigillare i contatori dei pozzi collegati alla barriera stessa». Operazione dimostrata anche da una lettera firmata dallo stesso Restaino e indirizzata a Miteni e alla Provincia di Vicenza, che ha come oggetto proprio la chiusura dei pozzi della barriera idraulica in questione.

La visita del Relatore speciale delle Nazioni unite

Anche Marcos A. Orellana, Relatore Speciale per l’Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite (Ohchr), ha denunciato la responsabilità delle autorità venete al termine della sua visita in Italia, il 13 dicembre. «Le autorità non hanno informato i residenti delle aree colpite né hanno dato informazioni sull’inquinamento da Pfas e sui rischi sulla salute della popolazione. Alcuni residenti sono venuti a conoscenza del problema della contaminazione solo nel 2016-2017», ha detto durante la conferenza stampa tenuta all’Istituto Luigi Sturzo di Roma. Orellana ha affermato che la mancata informazione da parte delle istituzioni non ha permesso alle persone di proteggersi, ma ha fatto in modo che i cittadini veneti continuassero a bere acqua contaminata senza saperlo. Per il rappresentante dell’Onu, le istituzioni venete continuano ancora a non informare adeguatamente i propri cittadini, come dimostra il recente caso dei dati relativi alla contaminazione degli alimenti e l’impossibilità per la popolazione di fare le analisi per constatare il grado di concentrazione di Pfas nel loro sangue.

Invitato dal collettivo Pfas.Land e dal movimento delle Mamme No Pfas, il delegato dell’Onu ha visitato insieme ad attivisti e ambientalisti, lo stabilimento della Miteni, l’ospedale di Montecchio Maggiore, uno dei centri all’avanguardia per la cura del cancro al seno in Italia; ma anche Arzignano e Lonigo – due tra i comuni più contaminati – e il collettore Arica di Cologna Veneta, che raccoglie le acque dei depuratori vicentini e le scarica nel fiume Fratta-Gorzone, dove sono state trovate concentrazioni preoccupanti di Pfas.

La lettera dei comitati e i diritti violati

Le Mamme No Pfas e il Comitato Pfas.Land, ritengono che sia stato violato il loro diritto a una vita sicura, il diritto a un ambiente sano e a un rimedio efficace e quello a un’informazione trasparente, diritti tutelati dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo. Nella lettera inviata all’Ohchr si legge, infatti, che nessuno li ha mai informati che l’acqua che usciva dai rubinetti conteneva Pfas a livelli elevatissimi e che ancora oggi non tutte le persone esposte a rischio Pfas hanno diritto di sapere la quantità di PFAS contenuta nel proprio sangue. La Regione Veneto ha infatti stabilito che possono accedere allo screening sanitario solo i residenti in Area Rossa nati tra il 1951 e il 2014. Restano quindi esclusi tutti i cittadini più anziani e i bambini, oltre che i residenti della aree limitrofe, inclusi quelli dell’Area arancione che hanno nella falda anche C6O4 e GenX.

Nessun laboratorio privato è autorizzato a svolgere analisi del sangue per la ricerca di Pfas, neanche a pagamento. I cittadini veneti dicono inoltre che è stato negato loro il diritto all’informazione anche per quanto concerne la contaminazione degli alimenti, i cui dati sono stati resi noti solo sei anni dopo i campionamenti e dopo un ricorso al TAR. Sottolineano poi che non è stata realizzata ancora nessuna bonifica nelle aree a maggior livello di contaminazione e la mancanza di una legge che regolamenti la produzione e l’utilizzo dei Pfas.

Il rapporto finale sulle questioni e sulle tematiche discusse durante la sua visita – che ha toccato anche la terra dei fuochi in Campania e la città di Taranto – verrà presentato alla 51esima sessione del Consiglio dei diritti umani prevista per settembre 2022 a Ginevra.

Orellana intanto ha invitato l’Italia a ratificare la Convenzione di Stoccolma del 2001 sugli inquinanti organici persistenti e «ad intraprendere un’azione decisiva per risolvere il problema legato alla contaminazione da Pfas». Il rappresentante dell’Onu si è detto «seriamente preoccupato dall’entità dell’inquinamento da Pfas in Veneto» e ha chiesto all’Italia di fissare limiti nazionali per l’uso di queste sostanze, sulla scia di quanto sta già facendo l’Unione europea, che discute da alcuni anni sulla messa a bando di tutta la famiglia dei Pfas.

Nonostante quella del Veneto sia la più grande contaminazione da Pfas in Europa, come sottolineato dallo stesso Orellana, l’Italia non ha infatti ancora posto dei limiti allo scarico per questo tipo di sostanze. Solo due regioni italiane, Veneto e Piemonte hanno attualmente dei limiti, fissati rispettivamente nel 2016 e nel 2021. Quelli imposti recentemente dalla Provincia di Alessandria sono però cinque volte maggiori di quelli veneti.

«Il rappresentante delle Nazioni unite è rimasto molto colpito dalle testimonianze dei cittadini», racconta a IrpiMedia Cristina Cola, una delle Mamme No Pfas, soprattutto per quanto riguarda le malattie e i problemi di salute che hanno dovuto affrontare e che ancora affrontano, dai tumori ai problemi di infertilità e gli aborti. Il Relatore Speciale ha fatto anche riferimento al processo attualmente in corso a Vicenza, esprimendo l’intenzione di seguire personalmente il dibattimento e auspicando l’applicazione del principio «chi inquina paga» per quanti verranno dichiarati colpevoli per la contaminazione.

Editing: Luca Rinaldi | Foto: uno sversamento di Pfas presso Vicenza – Foto: pfas.land

PFAS: l’inquinamento che spaventa l’Europa

PFAS: l’inquinamento che spaventa l’Europa

Francesca Cicculli
Silvia Pittoni

Non solo Veneto: si estende in tutta Europa la contaminazione da Pfas, le sostanze perfluoroalchiliche contenute in molti oggetti di uso quotidiano, dalle padelle antiaderenti alle giacche impermeabili, fino alle schiume antincendio. Sostanze tossiche se accumulate in grandi quantità e difficili da individuare con le normali analisi di laboratorio sulle acque. Da un rapporto dell’Agenzia europea per l’Ambiente, pubblicato a gennaio 2020, è emerso che le acque, il suolo e il sangue dei cittadini europei contengono quantità preoccupanti di Pfas.

«In Europa abbiamo casi di inquinamento da PFAS relativamente estesi, anche se nessuno ai livelli della Miteni in Italia», spiega a IrpiMedia Valentina Bertato, specialista di scienze ambientali e membro della Direzione Generale per l’Ambiente della Commissione Europea. «Il problema è che le zone contaminate non vengono cercate: se si cominciasse a fare monitoraggio dei siti dove sono prodotti e utilizzati PFAS – continua Bertato – si troverebbero sicuramente altri casi. A livello europeo manca ancora un approccio globale per quanto riguarda il monitoraggio dei siti contaminati». Il rischio è quello di avere un inquinamento diffuso e irreversibile in tutta Europa. A peggiorare la situazione anche la poca trasparenza e la colpevole omissione dei dati dei monitoraggi eseguiti dalle aziende che producono o utilizzano Pfas.

L’azienda che ha inquinato Stati Uniti ed Europa

É il 1999 e in West Virginia, Stati Uniti, Wilbur Tennant, un allevatore di bovini, denuncia la morte dei suoi animali dopo aver bevuto l’acqua di un torrente vicino l’azienda chimica DuPont. La DuPont detiene il brevetto per il Teflon, definito “una delle tecnologie più preziose e versatili mai inventate”. Ma per produrlo si usa il PFOA, una delle sostanze perfluoroalchiliche che la DuPont acquistava dalla multinazionale 3M con la raccomandazione, già dagli anni ‘50, di non scaricarla nelle acque proprio per i suoi effetti dannosi sulla risorsa idrica.

Negli anni è emerso nel corso di una causa tra gli allevatori e la stessa DuPont come l’azienda chimica abbia sversato 70 mila tonnellate di PFOA e PFAS, pur conoscendone la tossicità. Nel corso del processo è stato trovato un collegamento tra l’esposizione ai PFAS e alcune malattie che la popolazione intorno alla fabbrica ha sviluppato negli anni. La DuPont ha eliminato definitivamente dalla produzione il PFOA nel 2014 e dopo la causa ha pagato la bonifica del territorio e milioni di dollari di risarcimento alle vittime della contaminazione. Un esito a cui aspirano anche le parti civili costituite nell’analogo processo che si sta celebrando a Vicenza nei confronti della Miteni.

Mentre negli Stati Uniti la DuPont è stata condannata per disastro ambientale e si è fatta carico di tutti i costi relativi alla contaminazione, nei Paesi Bassi, dove possiede una fabbrica gemella, è rimasta impunita.

L’Istituto nazionale per la salute pubblica e l’ambiente olandese (RIVM) ha stimato che 750.000 persone siano state esposte ad alti livelli di PFOA a causa della loro residenza in città vicine all’impianto di Dordrecht.

Si tratta della fabbrica di Teflon di Dordrecht, gestita dalla DuPont fino a luglio 2015. L’azienda è accusata di aver sversato PFOA nel fiume Beneden-Merwede. Nonostante la DuPont fosse stata condannata negli Stati Uniti per inquinamento ambientale, le autorità olandesi non hanno ritenuto necessario svolgere analisi nella zona di Dordrecht, fino a che un’inchiesta realizzata da Follow The Money ha portato il caso davanti all’opinione pubblica dando così avvio al parlamento dei Paesi Bassi. L’inchiesta, infatti, ha rivelato che numerosi cittadini, negli anni, hanno sviluppato malattie riconducibili all’esposizione a queste sostanze.

Nel 2016 è stata commissionata un’indagine all’Istituto nazionale per la salute pubblica e l’ambiente olandese (RIVM) per esaminare le concentrazioni di PFOA nell’aria e nell’acqua e fare una stima degli effetti sulla salute. Considerato il periodo 1970-2012, il RIVM ha stimato come 750.000 persone siano state esposte ad alti livelli di PFOA a causa della loro residenza in città vicine all’impianto di Dordrecht. Tuttavia, secondo il RIVM: «La concentrazione di PFOA nel sangue calcolata non comporta alcun rischio tossicologico».

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Dopo l’udienza di ieri, possibile la riunione dei procedimenti aperti nei confronti della società Miteni, ritenuta l’origine dell’inquinamento tra le province di Vicenza, Verona e Padova

L’analisi però non si basa su rilevazioni effettuate dall’Istituto pubblico. Alcuni dati sono stati messi a disposizione dalla DuPont stessa e quindi da fonti direttamente coinvolte nelle emissioni. La società tra il 2005 e il 2013 ha attivato un programma di monitoraggio sul sangue dei dipendenti di Dordrecht, senza condividere i risultati con l’ispettorato del lavoro olandese. Questi dati dimostrerebbero che i dipendenti olandesi avevano livelli «scioccanti» di PFOA nel sangue, come definiti dal tossicologo dell’Università di Utrecht Martin van den Berg. L’azienda ha sempre sostenuto che da parte propria mai ci siano state violazioni dei limiti di PFOA.

Come in Veneto, vari legali si sono offerti di difendere gli ex lavoratori della DuPont che, negli anni, hanno sviluppato delle patologie. I residenti della zona pretendono oggi, come in Veneto, un monitoraggio generale della popolazione coinvolta. Un passaggio necessario per ottenere i dati, individuare le eventuali responsabilità dell’inquinamento e ottenere poi i risarcimenti.

A preoccupare i cittadini della zona, c’è la vendita dello stabilimento, nell’estate 2015, alla Chemours, una società definita spin-off della DuPont, cioè scorporata dal gruppo e dalla casa madre. Chemours sviluppa alcune attività del comparto chimico e l’accordo di vendita prevede che tutte le possibili richieste di risarcimento pervenute alla DuPont fossero in capo alla Chemours. Secondo Follow The Money, questa è stata una strategia attuata dalla DuPont per sollevare il proprio management da eventuali richieste risarcitorie.

L’assenza di dati certi e di un’analisi più approfondita sulla popolazione olandese in generale, per molti anni ha impedito che il PFOA venisse considerato come una sostanza nociva. Il RIVM ha aggiunto il PFOA all’elenco delle “sostanze estremamente preoccupanti” solo nel dicembre 2013. L’Organizzazione Mondiale della Sanità stima che se tutti i 270.000 residenti delle zona potenzialmente interessata dovessero essere controllati, la spesa sanitaria ammonterebbe a 54 milioni di euro.

Non solo acqua: se la contaminazione raggiunge il cibo

Ted van der Vlies, 70 anni, è un residente di Dordrecht. Per oltre 45 anni ha mangiato gli ortaggi del suo orto contaminato da PFOA. I suoi esami del sangue hanno mostrato livelli molto alti di questa sostanza. Van der Vlies ora ha il cancro, ma è difficile dimostrare una relazione causale con le sostanze. A Follow The Money ha detto di essere «l’uomo più velenoso della zona».

Ai giornalisti olandesi, il tossicologo Jacob de Boer, ha dichiarato: «L’aver trovato tracce di PFOA negli orti di Dordrecht potrebbe indicare che Chemours non abbia affatto smesso di usare il PFOA e che l’inquinamento delle acque sotterranee è più grave del previsto. Significherebbe che i documenti sono stati manomessi e che Chemours non ha deliberatamente rispettato i permessi concessi».

In teoria Chemours avrebbe dovuto interrompere la produzione di PFOA dal 2012, sostituendolo con altre sostanze, gli GenX che ha scaricato direttamente nel Merwede, senza prima depurare l’acqua di scarico.

Sotto la forte pressione sociale – e la minaccia di richieste di risarcimento danni- Chemours ha annunciato a settembre di quest’anno che avrebbe investito 75 milioni di euro nella riduzione delle sue emissioni GenX a Dordrecht. Entro la fine del 2020 la società fa sapere di voler ridurre le emissioni di GenX del 99%.
«Gli GenX sono stati considerati più sicuri, ma le aziende produttrici hanno trascurato gli effetti di queste sostanze nel lungo periodo», spiega Valentina Bertato. «Bisogna tener presente – specifica Bertato – che sono sostanze meno efficienti, quindi le loro emissioni sono molto superiori: se continuiamo a usarle la loro concentrazione aumenterà, con effetti negativi sulle persone».

GenX, cosa sono?

Rispetto agli Pfas, che hanno 8 atomi di carbonio, gli GenX sono a catena ridotta, con 6 o 4 atomi di carbonio. Sono stati inseriti dalla Commissione Europea nell’elenco delle sostanze altamente pericolose poiché, come gli PFAS a catena lunga, sono persistenti nell’ambiente e si muovono facilmente, raggiungendo acque e terreni anche molto lontani dal luogo della contaminazione. Gli GenX sono metabolizzati di più dal corpo umano, ma comunque si bioaccumulano. Inoltre, rispetto agli PFAS a catena lunga, si concentrano di più nella vegetazione e quindi possono essere assunti consumando cibo contaminato.

Gli GenX olandesi sono legati anche all’Italia e alla Miteni di Trissino: nel 2018 un rapporto di Greenpeace ha rivelato che dal 2014 al 2017, su autorizzazione della Regione Veneto, l’azienda veneta avrebbe importato almeno 100 tonnellate l’anno di rifiuti contenenti GenX, finiti nel suolo e nelle acque vicentine.

La pericolosità degli GenX e di altri PFAS cosiddetti a catena corta, ha portato la Commissione Europea a rendere necessaria una regolamentazione unica per tutta la famiglia di PFAS: «Ci siamo resi conto che regolamentare le singole sostanze non era sufficiente per limitare le contaminazioni», racconta ancora Bertato. «Con il regolamento REACH – conclude – vorremmo imporre l’utilizzo di PFAS solo in settori necessari, ad esempio dell’industria medica e in quella delle energie rinnovabili, e imporre materiali alternativi ma ugualmente performanti, in tutti gli altri settori. Nel frattempo studieremo composti alternativi che portino a sostituire completamente i PFAS».

Un rapporto di Greenpeace del 2018 ha rivelato che dal 2014 al 2017 la Miteni avrebbe importato almeno 100 tonnellate l’anno di rifiuti contenenti GenX, finiti nel suolo e nelle acque vicentine

Il REACH

Il REACH (acronimo di «registrazione, valutazione, autorizzazione e restrizione delle sostanze chimiche») è un regolamento dell’Unione europea, adottato il 1 giugno del 2007, per migliorare la protezione della salute umana e dell’ambiente dai rischi che possono derivare dalle sostanze chimiche, inclusi gli PFAS.

Per quanto riguarda gli PFAS, si sta cercando di inserire e regolamentare anche quelli a catena corta. «Ma i composti chimici alternativi agli PFAS a catena lunga, già regolamentati, sono numerosi e quindi il processo sarà molto lungo. Durerà almeno fino al 2024», ha spiegato Valentina Bertato a IrpiMedia.

Secondo il REACH le aziende sono tenute a registrare le sostanze che producono o utilizzano. L’ECHA (Agenzia europea delle sostanze chimiche) riceve le singole registrazioni e ne valuta la conformità normativa e se è possibile gestire i rischi che derivano dall’uso di queste sostanze. Se i rischi non possono essere gestiti, le autorità possono limitarne l’uso. Nel lungo termine quelle più pericolose devono essere sostituite con altre meno pericolose.

Gli Stati europei che hanno già adottato il REACH per gli PFAS sono: Germania, Paesi Bassi, Norvegia, Svezia e Danimarca.

La strategia europea non piace alle aziende chimiche che utilizzano Pfas. Il 10 dicembre, la Chemours ha organizzato un webinar online in cui ha spiegato ad altre società del settore come poter mobilitarsi per fare lobbying sugli Stati membri e sulla UE, per ostacolare il regolamento REACH.

Secondo le aspettative, il regolamento della Commissione Europea darà l’impulso per adattare le legislazioni in materia di contaminazione dell’acqua e del cibo, ma anche quella relativa alle emissioni industriali e al ciclo di rifiuti. «Le padelle e le pentole antiaderenti contenenti PFAS – spiega Bertato -, raggiungono le discariche e vengono bruciate come gli altri rifiuti. Non sappiamo se da questo processo vengano emessi nell’aria altri PFAS», spiega la dottoressa. «In ogni caso – conclude -, le normative europee devono poi essere implementate dai singoli Stati. Sono loro a dover verificare che le aziende le rispettino».

CREDITI

Autori

Francesca Cicculli
Silvia Pittoni

Infografiche & Mappe

Lorenzo Bodrero
Silvia Pittoni

Editing

Luca Rinaldi

Inquinamento da Pfas in Veneto: si va verso il maxi processo

13 Ottobre 2020 | Francesca Cicculli, Silvia Pittoni

Dal 2016 c’è una zona rossa nel Nord-est tra le province di Vicenza, Padova e Verona perché contaminata da sostanze altamente tossiche sversate nel terreno e nelle acque, conosciute con il nome di Pfas. La contaminazione, secondo le indagini, è partita dalla Miteni di Trissino, un’azienda chimica del vicentino fondata nel 1964, ora fallita, situata su una zona che alimenta la seconda falda acquifera più estesa d’Europa, grande quanto il Lago di Garda. Tuttavia tutto il distretto conciario della zona è da tempo sotto la lente d’ingrandimento delle autorità ambientali come Arpa e Ispra.

La falda rifornisce gli acquedotti di 21 comuni delle tre province, ma anche molti pozzi privati. Per anni, circa 350 mila persone hanno bevuto acqua contaminata senza saperlo: è uno dei peggiori casi di inquinamento in Italia.

Ieri, 12 ottobre, si è svolta la seconda udienza del processo che vede imputati tutti i dirigenti della Miteni fino al periodo 2013-2014, rappresentanti della Mitsubishi e dell’ICIG, il gruppo tedesco di proprietà lussemburghese, che nel 2014 ha acquistato l’azienda. I manager sono accusati a vario titolo di disastro innominato e di aver avvelenato le acque con gli Pfas, sostanze perfluoralchiliche.

Nell’udienza di ieri, il giudice Roberto Venditti ha accolto la richiesta della Procuratrice di Vicenza Orietta Canova di rinviare il dibattimento in attesa di formulare la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati in altri due filoni di indagini appena conclusi. Uno è quello relativo all’inquinamento da GenX e C6O4, iniziato nel 2012. Il terzo filone riguarda invece la bancarotta fraudolenta: l’azienda avrebbe aggravato il dissesto finanziario omettendo la contabilizzazione degli oneri ambientali relativi alla bonifica. La prossima udienza si terrà il 30 novembre. L’intenzione della Procura è quello di arrivare, il prossimo anno, a un unico maxi processo che riunisca i procedimenti riguardanti l’inquinamento delle acque prima e dopo il 2013.

Cronistoria di un inquinamento

Gli Pfas sono utilizzati per impermeabilizzare tessuti, piatti di carta e pellicole alimentari, o per rendere antiaderenti le pentole, ma con effetti altamente tossici sulla salute umana. La loro presenza nel sangue dura per più di dieci anni e, scrive una ormai importante letteratura scientifica, può portare a malattie cardiovascolari, tiroidee, ma anche tumori, ipertensione e ipercolesterolemia. 

Nonostante gli sversamenti siano partiti già dalla fine degli anni Sessanta, le prime notizie di inquinamento da Pfas in Veneto emergono solo nel 2013, quando il Consiglio Nazionale delle Ricerche e il Ministero dell’Ambiente pubblicano i risultati di una ricerca effettuata sui principali bacini fluviali italiani.

Nel 2014 è stato presentato un primo esposto alla Procura di Vicenza, archiviato subito dopo. Secondo l’avvocato Edoardo Bortolotto, che al processo in corso rappresenta alcune parti civili, questo è accaduto perché nessuno, dalla magistratura alla Regione Veneto, conosceva gli effetti di queste sostanze sulla salute.

La gravità della situazione è emersa solo quando la Regione ha iniziato gli screening di massa a dicembre 2016. Da questi, infatti, è risultato che la contaminazione si estendeva ben oltre la zona di origine: le analisi del sangue rivelano livelli altissimi di Pfas soprattutto tra i più giovani. Prendono vita così vari comitati sul territorio, tra cui le Mamme NoPfas, determinate a portare il problema sui tavoli della politica nazionale. Le richieste sono soprattutto due: chiedere la bonifica completa di acque e terreni contaminati e fissare limiti alla produzione delle sostanze contaminanti. Grazie anche all’operato dei comitati, nel 2017 è stato presentato un secondo esposto in procura, corredato da perizie epidemiologiche e ambientali, che ha fatto aprire le indagini e dato avvio all’azione processuale.

«In due anni, la magistratura ha conferito incarichi di consulenza e aspettato i risultati degli esami epidemiologici. Nel frattempo, ha svolto indagini autonome che si sono concluse a inizio 2019 con la richiesta di rinvio a giudizio degli indagati», racconta l’avvocato Bortolotto. 

Il processo è partito lo scorso 8 giugno con la costituzione di 226 parti civili tra cui comitati, associazioni e 41 lavoratori della ex Miteni. Proprio il 9 ottobre, per la prima volta l’Inail ha inserito, tra le malattie professionali, l’elevata concentrazione di Pfas nel sangue, riconoscendo a due lavoratori «una menomazione dell’integrità psicofisica». Secondo la Cgil, che ha raccolto le denunce degli operai, si tratta di un importante passo per richiedere eventuali benefici previdenziali ed estendere il riconoscimento del danno ad altri lavoratori per situazioni aziendali analoghe. Le parti civili coinvolte nel processo chiedono principalmente che i responsabili dell’inquinamento vengano puniti con la detenzione, poiché è stato dimostrato che i vertici dell’azienda hanno nascosto e non rivelato subito l’entità e la gravità dell’inquinamento. Un ritardo che, per l’avvocato, ha sostanzialmente determinato l’aggravarsi e l’estendersi a una platea molto vasta della contaminazione del sangue e delle acque.

Il precedente della DuPont

È noto, infatti, che la Miteni abbia avuto continui scambi di informazioni medico-scientifiche con la DuPont, azienda statunitense basata in Ohio che aveva studiato e brevettato l’utilizzo degli Pfas e che era a conoscenza dei potenziali rischi di queste sostanze. La stessa DuPont, dopo una class action avviata negli Stati Uniti nel 2001 grazie al lavoro del legale Robert Billot, è stata poi condannata a risarcire alla cittadinanza 300 milioni di euro: 70 di questi furono poi utilizzati per una indagine epidemiologica indipendente che concluse come alcuni composti Pfas, in particolare quelli a “catena lunga”, avessero «proprietà cancerogene e di interferenti endocrini provocando così ipercolesterolemia, coliti ulcerose, malattie tiroidee, tumori del testicolo e del rene».

«Purtroppo da noi vi è stato un silenzio assoluto su questi studi che la Miteni conosceva» spiega Bortolotto a IrpiMedia. «Abbiamo le prove – continua il legale – che i tecnici dell’azienda spesso si recavano negli Stati Uniti o avevano contatti diretti con i tecnici della DuPont, però tutto questo è stato ignorato dalle autorità che avrebbero dovuto vigilare». Nel frattempo, inoltre, l’azienda è fallita: «Cosa che avevamo previsto perché non si sarebbe mai fatta carico delle decine di milioni di euro necessari per bonificare l’area inquinata e dei costi utili a purificare l’acqua», sostiene l’avvocato.

Tra bonifiche, tutela della salute e lavoro

Negli ultimi anni, infatti, sono stati installati filtri ai carboni attivi per far arrivare acqua pulita nelle abitazioni, e si sta procedendo a costruire nuovi acquedotti. La bonifica, invece, non è ancora partita. L’istituto superiore per la protezione ambientale (Ispra) stima un danno da 136 milioni di euro con i terreni vicini all’azienda che andrebbero bonificati sia dagli Pfas sia da altri composti chimici, come gli GenX e C6O4, sversati dalla stessa azienda dal 2012.

La vicenda GenX e C6O4

Dal 2012, l’ICIG è stata autorizzata a produrre nell’azienda di Trissino sostanze chiamate GenX e C6O4. Rispetto agli Pfas, che hanno 8 atomi di carbonio, queste nuove molecole sono a catena ridotta, con 6 o 4 atomi di carbonio.

Il ritrovamento di queste sostanze in Veneto risale a giugno 2018, dopo altri rilevamenti di Arpav, quando ormai l’azienda era fallita e la loro produzione terminata. È stato dimostrato che anche queste molecole hanno contaminato le acque e il sangue della popolazione.
Nei territori interessati, dal 2017 risulta una presenza ridotta di Pfas, mentre rimane una residua concentrazione di GenX e di C6O4. «Queste sostanze si trovano praticamente ovunque nell’area di interesse, sono disciolte all’interno dell’acqua della falda sotto gli impianti, si trovano su tutti i terreni superficiali, sui terreni profondi, sotto le porzioni dell’argine del bosco che è a fianco della Miteni, si trova assorbita su tutti i terreni a causa dell’innalzamento e abbassamento del livello di falda», ha raccontato la procuratrice Canova in commissione Ecomafie, lo scorso 22 luglio.

Sulla contaminazione da GenX e C6O4 è probabile che a essere chiamata in causa sia anche Regione Veneto, la quale aveva concesso l’autorizzazione per la produzione delle sostanze senza poi verificare, sostiene ancora Bortolotto, la presenza di ulteriori contaminazioni. 

Oltre alla conclusione del procedimento giudiziario, le parti civili stanno lottando per ottenere una normativa nazionale che fissi dei limiti allo scarico di Pfas. Limiti che sono stati già definiti dalla Regione Veneto. Anche a livello europeo si è arrivati a un accordo preliminare che prevede limiti Pfas a 0.1 microgrammi al litro, in tutta Europa.

I limiti allo scarico degli Pfas
Il Ministero dell’Ambiente a settembre ha presentato un Collegato Ambientale che poneva limiti nazionali per gli Pfas troppo alti e che non includeva tutti i tipi di Pfas presenti nelle acque venete. Dopo aver letto questa bozza di disegno di legge, le Mamme NoPfas hanno chiesto di essere ascoltate dal Ministro dell’Ambiente. Sono state ricevute il 6 ottobre, a Roma, dal capo della segreteria tecnica Tullio Berlenghi, dagli avvocati Carruba e Pecopo, e da Marco Ciarafoni, capo della segreteria del Sottosegretario di Stato Morassut.

Le Mamme no Pfas a Roma il 6 ottobre 2020 / Francesca Cicculli

Il comitato è stato rassicurato sul fatto che la bozza non è definitiva. L’iter parlamentare durerà circa un anno e prevede l’istituzione di un tavolo tecnico, al quale le mamme potranno partecipare. «Che sia davvero solo un anno e non di più, perché ne sono già passati sette», spera una delle Mamme. A questo tavolo, il Comitato vuole che ci sia collaborazione attiva tra le varie parti coinvolte: Regione Veneto, Ministero dell’ambiente, ISS, ISPRA e Confindustria, «per trovare una soluzione insieme percorribile che non chieda la chiusura delle aziende, ma imponga soluzioni alternative sostenibili». «Non vogliamo – concludono – essere messi davanti al bivio lavoro-salute. Non vogliamo chiedere alle aziende di chiudere, ma chiediamo un lavoro sicuro. Non vogliamo alzare muri, ma partecipare e consigliare alcune soluzioni». Per le Mamme è fondamentale che i limiti che verranno fissati per gli Pfas vengano decisi sulla base di ricerche scientifiche che garantiscano la sicurezza delle persone, e non per motivi economici.

«L’Italia – conclude Bortolotto – ha una storia di gravissimi disastri ambientali, non è più possibile che periodicamente sia epicentro e vittima di inquinamenti così gravi, che poi alla fine colpiscono i soggetti più deboli. Vogliamo che questo processo sia uno spartiacque tra un’Italia vecchia, quella dei disastri ambientali e di una mancata sensibilità su questi temi, e un’Italia nuova dove questo non succeda mai più».

Foto: la sede della Miteni a Trissino (Vicenza) – Luca Quagliato | Editing: Luca Rinaldi
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