Le voci del Recovery: chi ha deciso il piano di ripartenza in Europa

Le voci del Recovery: chi ha deciso il piano di ripartenza in Europa

Giulio Rubino

Come maggiore beneficiaria dei fondi messi a disposizione dell’Europa per la ricostruzione post-Covid, l’Italia è chiaramente sotto esame. Colpita forse più duramente di ogni altro Paese europeo dalla pandemia, presa da una crisi economica che pare ormai un male cronico e da una continua instabilità politica che sembra impedire ogni riforma sostanziale, non è sorprendente che il nostro Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) sia stato al centro dell’attenzione europea e che in molti abbiano tirato un gran sospiro di sollievo lo scorso giugno, quando la presidentessa della Commissione Europea Ursula von der Leyen a Roma ha dichiarato che l’Italia «ha il completo appoggio della Commissione» e che «Next Generation EU Italia Domani soddisfa chiaramente i criteri stabiliti assieme». «Sono certo che riusciremo ad attuare questo Piano», aveva detto due mesi prima il presidente del Consiglio Mario Draghi, ad aprile, nel presentare il PNRR italiano al Parlamento. «Sono certo – aveva aggiunto – che l’onestà, l’intelligenza, il gusto del futuro prevarranno sulla corruzione, la stupidità, gli interessi costituiti».

Ma, come IrpiMedia ha già analizzato nella serie di inchieste #Greenwashing, gli “interessi costituiti”, sono riusciti a far sentire la loro voce. Le lobby dei combustibili fossili infatti hanno avuto successo a far accettare, nonostante l’opposizione degli ambientalisti di tutta Europa, le controverse tecnologie del Carbon Capture and Storage (CCS), ovvero la cattura e lo stoccaggio della CO2, e la connessa produzione di idrogeno “blu” all’interno dei PNRR nazionali di diversi paesi in nome della transizione ecologica.

Per quanto riguarda l’Italia, lo scorso maggio IrpiMedia ha evidenziato le piccole ma significative differenze tra la versione del PNRR in inglese presentata alla Commissione europea e quella in italiano che è stata discussa dal Parlamento, segno evidente di come non ci sia mai stata davvero la possibilità di analizzare e discutere il documento inviato a Bruxelles. Eppure solo in tre Paesi – Italia, Danimarca e Lussemburgo – la Decisione di esecuzione del Consiglio, ovvero il documento di approvazione del Piano firmato dal Consiglio europeo, fa accenno a una discussione parlamentare sui contenuti.

E nel resto d’Europa le cose non sembrano essere andate troppo diversamente, come dimostra questa prima inchiesta del progetto #RecoveryFiles.

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L'inchiesta

Questo articolo lancia Recovery Files, un progetto di ricerca paneuropeo che indagherà le spese dei fondi di ripresa e resilienza nei mesi a venire. Il progetto è coordinato da Follow the Money, piattaforma di giornalismo olandese.

Il progetto d’inchiesta è importante non solo in termini di quantità di investimenti pubblici – circa 725 miliardi di euro- ma anche per il preoccupante mancato coinvolgimento dei parlamenti nazionali. Il modo in cui questa enorme quantità di denaro verrà spesa è ovviamente una materia di interesse pubblico per i cittadini di tutta Europa.

IrpiMedia lavora al progetto insieme al resto del team di Recovery Files:

  • Attila Biro, Rise (Romania)
  • Atanas Tchobanov, Bird.bg (Bulgaria)
  • Hans-Martin Tillack, Die Welt (Germania)
  • Petr Vodsedalek, Denik (Repubblica Ceca)
  • Anuska Delic/Matej Zwitter, Ostro (Slovenia)
  • Gabi Horn, Atlatszo (Ungheria)
  • Marie Charrel, Le Monde (Francia)
  • Peter Teffer/Remy Koens/Lise Witteman, Follow the Money (Paesi Bassi)
  • Piotr Maciej Kaczynski, Euractiv.com e Onet.pl (Polonia)
  • Staffan Dahllöf, DEO.dk (Danimarca/Svezia)

Cosa è rimasto della «piena trasparenza»

Senza la catastrofe della pandemia ogni proposta di costituire un budget comune per l’eurozona, in particolare quelle di Francia e Germania del 2018, ha sempre incontrato la ferma opposizione di molti Paesi membri, tanto che sembrava un obiettivo quasi irraggiungibile. Non che il Covid abbia istantaneamente fatto cambiare idea a tutti, certo. Le obiezioni e le preoccupazioni di diversi Paesi, primi su tutti i famosi “frugali”, hanno tenuto tutti col fiato sospeso per mesi, e ancora non cessano del tutto.

Una prudenza eccezionale è più che comprensibile. Il presidente della Corte dei Conti Europea (ECA), Klaus-Heiner Lehne, ha sottolineato come il Recovery Plan rappresenti un «cambiamento significativo nelle finanze Ue. Comporta un’evidente necessità di controlli efficaci su come il denaro europeo verrà speso, e sul raggiungimento o meno degli obiettivi che si propone».

Ma un’altra fonte all’interno della ECA, che ha chiesto di non essere identificata, ha detto ai giornalisti di Recovery Files che non ci sono sufficienti risorse né personale per tenere sotto controllo le spese di tutti i piani nazionali dei vari paesi. OLAF, l’agenzia antifrode europea, dal canto suo ha sollevato un allarme sul concreto rischio che tali fondi possano essere abusati.

Quando Ursula von der Leyen ha presentato il fondo a luglio 2020, aveva anche detto che i parlamentari europei avrebbero avuto «piena voce in capitolo sulla struttura [del fondo] e sul suo funzionamento» e che «la Commissione avrebbe garantito piena trasparenza». A oltre un anno di distanza da queste dichiarazioni, però, si può affermare che le cose non sono andate esattamente così.

PNRR e cittadini

I finanziamenti totali a disposizione di ciascun Paese e il corrispettivo pro capite

Il fondo messo in piedi dall’Unione europea, e il modo in cui dovrà essere utilizzato, è stato fondamentalmente regolamentato dai soli poteri esecutivi, cioè dalla Commissione stessa e dai governi degli Stati membri. Al contrario i parlamenti, tanto quello europeo quanto quelli nazionali, hanno avuto ben poca voce in capitolo.

Obbligo di riforme, altrimenti scatta il “freno d’emergenza”

Nei due Paesi politicamente più rilevanti per l’approvazione di questo piano, Francia e Germania, la stesura dei PNRR nazionali si sarebbe limitata a un rimaneggiamento di piani già fatti in precedenza. I Verdi tedeschi in particolare hanno lamentato questo approccio semplicistico e il fatto che non sia stata data possibilità al Bundestag di discutere e votare il piano direttamente. Anche il partito liberale (FDP) ha criticato la chiusura del dibattito: «Non abbiamo nessuna influenza diretta [sul PNRR tedesco, ndr] – ha detto il deputato liberale Otto Fricke – né sulle entrate, né sulle spese». In Francia il governo Macron ha rassicurato i parlamentari sul fatto che le richieste di riforme fatte da Bruxelles per l’approvazione del piano erano già in linea con quelle promesse in campagna elettorale: «La Commissione non ci imporrà nuove riforme che non siano state già validate dal popolo francese», ha detto lo scorso aprile il ministro dell’Economia Bruno Le Maire.

Eppure, sebbene inclusa solo in termini piuttosto vaghi, il PNRR francese include anche la riforma del sistema pensionistico, un tema potenzialmente esplosivo per la politica d’oltralpe. Infatti alcuni economisti e il socialista Arnaud Montebourg, candidato alle presidenziali del 2022, sottolineano come la presenza di tale riforma nel PNRR la renda di fatto quasi obbligatoria, anche se non è ancora calendarizzata in termini di traguardi da raggiungere.

Un problema analogo c’è anche in altri Paesi, come la Spagna, dove il nodo principale rischia di essere la riforma del mercato del lavoro, e anche in Italia, dove a preoccupare gli analisti è principalmente la riforma fiscale.

Il piano per la ripresa dell'Europa, glossario

Next Generation EU: è uno strumento temporaneo per la ripresa da oltre 800 miliardi di euro, che contribuirà a riparare i danni economici e sociali immediati causati dalla pandemia di coronavirus.

Il dispositivo per la ripresa e la resilienza: da cui prendono il nome i piani nazionali di ripresa e resilienza (PNRR) è il fulcro di NextGenerationEU, e metterà a disposizione 723,8 miliardi di euro di prestiti e sovvenzioni per sostenere le riforme e gli investimenti effettuati dagli Stati membri.

Assistenza alla ripresa per la coesione e i territori d’Europa (REACT-EU): NextGenerationEU stanzia anche 50,6 miliardi di euro per REACT-EU, una nuova iniziativa che porta avanti e amplia le misure di risposta alla crisi. Le risorse saranno ripartite tra:
– il Fondo europeo di sviluppo regionale (FESR)
– il Fondo sociale europeo (FSE)
– il Fondo di aiuti europei agli indigenti (FEAD)

Tali risorse aggiuntive saranno erogate nel periodo 2021-2022.

All’interno di Next Generation EU sono confluiti anche i fondi già esistenti per la transizione ecologica (Just Transition Fund) e il Fondo europeo agricolo per lo sviluppo rurale.

Queste riforme strutturali, che tendono a generare lunghi e difficoltosi dibattiti in parlamento, rischiano di essere affrettate dalla necessità di rispettare gli accordi presi ora con la Commissione, pena l’interruzione delle erogazioni di fondi anti-Covid.

Dall’entrata in vigore nel 2009 del Trattato di Lisbona, la carta fondamentale che distingue le competenze di Unione europea e Stati membri, “ce lo chiede l’Europa”, è stato il ricatto strumentale impiegato dai governi di tutta Europa per tagliare il dibattito parlamentare sul merito di alcune riforme, scegliendo a seconda delle inclinazioni politiche nell’infinito prontuario di regolamenti, direttive e procedimenti di infrazione prodotto ogni anno da Bruxelles.

Questa volta, però, non è retorica: il rischio dell’esclusione dal più grande pacchetto di aiuti comunitari mai erogato se non si rispettano le promesse di riforma è una minaccia molto concreta. È previsto dal cosiddetto “freno d’emergenza”, un meccanismo di controllo che permetterebbe il blocco dei fondi in arrivo da Bruxelles verso uno specifico Paese se determinati traguardi non sono raggiunti nei tempi previsti dai piani. È stato uno dei principali risultati della linea dei quattro “frugali”: Olanda capofila seguita da Austria, Danimarca e Svezia.

Questo sistema però rischia di avere conseguenze negative specialmente sui Paesi più poveri. David Bokhorst, ricercatore associato all’Istituto universitario europeo di Firenze, spiega che con questo sistema «i parlamenti nazionali potrebbero sentirsi obbligati ad accettare i traguardi già stabiliti perché il loro Paese ha bisogno di fondi. Questo comporta che il controllo da parte del potere esecutivo sui parlamenti si fa più forte». Jean Pisani Ferry, economista francese e membro del think tank Bruegel, ha evidenziato come ci siano da aspettarsi «accese polemiche se la Commissione rifiuta i piani inefficaci e ritarda gli esborsi quando i traguardi stabiliti non vengono raggiunti. Il rischio è che il processo finisca in un battibecco burocratico che l’opinione pubblica non riesce a decifrare ma che fornisce munizioni ai populisti».

Gli inascoltati

In diversi altri Paesi europei i parlamenti hanno lamentato di essere stati ignorati o consultati in modo insufficiente. In Danimarca, che come l’Italia ha formalmente dichiarato di aver avuto una consultazione parlamentare sul tema, questa si è in realtà limitata a una ratifica del mandato al governo per la stesura del piano. Allo stesso modo in Belgio il parlamento ha potuto solo rinnovare il mandato al governo. In Repubblica Ceca il piano è stato discusso troppo poco a detta di alcuni parlamentari e ong, e non è stato votato in aula. In Slovenia il governo ha presentato al parlamento una versione confidenziale del piano nazionale alla fine del 2020, che è stata discussa a porte chiuse alla fine di gennaio 2021. Il governo ha dichiarato di aver ascoltato oltre duemila organizzazioni, comprese ong, sindacati, municipi e associazioni professionali. La maggioranza di queste sarebbero state “consultate” in una singola mattinata durante una presentazione online del PNRR sloveno. Alcune di queste organizzazioni hanno dichiarato che sono state invitate a mandare le loro proposte in merito, ma che non hanno avuto nessuna forma di dialogo col governo. Quando la versione definitiva del piano è andata a Bruxelles lo scorso aprile, il parlamento non ha avuto modo di votarlo.

Una fonte all’interno della ECA, che ha chiesto di non essere identificata, ha detto ai giornalisti di Recovery Files che non ci sono sufficienti risorse né personale per tenere sotto controllo le spese di tutti i piani nazionali dei vari paesi.

Considerate le controversie che ci sono fra il suo governo e Bruxelles, l’Ungheria è certamente tra i “sorvegliati speciali” in Europa. Secondo l’Associazione dei Governi locali d’Ungheria (MÖSZ) il governo centrale non ha fatto nessuna consultazione significativa sul proprio PNRR. L’associazione ha minacciato di inviare una formale protesta alla Commissione se il governo di Orban avesse continuato a «prepararsi a spendere i fondi inappropriatamente». Il sindaco di Budapest, esponente di spicco dell’opposizione a Viktor Orban, lo scorso giugno ha inviato a Ursula von der Leyen una lettera in cui denuncia che, a parte quello iniziale, tutti gli altri incontri con il governo centrale in programma sono stati cancellati per volontà dell’esecutivo. L’unica consultazione pubblica è stata fatta in base a un documento di 13 pagine pubblicato a novembre 2020, che però conteneva solo dichiarazioni di intenti generali e nessun dettaglio su come le risorse sarebbero state allocate.

Le proteste hanno avuto successo e alla fine la Commissione europea ha insistito affinché il governo di Orban organizzasse una vera consultazione. Il piano è stato pubblicato il 17 aprile scorso e subito la Commissione ha criticato la riforma dell’università prevista nel piano, segnalando che rappresentava una violazione dell’indipendenza accademica.

Alla fine buona parte della riforma dell’istruzione superiore è stata tolta dal piano, ma nemmeno la seconda versione del PNRR ungherese non è passata dal parlamento e la città di Budapest è stata esclusa completamente da ogni possibilità di ricevere fondi.

Il parlamento olandese aveva inizialmente cercato di mantenere il controllo sui negoziati a Bruxelles imponendo al primo ministro Mark Rutte la linea “frugale”, cioè il rifiuto di garantire il debito di altri Paesi. La delegazione olandese, nel frattempo, ha anche spinto per ottenere finanziamenti e aiuti di Stato per “tecnologie pulite” come l’idrogeno blu, a prescindere dai negoziati sul fondo Next Generation EU. Il parlamento olandese è venuto a sapere di queste azioni di lobby solo dalla stampa, e ha ricevuto la relativa documentazione oltre un mese dopo. Nonostante a giugno avesse approvato una mozione per richiedere che le attività legate ai combustibili fossili fossero escluse dai fondi in arrivo dall’UE, questi contributi alla fine sono stati inseriti in diversi PNRR nazionali, incluso quello olandese.

La voce delle lobby

Se quindi i rappresentanti eletti delle democrazie europee hanno avuto relativamente poco spazio, sembrerebbe che al contrario interessi privati ne abbiano avuto molto di più, per discutere temi cruciali come la transizione ecologica.

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In Italia, dove il PNRR è stato steso fondamentalmente dal governo, prima da quello di Conte e poi da Draghi, l’agenda del ministro della transizione ecologica Cingolani e del suo predecessore Sergio Costa (quando ancora si chiamava ministero dell’ambiente) sono fitte di incontri con le più grandi aziende dell’energia.

Snam, Enel, Eni, Italgas, e molte altre aziende del settore energetico e petrolifero hanno avuto un numero sproporzionato di incontri sia rispetto sia alle associazioni di categoria che, prevedibilmente, alle ong come Legambiente,Greenpeace e WWF (che pure appaiono in un incontro a testa). Anche le case automobilistiche come Stellantis (la holding nata nel 2021 che raggruppa la vecchia galassia Fiat con quella di Peugeot), BMW, Mercedes, Volkswagen e Toyota hanno avuto spazio, e addirittura Costa Crociere e (ancora con il ministro Costa a gennaio 2020) Royal Carribbean.

Un rapporto dell’ong The Good Lobby, che analizza le audizioni informali nelle Commissioni della Camera dei deputati, fa un focus preciso su quelle che, fra gennaio e marzo 2021, hanno riguardato il PNRR italiano.

Secondo il report gli stakeholder esterni hanno avuto molto poco tempo per partecipare alla stesura del PNRR, ma soprattutto sono state chiamate molto tardi, tra febbraio e marzo 2021, quando sostanzialmente le decisioni importanti erano già state prese e la possibilità di contribuire era molto limitata.

Il report, in generale, sottolinea come le associazioni di categoria, anch’esse portatrici di interessi particolari, abbiano avuto enormemente più spazio di quelle della società civile, e di come il governo abbia scelto i suoi interlocutori «in modo tutt’altro che trasparente».

La partita, naturalmente, è ancora molto aperta. Mano a mano che si chiarisce dove esattamente e con che tempi arriveranno gli aiuti europei l’esigenza di un monitoraggio sull’esecuzione del PNRR è sempre più sentita. Il progetto Recovery Files è appena all’inizio e nei mesi a venire continuerà tenere alta la guardia non solo sull’efficienza del processo di riforma ma soprattutto alla sostanza dei progetti e la loro aderenza ai principi che li dovrebbero ispirare.

CREDITI

Autori

Giulio Rubino

In partnership con

Il team di Recovery Files

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto

Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea
Foto: martinbertrand/Shutterstock

Le lobby decidono ancora sul gas in Europa

5 Luglio 2021 | di Francesca Cicculli, Carlotta Indiano

La strada europea per un’economia a zero emissioni entro il 2050 è lastricata di buone intenzioni, ma l’obiettivo è ancora lontano. Nonostante alcuni tentativi concreti da parte dell’Unione europea di limitare le emissioni di CO2, come l’adozione dell’European Green Deal, le lobby dei combustibili fossili e molti degli Stati membri dell’Europa dell’Est, si stanno battendo per mantenere lo status quo energetico. Una battaglia economica e politica che si consuma tra il Parlamento e la Commissione Europea in particolare su come gestire questa fase di transizione. Bloccare tutte le fonti di energia inquinanti, infatti, è particolarmente complesso per alcuni Paesi, che sono ancora molto dipendenti dai combustibili fossili.

La Tassonomia

Per raggiungere gli obiettivi climatici che si è prefissata, l’Unione europea deve riuscire ad orientare efficacemente gli investimenti verso attività che possano essere considerate sostenibili. Per questo motivo, negli ultimi mesi, i lavori della Commissione si sono in parte concentrati nella redazione della Tassonomia degli investimenti sostenibili, una lista verde che classifica tutte le attività produttive sulla base di sei criteri: adattamento al cambiamento climatico, protezione delle risorse idriche e marine, transizione verso un’economia circolare, prevenzione e controllo dell’inquinamento e protezione della biodiversità. Sulla base di queste linee guida, le aziende dovranno dichiarare quanto siano sostenibili le loro attività.

L’importanza della tassonomia sta nel fatto che potrebbe dirottare gli investimenti, sia pubblici che privati, verso progetti sostenibili. Pochi, infatti, sarebbero quelli disposti a investire su aziende e attività che l’Europa non considera verdi.

La storia di questo documento inizia il 18 giugno 2020, quando viene pubblicato il regolamento sulla tassonomia. Il regolamento incaricava la Commissione di stabilire l’elenco effettivo delle attività sostenibili dal punto di vista ambientale, definendo poi i criteri tecnici di selezione attraverso altri documenti successivi: gli atti delegati. Il valore innovativo di questo documento è proprio nella creazione di uno standard univoco, applicabile in tutti gli ambiti.

Esistono già, infatti, altre “liste verdi”, ad esempio le tassonomie stilate da enti finanziari privati, come quelle che regolamentano i Green Bond, titoli i cui proventi vengono allocati su progetti che prestano particolare attenzione all’ambiente. Quella europea dovrebbe rappresentare, al contrario, un documento concordato e approvato in maniera democratica e costruito su basi scientifiche. «Questa in teoria doveva essere la tassonomia del popolo, una tassonomia fatta dagli scienziati e non dai banchieri, decisa su mandato della società civile», ci spiega Luca Bonaccorsi, membro della ONG Transport&Environment (T&E).

Il lavoro di classificazione delle attività verdi per l’Europa è iniziato grazie a un Technical Group of Expert (TEG) selezionato dalla Commissione europea e incaricato di compilare il primo atto delegato della tassonomia, un testo di oltre 600 pagine in cui erano descritte in dettaglio le soglie tecniche di ciascuna delle attività considerate, dall’agricoltura, ai trasporti, alle costruzioni.

A settembre 2020, il lavoro del TEG è terminato e al suo posto è stata creata la Piattaforma per la finanza sostenibile composta da 67 membri scelti per «competenze su temi ambientali, di finanza sostenibile o diritti umani e sociali». «Il lavoro che facciamo noi è quello di prendere tutta la letteratura, chiamare gli esperti e consultarli uno alla volta. Dobbiamo classificare tutte le attività merceologiche, dai blu jeans alle macchine, per sei criteri differenti. Sarà una lista molto lunga», spiega a IrpiMedia Luca Bonaccorsi, che fa parte della Piattaforma come rappresentante della T&E.

La Piattaforma ha scritto una seconda bozza di Atti delegati, sottoposta a consultazione pubblica a dicembre 2020, ma è stata sommersa di critiche e attualmente il processo di approvazione è a un punto morto. Una decina di Stati – Bulgaria, Croazia, Cipro, Repubblica Ceca, Grecia, Ungheria, Malta, Polonia, Romania e Slovacchia – hanno infatti chiesto e ottenuto un rinvio dell’approvazione del secondo atto delegato, perché questo nega al gas naturale lo status di combustibile di transizione.

La Commissione europea ha quindi chiesto alla Piattaforma di rielaborare i criteri tecnici della tassonomia. Il 21 aprile 2021 è stato finalmente approvato il primo atto delegato, che stabilisce un limite alle emissioni di Co2 per le attività energetiche pari a 100gCO2e/kWh. Questo atto però ha messo in standby la regolamentazione delle attività che si basano sul gas e sul nucleare, per i quali la Commissione avrebbe intenzione di presentare una proposta legislativa separata entro fine anno.

Questo rinvio, per Luca Bonaccorsi, rappresenta già una grande vittoria per l’industria del gas. Infatti, la prima bozza di atto delegato considerava sostenibile la produzione di energia a base di gas solo se avesse soddisfatto tre criteri piuttosto stringenti: doveva sostituire un vecchio impianto a base di combustibili fossili tagliando almeno la metà delle emissioni per kWh; utilizzare combustibili a basso contenuto di carbonio con meno di 270 grammi di CO2 per kWh, e produrre anche calore insieme all’energia elettrica. Tali limiti erano abbastanza rigidi da escludere di fatto tutte le attività legate al gas dalla lista di quelle sostenibili, quindi il ritardo, per le aziende del gas, significa quantomeno guadagnare tempo.

Il secondo atto delegato è ancora in discussione, ma anche se dovesse passare, nonostante l’opposizione che incontra, dovrà comunque essere approvato dal Parlamento, dove si sta già formando un ampio fronte di opposizione che potrebbe uccidere la tassonomia prima ancora che nasca.

Uno standard europeo per i Green Bond

La proposta di una tassonomia condivisa è arrivata in Commissione parallelamente a quella di un Eu green bond standard. Tassonomia e Eu green bond standard sono i due pilastri del Piano d’azione della Commissione Europea per la finanza sostenibile. Secondo Aldo Romani vicedirettore di Euro Runding per la European Investment Bank (EIB), infatti, investitori, banche emittenti e policy makers stanno cercando un linguaggio unico che possa stabilire cosa può essere condiviso in termini di sostenibilità a livello internazionale e quali sono gli indicatori su cui accordarsi, ma il processo si sta rivelando più difficile del previsto.

«Per essere conforme allo Eu Green Bond standard, l’impiego dei fondi deve essere allineato con la tassonomia che verrà approvata, e fino ad allora con i principi e la logica del regolamento sulla tassonomia entrato in vigore l’anno scorso» , spiega a IrpiMedia.

Nel Climate Bank Roadmap pubblicato a novembre 2020, la EIB, già membro del Teg e poi della Piattaforma per la finanza sostenibile, ha sottolineato l’intenzione di allineare completamente la propria metodologia di monitoraggio per l’azione per il clima e gli obiettivi di sostenibilità ambientale con il quadro definito dalla tassonomia dell’Ue. «Noi abbiamo adottato una documentazione che stabilisce un nesso diretto tra l’allocazione dei titoli e la legislazione europea in materia di finanza sostenibile, incluso il regolamento sulla tassonomia. Nel campo della mitigazione del cambiamento climatico, emettiamo già titoli che vengono allocati a progetti allineati sulla proposta di tassonomia avanzata dal TEG l’anno scorso», spiega Aldo Romani. «Gli indicatori del TEG possono infatti essere utilizzati come riferimento mentre il processo legislativo è ancora in atto, con tempi più lunghi di quelli previsti dal regolamento».

Non solo Tassonomia

Un altro esempio di come gli interessi dell’industria dei combustibili fossili si stiano facendo strada tra le crepe del processo legislativo dell’Ue è rappresentato da un rapporto che il Parlamento europeo ha votato lo scorso maggio. Proposto da Jens Geier, un membro tedesco del gruppo dei Socialisti e Democratici, il documento riguarda la strategia europea per l’idrogeno e considera sia l’idrogeno verde – prodotto da energie rinnovabili – sia l’idrogeno “a basse emissioni” – prodotto da biogas – come “idrogeno pulito”.

In termini di settori rilevanti, il rapporto afferma che l’idrogeno può essere utilizzato «nei processi industriali e chimici; nel trasporto aereo, marittimo e stradale pesante; e nelle applicazioni di riscaldamento». Per ora, questo documento non è legalmente vincolante, ma è l’ennesimo atto politico che rappresenta una buona notizia per i progetti di idrogeno blu, perché avalla l’idea che l’idrogeno proveniente da fonti inquinanti sia anche pulito e quindi finanziabile.

Per approfondire

I volti della transizione energetica

La transizione verso quella che viene definita “economia verde” è una delle sfide del nostro tempo che dovrà contemperare gli interessi economici, sociali e politici con le necessità ambientali del pianeta

Il rapporto ha ricevuto 411 voti a favore, 135 contrari e 149 astenuti. Tra i contrari i Verdi, che continuano a chiedere alla Commissione di stimare «quanto idrogeno a basse emissioni di carbonio sarà necessario ai fini della decarbonizzazione fino a quando l’idrogeno rinnovabile non potrà svolgere questo ruolo da solo, in quali casi e per quanto tempo». Chiedono inoltre alle istituzioni, agli Stati membri e all’industria «di aumentare la capacità aggiuntiva di elettricità rinnovabile al fine di evitare una concorrenza controproducente tra gli elettrolizzatori per la produzione di idrogeno e altri usi diretti di elettricità rinnovabile».

L’idea di utilizzare l’idrogeno blu come strumento necessario per la transizione energetica non è quindi stata ancora abbandonata dall’Europa, che mentre prova a stilare la lista delle attività verdi si ritrova ad appoggiare progetti che già hanno dimostrato i loro limiti in tema di sostenibilità, ma che sono fortemente sostenuti dalle industrie del gas e dagli Stati membri che hanno un’economia basata sulle fonti fossili.

Un futuro energetico basato sull’idrogeno blu e quindi dipendente ancora dai combustibili fossili è prospettato anche dalla Nuova Strategia Industriale, progettata da marzo 2020 e aggiornata il 5 maggio 2021. Dei due allegati di aggiornamento, il più interessante riguarda la produzione di acciaio verde. Secondo la Commissione, infatti, il continuo bisogno di acciaio vergine rende necessario il passaggio a processi tecnologici completamenti nuovi come la riduzione diretta di idrogeno e i processi di siderurgia con Carbon Capture Utilization and Storage (CCUS).

Un punto fondamentale del documento sull’acciaio verde riguarda l’Innovation Fund e l’Emission Trading System (ETS), il primo mercato internazionale dei permessi di emissione di carbonio. Il sistema ETS, si rivolge ai settori industriali caratterizzati da elevate emissioni e fissa un tetto massimo alle emissioni, stabilito a livello europeo, per i soggetti che fanno parte del sistema. In questo modo i partecipanti possono acquistare o vendere sul mercato le loro quote di emissione di CO2, tramite un’asta. Il Fondo per l’innovazione, istituito a marzo 2018 con una direttiva europea è uno dei programmi di finanziamento più grandi al mondo, rivolto alle industrie ad alta intensità energetica, come le acciaierie, che vogliono sviluppare tecnologie innovative a basse emissioni.

Nell’aggiornamento del piano si legge che l’Innovation Fund fornirà 18 miliardi di euro da investire tra il 2021-2030 per lo sviluppo di tecnologie innovative a bassa emissione di carbonio, comprese Carbon Capture and Storage (CCS) e CCUS, con l’obiettivo di portare sul mercato soluzioni industriali per decarbonizzare l’Europa e sostenere la sua transizione verso la neutralità climatica.

Vale la pena sottolineare che non siano solo le associazioni ambientaliste a ritenere la CCS pericolosa e inefficiente ma che la stessa Corte dei conti europea abbia certificato il fallimento di questa tecnologia dopo aver esaminato i risultati ottenuti con il programma European Energy Program for recovery (EEPR).

Le approvazioni di questi ultimi documenti potrebbero confermare le ipotesi di quanti temono che la tassonomia verrà bloccata dal Parlamento, perché sottoposta a continue modifiche da parte di lobby politiche ed economiche. Il Parlamento ha ammesso che la discrepanza tra le diverse definizioni di idrogeno pulito all’interno delle discussioni tra vari attori politici come la Commissione e l’Alleanza per l’idrogeno pulito genera confusione e dovrebbe essere evitato. Ma forse è proprio quella confusione che consente di approvare decisioni che continuano a favorire l’industria del gas.

Editing: Giulio Rubino | Foto: un gasdotto in costruzione in Bulgaria – Deyana Stefanova Robova/Shutterstock

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