Perché i criminali scelgono il Lussemburgo

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Perché i criminali scelgono il Lussemburgo
Cecilia Anesi
Antonio Baquero
Roman Shleynov
Maxime Vaudano

Il termine impiegato dai professionisti è «ottimizzazione fiscale». In pratica, è la strategia attraverso cui una persona fisica o un’azienda possono legalmente pagare meno tasse. Insieme alla discrezione nel rivelare i nomi dei propri contribuenti, è il motivo per cui in tanti emigrano fiscalmente in Lussemburgo. Attori, cantanti, miliardari, sportivi, politici, multinazionali: il Granducato è la casa di tutti. La maggior parte di loro è animata da motivazioni solo economiche, poco opportune sul piano etico ma per lo più legali.

Esiste però una minoranza dei migranti fiscali che ha scelto il Granducato per nascondere i propri averi alle autorità giudiziarie del proprio Paese. Sono un’umanità composita: evasori fiscali, corruttori e corrotti, inquinatori, truffatori, faccendieri ed eredi di gruppi criminali. Anche di stampo mafioso.

Sono persone avvezze ai paradisi fiscali che di solito vogliono mantenersi nell’ombra. Molte sono solite nominare come rappresentanti legali delle teste di legno, spesso fiduciari locali il cui mestiere è gestire società per conto terzi.

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#OpenLux è un’inchiesta collaborativa, di cui IrpiMedia è partner, che parte da un database raccolto da Le Monde, reso ricercabile da Occrp sulle 124 mila società che popolano il registro delle imprese lussemburghese. Ha permesso di analizzare i nomi dei proprietari delle società registrate nel Granducato, finora schermati da prestanome e professionisti.

Gabriel Zucman, professore di Economia all’Università di Berkeley, enumera per ogni paradiso fiscale una caratteristica particolare. Le Isole Vergine Britanniche e Panama sono predilette da chi vuole costituire società di comodo «in tempi rapidi e a prezzi modici». La Svizzera è scelta «per la gestione dei patrimoni privati in conti correnti offshore», mentre alle Isole Cayman vanno gli investitori di hedge fund locali. Il Lussemburgo è l’unico a offrire servizi per ogni esigenza: «Spostamento dei profitti di aziende multinazionali, creazione di fondi comuni di investimento, gestione del patrimonio, costituzione di società di comodo e così via», spiega. Lo stesso governo del Lussemburgo è consapevole dei pericoli della sua reputazione: «Il successo implica anche l’esposizione al fenomeno crescente del riciclaggio di denaro sporco e di finanziamento al terrorismo», si legge in un report del ministero delle finanze datato 2018.

Il Paese «ha un’importante funzione, cioè quella di connettere le imprese non europee con il mercato europeo», aggiunge Markus Meinzer, ricercatore di uno dei principali gruppi di pressione per l’equità fiscale, il Tax Justice Network. «Gli investitori non europei – aggiunge – possono investire denaro sporco nell’Ue attraverso il Lussemburgo, esentasse e in maniera coperta».

Italiani in Lussemburgo

La storia d’Italia è costellata di vicende giudiziarie che portano in Lussemburgo, a partire dal caso del Banco Ambrosiano. Nel 1975 Carlo Calvi ne è diventato presidente e ha fondato, a Lussemburgo, la Banco Ambrosiano Holdings Sa, la società-madre che controllava tutte le succursali del gruppo. È allora che la banca milanese si è legata all’Istituto per le opere di religione, lo Ior, la banca del Vaticano. È allora che ha anche cominciato la sua irresistibile ascesa fondata sul sostegno della loggia P2. Senza la discrezione dei paradisi fiscali, il sistema del Banco Ambrosiano non sarebbe stato possibile.

Dagli anni Ottanta in avanti il Lussemburgo si è popolato di truffatori travestiti da broker finanziari. Un gruppo nutrito, almeno fino agli anni Duemila, ha proposto strumenti finanziari inventati, convincendo risparmiatori piccoli e grandi a rivolgersi per ottenere prestiti, fideiussioni e garanzie bancarie, investimenti. Insieme ai professionisti, sono arrivati anche i politici. Durante Tangentopoli, l’ultimo segretario di Bettino Craxi, Mauro Giallombardo, ha raccontato ai magistrati che l’ex presidente del Consiglio aveva nel 1997 un conto corrente nel Granducato con una giacenza di 17 miliardi di lire. In Lussemburgo aveva anche delle società Silvio Berlusconi. Negli anni appena precedenti lo scandalo di Mani Pulite, aveva ottenuto proprio da Craxi leggi su misura per mantenere il monopolio dell’emittenza privata.

La Corte di Cassazione nel 2013 ha condannato Berlusconi a quattro anni di reclusione per frode fiscale

Da questo privilegio è nato l’impero di Fininvest prima e Mediaset poi. Nel processo All Iberian, dal nome della società con sede alle Isole del Canale che ha ricevuto fondi attraverso la finanziaria lussemburghese “Silvio Berlusconi Sa”, Sua Emittenza – come lo chiamavano i giornali dell’epoca – è stato rinviato a giudizio per finanziamento illecito ai partiti. Dopo la condanna in primo grado, è stato prosciolto per sopraggiunta prescrizione dalla Corte di Cassazione nel 2000. Da questo processo se ne è innescato un altro, con al centro sempre i soldi usciti dalla Silvio Berlusconi Sa di Lussemburgo in direzione questa volta di due società delle Isole Vergini Britanniche: il processo Mediaset. In questo procedimento, la Cassazione nel 2013 ha condannato Berlusconi a quattro anni di reclusione per frode fiscale. Il sistema, dice la sentenza, prevedeva la cessione tra società gemelle di diritti televisivi e cinematografici che mano a mano ne facevano salire il prezzo. Lo scopo finale era costruire fondi neri offshore e aggirare il fisco.

Nel 2015, invece, in Lussemburgo sarebbero finiti denari della Lega. Attraverso la Cassa di Risparmio di Bolzano, il partito avrebbe occultato in un fondo lussemburghese 10 milioni di euro, facendone poi rientrare tre nel 2018 per coprire le spese della campagna elettorale. Una manovra che secondo l’ipotesi della procura di Genova era finalizzata a nascondere parte dei 49 milioni euro che il partito è stato condannato a risarcire per frode sul finanziamento pubblico ai partiti sancito da una condanna definitiva del 2013. Accuse smentite dalla banca di Bolzano e dalla Lega, i quali sostengono che il denaro portato in Lussemburgo non sia del partito ma appunto dell’istituto di credito. L’inchiesta è ancora in corso.

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Per approfondire

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Da Bossi a Salvini il Granducato è sempre stato nel cuore dei commercialisti del partito: le operazioni e gli investimenti, passando per fiduciarie e private-equity

Da ultimo, in Lussemburgo si trovano anche nomi di imprenditori vicini alla ‘ndrangheta. L’organizzazione criminale «guarda al Lussemburgo con interesse per investire e riciclare capitali proprio per la presenza, in quello Stato, di sistemi finanziari e “casseforti” discrete, molto appetibili per chi ha necessità di occultare provviste illecite e fondi neri», spiega a IrpiMedia Giuseppe Lombardo, procuratore aggiunto della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria. Alcuni di loro, vedremo nelle prossime puntate, sono giovani promesse della ‘ndrangheta che nel Granducato hanno aperto una serie di ristoranti. Ma tra i soggetti calabresi presenti in Lussemburgo, ci sono anche «persone legate da vincoli di parentela con soggetti che avevano operato in quei territori in periodi in cui l’attenzione investigativa non era particolarmente alta».

‘Ndranghetisti rimasti nell’ombra fino adesso per i quali non sono mai stati aperti processi a loro carico. Altri imprenditori, come l’immobiliarista Andrea Nucera, calabrese di origine ma sempre attivo in Liguria, hanno deciso di trasferire in Lussemburgo la propria società madre. Rientrato in Italia nel marzo 2019 dopo otto anni di latitanza, è definito dagli inquirenti «capitale sociale» delle cosche, per via dei legami in odore di mafia di alcuni suoi soci storici. La sua società madre, la Geo Luxembourg Sa, poi trasportata in Italia e rinominata Ager Holding Spa, è stata protagonista di un fallimento nel 2012. Il crac è il motivo per cui in Italia è sotto processo per bancarotta fraudolenta e ha scontato i domiciliari come misura cautelare. Secondo le ipotesi dell’accusa, nel Granducato distraeva denaro con operazioni fittizie e l’accredito bancario che otteneva dopo aver nascosto i debiti e sopravvalutato le sue attività. Cercava di approfittare della riservatezza di cui godono i clienti delle banche dei paradisi bancari.

Corsi e ricorsi storici

Le vicende degli italiani in Lussemburgo hanno delle curiose coincidenze storiche. Il padre di Nucera, infatti, era l’ex braccio destro di un tesoriere di Bettino Craxi, mentre Paolo Del Bue, banchiere prescritto nel processo Mediaset in cui è stato condannato Berlusconi, è stato identificato come il cugino del commercialista Michele Scillieri, uno dei protagonisti che ha lavorato per il Carroccio. Lo ha dichiarato Luca Sostegni, uno degli imputati del processo milanese correlato alla caccia al tesoro leghista in corso a Genova.

I difetti del registro dei beneficiari ultimi

Le nebbie intorno al Granducato dovrebbero diradarsi a partire dal 2020, quando è entrato in vigore il registro dei beneficiari ultimi, ossia un’anagrafe dei proprietari reali delle aziende lussemburghesi. Il Granducato è stato tra i primi a implementare una direttiva europea sulla lotta al riciclaggio di denaro sporco e il suo registro potrebbe diventare un modello per altri paradisi fiscali.

Il primo impatto è stato che nel corso dell’ultimo anno in Lussemburgo si sono chiuse più società di quante non ne siano state aperte. Non era mai successo nella storia centenaria del Paese. Rispondendo alle domande di Occrp, il ministro delle Finanze ha detto di aver «adottato con risolutezza la trasparenza fiscale» e di essere in linea con tutte le direttive europee.

Senza ombra di dubbio la situazione odierna è meglio rispetto a quella di cinque anni fa. Resta, tuttavia, un problema: una volta adottato, il registro dei beneficiari ultimi va anche compilato e reso utilizzabile. Invece non è possibile fare ricerche per nome e il 48% delle società ancora non ha un proprietario reale, secondo quanto risulta all’analisi del team di #OpenLux.

La mancata dichiarazione comporta una sanzione tra i 1.500 euro e i 1,25 milioni di euro. L’unica comminata ad oggi risale al luglio 2020, per un totale di 2.500 euro.

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I segreti delle “lettere informative” fiscali

Sono l’ultimo strumento adottato in Lussemburgo per mantenere nascosti gli accordi fiscali con le multinazionali. Nonostante la pressione pubblica e le direttive europee per maggiore trasparenza

Thom Townsend, direttore dell’ong inglese Open Ownership, solleva altre criticità. Il personale del registro è sottodimensionato: ci lavorano 59 impiegati, a cui spetta la verifica delle informazioni. Per fare un confronto, la Consob lussemburghese, l’Autorità di vigilanza sul settore finanziario (Cssf), ne ha 900. Un azionista, aggiunge, è considerato beneficiario quando ha quote che superano il 25%, mentre la soglia andrebbe abbassata al 10 o 15%. Non mantiene nemmeno lo storico dei cambi di proprietà, che sono un elemento importante in un’inchiesta, sottolinea Townsend.

In una nota mandata ai giornalisti di OpenLux, il ministero delle Finanze ha sottolineato come la responsabilità della trasparenza ricada non solo sulle istituzioni che detengono il controllo del registro ma anche sui professionisti e sulle banche che devono svolgere i controlli necessari per legge.

La richiesta che i giornalisti di #OpenLux hanno raccolto tra gruppi di pressione internazionali, attivisti per la trasparenza e investigatori è sempre la stessa: aprite il registro. Aggiornatelo, rendetelo efficace. Senza l’adozione delle direttive europee è solo un provvedimento di facciata. Dal governo, però, al ministero delle Finanze replicano che l’accesso a pagamento è un punto di equilibrio tra l’esigenza di «salvaguardare la privacy di chi si è iscritto (al registro imprese lussemburghese, ndr)» e la trasparenza. Certe prerogative non si possono abbandonare del tutto. La discrezione nel Granducato è ancora un valore.

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Lussemburgo, porto franco d’Europa

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Lussemburgo, porto franco d’Europa

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Alle soglie del Ventesimo secolo, nessuno – nemmeno i suoi abitanti – avrebbe scommesso sulla sopravvivenza del Lussemburgo come Stato indipendente. Neutrale per Costituzione fino alla metà del Novecento, il Lussemburgo è sempre stato trattato dalle potenze confinanti – Francia, Germania e Belgio – come uno spazio da occupare. Del resto nasce proprio come Stato-cuscinetto per placare gli animi alla fine della guerra Franco-Prussiana, a metà Ottocento.

Per trovare un posto nello scacchiere europeo, il Granducato – l’unico al mondo a godere di questo status giuridico – a partire dal 1920 si è dato una Borsa e una legge per costituire le holding, società che non producono beni o servizi il cui oggetto sociale è detenere quote di altre società. Ha trasposto la sua neutralità politica alla fiscalità, diventando così un polo attrattivo per banche e gruppi d’investimento. «Specialmente la legge sulle holding ha permesso a un numero importante di società di eludere i sistemi fiscali dei propri Paesi», spiega a Le Monde – testata capofila del progetto #OpenLux – Benoît Majerus, professore di Storia contemporanea dell’Università di Lussemburgo.

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#OpenLux è un’inchiesta collaborativa, di cui IrpiMedia è partner, che parte da un database raccolto da Le Monde, reso ricercabile da Occrp sulle 124 mila società che popolano il registro delle imprese lussemburghese. Ha permesso di analizzare i nomi dei proprietari delle società registrate nel Granducato, finora schermati da prestanome e professionisti.

«La legge sulle holding ha permesso a un numero importante di società di eludere i sistemi fiscali dei propri Paesi»

Benoît Majerus, Docente storia contemporanea Università del Lussemburgo

Un polo attrattivo per le banche di tutto il mondo

Nel 1929, con il crollo della Borsa di New York, anche l’economia lussemburghese ha subito una brusca frenata. La Seconda Guerra Mondiale ha rimandato l’ineluttabile ripresa agli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni del boom economico in tutto il mondo occidentale. È stato allora che i professionisti della finanza hanno riscoperto la vocazione della generazione precedente per i capitali dall’estero. L’attrazione si è concentrata da allora sugli istituti di credito: «Per le banche dei Paesi vicini, Belgio in particolare, il Lussemburgo era un laboratorio finanziario dove non vigevano le regole del proprio Paese d’origine», prosegue il professor Majerus.

Ancora oggi il 94% delle banche registrate in Lussemburgo ha la propria sede principale all’estero. I fondi d’investimento di base nel Granducato, grazie ai loro sottoscrittori globali, gestiscono un patrimonio netto di 4.500 miliardi di euro, secondo solo a quelli dei fondi statunitensi. Secondo il gruppo di società di consulenza Kpmg, a giugno 2020 il loro patrimonio è cresciuto del 9,5% rispetto all’anno precedente, a conferma del successo di questi strumenti finanziari anche in tempi di Covid-19.

Più della volontà del Parlamento è stata l’assenza di norme a permettere al Lussemburgo di diventare un centro finanziario. La finanza lussemburghese «è un potere dispotico, non c’è una legge che gli dia una cornice», commenta Majerus. Non ci sono dibattiti parlamentari a riguardo, perché la fiducia e il consenso intorno all’attrattività del sistema non si possono scalfire, aggiunge lo storico: «La stampa negli anni Settanta e negli anni Ottanta – sottolinea – è stata un grande sponsor degli investimenti in Lussemburgo». Essere un centro finanziario è connaturato al Lussemburgo, tanto che ogni volta che si accende il dibattito intorno all’inserimento o meno del Paese nelle varie liste nere dei paradisi fiscali – da quella italiana ne è uscito nel 2014 – nel Paese un pezzo dell’opinione pubblica lamenta il pregiudizio, soprattutto francese, verso la natura diversa del Granducato.

É tuttavia un fatto che circa il 90% delle società registrate in Lussemburgo siano controllate da soggetti non lussemburghesi. Oltre 250 membri presenti nella lista dei miliardari stilata da Forbes ha società nel Granducato, e nessuno di loro è lussemburghese. Inoltre circa il 40% delle società presenti sono state costituite per detenere quote di altre società senza generare, di fatto, altre attività economiche sul territorio.

I fondi d’investimento di base nel Granducato, grazie ai loro sottoscrittori globali, gestiscono un patrimonio netto di 4.500 miliardi di euro, secondo solo a quelli dei fondi statunitensi

Come funziona una segnalazione di operazione sospetta

Ovunque si applichino i protocolli internazionali di lotta al riciclaggio, le segnalazioni di operazioni sospette sono comunicazioni che obbligatoriamente i soggetti come banche, intermediari e professionisti del settore finanziario devono inoltrare all’ufficio antiriciclaggio della propria banca centrale di fronte al sospetto che dietro una certa transazione ci siano proventi di un reato originale (quindi si stia commettendo riciclaggio) oppure si stiano finanziando organizzazioni criminali o terroristiche. Banca d’Italia scrive che il sospetto «può essere desunto da caratteristiche, entità e natura delle operazioni, dal loro collegamento o frazionamento o da qualsiasi altra circostanza conosciuta dai segnalanti» e che «deve fondarsi su una valutazione compiuta di tutti gli elementi delle operazioni – oggettivi e soggettivi – a disposizione dei segnalanti». A ogni latitudine, però, è aperto il dibattito in merito all’obbligatorietà della segnalazione e sulla responsabilità dei professionisti in caso di mancata comunicazione. Fa giurisprudenza, in Lussemburgo, un caso del 2014 in cui la sostanza è che un professionista che in buona fede omette una comunicazione non commette alcun reato, visto che rischia di essere accusato dal cliente di violazione del segreto professionale quando segnala senza solidi sospetti. Per di più, soprattutto nel caso di potenziali crimini commessi in altre giurisdizioni, gli uffici antiriciclaggio non sanno quante delle loro segnalazioni innescano effettivamente un’indagine delle procure competenti. A settembre 2020 con l’inchiesta FinCEN files, i giornalisti di Icij hanno rivelato che l’ufficio antiriciclaggio degli Stati Uniti, il Financial Crimes Enforcement Network, tra il 1999 e il 2017 ha ricevuto segnalazioni su transazioni bancarie per un valore di circa 2.000 miliardi di dollari. È tuttavia successo in termini di procedimenti penali per riciclaggio nei confronti dei principali istituti di credito segnalati. Il timore, fondato, è che valga la stessa regola in tutto il mondo.

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I segreti delle “lettere informative” fiscali

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Lo spartiacque LuxLeaks

Vista la dipendenza dal capitale estero, l’opinione pubblica internazionale esercita una forte pressione sullo Stato. Le maglie dei controlli sulle operazioni finanziarie si sono fatte più strette, infatti, solo a seguito di scandali finanziari, una costante nelle cronache dei Paesi casseforti di tutto il mondo.

La storia del Paese è segnata da uno spartiacque, in particolare. Anno domini 2014, mese di novembre: LuxLeaks. È lo scandalo che ha svelato i segreti della finanza lussemburghese, il meccanismo attraverso cui più di 300 aziende hanno spostato i loro profitti in Lussemburgo in modo da eludere il fisco e pagare meno tasse.

L’ex dipendente della società di auditing PricewaterhouseCoopers Antoine Deltour ha condiviso con i giornalisti dell’International Consortium of Investigative Journalism (Icij) 28mila pagine di documenti riguardanti gli accordi presi dall’amministrazione pubblica lussemburghese sulle aliquote da applicare a 340 multinazionali. Le rivelazioni sono costate a Deltour un processo, chiusosi con l’assoluzione nel 2018, dopo una condanna in primo grado.

L’impatto dello scandalo finanziario è stato tanto potente che il lussemburghese Jean-Claude Juncker, ministro delle finanze e primo ministro del Granducato tra gli anni Novanta e il 2013, un mese dopo le rivelazioni ha dovuto ammettere: «Sono stato indebolito perché Luxleaks suggerisce che abbia partecipato a sistemi in cui si infrangono le basilari regole dell’etica e della morale». Giusto dieci giorni prima della pubblicazione, è stato eletto presidente della Commissione europea.

Durante l’ultimo anno in sella all’esecutivo del Granducato, Juncker aveva già dovuto rinunciare al segreto bancario, cioè l’obbligo imposto agli istituti di credito in Lussemburgo di mantenere anonimi i propri correntisti a meno che non ci fosse esplicito consenso. È stata la carta attraverso cui il Lussemburgo è uscito dalla black list dei paradisi fiscali. L’esperto di giurisdizioni offshore Hans-Lothar Merten in un’intervista al Suddeutsche Zeitung aveva fatto notare già all’epoca che «per gli investitori privati ​​più piccoli, il Lussemburgo era già poco interessante». Le tecniche di seduzione fiscale, più che sui piccoli investitori, sono sempre state rivolte ai grandi gruppi industriali e finanziari.

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Le segnalazioni di operazioni sospette

È un fatto che insieme alle prime pagine dei giornali su scandali planetari di elusione ed evasione fiscale, siano arrivate anche le segnalazioni al Crf, il corrispettivo dell’Unità d’informazione finanziaria della Banca d’Italia in Lussemburgo, che si occupa di segnalare le operazioni a rischio riciclaggio. L’ufficio antiriciclaggio nel 2015 ha visto il numero di segnalazioni di operazioni sospette schizzare da poco più di 6 mila a oltre 11 mila; nel 2016, l’anno della pubblicazione dei Panama Papers, le segnalazioni hanno superato il muro delle 30mila per poi arrivare a un record di 55 mila nel 2018. Nel 2019, le segnalazioni per sospette operazioni di riciclaggio sono state 51.930, 46mila delle quali per attività o operazioni con “portafogli online” come PayPal, che infatti ha sede in Lussemburgo.

Un’isola nel cuore dell’Europa

Gli accordi sul regime di tassazione e la “neutralità” del fisco spiegano in buona parte il motivo della scelta del Lussemburgo come meta privilegiata dove spostare le holding, le società-madre di un gruppo. Amazon, per esempio, ha spostato la sua holding europea nel Granducato dopo aver negoziato un accordo nel 2003, quando Juncker era ministro del Tesoro, che secondo quanto stabilito da un’indagine della Commissione europea ha portato uno sconto fiscale di tre quarti del profitto, cioè 250 milioni di euro. Un aiuto di Stato mascherato, riporta l’indagine della Commissione. A incassare lo sconto sarà, paradossalmente, sempre il Lussemburgo. Con gli sconti fiscali è così, si guadagna anche quando si è colpevoli.

Secondo il professor Majerus quelle che per altre istituzioni sono regole del gioco truccate in Lussemburgo sono per lo più percepite come cattivi comportamenti degli investitori esteri. Il Granducato, secondo un rapporto Oxfam del 2017, aveva un Pil che per il 25% dipendeva dalle tasse sulle multinazionali. Da piccola e orgogliosa nazione in perenne rischio di invasione, il Lussemburgo è diventato un’inattaccabile cittadella fortificata dalla finanza mondiale. Nell’Unione europea è un’isola a sé.

Offshore, nel gergo finanziario, s’intende come «fuori dalla giurisdizione nazionale», ma letteralmente significa «lontano dalle coste». È in atolli incontaminati che sono sorti, infatti, alcuni dei regimi fiscali agevolati per eccellenza come le Isole Vergini Britanniche o le Mauritius. Paesi che non avevano nulla da vendere se non la loro posizione geografica protetta ma lungo rotte commerciali marittime. Seppur circondato da centinaia di chilometri quadrati di terraferma, il Lussemburgo è un’isola nel bel mezzo dell’Europa, incastonata nell’area più infrastrutturata del mondo, il Benelux. Un porto franco con un secolo di storia.

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I profitti perduti sull’asse dell’elusione fiscale

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I profitti perduti sull’asse dell’elusione fiscale
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Lussemburgo, Svizzera, Regno Unito e Olanda. I Paesi dell’ “asse dell’elusione”. Così li ha ribattezzati Tax Justice Network in un recente studio che dimostra come gli Stati membri dell’Unione europea stiano perdendo qualcosa come 27 miliardi di dollari l’anno di imposte da parte delle società multinazionali statunitensi. Denari che avrebbero dovuto essere versati dalle stesse nei Paesi in cui generano profitto e che invece approfittando delle scappatoie concesse dalle legislazioni spostano profitti dentro i Paesi dell’asse, i quali garantiscono aliquote di imposta che possono variare tra lo 0,8% e il 10%. Certamente più convenienti degli oltre 35 punti percentuali imposti dalla Francia, dei 22 tedeschi o dei 25 italiani.

Nello studio condotto da Tax Justice Network si sottolinea come questi quattro paesi costino all’intera Unione europea dodici volte il bilancio del Consiglio europeo delle ricerche, ente in grado di finanziare più di 70 mila ricercatori e che ha nutrito sette progetti che si sono aggiudicati il Premio Nobel. Sono in tutto 115 i miliardi di dollari di profitti generati nella Ue ma spostati dalle multinazionali statunitensi tra Regno Unito, Svizzera, Lussemburgo e Paesi Bassi. In questo modo si sottostimano gli utili nei Paesi a tassazione più alta e si pagano meno tasse. «Insieme – scrivono gli autori del rapporto – i Paesi dell’asse dell’elusione sono responsabili della metà dei rischi di elusione fiscale di tutto il mondo». Questo solo per quanto riguarda le multinazionali statunitensi.

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L’impatto dei “Paesi dell’asse”

In tutto in Europa, come rilevato da uno studio del National Bureau of Economic Research di Cambridge “The missing profits of Nations” (i profitti perduti delle nazioni), sono 544 i miliardi di profitti spostati all’estero, quello che viene detto “profit shifting”. Di questi, 257 miliardi di euro finiscono tra Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Belgio e Cipro: «Ogni 100 euro di profitti spostati all’estero 80 finiscono in questi sei Paesi», osserva lo studio rifacendosi anche a dati Ocse. Paradisi fiscali che garantiscono una pressione fiscale inferiore al 5%, ma che per dimensione dei profitti spostati fiscalmente incassano proporzionalmente più degli altri. I calcoli li fa Eurostat ed emerge come la raccolta da tassazione del reddito delle società valga il 6% del Pil del Lussemburgo, il 5,5% a Malta e Cipro e poco meno del 4% in Belgio e Olanda. In Italia, per prendere un parametro, è il 2%.

«Insieme i paesi dell’asse dell’elusione sono responsabili della metà dei rischi di elusione fiscale di tutto il mondo»

L'elusione fiscale

L’ordinamento tributario è ispirato al principio fondamentale che tutti partecipino alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva. L’elusione fiscale è tutto l’insieme di pratiche messe in atto da chi sfrutta le lacune e le imperfezioni del sistema normativo di riferimento per conseguire risparmi, indebiti, sulle imposte. Il fenomeno dell’elusione fiscale consiste dunque nell’aggiramento della normativa tributaria attraverso comportamenti che di fatto, a differenza dell’evasione fiscale, non violano apertamente le norme, ma che ne tradiscono i principi fondamentali.

Ma quanto vale, stando ai dati raccolti, il “profit shifting” per l’Italia? Secondo lo stesso studio sono 23 i miliardi di dollari di profitti spostati verso l’estero in Italia, 21 di questi andati a paesi dell’Unione Europea. Meta preferita dagli italiani il Lussemburgo, dove sono finiti 9,6 miliardi di dollari di profitti generati in Italia e spostati poi verso il Granducato. Segue Cipro con 8 miliardi, 5 in Irlanda, 3,4 in Olanda, 2 in Belgio e infine 700 milioni a Malta. Cifre che si traducono in una perdita fiscale per il Belpaese di 6,6 miliardi di dollari, vale a dire 6,6 miliardi di tasse in meno. Stessa cosa viene scontata anche a Berlino e Parigi: Germania e Francia portano all’estero rispettivamente 48,4 e 28,2 miliardi di dollari l’anno che si traducono un mancato introito fiscale di 14 miliardi per i tedeschi e 9,4 miliardi per i francesi.

Elusioni e opacità

Così grandi gruppi italiani approfittano dei meccanismi dell’elusione spostando profitti verso i Paesi a fiscalità privilegiata presenti all’interno dell’Unione Europea. Dalla Ferrero, con la sua Holding Ferrero International radicata in Lussemburgo dall’inizio degli anni ‘70, ai gruppi della famiglia Agnelli Fca ed Exor in Olanda, passando per altri grandi gruppi come Luxottica (la Holding Delfin che controlla il 32% del gruppo ha sede in Lussemburgo) e Tenaris, il colosso siderurgico della famiglia Rocca. Sede legale in Lussemburgo con la Techint, partecipata a sua volta dalla San Faustin, sempre della famiglia Rocca, con sede legale nelle Antille Olandesi. Nel 2017, ricordano le cronache, il gruppo ha risolto un contenzioso col fisco italiano che chiedeva 530 milioni di euro. La pratica si è chiusa col pagamento di 43 milioni.

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I segreti delle “lettere informative” fiscali

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Non finisce di certo qui l’elenco degli italiani in Lussemburgo: da una recente fotografia che il consorzio di giornalismo investigativo Occrp ha potuto scattare al registro imprese locale sono più di 5 mila i nostri connazionali che hanno aperto società, holding e finanziarie nel Granducato. Chi per attività economiche realmente radicate sul territorio, chi per approfittare dei meccanismi fiscali vantaggiosi. Questi ultimi spesso creati da un “sovranismo fiscale” degli Stati europei che nonostante 63 anni di Unione economica e 20 di moneta unica, non hanno ancora saputo armonizzare un sistema fiscale realmente unitario.

L’opacità del registro delle imprese lussemburghese è sempre stato un valore per chi è determinato a innescare questi meccanismi. Dal 2020 il cono d’ombra ha visto una diminuzione con la pubblicazione da parte della camera di commercio dell’elenco dei beneficiari effettivi. A oggi l’elenco risulta ancora incompleto: a un anno dalla sua creazione, dimostra un’analisi di Le Monde e Occrp espletata nel corso del progetto #OpenLux di cui IrpiMedia è partner, solo il 52% delle società lussemburghesi riporta il beneficiario effettivo (le autorità lussemburghesi sostengono invece che questa quota sia di circa l’88%).

Tuttavia, stando all’analisi di #OpenLux, il restante 48% delle società non ha dichiarato nessun beneficiario effettivo. 26 mila di queste, ammettono le stesse autorità del Granducato, sono in aperta violazione della legge, tanto che sono state segnalate alle autorità giudiziarie del Paese.

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Negli anni Sessanta l’imprenditore americano Bernard Cornfeld guidava Investors Overseas Services, un fondo comune d’investimento panamense con sede anche in Lussemburgo. Nel 1973 è fallito clamorosamente mostrando al mondo come il Granducato fosse al centro della finanza speculativa globale. È stato il primo di un’interminabile serie di scandali finanziari.

#OpenLux è un’inchiesta collaborativa che parte da un database raccolto da Le Monde, reso ricercabile da Occrp sulle 124 mila società che popolano il registro delle imprese lussemburghese. Ha permesso di analizzare i nomi dei proprietari delle società registrate nel Granducato, finora schermati da prestanome e professionisti.

Non era mai stato possibile cercare società in Lussemburgo partendo dalle persone fisiche che le possiedono.

Politici, imprenditori, uomini legati alla criminalità organizzata: #OpenLux mette in fila più di 115 mila nomi. Per gli italiani, il Lussemburgo si dimostra un frequentato paradiso fiscale (sono oltre cinquemila i nomi italiani presenti nel registro) non riconosciuto dalle liste nere antiriciclaggio.

La parola: il titolare effettivo

Il concetto di titolare effettivo è diventato fondamentale nel contrasto alla criminalità economico-finanziaria. Tale figura è quella che controlla effettivamente il patrimonio e le finanze di una società: in molti casi non coincide con la persona che ha registrato la società e che figura come legale rappresentate.

Sebbene a oggi non esista una definizione universale di titolare effettivo o di beneficiario ultimo, questo è inteso, anche in Lussemburgo, come la persona fisica che possiede una percentuale maggiore o uguale al 25% in riferimento alle partecipazioni di un’azienda. In questo caso il controllo è di tipo diretto.

Possono ricoprire il ruolo di titolare effettivo anche altre società. In questo caso il controllo è definito di tipo indiretto. Queste società sono ovviamente controllate però da persone fisiche o da ulteriori società riconducibili comunque ad una persona fisica. La percentuale da detenere è sempre quella del 25%.

É dunque pacifico che il titolare effettivo coincida con le persone fisiche cui, in ultima istanza, è attribuibile la proprietà diretta o indiretta dell’ente o il relativo controllo. Non sempre però tale figura è facilmente individuabile, soprattutto in giurisdizioni quali proprio il Lussemburgo.

Almeno a partire dalle vicende del Banco Ambrosiano, passando per gli anni ruggenti in cui Silvio Berlusconi diventava il più ricco imprenditore d’Italia, finendo alle recenti e complesse strutture societarie dei maggiori gruppi industriali italiani. Infatti, nonostante i loro nomi e la loro fama siano noti in tutto il mondo, ancora molto poco si sa di come funzionino davvero i meccanismi interni dei cartelli o l’ampiezza della loro rete internazionale.

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CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Lorenzo Bagnoli
Lorenzo Bodrero
Matteo Civillini
Giulio Rubino

Infografiche & Mappe

Lorenzo Bodrero

Editing

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi

La Lega va in paradiso: le strade lussemburghesi dei soldi del Carroccio

#LegaMoney

La Lega va in paradiso: le strade lussemburghesi dei soldi del Carroccio

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi

Destinazione Lussemburgo. Tre dei quattro filoni d’indagine che riguardano la vecchia Lega Nord e la nuova “Lega per Salvini premier” approdano nel Granducato. Qui è dove i magistrati danno la caccia ai soldi che, secondo l’accusa, sono stati sottratti alle casse del partito di cui è segretario federale Matteo Salvini.

La prima inchiesta, la madre di tutte le altre, è quella di Genova sui 49 milioni di rimborsi elettorali ottenuti tra il 2008 e il 2010. Secondo i giudici i soldi sono stati rendicontati in maniera irregolare e usati in gran parte per le spese personali della famiglia Bossi. A finire nel mirino l’allora leader del Carroccio e l’ex tesoriere Francesco Belsito. Dopo una battaglia giudiziaria e il relativo sequestro si giunge al noto accordo per cui il partito verserà 600 mila euro l’anno per ottant’anni.

Più recente invece e ancora nella sua fase preliminare l’inchiesta sulla Lombardia Film Commission che ha portato agli arresti con l’accusa di peculato tre commercialisti legati al Carroccio, Michele Scillieri, Alberto Di Rubba e Andrea Manzoni. Al centro la compravendita di un capannone a Cormano acquistato e rivenduto a un prezzo gonfiato alla Regione con una parte del denaro, sostengono i pm, rimasta nelle tasche dei tre commercialisti.

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Questi filoni si intrecciano in Lussemburgo attraverso figure di contabili radicati nella bergamasca. Le indagini si muovono spesso assieme alle segnalazioni dell’Uif, l’Unità di informazione finanziaria della Banca d’Italia che ha il compito di vagliare, approfondire e trasmettere all’autorità giudiziaria le segnalazioni antiriciclaggio. Perché è proprio il riciclaggio che gli investigatori vanno cercando.

Nelle società lussemburghesi riconducibili alla Lega ricorre soprattutto un nome: Angelo Lazzari, finora mai interrogato dai magistrati che indagano sui 49 milioni del Carroccio. Ingegnere, nato a Sarnico nel 1968, l’uomo si muove da decenni nella finanza del Granducato. Contatto da IrpiMedia, nega di conoscere sia i commercialisti indagati a Milano, sia gli esponenti del partito.

Eppure secondo le indagini ancora in corso Lazzari avrebbe un ruolo chiave nell’aver facilitato il presunto riciclaggio della Lega. Tra le sue società infatti, ce ne sono tre di particolare importanza, che gli investigatori di Milano e Genova hanno scandagliato a fondo all’epoca delle indagini. La prima è una società anonima lussemburghese, Ivad Sarl, che funziona come una holding. La seconda è Sevenbit, società di fintech di diritto italiano controllata al 90% da Ivad. La terza è Seven Fiduciaria, controllata a sua volta al 100% da Sevenbit. Seven Fiduciaria in particolare, fa da schermo ai reali proprietari di sette società che gli investigatori sospettano possano aver riciclato parte dei 49 milioni.

Torniamo a Ivad, la prima “scatola” del sistema-Lazzari. Le sue attività crescono progressivamente negli anni e dai 167 mila euro del 2008 a cavallo tra il 2012 e il 2015 passa ad attività prima a 586 mila euro, poi a poco meno di un milione. È proprio nel 2015 che la stessa Ivad finisce schermata da Prima Fiduciaria, società con sede a Limena, in provincia di Padova, che la gestisce in toto. Prima è specializzata nella creazione di fondazioni anonime a tutela del patrimonio. Tra i suoi azionisti figura nuovamente un’altra azienda dello stesso Lazzari, fondata nel 2006 in Lussemburgo. Si tratta della Arc Advisory Company, oggi controllata dall’ex presidente della Banca Industriale di San Marino Massimo Merlino. La catena di comando non si ferma qui, perché a sua volta Arc Advisory è controllata da una società immobiliare stavolta svizzera, la Ligustrum. Qui la risalita a ritroso in cerca dei nomi dei proprietari si ferma perché le sue azioni sono intestate al portatore, quindi non indicano chi siano i reali titolari.
Definizione: le azioni al portatore

Un’azione è l’unità minima di capitale di una società. Chi la possiede, quindi, è proprietario di una frazione del capitale sociale. Il nome del proprietario è sempre esplicito, tranne che nel caso delle azioni al “portatore”. Qui è il semplice possesso del titolo, anche senza la registrazione del nome, a conferire il diritto previsto dall’azione, come avere una banconota nel portafoglio. Possono essere “al portatore” solo le azioni di guadagno, ossia titoli attraverso cui un socio può ottenere un dividendo, senza però intervenire nei meccanismi decisionali della società di cui è azionista.

La ricostruzione degli interessi incrociati fatta dagli inquirenti è stata sempre smentita dai diretti interessati, secondo i quali l’universo di Seven Fiduciaria non ha alcuna relazione con la Lega o con la politica in generale. Eppure, oltre al controllo delle sette società che sarebbero state utilizzate dei commercialisti della Lega, risulta che l’attuale presidente di Seven Fiduciaria, Andrea Onorato Cattaneo, sia genero di Gianpaolo Bellavita, ex assessore provinciale di Forza Italia. Condannato a 10 anni e mezzo per truffa aggravata, associazione a delinquere, bancarotta fraudolenta e appropriazione indebita, Bellavita è attualmente latitante in Romania.

Il fondo partecipato dai russi

C’è un’altra storia che comincia con Lazzari e dal Granducato si dipana fino in Russia, altro Paese al centro di indagini che riguardano le casse della Lega. Riguarda Isam, fondo lussemburghese di private equity avviato nel 2012 volto allo sviluppo delle pmi europee, in particolare di quelle italiane, in Russia e di quelle russe in Europa. Protagonisti del fondo sono ancora la Arc Advisory Company e il fondo russo RVC. Gli azionisti sono cinque: Lazzari, il manager russo Mikhail Ievenko, uomo del fondo RVC, Riccardo Aimerito, legale di Lazzari, il capo di Ubi banca a Mosca Ferdinando Pelazzo e un altro manager uzbeko Aleksey Medvedev.

L’esperimento dura poco perché a nemmeno tre anni dalla costituzione del fondo Pelazzo e la componente russa degli azionisti abbandona l’impresa. I bilanci sono modesti e non ci sono tracce di progetti finanziati. Tuttavia l’entità non si sfalda e nel 2015 il fondo Isam si trasforma in Innexto, una vera e propria società di investimento a capitale variabile. Il capitale è in mano sempre al gruppo Arc di Lazzari e in sostituzione del fondo russo RVC arriva la SoGeFid, società fiduciaria di Sarnico, il paese della bergamasca di cui è originario Lazzari. Tra gli amministratori figurano due professionisti domiciliati nel Granducato e altri due residenti a Montecatini Terme. Tra loro il più noto è Salvatore Desiderio, ex amministratore dalla lussemburghese Finmeccanica Finance, società controllata da Finmeccanica, poi cancellata dal registro imprese del Granducato dopo l’inchiesta del 2017 per evasione e appropriazione indebita che aveva coinvolto lo stesso Desiderio.

La ricostruzione degli interessi incrociati fatta dagli inquirenti è stata sempre smentita dai diretti interessati

Il suo coinvolgimento attira ancora una volta gli ispettori dell’Uif: Desiderio è amministratore di alcune «società anonime lussemburghesi, e non solo – scrivono gli uomini dell’antiriciclaggio di Bankitalia -, probabilmente create per “schermare” la riconducibilità agli effettivi titolari, sovente imprenditori italiani». Chiudendo la segnalazione la stessa Uif mette nero su bianco che «non si esclude pertanto che per il tramite di Seven Fiduciaria possano essere stati attivati canali per spostare all’estero fondi di illecita provenienza, anche riconducibili alla Lega Nord».

Tra il 2016 e il 2017 cambia ancora il management di Innexto, e tra i nuovi ingressi, come IrpiMedia ha potuto verificare tra le carte custodite alla camera di commercio lussemburghese, figura l’altro nome chiave delle inchieste sulla Lega in Lussemburgo: Vito Luciano Mancini.

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I soldi di “The Family”: la prima volta in Lussemburgo

Mancini è un altro professionista con una lunga carriera in Lussemburgo. A legarlo a Lazzari, oltre a Innexto, sono quote (di minoranza) in Sevenbit. La sua figura colpisce gli investigatori perché l’uomo compare in tutte le società nelle quali pm e finanzieri si sono imbattuti durante la caccia a una parte, circa dieci milioni, dei 49 milioni di fondi dei rimborsi elettorali che il Carroccio deve restituire dopo la condanna per truffa del Senatùr Umberto Bossi e dell’ex tesoriere Francesco Belsito.

La procura di Genova incappa in Mancini la prima volta nel 2018, mentre è alla ricerca dei soldi dei Bossi. I magistrati interrogano Mancini per chiedere conto di un trasferimento di dieci milioni che il Carroccio ha effettuato nel 2015 dalla Sparkasse di Bolzano alla società lussemburghese Pharus Management, di cui Mancini è risk manager. Due anni dopo i soldi avrebbero fatto il percorso opposto: dalla Pharus Management alla Sparkasse. L’operazione era stata segnalata da un revisore dei conti del partito e ha fatto scattare gli allarmi di Banca d’Italia: così è cominciata l’inchiesta. La Sparkasse di Bolzano ha giustificato il giro di denaro dicendo che si trattava di soldi della banca.

Il nome di Mancini è accostato ai soldi del Carroccio fin dai tempi di Umberto Bossi, il padre fondatore del partito, che ha abbandonato la sua creatura ad aprile 2012

Chi sono i professionisti che fanno girare i denari del Carroccio
Nati nel 1979, Andrea Manzoni, Alberto Di Rubba e Giulio Centemero gestiscono le casse del partito da quando è sotto l’egida di Matteo Salvini. Laureati in economia a commercio all’Università di Bergamo, al vertice del trio si trova Giulio Centemero, deputato tesoriere del partito con l’ingrato compito di sostituire Francesco Belsito. Dall’aprile del 2018 Manzoni e Di Rubba ricoprono direttamente cariche all’interno del partito: il primo è stato nominato direttore amministrativo del gruppo parlamentare alla Camera, il secondo invece è revisore legale del gruppo Lega al Senato. Ma non è finita perché i due hanno preso in mano di fatto anche le centrali finanziarie del partito, la Pontida Fin e la Fin Group. Realtà che si sono spostate dalla storica sede di via Bellerio allo studio di Manzoni e Di Rubba in via Angelo Maj 24 a Bergamo.

Da Lazzari a Siri, tramite la famiglia Arata

Angelo Lazzari compare di striscio anche come partner di Paolo Arata, ex consulente per le politiche energetiche della Lega, in passato deputato con Forza Italia. Arata nel 2019 è finito di nuovo al centro delle cronache giudiziarie perché avrebbe promesso una mazzetta da 30 mila euro al senatore leghista Armando Siri: quest’ultimo avrebbe dovuto emendare gli incentivi per il mini-eolico, una delle componenti del Decreto rinnovabili. Beneficiario ultimo di questa modifica, secondo le ipotesi della procura di Roma, sarebbe stato Vito Nicastri, soprannominato “il re dell’eolico”. L’imprenditore siciliano è ritenuto dall’antimafia uno dei prestanome del boss Matteo Messina Denaro.

Nel 2018 le società della galassia di Lazzari risultano avere una quota di minoranza nell’azionariato di aziende riconducibili alla famiglia Arata e a Vito Nicastri proprio nel settore dell’energia e del mini-eolico in Sicilia. Il diretto interessato ha sempre smentito i rapporti con loro, con Vito Nicastri e con chiunque all’interno della Lega Nord.

La famiglia Arata è connessa alla Lega anche attraverso Federico, il figlio di Paolo. Federico Arata nel 2017 è l’uomo della Lega negli Stati Uniti. Sono gli anni del sogno sovranista, quando Steve Bannon, ex consulente di Donald Trump per la campagna elettorale del 2016, sperava di creare un’internazionale identitaria tra Stati Uniti ed Europa. Salvini era in quel momento il leader in ascesa. Federico Arata si definisce «spin doctor internazionale» del partito, vanta amicizie importanti, in particolare nel settore bancario. Armando Siri è la persona a cui si accompagna più spesso: mister Flat Tax, come chiamano Siri, è entrato in Lega con il principale obiettivo di introdurre la «tassa piatta». E ha bisogno che i mercati siano dalla sua.

Il Fatto quotidiano ha scoperto che l’associazione di Armando Siri Spazio Pin, formalmente scollegata dalla Lega, ha bonificato a Federico Arata 1.178 euro per un rimborso spese per un viaggio negli States. Questa circostanza ha spinto i magistrati milanesi a ipotizzare che le donazioni all’associazione di Siri fossero in realtà destinate alla Lega. È la stessa ipotesi per cui un’altra associazione formalmente scollegata dal partito, Più Voci, è finita sotto indagine a Roma per finanziamento illecito. In quel caso il bonifico sospetto riguarda 250 mila euro versati dal costruttore romano Luca Parnasi. A finire sotto inchiesta è Giulio Centemero, il tesoriere del Carroccio. Così il cerchio si chiude.

Ultima modifica 12 dicembre 2020

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