Cuochi messicani per la metanfetamina olandese

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Cuochi messicani per la metanfetamina olandese
The Cartel Project

Willem-Jan Joachems ricorda perfettamente quel 10 maggio 2019. Era appena arrivato sul canale della marina di Moerdijk, nei Paesi Bassi: «È qui che è successo tutto», ricorda. Per il giornalista della tv locale era lo scoop della vita. Era riuscito a riprendere la polizia mentre smantellava un laboratorio galleggiante di metanfetamina costruito da zero nella plancia di una barca di 85 metri. È la stessa droga della serie televisiva Breaking Bad. All’interno dell’imbarcazione, la polizia ha trovato 70 chili di prodotto, 150 litri di olio di metanfetamina e tre messicani sulla trentina. «Al momento della perquisizione, i messicani stavano cucinando la droga», racconta Willem-Jan. Resta un mistero: cosa ci facevano lì, a migliaia di chilometri dal Messico?

Una parte delle prove è andata distrutta insieme al laboratorio galleggiante, che ha cominciato a imbarcare acqua dopo che la polizia ha accidentalmente azionato una pompa. Gli inquirenti hanno ugualmente trovato il dna dei tre messicani sulle maschere e sui guanti rinvenuti a bordo. Nei cellulari dei tre c’erano diversi elementi di prova utili a ricostruire i loro passi in Olanda. Il primo era una specie di “lista della spesa”, datata 12 dicembre 2018, con 30 chili di fogli di alluminio, termometri e guanti di lattice, il kit di un “cuoco” di metanfetamine.

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C’erano poi foto di marzo 2019, che mostrano polvere in misurini di vetro. Un altro video di aprile documenta un enorme quantitativo di crystal meth (la forma più pura della metanfetamina, ndr) appoggiato su una bilancia da cucina: 91,7 chili. Il laboratorio è stato scoperto un mese dopo, a maggio 2019 e quasi un anno dopo, il 19 maggio 2020, un tribunale olandese ha condannato a quattro anni di carcere i tre messicani Candelario Valenzuela Leon e i due fratelli Ivan Diego e Victor Manuel Villareal con l’accusa di aver partecipato alla produzione dello stupefacente. Tutti e tre originari di Sinaloa. Dagli account Facebook dei fratelli Villareal emergono contatti con il cartello di narcotrafficanti dello Stato messicano. Alcuni tra i loro parenti sono infatti membri di corpi paramilitari che lavorano per il cartello di Sinaloa, come la FEX5. Tra i loro compiti c’è anche supervisionare alcune delle importazioni di cocaina, via aerea, dal Sudamerica.

Nel 2020 le autorità hanno sequestrato finora il numero record di 32 laboratori in Olanda. In tutto 19 messicani sono stati arrestati in laboratori di meth tra Olanda e Belgio, secondo i dati del Cartel Project. Il sequestro più recente risale al 30 novembre 2020, quando le autorità olandesi hanno trovato un laboratorio a Westdorpe, sul confine con il Belgio, e arrestato due messicani.

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Con l’aiuto di 25 media partner, Forbidden Stories ha indagato i percorsi dei chimici messicani che lavorano per i re delle droghe sintetiche nel vecchio continente: le bande olandesi. L’inchiesta è parte del progetto The Cartel Project, un’inchiesta collaborativa di cui IrpiMedia è l’unico partner italiano.

«EncroChat è oro»

«Emergenza EncroUser: oggi il nostro dominio è stato illegalmente sequestrato dalle agenzie governative […] ti consigliamo di spegnere il tuo telefono e liberartene fisicamente appena puoi», così recitava un messaggio – in un inglese traballante – inviato a giugno scorso a milioni di clienti EncroChat, azienda che forniva sistemi per la comunicazione.

Al quartier generale si è scatenato il panico perché la società è stata presa di mira dalla più grande operazione di hacking per mano della polizia mai vista. Una catastrofe per EncroChat, che aveva promesso ai propri clienti comunicazioni ultra sicure. Con 1000 euro di telefono e 1500 euro di abbonamento biennale, il servizio vendeva TurnKey, un software di cifratura che prometteva anonimato completo, discrezione e supporto tecnico 24 ore su 24.

Per i proprietari di un telefono EncroChat il danno è stato ingente. A seguito dell’operazione di hacking, per mesi, le polizie francesi e olandesi – sotto il coordinamento di Europol – hanno seguito le comunicazioni tra gli utenti prima che venissero cifrate. Per chi di loro aveva acquistato un telefono EncroChat perché convinto di poter condurre attività criminali in piena segretezza – stando alla polizia, la maggior parte dei clienti dell’azienda di telefonia – l’operazione di Europol ha rappresentato una vera e propria tragedia. Il buco nella sicurezza informatica ha permesso di ottenere informazioni cruciali per varie indagini, comprese alcune su traffico di droga, omicidi ed episodi di violenza, si legge in un comunicato stampa di Europol ed Eurojust pubblicato a luglio 2020. EncroChat è stata costretta a chiudere a giugno 2020 e per i proprietari si sono aperte le porte del tribunale di Lille, in Francia. L’accusa: l’azienda ha fornito un sistema di cifratura delle comunicazioni il cui scopo andava oltre l’autenticazione sicura. In altri termini, ha consapevolmente fornito messaggistica che non poteva essere intercettata a gruppi criminali.

A gennaio 2019 IrpiMedia ha cercato di acquistare un telefono cifrato presentandosi come organizzazione di giornalisti. La risposta automatica arrivata via email recitava: «Abbiamo ricevuto il vostro messaggio con successo. Vi contatteremo il prima possibile». Una vera risposta non è mai arrivata, ma inquirenti dell’indagine Pollino – operazione che ha fermato una rete di narcotrafficanti legati alla ‘ndrangheta e attivi in Nord Europa – hanno confermato che i criminali, a differenza dei giornalisti, non hanno avuto problemi a procurarsi telefoni EncroChat. Bastava presentarsi agli smerci presenti direttamente sui moli dei porti di Amsterdam e Rotterdam.

«Per noi EncroChat è una miniera d’oro», dice Andy Kraag, a capo della Divisione nazionale indagini anticrimine della polizia olandese. «Il grande valore di queste informazioni è che non solo abbiamo potuto sorprendere i “cuochi” delle droghe in flagrante, ma che abbiamo accesso all’intera rete che c’è dietro», aggiunge. L’hack di EncroChat ha rivelato quanto massiccia fosse la presenza di messicani nei laboratori di droghe sintetiche in Nord Europa, molto più numerosa dei 19 identificati dal Cartel Project.

La legge del silenzio

Jesus P.V., 40 anni, in Messico lavorava come personal trainer in una palestra. O almeno, questo è ciò che ha dichiarato durante un’udienza del processo che lo vede alla sbarra per aver partecipato alla produzione di meth in un laboratorio di Wateringen; un magazzino dove, a febbraio 2019, la polizia ha sequestrato droga per 80 milioni di euro. Stando alle dichiarazioni dell’uomo, la sua vita è cambiata drasticamente quando, un mese prima, un altro iscritto alla palestra gli ha proposto di andare in Olanda a lavorare come muratore per 2mila dollari al mese, uno stipendio molto più alto dei 700 dollari che guadagnava come personal trainer. Aveva accettato, finendo però a fare il “cuoco” di meth. Così lo ha sorpreso la polizia in un sobborgo dell’Aja: in compagnia di altri due connazionali e di 400 chili di crystal meth. Anche gli altri due fermati, due ragazzi sui vent’anni, hanno raccontato durante il processo storie simili, dicendo di non avere idea di cosa li aspettasse una volta in Olanda.

In un altro laboratorio sequestrato ad Achter-Drempt, sempre nei Paesi Bassi, il messicano arrestato ha dichiarato di essere stato assunto per raccogliere frutta in Europa senza sapere che il vero impiego fosse in qualità di “cuoco” di meth. «Non ci credo», commenta Kraag, convinto che il messicano sintetizzasse droga già in Messico e fosse stato reclutato per prestare lo stesso servizio in Europa.

Anche nel caso del laboratorio galleggiante di Moerdijk, i messicani condannati hanno raccontato durante il processo di avere ricevuto offerte per lavori in Olanda pagati tre volte di più che in Messico, sostiene il giornalista locale Willem-Jan Joachems. Il fatto che prima di arrivare in Europa i tre sostengano di non aver mai lavorato nel campo del narcotraffico, lascia intendere che fossero alle prime armi, eppure non c’è stato nulla di amatoriale nella loro operazione. Tanto che il processo ha provato che i tre sapevano bene come produrre metanfetamina «di alta qualità». D’altronde erano stati loro stessi a fare orgogliosi le foto al prodotto finito. Uno dei tre ha anche confessato che lo scatto serviva a mostrare ai clienti la qualità del prodotto.

«Per noi EncroChat è una miniera d’oro. Non solo abbiamo potuto sorprendere i “cuochi” in flagrante ma abbiamo avuto accesso all’intera rete che c’è dietro»

Andy Kraag, Divisione nazionale indagini anticrimine polizia olandese

Impacchettamento della metanfetamina in Messico – Foto: Amrai Coen/Die Zeit
Un laboratorio di metanfetamina in Olanda – Foto: Benedikt Strunz/Ndr

I tre messicani in manette si sono rifiutati categoricamente di rivelare qualsiasi dettaglio sui datori di lavoro. Durante un’udienza, uno di loro ha raccontato di avere ricevuto minacce, come si può leggere dai verbali del processo: «Quando è giunto all’appartamento, la persona che lo ha prelevato all’aeroporto ha detto che non avrebbero lavorato in cantieri edili ma avrebbero svolto un altro tipo di lavoro e che avrebbero dovuto stare zitti». In seguito, il “cuoco” è stato anche minacciato. Contattati da Forbidden Stories, gli avvocati dei messicani implicati nella produzione del meth in Europa si sono rifiutati di commentare.

Cani sciolti

Le comunicazioni di EncroChat sono state fondamentali anche per capire il sistema di reclutamento dei cuochi messicani richiesti dalle organizzazioni criminali olandesi. Falko Ernst, esperto di Messico che lavora con l’International Crisis Group, un’organizzazione non governativa che si occupa di politiche per prevenire i conflitti, spiega come funziona il sistema degli intermediari. I futuri chimici dell’organizzazione li scelgono i cartelli fin dall’inizio: «Si studiano tutti gli iscritti al corso di chimica delle facoltà in Messico e selezionano alcuni “candidati”».

I narcos procedono poi a contattare lo studente tramite un intermediario che farà un’offerta economica, di solito molto allettante. «E se non bastasse, si passa alle minacce», spiega Ernst. Nelle conversazioni via EncroChat i poliziotti hanno trovato diversi messaggi in cui si legge «sto cercando un cuoco, conoscete qualcuno?» spediti da numeri olandesi. A riceverli erano messicani in azione per il reclutamento. «Il sistema era così, molto semplice», spiega il poliziotto olandese Andy Kraag.

I narcotrafficanti in Olanda si affidano ai messicani non solo per le loro capacità e competenze ma anche per l’approvvigionamento dei precursori, inviati principalmente da Cina e India direttamente in Sudamerica

Gli intermediari lavorano come freelance, in pratica cani sciolti. «Da ciò che abbiamo notato, in questo business ci sono dei cani sciolti, dei broker che si autogestiscono e pagano una percentuale di ciò che guadagnano dagli olandesi al cartello di riferimento, in Messico», aggiunge Kraag. I broker, quindi, sono l’anello di congiunzione tra messicani e criminalità europea. Sono responsabili anche della logistica del viaggio dei “cuochi” fino in Europa e dei loro salari.

Secondo Kraag, la maggior parte entra con un visto turistico dalla Spagna e poi da lì prosegue fino in Olanda. Prima dello scoppiare della pandemia da Covid19 – che ha frenato drasticamente l’arrivo dei chimici – gli intermediari messicani erano soliti fare un viaggio preliminare e ispezionare le location per i laboratori. I cuochi venivano forniti agli olandesi solo dopo che questi ultimi avevano già predisposto strutture e il materiale per lavorare. «Con l’aiuto di EncroChat – prosegue il capo della polizia olandese Kraag – stiamo cercando il modo di togliere gli intermediari dal mercato. Ma è molto complesso perchè sono in Messico e vengono qua solo sporadicamente, quando possono».

Competenze messicane

A sud di Culiacan, capitale di Sinaloa, tutti hanno sentito parlare dei “cuochi” messicani in Europa. “El Chapo Jr.”, un piccolo produttore di droghe sintetiche per il cartello di Sinaloa che si fa chiamare così per la sua adorazione del narcotrafficante Joaquin “El Chapo” Guzman, lo conferma ai reporter del Cartel Project: «Mandiamo i cuochi in Europa perché noi messicani siamo i migliori nelle droghe sintetiche!». Ha un laboratorio dai muri rosa shocking illuminati a neon: sulla tavola, crystal meth che l’uomo impacchetta meticolosamente con fogli di alluminio.

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Cuochi messicani per la metanfetamina olandese

Laboratori di droga scoperti tra Belgio e Paesi Bassi sono gestiti da chimici venuti dal Messico. Li reclutano intermediari via EncroChat, un sistema di comunicazione (mal)ritenuto a prova di indagini

I tentacoli del cartello di Sinaloa in Italia

A gennaio 2020 i narcos hanno portato 400 chili di cocaina in Sicilia. Cercavano di aprire una nuova rotta aerea. Un segnale della campagna per la conquista del mercato europeo

La pratica serve a rendere più difficile l’identificazione ai cani antidroga: i trafficanti avvolgono i cristalli con una busta di plastica, poi carta stagnola e nastro americano e poi di nuovo una busta di plastica. «Abbiamo esperienza, e possiamo formare altri cuochi in Europa», dice El Chapo Jr. I narcotrafficanti che in Olanda si affidano ai messicani non contano solo sulle loro capacità e competenze, il cui prezzo è una percentuale sulla vendita delle droga che i trafficanti europei corrispondono direttamente a intermediari e “cuochi”. Si affidano ai messicani anche per l’approvvigionamento dei precursori, inviati principalmente da Cina e India direttamente in Sudamerica.

Cosa sono i precursori

Con il termine “precursori” – spiega il Ministero dell’Interno – si intendono sostanze chimiche di vario genere normalmente utilizzate in numerosi processi industriali e farmaceutici. Si tratta di prodotti legali, ma che sono fondamentali per reazioni chimiche alla base della sintetizzazione e raffinazione di molti stupefacenti.

“Precursore” è ovviamente un termine generico, che fa riferimento a un “ingrediente non cucinato” del prodotto finale (lecito o illecito). Fra quelli più usati per la produzione di droga c’è l’anidride acetica, un reagente per l’ottenimento di eroina e cocaina, oppure solventi come acetone, etere e acido cloridrico per la raffinazione. La maggior parte di queste sostanze chimiche è commercializzata dalla Cina, o almeno arriva da quel Paese a prezzi più convenienti, anche se vi è una produzione anche in alcuni paesi Europei e in India.

Anche l’ultimo rapporto sulle droghe dello UNODC, il dipartimento delle Nazioni Unite che si occupa di narcotraffico e crimine organizzato, parla di «specialisti messicani» capaci di sintetizzare una forma molto pura di metanfetamina. «Come quella di Walter White, il protagonista di Breaking Bad», commenta Laurent Laniel, un analista che lavora per l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze (EMCDDA). Questi specialisti, dice Laniel, «sono capaci di produrre grandi quantità di una potente metanfetamina che può essere fumata o iniettata. Hanno trovato l’equazione perfetta: produrre una potentissima metanfetamina grazie ad un secondo processo di sintesi».

Olanda: la cucina di meth del mondo

Il prezzario della metanfetamina cambia a seconda del mercato in cui si vende. In Giappone e in Australia un grammo costa anche più di 400 euro. Nel 2017 la stessa quantità negli Stati Uniti si pagava circa 50 euro. Una delle ragioni è il rischio connesso a viaggi lunghi: «Il rischio di spedire, considerata anche la distanza, aumenta i costi per i trafficanti e questo si riflette sul consumatore, che paga a caro prezzo il “privilegio” di avere quella droga sul mercato», afferma Anna Sergi, ricercatrice e professoressa all’Università di Essex, in Inghilterra. La polizia olandese, però, è soprattutto preoccupata che il consumo possa aumentare anche in Europa, producendo nuovi tossicodipendenti che pesano sui sistemi sanitari europei.

Nell’alleanza criminale tra cartelli e gang olandesi, però, non va sempre tutto liscio. Uno scambio di messaggi su EncroChat ha svelato alla polizia belga l’esistenza di sei container insonorizzati trasformati in celle per prigionieri, vicino al confine con l’Olanda. Il settimo era usato come stanza delle torture, con tanto di sedia da dentista con una sega, un bisturi, una fiamma ossidrica e diversi tipi di pinze. «Se l’Olanda diventasse uno di quei Paesi super-produttori di crystal meth che non dipende più dalle competenze e dalle forniture di precursori dei messicani, diventerebbe un concorrente – ragiona Kraag -. Non posso prevedere cosa succederebbe a quel punto, ma ci sono enormi rischi, dato che la concorrenza tra criminali è sempre accompagnata da violenza. E noi vogliamo prevenire il disastro», conclude Kraag.

CREDITI

Hanno collaborato

Cecilia Anesi (IrpiMedia)
Audrey Travère (Forbidden Stories)
Wil Thijssen (de Volkskrant)
Kristof Clerix (Knack)
Benedikt Strunz (NDR)
Philipp Eckstein (NDR)
Anne Michel (Le Monde)
Mathieu Tourlière (Proceso)
Bart Libaut (freelance)

In partnership con

Editing

Lorenzo Bagnoli

Infografica

Lorenzo Bodrero

Foto

Amrain Coen/Die Zeit

Asia Connection: da Sinaloa a Shanghai, le rotte del Fentanyl

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Asia Connection: da Sinaloa a Shanghai, le rotte del Fentanyl
Audrey Travère
Gennaio 2016. Jorge A. posa orgoglioso davanti al Radisson Blu Hotel di Shanghai. «Busy working», «al lavoro» recita il post che accompagna la sua foto su Facebook. A migliaia di chilometri dalla sua città natale, Culiacan, Jorge è in missione per la sua azienda, la Corporativo Escomexa, una società import-export messicana specializzata nel commercio di tequila, prodotti agricoli e chimici.

Tutto il suo viaggio è dettagliatamente documentato sui social network, dai selfie alle foto dei piatti di granchio al ristorante. In compagnia di due colleghi, che compaiono spesso nelle foto, Jorge passerà alcune settimane lontano da casa, dopo Shanghai il team messicano è a Hong Kong, poi in Giappone, e infine in India. Li si incontrano con Manu Gupta, un uomo d’affari indiano con cui si erano già incontrati nella tappa ad Hong Kong.

Manu Gupta è il direttore della società Mondiale Mercantile Pvt Ltd, un’azienda dal profilo tanto ampio quanto vago. Si occupa di import-export, ma offre anche consulenze legali su temi doganali. Tratta prodotti chimici, farmaceutici, agro-alimentari, sabbie, e anche macchinari.

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Ma il vero business della Mondiale Mercantile è ben altro, e verrà alla luce solo due anni dopo, il 25 settembre del 2018, quando Manu Gupta finisce in manette assieme a un socio messicano e un chimico indiano. I tre infatti sono stati pizzicati dalla polizia indiana in un laboratorio clandestino, in possesso di fentanyl, un potente antidolorifico sintetico.

Il fentanyl è una delle droghe più pericolose al mondo, responsabile di migliaia di casi di overdose ogni anno. Gupta e compagnia erano pronti a spedirne un carico verso il Messico, nascosto dentro una valigia da caricare su un volo di linea.

Fentanyl

Farmaco considerato essenziale nelle terapie del dolore, il fentanyl è un oppioide sintetico 50-100 volte più potente della morfina. Il fentanyl è oggi l’oppioide sintetico più comune nelle morti per overdose. L’uso è approvato solo sotto prescrizione medica e avviene per via transdermica, cioè tramite l’applicazione di cerotti di varia dimensione a seconda delle necessità. Nel mercato illegale è stato utilizzato in origine come sostituto dell’eroina, grazie alla relativa semplicità e ai bassi costi di produzione si sta affermando sempre di più.

Un report interno dell’antidroga statunitense, la Drug Enforcement Agency (DEA), ottenuto da Forbidden Stories, accusa Manu Gupta di essere un «possibile socio di un noto membro del cartello di Sinaloa».

La nuova gallina dalle uova d’oro

Un rapporto classificato della DEA, datato ottobre 2019 e pubblicato su “Blue Leaks” (una enorme collezione di documenti interni alle forze dell’ordine americane ottenuto da Anonymous e pubblicato lo scorso giugno) riassume sobriamente il situazione: «I dati – si legge nel rapporto – indicano che il cartello di Sinaloa si è affermato come un importante produttore e trafficante di Fentanyl dal Messico agli Stati Uniti».

Nonostante l’arresto nel 2016 di Joaquin Guzman, il famigerato boss del cartello noto come “El Chapo”, la DEA ammette che il business della droga per il cartello di Sinaloa va ancora a gonfie vele. Negli Stati Uniti questo traffico è costato migliaia di vite. Nel 2018 fentanyl e simili droghe sintetiche sono state la causa di quasi la metà delle 67.367 morti per overdose registrate nel Paese. Un dato in forte crescita rispetto agli anni precedenti e che rispecchia un cambio di mercato e di organizzazione dei cartelli stessi.

Nella prima decade degli anni 2000 lo stesso cartello di Sinaloa aveva invaso gli Stati Uniti dell’eroina che produceva in grandi quantità. Adesso il “Triangolo d’oro”, la zona nel nord del Messico dove da sempre si coltivano marijuana e oppio, sta cambiando volto, e i campi di papaveri vengono sostituiti dai laboratori di produzione di droghe sintetiche.

La DEA ha stimato che produrre una pillola di fentanyl costi solo un dollaro. Ogni pillola viene rivenduta negli Stati Uniti per almeno 10 dollari. È un jackpot per i cartelli messicani, con quello di Sinaloa a guidare la carica.

«A causa della repressione del governo (l’esercito messicano ha distrutto i papaveri, ndr), abbiamo iniziato la transizione agli oppiacei sintetici, che sono più economici», racconta a Forbidden Stories un chimico che lavora per il cartello di Sinaloa.

Nel suo laboratorio clandestino nascosto tra gli alberi vicino a Culiacan il chimico spiega il business: «È una delle droghe più interessanti per i cartelli. Porta più profitti». In un piatto da cucina, mescola polvere bianca con una spatola di plastica. È uno degli ingredienti per fare pillole di fentanyl. «Le mie pillole sono molto potenti e so bene che causeranno dipendenza», dice il chimico. «Ed è quello che voglio».

Una pillola di Fentanyl – Foto: Forbidden Stories

La redditività del Fentanyl è straordinaria. La produzione richiede forza lavoro e infrastrutture minime. In un rapporto del 2019, la DEA ha stimato che produrre una pillola di fentanyl costi solo un dollaro. Ogni pillola viene rivenduta negli Stati Uniti per almeno 10 dollari. È un jackpot per i cartelli messicani, con quello di Sinaloa a guidare la carica.

Una macchina perfettamente oliata

Fino a poco tempo fa, la Cina produceva la maggior parte del fentanyl venduto negli Stati Uniti. «C’erano soggetti che importavano fentanyl dalla Cina, facevano le pillole nelle loro cantine e poi le mettevano online per la vendita al dettaglio, o si mettevano d’accordo con gli spacciatori per venderle in strada», spiega Bryce Pardo, ricercatore associato presso il polo di ricerca RAND ed esperto di droghe sintetiche. Ma norme più severe imposte in Cina e a livello internazionale nel 2017 e nel 2019, hanno cambiato le regole del gioco. La spedizione diretta del fentanyl è diventata più rischiosa.

I cartelli hanno subito visto l’opportunità di entrare nel mercato come intermediari.

La Cina resta comunque il principale produttore di precursori chimici necessari per produrre droghe sintetiche. Questa è una delle ragioni per cui i cartelli «hanno stabilito legami con la Cina come fornitore di precursori chimici già dagli anni ’90» dice Falko Ernst, del think tank International Crisis Group.

Cosa sono i precursori

Con il termine “precursori” – spiega il Ministero dell’Interno – si intendono sostanze chimiche di vario genere normalmente utilizzate in numerosi processi industriali e farmaceutici. Si tratta di prodotti legali, ma che sono fondamentali per reazioni chimiche alla base della sintetizzazione e raffinazione di molti stupefacenti.

“Precursore” è ovviamente un termine generico, che fa riferimento a un “ingrediente non cucinato” del prodotto finale (lecito o illecito). Fra quelli più usati per la produzione di droga c’è l’anidride acetica, un reagente per l’ottenimento di eroina e cocaina, oppure solventi come acetone, etere e acido cloridrico per la raffinazione. La maggior parte di queste sostanze chimiche è commercializzata dalla Cina, o almeno arriva da quel Paese a prezzi più convenienti, anche se vi è una produzione anche in alcuni paesi Europei e in India.

All’epoca i precursori venivano usati principalmente per produrre metanfetamine. Il cartello di Sinaloa aveva creato una solida infrastruttura per produrle che ha poi riconvertito al fentanyl. Uno dei report della DEA contenuto in “Blue Leaks” descrive un sistema molto ben organizzato, che comprende magazzini al confine e distributori negli Stati Uniti. Lo stesso report spiega anche alcune delle tecniche usate per l’approvvigionamento di precursori, menzionando «una persona con sede a Culiacan, Sinaloa, Messico», con la missione di «acquistare grandi quantità di precursori chimici per il fentanyl direttamente dalla Cina» per conto del cartello.

Ma chi è l’uomo a cui si riferisce la DEA? L’agenzia americana non ha voluto rispondere a questa domanda. «In generale – spiegano dall’antidroga statunitense -, non confermiamo o neghiamo se persone o entità erano o sono gli obiettivi delle nostre indagini». Forbidden Stories ha riscontrato molte coincidenze su Jorge A., l’uomo d’affari messicano con sede a Culiacan, ritratto al fianco di Manu Gupta nel 2016. Con l’aiuto di C4ADS, Organizzazione non governativa specializzata nell’analisi dei dati, Forbidden Stories ha ricostruito una rete di entità collegate a questa azienda.

Società sospette

Corporativo Escomexa, la società per cui Jorge A. risulta revisore contabile, sul suo sito web pubblicizza prodotti che possono essere usati per fare metanfetamine. L’analisi delle loro attività commerciali ha rivelato diverse transazioni sospette fra settembre e ottobre 2016. Nel giro di un mese, infatti, l’azienda ha acquistato diversi prodotti farmaceutici, compresa una macchina per “pressare” pillole, 676 kg di lattosio monoidrato in polvere, cellulosa microcristallina e copovidone: tutti prodotti usati per produrre sostanze stupefacenti, fentanyl incluso.

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Cuochi messicani per la metanfetamina olandese

Laboratori di droga scoperti tra Belgio e Paesi Bassi sono gestiti da chimici venuti dal Messico. Li reclutano intermediari via EncroChat, un sistema di comunicazione (mal)ritenuto a prova di indagini

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A gennaio 2020 i narcos hanno portato 400 chili di cocaina in Sicilia. Cercavano di aprire una nuova rotta aerea. Un segnale della campagna per la conquista del mercato europeo

C4ADS è stata in grado di identificare una vasta rete di imprese attive ancora oggi che sono a vario titolo collegate all’azienda messicana. «La sua rete appare piuttosto ampia», spiega Michael Lohmuller, analista di C4ADS. «Questa include decine di aziende sia in Messico sia negli Stati Uniti d’America. Alcune di queste società hanno dati commerciali solo per brevi periodi di tempo, dopodiché una società nuova all’interno della rete si assume la responsabilità di fare le spedizioni».

Una di queste società, la Corporativo y Enlace Ram, condivide con Corporativo Escomexa l’indirizzo, uno dei soci e importa anche gli stessi prodotti farmaceutici. Le due società condividono anche i fornitori. Corporativo y Enlace Ram ha infatti ricevuto una spedizione a giugno 2016 proprio da Mondiale Mercantile, la società di Manu Gupta, l’uomo d’affari indiano arrestato per traffico di fentanyl.

Inoltre ci sono foto che ritraggono i responsabili di Enlace Ram accanto a Jorge A. «Sebbene non siano state scoperte chiare indicazioni di attività criminale – spiega Lohmuller -, l’esistenza di tali legami tra Corporativo Escomexa e le sue entità collegate dovrebbe portare a ulteriori indagini o quantomeno danno indizi sul modus operandi delle reti trans-pacifiche di traffico di fentanyl e metanfetamine».

Alle domande di Forbidden Stories, Jose R., uno dei due manager di Corporativo y Enlace Ram, ha risposto che non conosce né Jorge A., né Escomexa né tantomeno «questo fornitore indiano». Quanto a Jorge A. invece non ha mai risposto alle nostre richieste di intervista. «Uno dei miti principali sui cartelli è che siano organizzazioni perfettamente integrate», osserva Falko Ernst. Ma l’outsourcing di specifiche attività a gruppi indipendenti specializzati nella logistica o nel riciclaggio di denaro è una pratica comune per tutti i cartelli, compreso Sinaloa.

Sempre un passo avanti

Le vendite di precursori, proprio per il rischio legato al narcotraffico, sono altamente regolamentate. Per quanto riguarda il fentanyl, le due sostanze di cui è vietata la libera vendita sono il NPP e il ANPP. Purtroppo ci sono quasi infinite possibilità di aggirare queste leggi creando nuovi precursori non regolamentati. La sostanza finale è leggermente diversa, ma il suo effetto è identico.

Per combattere questo fenomeno, L’International Narcotics Control Board (INCB), organo indipendente appartenente al Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, cura una “lista nera” di sostanze “da monitorare”. Un elenco di prodotti che non sono necessariamente proibiti, ma spesso utilizzati per fabbricare droghe illegali. L’INCB, le cui indicazioni non sono vincolanti, deve però fare affidamento sulla buona volontà delle aziende e sulle ispezioni da parte delle autorità.

In realtà, con una semplice ricerca su Google, in pochi secondi si possono trovare post di aziende cinesi che offrono precursori per il fentanyl pronti per l’esportazione, molti dei quali diretti in Messico. Abbiamo trovato in vendita il “4-AP”, una sostanza nell’elenco di quelle “monitorate” che è di recente stato inserito fra le sostanze proibite negli Stati Uniti. Secondo la DEA, 4-AP ha una sola funzione: produrre fentanyl.

Sotto la copertura di una falsa identità messicana, Forbidden Stories ha contattato tre società che offrono sostanze elencate come potenzialmente a rischio dall’INCB. Tutte e tre le aziende hanno offerto di inviarci i prodotti senza mai chiederci di rivelare la nostra identità o fornire il nome di una società.

Uno dei venditori è stato particolarmente pronto ad aiutarci, offrendo più di una sostanza simile a 4-AP e ancora disponibile per la vendita. Lo stesso ha anche proposto di utilizzare una «linea speciale» per il Messico. Dopo averci mandato una serie di foto e video del precursore, una polvere bianca pressata, ha scritto: «Abbiamo “comprato” alcune persone alle dogane messicane, ci fidiamo molto di loro e ci hanno aiutato con tutte le nostre spedizioni in Messico. Quindi non preoccupatevi delle dogane».

In un’altra conversazione, il venditore ha spiegato che uno dei loro “grandi” clienti in Messico aveva il suo canale privato e utilizzava aerei cargo per importare precursori. «Quando la merce arriva in Messico, usa i suoi agganci per ritirare la merce».

Bryce Pardo riassume la situazione: «Le nostre leggi antidroga si basano ancora sulla convenzione unica delle Nazioni Unite del 1961. All’epoca tutto era incentrato su tre piante: cannabis, coca e papavero. Le cose sono cambiate completamente negli ultimi dieci anni, specialmente da quando la Cina è entrata nel mercato online per il settore farmaceutico».

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Per eludere l’inasprimento delle normative in Cina, alcuni cittadini cinesi stanno trasferendo parte delle loro attività in paesi con un monitoraggio meno rigoroso, in particolare l’India. In un altro rapporto interno della DEA, che approfondisce il caso di Manu Gupta, l’agenzia ha scritto che la società di Gupta stava lavorando con un individuo con sede in Cina.

Nel 2019, la DEA scrive: «Si ritiene che questo cittadino cinese continui a inviare precursori ai Cartelli messicani per la produzione di metanfetamina, analoghi del fentanyl e derivati, nonché fentanyl finito».

Richest group: “Quasi rispettabili”

«C’è una forza che può promuovere lo sviluppo della storia. C’è un potere che può cambiare il mondo. Il gruppo Richest cambia il mondo con i suoi prodotti e servizi». In una clip che pare più il trailer di un film hollywoodiano che un video aziendale, Richest Group, una società import-export cinese di prodotti chimici e additivi alimentari — si ammanta di toni epici.

A prima vista, l’azienda gestita da Kevin Dai appare impeccabile. La sua principale filiale, Shanghai Ruizheng, è verificata sul sito cinese Alibaba e valutata quattro diamanti su sei. L’azienda vanta esportazioni in tutto il mondo, e prestigiosi partner, tra cui Samsung, LG e Canon.

Ma a una ricerca più approfondita porta a galla tutto un altro lato del business di Richest Group. Shanghai Ruizheng fino a ottobre 2019 vendeva tranquillamente su Alibaba precursori per fentanyl. Uno dei suoi siti internet fino a poco tempo fa offriva il 4-AP. Forbidden Stories ha trovato il profilo Facebook di uno dei venditori: Alia Yang.

Foto: Forbidden Stories

Yang non nasconde la sua affiliazione, anzi, offre gli stessi precursori, geolocalizzando i suoi post in Messico per ottimizzarne la visibilità. «Nuovo lotto, scorte sufficienti, da non perdere», scriveva a maggio 2019.

Sul sito web di Richest Group c’era un grafico della struttura organizzativa dell’azienda. Al centro, tra due filiali cinesi, c’era Mondiale Mercantile Pvt Ltd, l’azienda di Manu Gupta. La DEA non ha risposto alle nostre domande su Richest Group.

Kevin Dai, il proprietario di Richest Group, ha invece negato ogni collegamento tra sua azienda e la produzione di fentanyl. «La nostra azienda non ha prodotto e non produrrà fentanyl o qualsiasi altra sostanza correlata, perché seguiamo le normative». Ha detto che dovremmo ignorare i post di Alia Yang, che avrebbe lasciato l’azienda alcuni mesi prima della nostra telefonata (10 novembre 2020). Ha anche aggiunto di non aver mai fatto affari con la Mondiale Mercantile di Manu Gupta, nonostante l’abbia piazzata al centro del diagramma aziendale.

La collaborazione non sarebbe mai decollata, dice: «Ci hanno detto che ci avrebbero potuto aiutare a espanderci nel mercato indiano, così abbiamo messo le loro fotografie e i loghi nel sito per apparire come una grande azienda». Poche ore dopo la nostra telefonata, la Mondiale Mercantile è scomparsa dal sito di Richest Group. Dal canto suo, Alia Yang ha cancellato tutti i suoi post su Facebook, cambiando persino nome. Il 17 novembre, Richest Group ha addirittura chiuso ufficialmente la filiale che Forbidden Stories aveva visitato poche settimane prima.

Sconfitte continue?

La Cina non sembra riuscire a mettere un freno al traffico di precursori, né a tenere sotto controllo la sua enorme industria farmaceutica. «Fino a un paio di anni fa, avevano qualcosa come otto diverse autorità coinvolte nella progettazione di regolamenti per il settore. A volte non era chiaro chi avesse davvero giurisdizione», spiega Bryce Pardo.

Sicuramente sono stati fatti sforzi per regolamentare meglio il mercato, e nel caso di Richest Group l’autorità antidroga cinese, la China National Narcotics Commission (CNNC), ha rivelato a Forbidden Stories che la società è stata ammonita e invitata a prestare attenzione ai prodotti chimici venduti dal momento che alcuni possono essere usati per produrre droga.

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Le misure però appaiono inadeguate a contenere il problema. Ad esempio, secondo Pardo, quando fanno un «controllo a sorpresa», gli ispettori cinesi devono fornire all’azienda un preavviso di 72 ore. «Se stai producendo fentanyl, cambi tutto in modo che sembri una produzione di latte artificiale o ibuprofene», conclude Pardo.

E dal fentanyl alla produzione di altre nuove sostanze psicoattive il passo è breve. Secondo l’ultimo report dell’Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine dell’Onu (Unodc) sull’argomento, «pare esserci un’evoluzione nel mercato degli oppioidi sintetici verso un tipo di molecole nuove e più variegate». Secondo l’agenzia, è la risposta del crimine organizzato alle nuove regole.

Alcuni mesi prima della pubblicazione di questa inchiesta, Forbidden Stories ha provato a contattare Alia Yang. Al tempo, Yang già non lavorava più per Kevin Dai, ma per la Shanghai Talent Chemical, fondata da un altro ex dipendente di Richest Group. Ha risposto un certo “Lucky”, nonostante la foto del profilo WhatsApp fosse sempre quella di Yang. Lucky non vendeva precursori per fentanyl, ma ci ha offerto xilazina, un tranquillante per cavalli, una sostanza ancora di libera vendita nonostante le sue tracce siano state trovate in diversi casi di overdose negli Stati Uniti.

La venditrice, Lucky, non era per nulla preoccupata di destare sospetti. Alle nostre rimostranze ha detto che poteva chiamare la sostanza con nomi alternativi. «Ad alcuni clienti chiedono di usare creatina. O cinnamato di potassio. O pigmento bianco. Dipende dai clienti».

CREDITI

Autori

Audrey Travère

Hanno collaborato

François Ruchti (RTS)
Sandhya Ravishankar (The Lede)
Michael Standaert (South China Morning Post)
Michael Lohmuller (C4ADS)

In partnership con

Traduzione

Giulio Rubino

Foto

Forbidden Stories

Sorveglianza: chi ha aiutato il Messico a spiare i giornalisti

#TheCartelProject

Sorveglianza: chi ha aiutato il Messico a spiare i giornalisti

Raffaele Angius

Nel deserto del piccolo Stato di Puebla, a un paio d’ore di macchina da Città del Messico, una casa abbandonata è il luogo perfetto per una compravendita che richiede discrezione. È il maggio del 2013 e l’incontro è organizzato da intermediari che godono di una solida reputazione nel campo della sicurezza. Il venditore è l’azienda italiana Hacking Team, in quegli anni molto nota per i suoi software spia. Il compratore, almeno ufficialmente, dovrebbe essere la procura generale di Puebla, in procinto di dotarsi di nuove capacità di intercettazione e intrusione informatica.

Il prodotto che ha reso celebre l’azienda milanese nel mondo dell’intelligence è il Remote Control System (Rcs): una tecnologia in grado di acquisire ed esplorare diversi tipi di documenti ospitati sul dispositivo di un bersaglio. Un utilizzo sconsiderato di questi strumenti potrebbe essere estremamente pericoloso, ragion per cui la vendita e l’esportazione dei software spia è altamente regolamentata e sostanzialmente autorizzata solo per usi ufficiali e governativi. Rcs – dicevano all’epoca e hanno ripetuto negli anni i rappresentanti dell’azienda – serviva ad aiutare a combattere il terrorismo, il crimine e il narcotraffico. Tuttavia, l’identità dell’utilizzatore finale non è sempre nota neanche alle stesse aziende che producono i software di spionaggio. La discrezione fa parte del pacchetto.

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The Cartel Project

Anni dopo l’omicidio di Regina Martínez una squadra di giornalisti da Messico, Europa e Stati Uniti ha ripreso le sue indagini da dove è stata fermata. Il progetto è coordinato da Forbidden Stories, organizzazione francese nata per concludere le storie dei giornalisti assassinati. Questa inchiesta appartiene al Cartel Project, un progetto collaborativo che ha coinvolto 60 giornalisti di 25 media in 18 Paesi. IrpiMedia è partner italiano dell’inchiesta.

#TheCartelProject

The Cartel Project

Dei cartelli messicani manca una mappatura dell’influenza e degli affari a livello internazionale. E dal 2000, 119 giornalisti sono stati uccisi per loro mano. The Cartel Project fa luce su tutto questo

All’incontro nello Stato di Puebla partecipano due tecnici di Hacking Team, che hanno il compito di consegnare il prodotto alle autorità. Ma all’altro lato dello scambio si presenta Joaquin Arenal Romero: ufficiale dell’intelligence messicana già noto all’epoca per i suoi collegamenti con i Los Zetas, un cartello di narcotrafficanti che in quegli anni rafforzava il proprio controllo sul mercato nel Paese. «Quando sono stati portati in quella casa senza finestre c’era un po’ di preoccupazione», spiega a Forbidden Stories, sotto garanzia di anonimato, uno degli ex dipendenti dell’azienda italiana, che monitorava l’operazione da remoto.

«Uno dei nostri che era lì ha detto che conosceva uno di questi, che era collegato ai Los Zetas: era sicuro fosse uno del cartello», aggiunge. «Non dico che certe cose succedessero ogni giorno, ma sicuramente succedevano spesso», spiega un altro ex dipendente: «Era normale – conclude – che ci si presentassero davanti dei personaggi che dicevano di lavorare per l’intelligence e che noi, guardandoli, ci chiedessimo “chi sono queste persone?”».

Dall’altro lato dello scambio si presenta Joaquin Arenal Romero: ufficiale dell’intelligence messicana già noto all’epoca per i suoi collegamenti con i Los Zetas

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Ma non era normale per il dipendente di Hacking Team inviato a Puebla, al suo primo incarico sul campo, come testimoniano alcune mail contenute in un archivio di oltre 400 gigabyte di documenti sottratti alla stessa società e resi pubblici da un hacker nel 2015. Fino a quel momento Hacking Team aveva difeso strenuamente i suoi affari, rivendicando l’importanza di Rcs nel contrasto alla criminalità organizzata e al terrorismo. Dall’altra, gli attivisti già li definivano “mercenari dell’era digitale”, come scrive Reporters without borders nel 2013.

Dopo l’enorme fuga di informazioni che nel 2015 coinvolse Hacking Team fu possibile osservare come la società fosse impegnata in affari con decine di Paesi in cui avvengono sistematicamente violazioni dei diritti umani come Sudan, Azerbaijan e Russia. Del resto il fondatore David Vincenzetti era solito ricordare come la regola non scritta di questo mercato fosse la seguente: «Se un governo dice che una persona (un bersaglio, ndr) è un terrorista, allora è un terrorista», riporta oggi una fonte.

Il leak di Hacking Team

Nessuno sa che fine abbia fatto Phineas Fisher: l’anonimo hacker che, a luglio del 2015, ha divulgato 400 gigabyte di informazioni sottratte ad Hacking Team. Tra quelle figurano i Paesi ai quali David Vincenzetti, fondatore e amministratore delegato dell’azienda, vendeva a governi e agenzie di intelligence il software spia Remote control system, di cui si scrive diffusamente in questa inchiesta. Oggi Vincenzetti è uscito dai radar e da Hacking Team, che nel frattempo è stata assorbita da un’altra società che si ocupa di sicurezza informatica. Phineas Fisher nei radar non ci è mai entrato.

Una delle immagini promozionali di Hacking Team nel 2015

Ma all’epoca dei fatti, due anni prima della fuga di informazioni, il nuovo arrivato appena impiegato a Puebla questo non lo poteva ancora sapere. Era stato accolto nell’azienda con calore ed era stato invitato a usare, da quel momento in poi, la prima persona plurale, “noi”, nel riferirsi ai progetti e obiettivi di Hacking Team. Quindi forse si sarebbe aspettato maggiore comprensione nel raccontare al datore di lavoro cos’era appena successo: «Aveva chiesto di essere riportato indietro perché stava dando di matto», ricorda un ex-dipendente: «Loro (Hacking Team) si sono arrabbiati moltissimo e lui ha lasciato (il lavoro, ndr) il giorno stesso o quello successivo: hanno cercato di contattarlo ma era già sparito».

Episodi simili in Messico non sono fuori dal comune, come spiega un ufficiale di alto grado dell’antidroga statunitense, la Drug enforcement agency (Dea). In un’altra occasione, nel 2011, l’intermediario messicano Dtxt ha tenuto per sé il software fornito da Hacking Team anziché consegnarlo all’utente finale, la polizia federale, che di fatto non ha mai firmato la licenza d’uso necessaria all’attivazione.

Per questa ragione, spiega un ex dipendente, l’installazione non dovrebbe neanche essere mai stata attivata, dal momento che la licenza era una condizione imprescindibile affinché il sistema venisse messo in funzione, spiega una fonte a Forbidden Stories. Dopo un anno e numerose richieste di avere il contratto di licenza firmato, un dipendente ha scritto in una nota interna: «Sembra sia una pratica comune in Messico».

In un’altra occasione, nel 2011, l’intermediario messicano Dtxt ha tenuto per sé il software fornito da Hacking Team anziché consegnarlo all’utente finale, la polizia federale

Il nuovo che avanza

Non stupisce che il Messico sia tra gli attori più attivi nel mercato delle intercettazioni: secondo il gruppo di attivisti della rete R3D, il Paese è stato a lungo quello che ha speso di più nelle tecnologie di Hacking Team. Mentre oggi, a cinque anni dal leak di informazioni dai server dell’azienda, secondo un ufficiale della Dea, sono almeno venti le società che riforniscono di tecnologie per lo spionaggio il governo e le polizie degli stati confederati, tra le quali l’israeliana Nso Group.

L’ultimo episodio, che oggi viene rivelato per la prima volta da Forbidden Stories, risale all’estate del 2016, quando il giornalista della rivista Proceso, Jorge Carrasco, è stato oggetto di un tentativo di infiltrazione informatica tramite il software Pegasus, prodotto di punta dell’azienda israeliana Nso. Carrasco stava investigando sui rapporti tra lo studio panamense Mossack Fonseca, al centro dei Panama Papers, e alcuni clienti messicani, quando riceve un inaspettato Sms sul cellulare: “Ciao Jorge. Ti condivido questo memo pubblicato oggi da Animal Politico. Credo sia importante farlo girare”. Seguendo il link, Carrasco avrebbe inconsapevolmente dato accesso a Pegasus: un trojan che avrebbe rivelato all’ignoto attaccante il contenuto del dispositivo.

Il messaggio “esca” spedito sullo smartphone del giornalista Jorge Carrasco – Foto: Forbidden Stories

La scoperta è il risultato di un lavoro d’indagine condotto dagli esperti di sicurezza informatica di Amnesty International, che da anni braccano Pegasus sui telefoni di attivisti e giornalisti di tutto il mondo. Come già raccontato da IrpiMedia, il software è lo stesso utilizzato in Marocco per spiare il giornalista Omar Radi, particolarmente inviso alla monarchia di Rabat. Ma si sospetta che Pegasus sia stato impiegato anche per spiare Jamal Khashoggi, dissidente e giornalista del Washington Post, ucciso dentro l’ambasciata saudita di Istanbul.

«Il messaggio che abbiamo recuperato faceva parte di una campagna (di intercettazioni, ndr) condotta in quello specifico periodo di tempo», spiega a Forbidden Stories Claudio Guarnieri, dell’Amnesty security lab. Come ricostruito dall’organizzazione, il numero di telefono da cui ha ricevuto il messaggio Carrasco è lo stesso utilizzato per condurre diversi tentativi di intercettazione nei confronti di Carmen Aristegui, tra le più note giornaliste d’inchiesta del Messico.

«Il messaggio che abbiamo recuperato faceva parte di una campagna di intercettazioni condotta in quello specifico periodo di tempo».
Claudio Guarnieri

Amnesty Security Lab

Il vecchio che evolve

Nonostante gli scandali e i palesi abusi di questa tecnologia, nessuna misura è stata presa per proteggere attivisti e giornalisti. Jorge Carrasco, oggi direttore della testata Proceso, è il nono giornalista in Messico il cui dispositivo contiene i segni di un attacco di Pegasus. E anche un ex dipendente di Hacking Team ricorda di aver assistito personalmente a un episodio nel quale il governatore di uno stato federale monitorava dal suo ufficio un giornalista: «Ne andava fiero», aggiunge.

Finora nessuno a livello di autorità pubbliche ha deciso di approfondire il tema. Al contrario, il Messico è stato a lungo uno dei principali acquirenti di Nso: la società israeliana nel 2014 ha firmato un contratto da 32 milioni di dollari con la Procura generale del Paese.

Dell’espansione di Nso nel Centroamerica si trova traccia anche nelle email sottratte nel 2015 ad Hacking Team, che rivelano come l’azienda si ponesse l’obiettivo di “sbugiardare il mito” della sua rivale israeliana.

«Sembra che praticamente tutte le principali società tecnologiche abbiano presentato i loro prodotti in Messico», spiega John Scott-Railton del Citizen Lab, un’organizzazione che da anni investiga sulle attività del software Pegasus prodotto da Nso.

Per approfondire

coding

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«Sono convinto che gli abusi siano aumentati in tutto il mondo, ma è anche più difficile individuarli».

John Scott-Railton

Citizen Lab

La preoccupazione, da sempre, è che simili strumenti possano essere utilizzati per spiare attivisti e giornalisti, come più volte documentato, e non terroristi o appartenenti al crimine organizzzato. Ma a rendere ancora più complesso il quadro è l’evoluzione delle stesse tecnologie, sempre più invisibili e difficili da riconoscere. Un traguardo raggiunto quantomeno da Nso che, come già scritto da IrpiMedia a giugno, è in grado di introdurre Pegasus sul dispositivo di un bersaglio anche attraverso attacchi alla rete Internet che serve il dispositivo, bypassando così Sms o allegati malevoli su cui il bersaglio deve cliccare prima dell’inoculazione del virus.

«Sono convinto che gli abusi siano aumentati in tutto il mondo, ma è anche più difficile individuarli», commenta Scott-Railton: «Con l’Nso e altri che vanno nella direzione di vendere tecnologie “zero-click” che non si basano sugli Sms, siamo senz’altro in una situazione più difficile in termini di capacità di investigare». Ma la conseguenza dello sviluppo di queste tecnologie, riflette l’avvocato israeliano specializzato in diritti umani Eitay Mack, «è che in molti luoghi sarebbero in grado di identificare un Nelson Mandela prima ancora che sappia di essere il prossimo Nelson Mandela».

L’esempio di Mack riassume efficacemente le preoccupazioni di attivisti per i diritti digitali, oppositori politici e giornalisti: se chi ha il potere ne abusa, chi paga? Ma soprattutto, chi controlla?

Nessuno lo ha fatto finora nel caso di Emilio Aristegui, figlio della nota giornalista messicana, che ha ricevuto almeno 21 messaggi per altrettanti tentativi di attacco sul suo telefono cellulare, come accertato da Citizen Lab. La campagna nei suoi confronti si è svolta nel 2015 e risulta contigua con quella – evidentemente non andata a buon fine – sul telefono della madre. Ma all’epoca dei fatti Emilio Aristegui era minorenne: «Alcuni di questi messaggi rappresentavano contenuti sessualmente espliciti, mentre in altri si impersonava l’ambasciata statunitense o (si trasmettevano) notizie relative alla madre», si legge in un report pubblicato dall’organizzazione nel 2017.

Emilio Aristegui, figlio della nota giornalista messicana Carmen Aristegui, era minorenne quando ha ricevuto almeno 21 messaggi per altrettanti tentativi di attacco sul suo telefono cellulare

Chi controlla?

Nonostante le ripetute denunce da parte di organi di stampa e associazioni per la tutela dei diritti umani, il governo israeliano non ha mai ritenuto di intervenire nei confronti di Nso, che esporta su sua autorizzazione: «Ogni licenza è erogata alla luce di numerose considerazioni incluse quelle sulle autorizzazioni di sicurezza del prodotto e a una valutazione del Paese verso il quale il prodotto è commerciato», ha dichiarato a Forbidden Stories un portavoce del ministero della Difesa israeliano: «I diritti umani, le politiche e i problemi sociali sono tutti presi in considerazione».

Nel 2018 un gruppo di giornalisti e attivisti messicani presenta un esposto, in Israele, chiedendo di accertare eventuali negligenze di Nso relative agli abusi del governo Messicano, tuttavia il sistema giudiziario ha dovuto prendere atto della richiesta di tenere il procedimento sotto segreto per ragioni di sicurezza nazionale. La stessa segretezza è adottata nei confronti del comitato etico interno all’azienda, che non è però autorizzato a conoscere l’identità dei clienti, spiega Mack: «Se non hanno informazioni come possono intervenire? È una presa in giro».

«Compiamo approfondite indagini su ogni credibile segnalazione di abusi, comprese quelle che riguardano il sospetto che la nostra tecnologia possa essere stata utilizzata con scopi diversi dalla prevenzione legale o dall’indagine legittima in casi di terrorismo o altri reati maggiori», ha commentato un portavoce di Nso in risposta alle domande di Forbidden Stories. L’azienda rivendica di essere anche intervenuta in alcuni casi sospendendo l’accesso ai suoi prodotti: «Abbiamo la possibilità di interrompere l’intero sistema, una misura che abbiamo già preso in passato».

Nso rivendica di essere anche intervenuta in alcuni casi sospendendo l’accesso ai suoi prodotti

Ma se la Galilea piange, Roma non ride. A differenza di quanto dichiarato dal ministero della difesa di Tel Aviv, apparentemente in Italia Hacking Team ha goduto a lungo di migliori auspici, ben rappresentati da una licenza cumulativa all’esportazione ottenuta nel 2015 e valida nei confronti di 46 Paesi. All’epoca (ministro Carlo Calenda) e fino al 2019 queste autorizzazioni erano concesse dal ministero dello Sviluppo economico, ma non è chiaro se fossero previste delle procedure di due diligence come quelle dichiarate dal ministero della Difesa israeliano, al fine di compiere valutazioni specifiche sulle condizioni dei Paesi nei quali venivano esportati i software italiani.

In ogni caso, nel 2019 l’intero comparto è stato trasferito sotto il dicastero degli Affari esteri: «Qui non è rimasto più nulla», spiegano al telefono. Ma anche se così non fosse, negli anni passati il ministero dello Sviluppo Economico non è mai stato particolarmente disponibile a fornire informazioni né a rispondere alle numerose richieste di accesso inviate, in momenti diversi, da diversi giornalisti di IrpiMedia, respingendo sia le domande puntuali su alcune categorie di software sia quelle cumulative che avrebbero quantomeno permesso di ricostruire una statistica del mercato nazionale. Il tutto adducendo motivi di sicurezza nazionale. Al contrario, altri Paesi europei hanno fornito questo tipo di informazioni.


La risposta del Ministero per lo sviluppo economico alla richiesta di accesso agli atti del 2017 - IrpiMedia

«La cosa buona di essere un’azienda europea è che tu devi conoscere l’utente finale, anche se questo non vuol dire nulla e si traduce in un pezzo di carta con un timbro sopra», spiega uno degli ex dipendenti di Hacking Team: «Non dovevi controllare se l’ente sia poi effettivamente in grado di condurre quelle operazioni (di spionaggio, ndr) nella maniera corretta».

Il ministero degli Affari esteri non ha risposto a una richiesta di commento inviata da IrpiMedia.

«L’Italia è vista come un fornitore affidabile perché è cerchiobottista – commenta a IrpiMedia un responsabile governativo nel campo della sicurezza informatica – e il vaglio del cliente o dei suoi intermediari è in capo all’azienda, non all’ente che rilascia la certificazione».

E così non resta che seguire il denaro: all’indomani dell’attacco informatico subito nel luglio del 2015, che ne ha svelato i rapporti commerciali con alcuni Paesi fortemente criticati sul piano internazionale, Hacking Team si è ritrovata isolata proprio da quei clienti che più verosimilmente ne avrebbero sfruttato la tecnologia per fini legittimi, osservano persone vicine alla vicenda. In tal senso nel 2015 sembra essere provvidenziale (dal punto di vista degli affari, sic) la licenza ottenuta dal Mise, che quantomeno avrebbe dovuto garantire all’azienda di espandersi in altre direzioni e così evitare anche lo strapotere di Nso, ormai in piena scalata grazie alla qualità dei suoi prodotti.

Quello che David Vincenzetti, fondatore di Hacking Team, non ha potuto prevedere è ciò che successe al Cairo a gennaio del 2016, con l’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni. L’Egitto è tra i clienti del polo milanese dello spionaggio, e la stampa italiana si è chiesta se proprio Regeni non fosse stato sorvegliato utilizzando la tecnologia sviluppata in terra natia. Poco più di un mese dopo, il 31 marzo, Hacking Team si è visto revocare la licenza all’esportazione. Una misura che ha segnato la fine dell’azienda sullo scacchiere internazionale.

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Autori

Raffaele Angius

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Editing

Luca Rinaldi

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Chris Yang/Unsplash

The Cartel Project

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Il Messico è il centro della mappa del narcotraffico mondiale. Lo è geograficamente, tra le vecchie rotte della cocaina dalla Colombia agli Stati Uniti, e quelle nuove dalla Cina e verso l’Europa, e lo è dal punto di vista criminale, come patria di decine di agguerriti cartelli che negli ultimi vent’anni hanno visto il loro potere e la loro influenza crescere incontrastati.

Qualsiasi sostanza stupefacente oggi è battuta all’asta dei cartelli Messicani, che nel fuoco incrociato dell’estrema competizione e della repressione internazionale – principalmente a regia statunitense – si sono evoluti a velocità da laboratorio, dimostrando adattabilità, intraprendenza, ma soprattutto capacità di mettere in campo una violenza senza fine.

Infatti, nonostante i loro nomi e la loro fama siano noti in tutto il mondo, ancora molto poco si sa di come funzionino davvero i meccanismi interni dei cartelli o l’ampiezza della loro rete internazionale.

Chi prova ad accendere una candela, spesso paga il prezzo più alto. Dal 2000 ad oggi, 119 giornalisti sono stati uccisi in Messico.
The Cartel Project, l'inchiesta

The Cartel Project è un progetto d’inchiesta collaborativo coordinata da Forbidden Stories che ha coinvolto 60 giornalisti di 25 media in 18 paesi e copre vari aspetti dei cartelli messicani, inclusa la violenza e gli omicidi di molti giornalisti nello stato di Veracruz. IrpiMedia è l’unico partner italiano. Forbidden Stories è un centro di giornalismo nonprofit il cui obiettivo è continuare il lavoro dei giornalisti uccisi.

Per combattere i cartelli messicani, bisogna guardare oltre la loro immagine di pistoleri, seguire i loro infiniti capitali nel mondo e indagare una delle più profonde commistioni fra politica e criminalità di sempre, tanto che gli esperti sono in dubbio se siano i politici al servizio dei cartelli, o viceversa.

The Cartel Project ha provato a cercare delle risposte, e a guardare da vicino il mondo dei narcos messicani a Veracruz, Sinaloa ma anche in Cina e Europa.

Cuochi messicani per la metanfetamina olandese

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I tentacoli del cartello di Sinaloa in Italia

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Autori

Cecilia Anesi
Raffaele Angius
Antonio Baquero (OCCRP)
Paloma DuPont de Dinechin (Forbidden Stories)
Nina Lakhani (The Guardian)
Dana Priest (The Washington Post)
Giulio Rubino

In partnership con

Editing & adattamento

Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi

Infografiche & mappe

Lorenzo Bodrero

Foto

Forbidden Stories

Da inizio anno tre reporter assassinati in Messico

15 Aprile 2020 | di Cecilia Anesi

Il giornalista messicano Victor Fernando Alvarez è stato brutalmente assassinato, facendo salire a tre il conto dei reporter uccisi in Messico dall’inizio dell’anno. Alvarez dirigeva PuntoxPunto Noticias ad Acapulco, nello stato meridionale di Guerrero, una zona molto turistica ma sotto il sanguinario controllo del Cartel Independiente de Acapulco (CIDA).

Alvarez era un giornalista dalla schiena dritta, di cui si erano perse le tracce dal due di aprile. Preoccupati dalla scomparsa, i familiari avevano subito denunciato la sparizione, ma la locale procura si era rifiutata di aprire un’indagine dicendo loro di tornare dopo 72 ore.

Purtroppo gli esami forensi hanno confermato l’assassinio del giornalista: un’esecuzione in piena regola, perché di Alvarez è stata “recapitata” solo la testa, lasciata a lato di una scuola superiore nel distretto di Ciudad Renacimiento.

Il luogo dove sono stati recapitati i resti del corpo di Victor Fernando Alvarez

L’organizzazione messicana per la libertà di stampa, Artículo19, ha denunciato come Fernando Alvarez avesse ricevuto minacce da un’organizzazione criminale dopo aver lavorato sulla zona del porto di Acapulco.

Le stesse minacce sono state denunciate anche su Twitter da Justicia Para Todos. L’associazione ha ripreso un messaggio pubblicato da un account Twitter dietro cui non è chiaro chi si celi, ma che cinguetta spesso sulla mattanza ad Acapulco usando l’hashtag #matapulco. L’account ha postato una foto delle minacce che i narcos avrebbero fatto girare su Whatsapp con una lista di sette giornalisti locali, tra cui Alvarez, e un corrispondente nazionale.

«Comunicato dei malandrini ai giornalisti di Acapulco, Guerrero», inizia così il messaggio. «Questo vale per tutti i giornalisti che continuano a giocare ai coraggiosi, o vi mettete in riga da soli o vi mettiamo in riga noi, vi abbiamo già identificati». Continua poi con la lista delle persone: «stiamo arrivando a prendervi», terminando con ulteriori minacce. «Vediamo se i comandanti che vi invitano a bere e mangiare vi proteggeranno. La pulizia è già cominciata per i giornalisti».

Lo stesso account Twitter ha pubblicato una presunta denuncia anonima alle autorità con i nomi degli esecutori materiali dell’omicidio, sicari di una fazione del clan Cartel Independiente de Acapulco guidata da due fratelli in carcere. Nella denuncia, si danno anche le coordinate di una fossa comune gestita dai sicari, dove si troverebbe il corpo del giornalista.

Secondo il portale di notizie InfoBae, il cartello CIDA è protetto da alti dirigenti di polizia dello Stato di Guerrero. CIDA, inoltre, controllerebbe completamente il porto di Acapulco e i dintorni. Viene quindi da pensare che il giornalista sia stato assassinato proprio lì dal cartello.

Acapulco è una zona marittima molto turistica, e il cartello CIDA controlla tutti gli affari, compresa l’estorsione verso le imprese e i commercianti.

Sempre InfoBae riporta che a luglio 2018 un gruppo armato ha lasciato vari messaggi nel porto di Acapulco annunciando un’alleanza tra gruppi criminali che «sfrattava» il governo assumendo al suo posto il controllo della sicurezza del porto e della località turistica. Uno dei luoghi dei messaggi era anche Ciudad Renacimiento, dove sono stati trovati i resti del giornalista sabato scorso. Sempre nell’estate del 2018, era stato segnalato che il cartello usava dei ragazzini per raccogliere i proventi delle estorsioni, ed erano circolati video in cui gli stessi ragazzi «giocavano» a sequestrare e simulare il taglio della testa di alcune coetanee. Non è ancora chiaro cosa avesse scoperto Victor Fernando Alvarez, ma è evidente che il porto di Acapulco ha molto da nascondere.

L’omicidio di Alvarez è il terzo assassinio di un giornalista dall’inizio dell’anno in Messico.

Fidel Ávila, un operatore radiofonico, era stato trovato morto il nove gennaio a Michoacán dopo essere scomparso a novembre. Il 30 marzo era stata uccisa con colpi di arma da fuoco la giornalista Maria Elena Ferral. Un sicario le ha sparato da una moto in corsa mentre Ferral stava per salire in auto, nello stato orientale di Veracruz, uno dei peggiori in termini di violenza contro i giornalisti.

Sono oltre 100 i giornalisti uccisi in Messico dal 2000. La Commissione per la protezione dei giornalisti (CPJ) ha denunciato con forza questi crimini. «Anche se in Messico sta fronteggiando l’epidemia di Covid-19, le autorità non devono sottrarsi alla responsabilità di investigare a fondo questi casi, per capire se siano punizioni contro il giornalismo, e fare giustizia».

Foto: Victor Fernando Alvarez
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