La “lavatrice” russa per scavare in Guatemala

La “lavatrice” russa per scavare in Guatemala

Giulio Rubino

Quando lo scorso sei gennaio la miniera di nichel “Fénix” – che corre dalle foreste alla sponda del lago Izabal in Guatemala e gestita dal gruppo russo-svizzero Solway – ha ripreso le attività, è stato un sospiro di sollievo per i proprietari e una dura sconfitta per la popolazione locale. La licenza estrattiva era stata bloccata nel 2019 dalla Corte costituzionale del Guatemala, che aveva accolto le istanze delle proteste nate nelle comunità indigene attorno alla miniera, nella località di El Estor. Secondo la legge guatemalteca infatti, e secondo la convenzione 169 dell’Organizzazione internazionale per il lavoro (ILO) sui diritti dei popoli indigeni e tribali, le comunità locali hanno diritto di essere opportunamente consultate prima che si possano avviare attività di sfruttamento delle loro terre ancestrali. Ma fino a febbraio 2021 il Ministero delle miniere del Guatemala non aveva ratificato la decisione, e così Solway aveva continuato a scavare e processare ferronichel.

Poi, a gennaio 2022, il Ministero dell’energia e delle miniere (MEM), dopo che le consultazioni erano state, almeno formalmente, effettuate, ha deciso in favore di Solway e delle sue controllate locali: Pronico e Compañía Guatemalteca de Níquel (CGN), che gestiscono direttamente la miniera.

A giudicare dai comunicati stampa delle aziende le consultazioni, seppur svolte con quasi dieci anni di ritardo da quando Solway ha acquisito la miniera nel 2011, si sarebbero svolte nel massimo dell’armonia. Lo ribadisce anche Oscar Perez, vicepresidente del dipartimento sostenibilità del MEM: «La cosa importante è che il processo è partito dai leader delle comunità, grazie ai contributi raccolti da tutti gli abitanti dell’area interessata».

Ma le informazioni contenute nel leak ricevuto da Forbidden Stories e condiviso con 65 giornalisti di 20 media partner, tra cui IrpiMedia, danno una prospettiva molto diversa di come il processo di consultazioni si sia svolto davvero dietro le quinte.

Infatti, tramite una fondazione registrata in Guatemala, Raxché, finanziata quasi al 100% dalle controllate di Solway, i proprietari della miniera hanno strategicamente distribuito denaro e doni per comprare il favore dei capi Maya, a partire almeno dal 2020, dopo lo stop ordinato dalla Corte costituzionale ma un anno intero prima che iniziassero le consultazioni ufficiali.

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La miniera Fenix.

La miniera di Fenix- Foto: Benjamin Thuau, Radio France

La miniera Fenix.

I regali di Solway costituiscono un vero e proprio tentativo di influenzare il processo delle consultazioni. «È del tutto contrario agli standard internazionali sulle consultazioni e al principio di buona fede», spiega a Forbidden Stories Quelvin Jiménez, avvocato che difende i diritti delle comunità Maya nel sudovest del Guatemala. «La cooptazione dei capi indigeni, i negoziati paralleli o fatti con gruppi di interesse specifico non dovrebbero essere permessi dallo Stato», ha concluso Jiménez.

Le cifre messe in campo dal gruppo russo-elvetico non sono enormi per gli standard di una grossa multinazionale, ma sono abilmente mirate per garantire il massimo impatto possibile, e sono comunque cifre considerevoli in un Paese dove il salario medio si attesta sui 3.700 quetzales, circa 440 euro.

Secondo i documenti contenuti nel leak, la fondazione Raxché ha trasferito, da ottobre 2020 a gennaio 2021, 38.500 quetzales al mese (4.600 euro) all’Associazione nazionale per lo sviluppo mutuale (ANADE), un’associazione delle comunità Maya locali, per “rinforzare” i due consigli indigeni che hanno poi votato a favore della riapertura della miniera. Altri pagamenti da 10.000 quetzales (1.200 euro) sono invece arrivati come “supporto economico” diretto a quattro membri dei consigli indigeni.

In risposta al team di Forbidden Stories, Solway nega ogni accusa. «Solway Investment Group opera pienamente in linea con le leggi nazionali e internazionali», scrive l’amministratore delegato Dan Bronstein.  «Rigettiamo ogni accusa priva di basi fattuali».

La miniera di Fenix, operata dalle controllate guatemalteche di Solway - Foto: Forbidden Stories
La miniera di Fenix, operata dalle controllate guatemalteche di Solway – Foto: Forbidden Stories

Comunità in vendita

A soli 30 chilometri dal Mar dei Caraibi, El Estor è un paradiso in terra. Si trova ai bordi di una riserva naturale, dove vivono molte specie protette, e sulle sponde del più grande lago del Guatemala, il lago Izabal. Le tribù Maya Q’eqchi, che vivono da sempre in quell’area, hanno tradizionalmente contato sulla coltivazione di mais, fagioli e cardamomo per la loro sopravvivenza. Ma fin dal 1960 una risorsa ben più preziosa per il commercio internazionale è stata scoperta sotto le loro terre: il nichel.

Solway acquisisce la miniera nel 2011 e comincia a lavorarla nel 2014. Le date sono importanti perché, in quegli anni, una grande quantità di denaro liquido, proveniente da operazioni sospette legate alla “laundromat russa” – uno dei più grandi casi di riciclaggio mai scoperti – era passato per i conti delle società del gruppo minerario russo-svizzero.

Gli scavi e il disboscamento presso la miniera di Fenix, Guatemala.
Foto: Forbidden Stories
Gli scavi e il disboscamento presso la miniera di Fenix, Guatemala - Foto: Forbidden Stories
Gli scavi e il disboscamento presso la miniera di Fenix, Guatemala – Foto: Forbidden Stories
Solway nella Laundromat

Nel 2019 un memo interno alla banca svedese Swedbank rivela come il gruppo bancario avesse deciso di chiudere i conti delle aziende del gruppo Solway, e successivamente di scaricarlo del tutto come cliente, dopo che numerose aziende del gruppo avevano svolto transazioni sospette e successivamente rifiutato di fornire alla banca «una corretta documentazione sui proprietari», come scoperto da OCCRP, SVT e Eesti Ekspress.

Le operazioni sospette in questione facevano parte di quell’enorme flusso di denaro, oltre 200 miliardi di dollari, che sono arrivati dalla Russia all’Europa attraverso le sedi estoni di Swedbank e Danske Bank tra il 2007 e il 2015, in quella che è stata una delle più grandi operazioni di riciclaggio mai scoperte al mondo, la cosiddetta Laundromat.

I giornalisti di OCCRP hanno identificato 23 aziende che hanno mosso quasi 1,9 miliardi di dollari fra il 2007 e il 2015, attraverso una frequente serie di grossi bonifici a cifra tonda senza una chiara ragione commerciale, tutti elementi considerati dagli investigatori finanziari come caratteristiche tipiche di operazioni sospette. Nonostante molte di queste aziende fossero registrate in giurisdizioni ad alto livello di segretezza, si può provare come quasi tutte fossero legate al gruppo Solway o ai suoi fondatori nel periodo in esame. Non è chiaro invece da dove originasse l’enorme quantità di denaro movimentato, o perchè Solway avesse necessità di spostarlo da un’azienda all’altra, ma grazie all’archivio delle inchieste di OCCRP, è stato possibile scoprire come alcune delle aziende di Solway avessero spostato capitali verso e da altre aziende usate per evasione fiscale o riciclaggio in Russia.

Un ex impiegato di Swedbank, sotto anonimato, ha spiegato come al tempo l’Estonia fosse una specie di “porto di transito” per i capitali russi: «Oggi avere un legame col Cremlino è visto come un fattore negativo, ma al tempo era piuttosto una garanzia del fatto che quel cliente avrebbe avuto una carriera leggermente più lunga degli altri» spiega, dando un eccellente sintesi dell’atteggiamento un po’ ambivalente che la finanza europea ha spesso tenuto nei confronti dei clienti russi.

Swedbank non ha voluto commentare su specifici clienti o ex-clienti, ma sottolinea come la banca abbia già pagato una multa per insufficienti controlli anti-riciclaggio nelle loro filiali baltiche.

Per identificare i proprietari delle aziende in questione, sono stati utilizzati tanto i vecchi report annuali di Solway, che elencano molte delle controllate e delle “entità correlate”, quanto i documenti contenuti nel leak dell’inchiesta FinCEN Files di ICIJ e Buzzfeed News.

Almeno due delle 23 aziende erano legate a Aleksandr Bronstein, co-fondatore di Solway, e suo figlio Dan era direttore di altre due. Otto avevano invece come direttore il segretario del gruppo Solway, Andre Seidelsohn.
Un’altra azienda ancora della lista delle 23 era di proprietà di Christodoulos Vassiliades, un avvocato cipriota che era anche uno dei direttori di Solway Investment Group. Vassiliades è noto per aver lavorato con diversi criminali russi, compreso il boss Semion Mogilevich, sia con Sberbank, una banca russa sotto sanzione. Vassiliades non ha risposto alle domande di OCCRP.

Nel 2011, una filiale statunitense di Deutsche Bank ha segnalato a FinCEN (Financial Crimes Enforcement Network, agenzia governativa USA incaricata di combattere i crimini finanziari) una delle 23 aziende, la Solway Industries, per oltre 23 milioni di dollari di transazioni sospette, fatte con un conto a Danske Bank in Estonia.

In un ulteriore rapporto, la stessa filiale di Deutsche Bank ha segnalato altre 47 milioni di dollari di transazioni di altre controllate di Solway, tra cui l’azienda Raznoimport Holdings LLC. Secondo Forbes, Raznoimport era il principale esportatore e commerciante di alluminio dell’Unione sovietica, poi privatizzata e acquisita da Aleksandr Bronstein che ne ha diretto le operazioni dall’Inghilterra per molti anni.

La filiale inglese di Raznoimport è l’azienda che si occupa dell’importazione del nichel di Solway prodotto in Guatemala, presso la miniera di Fenix, fino all’Italia – fino al porto di Livorno. Da lì, come ha confermato IrpiMedia, il ferronichel viene poi consegnato alle acciaierie di Terni per essere lavorato nella lega inox acciaio inossidabile.

Nel 2011, quando Deutsche Bank ha segnato a FinCEN, l’azienda madre in Russia, la Raznoimport, era diretta da Sergei Khramagin – impresario che l’anno scorso è stato premiato con l’Ordine d’Onore (un cavalierato) dal Presidente russo Vladimir Putin per i successi nell’imprenditoria.

La Raznoimport Holdings Ltd, una filiale dell’azienda russa, è tra le 23 aziende identificate da OCCRP per le transazioni sospette. È però registrata nelle isole di San Vincenzo e Grenadines e non è quindi stato possibile verificare chi ne possiede il capitale.

Una delle bolle di accompagnamento del ferronichel di Pronico (Solway) spedito a Livorno e importato tramite Raznoimport UK Ltd.

Una delle bolle di accompagnamento del ferronichel di Pronico (Solway) spedito a Livorno e importato tramite Raznoimport UK Ltd.

Secondo Solway, la miniera dà lavoro a quasi duemila persone e porta investimenti nello «sviluppo delle infrastrutture sociali nelle aree in cui opera in Guatemala» con posti di lavoro, corsi professionali e altri progetti.
Ma quando, nel 2017, le acque del lago Izabal si sono tinte di rosso, l’inquinamento causato dalla miniera è diventato finalmente evidente a tutti, e i pescatori locali hanno guidato una serie di proteste culminate con l’uccisione di uno di loro, Carlos Maaz, per mano della polizia locale.
I giornalisti che seguivano le proteste, in particolare Carlos Choc del giornale locale Prensa Comunitaria, hanno subito minacce e intimidazioni da parte delle controllate locali di Solway, fino al punto che Choc ha dovuto abbandonare El Estor.

Nel 2019, con lo stop alle operazioni minerarie ordinato dalla Corte Costituzionale, i Maya pensavano di aver vinto una battaglia importante, ma il successivo svolgimento delle consultazioni ordinate dalla Corte ha di nuovo deluso le speranze dei locali.

Una mappa mostra l’area dove ricade la miniera Fenix rispetto a dove risiedono le comunità indigene.

Una mappa mostra l’area dove ricade la miniera Fenix rispetto a dove risiedono le comunità indigene.

«Il governo non ha alcun interesse a favorire un vero dialogo», spiega Lucia Ixchiu, attivista indigena e fondatrice del Festivales Solidarios, un collettivo di protesta contro la miniera. Infatti, a quattro delle autorità ancestrali – i consigli tradizionali Maya riconosciuti dalla Costituzione guatemalteca – è stata negata la possibilità di partecipare alle consultazioni. Lo ammette anche una delle aziende del gruppo Solway. «[La partecipazione delle autorità ancestrali] è stata negata per non danneggiare l’integrità del processo delle consultazioni comunitarie stabilito dalla Corte Costituzionale», scrive Marvin Méndez, direttore amministrativo della miniera per Pronico.

Ma la “selezione” di quali leader Maya abbiano potuto partecipare o meno alle consultazioni è stata molto più strategica di così.

Nel 2019 infatti, rappresentanti della miniera avevano chiesto a Guadalupe Xo Quinich, membro del consiglio indigeno di El Estor, di presentarsi come “amicus curiae” (espressione che fa riferimento all’intervento in giudizio di un soggetto terzo qualificato a fornire informazioni per assistere una corte) a favore della miniera in cambio di 3.000 quetzales (circa 480 euro).

Il capo Maya Don David.

Foto: Forbidden Stories

Il capo Maya Don David - Foto: Forbidden Stories
Il capo Maya Don David – Foto: Forbidden Stories

Quando Guadalupe si è rifiutata, è stata sostituita da qualcun’altro.
Del resto, fra i documenti contenuti nel leak, sono stati trovati progetti esplicitamente denominati «compra de lideres», letteralmente “acquisto dei leader”. Solway ha risposto alle domande di Forbidden Stories in merito dicendo che nessun pagamento è stato effettivamente fatto a quei leader.
Ma nel leak ricevuto da Forbidden Stories le indicazioni di una precisa strategia corruttiva da parte di Solway sono moltissime. Nel 2021, altri documenti di Pronico e CGN (le controllate di Solway) riportano di donazioni da fare a «attori chiave e parti interessate» nel processo di consultazioni.

Uno degli attori che ha cambiato casacca nel corso delle consultazioni è l’associazione di pescatori Asociación Bocas del Polochic, che inizialmente aveva partecipato alle proteste contro la miniera, per poi esprimersi a favore di essa.

«Nei primi tre mesi del 2020, fare un pagamento da 34.000 dollari per l’acquisto di 10 pezzi di equipaggiamento da pesca per tenere come alleati i capi dell’Associazione Bocas del Polochic», si legge in un documento interno. «L’azienda ha trovato il punto debole della comunità nella sua povertà», spiega Cristobal Pop, un pescatore di El Estor che si è rifugiato a Città del Guatemala per paura delle ritorsioni.

Cristina Maaz, la vedova del pescatore ucciso durante le proteste nel 2017 - Foto: Forbidden Storie
Cristina Maaz, la vedova del pescatore ucciso durante le proteste nel 2017 – Foto: Forbidden Storie

Il piano di Solway: regali, incendi e calunnie

Nel villaggio di Las Nubes, una delle piccole comunità intorno a El Estor, i segni della povertà sono infatti ovunque. Tetti di lamiera e pavimenti di terra, le poche case del villaggio si trovano all’interno dei confini stessi della miniera. L’inquinamento e l’erosione del suolo hanno danneggiato irreparabilmente i campi di cardamomo, costringendo molti dei contadini ad accettare di lavorare per la miniera. La posizione strategica del villaggio ha portato Pronico e CGN a mettere in campo una serie di tattiche sempre più aggressive per mettere le mani sul prezioso sottosuolo di Las Nubes.

In un primo momento, Solway ha ricoperto la popolazione locale di denaro. Tramite la fondazione Raxché ha investito oltre 200.000 dollari nel villaggio. Ma quella che potrebbe apparire come “beneficenza”, aveva in realtà un secondo fine. I documenti del leak lo rivelano chiaramente: l’azienda ha ridipinto la chiesa del villaggio per «migliorare i rapporti con i leader religiosi locali», ha organizzato un torneo di calcio per «avvicinarsi ai leader locali importanti nei processi decisionali» e ha anche partecipato alla marcia per la festa della mamma, per «valutare il comportamento di gruppo».

Altre spese appaiono ancora più precise e mirate. In un documento del 2021 intitolato «Specific Plan» ci sono piani per trovare un posto di lavoro per il figlio di uno dei leader della comunità, e per comprare una sega elettrica nuova per un altro capo.

Una cerimonia Maya diretta dal capo indigeno Don David.
Foto: Forbidden Stories
Una cerimonia Maya diretta dal capo indigeno Don David- Foto: Forbidden Stories
Una cerimonia Maya diretta dal capo indigeno Don David – Foto: Forbidden Stories

Azioni di questo tipo erano nei piani dell’azienda da tempo. Già cinque anni prima, nel 2016, i dirigenti progettavano la creazione di «lavori fittizi» per la comunità locale allo scopo di pagare «salari artificiali». Méndez ha negato che CGN o Pronico abbiano mai pagato questi «salari artificiali», dicendo che «l’informazione non corrisponde al vero». Ma lo scopo dichiarato in diversi di questi documenti interni, datati fra il 2016 e il 2019, era di «ottenere lo spostamento volontario della popolazione fuori dai confini della miniera il prima possibile».

Quando queste misure sono fallite, l’azienda ha messo in piedi piani più aggressivi. Un «piano di lavoro» datato febbraio 2020 e mirato allo stesso obiettivo proponeva di licenziare i lavoratori che rifiutassero di cedere la loro terra, e addirittura di contaminare le coltivazioni di cardamomo con sostanze chimiche. In un altro documento dello stesso mese si propongono misure ancor più brutali: diffondere voci di un epidemia di AIDS fra i leader della comunità, pagare criminali locali per dar fuoco ai campi, spargere voci che uno dei capi avesse accettato una casa come tangente. Gli autori di questo report annotano con freddo cinismo i pro e i contro di ogni idea: assoldare criminali locali avrebbe il vantaggio di «distruggere i loro [delle comunità indigene] mezzi di sostentamento» ma lo svantaggio che i criminali potrebbero finire per rivelare chi li avesse pagati. In ogni caso, una proposta risulta costante in diverse colonne del documento come soluzione ai problemi: «Pagare una tangente».

Un pescatore sul lago Izabal - Foto: Forbidden Stories
Un pescatore sul lago Izabal – Foto: Forbidden Stories

Alle domande specifiche rivolte a Méndez riguardo questi piani, la risposta è che «queste informazioni non corrispondono a verità» e che anzi «l’azienda non ha intenzione di sfrattare la comunità di Las Nubes, ma vi ha investito per contribuire alla sua maggiore prosperità»

La strategia messa in campo più recentemente dalle aziende minerarie nella seconda parte del 2021 è stata invece leggermente diversa: iniziare a comprare terra da chiunque accetti di vendere, avviando attività di scavo lì, e rendendo sempre più difficile la vita per quelli che ancora resistono, oggi letteralmente in mezzo alle attività di scavo.

Giudici e polizia a libro paga della miniera

Spulciando nei documenti contenuti nel leak, si trovano indizi che i metodi di Solway siano stati applicati anche all’esterno delle comunità Maya, e che tentativi di corruzione possano essere avvenuti su larga scala. In documenti e scambi di e-mail del dicembre 2016, i manager del gruppo Solway si scambiano una lista di nomi che dovrebbero ricevere regali di Natale da parte dell’azienda. La lista include anche giornalisti, preti, leader sindacali, giudici e sindaci di diverse zone intorno a El Estor.

In particolare la lista comprendeva anche la Corte criminale del lavoro di Puerto Barrios (città costiera non troppo distante da El Estor), al tempo guidata dal giudice Edgar Aníbal Arteaga López, che in seguito ha deciso a favore di Solway in una causa contro gruppi di pescatori e giornalisti di El Estor. Artega ha negato di aver mai ricevuto «regali di CGN-Pronico o chiunque altro», e lo stesso ha ribadito Marvin Méndez, direttore amministrativo della miniera, dichiarando che «i cesti di Natale non sono stati dati a giudici».

Una veduta aerea della miniera “Fénix”.

Foto: Forbidden Stories

L’Italia è il secondo Paese produttore di pomodori, dopo gli Usa. La Puglia produce più della metà dei pomodori in scatola italiani, in particolare nella zona di Foggia.
Una veduta aerea della miniera “Fénix” – Foto: Forbidden Stories

Altre e-mail interne al gruppo minerario rivelano una serie di elargizioni fatte alla polizia guatemalteca, la Policía Nacional Civil (PNC), sia in maniera diretta (risultano tre donazioni da 40mila dollari passate da Pronico tramite la fondazione Raxché) che con regali ad agenti stazionati nella zona della miniera. La stessa polizia che associazioni di protezione dei diritti umani hanno condannato per «l’uso eccessivo della forza contro manifestanti e membri delle comunità Maya Q’eqchi, oltre che per atti di repressione contro giornalisti e media».

In una e-mail intestata al “Señor Director” (presumiblemente Dmitry Kudryakov, al tempo direttore della miniera) Roberto Zapeta, capo della sicurezza della miniera, commenta come pagamenti in cibo siano «più efficaci in termini di costo-beneficio rispetto a un supporto generico alla Policía». Secondo l’avvocato Jiménez, che assiste le comunità indigene, «queste donazioni potrebbero ravvisare il reato di traffico di influenze o corruzione, a seconda dei termini in cui sono state elargite e a seconda di cosa sia stato chiesto in cambio».

Solway, in risposta alle domande di Forbidden Stories, ha negato di aver mai fatto donazioni alla polizia durante le proteste a El Estor.

Nel frattempo, e nonostante gli scandali che l’hanno coinvolta, Solway non ha perso valore né fatturato, grazie soprattutto all’alta domanda globale di ferronichel. «Questi minerali hanno prezzi molto alti al momento», commenta Guadalupe Garcia Prado, ricercatrice all’Osservatorio per le Attività Estrattive «e Solway è pronta a continuare con la corruzione e la violenza per ottenere quello che vuole».

Solway è attiva anche in Ucraina, Russia, Macedonia e Indonesia. Nel 2020 ha comprato anche una miniera in Liberia, tramite una controllata. Anche in quel Paese, dove oltre mezzo milione di persone vive in estrema povertà, Solway aveva promesso scuole e ospedali, ma per ora sono rimaste solo parole al vento.

CREDITI

Autori

Giulio Rubino

In partnership con

Forbidden Stories
SVT
Occrp
Eesti Ekspress

Editing

Cecilia Anesi

Foto di copertina

Forbidden Stories

Svizzera, archiviata l’inchiesta sul caso Magnitsky

17 Agosto 2021 | di Lorenzo Bodrero, Federico Franchini

Dieci anni di indagine e un nulla di fatto. Lo scorso 27 luglio, la Procura generale svizzera ha annunciato l’archiviazione del procedimento penale sul “caso Magnitsky” in Svizzera, filone processuale dell’inchiesta internazionale sul riciclaggio di denaro operato dalla Russia. La procura elvetica ha stabilito che «non sono emerse prove che giustifichino accuse da muovere contro nessuno», si legge nel comunicato stampa. L’inchiesta era nata nel 2011 con l’obiettivo di fare luce su un presunto schema di società di comodo che dalla Russia aveva dirottato verso l’Europa almeno 230 milioni di euro, di cui la fetta più importante in Svizzera. Scopo delle movimentazioni di denaro, secondo le ipotesi delle diverse procure che indagano: riciclare denaro sporco e rimetterlo in circolo nell’economia legale.

Alla base dell’indagine internazionale ci sono le denunce portate da William Browder, uomo d’affari britannico a capo di Hermitage Capital Management, allora il fondo straniero più importante su territorio russo. In pratica, Mosca ha accusato il fondo di Browder di evasione fiscale e ha redistribuito almeno una parte di quelle che in realtà erano le tasse pagate da Hermitage a un giro di società offshore vicine ai vertici del Cremlino le quali a loro volta hanno investito questi soldi per spese di ogni genere (da beni di lusso a rette universitarie) in diversi Paesi europei, tra cui l’Italia.

Le società offshore del primo anello del sistema negli anni sono state beneficiarie di moltissimi altri bonifici la cui origine è totalmente ignota.

Il processo sul presunto riciclaggio russo fatica a ottenere risultati sul piano giudiziario in Europa, ma l’archiviazione in Svizzera getta un’ulteriore ombra sul principale organo investigativo elvetico, crocevia di importanti indagini su corruzione e riciclaggio internazionale. Nello specifico, la procura svizzera – già bersaglio da due anni di pesanti critiche interne per l’inconcludenza delle sue inchieste e per gli scandali che hanno travolto l’ex procuratore generale – non è stata in grado di individuare nomi e cognomi di cittadini svizzeri o di altre nazionalità che avrebbero preso parte al presunto sistema di riciclaggio. Ha però «potuto dimostrare un legame tra una parte dei valori patrimoniali sotto sequestro in Svizzera e il reato preliminare commesso in Russia». Tradotto, il riciclaggio ci sarebbe anche stato ma è avvenuto al di fuori dei confini elvetici, ragion per cui i magistrati svizzeri hanno chiuso le indagini.

Dei 18 milioni di franchi svizzeri congelati durante l’inchiesta, la procura ha però deciso la confisca definitiva di 4 milioni come «risarcimento a favore della Confederazione».

Browder, da pupillo ad antagonista del Cremlino

Concludere le indagini senza un rinvio a giudizio «è una macchia indelebile per la Svizzera», ha dichiarato William Browder, che ha fatto della vicenda un affare personale. Il finanziere americano con passaporto britannico era tra gli uomini d’affari stranieri più in vista nella capitale russa nei primi anni Duemila. All’apice del successo, il suo fondo Hermitage Capital Management gestiva un patrimonio di 4,5 miliardi di dollari. Una buona fetta di questi era in mano a investitori russi, molti dei quali avevano accumulato una fortuna nei primi anni ’90 durante la privatizzazione dei colossi ex sovietici dell’energia.

Browder «contribuiva a rendere ancor più ricchi i suoi già ricchi clienti», con un obiettivo in più, però: «Rendere pubbliche le attività illecite delle società in cui i suoi clienti investivano, nella speranza di migliorarne il comportamente nonché il valore delle loro quotazioni», scriveva l’Economist. Nel 2005, però, qualcosa si è guastato ed è stato indicato come una minaccia per la sicurezza del Paese ed espulso dalla Russia. Pochi mesi più tardi gli uomini del Cremlino hanno fatto irruzione negli uffici russi di Hermitage, in quelli delle sue holding e dello studio legale, confiscando documenti e computer. Secondo Browder e i suoi legali, la documentazione confiscata è stata manipolata e poi utilizzata per muovere accuse pre-fabbricate contro le sue società.

Secondo i suoi legali, tra il 2008 e 2010 ignoti avrebbero «perpetrato una frode a danno delle autorità fiscali russe, la quale avrebbe condotto a un rimborso illecito di imposte per un importo equivalente a 230 milioni di dollari», scrive la procura elvetica. L’aveva scoperta Sergei Magnitsky, allora avvocato dell’hedge fund, che da Browder era stato incaricato di venire a capo del meccanismo di riciclaggio. Per le sue indagini, che indicavano diversi funzionari russi come i responsabili del colossale raggiro, Magnitsky fu arrestato e morì di incuria nel 2009 in un carcere moscovita. La Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) nel 2019 ha stabilito che «privando Magnitsky di cure mediche adeguate» durante la detenzione «le autorità locali (russe, ndr) hanno messo a repentaglio la sua vita irragionevolmente».

Quella truffa, conosciuta oggi alle cronache come il Laundromat, e la conseguente campagna di sensibilizzazione portata avanti da William Browder a livello internazionale, hanno portato l’amministrazione Obama a emanare nel 2012 il Magnitsky Act, la prima serie di sanzioni economiche contro società e persone «che sono state responsabili o hanno beneficiato finanziariamente della detenzione, abuso o morte di Sergei Magnitsky; sono state coinvolte nell’attività criminale scoperta da Sergei Magnitsky; sono stati responsabili di esecuzioni extragiudiziali, tortura o altre gravi violazioni dei diritti umani commessi contro individui che cercavano di denunciare attività illegali svolte da funzionari del governo della Federazione Russa o di ottenere, esercitare, difendere o promuovere i diritti umani e le libertà internazionalmente riconosciuti in qualsiasi parte nel mondo».

Dalla Russia al Fifagate passando per la Trump Tower

Circa la metà dei fondi sequestrati dalla procura elvetica, depositati presso la banca Credit Suisse di Zurigo, appartengono a Vladen Stepanov, fino al 2010 marito di Olga Stepanova. Quest’ultima ha guidato l’ufficio 28 dell’Agenzia delle Entrate di Mosca ed è colei che avrebbe approvato i rimborsi fiscali attraverso cui l’erario russo ha camuffato la presunta redistribuzione dei soldi di Browder tra le società del “primo anello” del sistema Magnitsky. Il Tesoro americano ha inserito Stepanova nella lista dei bersagli di sanzioni dall’aprile 2013.

Altri nove milioni sono legati a Denis Katsyv e Dmitry Klyuev. Quest’ultimo, ex proprietario della banca Universal, è considerato una delle menti della presunta frode ed è uno dei personaggi più vicini ai coniugi Stepanov, con i quali ha trascorso del tempo in prossimità di alcuni importanti “rimborsi fiscali” sia a Ginevra sia a Dubai. Denis Katsyv, figlio dell’ex vicepresidente del governo regionale di Mosca, è invece il patron della cipriota Prevezon Holdings, una delle società ritenute destinatarie dei proventi della frode.

Nel 2017 la società ha pagato una transazione per riciclaggio e confisca di denaro civile al Dipartimento della Giustizia americana – un patteggiamento – dal valore di circa 6 milioni di dollari. Era stata accusata di aver riciclato nel mercato immobiliare di Manhattan il denaro proveniente dalla truffa svelata da Magnitsky. Come ha rivelato Occrp nell’ambito dell’inchiesta Fincen Files, tra le società che hanno pagato Prevezon Holdings ce n’è anche una segnalata per attività sospette dall’unità antiriciclaggio americana. Prevezon in Svizzera aveva due conti, presso le banche Edmond de Rothschild e UBS.

A difendere le sorti giuridiche della Prevezon Holdings a New York c’era Natalya Veselnitskaya, avvocata dalla carriera lampo balzata alle cronache nel giugno 2016. Erano gli ultimi frenetici mesi prima del voto che avrebbe portato gli americani a scegliere tra Donald Trump e Hillary Clinton quale inquilino della Casa Bianca. Una mail inviata a Donald Trump Jr, figlio dell’ex presidente, da un vecchio socio d’affari del padre prometteva documenti che «incriminerebbero Hillary (Clinton, ndr) e i suoi rapporti con la Russia e sarebbero molto utili per tuo padre». Pochi giorni dopo lo stesso collaboratore ha proposto un incontro con un misterioso «avvocato del governo russo».

Per approfondire

Natalya Veselnitskaya, l’avvocatessa russa contro il Magnitsky Act

Tra Svizzera e Stati Uniti, le vicende della legale che vuole l’abolizione delle sanzioni contro la Russia. Il suo nome compare nei principali procedimenti dei due Paesi: dal Russiagate fino allo scandalo Fifa all’inchiesta sul Laundromat

L’incontro ha avuto luogo il 9 giugno presso la Trump Tower e l’oscuro avvocato si scopre essere proprio la Veselnitskaya. La legale, però, era lì per tutt’altro motivo, le accuse contro la candidata Democratica sono state infatti deboli e la sua attenzione si concentra invece sul fare pressioni verso lo staff di Trump per alleggerire le sanzioni del Magnitsky Act. Un anno più tardi, le vere intenzioni di Veselnitskaya sono emerse grazie a uno scoop di Foreign Policy e per sua stessa ammissione: il suo intento era screditare William Browder per conto del Cremlino.

Quella riunione è poi finita al centro delle attenzioni dell’allora procuratore speciale Robert Muller incaricato negli Stati Uniti sui rapporti tra lo staff di Trump ed emissari del Cremlino, rapporti che avrebbero condizionato l’esito delle elezioni del 2016. Nel 2019 il Distretto meridionale di Manhattan, la stessa Corte presso la quale Prevezon Holdings ha patteggiato la sua transazione, ha imputato l’avvocato per ostruzione alla giustizia.

Le pressioni dell’avvocata contro il sistema di sanzioni alla Russia non si limitavano, però, ai soli Stati Uniti. È emerso infatti che insieme all’allora vice procuratore generale russo, Saak Karapetyan (deceduto in un incidente in elicottero nell’ottobre 2018), i due avevano messo in piedi una strategia per reclutare Vinzenz Schnell, un poliziotto svizzero di primo piano coinvolto nelle indagini di riciclaggio, le stesse archiviate lo scorso 27 luglio. L’investigatore elvetico, poi licenziato per comportamento «non autorizzato», era tra i più esperti investigatori nelle indagini legate alla Russia e ai Paesi dell’Est. Il duo Karapetyan-Veselnitskaya era riuscito a incontrarlo in Svizzera in almeno due occasioni e in Russia nel dicembre 2016 dove aveva partecipato a una battuta di caccia all’orso, una gita che gli era poi costata una condanna penale. Era uno dei più stretti collaboratori di Michael Lauber, allora alla guida della Procura generale elvetica e anche lui travolto da inchieste e scandali.

Come il suo collaboratore, Lauber aveva causato una crisi diplomatica a seguito della pubblicazione di una fotografia che lo immortalava – in ginocchio – insieme a Saak Karapetyan durante un’escursione sul lago Baikal, in Siberia. Dopo un anno di pressioni e un procedimento di impeachment, Lauber ha presentato le proprie dimissioni da Procuratore generale un anno fa a causa di due incontri segreti tra lui e l’attuale presidente della Fifa, Gianni Infantino, durante le indagini sulla corruzione nella stessa Fifa che Lauber coordinava.

Da sinistra: con la maglia numero 87, Patrick Lamon, ex procuratore svizzero andato da poco in pensione. Si è occupato dell’inchiesta Magnitsky ma non è stato lui ad archiviarla. Accanto, con il viso oscurato, il poliziotto Vinzenz Schnell, in seguito allontanato dalle forze dell’ordine elvetiche per comportamento scorretto. In giacca scura, alla destra di Schnell, c’è Saak Karapateyan, ex vicedirettore della procura generale russa, morto in un incidente con l’elicottero nel 2018. Secondo le autorità svizzere, avrebbe incontrato gli inquirenti elvetici più volte a Ginevra e Zurigo ed era in stretto contatto con Schnell. Il suo scopo sarebbe stato bloccare l’indagine sul riciclaggio russo in Svizzera. A terra, in ginocchio, Michael Lauber, ex procuratore generale della Svizzera, costretto nel luglio del 2020 a dimettersi a causa di altri incontri segreti, questa volta riconducibili all’inchiesta che stava conducendo sulla corruzione nella Fifa.

A un anno dall’allontanamento di Lauber, la sua posizione è ancora vacante e le critiche verso quello che in Svizzera è l’organo di indagine più importante del Paese non si placano, al punto che la Commissione giustizia del parlamento elvetico ha commissionato due report per una riforma sostanziale del sistema giudiziario.

Il meccanismo dei Laundromat

Il piacere proibito di Tizio è entrare nella proprietà privata di Caio per correre spensierato sul suo prato. Un giorno Tizio scivola malamente sui pantaloni. Una strisciata di verde evidente. Il prato, per altro, mostra i segni dell’incidente. Tizio lascia in fretta e furia la proprietà di Caio e cerca una lavanderia dove pulire i vestiti.

Viste le tracce sul prato, Caio si è messo in cerca del colpevole. Va alla lavanderia del paese per sapere chi ha portato dei pantaloni chiari e sporchi di erba. Sempronio, il gestore, collabora, ma la lista dei clienti di quel genere è lunga. Caio chiede per ognuno di loro di vedere il vestito sporco. Ma Tizio – e altri come lui – ha chiesto a Sempronio di portare il proprio vestito in un’altra lavanderia, con prodotti più forti per togliere le macchie. Tutto giustificato, quindi, anche se Sempronio, in cuor suo, sa che alcuni di quei vestiti in realtà erano già puliti. L’operazione, alla fine, serve solo a sviare le ricerche di Caio: il numero di lavanderie da visitare per trovare quei pantaloni diventa ingestibile. A ogni candeggio, per altro, diventa più difficile scovare segni della scivolata sul prato. Il sistema si compie quando i pantaloni tornano a Tizio, il proprietario, che può ricominciare a usarli come se niente fosse.

Sostituite i vestiti bianchi con i soldi, la macchia d’erba con un reato qualunque e la lavanderia con un fornitore di servizi bancari. Pensate che Tizio sia un criminale, Caio le forze dell’ordine e Sempronio un qualunque professionista. I Sempronio che si prestano a questi servizi sono consapevoli di come l’operazione sia finalizzata all’occultamento di soldi “macchiati”. I passaggi dei vestiti tra lavanderie sono le transazioni: legittime sulle carta, nelle ipotesi degli inquirenti servono solo a riutilizzare per l’acquisto di altro i soldi sporchi iniziali.

I paradossi della Procura svizzera

Per quanto archiviata, l’indagine sul presunto riciclaggio russo in Svizzera ha prodotto qualche risultato. Sui 18 milioni di franchi svizzeri inizialmente congelati, la procura generale ha annunciato la confisca di quattro come «risarcimento a favore della Confederazione». È ragionevole pensare che i rimanenti 14 milioni, che secondo diverse fonti apparterrebbero nella quasi totalità a Vladem Stepanov, saranno restituiti ai protagonisti della vicenda. Un dettaglio che la Procura elvetica si è guardata bene dal comunicare e che pone la questione su quali criteri la Svizzera abbia utilizzato per decidere quanti soldi erano da confiscare e quanti invece da liberare.

La spiegazione della parte da non sequestrare è legata a un problema di giurisdizione: prima di entrare in Svizzera, infatti, i soldi della presunta frode sono passati attraverso vari conti esteri, dove sono stati mescolati ad altri fondi, la cui origine non è chiara. Le modalità di confisca di questo tipo di denaro parzialmente contaminato non sono ancora state chiarite dalla giurisprudenza.

Per stimare le somme attribuibili alla presunta frode e quindi da confiscare, invece, la Procura federale ha applicato il cosiddetto metodo del calcolo proporzionale, una modalità controversa. Diversi esperti ritengono che tenda a favorire i riciclatori che dispongono di strutture capaci di diluire decine di volte il provento illecito. Tanto più che, in questo caso, i beni derivanti dalla frode sono transitati attraverso una moltitudine di società offshore non coinvolte in nessuna attività commerciale concreta. Inoltre, la Convenzione delle Nazioni Unite contro la criminalità organizzata transnazionale, entrata in vigore in Svizzera nel novembre 2006, stabilisce che «se i proventi del crimine sono stati mescolati con beni acquisiti da una fonte legittima, tali beni possono, senza pregiudizio dei poteri di congelamento o di sequestro, essere confiscati fino al valore stimato dei proventi del crimine».

Insomma, la Svizzera ha utilizzato l’opzione più morbida e meno severa. Una scelta contro la quale Browder tenterà di opporsi. Anche se non si sa ancora se sarà possibile: i procuratori elvetici hanno infatti deciso di togliere a Hermitage lo statuto di «accusatore privato», cioè lo status di chi in Svizzera può rivalersi su un altro privato autore di una presunta infrazione nei suoi confronti. Una scelta che, se confermata dai giudici (un ricorso è già stato inoltrato), gli vieterebbe di ricorrere contro questa archiviazione.

Foto: William Browder/Wikipedia | Editing: Lorenzo Bagnoli

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La maxifrode russa finita in Italia tra yacht, vacanze e conti bancari

20 Aprile 2019 | di Lorenzo Bagnoli, Gianluca Paolucci

D.K., cittadino russo, nel luglio del 2009 invia da un conto della filiale Unicredit di Forlì 99.850 euro in un conto della lituana Ukio Bankas. L’operazione – due bonifici in due giorni, il primo da 50 mila e il secondo da 49.850 – presenta una lunga serie di anomalie.

La prima che salta all’occhio è che l’indirizzo di residenza del cittadino russo corrisponde a quello dell’aeroporto di Forlì. La seconda è che il conto al quale vengono spediti i soldi è intestato a una società del Belize legata a una maxifrode, un caso clamoroso di riciclaggio internazionale che ha occupato per anni le autorità di mezzo mondo.

La società del Belize si chiama Eviac Holding e il suo nome compare nelle indagini sul cosiddetto Caso Magnitsky. Il caso torna d’attualità oggi perché, grazie ai documenti rilasciati da Occrp sul cosiddetto Troika Laundromat – uno schema di presunto riciclaggio di oltre 4,4 miliardi di euro provenienti dalla Russia e arrivati in vari paesi d’Europa – è possibile ricostruire per la prima volta il ruolo dell’Italia come «terminale» di una fetta dei fondi del caso Magnitsky. E si scopre così che una parte di quei soldi verso l’Italia sono transitati da Ubi Banca, che ha agito come banca di corrispondenza per Ukio Bankas – l’istituto al centro del caso Laundromat, chiuso nel 2013 – nelle transazioni da e verso gli istituti tricolore.

Il fisco moscovita

Sergey Magnitsky di mestiere faceva l’avvocato. Nel 2009 è morto in carcere, per mano della polizia russa secondo il suo cliente William Browder, cittadino britannico che in Russia gestiva dal 1996 l’hedge fund Hermitage Capital Management. La storia che si cela dietro il suo decesso inizia nel 2007, anno in cui Sergei Magnitsky ha scoperto il modo in cui il Cremlino ha redistribuito 230 milioni di dollari dal fisco a società riconducibili anche a personaggi vicini a Vladimir Putin. Browder, all’epoca, si era già fatto notare a Mosca. La sua Hermitage gestiva un patrimonio da 4,5 miliardi di dollari.

Ad un certo punto, nel 2005, il Cremlino gli è diventato ostile. Browder sposta la sede moscovita a Londra per motivi di sicurezza, ma Magnitsky decide di rimanere in Russia. Nel gennaio 2007 un blitz della polizia russa mette sottosopra il suo ufficio per impossessarsi di documenti interni e del timbro, che per la legge russa equivale alla proprietà di un’azienda. Poco dopo sono arrivate finte richieste di risarcimento mosse da società che sarebbero state aperte da complici di quel raid. Queste società hanno poi depositato una richiesta di rimborso al fisco russo pari a 230 milioni di dollari, tanto quanto secondo loro Hermitage avrebbe dovuto pagare di tasse. Fatto ancor più curioso, l’intera somma viene bonificata l’indomani, attraverso un complesso giro di società offshore.

Va detto che come ogni storia di Guerra fredda che si rispetti anche quella del Caso Magnitsky ha una sua contro-narrazione. Almeno dal 2012, nei siti di notizie pro-Russia alla Sputnik, circolano articoli che considerano la vicenda un’enorme montatura per sanzionare la Russia architettata dall’amministrazione Obama. Nel 2012 infatti l’amministrazione Obama ha emanato il Magnitsky Act, una sanzione speciale per gli oligarchi russi che si ritengono coinvolti nella vicenda. Mentre il mese scorso una versione «europea» del Magnitsky Act è stata votata a larghissima maggioranza dal Parlamento di Strasburgo.

Intanto, i nomi delle società in paradisi fiscali scoperte dall’avvocato Magnitsky continuano a ritornare, ad anni di distanza dalla frode: dai Panama Papers fino al Troika Laundromat. Come la Eviac Holding e i soldi che per una volta fanno il percorso inverso e dall’Italia vanno in Belize per comprare forse una casa in Russia.

Le società dello schema Magnitsky in Italia  – Foto: La Stampa

Il contratto per la casa

A supporto, per così dire, dei due bonifici di D. K. c’è un contratto per l’acquisto di un appartamento di 62,8 metri quadri alla periferia di Mosca. È in inglese, occupa una pagina e mezzo e contiene palesi errori: gli indirizzi di compratore e venditore sono invertiti, per dire. In tutto questo D. K. non è mai risultato domiciliato in Italia. I documenti di un’altra società italiana della quale è stato socio dal 2008 al 2012 lo danno sempre residente allo stesso indirizzo di Mosca.

Cose che potevano capitare, in quegli anni. Le norme antiriciclaggio erano meno stringenti e anche l’attenzione di banchieri e bancari agli aspetti reputazionali: «Oggi non sarebbe possibile», spiega una fonte del settore. Anche se il meccanismo delle segnalazioni automatiche esiste dal 2007 e una operazione così qualche sospetto doveva farlo sorgere. Unicredit, contattata, non ha commentato.

Fatto sta che dalle holding offshore legate al caso Magnitsky arrivano in Italia quasi 90 milioni di euro. Non è possibile dire con certezza che questi soldi siano tutti provenienti dalla vicenda denunciata da Browder. Le strutture societarie dello schema Troika potrebbero essere state infatti utilizzate da più «clienti». Ma sui 230 milioni della frode fa un bell’effetto.

I «corrispondenti»

Almeno una parte di questi soldi, secondo i documenti delle transazioni esaminati da La Stampa e Irpi, prima di arrivare in Italia sono transitati dai conti di Commerzbank, l’istituto tedesco che dovrebbe fondersi con Deutsche Bank ma che, secondo il Financial Times, potrebbe interessare anche a Unicredit e che proprio per il suo ruolo di banca corrispondente di Ukio – ovvero uno degli istituti che si occupava di compensare le transazioni in euro prima dell’ingresso della lituania nell’eurozona – è finita nuovamente nella bufera. Così come Deutsche Bank: un rapporto interno rivelato dal Guardian nei giorni scorsi dedicato proprio al caso Laundormat cita proprio il ruolo di banca corrispondente di Ukio tra i rischi per l’istituto da questa vicenda.

In una serie di transazioni verso l’Italia visionate da La Stampa, la banca di corrispondenza di Ukio Bankas verso l’Italia è Ubi Banca. «L’attività a sostegno delle imprese esportatrici ci porta ad avere rapporti di corrispondenza con banche presenti in tutto il mondo, in questo ambito Ubi era controparte di Ukio Bankas la quale deteneva un conto in euro presso di noi – replica Ubi alle richieste de La Stampa sui rapporti con l’istituto lituano chiuso nel 2013 -. Nella valutazione di operazioni e controparti Ubi si attiene alle più stringenti procedure di osservanza delle norme di antiriciclaggio in vigore in Italia e a livello internazionale».

Lo shopping

Fatto sta che da Ukio e dalle banche corrispondenti questi 90 milioni finiscono un po’ dappertutto, attraverso almeno dieci diverse società. Una delle holding, la Venta Production, pare specializzata nella bella vita. Spende un totale di 375 mila euro che vanno per il noleggio di un’elicottero da una società napoletana (10.500 euro), per il Capodanno in un albergo di lusso in Toscana (25 mila euro per due settimane) o per le vacanze estive in Sardegna. Ventiquattromila euro vanno alla Mac Events srl, che curava l’organizzazione della Mille Miglia storica fino al 2012. Zarina Group spende invece in un’altra delle eccellenze italiche, il comparto della meccanica: macchinari per l’industria e componenti o pezzi di ricambio. Con l’importante eccezione di 200 mila euro relativi ad una tranche di pagamento per uno yacht dei cantieri Mondomarine di Savona. Il pagamento più elevato – 208 mila euro – lo riceve nel 2010 una società di consulenza per design di interni di Gorizia.

Danske Bank nella bufera per l’inchiesta sul riciclaggio

14 Luglio 2018 | di Lorenzo Bodrero

Il più grande gruppo bancario danese, Danske Bank, è al centro di una bufera internazionale perché avrebbe riciclato 8 miliardi di euro tra il 2007 e il 2015. L’accusa è mossa dal quotidiano Berlingske, autore dello scoop, secondo il quale la filiale estone del colosso bancario danese avrebbe effettuato transazioni provenienti da Russia, Azerbaigian e Moldavia «che indicano chiaramente la presenza di riciclaggio». L’origine del denaro sarebbe da ricercarsi tra oligarchi e politici russi, funzionari dell’Fsb (i servizi russi) e famigliari del presidente della Russia, Vladimir Putin.

Tra i correntisti il cugino di Putin

Era il 2013 quando un dirigente della Danske Bank inviò un report dettagliato al direttivo del gruppo in cui segnalava «sospetti movimenti bancari» a opera di una «società altrettanto sospetta» dietro cui si celavano «famigliari di Putin e membri dell’Fsb». Quella relazione ha visto la luce solo nel 2017 quando il quotidiano Berlingske ne è entrato in possesso. In quel frangente si è scoperto che il colosso bancario danese aveva atteso quattro anni prima di avviare un’indagine interna. L’inchiesta del giornale riporta a galla recenti scandali internazionali in cui l’istituto di credito sembra avere un ruolo determinante e che coinvolgono l’Azerbaigian, la Russia e anche l’Italia.

Il report si concentra sulle attività della società britannica Lantana Trade LLP. Nonostante fosse registrata come inattiva e il bilancio aziendale mostrasse fatturati estremamente bassi, il flusso di denaro giornaliero risultava particolarmente corposo con bonifici in entrata e in uscita di una ventina di società con conti registrati nella filiale estone della Danske Bank. La relazione ammoniva inoltre sulla «scarsità di informazioni riguardo i reali beneficiari dei bonifici». Tra i correntisti, secondo il report, figurava Igor Putin, politico e cugino di Vladimir e già al centro di un complesso sistema di riciclaggio di denaro rivelato nel 2014 dall’Organized Crime and Corruption Reporting Project.

Alcune delle 20 società individuate sarebbero già state al centro di un altro scandalo di riciclaggio che lo scorso anno ha portato il colosso tedesco Deutsche Bank a pagare una multa di 630 milioni di dollari per aver trasferito illecitamente circa 10 miliardi di dollari provenienti da entità russe verso conti registrati in Estonia, Lettonia e Cipro. Anche in quel frangente, secondo il New Yorker, tra i beneficiari vi erano Igor Putin e funzionari dei servizi segreti russi.

I precedenti della Danske Bank

La banca danese non è nuova a episodi poco trasparenti. L’ex parlamentare Udc nonché rappresentante italiano al Consiglio d’Europa, Luca Volontè, è stato assolto lo scorso febbraio dall’accusa di riciclaggio. I magistrati milanesi lo accusavano di aver intascato tangenti per oltre 2 milioni di euro dal governo dell’Azerbaigian. In cambio avrebbe dovuto votare contro la condanna del Consiglio nei confronti del regime di Baku accusato di brogli elettorali, abusi contro prigionieri politici e incarcerazione di giornalisti scomodi. Secondo i pm, i bonifici in uscita dall’Azerbaigian e diretti a Volontè, 20 in totale e sempre superiori a 130 mila euro ciascuno, transitavano dall’Europa per dar loro così un più affidabile marchio europeo. Tra gli istituti a fare da snodo c’era proprio la filiale estone della Danske Bank.

Nel gennaio 2013 il Consiglio d’Europa ha votato a contro le sanzioni all’Azerbaigian, alimentando polemiche ma soprattutto sospetti. L’assoluzione di Volontè, come ha scritto l’Espresso, è stata motivata per inviolabilità dell’immunità parlamentare all’epoca dei fatti. Rimane invece ancora in piedi l’accusa di corruzione, motivo per cui la scorsa settimana il Consiglio ha espulso dall’assemblea Volontè – e altri 12 parlamentari – per «essersi intrattenuto in attività di natura corruttiva».

La rete con l’Azerbaijan

Il Paese caucasico e la filiale in Estonia della Danske Bank sembrano quindi aver intrattenuto rapporti fittissimi. «Le osservazioni più preoccupanti», spiega a L43 Elena Gerebizza, cofondatrice e ricercatrice dell’associazione Re:Common, «da un lato sono che alcuni dei beneficiari dei bonifici erano parlamentari di vari Paesi europei o ufficiali pubblici, come per esempio il direttore esecutivo bulgaro della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo, una delle banche pubbliche che ha elargito prestiti per centinaia di milioni al gasdotto TAP e alle altre sezioni del Corridoio sud del gas, opera in cui l’Azerbaigian ha un interesse determinante. L’altro elemento», continua Gerebizza, «è che una parte dei soldi versati nelle società offshore, e transitati attraverso la filiale estone di Danske Bank, proviene dalla International Bank of Azerbaigian, la principale banca di sviluppo pubblica del Paese».

Secondo il Berlingske, gran parte delle società coinvolte nel caso della Danske Bank sarebbero le stesse individuate nel 2008 da Sergei Magnitsky. Dieci anni fa, l’avvocato russo aveva scoperto una grossa frode ai danni del fondo Hermitage Capital da parte del Cremlino. Il governo russo, sosteneva l’avvocato, si era valso di false documentazioni per estorcere imposte per 180 milioni di euro al fondo americano. Venne arrestato lo stesso anno e pochi giorni prima della scadenza del periodo massimo di detenzione preventiva (365 giorni) e della sua testimonianza in tribunale morì in circostanze poco chiare nel carcere Butyrka di Mosca. Da lui prende il nome il Magnitsky Act, il provvedimento firmato dall’amministrazione Obama contro imprenditori e politici russi.

Un anno fa il quotidiano Berlingske stimava in circa 3 miliardi di euro l’ammontare del denaro riciclato dalla Danske Bank. Lo scorso 6 luglio, il giornale danese ha rincarato la dose. Dall’esame di nuovi documenti bancari sono emersi ulteriori 4 miliardi di euro che mostrano evidenti segni di riciclaggio, per un totale di oltre 7 miliardi di euro. Le autorità danesi indagano e se i sospetti fossero fondati si tratterebbe di uno dei più grandi casi di riciclaggio da parte di grossi istituti bancari, insieme a quelli che hanno coinvolto, tra gli altri, BNP Paribas (2014), HSBC (2012) e Standard Chartered (metà anni 2000).

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