L’organizzazione marittima dell’ONU sta facilitando i crimini nel Mediterraneo?

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L’organizzazione marittima dell’ONU sta facilitando i crimini nel Mediterraneo?
Ian Urbina
Joe Galvin
Le decine di migliaia di rifugiati che  attraversano il mar Mediterraneo ogni anno vengono catturati dalla Guardia costiera libica finanziata dall’Unione Europea e mandati in carceri violente dove omicidi, estorsioni e stupri sono frequenti. 

Uno dei motivi per cui la Guardia costiera è diventata così efficace nelle sue attività è dovuto al fatto che nel 2018 la Libia ha ampliato la zona di pattugliamento fino al mare aperto. Ricevendo il riconoscimento delle Nazioni Unite di una zona di ricerca e salvataggio in mare (Search and rescue region, Srr, in inglese, suddivisa in diverse zone Sar, Search and rescue, ndr), le autorità libiche hanno esteso la loro giurisdizione a quasi cento miglia al largo della costa libica in acque internazionali, a metà strada verso le coste italiane. 

La conseguenza del rafforzamento della Srr è che alle navi di soccorso umanitario come quelle di Medici Senza Frontiere viene impedito di raggiungere per primi i migranti per recuperarli e trasportarli in porti sicuri, che si trovano di solito in Europa. Al contrario, con l’aiuto di aerei e droni finanziati dall’Unione Europea che volano sopra le imbarcazioni dei migranti, la Guardia costiera libica li raggiunge più velocemente, riportandoli nelle prigioni in Libia, il paese dal quale i migranti sono appena fuggiti. 

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Mappa che indica le dimensioni della zona di soccorso della Libia riconosciuta dall’Imo – Foto: https://eu-libya.info/ 

L’IMO all’Europarlamento

Parlamentari e sostenitori del diritto umanitario stanno ponendo nuove richieste al Parlamento europeo e all’Organizzazione marittima internazionale (IMO), l’agenzia marittima delle Nazioni Unite che ha formalmente riconosciuto la zona di ricerca e salvataggio libica. I critici ritengono che la zona Sar libica violi la relativa convenzione delle Nazioni Unite e abbia aggravato le violazioni dei diritti umani e la violazione della legge di non respingimento (il principio di non-refoulement, ndr), secondo cui è vietato dirottare chi fugge in zone di guerra in altri luoghi dove è probabile che siano torturate o lese in altro modo 

Un gruppo di 18 europarlamentari ha scritto nel maggio 2021 al Parlamento europeo: «C’è l’intenzione di sospendere la registrazione della “zona di ricerca e salvataggio” libica presso l’Organizzazione marittima internazionale, in quanto non è conforme né alle norme internazionali né agli obblighi dei singoli Stati di rispettare il diritto d’asilo e il diritto del mare?» (qui la risposta del 2 agosto 2021).

Secondo la convenzione SAR delle Nazioni Unite del 1979, gli Stati possono istituire le proprie zone di ricerca e salvataggio in mare, a patto che siano rispettati certi obblighi. Per creare o espandere una zona di ricerca e salvataggio, un paese deve prima «stabilire centri di coordinamento dei soccorsi (Maritime rescue coordination center, Mrcc è la sigla in inglese più diffusa per identificarli, ndr)» che siano «operativi 24 ore su 24 e con personale costantemente addestrato con una conoscenza a scopi lavorativi della lingua inglese». Le persone salvate in quelle zone devono essere riportate in un porto sicuro, secondo le regole della convenzione. 

La definizione di “porto sicuro”
L’inglese place of safety (POS) di cui si parla ogni volta che un’ong aspetta di poter accedere a un porto, in italiano si traduce “porto sicuro”. Si tratta del luogo nel quale si concludono le operazioni di salvataggio di un gruppo di naufraghi. Affinché sia considerato sicuro, un porto deve poter garantire oltre ai servizi fondamentali (cibo, acqua, cure mediche, riparo) deve poter garantire di poter raggiungere la destinazione finale. Per i migranti, quindi, deve essere un porto nel quale è permesso presentare una richiesta di asilo. Secondo diversi studiosi, questa definizione si deduce “in negativo”, visto che non è mai chiarita in questo modo nelle convenzioni dell’IMO.

Il mistero del Centro di coordinamento dei salvataggi in mare in Libia

Quando l’IMO ha riconosciuto la zona di ricerca e salvataggio della Libia nel 2018, questi obblighi non sono però stati rispettati. Secondo le Nazioni Unite, la Libia non aveva un proprio centro di coordinamento dei salvataggi in mare, con personale 24 ore su 24 che parlasse inglese e i porti del paese non erano (e non sono ancora) classificati come “porti sicuri”. Quando i migranti vengono “salvati” o arrestati nella zona di ricerca e salvataggio della Libia, la Guardia costiera li porta nelle prigioni dove l’ONU ha affermato che avvengono «crimini contro l’umanità». 

L’IMO non è stata affatto l’artefice principale dell’ampliamento della zona di ricerca e salvataggio della Libia. Questa responsabilità grava sulle spalle dell’UE e dell’Italia, le quali hanno spinto per la sua istituzione, pur mettendo in chiaro che i requisiti fondamentali della convenzione non sono stati soddisfatti. 

Nel 2016, la Guardia Costiera italiana è stata invitata dalla Commissione europea a sostenere le autorità libiche nell’identificare e dichiarare questa zona. In una presentazione del 2017 all’IMO, l’Italia ha chiarito che la Libia non aveva un centro di coordinamento dei soccorsi, promettendo invece che ne sarebbe stato creato uno. Gli anni passarono e tale centro non fu costruito. Nel 2021, rispondendo alle domande del Parlamento europeo, la Commissione europea ha continuato a parlare delle sue aspirazioni di costruire un «centro di coordinamento dei soccorsi funzionale», e un rapporto interno dell’UE risalente a gennaio 2022 chiarisce che il centro non è ancora in grado di soddisfare i suoi obblighi fondamentali. 

Prima che l’IMO lo annunciasse, non esisteva ufficialmente una zona di ricerca e salvataggio libica. Erano l’Italia e le organizzazioni umanitarie a occuparsi prevalentemente di rintracciare le imbarcazioni dei migranti nel Mar Mediterraneo. Ma la nuova zona di ricerca e salvataggio ha dato alla Guardia costiera libica il potere di ordinare alle navi – che siano mercantili privati o navi di soccorso umanitario – di riportare i rifugiati nel paese da cui sono fuggiti. Questo ha sollevato diverse questioni legali: come si può ordinare alle navi di consegnare i rifugiati in porti considerati non sicuri? Perché l’IMO dovrebbe annunciare una zona che facilita tali violazioni legali e non soddisfa le condizioni della convenzione che l’IMO stessa dovrebbe sostenere? 

«Da una parte c’è la legge e dall’altra le attuali politiche in contraddizione con la legge stessa», ha dichiarato Laura Garel portavoce dell’organizzazione umanitaria SOS Méditerranée.

 Il caso australiano e le risposte dell’IMO

Non è solo nel Mediterraneo che esiste questa contraddizione. In uno studio pubblicato nel 2017, la professoressa Violeta Moreno-Lax, specialista in diritto internazionale delle migrazioni, ha documentato come l’Australia sia costantemente venuta meno agli obblighi della convenzione del 1979 relativa alle zone di ricerca e salvataggio. Lo studio sottolinea come l’Australia abbia militarizzato la sua risposta alla migrazione via mare, concentrandosi sulla «deterrenza, l’intercettazione e il ritorno forzato delle imbarcazioni» invece di condurre «reali missioni di ricerca e salvataggio», permettendo una regolare violazione della convenzione. 

In risposta, l’IMO dice di avere un avere potere minimo o responsabilità minimi per la sanzione di zone di ricerca e salvataggio in mare. Natasha Brown, una portavoce dell’IMO, ha scritto a The Outlaw Ocean Project via e-mail che l’organizzazione «non approva le zone di ricerca e salvataggio» ma semplicemente «diffonde le informazioni». Ha aggiunto che «non c’è nessuna disposizione nella convenzione di ricerca e salvataggio che ci permetta di valutare o approvare le informazioni fornite».

Tuttavia, l’Organizzazione marittima internazionale gioca chiaramente un ruolo nel decidere se annunciare e riconoscere queste zone. Nel dicembre 2017, per esempio, la Libia ha ritirato provvisoriamente la sua domanda iniziale dell’IMO per determinare la sua zona, «dopo un’implicazione dell’IMO che in assenza di un centro di coordinamento dei soccorsi, i requisiti fondamentali per la zona SAR non sarebbero stati soddisfatti», hanno scritto Peter Muller e Peter Smolinski nel Journal of European Public Policy

È stato chiesto se per salvaguardare la propria reputazione e assicurare che la convenzione non sia violata l’IMO esamina qualsiasi informazione che riceve dai paesi per verificare che i criteri della convenzione siano soddisfatti, Brown, la portavoce dell’IMO, ha confermato che la sua organizzazione «chiarisce o conferma i punti tecnici» prima di annunciare formalmente una zona di ricerca e salvataggio. Ha aggiunto che la convenzione dovrebbe essere modificata affinché l’IMO si assuma un ruolo maggiore nella verifica delle informazioni che rilascia.


L’IMO «rimuova» la zona SAR della Libia

In passato, l’IMO si è occupata del fatto che l’organizzazione o le sue regole siano usate in modo da facilitare i crimini. Nel 2015, Koji Sekimizu, l’allora segretario generale dell’IMO, ha chiarito che la sua organizzazione deve aiutare a impedire che i migranti siano inviati in porti considerati non sicuri. Durante una riunione sulla migrazione attraverso il Mediterraneo, ha sottolineato che i governi firmatari erano obbligati a coordinare e cooperare con le navi di soccorso per garantire che le persone salvate in mare fossero riportate in un “porto sicuro”. 

«Questi obblighi si applicano indipendentemente dallo status delle persone in difficoltà in mare, compresi i migranti potenzialmente illegali – ha detto Sekimuzu -. Queste questioni sono chiaramente di competenza dell’Organizzazione marittima internazionale se mettono in discussione la corretta applicazione delle norme internazionali». 

Molti studiosi, avvocati, difensori dei diritti e parlamentari dicono che questo è esattamente ciò che sta accadendo: l’IMO sta permettendo l’impropria «applicazione dei regolamenti internazionali» così come le violazioni del diritto umanitario e marittimo. Si dice che l’IMO abbia l’autorità e il dovere di risolvere il problema cancellando la zona di ricerca e salvataggio libico, il che impedirebbe complicità della Guardia Costiera libica che rivendica una giurisdizione estesa nella consegna illegale dei migranti ai luoghi di abuso. 

«È urgente che l’IMO, come autorità marittima dell’ONU, rimuova la zona di ricerca e salvataggio libica dai registri ufficiali», si legge in una lettera aperta del 2020 firmata da decine di europarlamentari, organizzazioni umanitarie, attivisti, avvocati e accademici. La lettera spiega che l’IMO ha creato un sistema che «è stato usato opportunisticamente per creare un accordo fittizio che permette a diversi Stati, e all’UE, di rinunciare ai propri doveri previsti dal diritto internazionale, dalla legge del mare e dalle convenzioni sui diritti umani». 

La lettera fa riferimento allo status di porto non sicuro della Libia e alle violenze commesse dalla Guardia costiera libica. Descrive anche l’uso della regione Srr della Libia per «criminalizzare» le ong  impegnate in missioni di salvataggio come Medici Senza Frontiere. 

«Poiché crediamo che l’IMO non apprezzi che gli Stati usino le sue procedure in maniera strumentale per minare la legge del mare, la sicurezza marittima, i diritti umani e il diritto internazionale, i sottoscritti chiedono che il riconoscimento formale della zona di ricerca e salvataggio libica sia revocato», si legge. In risposta alla lettera, l’IMO ha scritto che non era «autorizzato a rimuovere o annullare cancellarsi» dalla zona. 

Addestrare o no la Guardia costiera libica?
Ad aprile 2021, rispondendo a un’interrogazione dell’eurodeputata della Lega Susanna Ceccardi in tema di addestramento della Guardia costiera libica, la commissaria agli affari interni Ylva Johansson ha spiegato che «nel periodo 2014-2020, l’UE ha destinato alla Libia circa 700 milioni di EUR, di cui 59 milioni di EUR per aumentare la capacità operativa della guardia costiera libica e dell’amministrazione generale per la sicurezza costiera». «Il sostegno – prosegue la risposta – comprendeva formazione tecnica su argomenti come le competenze in materia di navigazione e diritti umani; ne hanno beneficiato 105 membri dell’amministrazione generale per la sicurezza costiera». 

Secondo Ceccardi, «la Commissione europea finalmente riconosce l’importanza delle operazioni della guardia costiera libica e, quindi, la legittimità delle azioni della stessa». La sua posizione è condivisa all’interno del gruppo parlamentare Identità e Democrazia, mentre altri gruppi parlamentari chiedono di revocare la zona SAR. 

Dal canto suo, la Commissione continua nel suo sostegno economico, nonostante le critiche. A fine marzo la Germania ha deciso di non prendere più parte alle missioni di addestramento dei guardacoste di Tripoli: «Il governo della Germania non può giustificare in questo momento la formazione della Guardia costiera libica da parte dei soldati tedeschi alla luce degli inaccettabili comportamenti mantenuti da alcuni individui della Guardia costiera libica nei confronti di rifugiati e migranti e anche delle organizzazione non governative», ha dichiarato ad Associated Press il ministro degli Esteri Andrea Sasse il 30 marzo. (L.Ba.)

Pressioni sull’IMO

Questa pressione sull’IMO non proviene solo dall’esterno delle Nazioni Unite. In un rapporto del 2019, l’organizzazione “sorella” dell’IMO, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha invitato l’organizzazione marittima ad assumersi la responsabilità per il suo ruolo nel facilitare le violazioni della Guardia costiera libica. L’IMO «dovrebbe riconsiderare la classificazione della zona di ricerca e salvataggio libica fino a quando la guardia costiera libica non dimostri di essere in grado di condurre operazioni di ricerca e salvataggio senza mettere a rischio la vita e la sicurezza dei migranti», ha scritto l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite. 

Dalla creazione della zona di ricerca e salvataggio libica, la Guardia costiera libica è diventata molto più efficace nel catturare i migranti. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per la migrazione, nel 2021 sono stati arrestati più di 32.000 migranti che cercavano di attraversare il Mediterraneo, rispetto agli 11.891 arrestati in mare nel 2020. Questi migranti vengono portati a riva e messi in prigioni per migranti, dove si verificano una miriade di abusi. 

«Ci sono video dei campi di concentramento in Libia, i campi di concentramento dei trafficanti», ha detto Papa Francesco in un’intervista televisiva a Che tempo che fa, descrivendo come “criminale” il trattamento dei rifugiati che attraversano il Mediterraneo e chiedendo ai paesi dell’UE di accettare un numero maggiore di migranti. 

Le conseguenze per le navi commerciali in navigazione nel Mediterraneo centrale

Il riconoscimento da parte dell’IMO della zona di ricerca e salvataggio della Libia crea problemi legali anche agli armatori e agli operatori di navi private. Se il comandante di una nave privata salva i migranti in acque internazionali (come è richiesto dalla legge) e a quel comandante viene poi ordinato dalla guardia costiera libica di riportare quei migranti al porto di Tripoli, il comandante dovrebbe obbedire a questi ordini? 

A causa dell’annuncio dell’IMO della zona di ricerca e salvataggio libica, i comandanti della Guardia costiera libica possono affermare – come fanno abitualmente – di avere una giurisdizione riconosciuta da parte delle Nazioni Unite anche se in teoria i migranti sono già in acque internazionali. Di conseguenza, i comandanti delle navi mercantili pensano di essere legalmente obbligati a obbedire agli ordini della guardia costiera libica di consegnare i migranti. 

Tuttavia, così facendo, questi comandanti di navi mercantili stanno commettendo un crimine. Ciò è stato reso evidente nel 2021 in seguito alla condanna a un anno di carcere per un capitano italiano che ha fatto esattamente come gli era stato detto dalla Guardia costiera libica, riportando i migranti a Tripoli in violazione del diritto umanitario che vieta il non respingimento. Questa situazione si è creata perché la guardia costiera libica ha rivendicato, con la tacita approvazione dell’IMO, un’ampia giurisdizione su gran parte del Mediterraneo. 

L’IMO ha cercato di offrire indicazioni in merito ai comandanti, ma l’organizzazione non è riuscita a risolvere la contraddizione legale che ha contribuito a creare. L’IMO avverte i comandanti delle navi del loro obbligo legale di salvare i migranti in mare, dicendo loro di obbedire agli ordini dati dal paese, come quelli della Libia, che rivendicano la giurisdizione su una zona di ricerca e salvataggio. Ma lo stesso documento dell’IMO dice anche che i migranti devono essere portati in un “porto sicuro” ufficialmente riconosciuto. Secondo le affermazioni dell’ONU, la Libia non lo è. 

I paesi che fanno parte della convenzione possono proporre emendamenti per evitare ulteriori abusi dei regolamenti e perché l’IMO abbia un ruolo più chiaro nel verificare le informazioni che pubblica legate alle zone di ricerca e salvataggio. Questi emendamenti sono a loro volta votati nelle conferenze convocate dall’IMO. È richiesta una maggioranza qualificata con due terzi dei paesi votanti per la loro adozione. 

E c’è un precedente. Nel suo studio del 2017, Moreno-Lax constata che «a seguito di ripetuti episodi di non conformità agli obblighi di ricerca e salvataggio», la convenzione di ricerca e salvataggio è stata modificata per rendere più chiari gli obblighi dei paesi di effettuare salvataggi. 

«L’IMO deve opporsi all’abuso delle procedure da parte degli Stati per scopi strumentali, per il bene del sistema giuridico internazionale nel suo complesso –  spiega Yasha Maccanico, un ricercatore di Statewatch, un’organizzazione che monitora le libertà civili in Europa -. La zona di ricerca e salvataggio libica si prende gioco del diritto del mare». 

(L’articolo in inglese è stato pubblicato da The Outlaw Ocean Project a febbraio 2022)

CREDITI

Autori

Ian Urbina
Joe Galvin

Editing

Lorenzo Bagnoli

Traduzione

Allison Vernetti

Foto di copertina

In partnership con

The Outlaw Ocean Project

Il centro di Al-Mabani è chiuso, ma le milizie sono ancora impunite in Libia

21 Aprile 2022 | di Ian Urbina, Joe Galvin

C’è una nuova rivalità politica in Libia: il Governo di unità nazionale della Libia (Gun) presieduto da Abdulhamid Dabeiba è sfidato a Est da Fathi Bashagha, primo ministro nominato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, che ne pretende le dimissioni. Dopo le fallite elezioni dello scorso dicembre, la tensione torna a salire, con le milizie che sostengono l’uno e l’altro leader che stanno riguadagnando terreno. La situazione è diventata talmente complessa che la compagnia petrolifera Noc ha dovuto dichiarare lo stop dei principali impianti il 19 aprile. Alla crisi politica fa il paio la solita situazione umanitaria: l’Organizzazione internazionale delle migrazione ha dichiarato che dall’inizio del 2022 sono stati riportati in Libia dalla Guardia costiera nazionale oltre 4mila migranti (di cui 122 minori), con 95 morti annegati e 381 dispersi. The Outlaw Ocean Project, nel pezzo che segue – pubblicato in inglese a fine febbraio – spiega cosa è successo a uno dei principali centri di detenzione del Paese. Una chiusura che preannunciava l’instabilità tra le milizie. 

 

SSenza nessuna spiegazione da parte del governo, senza fanfare da parte dei gruppi d’aiuto, né copertura da parte di media nazionali o stranieri, la prigione per migranti più conosciuta della Libia, Al-Mabani, è stata ufficialmente chiusa il 13 gennaio 2022.
Durante la sua apertura, per circa 12 mesi, la prigione è stata l’emblema dell’incomprensibile natura del sistema di detenzione della Libia. Stupri, estorsioni e omicidi sono stati frequenti (e ben documentati) all’interno della prigione.
La prigione di Al-Mabani era importante per il mondo non solo perché l’ONU ha dichiarato che al suo interno stavano avvenendo crimini contro l’umanità, ma anche perché la sua esistenza e crescita sono il risultato delle politiche dell’Unione Europea volte a impedire ai migranti di attraversare il Mediterraneo e raggiungere le coste europee.
Dal punto di vista giornalistico parlando, la chiusura di Al-Mabani potrebbe sembrare un risultato. Un team di giornalisti ha denunciato gli abusi subiti nella prigione e il governo ha immediatamente chiuso quel posto. Ma la storia più importante è meno incoraggiante.

Le milizie restano impunite

La chiusura silenziosa di Al-Mabani mostra la natura sempre mutevole dell’incarcerazione in Libia e come tale transitorietà renda quasi impossibile la protezione dei detenuti. I centri di detenzione per migranti aprono, chiudono e riaprono da una settimana all’altra. Gli spostamenti dei detenuti non sono tracciabili: 3mila persone vengono prelevate da una prigione e, misteriosamente, solo 2500 di loro scendono dall’autobus che li trasporta all’altra. Gli operatori umanitari hanno bisogno di mesi per avere i permessi per visitare le prigioni come Al-Mabani — solo per ricominciare i negoziati da capo quando i detenuti vengono spostati in una prigione appena creata. La conseguenza: le milizie possono, sicure di essere impunite, far sparire, torturare e detenere i rifugiati per un tempo indeterminato.

La chiusura di Al-Mabani mostra anche come funzionano effettivamente il potere e la gestione della società in Libia; ciò che determina il modo in cui i detenuti vengono trattati, dove vengono trattenuti, per quanto tempo e se vengono rilasciati ha meno a che fare con la legge o gli imperativi umanitari e più con l’appoggio economico e i pagamenti.

Perché Al-Mabani è stata chiusa: una guerra tra milizie

Probabilmente Al-Mabani non è stata chiusa perché i giornalisti internazionali hanno rivelato che le guardie al suo interno hanno commesso crimini, come l’omicidio di Aliou Candé, oltre a estorsioni e torture di molti altri migranti. Probabilmente Al-Mabani è stata chiusa a seguito di una lotta politica tra due uomini in lizza per gestire la Direzione per il contrasto all’immigrazione clandestina (DCIM, organismo sotto il controllo del Ministero dell’interno libico), che gestisce il flusso di migranti catturati. La detenzione dei migranti in Libia è un grande business e per i detenuti tutto ha un prezzo: protezione, cibo, medicine. Il più costoso di tutti: la libertà.
Quando il direttore di Al-Mabani, il Generale Al-Mabrouk Abdel-Hafiz ha perso il suo posto di comando al DCIM, la prigione – gestita dalla milizia che predilige- è andata in rovina. Il giorno dopo Al-Mabrouk ha perso il lavoro e Al-Mabani ha pubblicato il suo ultimo post su Facebook. Quando il nuovo direttore Mohammed al-Khoja ha preso il controllo al DCIM, il lucrativo flusso dei migranti prigionieri è stato reindirizzato alla prigione di Al-Sikka. Questa struttura era stata precedentemente gestita dallo stesso Al-Khoja. Una portavoce delle Nazioni Unite ha confermato che molti dei detenuti di Al-Mabani sono stati trasferiti ad Al-Sikka. E il bottino va al vincitore.

Mohammed al-Khoja, al centro, con il ministro degli esteri libico Najla Mangoush a gennaio – Foto: Twitter / pbs.twimg.com

La chiusura di Al-Mabani fa anche parte di una più ampia spinta del governo libico di spostare i centri di detenzione ufficiali fuori da Tripoli. Le fughe da parte dei detenuti sono molto più difficili se la prigione di trova nel bel mezzo del nulla. Anche le pressioni da parte dei gruppi di aiuto e dei giornalisti sono meno probabili dato che il governo limita fortemente i movimenti al di fuori della capitale. 

Cosa succedeva all’interno del centro di detenzione

Aperta all’inizio del 2021, Al-Mabani, che in arabo significa “gli edifici”, era nota per la sua brutalità. Nessun giornalista è mai entrato nella struttura, ma i migranti che sono fuggiti hanno raccontato che cosa succedeva al suo interno, a volte anche fornendo filmati girati con i telefonini. La violenza ha raggiunto il suo apice all’interno di Al-Mabani a ottobre durante una sparatoria di massa sui migranti in fuga. L’episodio è avvenuto pochi giorni dopo che le autorità avevano radunato e detenuto arbitrariamente circa 5 mila migranti di Gargaresh, una baraccopoli dove abitano nelle vicinanze. Federico Soda, direttore in Libia dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, ha affermato: «Alcuni dei nostri collaboratori che hanno assistito all’incidente descrivono i migranti feriti che giacciono a terra in una pozza di sangue». Sei persone sono state uccise, altre due dozzine sono state ferite. 

Lo scorso dicembre, The Outlaw Ocean Project ha pubblicato un’inchiesta su Al-Mabani e sul più ampio sistema carcerario ombra che l’UE ha contribuito a creare (qui la traduzione su IrpiMedia). L’articolo ha raccontato la storia di Aliou Candé, un rifugiato climatico della Guinea-Bissau, che è stato arrestato dalla guardia costiera libica finanziata dall’UE nel Mediterraneo, rimandato ad Al-Mabani e infine ucciso dalle sue guardie. 

Questo reportage ha sicuramente giocato un ruolo nella chiusura di Al-Mabani, ma i suoi contenuti più importanti riguardano il modo in cui il sostegno economico europeo passa per governo libico, come questo finanziamento produca crimini contro l’umanità e come l’UE continui a sostenere economicamente questi abusi attraverso il suo sostegno alla Guardia Costiera libica.

Lo schema è chiaro: le milizie gestiscono i centri di detenzione finché possono, poi questi vengono chiusi quando gli intermediari del potere – le milizie reggenti – cambiano oppure quando i media se ne occupano troppo. Per esempio, la prigione di Al-Mabani è stata creata solo per prelevare i detenuti da un’altra prigione notoriamente violenta, Tajoura, dopo che questa aveva iniziato ad attirare troppa attenzione. È stata bombardata nel 2019, e gli investigatori hanno rivelato che tra i migranti uccisi c’erano alcuni che erano stati costretti a svolgere opere militari come l’assemblaggio di armi. «Le chiusure dei singoli centri o la centralizzazione della centri detentivi dei migranti servono a poco per combattere l’abuso sistematico di rifugiati e migranti, evidenziando la necessità di sradicare gli abusi del sistema di prigionia nel suo complesso», ha scritto Amnesty in un rapporto del 2021.

Cosa si dice nelle istituzioni europee del sostegno alla Libia

L’UE è stata lenta ad assumersi le responsabilità del suo ruolo. A gennaio, The Outlaw Ocean Project ha presentato i dettagli della sua indagine alla Commissione per i diritti umani del Parlamento europeo, e ha delineato l’ampio sostegno dell’UE all’apparato di controllo dell’immigrazione in Libia. I rappresentanti della Commissione europea si sono opposti alla nostra descrizione della crisi. «Non stiamo finanziando la guerra contro i migranti – ha detto Rosamaria Gili, direttore per la Libia del Servizio europeo per l’azione esterna -. Stiamo cercando di instillare una cultura dei diritti umani», ha spiegato.

Eppure, solo una settimana dopo, Henrike Trautmann, un rappresentante della Commissione europea, ha detto ai legislatori che l’UE stava per fornire altre cinque navi alla Guardia Costiera libica per rafforzare la sua capacità di intercettare i migranti in alto mare. 

Più navi significa più arresti. Nel 2021, oltre 32mila migranti sono stati arrestati dalla Guardia Costiera libica e riportati nelle prigioni libiche per migranti. Con il sostegno aggiuntivo dell’UE, è probabile che quel numero aumenterà nel 2022. «Sappiamo che il contesto libico è tutt’altro che ottimale per tutto questo – ha ammesso Trautmann -. Pensiamo che sia pur sempre meglio continuare a sostenere questo che lasciarli al loro destino».

Foto di copertina: Palizzolo/Getty
Traduzione: Allison Vernetti
Editing: Lorenzo Bagnoli
In partnership con: The Outlaw Ocean Project

Quale futuro per la Libia, avamposto del contrabbando nel Mediterraneo

7 Gennaio 2022 | di Lorenzo Bagnoli

La Libia doveva andare a elezioni il 24 dicembre. Il processo elettorale cominciato a novembre 2020, avrebbe dovuto portare stabilità a un Paese lacerato da dieci anni di guerra civile. La lista di candidati era di 98 persone, tra i quali spiccavano diversi nomi.

C’era l’attuale primo ministro ad interim Abdul Hamid Dabaiba (nominato a marzo 2021) il quale aveva promesso di non partecipare alle consultazioni, ma sembra uno dei più credibili garanti di unità. Il redivivo Saif al-Islam Gheddafi, figlio di Muhammar, che a luglio sembrava essere molto popolare, raccontava il New York Times Magazine, nonostante la condanna dalla Corte penale internazionale per crimini contro l’umanità e gli anni di latitanza dopo la liberazione, a seguito di un’amnistia concessagli nel 2017. Il maresciallo Khalifa Haftar, il capo delle forze armate dell’Esercito nazionale libico, sostenuto all’estero soprattutto da Egitto e Russia, che dal 2014, dopo una crisi politica simile a quella odierna, ha diviso la Libia in due blocchi. Fathi Bashagha, da Misurata, che è stato ministro dell’Interno ai tempi di Fayez al-Serraj e corre con il sostegno dei Fratelli Musulmani, che in Libia sono stati il partito a ispirazione islamica più forte emerso dopo la caduta di Gheddafi. Anche gli altri candidati sono per la stragrande maggioranza persone che già ricoprono ruoli di potere, che sia in Tripolitania (la Libia occidentale) o in Cirenaica (la Libia orientale). Segnale del pericolo reale che, alla fine, i protagonisti siano sempre gli stessi anche nella nuova Libia.

Non c’era però alcuna possibilità che la roadmap per le elezioni della vigilia di Natale (anniversario dell’indipendenza dall’Italia, nel 1951) potesse funzionare. C’era un clima di sfiducia già a novembre 2021, nel corso dell’ultimo incontro internazionale tenutosi a Parigi tra diverse fazioni concorrenti in Libia e alcuni dei principali capi di Stato europei. Alla fine, sulla carta, sono stati dei motivi burocratici che hanno spinto l’Alta Corte delle elezioni ad annullare le votazioni, riaggiornandole – con altrettanta sfiducia – al prossimo 24 gennaio. Nella pratica è stata la minaccia delle milizie a far propendere per il posticipo.

A dicembre 2021 l’Onu aveva inviato Stephanie Williams, diplomatica statunitense, a cercare di raddrizzare il percorso del voto. Quando sul Corriere della Sera Lorenzo Cremonesi il 21 dicembre le chiede se il rinvio del voto è un fallimento risponde così: «Un dato mi è chiaro: i libici non parlano più il linguaggio della guerra per risolvere le loro differenze interne. E questa mi sembra un’ottima premessa sulla via delle prossime elezioni». Vedremo se questo ottimismo durerà.

La geopolitica del contrabbando

Al di là degli ovvi interessi delle potenze straniere, in questi dieci anni l’instabilità della Libia è stata un fattore anche nella geopolitica del contrabbando. È il traffico di gasolio, infatti, il principale business economico di gruppi criminali come la Brigata al-Nasr di Zawiya, da sempre alleata con il governo di Tripoli.

Il gasolio a prezzo calmierato che circola nel Paese è diventato un bene da vendere illegalmente al mercato estero, che siano i Paesi confinanti quali Tunisia ed Egitto, o il resto dell’Europa, attraverso Malta e Italia. Negli anni dopo la caduta di Gheddafi, lungo le rotte di gasolio e migranti, è sempre più facile intercettare anche carichi di armi e di droga destinata alla Libia per uso interno, oppure come punto di stoccaggio. E non è solo nell’ovest del Paese, ma anche a Tobruk, la città più vicina al confine orientale con l’Egitto. Abbiamo raccontato le rotte del contrabbando sia su IrpiMedia, sia su Avvenire, nella serie Libyagate firmata insieme al collega Nello Scavo. Abbiamo raccontato degli interessi di cosa nostra e racconteremo ancora delle conseguenze di queste inchieste e di profili di imprenditori del mare come Paul Attard.

Questi personaggi che si muovono a cavallo tra Nord Africa ed Europa hanno avuto un ruolo nel rendere la Libia, dopo il 2011, sempre più centrale nello scacchiere del contrabbando del Mediterraneo. Il fattore che ha giocato a loro vantaggio è stata la guerra civile continua e la conseguente instabilità.

Dato che quasi ogni milizia libica ha un suo sponsor politico, l’andamento elettorale condizionerà anche le future alleanze criminali. Saranno sempre gli stessi gruppi a sfruttare le infrastrutture del contrabbando costruite tra Libia, Malta e Italia? Oppure saranno dei nuovi attori? La Libia riuscirà a trasformare le milizie in forze dell’ordine nazionali? Oppure resteranno sempre gruppi criminali con dei loro alleati nel sottomondo grigio-nero di contrabbandieri e organizzazioni mafiose d’Europa?

La questione Guardia costiera e i morti nel Mediterraneo

Al di là delle milizie e del loro futuro, c’è un’emergenza umanitaria che sarà dura da interrompere nel Mediterraneo. Oltre 1.800 migranti sono annegati tentando la traversata nel 2021, secondo l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr), a fronte di 67.480 sbarchi in Italia (contro i 34.134 del 2020 e i 11.471 del 2019). Dal 2014, il dato supera i 23.100 dispersi.

Le milizie che indossano i galloni dei guardacoste – tra cui la milizia al-Nasr – fanno un lavoro che è molto importante per i governi europei che hanno come priorità fermare gli sbarchi a ogni costo. Erroneamente considerata come un corpo monolitico, la Guardia costiera libica – finanziata e addestrata con fondi dell’Unione europea e italiani – è in realtà composta da forze differenti che finiscono per essere chiamate tutte con lo stesso modo.

Alcuni “capitoli” della Guardia costiera libica, spesso legate a milizie, si comportano come trafficanti di esseri umani, come dimostrano, tra le altre cose, le testimonianze di pestaggi a bordo; altri però svolgono soprattutto il ruolo di soccorritori in mare, soprattutto quando sono legati alla Marina militare libica, più che a delle milizie. E i numeri dicono che sono 31 mila, tra gennaio e dicembre, le persone recuperate – o «intercettate» come scrivono le Nazioni unite – dalla Guardia costiera libica: per quanto protagonista di episodi di tremende violenze contro i migranti, la Guardia costiera libica nel suo insieme è una presenza nel Mediterrano e con le sue imbarcazioni contribuisce a evitare diversi naufragi. Questo non toglie, come racconta Ian Urbina su IrpiMedia che esistano casi – di cui uno è stato pienamente documentato da The Outlaw Ocean Project – in cui le milizie che gestiscono i centri di detenzione abbiano torturato un migrante fino a ucciderlo all’interno di una di queste strutture. E chissà quanti sono i casi simili sottaciuti.

L’elemento strutturale più controverso in merito alla collaborazione Europa-Libia riguarda il fatto che una volta recuperati da un naufragio, i migranti vengono riportati in centri di detenzione dai quali cercheranno nuovamente di fuggire.

Questa attività di salvataggio per procura, secondo diversi legali specializzati nella tutela dei diritti umani, rappresenta una forma di respingimento. Tanto è vero che la Cassazione, a dicembre 2021, ha stabilito che, almeno per il diritto italiano, i naufraghi che si ribellano al tentativo di essere riportati in Libia stanno esercitando «legittima difesa».

Se sul piano del principio la decisione è assolutamente condivisibile, all’atto pratico rischia di diventare un’ulteriore disincentivo per tutte le navi commerciali che battono bandiera italiana a partecipare ad azioni di salvataggio. Ai comandanti infatti può toccare in sorte di dover rispondere al coordinamento del centro di salvataggio di Tripoli che può ordinare loro di portare i migranti in Libia. È una condizione assurda a cui i marittimi non dovrebbero essere sottoposti: da un lato rischiano di commettere un respingimento o di dover sedare una sommossa a bordo; dall’altro, però, se non eseguono l’ordine, rischiano di essere ingaggiati da qualche unità navale della Guardia costiera libica. E il paradosso è che assetti navali e addestramento dei guardacoste sono stati finanziati da Italia e Unione europea e resta il sospetto che – come già documentato anni fa – il centro di coordinamento di Tripoli continui a dipendere da Roma.

Finora l’unico momento in cui sono stati garantiti dei salvataggi senza il rischio di respingimenti è stato quando l’Italia ha unilateralmente deciso – tra ottobre 2013 e ottobre 2014 – di svolgere l’operazione umanitaria Mare Nostrum. Nessuno però ha più messo sul piatto un’opzione del genere: troppo costosa sia sul piano economico, sia (soprattutto) su quello del consenso.

In ogni caso, quello che succederà con le elezioni – se e quando ci saranno – cambierà gli equilibri che conosciamo. Anche quelli criminali, la cui immagine che ci è restituita dalle indagini della magistratura italiana – l’unica che ha provato dall’Europa a fare luce sulle attività transnazionali delle milizie – sta cominciando a ingiallirsi con l’andare del tempo.

Foto: ribelli rimuovono dei poster che ritraggono Mu’ammar Gheddafi in un’abitazione privata nella città di Misurata il 16 maggio 2011 nell’ambito della prima guerra civile libica – Etienne De Malglaive/Getty
Editing: Luca Rinaldi

Giornalisti intercettati: la polvere sotto il tappeto di quell’accordo indicibile

7 Aprile 2021 | di Luca Rinaldi

La vicenda delle intercettazioni telefoniche nei confronti dei giornalisti operata dalla procura di Trapani è grave. Ancora più grave dal momento in cui nessuno dei soggetti interessati risulta destinatario di un’indagine a proprio carico. Per quanto i garantisti a targhe alterne d’Italia siano pronti in certi casi a gioire per cui «ecco, quelli che hanno sbattuto intercettazioni irrilevanti in prima pagina per anni, adesso apriti cielo fanno le vittime», in realtà questo fatto ha ben poca attinenza con la pubblicazione di “intercettazioni non pertinenti”.

Qui siamo oltre: si è scelto deliberatamente di intercettare persone non indagate che parlano tra loro di un lavoro tra le altre cose tutelato dalla Costituzione e che prevede almeno un livello di segretezza e tutela delle fonti, senza che nessuno di questi parlasse a sua volta con altri indagati. Caso ben diverso pure da quelle “intercettazioni a strascico” (sulla cui rilevanza nell’ambito di certe pubblicazioni si può anche discutere, ma quella è ancora un’altra storia) in cui una persona non indagata si ritrova al telefono con l’utenza di un iscritto nel registro degli indagati. Chi non lo capisce è in malafede. Alternative non ce ne sono.

Non è difesa corporativa: la confidenzialità dei giornalisti con le fonti è tutelata dalla legge e sorvegliare persone non indagate che parlano tra loro è un’eccezione, per altro molto “border-line” e spesso riservata a operazioni di intelligence dei servizi segreti.

Per approfondire

Lungo la rotta: storie di traffici, geopolitica e migranti

Dal Mediterraneo centrale, in questi anni, sono arrivate centinaia di migliaia di persone. Le politiche italiane ed europee hanno cercato di sigillare questa rotta, senza mai riuscirci. Una serie sulle dinamiche politiche e criminali tra Libia e Italia

La matassa va dipanata per capire il contesto e comprendere la posta in gioco: senza mezzi termini dico silenziare e intimidire, perché di questo stiamo parlando, chi in questi anni ha cercato di approcciare le vicende del Mediterraneo centrale, della Libia e dell’immigrazione col desiderio di andare oltre la dicotomia ONG buone vs. ONG cattive. Avvertire cioè chi ha cercato semplicemente di capire per informare al meglio i propri lettori sulla partita libica e sul business dei trafficanti.

“L’inchiesta”, che in questa parte pare più una schedatura della Stasi nella Germania Est, partita dalla procura di Trapani nel 2016 riguarda le attività di alcune Organizzazioni non governative all’opera in mare per il soccorso e il salvataggio dei migranti provenienti dal Nordafrica. Poche settimane fa le indagini si sono chiuse e si prospetta il rinvio a giudizio per 21 persone accusate del reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e facenti parte del personale di ONG come Medici Senza Frontiere, Save the Children e Jugend Rettet.

Agli atti di questa inchiesta si trovano circa 300 pagine con le trascrizioni dei dialoghi tra giornalisti. Nessuno di loro risulta indagato, eppure i loro nomi e le loro conversazioni stanno lì (in alcuni casi con fonti che dovrebbe restare confidenziali come previsto dalla legge, lo ripetiamo), a tratti riassunte dalla polizia giudiziaria. Il caso più eclatante è quello di Nancy Porsia, esperta di Libia e tra le giornaliste più preparata sui fatti del Paese, lo ribadisco, non indagata: circa la metà dei dialoghi intercettati la coinvolgono, alcuni pure con la sua avvocatessa Alessandra Ballerini. Secondo il quotidiano Domani, che ha lanciato la notizia, Porsia sarebbe stata sotto sorveglianza per circa 6 mesi con tanto di produzione di un dossier contente «fotografie, contatti social, rapporti personali e nomi di fonti». Informazioni tra l’altro non risultate utili ai fini dell’indagine della procura.

Nella rete sono finiti anche Laura Silvia Battaglia, il giornalista di Avvenire Nello Scavo, Francesca Mannocchi, Sergio Scandura, Antonio Massari, Fausto Biloslavo e Claudia di Pasquale. Lo ribadiamo, nessuno di loro indagato nella vicenda e nessuno di loro per altro nel corso del “monitoraggio” si rende protagonista di fatti perseguibili. Siamo dunque davanti a un abuso evidente senza tema di smentita e a un precedente assai pericoloso.

Del resto quando parte l’inchiesta, a cavallo tra il 2016 e il 2017, siamo nel pieno delle trattative sull’accordo di collaborazione tra Roma e il Governo di accordo nazionale libico di Fayez al-Serraj. Obiettivo: stabilizzare la Libia e gestire i flussi migratori. L’Italia avrebbe fornito mezzi, addestramento e armamenti e in cambio i libici si impegnarono a intercettare i migranti. Al ministero dell’Interno c’era Marco Minniti, storico re di denari nei rapporti tra la politica italiana, non solo a sinistra, e i servizi segreti. Gli accordi sono stretti di fatto con la mafia locale dei trafficanti, che gli accordi battezzano come guardia costiera: non importa come fermare i migranti, basta fermarli. Minniti e la sua strategia spopolano sui media. In quel periodo chi guarda dentro le pieghe dell’accordo, come ha fatto Nancy Porsia, trova anche poco spazio sui giornali a differenza invece di chi decide di scagliarsi lancia in resta contro le ONG.

È per cui “comprensibile” come il lavoro di alcuni giornalisti che si sono messi in testa di andare più in profondità proprio sui temi di quegli accordi fosse seguito e monitorato. Oggi scopriamo che questo monitoraggio, legittimo, sul lavoro dei cronisti, però non è stato fatto da parte di un addetto stampa del ministero leggendo ogni mattina articoli e inchieste sui giornali nazionali e internazionali, ma con mezzi non proprio ortodossi da parte di una procura della Repubblica e della sua polizia giudiziaria. In questa cornice va letta soprattutto la vicenda di Nancy Porsia, bersaglio principale delle intercettazioni, attenta ad andare a leggere tra le pieghe di quegli accordi.

Tanto che arrivano anche le minacce del guardacoste libico Abd al-Rahman Milad detto al-Bija, già sospettato di essere un trafficanti di esseri umani e poi finito sotto sanzione delle Nazioni Unite, a cui di fatto l’Italia mette in mano il pattugliamento delle coste libiche con mezzi e armamenti. Da quel momento Porsia viene messa sotto tutela, controllata, come emerge dalle carte, e di fatto impossibilitata a proseguire il suo lavoro su Libia e trafficanti.

La Federazione Nazionale della Stampa Italiana si pone alcune domande più che legittime, le quali dovranno trovare una risposta chirurgica e credibile: «Chi e perché ha disposto tali misure? Si volevano scoprire le fonti, violando il segreto professionale? A che titolo sono state trascritte le intercettazioni relative ai colloqui tra la cronista Nancy Porsia e la sua legale Alessandra Ballerini? Perché, particolare ancora più inquietante, sono stati trascritti brani relativi alle indagini su Giulio Regeni?».

Quello che possiamo osservare, anche in virtù di ciò che abbiamo pubblicato sul nostro giornale in questi mesi, è la volontà e la pervicacia di mettere sotto il tappeto un accordo dai contorni indicibili con la Libia e l’utilizzo del reato di “favoreggiamento dell’immigrazione clandestina”, come una clava per spingere oltre gli strumenti della legge e lanciare messaggi fin troppo chiari ai cronisti.

Foto: Gonin/Shutterstock

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Guerra in Libia, i “legami invisibili” di Airbus e Dassault Systèmes

#EuArms

Guerra in Libia, i “legami invisibili” di Airbus e Dassault Systèmes
Matteo Civillini
EuArms*
Basta con le interferenze in Libia e le violazioni dell’embargo sulle armi. Lo ripetono spesso i governi europei, che, a parole, fanno la voce grossa nei confronti di chi continua a mettere lo zampino nella guerra civile. Le minacce di misure forti dalle capitali europee si sprecano: l’estate scorsa, Italia, Francia e Germania hanno lanciato un ultimatum congiunto per imporre sanzioni nei confronti di un generale libico e tre piccole aziende di trasporto merci, tra cui una turca.

Gli stessi leader, però, chiudono un occhio sui propri campioni nazionali dell’industria bellica che, con il loro supporto tecnico-logistico, giocano un ruolo chiave in questo conflitto per procura. Un’inchiesta internazionale coordinata da Lighthouse Reports rivela come aziende – tra cui Airbus (franco-tedesca) e Dassault Systèmes (francese) – continuino a fornire manutenzione, aggiornamenti e addestramento agli eserciti coinvolti in Libia. Nonostante le ripetute violazioni documentate dalle Nazioni Unite, che giudicano l’embargo «totalmente inefficace»: inefficace per colpa della Turchia, che con i suoi aerei da trasporto Airbus A400m porta mezzi militari, munizioni e uomini nel Paese nordafricano; inefficace a causa degli Emirati Arabi Uniti, che sulla Libia hanno fatto piovere bombe sganciate dai loro Mirage 2000-9, caccia costruiti e appoggiati da un consorzio guidato dalla francese Dassault Systèmes.

Secondo gli esperti di diritto internazionale sentiti da Lighthouse Reports, i servizi forniti dalle società europee agli eserciti coinvolti nella guerra in Libia costituiscono palesi violazioni delle norme sulle esportazioni di armi. Queste, infatti, vietano espressamente la vendita all’estero di prodotti o assistenza tecnica che possono facilitare la contravvenzione di accordi internazionali, come appunto l’embargo sulle armi.

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Il contesto normativo internazionale
Addestramento e manutenzione sono elementi sui quali lo scrutinio dei Paesi dovrebbe essere preciso almeno tanto quanto previsto per l’esportazione di un’arma o di un veicolo militare. Lo dice il Trattato internazionale sul commercio delle armi, documento votato dall’assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2013 allo scopo di rendere più trasparente e stringente il commercio degli armamenti. I cosiddetti “servizi post-vendita”, fondamentali per l’utilizzo concreto delle armi, sono tuttavia regolamentati pochissimo, sia nella normativa internazionale, sia nell’adempimento dei singoli Stati membri.

Secondo le analisi legali del tema che lavora con Lighthouse Reports, «leggi e regolamenti di alcuni dei principali Paesi esportatori europei li hanno resi invisibili». Solo poche autorità che danno la licenza alle esportazioni – in Italia è l’Unità per le autorizzazioni dei materiali di armamento (Uama), che dipende dal ministero degli Esteri – autorizzano a parte i servizi di post-vendita. Questo quadro normativo così lontano dallo scopo che si propone rende difficili i contenziosi legali in merito, per quanto siano evidenti le conseguenze.

Il Consiglio di Sicurezza impose questa misura nel febbraio 2011. A guidare la Libia era ancora Muammar Gheddafi che tentava di reprimere nel sangue il crescente tumulto della popolazione. Come noto, l’autocrate perse poi il potere e fu brutalmente ucciso dai ribelli nell’ottobre dello stesso anno. Da allora la Libia si è trasformata in una polveriera. A distanza di nove anni è ancora estremamente frammentata, con due fazioni rivali che si contendono la possibilità di cercare, a fatica, di unire il Paese. Da un lato, c’è il Governo di accordo nazionale (Gna) di Tripoli, riconosciuto a livello internazionale e guidato da Fayez al-Sarraj; dall’altro il Parlamento di Tobruk, esautorato da Tripoli nel 2014, che si riconosce nelle autoproclamato Esercito nazionale libico (Lna) guidato dal generale Khalifa Haftar.

Entrambi gli schieramenti sono sostenuti militarmente da forze straniere: il Gna da Turchia e Qatar; Haftar da Russia, Emirati Arabi Uniti e Egitto. Tutti soggetti accusati a più riprese da enti e osservatori internazionali di aver violato le disposizioni dell’embargo. Con conseguenze tragiche per la popolazione libica, e per chi dal Paese è costretto a transitarci.

A Tajoura, gli Emirati sganciano bombe sui migranti da aerei made in Francia

Nella notte del 2 luglio 2019 sembra regnare la calma nel centro di detenzione migranti a Tajoura, nei pressi di Tripoli. Le telecamere di sicurezza riprendono alcuni ufficiali libici passeggiare su un piazzale, quando all’improvviso irrompe un bagliore di luce seguito da una cortina di fumo. Dieci minuti più tardi la stessa scena si ripete. Un attacco aereo ha colpito l’edificio dove sono rinchiusi i migranti. Le conseguenze sono devastanti: le autorità locali contano 53 vittime.

Entrambi gli schieramenti sono sostenuti militarmente da forze straniere: il Gna da Turchia e Qatar; Haftar da Russia, Emirati Arabi Uniti e Egitto. Tutti soggetti accusati a più riprese da enti e osservatori internazionali di aver violato le disposizioni dell’embargo. Con conseguenze tragiche per la popolazione libica, e per chi dal Paese è costretto a transitarci

#EuArms
Le forze di Haftar rivendicano l’attacco, ma a sganciare le due bombe sarebbe stato uno dei loro alleati più fidati, gli Emirati Arabi Uniti. Dopo una lunga e accurata indagine, il gruppo di esperti dell’Onu ritiene «altamente probabile» che dietro l’offensiva ci fossero i caccia Mirage 2000-9. Il loro report non punta il dito direttamente contro nessun Paese, ma gli Emirati sono l’unico utilizzatore di quello specifico modello di aereo militare.

Venduti dalla Francia negli anni ‘90, i Mirage 2000-9 rimangono il fiore all’occhiello dell’esercito emiratino. E ancora oggi diverse aziende europee hanno in carico la loro manutenzione, apportano migliorie e addestrano i piloti chiamati a guidarli. Prime fra tutte le francesi Dassault Systèmes e Thales, e il consorzio Mbda (di cui fa parte anche l’italiana Leonardo).

L’Onu condanna l’attacco di Tajoura come una violazione dei diritti umani. Quattro mesi più tardi, nel novembre 2019, gli Emirati firmano nuovi contratti per l’ammodernamento della loro flotta di Mirage 2000-9 dal valore di diverse centinaia di milioni di euro. A beneficiarne sono sempre i colossi dell’industria bellica europea. Come documentato da Lighthouse Reports, decine di tecnici di Dassault e dei suoi subappaltatori forniscono assistenza diretta ai Mirage 2000-9 in una base nei pressi di Abu Dhabi.

Dopo l’attacco al centro migranti, le incursioni dei caccia emiratini nei cieli del Nordafrica non si sono fermate. Le immagini satellitari ci dicono che i Mirage 2000-9 hanno stazionato in diverse occasioni nella base di Sidi Barrani, non lontano dal confine. All’inizio di giugno scorso, invece, un aereo della flotta è stato avvistato su suolo libico, parcheggiato all’aeroporto militare Gamal Abdel Nasser di Tobruk, la roccaforte di Haftar.

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Mirage 2000-9 degli Emirati Arabi Uniti nella base militare di Sidi Barrani, Maggio 2020 – Fonte: ©2020 Maxar Technologies

«Siccome gli Emirati Arabi Uniti sostengono una fazione in Libia, anche attraverso l’uso di questi armamenti, sulle società coinvolte ricade l’obbligo della due diligence»

Frédéric Mégret

Professore di diritto internazionale McGill University

Il governo francese, che autorizza questi contratti di manutenzione tramite licenze, ritiene che il suo operato non sia in conflitto con «il rispetto dei suoi impegni internazionali». Sentito da Mediapart, un portavoce del primo ministro Jean Castex dice che «le misure [dell’embargo] si applicano solo alle forniture di armi e attività di assistenza e formazione da o verso la Libia». Quindi, sostiene il governo transalpino, «i contratti stipulati tra aziende francesi e forze armate degli Emirati Arabi Uniti non rientrano nell’ambito della risoluzione Onu».

Secondo Frédéric Mégret, professore di diritto internazionale alla McGill University di Montreal, non è così semplice tracciare un confine netto tra i due ambiti: «Siccome gli Emirati Arabi Uniti sostengono una fazione in Libia, anche attraverso l’uso di questi armamenti, sulle società coinvolte ricade l’obbligo della due diligence», sostiene l’accademico. «È difficile tenere traccia dell’uso di tutti questi dispositivi. Ma devi stare attento, informarti e non nascondere la testa sotto la sabbia».

Dassault Systemes, Thales e Mbda non hanno risposto alle domande inviate dai partner di EUarms.

I voli degli Airbus A400m dalla Turchia alla Libia

La discesa in campo ufficiale della Turchia a fianco del governo di al-Sarraj risale a gennaio 2020. Un supporto chiave arrivato in un momento di difficoltà per una fazione che, da allora, ha potuto fare affidamento sui cargo pieni di veicoli militari, munizioni e combattenti spediti da Ankara.

Un’impresa logistica non da poco, resa possibile dalla sua flotta aerea di A400m, velivoli militari da trasporto prodotti da un consorzio europeo guidato da Airbus. Le immagini satellitari e i dati di volo analizzati da EUarms mostrano come gli A400m turchi facciano la spola tra gli aeroporti di Istanbul, Gaziantep e Kayseri e le città libiche di Misurata e Tripoli. Solamente tra giugno e agosto scorsi sono stati almeno dieci i voli effettuati dalla forze di Ankara su questa rotta.

La rotta percorsa dall’A400m partito da Istanbul e arrivato a Misurata il 6 luglio 2020 (Fonte: flightradar24)

Alcuni video pubblicati sui social media negli stessi luoghi e orari di partenza degli A400m identificati da EUarms mostrano truppe di uomini salire a bordo degli aerei. Come il 6 luglio, quando su Twitter è comparso il video di un gruppo di presunti mercenari siriani all’interno di un A400m che da lì a poco sarebbe decollato da Gaziantep facendo rotta verso la Libia.

Con una portata massima di 37 tonnellate e un raggio d’azione di 8900 chilometri, l’A400m nasce dalla volontà degli Stati europei di costruirsi in casa un aereo militare da trasporto al pari degli omologhi americani e russi. A oggi ce ne sono in servizio 94, di cui nove nella flotta turca. Il programma A400m è nelle mani di Occar, consorzio fondato da Francia, Germania, Spagna, Regno Unito, Italia e Belgio per facilitare la cooperazione nello sviluppo di armamenti. Seppur Stato membro di Occar, l’Italia non partecipa al progetto A400m.

Agli Stati che acquistano l’aereo da trasporto, Occar garantisce supporto post-vendita e manutenzione. Un servizio che sarà costato oltre 37 miliardi di euro quando l’ultimo modello sarà dismesso, secondo le stime del consorzio. A gestire l’appalto è Airbus, che nell’estate del 2019 ha siglato con Occar un nuovo contratto valevole fino al 2023.

In base a questo accordo, Airbus fornisce supporto logistico e assistenza tecnica anche agli A400m turchi che portano armi e uomini in Libia violando l’embargo delle Nazioni Unite. La manutenzione degli aerei avviene nella base militare di Kayseri, in Anatolia, dove il colosso franco-tedesco fa stazionare una ventina di meccanici e ingegneri pronti all’uso. A Siviglia, quartier generale di Airbus Defence and Space, invece, vengono addestrati i piloti degli A400m. Tutti i militari turchi che conducono i velivoli in Libia hanno frequentato corsi nella base spagnola, secondo le informazioni raccolte da Lighthouse Reports.

Per approfondire

L’Unione Europea e l’export degli armamenti

EuArms è un progetto nato per tracciare l’export degli armamenti forniti dalle industrie belliche dell’Unione Europea

Valentina Azarova, esperta di diritto internazionale del Global Legal Action Network, dice che i Paesi e le aziende europee coinvolte dovrebbero essere consapevoli delle circostanze in cui la Turchia utilizza l’aereo A400M e del loro contributo alle violazioni del diritto internazionale. «Ci sono abbondanti informazioni pubbliche sulle violazioni turche dell’embargo Onu in Libia e sulle operazioni turche nel nord della Siria con questo stesso aereo», conclude Azarova.

Un portavoce di Airbus ha dichiarato a EUarms che tutte le consegne dell’A400m sono state effettuate «in conformità con le leggi applicabili», mentre si è rifiutato di commentare le «singole missioni» svolte dagli utilizzatori dell’aereo.

EuArms è un progetto d’inchiesta coordinato dalla piattaforma olandese Lighthouse Reports in collaborazione con Mediapart, ARD, Stern, Arte, El Diario

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CREDITI

Autori

Matteo Civillini
Philippe Gruel (ARD)
*Leone Hadavi
*Ludo Hekman
*Maud Jullien
*Jonas Dunkel
*Pol Pareja
*Antton Rouget
*Hans-Martin Tillack

In partnership con

Editing

Lorenzo Bagnoli

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