Riciclaggio e criminalità finanziaria: il caso del Regno Unito

5 Giugno 2020 | A cura di IrpiMedia e Transcrime – Università Cattolica

In che modo un’azienda può essere utilizzata per riciclare denaro? E quali anomalie possono aiutare ad identificare casi a rischio o vulnerabilità sistemiche? Per capirlo possiamo prendere in considerazione, oltre ai dati già esistenti, i primi risultati emersi dal progetto europeo DATACROS sul Regno Unito.

DATACROS è un progetto coordinato da Transcrime e ha l’obiettivo di identificare anomalie nelle strutture societarie di imprese regolarmente registrate per individuare casi a rischio di criminalità finanziaria e riciclaggio di denaro. Il progetto è condotto in collaborazione con i giornalisti investigativi di IRPI, la Polizia spagnola (CNP), e l’Agenzia anticorruzione francese (AFA).

Il caso del Regno Unito

Il Tesoro britannico stima che ogni anno nel Regno Unito venga riciclato denaro sporco per un valore di decine di miliardi di sterline; nella stessa nota, ammette anche che è ragionevole supporre che le cifre reali si aggirino nell’ordine delle centinaia di miliardi di sterline all’anno. Se così fosse, parliamo di volumi che superano il 5% del Pil del paese. Questi numeri trovano conferma nel ruolo centrale giocato dal sistema britannico in molti dei maggiori schemi di riciclaggio scoperti negli ultimi anni, come i casi Danske Bank, Panama Papers e Troika Laundromat. Anche per le mafie italiane, il Regno Unito è una delle mete preferite per il riciclaggio, come evidenziato nell’ultima relazione della Direzione Investigativa Antimafia e da una serie di inchieste apparse su questo giornale.

Gli schemi di riciclaggio su larga scala (ma non solo) si basano sull’utilizzo di valuta virtuale. Spostare grandi quantità di denaro in contante presenta troppi rischi e problemi logistici: le banconote occupano spazio, possono attirare altri criminali o domande scomode alle frontiere. Ma la globalizzazione ha favorito i processi di integrazione dei sistemi finanziari e la dematerializzazione dei flussi, creando nuove opportunità anche per la criminalità. I capitali riciclati transitano nei grandi centri finanziari, dove milioni di transazioni avvengono in frazioni di secondo, e i volumi rendono difficile per le autorità isolare i flussi illeciti. Il Regno Unito ha un peso specifico importante come hub finanziario globale, con la City di Londra al centro del sistema. Il settore dei servizi finanziari contribuisce ad oltre il 10% del Pil britannico, e impiega oltre due milioni di persone.

Ma non è certo sufficiente l’effetto gravitazionale dei mercati finanziari ad attirare i capitali sporchi. Quali sono le vulnerabilità che rendono il Regno Unito così attraente per il riciclaggio e la criminalità finanziaria? Ne abbiamo individuati almeno tre.

1. Registro delle imprese

Riciclare denaro virtuale presenta un problema: la tracciabilità. E qui entrano in gioco le aziende: il riciclaggio su larga scala avviene prevalentemente su conti intestati ad aziende regolarmente registrate, ma per cui è particolarmente difficile risalire all’identità di chi in ultima istanza le controlla – il cosiddetto titolare effettivo, o beneficial owner.

A livello europeo, si sta cercando di facilitare l’identificazione dei beneficial owner con la costituzione dei registri dei titolari effettivi, introdotti dalla quarta (e poi quinta) Direttiva antiriciclaggio. Nel Regno Unito un simile registro – Companies House – esiste ed è attivo da tempo, ma presenta una combinazione paradossale di trasparenza e completezza.

Da un lato, la buona notizia è che il registro del Regno Unito è trasparente e pubblico, e riporta per ogni azienda le cosiddette PSC (People with Significant Control), ossia le persone che esercitano un controllo azionario significativo. Trovare informazioni sulla struttura proprietaria delle aziende è più semplice che in altri paesi dell’Unione europea. Nell’ambito del progetto DATACROS, tramite l’uso delle banche dati di Bureau van Dijk, Transcrime ha analizzato i dati sull’azionariato di oltre 50 milioni di imprese registrate in 28 paesi europei (UK+EU27). Degli oltre 4 milioni di società di capitali registrate nel Regno Unito, il 94,4% riporta dati di azionariato, un valore molto alto se rapportato alla media europea (circa 67%): molto bene.

La cattiva notizia, però, riguarda l’attendibilità delle informazioni riportate nel registro di Companies House. Le verifiche sulla correttezza dei dati inseriti sono largamente insufficienti, perché Companies House non ha poteri di controllo in questo senso. Dunque, quali anomalie nelle caratteristiche nelle imprese britanniche si possono identificare e misurare con i dati a disposizione?

Anomalie nelle caratteristiche delle imprese britanniche
Da uno studio condotto da Global Witness (2019), risulta che nel registro delle imprese britannico:

  • 6.711 imprese sono controllate da un titolare effettivo che controlla oltre 100 altre imprese, suggerendo la possibile presenza di prestanome;
  • Circa 4.000 titolari effettivi riportano meno di 2 anni di età, e due devono ancora nascere – un livello di imprenditorialità anomalo anche per i padri fondatori del capitalismo moderno.

Partendo dai dati contenuti nei registri camerali, identificare anomalie nelle anagrafiche dei titolari, come nello studio di Global Witness, è una prima strada. Altri tipi di anomalie invece possono emergere analizzando l’opacità delle strutture di ownership, cioè delle proprietà delle aziende. Per nascondere la reale identità dei titolari effettivi, le strutture di controllo delle aziende possono presentare complesse catene di società interposte, legami azionari con giurisdizioni offshore, forme societarie poco trasparenti come trust o fiduciarie, o schemi di azionariato circolare.

La complessità degli schemi societari

Dai primi risultati del progetto DATACROS, Transcrime ha calcolato (fonte: Bureau van Dijk) che nel Regno Unito:

  • Oltre 30.000 società di capitali sono controllate da trust, fiduciarie o fondi d’investimento che non permettono di identificare un titolare effettivo. È un numero cinque volte superiore a quello che si osserva in media negli altri paesi europei, al secondo posto dopo l’Olanda (oltre 60.000);
  • L’1,5% delle società di capitali ha legami azionari con giurisdizioni presenti in una blacklist o grey list di giurisdizioni non-cooperative nella lotta al riciclaggio o nella lotta all’evasione fiscale, come riportate dalla Financial-Action-Task Force (FATF) e dalla Commissione europea. Il Regno Unito si classifica al sesto posto di questa speciale classifica europea. Isolando l’area di Londra però, questo valore più che raddoppia, raggiungendo il 3,6%.

Il caso Formations House

Caso significativo è quello relativo alla vicenda Formations House, società che fino al 2017 apriva società per conto terzi dal civico 29 di Harley Street, a Londra. Oggi ha cambiato sede, ma non ragione sociale. Sono oltre 400 mila le aziende aperte da Formations House nell’arco di dieci anni e iscritte al registro del commercio di Sua Maestà. Un leak ottenuto dagli attivisti di Distributed Denial of Secrets (Ddos) e condivisi con un consorzio di giornalisti coordinato da OCCRP, tra cui quelli di IrpiMedia, e Finance Uncovered, ha svelato come tra i numerosi clienti di Formations House si trovassero società non in grado di passare un banale controllo dell’antiriciclaggio inglese.

Negli oltre 400 gigabyte del leak si trovano mail, contratti, documenti riservati e telefonate che svelano come chiunque, compresi criminali più o meno organici alla malavita organizzata, abbiano usato Londra come fosse un’isola caraibica per costruire il proprio scrigno all’interno dei confini della vecchia Europa.

Del resto, come ha dichiarato ai giornalisti David Clarke, presidente del Fraud Advisory Panel, sono state solo 23 le denunce recapitate per profili sospetti alle autorità inglesi da agenzie analoghe a Formations House. Tutto ciò nonostante non mancassero le anomalie nei profili analizzati. La stessa Formations House era stata avvisata dalle autorità antiriciclaggio del Regno Unito nel 2016 dell’alto rischio di infrangere le norme internazionali sulla provenienza illecita del denaro. Ma quell’avviso è rimasto lettera morta.

Così dei servizi forniti dalla società hanno potuto beneficiare, tra gli altri, alcuni noti riciclatori italiani legati alla criminalità organizzata, gli eredi del boss di cosa nostra Totò Riina, già coinvolti nelle indagini dell’antimafia in Italia e l’ex presidente degli Hell’s Angels svedesi, banda criminale ritenuta dall’Europol particolarmente pericolosa in 17 Paesi dell’Unione europea. La lista prosegue con alcuni magnati russi che hanno costruito nel tempo sistemi di società offshore per ricevere pagamenti nei paradisi fiscali, e in Africa dove addirittura sono stati generati istituti bancari fantasma pronti a operare con tanto di codice SWIFT.

Non è quindi un caso che le aziende registrate nel Regno Unito abbiano giocato un ruolo importante in molti dei maggiori schemi di riciclaggio identificati negli ultimi anni in Europa. Nel caso Danske Bank – uno dei più grandi schemi di riciclaggio della storia – fondi sospetti per oltre 200 miliardi di euro sono transitati tra il 2007 e il 2015 nella filiale estone della banca danese; i titolari dei conti bancari coinvolti nascondevano la propria identità dietro strutture societarie registrate presso la Companies House britannica.

Nel caso Troika Laundromat, oltre mille imprese registrate nel Regno Unito hanno contribuito a spostare 9,9 miliardi di sterline facendo transitare fondi dalla Russia all’Europa tramite una banca lituana. Nel 2018, con l’operazione “Piano B”, la Direzione Investigativa Antimafia ha scoperto che il clan dei Casalesi aveva investito 12 milioni di euro utilizzando società con sede in Gran Bretagna.

Fino a quando il livello di controlli sulle iscrizioni al registro delle imprese rimarrà tale, gli incentivi per riciclare utilizzando società britanniche rimarranno intatti.

2. Dipendenze della Corona e Territori d’oltremare

L’accessibilità del registro delle imprese britannico permette se non altro l’identificazione di possibili anomalie nelle catene societarie delle aziende registrate. Ma cosa si può dire sul livello complessivo di opacità finanziaria del sistema britannico? Possiamo identificare vulnerabilità ed anomalie in questo senso?

Non è facile rispondere a questa domanda. Una possibilità è guardare il Financial Secrecy Score, un indicatore composito prodotto dalla Tax Justice Network, gruppo di organizzazioni che dal 2003 chiedono la creazione di sistemi fiscali più equi in tutto il mondo. Lo Score combina 20 misure qualitative di opacità finanziaria ottenute analizzando le legislazioni e le caratteristiche del sistema finanziario e bancario di 130 paesi. In questo senso, il caso del Regno Unito è molto interessante. Il suo Financial Secrecy Score relativo al 2020 indica un rischio tra i più bassi a livello globale (126° nel ranking complessivo). Nonostante ciò, Tax Justice Network stima che il Regno Unito ospiti oltre il 16% del volume globale di servizi finanziari offshore. Questo è possibile perché il Regno Unito si trova di fatto al centro di un network di giurisdizioni particolarmente opache che la Corona supporta e controlla. Tra queste, spiccano le tre dipendenze della Corona (Jersey, Guernsey e l’Isola di Man), e i 14 territori d’oltremare, tutti Paesi con livelli di opacità finanziaria ben oltre la media, sette dei quali sono ufficialmente riconosciuti come paradisi fiscali: Anguilla, Bermuda, Isole Vergini Britanniche, Cayman, Gibilterra, Montserrat e Turks & Caicos.

Il Financial Secrecy Score è una misura di segretezza finanziaria pubblicata ogni due anni da Tax Justice Network per più di 100 paesi. La scala va da 0 (segretezza minima) a 100 (segretezza massima)

Quali anomalie possiamo osservare nelle aziende registrate in queste giurisdizioni? Per DATACROS, Transcrime ha analizzato i dati di Bureau van Dijk sulle aziende registrate nelle Dipendenze della Corona: dai primi risultati emerge che a Guernsey le società di capitali che non presentano alcuna informazione sull’azionariato sono il 79,1% del totale (rispetto al 5,6% del Regno Unito). Si trovano valori ancora maggiori guardando a Jersey (90,3%), e sull’Isola di Man (96,7%). Guardando alle aziende che riportano una struttura proprietaria, poi, si identificano ulteriori anomalie: tra Jersey e Guernsey, il 10,4% di queste hanno legami azionari con giurisdizioni presenti in blacklist internazionali, un numero sette volte superiore a quello riscontrato nel resto del Regno Unito.

3. Mercato immobiliare

L’utilizzo delle società offshore per scopi illeciti, nel Regno Unito, è spesso legato a filo doppio con il mercato immobiliare. Per stessa ammissione del governo, gli alti prezzi degli immobili, in particolare a Londra, forniscono un’ottima opportunità per riciclare grosse somme di denaro in un’unica transazione. A questo si unisce un sistema particolarmente frammentato di controlli antiriciclaggio.

Infatti, i soggetti coinvolti in una transazione immobiliare, in materia di antiriciclaggio devono sottostare a regolamentazioni ed autorità diverse. Le banche riportano alla Financial Conduct Authority (FCA), i servizi legali alla Solicitors Regulation Authority (SRA), e gli agenti immobiliari alla HMRC (l’equivalente della nostra Agenzia delle Entrate). Proprio questi ultimi sembrano rappresentare l’anello debole del sistema di controlli. Nel 2019 gli agenti immobiliari hanno segnalato solo 710 operazioni sospette – meno dello 0,15% del totale delle segnalazioni effettuate in UK.

Se il mercato immobiliare è così vulnerabile, quali anomalie si possono identificare? Private Eye ha mappato tutte le proprietà immobiliari in Inghilterra e Galles acquisite da società offshore fra il 2005 e il 2014. Lo studio stima che il valore totale di queste proprietà superi i 200 miliardi di sterline. I territori di provenienza di queste aziende? Gli stessi che abbiamo incontrato nel paragrafo precedente: Isole Vergini Britanniche, Jersey, Isola di Man e Guernsey.

Per approfondire

#29Leaks

I “formation agents” sono società che aprono aziende per conto terzi. Formations House, al 29 di Harley Street, a Londra, è tra questi: ha aperto oltre 400 mila aziende iscritte al registro del commercio di Sua Maestà. Tra i numerosi clienti, però, qualcuno non avrebbe avuto i documenti in regola per passare un banale controllo dell’antiriciclaggio inglese.

Conclusioni

Le vulnerabilità strutturali del sistema del Regno Unito contribuiscono a creare opportunità per riciclare denaro, in particolare dove i controlli sono meno stringenti, come nel caso del registro Companies House, delle giurisdizioni offshore o del mercato immobiliare.

La frammentazione del sistema di controlli antiriciclaggio è un problema che coinvolge l’intera economia, come emerge da un rapporto parlamentare del 2019. Nel paese operano 25 diverse autorità competenti in materia antiriciclaggio, un assetto che non sembra garantire un filtro di controlli efficace. Alla frammentazione interna si uniscono i problemi legati alla cooperazione con gli altri paesi europei: mentre l’UE cerca di muoversi verso un’integrazione della regolamentazione e dei presidi antiriciclaggio (4° e 5° Direttiva AML), il processo della Brexit sembra trascinare il Regno Unito nella direzione opposta, rendendo più difficile affrontare un problema di natura internazionale. Fuori dall’Unione europea, il Regno Unito potrebbe anche non avere più accesso a Europol e al suo sistema di informazione (EIS), fondamentale per le attività di intelligence transnazionali.

Il Regno Unito si appresta ad affrontare un periodo cruciale nel breve-medio termine, in cui i policy maker dovranno pianificare la ripresa economica dopo la pandemia da Covid-19 e le difficili tappe del processo della Brexit. In questo contesto rimane da capire se la lotta al riciclaggio e alla criminalità finanziaria avranno una posizione prioritaria nell’agenda di Downing Street. Se così sarà, il Governo dovrà fare uno sforzo per definire con maggior precisione la dimensione del problema riciclaggio – al momento sono disponibili solo stime per difetto – e portare ordine all’interno del frammentato sistema di regolamentazione e supervisione. Sarà necessario prestare particolare attenzione alle vulnerabilità costituite dal registro Companies House, dalle giurisdizioni off-shore legate alla Corona e dal mercato immobiliare.

E un utile punto di partenza possono essere proprio le anomalie nelle strutture societarie che Transcrime sta identificando tramite il progetto DATACROS che si concluderà l’anno prossimo.

Foto: una vista di Londra – David Algás Oroquieta/Unsplash

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Mafie e Regno unito

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Il riciclaggio è il crimine che permette a tutti gli altri crimini di esistere e prosperare. Ogni criminale che si rispetti, se non è un ladro di polli che si accontenta del contante che può stipare sotto il materasso, ha disperatamente bisogno di un buon sistema per ripulire il denaro sporco.

Il senso stesso di ogni attività criminale, il profitto, verrebbe meno se non ci fossero modi sicuri per trasformare pile di banconote accartocciate in un comodo e regolare conto in banca, con cui acquistare beni tangibili.

Un rapporto del 2019 della National Crime Agency britannica stima che ben 100 miliardi di euro di capitali sporchi all’anno, una cifra pari a tre manovre finanziarie, venga riciclato nella City of London, il cuore finanziario della capitale del Regno Unito.

Questo significa che, grazie a una fitta rete di professionisti compiacenti, fiduciarie e banche pronte a chiudere un occhio, ogni anno il valore di cento miliardi di euro di narcotraffico, corruzione, evasione fiscale, e molti altri reati si garantisce e si rinnova.

Le indagini, spesso azzoppate dalle difficoltà delle collaborazioni transnazionali, riescono appena a sfiorare la superficie di questo enorme iceberg di corruzione.

E la situazione, con la Brexit che rischia di arrivare a compimento senza precisi accordi di collaborazione tra le forze dell’ordine, sembra destinata solo a peggiorare.

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Londra, 240 società e 4 indirizzi. L’enigma del professionista italiano che le ha create

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Londra, 240 società e 4 indirizzi. L’enigma del professionista italiano che le ha create

Cecilia Anesi
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C’è un nome che ricorre in molte delle recenti indagini finanziarie italiane che approdano in Inghilterra, ed è quello del commercialista expat Fabio Castaldi: un professionista della finanza creativa, che si muove con disinvoltura tra i grattacieli della City of London.

Castaldi è una carta, o meglio una business card, comune al portafoglio di vari imprenditori italiani finiti nel mirino della Guardia di Finanza. Eppure è restato lontano dai riflettori, come un equilibrista sul filo tra lecito e illecito. Perché – come tutte le inchieste sul mondo dell’offshore ci insegnano, dai Panama Papers in giù – i “colletti bianchi” raramente vengono inchiodati alle proprie responsabilità.

Anche la storia di Fabio Castaldi è così. È riuscito a stare abbastanza dentro al sistema da diventare un professionista sfruttato da diverse organizzazioni criminali, e al contempo abbastanza lontano da non finire mai, realmente, nei guai.

A servirsi di lui sarebbero stati tanto imprenditori oggi a processo per riciclaggio a favore della ‘ndrangheta, quanto insospettabili imprenditori del Nord-Est. Questi ultimi, ha scoperto la Procura di Vicenza, avevano messo in piedi una colossale frode dell’Iva per centinaia di milioni di euro proprio con l’aiuto di Castaldi. E nella capitale, a Roma, Castaldi rimbalzava come contatto utile tra gli indagati del processo “Mondo di mezzo”, il gruppo criminale guidato da Massimo Carminati.

Dalla Svizzera alla Gran Bretagna

Castaldi, avvocato e commercialista esperto di finanza internazionale, offriva dai suoi uffici di Chiasso e Londra servizi di «pianificazione fiscale». La promessa è quella di «massima confidenzialità», sia che si tratti di costituire aziende nel Regno Unito, di registrare una residenza, o addirittura di ottenere un passaporto diplomatico.

Può sembrare una pubblicità mirata a chi vuole evadere il fisco, ma di per sè non c’è niente di illegale nell’offrire questi servizi. Il Sole 24 Ore e Irpi hanno però scoperto come, da quando nel 2008 ha aperto la sua Castaldi Lawyer a Londra, Castaldi è stato citato in almeno quattro diverse indagini in tema di evasione fiscale, bancarotta fraudolenta e riciclaggio.

Il suo nome finisce per la prima volta nel radar delle autorità italiane nel 2013, quando l’ufficiale della Guardia di Finanza in servizio presso l’ambasciata italiana di Londra nota una sospetta serie di richieste di registrazione di residenza. Secondo fonti investigative, tutte queste richieste erano legate a un singolo indirizzo, una casa derelitta della periferia londinese. Ancor più strano, nessuna di queste richieste era stata fatta dall’interessato, ma tutte dall’azienda Castaldi Lawyer, che agiva da intermediaria.

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Ulteriori indagini hanno dimostrato che queste richieste di residenza includevano anche quelle di due soggetti sotto indagine per sospetti legami con la ‘ndrangheta. Uno di essi è Alberto Pizzichemi, ritenuto dalla procura di Bologna vicino al clan Iamonte di Melito di Porto Salvo e arrestato nel 2018 con l’accusa di intestazione fittizia aggravata dal favorire l’attività mafiosa.

La registrazione di residenze

Castaldi, raggiunto per un commento dal Sole 24 Ore, ha dichiarato che i clienti entrano in contatto con lui via internet e che «non dispone di strumenti di indagine particolarmente efficaci» per fare due diligence sui profili dei clienti.

Ma registrare residenze è solo un’attività collaterale per Castaldi, il cui core business sembra piuttosto essere l’apertura di aziende. Dal 2010 a oggi il suo nome compare in almeno 240 di esse, tutte registrate in appena quattro indirizzi all’interno della City di Londra.

Non è sempre chiaro perché tutte queste aziende vengano costituite, ma è certo che operino tutte allo stesso modo: non sembrano avere alcuna reale attività, restano inattive per alcuni anni, e poi vengono chiuse del tutto.

Secondo Fabio Castaldi sono le condizioni economiche particolarmente vantaggiose che il Regno Unito offre ad attirare così tanti clienti. Ma per gli inquirenti la creazione sistematica di aziende destinate a sparire senza aver apparentemente fatto nessun tipo di business è un segnale di allerta tipico delle frodi finanziarie.

Il carosello dell’Iva

Le frodi carosello, in particolare, hanno un continuo bisogno di aziende “usa e getta” per poter funzionare.

Infatti il meccanismo basico di questo tipo di frode sta nel creare degli intermediari fittizi fra un azienda “venditrice” (A), basata in un qualsiasi paese dell’Unione europea, e una “compratrice” (B) basata in un paese differente. Nelle vendite intracomunitarie non c’è Iva da pagare immediatamente. L’azienda A perciò non carica Iva nella fattura a B, che dovrebbe però versarla nel paese dove rivende al pubblico il prodotto o il servizio acquistato da A.

Inserendo opportunamente uno o più intermediari fra A e B, il debito di Iva non si accumula più nell’azienda compratrice, ma proprio nelle aziende intermediarie che, tramite fatturazioni false, risultano aver comprato da A e rivenduto a B.

Prima che l’Agenzia delle Entrate o la Guardia di Finanza possano rendersi conto del trucco, le aziende intermediarie scompaiono, chiuse o trasferite all’estero, e il debito di Iva diventa una perdita secca per le casse dello Stato. L’inchiesta “Grand Theft Europe” ha rivelato come il danno a livello Ue di queste frodi si aggiri sui 50 miliardi di euro all’anno.

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Rispetto ad altri tipi di frode fiscale, la frode carosello è relativamente semplice, e Fabio Castaldi sembrerebbe conoscerla molto bene.

Tre anni fa infatti è stato iscritto nel registro degli indagati a Vicenza nell’ambito di un indagine su una monumentale frode di questo tipo. Secondo gli investigatori infatti sarebbe proprio lui l’ideatore e organizzatore di un sistema che ha permesso a diversi imprenditori di intascare ben 130 milioni di euro in Iva non pagata, fatta sparire grazie a un giro di fatture di quasi un miliardo di euro.

Diversi fronti aperti

Come nelle più classiche frodi carosello, Castaldi secondo le carte, si sarebbe occupato di far sparire le società intermediarie, le cosiddette “cartiere” in cui si accumulavano i debiti, spostandole nel Regno Unito e utilizzando un cittadino britannico, tale Brian Clift, come prestanome.

Castaldi si dichiara estraneo al procedimento. «Semplicemente la Castaldi Lawyer era fiduciaria nella partecipazione azionaria di una società non italiana», ci dice.

Il meccanismo però avrebbe permesso a tali aziende di diventare irreperibili ai creditori e all’Agenzia delle Entrate. Grazie a questa intermediazione, tanto la documentazione delle aziende quanto i loro debiti sarebbero svaniti nel nulla.

Castaldi è stato arrestato per queste operazioni nell’ottobre del 2016, è stato rilasciato poco dopo, ma la procura non ha ancora richiesto il rinvio a giudizio che, stando all’ordinanza di custodia cautelare, avrebbe come capo d’imputazione associazione a delinquere internazionale aggravata.

Nel frattempo Castaldi è finito nei guai anche in Sicilia. Un anno fa infatti la procura di Catania ha chiesto la custodia cautelare per il commercialista romano, negata dal riesame, con l’accusa di bancarotta fraudolenta .

Secondo le indagini, Castaldi era il socio principale di un altro commercialista, il catanese Mariolino Leonardi, che si occupava di offrire a imprenditori senza scrupoli lo stesso tipo di servizio. Si sarebbero occupati di pilotare bancarotte fraudolente di aziende in difficoltà, spostando tutti gli asset di valore in nuove aziende registrate nel Regno Unito o in Croazia, sottraendosi permanentemente ai creditori.

Centinaia di società

Stando alle accuse, il duo Castaldi-Leonardi offriva anche la possibilità di evitare l’Iva (cavallo di battaglia delle frodi transfrontaliere), di far sparire documenti e di nascondere beni. Una prudente stima del valore delle intere operazioni si attesta intorno ai dieci milioni di euro. I capi d’imputazione per Castaldi sono molteplici, inclusi bancarotta fraudolenta e riciclaggio. Contattato dal Sole 24Ore, anche in questo caso il commercialista da Londra si dichiara estraneo all’indagine.

Tra le centinaia di aziende aperte da Castaldi, ve ne sono alcune che compaiono citate nell’indagine congiunta “Martingala-Vello d’Oro” delle procure di Reggio Calabria e Firenze che ha mandato a processo una serie di imprenditori tra Calabria e Toscana con l’accusa di avere riciclato proventi illeciti dei clan di ‘ndrangheta della Locride.

Stando alla ricostruzione degli inquirenti, gli imprenditori avevano avviato delle “cartiere” per complesse frodi carosello, servite poi anche per riciclaggio.

Uno degli imprenditori a processo, Antonio Scimone (le cui operazioni finanziarie in Slovenia erano già state raccontate da Irpi sul Sole 24 Ore) è titolare di alcune aziende inglesi che sono finite sotto la lente degli inquirenti della Gdf. ll ruolo delle società inglesi sarebbe stato di cruciale importanza per la rete di imprenditori: da un lato servivano a incorporare, con un fittizio trasferimento all’estero, le “cartiere” registrate in altri Paesi prima che le autorità fiscali cominciassero a investigarle, dall’altro la registrazione di una società di facciata nel Regno Unito avrebbe permesso l’apertura di conti bancari in Svizzera.

Ad aprire queste aziende, lo studio Castaldi Lawyer.

La difesa di Scimone

«Castaldi non l’ho mai incontrato, non sono mai stato nel suo ufficio. Abbiamo chiesto dei preventivi a distanza e abbiamo scelto il suo studio», spiega al telefono con Il Sole 24Ore Antonio Scimone.

«Abbiamo trasferito a Londra solo delle aziende italiane che avevano un debito tributario – dichiara Scimone -. Rigetto qualsiasi accusa di contatto con la ‘ndrangheta. Una società inglese aperta per noi dalla Castaldi Lawyer a Londra è servita a fare la cessione di un ramo d’azienda, cioè per blindare dei beni immobiliari in Italia. Non c’è stato trasferimento di denaro e non abbiamo aperto alcun conto bancario».

La Guardia di Finanza di Firenze ha inviato ben due richieste di collaborazione alle autorità britanniche. La prima è rimasta lettera morta, e la seconda, che chiedeva il sequestro delle aziende di Scimone aperte da Castaldi, ha ricevuto come risposta la comunicazione che le aziende erano solo scatole vuote e non c’era nulla a cui mettere i sigilli.

Fabio Castaldi dichiara di non aver mai ricevuto richieste rogatoriali né in questo, né negli altri casi in cui è coinvolto e sottolinea come non abbia propriamente “gestito” le aziende di Scimone ne tantomeno aperto conti in Svizzera per lui.

L’ufficio misterioso

Dopo molti trasferimenti, oggi la Castaldi Lawyer è formalmente domiciliata in un moderno co-working nel cuore della City, pubblicizzato come il più grande del suo genere quando ha aperto nel 2015. Ma quando i reporter sono andati lì a cercarlo, alla reception sono stati accolti solo da espressioni sorprese. «Non c’è nessuno con quel nome qui», ha dichiarato la receptionist dopo aver lungamente spulciato la lista delle aziende registrate.

A poche centinaia di metri invece si trova il precedente indirizzo presso cui lo studio di Castaldi si era registrato, ma anche lì nessuno sembra ricordarsi di lui. Castaldi dichiara di non esercitare più la professione di fiduciario, lamentando il fatto che questo ruolo venga confuso con quello di “testa di legno”.

Non c’è dubbio che almeno fino a maggio 2019 il fiscalista romano sia rimasto in attività. Infatti due nuove aziende britanniche sono spuntate a suo nome. L’indirizzo? Una casella postale in un anonimo appartamento inglese.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto di journalismfund.eu e del programma Reporters in the Field della Fondazione Robert Bosch.

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Pizza, friarielli e pounds: la ricetta per il riciclaggio a Londra

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Pizza, friarielli e pounds: la ricetta per il riciclaggio a Londra

Cecilia Anesi
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Non è facile essere il boss di un clan mafioso. In anni di lotte per fare prevalere la tua famiglia devi trasudare carisma, violenza, intimidazione. Devi ispirare rispetto e timore, conoscere la strada e i suoi umori. Devi tanto mantenere la fedeltà dei tuoi uomini quanto gestire il rapporto con i clan rivali. Non c’è tempo per apprendere anche le abilità tecniche necessarie al funzionamento della macchina dell’economia mafiosa, specie in un mondo sempre più interconnesso e complesso.

E allora, i boss si rivolgono a specialisti di fiducia. Si tratta di professionisti, non necessariamente affiliati, pronti a sporcarsi le mani per la mafia. Le due posizioni per cui maggiormente si “assume” sono quella del narcotrafficante e quella del riciclatore.

Antonio Righi è considerato dalla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Napoli uno di questi specialisti, un esperto riciclatore per la camorra. Già condannato per traffico di droga e ricettazione è ora a processo con le accuse di concorso esterno e riciclaggio per avere favorito le famiglie Contini e Mazzarella. Due famiglie nemiche, protagoniste di una guerra che ha lasciato decine di morti sulle strade partenopee, eppure legate allo stesso abilissimo riciclatore: Antonio Righi alias Tonino ‘o Biondo.

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Si è inventato una figura nuova, ‘o Biondo. Non è un commercialista da usare come un fazzoletto e poi buttare via, non è soltanto uno specialista della finanza offshore. È un cardine tra due mondi: quello della camorra, che produce profitti illeciti, e quello dei colletti bianchi, che i soldi li ripulisce e fa fruttare tra i vetri a specchio delle banche europee.

Sa presentarsi in giacca e cravatta, Righi, quando si tratta di acquistare immobili per le sue pizzerie, ma conosce il potere dell’intimidazione mafiosa e quando deve minacciare non va per il sottile. «Noi siamo venuti stasera per ucciderti, forse tu non hai capito nulla! Contemporaneamente uccidiamo pure tuo figlio e tua moglie, vuoi capirlo o no?», dice senza mezzi termini a un promotore finanziario che si era impossessato di 200mila euro che Righi gli aveva affidato per conto della “famiglia” di camorra. Lo va a prelevare e lo obbliga a salire in auto.

Nella sala ascolto dei Carabinieri rimbomba il rumore delle percosse e il pianto disperato del broker. Cala il silenzio, scandito solo da ripetute minacce di morte. Il broker, terrorizzato, capisce di non avere scampo e mesto compila assegni per 375mila euro.

Pizza Ciro

La storia dei Righi inizia nel lontano 1983 quando a guidare la famiglia era il padre Ciro. Fu allora che gli venne affidato il compito di riciclare parte del riscatto da un miliardo e 700 milioni di lire pagato per liberare il gioielliere Luigi Presta, sequestrato dalla camorra. Era l’inizio di una dinastia. Nelle pagine dell’ordinanza di custodia cautelare dell’operazione “Margarita” della Procura di Napoli sono accusati decine di membri della famiglia, comprese nuore, generi e collaboratori più stretti. Per il pm Ida Teresi che ha guidato il pool d’inchiesta, sarebbero tutti implicati in un’associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio e all’occultamento di denaro illecito.

Dai primi anni ‘80 i Righi hanno cavalcato un’escalation imprenditoriale che gli ha guadagnato un impero economico ai quattro angoli del globo.

Per gli inquirenti l’ascesa si deve principalmente al denaro del clan Contini. Nel 2014 i Righi finiscono sulle prime pagine dei giornali per il sequestro del marchio “Pizza Ciro” e con esso 28 tra ristoranti, pizzerie e gelaterie a Roma, Rimini e in Versilia perché considerate attività finanziate dai Contini. Ma l’espansione dei Righi è andata ben oltre il centro Italia.

Il portfolio di investimenti finanziari e immobiliari copre mezzo mondo, con acquisto di immobili di pregio soprattutto in Est Europa (a Bratislava un appartamento da 8 milioni di euro), mentre il marchio “Pizza Ciro” viene registrato in Spagna, Inghilterra e Cina. In Spagna, è Barcellona la città prescelta: lì aprono una pizzeria nel centro commerciale Arenas Nuova e un ristorante sulla Diagonal, una delle principali strade della capitale catalana.

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Tentacoli che partono da Napoli e si dipanano in tutto il mondo, ma che hanno però un comune denominatore: l’Inghilterra. Lo ammette in un’intercettazione Righi, di volere usare proprio il Regno Unito per operazioni estero su estero con una specifica azienda di diritto inglese. E la Dda partenopea vuole vederci chiaro. Quando arriva però il momento di chiedere alla polizia inglese una mano per scavare dietro ai muri delle fiduciarie, qualcosa non funziona. «Il paritetico organo, sentito tramite il sistema Sirena (per la collaborazione giudiziaria tra paesi dell’Unione Europea, ndr), non c’ha mai risposto», dichiara la procura generale in udienza a Napoli. E le indagini sul filone britannico si arenano definitivamente.

Così a seguire il filo dei soldi ha provato il centro di giornalismo di inchiesta Irpi, arrivando fino al cuore finanziario d’Europa, la City of London. Qui ad Antonio Righi sono legate cinque società, ormai tutte chiuse tranne una, che rischiano di custodire per sempre i segreti del riciclatore di punta del clan Contini.

Come aprire una società in dieci minuti

Il mondo delle corporation britanniche è un vero Far West fatto di aziende che spuntano come funghi e che spesso hanno vita molto breve, giusto il tempo di un’operazione sospetta o di trasferire capitali offshore. Una condizione che deriva dalla progressiva deregolamentazione delle normative per la creazione di imprese portata avanti dai governi inglesi dalla fine degli anni ‘70 in avanti.

Aprire una società nel Regno Unito è diventato un giochetto da ragazzi, che non richiede più di dieci minuti. Basta inserire i propri dati nel portale online del Registro Imprese britannico e versare 12 sterline (15 euro circa). Trentasei ore dopo la nostra Ltd è operativa. Senza alcun controllo a monte sulle informazioni fornite. Un estremo azzeramento della burocrazia che ha dato una forte accelerata all’economia del Regno, lasciando però la porta aperta a chi attraversa la Manica con scopi tutt’altro che nobili.

Fra questi, Righi si conferma un maestro. Le indagini del Comando Provinciale dei Carabinieri di Roma avevano dimostrato l’estrema complessità delle manovre economiche e aziendali della famiglia Righi in Italia.

Impiegavano un vero e proprio esercito di prestanome e con cadenza annuale effettuavano continui trasferimenti di quote, vendite e intestazioni fittizie di beni al fine di intorbidire le acque. A Londra, viene applicato lo stesso disegno: il nome di Righi appare e scompare nelle cinque società, incrociandosi con i nomi di soci di comodo o promotori finanziari, dando la costante impressione di non essere mai lui la mente dietro la fitta rete societaria. Le cinque aziende seguono tutte uno stesso destino: hanno un capitale sociale di decine di milioni di sterline, ma vengono tenute dormienti. Vengono risvegliate dal letargo per operazioni ad hoc, come il truffaldino acquisto di squadre di calcio in Italia e nei paesi dell’Est Europa.

Anche se aprire un’azienda a Londra è un’operazione rapida che si può fare online, è chiaro che risulta di maggiore garanzia rivolgersi a studi di esperti che seguano il processo di registrazione.

E così Righi sceglie Formations House, servizio di incorporazione di aziende a 29 Harley Street, nel ricchissimo quartiere di Marylebone. Non un nome a caso.

Il giornale inglese The Guardian ha scoperto come Formations House fosse specializzata nel registrare scatole vuote poi utilizzate da riciclatori o truffatori internazionali. È proprio qui che a maggio 2007 prende vita la prima società inglese di Righi, la Carrefur Ltd, l’unica scoperta dagli inquirenti italiani. A gestirla per lui è Alessandro della Chiesa, 75enne di Cesenatico, factotum di Righi indagato dai Carabinieri per il suo coinvolgimento nel commercio del pesce dell’azienda Società Cooperativa Pescevivo, che distribuiva a Napoli il pescato delle coste dell’Adriatico. La Pescevivo nasceva con un investimento personale di Righi, ma era destinata a sostenere il potere del clan Mazzarella nel mercato del pesce partenopeo, un’area d’influenza tradizionalmente di un altro gruppo, quello dei Mugnanesi. Alessandro della Chiesa, rivelano le intercettazioni, era strettamente a servizio di Antonio Righi in tutta l’operazione, rispondendo ai suoi ordini dalla costa adriatica.

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Un rapporto che specularmente continua in terra anglosassone. Ufficialmente, nella Carrefur, Della Chiesa ci entra solo a maggio 2009, ma dalle intercettazioni emerge come sarebbe stato proprio lui a permettere di aprire e gestire l’azienda dormiente a Londra. Infatti, già a luglio 2008 Righi chiede a Della Chiesa se può sfruttarla per un affare che ha per le mani. «Questa società come è, è buona?», chiede Righi. «È buona perché c’hai un bel capitale», risponde il socio. «Due milioni di sterline», ricorda Righi a voce alta.

L’affare non viene specificato, ma il giorno successivo Righi discute con un broker finanziario di un investimento da oltre 200mila euro in un fondo immobiliare della Credit Suisse. Un investimento che metterà il broker in seri guai. Non era riuscito a garantire nei termini richiesti dal clan la buona riuscita dell’affare, e finisce pestato a sangue e costretto a restituire l’intera somma, maggiorata.

Come ti affosso il club di serie A

Quella però non era la prima volta che la Carrefur veniva messa in moto per spostare soldi. Già l’anno precedente, prima che finisse sotto la lente degli inquirenti, la società era servita ad affacciarsi al mondo del calcio.

Infatti, a settembre 2007 acquisisce la squadra ungherese FC Sopron, all’epoca militante nella serie A locale. Il neo-presidente Righi fa grandi proclami: azzeramento dei debiti della precedente gestione, cinque nuovi giocatori di alto livello e calcio spettacolo. L’avventura però non dura molto: qualche mese più tardi la federazione ungherese squalifica la società per mancati pagamenti ai dipendenti e al fisco. A meno di un anno dell’ingresso a gamba tesa di Righi, lo storico club viene sciolto e scompare per sempre.

Il rettangolo verde è una vera passione per Tonino & Co. A settembre 2008, un anno dopo lo sbarco in Ungheria, il gruppo usa la società inglese Finance Mortgages Limited per l’acquisto del Modena Calcio con una fidejussione da mezzo milione di euro, salvo poi sparire nel nulla. Un’operazione folle, a meno che non avesse come unico scopo quello di giustificare dei movimenti di soldi finiti poi altrove. Lo stesso drappello di soci di Righi finisce in guai seri con la giustizia rispetto ad un’altra operazione finanziaria sospetta in tema di calcio. Nel 2013 infatti Alessandro della Chiesa viene condannato a sei anni e mezzo per la bancarotta fraudolenta del Ravenna Calcio.

Righi però compare anche in alcune società il cui scopo rimane criptico. Ce n’è una in particolare, la Magnolia Fundaction, che sembra uscita direttamente dal fumetto Topolino. Ha una ricca cassaforte di 90 milioni di sterline di capitale versato, ma a gestirla assieme a persone in carne e ossa sono personaggi del tutto inventati. Righi ci entra il 1 marzo 2008 e ci sta solo per 24 ore. Ad aprirgli la porta è il promotore finanziario Ottavio Siracusa, una vecchia conoscenza dell’imprenditore napoletano.

Aprire una società nel Regno Unito è diventato un giochetto da ragazzi, che non richiede più di dieci minuti. Basta inserire i propri dati nel portale online del Registro Imprese britannico e versare 12 sterline. Trentasei ore dopo la nostra Ltd è operativa. Senza alcun controllo a monte sulle informazioni fornite

A dirigere l’azienda fino a quel momento erano state le sapienti mani di due assi dell’abbaglio. Si tratta di Gennaro Ruggiero e Francesco Isidoro Candura, due broker finanziari saliti all’onore delle cronache nel 2008 per avere investito, tramite una finanziaria inglese, 250 milioni di euro in attività di lobbying presso le istituzioni europee – 30 volte di più di qualsiasi altro colosso americano registrato alla Commissione Europea. I due però vengono anche indagati dalle Procure di Milano e Benevento per aver preso parte all’organizzazione di un colpo di stato nella regione di Cabinda in Angola. La congiura, vera o finta che fosse, avrebbe permesso a Ruggiero di fregiarsi del titolo di Ambasciatore di Cabinda a San Marino.

Premiata ditta Banda Bassotti

Ed è in quello stesso periodo che Righi e l’Ambasciatore si incrociano nella Magnolia, un’azienda che ricorda una multiproprietà al mare: una scatola vuota da usare all’occorrenza da menti diverse. Passa di mano, rimbalza come una palla tra promotori finanziari e una serie di prestanome irrintracciabili, forse addirittura inesistenti.

Infatti, il 27 gennaio 2010, per un totale di 48 ore, viene iscritto come direttore un nuovo Ottavio, che questa volta di cognome fa «Detto Il Ladro di Galline», di professione «truffatore». E ad affiancare questo bizzarro amministratore come segretario, vi è la «Banda Bassotti Company Ltd», registrata in «Via Dei 40 Ladroni, Ali Babbà, Italy». Il tutto senza che il registro imprese d’Inghilterra battesse ciglio. Candura e Ruggiero, contattati da Irpi per un commento e per conoscere la natura degli affari della Business Bank al tempo della loro presenza nella società, hanno preferito non rispondere.

Delle varie aziende inglesi usate da Righi e identificate da Irpi, ne rimane attiva solo una. Si chiama Business Bank Italy Ltd e ha sede in una villetta a schiera dell’estrema periferia Est di Londra. Ha però ambizioni da multinazionale. Viene aperta nell’estate del 2008 con 10 milioni di sterline da Alessandro della Chiesa, uomo chiave per Righi, proprio nel periodo in cui i due curano l’affare del pesce per conto del clan Mazzarella.

Righi comparirà nella Business Bank come amministratore e azionista solo quattro anni più tardi, per qualche mese, per passare nuovamente la palla ai suoi fidati collaboratori. Fino al 2015 la società rimane sottotraccia, poi di colpo pubblica un sito web per attrarre clienti con tanto di motto: «Servizi finanziari per l’investitore globale». Una «venture capitalist alla ricerca di idee rivoluzionarie che già da diversi anni aiuta imprenditori a realizzare i propri sogni», si legge sul sito, che ai progetti selezionati fornisce «equity, capitali di partenza e prestiti da investitori privati». Una pretesa singolare per una società che si sveglia da una glaciazione di quattro anni. Ma soprattutto una promessa che non trova conferma nella realtà.

È davvero difficile entrare in contatto con chi l’amministra. Da gennaio di quest’anno infatti la controlla un misterioso italiano registrato presso un indirizzo ungherese, una casetta modesta in un villaggio nella piana di Budapest. E dal 26 giugno a dirigerla è un 71enne di Mazara del Vallo. Entrambi impossibili da contattare. Non è stato possibile chiedere delucidazioni né a Righi, né al socio Della Chiesa perché, contattati da Irpi tramite i legali, hanno preferito non rispondere né su questo ne sulle vicende processuali che li riguardano.

Se la legge protegge il riciclaggio

Alle mafie il Regno Unito, e specialmente il centro finanziario di Londra, piace davvero. Qui si trovano tutti i servizi necessari per architettare complesse strutture societarie da cui far transitare capitali occulti. Righi sembra averlo capito alla perfezione. Senza neppure doverci mettere piede, da lì tesse i fili delle sue attività nel mondo, lontano dagli occhi dell’Antimafia italiana, protetto da un sistema legislativo carente e da un mondo finanziario che non si fa domande.

Tra gli edifici di cristallo della City, sostengono gli investigatori, i riciclatori delle mafie italiane trovano il conforto necessario: sono visti come imprenditori in giacca e cravatta, che appaiono e scompaiono come i loro capitali, oggi a Londra domani alle Cayman, senza creare scompiglio. Mentre il sangue si versa per le strade di Napoli. A Londra, sui vetri dei palazzi, anche a guardare bene si può solo scorgerne un riflesso sbiadito.

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Cecilia Anesi
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Il Fatto Quotidiano

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Cecilia Anesi

Mafia Capitale, così Massimo Carminati ha nascosto il suo tesoro a Londra

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Mafia Capitale, così Massimo Carminati ha nascosto il suo tesoro a Londra

Cecilia Anesi
Lorenzo Bagnoli
Matteo Civillini
Giulio Rubino

Al sicuro. Lontano da un processo che sta rivoltando le viscere di Roma, lontano dall’infedeltà dei luogotenenti e dalle inchieste dei magistrati. È a Londra che si nasconde la cassaforte di Massimo Carminati, l’estremista di destra indicato come il capo di Mafia Capitale, attualmente sotto processo con l’accusa di associazione mafiosa. Dietro l’angolo, sotto gli occhi di tutti fin dalle prime fasi delle indagini, il tesoro è protetto nella capitale finanziaria d’Europa da un complicato meccanismo di scatole societarie e dalla segretezza che tutela la finanza internazionale.

All’ombra dei grifoni della City, i soldi dell’organizzazione criminale si spostano tra paradisi fiscali e banche senza lasciare traccia, diventando di fatto ville, aziende immobiliari, ristoranti per un valore complessivo di milioni di sterline. Ma alcune «strisciate», come le chiama Carminati nelle intercettazioni che lo hanno portato in carcere, restano. Muovere capitali in questo modo è un lavoro da professionisti, e per quanto cauto e furbo, “er cecato” non può certo farlo da solo. L’Espresso ha seguito da vicino alcune di queste piste, arrivando ai tesorieri più fidati che si trovano nella City.

L’ex estremista di destra per muoversi a Londra si appoggia a due vecchi amici e compagni di battaglie: Vittorio Spadavecchia e Stefano Tiraboschi.

Entrambi già militanti in gruppi neofascisti attivi negli anni Settanta. I loro nomi ritornano nelle intercettazioni dell’inchiesta su Mafia Capitale ogni volta che si parla del forziere inglese. Nei quasi quarant’anni che hanno passato nella capitale britannica, i due hanno dimostrato talento per gli affari e una coriacea resistenza alle rogatorie avviate dai magistrati della procura di Roma.

Spadavecchia sbarca a Londra nell’agosto del 1982. Non aveva idea, ha dichiarato, che la legge italiana lo ritenesse un fuggitivo. Eppure un sospetto avrebbe dovuto averlo, visto che neppure due mesi prima a Roma aveva assaltato, con un gruppo di camerati, la sede dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina di cui era presidente Arafat.

Durante la sparatoria, i nervi gli avevano ceduto, e mentre uno dei poliziotti di guardia cadeva sotto il piombo dei camerati, lui si era tolto i pantaloni per sembrare un passante impegnato a fare jogging.

Con la paura di quella notte ancora fresca, Spadavecchia lascia l’Italia per non farci più ritorno. C’è chi è pronto ad accoglierlo. Nei primi anni Ottanta la capitale inglese era il rifugio preferito dai camerati “in latitanza preventiva”. Erano i tempi delle indagini sul terrorismo nero e sulla strage di Bologna. Ma a Londra, lontano dal clamore, Roberto Fiore, fondatore di diversi movimenti neofascisti e del partito Forza Nuova, aveva stretto accordi con gruppi di estrema destra inglese come la League of St George, aiutando decine di estremisti neri italiani in fuga.

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Fra i “neri in fuga” c’era già chi poi sarebbe diventato il più stretto socio in affari di Spadavecchia: Stefano Tiraboschi.

Proveniente dal Fuan, l’organizzazione dei giovani universitari del Msi, aveva trovato nel gruppo londinese di Fiore un punto di riferimento ideologico e concreto per organizzare la sua vita a Londra. Arrestato nel 1981 da Scotland Yard, Tiraboschi doveva essere interrogato dalla polizia italiana per aver fatto parte del commando che il 15 marzo 1979 aveva svaligiato a Roma l’armeria Omnia Sport.

Arricchirsi in fretta

Nei primi anni Ottanta Spadavecchia e Tiraboschi a Londra sono ufficialmente studenti squattrinati, ma nel giro di poco tempo diventano ricchissimi, con proprietà di lusso e ristoranti per un valore complessivo di decine di milioni di sterline.

Per Spadavecchia, però, i problemi con la giustizia continuano. Almeno fino a giugno scorso, quando l’ultima decisione della corte di Westminster sembra assicurargli definitivamente sonni tranquilli sotto il cielo inglese.
I giudici infatti hanno avvalorato la tesi che Spadavecchia fosse all’oscuro di essere un ricercato e hanno ritenuto il processo in contumacia una violazione del suo diritto a un giusto processo.

Eppure per la giustizia italiana, che l’ha condannato a 14 anni per crimini come terrorismo, rapina a mano armata e possesso illegale di armi da fuoco, è stata proprio la sua fuga a impedirgli di far valere le proprie ragioni di fronte a un tribunale. Del resto la sua condanna in primo grado risaliva già al 1986 e a quel verdetto il suo avvocato aveva fatto appello, dimostrando che almeno a partire da quell’anno Spadavecchia era ben cosciente delle accuse a suo carico.

Da allora l’Italia lo ha richiesto almeno sette volte, fra il 1991 e il 2016, ma Spadavecchia è rimasto a Londra libero di continuare a curare i suoi affari milionari e di brindare alla sua libertà con i ragazzi della squadra di rugby che gestisce l’Ealing Trailfinders Club, una società del West End londinese.

Non è chiaro come lui e il suo socio abbiano trovato il capitale iniziale per il loro business. Di certo Tiraboschi, senza lavoro e senza fissa dimora nei primi anni ’80, arriva ad avere nel 1995 la proprietà di un appartamento all’epoca valutato in 350mila sterline a Holland Road, nella prestigiosa area di Kensington, e di una villetta in stile vittoriano a due passi dal Tamigi.

Nel 1994 Spadavecchia e Tiraboschi aprono la loro prima azienda, la Action Accommodation. Il modello è quello della Easy London di Roberto Fiore che dagli anni Ottanta prometteva casa e lavoro a giovani italiani che volevano studiare inglese. Spadavecchia e Tiraboschi optano per offerte più di lusso, ma il concetto rimane lo stesso: fatturare affittando proprietà, costruendo un impero.

Verso la fine degli anni ’90, Action Accommodation viene sostituita da London Solutions, un nuovo brand che viene controllato prima da una società inglese e, successivamente, da un’italiana. Un periodo a cavallo del clamoroso furto a opera di Carminati nel caveau della banca che si trova nella città giudiziaria della Capitale. Quando il “Nero” riuscì a mettere le mani su parecchie delle cassette di sicurezza lì custodite.

Il quartier generale della società rimane a Londra. Il portfolio di immobili è molto ricco: almeno sedici proprietà con un valore di mercato che supera i dieci milioni di sterline. La coppia è attiva anche nel settore della ristorazione. Tiraboschi gestisce almeno tre ristoranti, di cui due intestati al fratello. Tre trattorie italiane, tutte situate lungo Kensington Park Road, accanto al famoso mercatino di Portobello.

«I ristoranti che c’hanno st’amici miei, ce vanno tipo Madonna, la figlia del re, cioè… sta a Notting Hill», si vanta il “cecato” con un amico. «Guadagnano un sacco di soldi».

Per Carminati i camerati sono parte di una “famiglia”. «È normale che hai più feeling con un vecchio camerata, [..] sono tutta gente cresciuta in quell’ambiente e questi rapporti rimangono, e negli anni se devi chiede un favore, una cosa, è facile che hai rispondenze quando c’hai un appoggio di questo tipo», spiega il collaboratore Roberto Grilli al pm Giuseppe Cascini, uno dei titolari dell’indagine su Mafia Capitale.

Nella City l’ex terrorista non è, come a Roma, un boss che tiene in scacco politici e imprenditori, ma un semplice investitore che può passare inosservato.

Spadavecchia e Tiraboschi non sono tra gli indagati dell’inchiesta “mondo di mezzo”, ma la loro importanza per gli affari di Carminati a Londra è un elemento che emerge con assoluta chiarezza nelle indagini antimafia. L’ex Nar va spesso nella capitale inglese e, secondo gli investigatori, è proprio negli incontri con i due camerati che pianifica i suoi investimenti. Vittorio Spadavecchia e Stefano Tiraboschi però, contattati da L’Espresso, preferiscono non commentare le vicende che li riguardano.

Nella City l’ex terrorista non è, come a Roma, un boss che tiene in scacco politici e imprenditori, ma un semplice investitore che può passare inosservato. «Là non ti guardano mai in faccia… là che cazzo ti frega… nessuno ti conosce», dice Carminati in una conversazione intercettata a maggio 2013. I carabinieri lo ascoltano anche quando illustra i vantaggi del nascondere soldi nelle isole del Commonwealth, come le Bahamas. Del fatto che l’arcipelago sia entrato nella white list dei paesi fiscalmente trasparenti, il boss può farsene beffe: «Ce sta il segreto bancario micidiale, perché gli inglesi so paraculi, davanti dicono una cosa, ma dietro…». Così gli affari possono prosperare.

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Quando uno degli uomini a lui più vicini, Fabrizio Franco Testa, ex manager Enav e uomo chiave della galassia del “Nero”, dice di voler avviare due ristoranti a Kensington, Carminati lo porta a Londra a incontrare Spadavecchia e cerca anche di far entrare nell’affare suo figlio Andrea.

Fabrizio Testa non è uno qualunque. I magistrati lo definiscono «testa di ponte dell’organizzazione nel settore politico e istituzionale».Tra lui e Spadavecchia (che lo ospiterà in casa propria) si creerà una connessione speciale. Per gli inquirenti è un’affinità di affari, ma Testa dichiara invece di essere stato ospitato solo per «questioni familiari».

Affari di famiglia

Sentito nell’ambito del processo a Mafia Capitale, in cui figura come imputato, Testa nega che i Carminati, padre e figlio, abbiano partecipato al suo investimento nei ristoranti. «Andrea [Carminati] mi ha aiutato solo con il business plan» perché «conosceva il diritto locale». Testa aveva buoni agganci nell’ambiente londinese, eppure agli esperti consulenti finanziari tramite i quali gestiva già obbligazioni finanziarie nella City ha preferito un giovane appena uscito dall’università.

Preoccupato di avere alle calcagna le autorità italiane, dopo che ai primi di aprile del 2012 era stato pedinato durante un viaggio a Londra, Carminati è alla ricerca di contatti puliti per i suoi investimenti immobiliari. Un amico camerata gli presenta una vecchia conoscenza che vive tra Londra e Melbourne, in Australia.

Enrico Maria Vaccaro è un immobiliarista di successo e il “cecato” vorrebbe affiancare anche a lui il figlio Andrea per fare acquisti nel Regno Unito. Vaccaro è fidato, gli dicono: è andato a Londra nel 1994 e «ha messo da parte soldi, poi si è ripulito». Nella capitale compra immobili, li ristruttura e li rivende, e avrebbe «conoscenze e amicizie anche per un appartamento» che potrebbe interessare Carminati. I due si incontrano il 3 giugno 2013 a Roma. Vaccaro è socievole, racconta i suoi successi. Si vanta di avere ristrutturato la casa di Carlo Ancelotti quando allenava il Chelsea. Molti suoi clienti sono italiani, dice, e lo pagano via Svizzera e isole Cayman.

Proprio il tipo di discrezione che cerca Carminati. Enrico Maria Vaccaro all’Espresso ha dichiarato di essere finito a quell’appuntamento per puro caso. «Non lo conoscevo neanche, dovevo incontrare un’altra persona». E afferma di non avere mai più avuto contatti con i Carminati.

Da una conversazione intercettata emerge che a Londra il “Nero” avrebbe concluso un affare immobiliare: l’acquisto all’asta del primo piano di una casa a Notting Hill. Inoltre, le indagini continuano a registrare diversi viaggi di Carminati tra Roma e Londra.

Case e medicine

Per il “mondo di mezzo” Londra non è solo il terreno fertile dove far crescere ville e ristoranti, ma anche la via d’ingresso per quei paradisi fiscali alle cui porte non può bussare rogatoria. Ce lo racconta la singolare storia di un’azienda aperta a Roma nel 1998.

Ad andare dal notaio quel giorno di luglio di diciannove anni fa è Sergio Carminati, fratello dell’imputato di mafia, assieme all’avvocato Antonio Esposito. Aprono la Gifin Italia srl, un’azienda il cui scopo dichiarato è la compravendita di immobili e il commercio di prodotti sanitari e farmaceutici. Le attività iniziano nel 1999, quando la proprietà finisce nelle mani di un’omonima azienda inglese, la Gifin Uk Ltd, aperta tre mesi prima della filiale italiana sotto l’egida di un importante nominee service londinese.

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A controllare la Gifin Uk Ltd sono però due scatole cinesi. Una registrata nelle Isole Vergini britanniche, l’altra a Panama con un sistema di azioni al portatore che garantiscono il totale anonimato. A gestirne l’involucro, i promotori finanziari del nominee service londinese: due inglesi e tre italiani che si muovono tra Londra e Montecarlo fornendo un servizio che, secondo alcune indagini della Procura di Roma, potrebbe in più occasioni essere stato utilizzato per attività di riciclaggio.

Cosa abbia fatto la famiglia Carminati con la Gifin in questi anni non è facile capirlo. L’unica attività certa, e che passa tramite ulteriori scatole cinesi, sembra essere la gestione di un bar poi sequestrato a Roma.

Di commercio di farmaci non si ha traccia fino al 2007, quando la controllante inglese vende le proprie quote della Gifin Italia a due farmacisti romani. Uno dei due è molto vicino alla famiglia Carminati e nel 2012, probabilmente a ulteriore tutela, cede le quote all’insospettabile consorte di cui usa anche il cellulare per comunicare con la compagna di Massimo Carminati. Ma a che cosa serva tutto questo giro di persone e società per gestire dei minuscoli budget, o almeno tali sono quelli dichiarati tanto in Italia quanto in Inghilterra negli anni, tanto da dover scomodare addirittura Panama e le Isole Vergini rimane, e forse rimarrà, un mistero. Un mistero all’ombra della City of London.

Quest’articolo è stato realizzato da L’Espresso in collaborazione con il centro di giornalismo d’inchiesta Irpi e il supporto di journalismfund.eu.

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Cecilia Anesi
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