Visti d’oro in Italia: il lasciapassare per i “paperoni” del mondo

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Visti d’oro in Italia: il lasciapassare per i “paperoni” del mondo
Lorenzo Bagnoli
Matteo Civillini

La storia dei visti per investitori in Italia è cominciata con Matteo Renzi e si è evoluta con Giuseppe Conte. I due protagonisti dell’attuale crisi di governo sono accomunati dalla stessa sete di fondi esteri da far atterrare in Italia. Con Matteo Renzi come primo ministro, l’Italia ha introdotto per la prima volta il concetto di “Investor visa”, un tappeto rosso per l’ingresso nel Paese in cambio di lauti investimenti. Si tratta della formula più light dei cosiddetti “passaporti d’oro” perché concede un visto di durata biennale, mentre i programmi di altre nazioni garantiscono cittadinanze a tutti gli effetti. Il senso però è lo stesso: dare la possibilità ai super ricchi di fissare la propria residenza in Italia pur senza avere legami che vanno al di là dei denari investiti. Il visto per un imprenditore non-comunitario ha molte attrattive, tra cui la possibilità di circolare nell’Eurozona senza limitazioni.

Con lo scoppiare dell’emergenza Covid, il governo italiano guidato da Giuseppe Conte ha introdotto un rafforzamento di questo programma in nome del rilancio del made in Italy, visti i risultati finora fallimentari in termini di numeri di domande d’ingresso. Sono gli esperti del settore a dire che ora l’Italia ha un suo golden visa vero e proprio. Con tutti i problemi che questo sistema si trascina, tanto è vero che in Europa inizia ad avere una lunga storia di controversie. In passato, i programmi di golden visa sono stati criticati dall’Unione europea, sia per la tipologia di bene ceduto – la residenza o la cittadinanza- sia per l’infiltrazione di investitori pregiudicati nelle liste di chi fa domanda di visto allo scopo di ricostruirsi un’identità.

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A questo poi si aggiunge un tema tutto italiano: la giustizia fiscale. Nel 2020, l’Agenzia delle entrate ha calcolato in 90 miliardi di euro il buco all’erario prodotto dall’evasione e, al contempo, la tassazione è sempre considerata troppo pesante, da imprenditori e dipendenti. Chi porta la propria residenza fiscale all’estero viaggia in un sistema parallelo, fuori dalla logica delle aliquote progressive. Lo sconto fiscale per i neo residenti è comune anche ad altri programmi europei, ma la durata – 15 anni – è una prerogativa italiana. La logica è chiara: meglio meno soldi subito, che zero soldi in futuro. Tuttavia l’interrogativo su quanto questa soluzione sia equa, soprattutto nel lungo periodo, rimane.
Il mantra del rilancio dell’Italia

A leggere le presentazioni del programma, la motivazione che ha spinto verso i golden visa è il rilancio del “made in Italy”, uno dei mantra che si ripetono ciclicamente, soprattutto in tempi di crisi economiche. Le infrastrutture per rendere l’Italia più attrattiva sono diventate più solide a partire dal varo dello Sblocca Italia, promosso sempre dal governo Renzi nel 2014. Il decreto ha introdotto il Comitato Attrazione Investimenti Esteri (Caie), un organismo interministeriale che ha lo scopo di proporre normative che favoriscano gli investimenti esteri; fare da osservatorio sulle politiche in atto e di raccordare le istituzioni che lo compongono (il ministero dello Sviluppo Economico, il ministero degli Esteri, Ministero delle Finanze, Ministero della Pubblica amministrazione e Conferenza Stato-Regioni) con gli uffici esteri dell’Agenzia per la promozione e l’internazionalizzazione dell imprese (Ice).

È una sorta di ufficio pubbliche relazioni che rappresenta l’Italia e le sue imprese nel grande libero mercato tra nazioni. La competizione è su due piani: quello delle aziende italiane nei Paesi esteri (per conquistarsi appalti, commesse e clienti, favorendo l’export) e quello tra nazioni, in cui il marchio Italia compete con quello degli altri Paesi. Tutto l’apparato di marketing si basa da un lato su luoghi comuni più o meno veri e più o meno instillati ormai nell’immaginario comune collegato all’Italia (mare, sole, città d’arte, buon cibo, gente simpatica – elementi di questo genere), dall’altro si gioca quanto l’Italia offre in termini di vantaggi (fiscali e non solo) a un investitore straniero.

L’investor visa dopo la pandemia

Introdotto con la legge di bilancio 2017, l'”Investor visa” italiano nella sua declinazione originale prevedeva che i richiedenti potessero scegliere tra quattro diversi investimenti: due milioni di euro in titoli di Stato, un milione di euro in azioni in società di capitali, 500mila in quote di startup innovative o un milione di euro in donazioni filantropiche, categoria quest’ultima che rappresenta una particolarità del sistema italiano, finalizzata a recuperare nuovi mecenati della cultura. Risultati per quest’ultima strada, al momento zero, alla faccia della cultura prodotto d’eccellenza del made in Italy. Oltre all’erogazione di denaro, come per tutti i possessori del permesso di soggiorno, agli investitori veniva chiesta la sottoscrizione dell’accordo di integrazione e l’obbligo della continuità di soggiorno sul territorio italiano.

Poi c’è stato il ribaltone. Durante la pandemia, il governo ha inserito una serie di modifiche chiave che hanno trasformato il primo timido tentativo di visto per investitori in un golden visa competitivo con quanti ne esistono in Europa. Il primo cambiamento è arrivato con il Decreto Rilancio, il primo provvedimento dell’esecutivo pensato per rispondere alla crisi economica innescata dalla pandemia da Covid-19. Le categorie d’investimento attraverso cui ottenere il visto sono rimaste le stesse, ma le somme necessarie per gli investimenti in società di capitali e startup sono state dimezzate (500mila e 250mila euro rispettivamente). Dopo cinque anni, stante la normativa attuale, il titolare di “Investor visa” può richiedere il «permesso di soggiorno permanente», che in pratica dà accesso agli stessi diritti, ma senza scadenza.

Originariamente, i richiedenti potevano scegliere tra quattro tipi di investimenti: due milioni di euro in titoli di Stato, un milione di euro in azioni in società di capitali, 500mila in quote di startup innovative o un milione di euro in donazioni filantropiche

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La seconda novità, ancor più decisiva, è stata apportata a settembre nel Dl Semplificazioni e riguarda l’abolizione dell’obbligo di permanenza fisica in Italia per tutta la durata del visto. «Quello della libertà di spostarsi tra diversi Paesi è un aspetto fondamentale per i cosiddetti high net worth individuals (cioè persone che dispongono di alti redditi, ndr)», spiega l’avvocato Marco Bersani, a capo di uno studio specializzato in diritto di immigrazione per investitori esteri. «Questa novità – prosegue Bersani – ha reso l’Investor Visa molto competitivo rispetto agli altri Paesi europei e questo ha scaturito un grande interesse nel programma italiano». Il punto di forza, evidenzia il Ministero dello Sviluppo Economico, sarebbe la sua rapidità: al richiedente, infatti, viene garantita la comunicazione dell’esito della sua candidatura entro 30 giorni dall’invio.

«Prima del Covid – aggiunge l’avvocato Bersani – avevamo trattato 3-4 domande, numeri irrisori. Nessuno conosceva questo programma». La svolta c’è stata con le modifiche dei Dl Rilancio e Semplificazioni: «Nell’ultimo anno abbiamo ricevuto una quarantina di richieste di interessamento per questo visto. Probabilmente nel 2021 le domande saranno ancora superiori perché vedo che, a differenza del passato, ora l’Investor Visa è molto pubblicizzato all’estero e – conclude Bersani – viene considerato un programma competitivo».

L’iter di approvazione

L’iter prevede la valutazione della domanda da parte di un comitato che comprende rappresentanti dei ministeri dello Sviluppo Economico, dell’Interno, degli Esteri, della Guardia di finanza e dell’Agenzia delle entrate. A loro spetta il compito di verificare la documentazione presentata dai candidati. Tra questa una dichiarazione che la somma da investire sia di provenienza lecita e un certificato di insussistenza di condanne penali definitive, oltre che, ovviamente, al prospetto dall’investimento proposto.

Se non ci sono obiezioni, il comitato concede il nulla osta all’emissione di un visto per investitori, che il richiedente può utilizzare entro sei mesi dal rilascio. Una volta ottenuto, il visto (della durata di due anni), al beneficiario non resta che fare ingresso in Italia e presentare domanda per il permesso di soggiorno.

I dati sul golden visa made in Italy

I dati che IrpiMedia ha ottenuto dal Ministero dello Sviluppo Economico coprono la prima fase temporale del golden visa all’italiana. Raccontano, in effetti, di un mezzo fallimento: dall’inizio del 2018 a metà giugno 2020 sono arrivate soltanto 17 candidature, di cui dieci hanno portato al rilascio del visto e una ancora in valutazione al momento della nostra richiesta. In cima alla lista delle nazioni di provenienza dei richiedenti troviamo Russia e Siria – con quattro a testa – seguite da Cina, Israele (con due) e Brasile, Canada, Corea del Sud, Emirati Arabi e Turchia (una).

Una geografia che, a detta degli operatori del settore, sarebbe parzialmente mutata negli ultimi mesi. Al fianco di un rafforzato interesse da parte di investitori asiatici e russi, si sono infatti trovati di fronte a un boom di richieste dagli Stati Uniti. «Soprattutto prima delle elezioni presidenziali, con il rischio percepito di instabilità politica – racconta l’avvocato Marco Bersani – siamo stati avvicinati da numerosi americani alla ricerca di una via d’uscita che hanno individuato anche nell’Investor Visa italiano».

Tra le opzioni di investimento disponibili, l’acquisto di quote di società di capitali e, in minor misura la startup innovativa (qui il registro imprese “speciale”), fa maggiormente gola ai richiedenti del golden visa. Le aziende di questo genere usufruiscono già di Smart&Start Italia, un sistema di incentivi che prevede agevolazioni, accesso al credito e un fondo per le imprese che nascono a Sud. A gestire il meccanismo è InvItalia, l’Agenzia nazionale per lo sviluppo che dipende dal Ministero delle Finanze di cui è amministratore delegato l’ubiquo Domenico Arcuri. È infatti lo stesso Commissario straordinario nominato dal governo «per l’attuazione e il coordinamento delle misure occorrenti per il contenimento e contrasto dell’emergenza epidemiologica Covid-19».

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Matteo Civillini

Mappe

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

Visti d’oro in Italia: ecco chi li sta utilizzando

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Visti d’oro in Italia: ecco chi li sta utilizzando

Lorenzo Bagnoli
Matteo Civillini

Nella puntata precedente abbiamo raccontato dell’approdo dei cosiddetti “visti d’oro” in Italia, osservando come si sia passati dalle diciassette candidature in due anni (2018-metà 2020) al boom nella seconda parte dell’anno appena passato, in cui un singolo studio legale che si occupa di queste pratiche ha rivelato a IrpiMedia di averne trattate oltre quaranta. In questo arco temporale, complici i decreti Rilancio e Semplificazione, un singolo studio che si occupa di tali pratiche, sentito da IrpiMedia, ha rivelato di aver istruito almeno quaranta pratiche per l’accesso alla cittadinanza per investimento. Siamo oggi in grado di aggiungere un ulteriore tassello, rivelando le società in cui i nuovi cittadini/investitori hanno investito per acquisire la cittadinanza.

Chi ha ricevuto i “golden investments”

Nel vecchio corso del golden visa, tra il 2018 e la prima metà del 2020, quattro domande andate a buon fine hanno portato al versamento di un milione di euro ciascuna in S.p.A. italiane. Per la prima volta IrpiMedia è in grado di indicare alcune delle aziende beneficiarie.

A ricevere un investimento è stata Prysmian, leader mondiale nell’industria dei cavi per la trasmissione di energia e per sistemi di telecomunicazioni. Una goccia nel mare per un colosso da 7,5 miliardi di euro di capitalizzazione. Più pesante in termini relativi, invece, la somma finita dentro Valsoia, altro beneficiario dell’Investor Visa. L’azienda specializzata in produzione di alimenti vegetali ha una capitalizzazione azionaria di circa 140 milioni di euro.

Chi siano le altre due S.p.A. ad aver incassato il milione di euro a testa non è dato sapersi. Il Ministero per lo sviluppo economico ha omesso i nomi facendo leva su un’eccezione della normativa che regola l’accesso agli atti. Unico dato certo è che si tratta di società quotate a partecipazione pubblica. Potrebbe essere una delle sei aziende controllate a maggioranza dal Tesoro: Banca Monte dei Paschi, Enav, Enel, Eni, Leonardo e Poste Italiane.

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Estratto della risposta alla richiesta di acceso agli atti di IrpiMedia presso il Ministero dello sviluppo economico

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Fino al giugno scorso sono stati solo due gli investitori che hanno barrato la casella dell’investimento in una startup innovativa. Ed entrambe hanno indicato lo stesso beneficiario: Its Energy Srl. Fondata nel 2017 a Milano, ma realmente operativa solo dall’aprile 2019, l’azienda sembra avvolta nel mistero. Online si trova solo un sito web di una pagina nella quale Its Energy promette di realizzare “la rivoluzione nel trading”. Come? Attraverso una piattaforma digitale che avrebbe lo scopo di facilitare la compravendita di crediti immobiliari, in particolare nella categoria dei cosiddetti non-performing loans (Npl). Ovvero prestiti in sofferenza che i debitori non sono sono in grado di rimborsare e che hanno un immobile come patrimonio a garanzia. Un mercato molto delicato e ad alto rischio dove, normalmente, ad acquistare portafogli di crediti deteriorati dalla banche sono fondi d’investimento specializzati. Operatori finanziari di grandi dimensioni che spesso fanno a loro volta fatica a gestire gli Npl accaparrati in fretta e furia negli ultimi anni.

L’ambizione di Its Energy sarebbe invece quella di spalancare le porte del mercato ai privati cittadini. Come si legge nel prospetto della startup, attraverso la piattaforma i singoli risparmiatori potrebbero trattare direttamente con le banche l’acquisto di crediti. Agli investitori verrebbero inoltre messi a disposizione «strumenti di realtà aumentata» allo scopo di effettuare perizie dei crediti offerti. Seppur innovativa, l’idea potrebbe attirare risparmiatori inesperti non in grado di valutare il reale grado di rischio degli investimenti.

Ad oggi, quale sia lo stato dell’arte delle attività di Its Energy non è chiaro. Nel bilancio del 2019 (l’ultimo depositato) l’azienda riportava un valore della produzione pari a zero, costi per circa mille euro e poco più di 5mila euro in disponibilità liquide. Un quadro generale molto diverso da quello di una startup di successo. Nel febbraio 2020, però, sarebbero entrati i capitali di due cittadini cinesi, che grazie all’investimento in Its Energy hanno ottenuto il golden visa.

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Il golden visa del mattone

All’inizio fu Confedilizia, il segmento di Confindustria legato all’industria immobiliare, e la Fiabci, la federazione internazionale degli immobiliaristi. Già nel 2013 le due organizzazioni di categoria chiedevano all’Italia di adottare misure per attrezzarsi con un proprio golden visa. «L’Italia – scriveva il presidente italiano di Fiabci Giancarlo Bracco in una lettera aperta rivolta all’allora primo ministro, Enrico Letta – secondo le statistiche è ai primi posti nella lista di gradimento dei Paesi preferiti da questa tipologia di investitori, i quali non sono unicamente grandi società o realtà istituzionali, ma famiglie che, investendo nell’acquisto di immobili, producono un grande beneficio per tutto il territorio».

Paradossalmente, nonostante il mondo dell’immobiliare sia quello che più si è speso per aprire l’Italia alla cittadinanza per investimento, ad oggi quello sul mattone non è uno degli investimenti possibili per ottenere l’Investor Visa. Durante un convegno organizzato a Roma nel dicembre 2017, il direttore del portale Investor Visa Italy Raffaele Miele ha precisato che «gli investimenti immobiliari possono “facilitare” il rilascio di un visto d’ingresso, sia esso per “residenza elettiva” o per “turismo”; ma, in entrambi i casi, non è “matematicamente” certo che all’investimento immobiliare corrisponda il rilascio del visto, non è consentito svolgere attività lavorativa».

Confedilizia a margine degli Stati generali dell’Economia convocati dal governo di Giuseppe Conte a giugno del 2020 ribadiva la necessità di attrarre investimenti nel settore immobiliare attraverso i golden visa, citando gli investimenti esteri nel settore immobiliare attratti dal 2013 da Malta (250 milioni di euro), Spagna (3 miliardi), Portogallo (5 miliardi) e Grecia (3 miliardi). Ad altre latitudini, Dubai ha costruito il successo degli ultimi 20 anni calamitando investimenti immobiliari dei super ricchi del mondo. In più c’è tutto il tema della ricaduta degli investimenti nell’economia reale.

Dal punto di vista di chi analizza e indaga il crimine finanziario transnazionale, però, l’esclusione del settore immobiliare è una precauzione ragionevole, dato che non è tra i più alti in termini di produttività ed è un settore privilegiato per operazioni di riciclaggio (lo scrive, per esempio il centro di ricerche dell’Università Cattolica Transcrime). Per altro, per quanto il settore lamenti la scarsità di investimenti, alcuni dei più grandi progetti con fondi esteri sono già legati all’industria del mattone. Durante la presentazione del Tour italiano attrazione investimenti del 2018, ad esempio, il Comitato investimenti esteri ha presentato, tra gli altri, il progetto per la realizzazione del centro commerciale più grande d’Europa (155mila metri quadri), il Westfield Milano, finanziato dal gruppo australiano Westfield. L’inaugurazione prevista è per il 2022, ma la pandemia potrebbe far cambiare i programmi.

Le controversie sul programma

Seppur in Italia le residenze per investimento inizino a decollare solo adesso, il mondo dei golden visa in Europa gode di una reputazione sempre peggiore. La versione di “passaporto d’oro” che offre la cittadinanza e non il visto, a Malta e Cipro è costata un’infrazione mossa dall’Unione europea a ottobre 2020. Il mese successivo, Cipro ha chiuso il programma mentre Malta promette di andare avanti senza cambiare una virgola. Il problema connaturato a questo meccanismo per attrarre capitali, in realtà, varca di molto il perimetro dei golden visa in tutte le sue varianti. Riguarda le possibili forme di concorrenza sleale provocate delle politiche di certi Paesi, con il risultato, alla fine, di facilitare reati fiscali di vario genere.

Già nel 2014 l’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, ha costruito un software, il Common reporting standard (Crs), per migliorare lo scambio di informazioni tra enti di vigilanza e contrastare l’evasione fiscale. I diversi governi adottano la procedura Crs su base volontaria (nell’Europa geografica, il Montenegro, in cui vige un sistema di golden visa, non ne fa parte) principalmente allo scopo di rintracciare i soldi all’estero di un cittadino del proprio Paese. Secondo l’Ocse, le varie forme di golden visa rischiano però di vanificare il Crs, rendendo più difficile la due diligence fiscale. A questo si aggiunge il fatto che ormai numerose inchieste hanno dimostrato come siano sfuggiti ai controlli diversi pregiudicati che hanno ottenuto il visto o la cittadinanza in un Paese europeo. Per questa serie di motivi, il Tax Secrecy Index, l’indice di opacità fiscale pubblicato ogni anno dalla ong Tax Justice network, considera il fattore come negativo.

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Si possono poi fare altre valutazioni, di ordine più politico. Davvero gli investimenti esteri tramite golden visa possono essere il volano della ripresa economica in Italia? I visti d’oro hanno certo contribuito a Malta o Cipro a uscire da una crisi economica, ma lo scotto da pagare sono state pesanti crisi di governo dovute principalmente alla corruzione crescente. L’industria dei visti d’oro è un settore a rischio.

C’è poi un tema legato alla giustizia fiscale. La principale agevolazione del golden visa italiano, sul piano della tassazione, consiste in un’imposta unica sostitutiva sui redditi in ingresso provenienti dall’estero, che vale per tutti i neo residenti. È sempre pari a 100mila euro. Per ciascun familiare che si vuole ricongiungere, se ne aggiunge un’altra da 25 mila euro. Ci sono poi altri vantaggi meno immediati, come lo sconto dell’imposta di successione, quello sui trasferimenti di asset da Paesi terzi in Italia e l’esenzione sul valore dei prodotti finanziari, di conti correnti, di libretti di risparmio.

In Italia il gettito fiscale si raccoglie soprattutto attraverso la tassazione sui redditi delle persone fisiche. È pari quasi al 25% del totale, più del doppio della media dei Paesi Ocse. La tassazione sui profitti delle imprese pesa per il 1,94% del Pil, contro una media Ocse di 3,14%. Il sistema è complicato e oggetto degli strali di ogni categoria. Ma al di là della giustizia, della corruzione e della fiscalità, il passaporto d’oro per gli investitori sembra essere più che altro una abdicazione della politica ai businessmen in termini di politica economica.

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Lorenzo Bagnoli
Matteo Civillini

Infografiche

Lorenzo Bodrero

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Luca Rinaldi

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KYTan/Shutterstock