“SheCession”: la recessione è (ancora) donna

21 Dicembre 2021 | di Francesca M. Chiamenti

Siamo in piena Shecession. A differenza infatti della recessione che nel 2008 ha visto protagonisti gli uomini a causa della brusca perdita di posti di lavoro nei settori nell’edilizia e nell’industria manifatturiera (la Hecession o Mancession appunto), quella che il mondo sta vivendo ora è una crisi a dominanza femminile (da qui il termine she-cession, dove in inglese “she” corrisponde alla terza persona singolare femminile) dovuta in gran parte agli effetti sociali ed economici della pandemia globale da Coronavirus. Di sicuro c’è che la pandemia ha peggiorato sensibilmente le condizioni economiche delle lavoratrici di tutto il mondo. Ma la retorica sul fatto che ciò dipenda solo ed esclusivamente dal “fattore Covid” è un castello di carte che fatica a stare in piedi, e a dirlo sono prima di tutto i dati.

Nonostante infatti una leggera ripresa del tasso di occupazione nel 2021 dovuta all’allentamento delle restrizioni dovute al Covid – ripresa però che ha coinvolto entrambi i sessi, non solo quello femminile – le donne lavoratrici restano comunque sempre un passo più indietro. Secondo il report dell’Istat in collaborazione con il Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Inps, Inail e Anpal dal titolo Il mercato del lavoro. Una lettura integrata (II trimestre 2021) sono il 67,% gli occupati uomini mentre solo il 49,3% le donne. Ed è anche l’Organizzazione Internazionale del Lavoro ad evidenziare, in occasione della prima Giornata internazionale per la parità di retribuzione, come il gender pay gap, cioè la differenza salariale tra donne e uomini, sia una delle maggiori ingiustizie dell’attuale mercato del lavoro.

Donne & uomini

Il tasso di occupazione in Italia negli uomini e nelle donne tra il 2004 e il 2021, riferito al mese di gennaio di ciascun anno

Scrive infatti: «In Italia, il gap salariale di genere si attesta al 12 per cento, soprattutto a causa del minor accesso delle donne a posizioni apicali, la maggiore diffusione del part-time involontario, così come la discontinuità delle carriere professionali. Il part-time involontario, per esempio, ha un’incidenza sulle donne che è quattro volte superiore rispetto agli uomini. Questi – si legge nel report – sono alcuni dei fattori che “spiegano” la componente del divario retributivo di genere. Vi è tuttavia una componente “non spiegabile” che potrebbe mascherare situazioni di discriminazione di genere nell’impiego e nelle professioni».

Anche, ma non solo Covid

La pandemia ha notevolmente allargato la forbice tra occupazione femminile e maschile. Come ci racconta infatti la panoramica nazionale dell’Istat contenuta del documento Il mercato del lavoro 2020. Una lettura integrata, i tasti dolenti che hanno riguardato le lavoratrici italiane sono stati cinque. In primis la percentuale di donne che nel 2020 ha perso il lavoro è stata doppia rispetto a quella degli uomini (-1,3% di tasso di occupazione delle donne contro il -0,7% degli uomini). Secondo punto, tristemente prevedibile, è che il gender gap a livello lavorativo che si era palesato durante il lockdown non è stato colmato. Anzi: secondo le indagini Istat infatti, nel terzo trimestre del 2020 il tasso di disoccupazione femminile era dell’11% (registrando un +1,3% rispetto al 2019) contro il 9% maschile.

Terzo punto. A un calo della curva pandemica non è poi equivalso un sano reintegro della forza lavoro femminile. Solo il 42,2% dei 67 mila lavoratori che hanno fatto di nuovo ingresso nel mercato del lavoro dopo una precedente perdita dell’impiego era donna. Quarto elemento individuato dall’analisi è che anche le nuove assunzioni hanno penalizzato la parte femminile della popolazione. «Considerando i primi nove mesi dell’anno rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, si registra un calo del 26,1% delle nuove assunzioni che hanno riguardato le donne a fronte della diminuzione del 20,7% dei contratti attivati per gli uomini», si legge nel report. Trend che si è mantenuto più o meno stabile per tutto il 2020. E queste assunzioni le donne, infine, le hanno dovute sudare di più anche in relazione al tempo impiegato per trovare lavoro: 100 giorni in media, tre mesi (21 giorni in più rispetto al 2019). Per gli uomini invece la media è di 76 giorni.

L’eterno fanalino europeo

Ampliamo però ora lo sguardo e spostiamoci in zona Europa perché l’Italia anche qui, nel confronto con gli altri ventisei Paesi, è riuscita a catalizzare l’attenzione su di sé. In negativo, di nuovo. Secondo i dati del rapporto Gender Equality Index 2021 riferiti all’Italia, infatti, con 63,8 punti su 100, il nostro Paese si posiziona al 14° posto nell’indice europeo di parità di genere. Il suo punteggio è di 4,2 punti al di sotto del punteggio dell’Ue. Come si legge nel report, che addolcisce nei modi linguistici una situazione decisamente critica: «Le prestazioni dell’Italia potrebbero essere notevolmente migliorate nel campo del lavoro, in cui ottiene 63,7 punti e si colloca costantemente all’ultimo posto tra tutti gli Stati membri dell’Ue. L’Italia è la più lontana dalla parità di genere nel sottodominio della partecipazione al lavoro, classificandosi 27° con un punteggio di 69,1 punti».

Per quanto riguarda la partecipazione al mondo del lavoro, l’Italia registra un tasso di occupazione a tempo pieno pari al 31% per quanto riguarda le lavoratrici e del 52% per i lavoratori. La media europea è invece del 41% per le donne e del 57% per gli uomini. E alle donne italiane non va meglio nemmeno in termini di durata della vita lavorativa che si registra sui 27 anni a fronte dei 36 degli uomini (in Europa si parla invece di 33 anni per le donne e 38 per gli uomini). Spostandosi poi in ambito retribuzioni le cose non sembrano migliorare. Il guadagno medio mensile (in standard di potere di acquisto) di una lavoratrice italiana è di 2.201 euro mentre quello di un lavoratore è 2.620 euro (in Europa le stime sono 2333 per le donne e 2819 per gli uomini). E a non migliorare è anche la situazione in relazione alla tipologia e libertà di movimento e crescita occupazionale offerta alle lavoratrici italiane in confronto a quelle europee.

In materia di “Segregazione nell’occupazione” – ovvero il fenomeno per cui alle donne è associata una gamma più ristretta di occupazioni rispetto agli uomini (chiamato segregazione orizzontale) e spesso legate anche a livelli di responsabilità più bassi (segregazione verticale) – i valori italiani sono rispettivamente del 26% per le donne e del 7% per gli uomini, mentre in Europa la media è del 31% per le donne e dell’8% per gli uomini. Così come per l’“Indice sulle prospettive di carriera” che segna un 52% per le lavoratrici italiane e un 56% per i lavoratori (63% e 64% le rispettive percentuali europee).

Forzatamente wonder women

Altra questione spinosa che ruota attorno alla galassia del lavoro femminile e al gender gap che lo caratterizza è inoltre quella del lavoro di cura non retribuito. Retaggio di una società che ancora non riesce a scrollarsi di dosso l’assunto per cui è compito della donna assolvere compiti di cura familiare e domestico, questo elemento finisce con il tramutarsi in un ulteriore impedimento nella già difficile corsa ad ostacoli per l’occupazione femminile. E a documentarlo è anche il Gender Equality Index 2021 che riporta come le donne italiane impegnate nell’assistenza dei figli, dei nipoti, degli anziani o delle persone con disabilità sono il 34% rispetto al 24% degli uomini; in una panoramica più ampia sono il 38% le donne che svolgono mansioni di cura non retribuita a livello europeo contro il 25% della controparte maschile. Stessa sorte nell’ambito di “Cucina e/o lavori domestici quotidiani” che vede l’80% dello svolgimento al femminile contro il 20% maschile.

Ma non andava meglio nemmeno l’anno precedente. Anzi. Il 2020, l’“anno del Covid” ha segnato una brusca frenata all’occupazione femminile che non solo ha visto uno stop forzato, come d’altronde anche quella maschile, ma ha anche perso un po’ di quelle “conquiste” raggiunte in tempi pre pandemici. Secondo analisi Istat, tenendo in considerazione la platea di donne lavoratrici tra i 25 e i 49 anni, «nel secondo trimestre 2020, il tasso di occupazione passa dal 71,9% per le donne senza figli al 53,4% per quelle che ne hanno almeno uno di età inferiore ai 6 anni». In maggiore difficoltà erano però le donne con figli piccoli soprattutto nel Mezzogiorno, dove ad avere un’occupazione è il 34,1% delle donne, contro il 60,8% del Centro e il 64,3% del Nord. E a voler tornare ancora indietro al 2019, prima del grande stop causa pandemia, stime Censis – contenute nel documento già citato – indicavano come una donna occupata su tre (il 32,4%, più di 3 milioni di lavoratrici) ha un impiego part-time, contro l’8,5% maschile.

Inoltre, si legge, «lungi dal rappresentare una forma di emancipazione e una libera scelta, il lavoro a tempo parziale è subito per mancanza di alternative da circa 2 milioni di lavoratrici (è involontario per il 60,2% delle donne che hanno un impiego part-time). Del resto, il 63,5% degli italiani riconosce che a volte può essere necessario o opportuno che una donna sacrifichi parte del suo tempo libero o della sua carriera per dedicarsi alla famiglia». Ma quante erano le donne lavoratrici italiane? Secondo il Censis quasi 6 milioni le lavoratrici con figli minori, di cui 2,4 milioni sono capofamiglia e 2 milioni hanno almeno tre figli minori. Tra le donne occupate con almeno tre figli inoltre «quasi 1,3 milioni (il 63,5%) lavora a tempo pieno e 171.000 (l’8,5% del totale delle occupate) sono dirigenti, quadri o imprenditrici».

Anche nel 2018, inoltre, le lavoratrici italiane continuavano a portare avanti, senza troppe libertà di scelta, la pratica per cui toccava loro modificare la propria attività lavorativa per combinare il lavoro retribuito con lavoro di cura non retribuito, esempio le esigenze di cura dei figli. Precisamente il 38,3% delle madri occupate (oltre un milione) contro poco più di mezzo milione di padri, l’11,9%.

Nodo pensioni

L’occupazione è un tasto dolente, ma non va diversamente nemmeno guardando alle pensioni. Anche in questo ambito le donne italiane non sono per nulla immerse in un humus politico-economico favorevole. Secondo il documento Quei 16 milioni di pensionati in Italia pubblicato dall’Istat il 2 marzo 2021, «le donne, nel complesso, sono oltre la metà di coloro che percepiscono una pensione, ma in termini economici ricevono poco meno del 44% del totale della cifra erogata». Disparità questa che l’Istat descrive come causa di un pericoloso mix di: tasso di occupazione inferiore rispetto agli uomini, carriere più brevi e discontinue, salari mediamente più bassi che equivalgono ad assegni pensionistici più modesti.

Alta invece la percentuale delle pensioni di reversibilità erogate alle donne italiane, il 90%, conseguenza della loro maggiore longevità. Ma il malessere in tema pensionistico ce lo tiriamo dietro da anni. Secondo il report pubblicato a novembre 2019 dal Censis Donne: lontane dagli uomini e lontane dall’Europa, il gender gap nel lavoro già nel 2017 il gap salariale per genere in questo ambito stimava a 5 milioni le donne che percepivano una pensione (con un importo medio annuo di 17.560 euro) mentre a 6 milioni gli uomini (con importo di 23.975 euro).

E tornando a oggi? Come è valso per l’anno scorso, anche per il prossimo anno il Governo ha deciso di riconfermare Opzione donna, ovvero la possibilità di pensionamento a 58 anni per le lavoratrici dipendenti e 59 anni per le autonome (sommati ad almeno 35 anni di contributi). Diversi però i giudizi non pienamente soddisfatti, con molte voci hanno lamentato dapprima un innalzamento di due anni per i requisiti di accesso al pensionamento e in seguito un ritorno a ciò che essenzialmente era già stato concesso in precedenza. Senza contare che, costrette in molti casi a lavorare part-time per adeguarsi alle esigenze di cura familiare, le lavoratrici finiscono per percepire somme pensionistiche nettamente inferiori dei lavoratori uomini.

Imprenditoria femminile: tra piccoli rilanci e soffitti di cristallo

Ambito che invece sembra riservare una recente controtendenza è quello dell’imprenditoria. Come consolidato dalle ultime stime italiane ed europee, quello dell’imprenditoria sembra essere l’unico settore in cui l’occupazione italiana intravede un rialzo. E di conseguenza anche l’imprenditoria femminile. Secondo il Rapporto imprenditoria femminile 2020 realizzato da Unioncamere in collaborazione con Si.Camera sono 1 milione e 340 mila le imprese femminili in territorio nazionale, il 22,0% del totale.

«Si tratta – si legge nel report – di una imprenditoria, a confronto con quella non femminile, prevalentemente più piccola di dimensione, più presente nel Mezzogiorno, più giovane, guardando sia agli imprenditori under 35 sia all’età dell’impresa. I settori a maggior presenza di donne sono quelli legati al Wellness, Sanità e assistenza sociale, manifattura, Moda, Istruzione e Turismo&Cultura, mentre dal punto di vista geografico le regioni più femminili sono Molise, Basilicata e Abruzzo per il Mezzogiorno, Umbria, Toscana e Marche per il Centro, e Valle d’Aosta per il Nord».

Imprese che contano circa 75,297 addetti. Ma che strutture hanno, a proposito di addetti, queste imprese femminile? Secondo i dati di Unioncamere riferiti al 2019, le imprese con a capo una donna composte da 0-9 addetti sono il 96,5% (94,5% quelle a guida maschile) e i settori in cui si sviluppano maggiormente sono Servizi finanziari e assicurativi (99,6%), Attività di servizi alla persona (99,3%), Agricoltura, silvicoltura e pesca (99,1%), Commercio (98,4%), Altri servizi 98,3%, Attività professionali, scientifiche e tecniche (97,9%). Le imprese femminili individuali vedono invece uno stacco maggiore rispetto a quelle maschili: 62,3% le prime, 48,7% le seconde.

Italia fanalino di coda

Il tasso della partecipazione femminile al lavoro nei Paesi dell’Unione europea

Nonostante la crescita registrata nell’ultimo anno dall’imprenditoria a guida femminile, a pesare sul futuro lavorativo delle donne italiane vi è – sempre e comunque – il fenomeno del cosiddetto “soffitto di cristallo”, che metaforicamente sta a indicare quel limite oltre il quale una lavoratrice non può spingere la propria carriera. Un limite trasparente che rende il gender gap negli ambienti di lavoro perfettamente limpido, cristallino, sotto gli occhi di tutti ma che nonostante ciò continua a essere alimentato.

«Le donne – ribadisce in un comunicato Antonella Giachetti, presidente Aidda (Associazione Imprenditrici e Donne Dirigenti d’Azienda) – si trovavano rispetto agli uomini in posizioni lavorative più fragili (posizioni meno decisive e meno indispensabili per l’impresa) e quindi più facilmente “eliminabili”, poi sicuramente ha giocato un ruolo importante il maggior bisogno di cura avvertito nella famiglia (per tutte le problematiche connesse alle restrizioni pandemiche) che ha fatto sì che nella famiglia chi si è ritirato dal lavoro fossero prevalentemente le donne e non gli uomini, infine sono stati proprio i settori a maggior vocazione di occupazione femminile (turismo, ospitalità, artigianato) ad essere più colpiti dalla crisi pandemica».

In merito alla questione “imprenditoria femminile” qualche movimento sembra esserci stato. Lo scorso 2 ottobre infatti è stato varato dal ministro dello Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti il decreto sul Fondo impresa Donna che ha sbloccato il finanziamento di 40 milioni di euro. Aggiungendosi ai promessi 400 milioni delle risorse del PNRR, questa misura ha l’intento di incentivare e fornire supporto economico per l’avvio di nuova attività a guida femminile, con un particolare focus sui progetti con contenuti innovativi.

Gli aiuti economici per eliminare il gender gap nel mondo del lavoro sono misure necessarie e imprescindibili ma, come puntualizza la direttrice dell’Istat Linda Laura Sabbadini intervenuta in un evento organizzato da Aidda, «bisogna fare i conti con la resistenza culturale che esiste, in particolare, nel nostro Paese. Dobbiamo sapere ad esempio che al sud più del 60% delle donne laureate lavora, contro poco più del 20% di chi ha la licenza media. Dobbiamo abbattere questi stereotipi culturali, spesso inconsapevoli, investendo sulle persone fin da bambini, con una formazione continua. Dobbiamo dire basta ai libri di testo dove le donne sono rappresentate come casalinghe e gli uomini come dei capi. Serve una rivoluzione culturale».

Foto: HollyHarry/Shutterstock | Infografiche: Lorenzo Bodrero | Editing: Luca Rinaldi

Braccianti italiani, le conseguenze del «ritorno all’agricoltura»

#InvisibleWorkers

Braccianti italiani, le conseguenze del «ritorno all’agricoltura»

Matteo Civillini

Sembrava che quest’anno la frutta e la verdura dovessero restare a marcire nei campi, senza che nessuno le raccogliesse, a causa della chiusura delle frontiere provocata dal Covid. Così, tra le tante iniziative per scongiurare il pericolo, in aprile è stato aperto Jobs in country, un portale promosso da Coldiretti con l’obiettivo di raccogliere domanda e offerta per portare soprattutto italiani a lavorare nei campi e risolvere la carenza di manodopera dovuta all’emergenza coronavirus. La nota dell’associazione di categoria del 15 aprile diceva che erano già arrivate 1.500 candidature «di italiani con le più diverse esperienze – spiegava Coldiretti – dagli studenti universitari ai pensionati fino ai cassaintegrati, ma non mancano neppure operai, blogger, responsabili marketing e tanti addetti del settore turistico in crisi secondo Istat, desiderosi di dare una mano agli agricoltori in difficoltà e salvare i raccolti. L’aspetto del ritorno degli italiani nei campi era molto enfatizzato, come un elemento di discontinuità rispetto al passato.

A leggere i numeri, però, questo aspetto è più che altro retorica, così come lo era il rischio di buttare i raccolti. Come in altri ambiti, anche per il settore dei braccianti l’emergenza sanitaria non ha fatto altro che acuire fenomeni già esistenti, in particolare di precarizzazione del lavoro. Il fatto che, a coprire la manodopera straniera che avrebbe dovuto fare ingresso in Italia tramite Decreto Flussi, siano stati gli italiani, ha permesso di rendere più visibili alcune condizioni di lavoro: accettabili se si rischia il rimpatrio, altrimenti più difficili da mandare giù.

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Invisible Workers è la serie di inchieste coordinata da Lighthouse Reports che indaga sulle male pratiche, del tutto o in parte legali, che girano attorno al sistema dei lavoro in agricoltura, in Italia e in Europa.

I dati del 2019

IrpiMedia ha ottenuto dalla Uila, la sezione della Uil che si occupa di agricoltura, i dati dei braccianti a contratto nella scorsa campagna di raccolta di frutta e verdura, in tutto 955.239 persone. Il 63% circa sono italiani. Il dato non vale però per il Nord Italia, dove invece gli stranieri rappresentano il 55% della forza lavoro. «Questo dato è importante perché evidenzia come l’agricoltura sia un’attività che interessa in primo luogo gli italiani che, malgrado la difficoltà e la durezza del lavoro e la sua precarietà, lo considerano ancora una importante fonte di reddito», commenta a IrpiMedia Giorgio Carra, segretario nazionale Uila.

«È nel “lavoro grigio” che si nascondono elusione ed evasione contributiva e forse retributiva»

Giorgio Carra

Segretario nazionale Uila

Al di là dei ghetti tristemente noti come quelli della Piana di Gioia Tauro o del foggiano o in qualche altro contesto del Meridione, dove il lavoro è nero e la filiera è dominata dal caporalato, secondo Uila tra i principali problemi del settore agricolo c’è il “lavoro grigio”. È qui «dove maggiormente si nascondono elusione ed evasione contributiva e forse retributiva, dove andrebbero intensificati i controlli non solo delle forze dell’ordine a seguito di denunce o indagini particolari ma degli organi istituzionalmente preposti alla verifica della regolarità dei rapporti di lavoro», aggiunge Carra.

Un esempio riguarda la questione delle ore lavorate: dai dati Uila risulta che 140 mila braccianti risultano aver lavorato meno di 10 giornate all’anno. È un dato enorme, pari al 15% del totale. Per la maggior parte si tratta di italiani (60,6%) e il fenomeno è più marcato al nord (20,6%) che al sud (10,6%). È un dato reale o è frutto di un’elusione contributiva con l’obiettivo contenere i costi? Il dubbio c’è e diventa più tenendo conto del fatto che solo 320 mila lavoratori, un terzo del totale, raggiunge le 51 giornate di lavoro previste per accedere alle tutele previdenziali e assistenziali. Di questi, il 53% sono italiani, in maggioranza (50,6%) al Nord Italia. La Uila sottolinea tuttavia come rispetto al 2014 sia cresciuto il numero di lavoratori e di giornate pro capite, due dati che fanno pensare a una riduzione, seppur ancora insufficiente, del grigio.

Con il 2020, almeno a leggere le analisi a caldo delle associazioni di categoria, gli italiani impiegati nel settore agricolo dovrebbero essere aumentati. In alcuni casi, proprio il fatto che a lavorare ci fossero persone che non rischiavano di essere espulse nel caso in cui avessero perso il lavoro, sono emerse situazioni che dimostrano la precarietà endemica – tuttavia legale – che divora il settore. Come dimostra un episodio accaduto nel bolognese.

Il lavoro tramite agenzia interinale

A metà giugno, l’Unione sindacale di base (Usb) Lavoro agricolo ha pubblicato sul proprio sito la lettera di «alcuni lavoratori» impiegati da un’azienda di raccolta ciliegie del bolognese, la Selva Maggiore di Pianoro. Denunciano di essere stati assunti con la promessa di lavoro per almeno un mese, per poi, invece, finire alla porta dopo pochi giorni senza una chiara motivazione.

Grazia e Giulio Romagnoli siedono sia nel consiglio d’amministrazione di Selva Maggiore, sia in quello di Romagnoli Fratelli spa, leader italiano nella coltivazione di patate con un fatturato annuo di circa 33 milioni di euro. Giulio Romagnoli, ex patron della Fortitudo Bologna, una delle due squadre di basket del capoluogo emiliano, è stato coinvolto con la sorella nel cosiddetto “Patata gate”. Ovvero, una presunta truffa alimentare che sarebbe consistita nella vendita di tuberi stranieri spacciati per italiani, con conseguente aumento dei margini di guadagno. Giudicata con il rito abbreviato nell’ottobre 2019, Grazia Romagnoli è stata condannata a 10 mesi di reclusione (con pena sospesa) per corruzione tra privati. Il fratello Giulio è stato invece rinviato a giudizio nel processo ordinario. A una richiesta di commento, Selva Maggiore ha precisato tuttavia che «non vi è nessun legame tra “Selva Maggiore” e quanto oggetto del procedimento, fatti già ampiamente ridimensionati in sede di udienza preliminare e non ancora giudicati in via definitiva».

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Dal Punjab a Latina, pagare per diventare schiavo

Come, attraverso i debiti, una rete di intermediari che collega l’India all’agro pontino tiene sotto ricatto migliaia di lavoratori indiani, sfruttati in uno dei maggiori distretti ortofrutticoli d’Europa

Secondo quanto risulta al sindacato, per la sua manodopera, fino all’anno scorso, Selva Maggiore faceva affidamento principalmente su stagionali rumeni e nigeriani, che durante il periodo della raccolta alloggiavano in azienda. «Tutti regolarmente inquadrati secondo le norme vigenti e retribuiti secondo le tariffe in vigore in Italia», sottolinea Selva Maggiore. Quest’anno, però, la pandemia ha bloccato le frontiere e l’ha portata ad attingere al canale delle agenzie interinali. Se per loro il lavoro a chiamata era comunque un buon affare perché permetteva di mantenere un titolo per restare in Italia, con gli italiani questo benefit non ha più alcun appeal.

Dal sito della Openjobmetis di Imola, circa una quindicina di persone ha trovato posto come «addetti alla raccolta ciliegie». L’annuncio diceva come tempo d’impiego «da inizio Giugno a metà luglio circa (con possibilità di proroga)». «L’impegno richiesto era di 35-40 giornate di lavoro, 39 ore a settimana, più eventuali proroghe», scrivono i lavoratori nella lettera pubblicata sul sito della Usb. La paga prevista è 7,56 euro l’ora, in pieno rispetto del contratto nazionale.

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Eugenio e Alberto

Eugenio e Alberto sono due dei braccianti che hanno risposto all’annuncio. Il primo, giovane precario di Bologna, già in passato ha fatto «lavoretti» nell’agricoltura. Il secondo è un chitarrista di flamenco, regolarmente in Italia da 15 anni: il Covid ha cancellato tutte le sue date e – di conseguenza – ogni sua fonte di reddito. Entrambi hanno bisogno di lavorare e Selva Maggiore sembra il posto giusto.

«Dopo una prima selezione presso l’agenzia, la società ci convoca per un colloquio formale con la dirigenza», ricorda Eugenio. «In quella sede ci ribadiscono chiaramente di aver bisogno un impegno per almeno 35/40 giornate, più una possibile proroga, e ci chiedono massima serietà».

L’offerta dell’agenzia di lavoro interinale

Sia Eugenio sia Alberto ricevono un’offerta di lavoro e la chiamata nell’ufficio dell’agenzia per la firma del contratto. È qui che trovano la prima spiacevole sorpresa. Invece di un contratto per l’intero periodo di lavoro, al gruppo di neo-raccoglitori di ciliegie viene presentato un accordo per i primi dieci giorni: un contratto di prova. «Ci dicono che questa è la prassi, il loro metodo per fare il periodo di prova, e che poi il contratto verrà rinnovato automaticamente», spiega Eugenio.

Il 25 maggio i lavoratori si presentano nella sede della Selva Maggiore per il primo giorno di lavoro. Vengono suddivisi in squadre da cinque componenti ciascuna e, dopo una breve spiegazione, si mettono all’opera per la raccolta dei frutti. Inizialmente il lavoro prosegue senza intoppi: «Ci avevano indicato un minimo giornaliero di casse che noi stavamo superando abbondantemente», ricorda Alberto, «il nostro responsabile diceva che eravamo i più produttivi».

Per approfondire

I lavoratori invisibili dell’agricoltura in Europa

I tre milioni di lavoratori stagionali dell’agricoltura in Europa tra sfruttamento, caporalato e irregolarità contrattuali

L’azienda, da parte sua, spiega di non aver violato alcuna legge e nega con forza che il lavoro si svolgesse in un clima di tensione. I sei braccianti che hanno smesso di lavorare avevano un contratto con l’agenzia interinale che scadeva il 3 giugno: «Tale contratto di somministrazione – si legge nella nota di replica che l’azienda ha mandato a IrpiMedia – è cessato senza che sia intervenuto alcun licenziamento o che la data coincidesse con la scadenza del periodo di prova pattuito con l’agenzia». Per quanto riguarda i dipendenti con un contratto a tempo determinato stipulato direttamente con l’azienda, nella risposta si legge che «come previsto dal contratto di lavoro agricolo di riferimento che prevede il carattere discontinuo e intermittente della prestazione» alcuni lavoratori «non sono stati in alcune occasioni convocati a causa di andamenti climatici avversi e andamento del raccolto inferiore alle attese».

Facendo i calcoli, se il netto per i lavoratori è di 7 euro all’ora, in una giornata piena di otto ore di lavoro, il guadagno è di 56 euro. Se tutte e dieci le giornate di prova fossero state tanto piene, il guadagno sarebbe stato di 560 euro. Poco per chi sperava di trovare un impiego per la stagione. Secondo quanto raccontano i lavoratori che hanno scritto all’Usb, intanto sarebbero stati impiegati nuovi lavoratori. In questo scenario, sempre secondo il sindacato, ci si troverebbe di fronte a una delle situazioni cui più lavoratori sono tenuti in prova con l’obiettivo di non far accumulare loro le giornate lavorative necessarie a raggiungere la quota per ricevere i contributi di disoccupazione. È il motivo di fondo per cui il sindacato si è scontrato con l’azienda, accettando di pubblicare la lettera degli ex dipendenti.

L’azienda spiega di non aver violato alcuna legge e nega con forza che il lavoro si svolgesse in un clima di tensione

Alberto ricorda con amarezza il momento in cui, senza preavviso, gli è stato detto che non c’era più bisogno di lui: «Questa decisione mi ha lasciato a terra, avevo accettato quel lavoro, rifiutando altre offerte, proprio perché mi avrebbe garantito uno stipendio per un mese e mezzo. Siamo stati trattati come numeri e non come persone», afferma. Al di là dell’aspetto legale, è fuori di dubbio che il lavoratore si aspettasse tutt’altro quando aveva risposto a quell’annuncio di lavoro.

«Ci risulta che ad alcuni lavoratori italiani assunti quest’anno per la prima volta l’azienda abbia detto “noi non siamo abituati a guardare a queste finezze, siamo abituati ad altro tipo di lavoratori”», prosegue il sindacalista dell’Usb, Federico Orlandini. «Questa situazione è migliore di tante altre, ma – conclude Orlandini mette comunque a nudo la precarietà di un settore selvaggio come l’agricoltura e come la retorica del “ritorno nei campi nel pieno rispetto dei diritti dei lavoratori’ sia falsa».

CREDITI

Autori

Matteo Civillini

In partnership con

Editing

Lorenzo Bagnoli

L’economia criminale del post-emergenza Covid-19

6 Aprile 2020 | di Luca Rinaldi

In piena crisi è necessario progettare ciò che verrà dopo. La pandemia da Covid-19 ora in atto avrà strascichi economici e sociali di enorme portata e si entrerà in una fase di crisi economica importante. Lo scorso 31 marzo l’Organizzazione delle Nazioni Unite (ONU) ha presentato il rapporto sugli impatti di lungo termine generati dall’emergenza Covid-19. Il prezzo in termini di vite umane è già altissimo e l’Onu chiede agli Stati membri «il massimo supporto finanziario e tecnico» per fasce più deboli della popolazione. Stando alle stime del Fondo Monetario Internazionale ci prepariamo a vivere una crisi peggiore di quella del 2008 e una mancata risposta coordinata porterebbe a un taglio del Pil globale del 10%.

Allo stesso modo l’Organizzazione mondiale del lavoro ha stimato una perdita di posti di lavoro compresa tra i 5 milioni (scenario a basso impatto) e i 25 milioni (scenario a impatto medio-alto), con un costo per l’economia globale di almeno 860 miliardi di dollari che potrebbe toccare quota 3.400 miliardi. La stessa organizzazione stima che tra 8,8 e 35 milioni di persone in più si troveranno in condizioni di povertà lavorativa (working poor) in tutto il mondo, rispetto alla stima di inizio anno che prevedeva un calo di 14 milioni nel 2020. Una situazione quella dei lavoratori in situazione di povertà acuita dalla continua deregolamentazione del mercato del lavoro che anche in Italia sta mostrando tutte le sue crepe.

Una simile situazione inevitabilmente impatterà in modo significativo anche in Europa e in Italia: se nel vecchio Continente la quota di persone in condizione di povertà lavorativa è fissata al 9,6%, l’Italia supera la media Ue attestandosi al 12%, preceduta solo da Grecia, Spagna e Romania, che tocca quota 17. Qui e sulla prevedibile contrazione del credito si giocano due partite fondamentali per la tutela dell’economia del Paese, che in periodi di crisi scatena l’appetito delle organizzazioni criminali, in particolare quelle mafiose che possono contare sulla scorta di liquidità derivante dai traffici illeciti e pronta per essere reinvestita in attività del tutto legali. Prevedibile che il settore della piccola e media impresa che popola il panorama italiano sia un bersaglio ancora più facile.
Parola chiave: Working poor

I working poor, o lavoratori in condizione di povertà, sono coloro che, pur avendo un’occupazione, si trovano a rischio di povertà e di esclusione sociale a causa del livello troppo basso del loro reddito, dell’incertezza sul lavoro, della scarsa crescita reale del livello retributivo. Il fenomeno, causato anche da una progressiva polarizzazione del mercato del lavoro, che non facilita la disponibilità occupazionale per le fasce medie di reddito. Per l’Eurostat, l’ufficio statistico europeo, una famiglia rientra fra i working poors se almeno un membro della stessa lavora e se il reddito complessivo familiare è circa al di sotto del 60% (ma la percentuale per alcuni può variare) del reddito mediano del paese.

Scenari simili del resto si sono palesati con le ondate della crisi che si sono fatte sentire maggiormente tra il 2008 e il 2012. Allora si osservò un peggioramento generale delle condizioni di accesso al credito da parte delle imprese, sia manifatturiere sia dei servizi, una picchiata sull’erogazione dei prestiti bancari e in parallelo una recrudescenza nello stesso periodo dei reati di usura ed estorsione. Le più penalizzate furono le imprese con meno di venti addetti e il settore della vendita al dettaglio.

Allo stesso modo con la crisi in arrivo e allo stabilizzarsi dei numeri del contagio organizzazioni mafiose con grandi liquidità, come lo è soprattutto la ‘ndrangheta, individueranno quei settori produttivi in cui immettere i propri capitali. Questo succederà nelle aree economicamente più fragili del Paese, ma sarà uno scenario a cui fare attenzione anche nelle regioni più produttive del nord, che sono state le più colpite dal contraccolpo della pandemia.

Qui si andrà oltre lo schema del prestito a usura che, come ha sottolineato alcuni giorni fa sul Fatto Quotidiano il procuratore aggiunto di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo, «continuerà a esistere solo quale reato tipico delle manifestazioni criminali meno ramificate ed evolute». Dunque la seconda fase di fatto setterà l’agenda criminale sul medio-lungo periodo toccando settori come il mercato immobiliare e la sanità arrivando a consolidare le proprie posizioni, ha sottolineato ancora Lombardo, anche all’interno del mercato creditizio e dei beni di prima necessità. Nei settori in cui arriveranno investimenti, finanziamenti a pioggia e appalti saranno necessarie regolamentazioni importanti anche per arginare i sistemi corruttivi. Tema ancora più caldo dal momento che si è destinati ad andare incontro a una stagione di appalti in deroga e non possono verificarsi situazioni come quelle dell’appalto Consip denunciata lo scorso 2 aprile da IrpiMedia.

«Molto dal punto di vista della liquidità delle mafie dipenderà dalla velocità con cui ripartiranno dopo il rallentamento i mercati illegali per poi fornire denaro a quelli legali»

Federico Varese, criminologo

«Molto dal punto di vista della liquidità delle mafie – spiega a IrpiMedia il criminologo dell’Università di Oxford Federico Varese – dipenderà dalla velocità con cui ripartiranno dopo il rallentamento i mercati illegali per poi fornire denaro a quelli legali: si guardi storicamente alle mosse della mafia italo-americana di Joe Bonanno dopo la crisi del 1929 il quale sospese la richiesta del pizzo per iniziare a erogare prestiti alle imprese a cui faceva estorsioni in precedenza».

Altri tempi, ma un modus operandi che nel tempo è diventato paradigma. La risposta dello Stato, delle banche e delle imprese al momento della ripresa dovrà dunque essere tempestiva e regolamentata anche se, afferma ancora Varese «ci saranno soprattutto piccole imprese che scontando irregolarità del passato avranno comunque difficoltà ad accedere al credito e si rivolgeranno ai mercati illegali. In questi contesti – ragiona Varese – le organizzazioni mafiose potrebbero anche non comparire tanto come fornitore di liquidità quanto come “garante” di chi presta denaro ma non necessariamente legato a famiglie mafiose. In questo modo la mafia entra in gioco come parte di un meccanismo e abilitata a usare la violenza». In sostanza un fornitore di servizi.

Il mercato dell’immobiliare, soprattutto se si verificheranno crolli nei prezzi, si consoliderà come uno dei settori prediletti per il riciclaggio, in particolare per mettere al sicuro il denaro. Qui non saranno solo le mafie a investire, ma anche e soprattutto attori come grandi fondi internazionali dove spesso è impossibile identificare il beneficiario effettivo.

Attenzione anche al cybercrime. Lo spostamento radicale di molte attività online sono un bersaglio ancora più interessante di quanto già non sia in questo momento per le organizzazioni criminali. Tra frodi e truffe «un mercato che crescerà in modo esponenziale in cui non saranno necessariamente le organizzazione mafiose “tipiche” a operare», sostiene Varese.

Infine la componente di consenso e ammortizzatore sociale delle organizzazioni criminali è l’aspetto più “di governo” dell’intera gestione del momento di crisi economica che ci apprestiamo a vivere. In prima istanza la categoria dei working poor sarà un grande bacino da cui pescare: dimenticata dalla politica è una categoria a cui le mafie guardano con interesse per guadagnare consenso. Ancora più interessante per le future economie criminali dal punto di vista politico saranno in particolare le aree di povertà estrema: «L’esempio dell’America Latina – specifica Varese – è in questo senso attinente. Lì le varie declinazioni criminali che siano gang, cartelli o mafie stanno offrendo sussidi di cibo e beni di prima necessità nelle favelas dove il governo non arriva».

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