Il mare di sabbia tra Libia ed Egitto

Il mare di sabbia tra Libia ed Egitto

Fabio Papetti

La notte del 4 settembre scorso le autorità di Tobruk, città nell’Est della Libia, hanno trovato 287 migranti, tra cui novanta minorenni. Provenivano tutti dall’Egitto e si trovavano in un capannone nella campagna a sud della città. Stando ai loro racconti, erano in attesa dei trafficanti che li avrebbero portati in Italia. Dal capannone, i migranti sono stati portati in uno dei centri di detenzione sotto il controllo del Directorate for Combating Illegal Migration (DCIM), l’autorità libica preposta alla gestione dei flussi migratori che risponde al Ministero dell’interno di Tripoli.

Dopo alcuni giorni di prigionia, le autorità libiche hanno portato il gruppo al valico di confine di Emsaed. In perfetta simmetria, come in un riflesso sull’acqua, si fronteggiano la stazione libica e quella egiziana: è lì che i migranti sono stati rimpatriati.

Il progetto The Big Wall

Da quest’anno IrpiMedia collabora con ActionAid nella realizzazione di inchieste che nascono da The Big Wall, osservatorio sull’esternalizzazione della spesa per gestire i flussi migratori diretti all’Italia. Questo lavoro raccoglie anche spunti dalle richieste di accesso agli atti di Asgi – Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

Quando la Libia era parte dell’Impero dell’Italia fascista, qui sorgeva Forte Capuzzo, avamposto del Regio Esercito italiano. Il generale Rodolfo Graziani aveva costruito una recinzione di filo spinato a protezione del confine che terminava 286 chilometri più a sud, presso l’oasi di al-Jaghbub, antica città berbera confinante con l’Egitto, di cui restano ancora ampie tracce. Oltre, inizia il mare di sabbia del Sahara. La vicinanza con l’oasi egiziana di Siwa ne fa ancora oggi l’unica tappa intermedia raggiungibile dai migranti lungo la rotta del deserto.

È il crocevia della maggior parte dei traffici di persone che provengono dal territorio egiziano, ed è qui che con molta probabilità i vari componenti del gruppo hanno attraversato in tempi diversi il confine: la maggior parte di loro proveniva dalle aree di Assiut e Minya, zone centrali dell’Egitto bagnate dal Nilo. Trasportati nei furgoni dai trafficanti egiziani, i migranti hanno attraversato il deserto prima di fare tappa all’oasi libica. Hanno raccontato che durante il tragitto i loro passeur li hanno lasciati in condizioni misere, con una minima quantità di cibo e acqua per combattere il caldo.

Da al-Jaghbub sono stati consegnati ai trafficanti libici della zona: qui diverse tribù e diversi gruppi paramilitari si spartiscono gli affari. Alcuni sono affiliati all’Esercito nazionale libico (LNA – Libyan national Army in inglese), la forza militare che domina la regione orientale della Libia, la Cirenaica. Dalla città berbera, i migranti sono stati in seguito portati verso nord, fino ad arrivare a Tobruk, dove avrebbero dovuto aspettare per poter prendere una nave che li avrebbe portati in Italia.

L’economia sommersa dell’Esercito nazionale libico

L’Esercito nazionale libico è stato creato ufficialmente nel 2014 dal generale Khalifa Haftar alla vigilia della sua campagna denominata Karama (Dignità) contro i gruppi estremisti islamici presenti nell’est della Libia, principalmente a Benghazi. Dopo una serie di successi, i militari si sono guadagnati il supporto della popolazione e dell’esercito libico. Ma quando gli è stato chiesto di riconoscere il Governo di accordo nazionale (GNA in inglese) stanziato a Tripoli, Haftar ha negato l’appoggio, contribuendo a creare la divisione di oggi tra Est e Ovest. In questo modo Haftar ha avuto contro buona parte della comunità internazionale occidentale, ad eccezione in particolare della Francia, e non ha potuto accedere ai finanziamenti statali erogati dal governo dell’Ovest.

In mancanza di un approvvigionamento economico legale, il LNA ha dovuto escogitare metodi meno convenzionali per riempire i forzieri. Uno degli esempi più evidenti è avvenuto proprio nella città di Benghazi, dove l’esercito è stato accusato dagli abitanti di aver saccheggiato o del tutto occupato le loro abitazioni e preso controllo delle loro attività durante il conflitto avvenuto dal 2014 al 2017: ancora oggi ci sono proteste per reclamare i beni sottratti.

Insieme ai furti di proprietà, gli uomini del LNA si sono arricchiti attraverso traffici illeciti. Tra quelli maggiormente redditizi, prima di ottenere il controllo sulla tratta di esseri umani, c’è stato il traffico di petrolio. Già dall’inizio della campagna Karama uno dei maggiori finanziatori delle operazioni militari è stato Ali al-Gatrani, allora presidente della Commissione per il commercio e gli investimenti internazionali del parlamento libico di base a Tobruk, coinvolto nella rete del traffico di petrolio che si dirama nel Mediterraneo e arriva fino in Paesi come Italia e Malta. È infatti uno degli storici sostenitori degli uomini della Brigata al-Nasr, in particolare della mente del contrabbando di gasolio, Fahmi Slim Ben Khalifa.

Una volta consolidata la posizione dell’esercito in territorio libico, il traffico si è espanso ed è diventato sistemico grazie all’aiuto dell’Autorità per gli investimenti militari e pubblici, ente governativo che gestisce i soldi pubblici nella regione sotto il controllo di Haftar. Dai dati della NOC (acronimo di National Oil Company, la compagnia petrolifera libica) sono risultati carichi di carburante ordinati dall’Autorità e destinati a rifornire le navi militari a Benghazi e Tobruk in misura nettamente superiore rispetto alle necessità di navigazione delle imbarcazioni.

Secondo diversi analisti, il petrolio in eccesso sarebbe spedito illegalmente dalle città costiere dell’est per arrivare fino a Malta, e non solo. Oltre ai collegamenti con i porti egiziani e ciprioti, negli ultimi due anni i traffici si sono estesi fino all’Albania: lo scorso 15 settembre la Guardia costiera albanese ha infatti sequestrato un carico dal valore di oltre due milioni di dollari trasportato da una nave attraccata al porto di Durazzo e avente equipaggio misto libico e siriano, come ha riportato la testata online Libya Review.

La disponibilità di tanto petrolio è dovuta al controllo quasi egemonico del LNA sulle grandi riserve di giacimenti petroliferi che caratterizzano le zone a Nord-Est e Sud-Ovest del Paese. Dai vasti campi nel deserto da cui si estrae il greggio viene l’80% degli export totali del Paese verso l’Unione europea, per un valore stimato intorno ai 3,2 miliardi di dollari. Sebbene le forniture per l’estero debbano per legge essere regolate dalla NOC, i militari di Haftar hanno in realtà un controllo diretto sui vari pozzi presenti e sulla gestione di parte dell’export.

Il LNA fa affidamento sulle proprie truppe o su gruppi armati affiliati per gestire le risorse e per ricambiare la loro lealtà chiude un occhio sul traffico di petrolio che queste effettuano in maniera ormai costante, come evidenziato da Noria Research. Il predominio sull’area dove si producono i prodotti petroliferi libici garantisce ad Haftar un’enorme potere: ad aprile di quest’anno infatti, Haftar ha avviato un blocco della fornitura di petrolio che è durato fino alla fine di giugno, causando perdite in termini di miliardi di dollari alla NOC e a Tripoli. Dopo la crisi, Haftar ha avuto diverse concessioni dal governo dell’Ovest, una su tutte il cambio dell’allora direttore della NOC, Mustafa Sanalla, in favore di Farhat Bengdara, persona vicina al generale libico.

Diversi migranti tra i 287 che sono stati poi presi dalle autorità libiche nel capannone poco fuori la città hanno dichiarato ad Al Jazeera di aver pagato fino a 170 mila lire egiziane, circa 8.700 euro, per potersi procurare un posto per il viaggio.«La mia famiglia ha dovuto vendere i terreni che avevamo per farmi partire», dice un ragazzo ai giornalisti. Alcune famiglie hanno venduto i loro terreni e i loro beni per poter dare ai figli, anche minorenni, una possibilità per raggiungere le coste libiche, da cui poi partire per l’Europa. Nel tragitto sono stati derubati dei loro cellulari, soldi, beni in loro possesso e sono stati rinchiusi senza contatto con l’esterno. Non è raro che alcuni migranti vengano torturati, a volte fino alla morte.

Nel capannone nella campagna di Tobruk non sono arrivati tutti insieme: c’è chi ha affermato di essere stato lì solo per qualche giorno e chi invece ha detto di esserci rimasto per mesi. Tutto questo fa pensare che ci sia un’organizzazione più grande di semplici trafficanti isolati che gestisce la tratta orientale della Libia. L’organizzazione non governativa specializzata in violazioni dei diritti umani Libyan Crimes Watch Organization, intervistata da IrpiMedia, ha rivelato che la zona che va da Tobruk fino alla città di Derna (ad ovest rispetto a Tobruk) è controllata dagli “Uomini rana” libici, l’unità militare di sommozzatori appartenente alla Marina Militare Libica sotto il LNA guidata dal maggiore al-Tawati al-Manfi. Sarebbero proprio loro i trafficanti che stavano aspettando i migranti prima di essere presi dalla polizia locale.

A destra, il Maggiore al-Tawati al-Manfi, a capo della Marina Militare della Libyan national Army (LNA) – Foto: Facebook

Gli Uomini rana infatti entrano in contatto con i trafficanti che percorrono la rotta fino a Tobruk e da lì prendono il controllo delle operazioni. I migranti egiziani sono stati lasciati nel deposito e man mano che passavano i giorni vedevano arrivare altri connazionali nel deposito. Una volta raggiunto un numero sufficiente da rappresentare un profitto vantaggioso per i trafficanti, il gruppo sarebbe dovuto essere spostato sulla costa durante la notte. Qui i migranti avrebbero avuto davanti a loro diverse barche di piccole dimensioni, solitamente di gomma o legno, che possono contenere tra le venti e le trenta persone. Scortati dalle truppe di al-Tawati, uomini e bambini sarebbero saliti sulle imbarcazioni che li avrebbero portati ad un’altra nave più grande, una “nave madre” (in Libia generalmente chiamata bulldozer) che aspetta lontano dalla costa (la nave è impossibilitata ad attraccare per via del basso fondale).

La dinamica è identica a quella descritta dagli inquirenti italiani per le traversate del Mediterraneo cominciate dalle città dell’Ovest della Libia. Come sempre, le fasi di imbarco dalle navi più piccole alla nave madre sono tra le più delicate per il rischio di capovolgimenti: già ad aprile di quest’anno sono stati rinvenuti in una spiaggia nella vicina città di Shahat, a metà strada tra Tobruk e Benghazi, i corpi di chi aveva provato a imbarcarsi per i bulldozers, mentre l’ultima notizia in questo senso è del 27 agosto scorso, quando 27 persone imbarcatesi di notte con un gommone sono state capovolte dalle onde del mare, e di loro solo sette sono sopravvissute.

Una volta occupata tutta la nave, i migranti avrebbero visto gli Uomini rana prendere i soldi dai trafficanti locali, una percentuale per ogni persona salita a bordo, prima di essere lasciati andare in mare aperto e, inshallah, raggiungere l’Italia.

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Non si hanno informazioni precise sulle partenze ed è difficile stabilire se a bordo rimanga uno dei trafficanti per pilotare la nave. Secondo alcune testimonianze ottenute dalla Libya Crimes Watch Organization con i familiari delle vittime, i migranti sarebbero istruiti sul posto su come condurre l’imbarcazione e gli verrebbe dato un telefono con cui contattare le autorità internazionali per essere messi in salvo in caso di naufragio.

Dal 2021 si è visto un incremento nell’uso di barche da pesca in legno di dimensioni maggiori. Portare un carico più grande è un prerequisito fondamentale per aumentare i profitti che derivano dal traffico di esseri umani. Queste navi hanno una maggior stabilità e forniscono maggior possibilità di riuscita del viaggio in mare aperto rispetto alle piccole o medie imbarcazioni gonfiabili utilizzate dai migranti, soprattutto da chi viene dall’Ovest libico. Grazie anche ai diversi canali social, i migranti si scambiano informazioni sui punti migliori da cui poter partire per raggiungere l’Italia e avere a disposizione mezzi adeguati è un fattore che pesa sulla scelta del posto in cui andare. Secondo il report del Global Initiative against Transnational Organised Crime (GITOC), nel 2021 si è registrato il doppio del numero di barche di legno rispetto al triennio 2018-2020.

Come funzionano gli ingressi dei migranti irregolari in Libia via aereo

A Benina, aeroporto di Benghazi, i militari dell’Autorità per gli investimenti pubblici e militari sono attivi già dal 2018. Si presentavano all’aeroporto per prendere i migranti che provenivano da Egitto, Bangladesh e Siria e li facevano passare attraverso i controlli, generando a volte diverbi con la sicurezza interna dell’aeroporto. Una volta fuori, gli uomini della Commissione consegnavano ai migranti, previo pagamento in contanti, un foglio che aveva la funzione di visto per far attraversare i confini della zona Est della Libia. Sicuri del loro stato regolare nel Paese, i migranti si avviavano verso l’Ovest, direzione Tripoli, per trovare un modo di arrivare in Italia. Ma una volta fermati dalle autorità occidentali della Libia, gli veniva detto che questi visti non erano regolari perché ottenuti da un’autorità che non era riconosciuta dal governo di Tripoli.

Con questo pretesto, i migranti venivano presi sotto la custodia delle unità di sicurezza, buona parte delle volte milizie o gruppi paramilitari, per poi essere portati nei centri di detenzione. Per evitare questa fine, che rendeva poco affidabile il percorso, dal 2019 l’Esercito ha cambiato strategia. Adesso, per chi arriva con una compagnia aerea, i militari forniscono un trasporto speciale, che chiamano taxi, e portano i migranti verso Tobruk, ora il centro di maggior concentrazione di migranti e di attività legate al traffico di persone.

Una rotta particolarmente trafficata soprattutto dai migranti siriani è rappresentata dall’asse Damasco – Benina. Questa connessione è resa possibile dalla flotta aerea della Cham Wings, compagnia di volo di base in Siria e connessa con il regime di Bashar al-Assad.

Già nel 2012 la compagnia aerea ha ricevuto sanzioni da parte degli Stati Uniti per l’accusa di essere complice nella logistica dell’esercito siriano durante la guerra scoppiata nel 2011. La compagnia era accusata di trasportare militari, armi e altri equipaggiamenti fondamentali all’esercito governativo, oltre che essere una delle vie di trasporto usate dal gruppo Wagner, milizia privata connessa con il Cremlino e tutt’ora presente in Libia. Alle sanzioni degli USA sono seguite quelle dell’Unione europea a dicembre 2021, quando diversi voli sono finiti sotto i riflettori per aver portato migranti provenienti dall’Iraq a Minsk, in Bielorussia, di fatto aggirando i tentativi dell’Ue di limitare il numero di migranti iracheni che arrivava alle porte d’Europa alla fine dello scorso anno. Sebbene l’Europa avesse pressato con successo il governo iracheno per fermare i voli diretti verso Minsk, il tragitto aveva solo subito una variazione, e invece di arrivare direttamente dall’Iraq, i migranti facevano tappa in Siria per poi partire alla volta della Bielorussia.

Ad oggi, stando alle fonti dell’organizzazione Libya Crimes Watch Organization, la Cham Wings opererebbe voli diretti da Damasco a Benina, facilitando il traffico di persone dirette in Libia. I migranti siriani infatti si trovano a pagare circa 1.500 dollari per arrivare a Benghazi, e da lì tra i 300 e i 500 dollari per avere un falso visto dalle truppe della Commissione per gli investimenti pubblici e militari della Libia dell’Est che gli garantirebbe accesso al territorio nazionale.

Da qui si inizia a capire il motivo dietro l’aumento delle partenze dall’Est della Libia. In un momento delicato come la fine della guerra interna tra Est e Ovest della Libia finita nel 2020 che ha indebolito entrambe le fazioni, le forze del generale Haftar hanno trovato un nuovo sbocco economico capace di generare profitti per l’esercito e allo stesso tempo espandere ulteriormente il controllo militare sul territorio. Questo è stato reso possibile dall’Autorità per gli investimenti pubblici e militari, un’organizzazione militare ora sotto il Generale Maggiore Ramadan Bu Aisha, il cui scopo principale è il coordinamento delle attività economiche del LNA e l’incremento delle sue capacità di produzione e militari. In pratica questo si traduce nella ricerca di altre fonti di guadagno e nel controllo di nuovi mercati non ancora battuti.

L’impiego delle truppe dell’Esercito fedele ad Haftar per supervisionare il traffico dei migranti permette ai trafficanti di gestire indisturbati gruppi più grandi di persone e di conseguenza aumentare i profitti anche per i militari che prendono una quota.

Il 26 ottobre è stato un caso esemplare del trend, con due grandi imbarcazioni segnalate dall’ong Alarm Phone alla deriva tra le zone di ricerca e soccorso maltesi e italiane con a bordo oltre 1.300 migranti. Le due navi erano partite proprio da Tobruk, nella cui campagna erano stati trovati i 287 migranti egiziani. Questi numeri dall’Est sono il risultato di un cambiamento avvenuto negli ultimi anni e che ha visto moltiplicare e professionalizzare i protagonisti attivi lungo la rotta. Come in un lungo ingranaggio di produzione in cui ogni operaio mette al servizio la sua competenza per completare un prodotto, così i vari attori coinvolti nella tratta mettono al servizio il controllo del territorio, mezzi navali o terrestri per generare quello che per loro è un prodotto, una nave carica di persone, paganti, pronta a salpare.

Migrare dal Bangladesh

I migranti che arrivano nell’Est della Libia non sono solo egiziani. Tanti sono bengalesi: «Il Bangladesh è uno dei Paesi che maggiormente esportano forza lavoro nel mondo», afferma Benjamin Etzog, ricercatore presso il Bonn International Centre for Conflicts Studies (BICC), istituto di ricerca tedesco. «In qualche modo il Paese ne ha fatto una strategia economica e molte famiglie basano la loro sussistenza sulle rimesse, i soldi che i migranti inviano da Paesi esteri a casa», continua.

Per lasciare il Paese e garantirsi un lavoro una volta arrivati in territorio straniero, i migranti dal Bangladesh si affidano al dalal, termine che viene benevolmente tradotto come “agente di viaggio” o broker. Il dalal viene rappresentato come un facilitatore del viaggio che riesce a fornire documenti e biglietti aerei. È stimato che circa l’80% dei migranti dal Bangladesh si appoggiano al dalal, figura presente nel villaggio o nelle campagne e conosciuto dalla popolazione locale o, in certi casi, vicina alla famiglia del migrante. Il prezzo che viene proposto per il trasporto e i servizi offerti è talmente alto che la famiglia è costretta a vendere le proprie terre pur di dare una possibilità ai propri figli.

Una delle prime tappe più battute sul percorso che li porterà poi in Libia è Dubai, dove, assicurano i dalal, si può trovare un buon lavoro per mantenere la famiglia che rimane a casa. In questo caso i dalal fanno le veci di compagnie di reclutamento fittizie basate negli Emirati il cui solo scopo è vendere illegalmente i visti lavorativi. Con la promessa di un lavoro, i migranti pagano fino a cinque volte il prezzo necessario per arrivare a Dubai e una volta arrivati si trovano in una posizione vulnerabile e facilmente sfruttabile, costretti a prendere i lavori più estenuanti per paghe misere.

Sfruttati e di fatto in balia dei datori di lavoro locali, hanno davanti a sé una scelta: tornare indietro o proseguire verso un’altra meta che possa garantire condizioni di vita migliori. Ma una volta che si è partiti per garantire un futuro alla propria famiglia tornare indietro non è un’opzione. Si decide dunque di proseguire, e di tentare la fortuna in un altro posto. È così allora che dagli Emirati Arabi Uniti partono in aereo per arrivare in Libia. Questi spostamenti sono resi possibili dai collegamenti tra le varie agenzie di viaggio che gestiscono il business della tratta di esseri umani.

«Queste agenzie sono un’evoluzione del dalal e tramite un sistema tra la legalità del volo e l’illegalità della corruzione e falsificazione di documenti, portano i migranti fino in Libia, a volte passando per la Turchia», dice Etzog. Il migrante paga in media 4.000 euro, e gli viene assicurato il viaggio, il pernottamento e un posto di lavoro quando arriverà alla sua meta finale.

Rispetto agli anni 2020 e 2021 in cui le città con il maggior numero di migranti provenienti dal Bangladesh erano nell’Ovest del Paese, una su tutte Tripoli, nel 2022 Benghazi, nell’Est, è al primo posto con oltre 5.600 persone presenti. I migranti bengalesi sono il gruppo con maggiori risorse a disposizione grazie ai legami familiari sparsi nel mondo e perciò conviene ai trafficanti mantenere attive le rotte migratorie e fornire i mezzi adeguati per il raggiungimento dell’obiettivo, così da fornire un’offerta costante alla sempre presente domanda. Se i migranti invece non possiedono abbastanza soldi da potersi garantire un posto sulle navi allora il tempo che dovranno restare in Libia aumenterà, con il conseguente aumento dei rischi a cui saranno sottoposti.

Questo è stato il caso raccontato dalla BBC di alcuni migranti arrivati dal Bangladesh con la prospettiva di lavorare in una fabbrica di Benghazi per poter guadagnare circa 450 euro al mese e poter così inviare soldi alla famiglia. Persuasi e aiutati dai dalal, sono giunti all’inizio del 2020 nell’Est libico per poi essere immediatamente presi dai trafficanti e portati in prigione e alle famiglie è stato chiesto un riscatto. Chi non può pagare il riscatto rischia di subire ulteriori abusi e torture nei centri di detenzione e, nei casi più estremi, morire. Anche una volta pagato il riscatto il migrante non sempre viene liberato, e prima di poter andare viene trattenuto dai suoi sequestratori per lavorare forzatamente in una fabbrica o in uno stabilimento, con con razioni misere di cibo e controllato a vista da guardie armate.

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Autori

Fabio Papetti

Editing

Lorenzo Bagnoli

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Foto di copertina

Una foto scattata il 2 luglio 2022 all’esterno del palazzo del governo della fazione dell’Est della Libia, a Tobruk, a seguito del saccheggio e delle proteste da parte della popolazione locale
(Getty)

Come l’Italia ha costruito le forze marittime della Libia

Come l’Italia ha costruito le forze marittime della Libia

Lorenzo Bagnoli
Fabio Papetti

Dal primo gennaio alla fine di settembre 2022 oltre 16.600 migranti sono stati riportati indietro dalle forze marittime della Libia occidentale. Le “operazioni” sono state più di 160, in netta crescita rispetto al passato. La parola “operazione” in questo contesto può assumere due significati: salvataggio, oppure intercettazione di una barca con a bordo un gruppo di migranti. In entrambi i casi il finale è lo stesso: i passeggeri ritornano in Libia per essere nuovamente incarcerati in un centro di detenzione, in attesa di pagare di nuovo il proprio riscatto e tentare nuovamente la fortuna.

Il report dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) del 24 ottobre afferma che nelle prigioni ufficiali ci sarebbero oltre 3.500 persone su circa 43 mila richiedenti asilo e rifugiati nel Paese.

Il progetto The Big Wall

Da quest’anno IrpiMedia collabora con ActionAid nella realizzazione di inchieste che nascono da The Big Wall, osservatorio sull’esternalizzazione della spesa per gestire i flussi migratori diretti all’Italia. Questo lavoro raccoglie anche spunti dalle richieste di accesso agli atti di Asgi – Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione.

Le foto dell’articolo sono realizzate dalla fotogiornalista Sara Creta, che da anni segue inchieste e reportage sui migranti.

Sono numeri che testimoniano una crescita nell’attività delle forze marittime libiche. “Risultati” che senza il contributo dell’Italia e di altri Paesi europei, la Libia non avrebbe mai potuto raggiungere. Solo l’Italia infatti ha fornito almeno 12 navi e gestisce gli affidamenti delle gare per la loro manutenzione e la fornitura di equipaggiamenti specifici. Organizza i corsi di formazione degli equipaggi e guida il progetto per la creazione di un centro di coordinamento delle operazioni di salvataggio (in inglese Maritime rescue coordination center – Mrcc). Sono questi i mattoni con i quali l’Italia ha costruito il Grande Muro delle frontiere esterne in Libia. Un muro la cui costruzione è stata spinta dal Memorandum of Understanding tra il governo italiano e quello libico, entrato in vigore a febbraio del 2017 e in attesa di automatico rinnovo (per altri tre anni) il 2 novembre. L’accordo ha disegnato i confini della collaborazione per il controllo delle frontiere.

Lo scorso anno ActionAid ha lanciato The Big Wall, il Grande Muro, un osservatorio sulle politiche di contenimento dei flussi migratori, che l’Italia, con il sostegno dell’Unione europea, ha messo in piedi a partire dal 2015. Il progetto ha rivelato che l’Italia si è impegnata a spendere quasi un miliardo di euro per spingere le frontiere sempre più a Sud, allo scopo di evitare nuove partenze e rendere meno visibile il fenomeno migratorio all’opinione pubblica europea.

La Guardia costiera libica durante un’operazione di intercettazione nel Mediterraneo centrale – Foto: Sara Creta
Un gruppo di migranti a bordo di un vascello della Guardia costiera libica a seguito di un’operazione di intercettazione nel Mediterraneo centrale – Foto: Sara Creta
Uno scorcio del centro di detenzione di Tajoura. Qui, secondo l’Onu, nel luglio 2019 una bomba sganciata da un aereo straniero a supporto della fazione guidata da Khalifa Haftar ha ucciso 53 persone e ferite 130 – Foto: Sara Creta

Quest’anno IrpiMedia e ActionAid hanno cercato di capire come siano stati spesi i soldi del Muro nel Mediterraneo centrale, la rotta seguita dai migranti per raggiungere l’Italia da Libia, oggetto di questa inchiesta, e Tunisia, protagonista della prossima. L’obiettivo di fondo, stando ai documenti, è stabilizzare i Paesi per interrompere i flussi migratori e combattere l’immigrazione alla radice. Evidentemente, però, i due Paesi nordafricani sono tutt’altro che stabili e gli aiuti economici hanno semmai alimentato, invece che pacificato, le divisioni interne. La logica del Grande Muro alimenta la ricattabilità dell’Italia e dei suoi partner europei: mettendo queste risorse in mano ai Paesi nordafricani si diventa dipendenti dalla loro politica interna nella gestione delle frontiere d’Europa.

Mattone su mattone

I mattoni del Grande Muro sono bandi di gara che rispondono a strategie disegnate da convenzioni spesso sconosciute all’opinione pubblica. Le fonti di finanziamento sono sia italiane, sia europee. Non le amministra un’unica cabina di regia e il risultato è una spesa frammentata su diverse stazioni appaltanti: Polizia, Guardia di Finanza, Marina Militare ed Invitalia, l’agenzia che ha tra le sue funzioni l’implementazione di progetti europei. Poche di queste pubblicano i bandi di gara completi e in ogni caso il processo di finanziamento non è trasparente. Da anni molte ong chiedono una diversa condivisione dei dati, alla luce delle ripetute violazioni dei diritti umani dei migranti e delle morti in mare.

La mancanza di trasparenza ha anche una conseguenza più politica: senza dati completi è impossibile valutare quanto questi progetti abbiano realizzato i loro scopi. C’è un’espressione in inglese che descrive questo scenario: «muddle through», tirare avanti raggiungendo qualche risultato, ma ben al di sotto delle aspettative e delle promesse iniziali.

La Libia è uno Stato sovrano in punto di diritto, ma nei fatti il controllo delle sue frontiere, il suo esercito e la sua integrità territoriale sono a brandelli. «I gruppi armati libici e i loro leader hanno preso il ruolo che un tempo era di élite politiche e imprenditori corrotti, diventando così uno strumento fondamentale per qualsiasi sviluppo del Paese», scrive il ricercatore Emadeddin Badi in un articolo pubblicato dall’Ispi l’8 luglio.

Un conflitto senza soluzione
In Libia ci sono due governi, uno a Tripoli sostenuto dalle Nazioni unite e uno a Tobruk, sostenuto dal parlamento libico, che si contendono il potere. Il primo è guidato dal premier Abdul Hamid Dabaiba (traslitterato anche come Dbeibah), il secondo da Fathi Bashagha. In agosto la capitale Tripoli è tornata contesa tra le bande armate che sostengono l’una o l’altra fazione. Bashagha da giugno chiede al presidente del Consiglio sostenuto dalle Nazioni unite di cedere il passo. Dbeibah avrebbe dovuto governare fino allo scorso dicembre, quando avrebbero dovuto svolgersi delle elezioni che invece non si sono mai tenute.

L’instabilità si riflette anche sui migranti: insieme alla crisi economica in Tunisia, è tra i principali push factor che hanno spinto le partenze di quest’estate. Da oltre un anno, alcuni migranti hanno organizzato un movimento, Refugees in Libya, per denunciare gli episodi di repressione e gli arresti arbitrari che subiscono. Chiedono all’Italia di non rinnovare l’accordo con la Libia. Grazie all’aiuto di una rete di attivisti internazionali, il gruppo ha costruito un proprio blog.

Anche le forze marittime sono frammentate e contaminate dai gruppi armati di varia appartenenza. Ci sono formazioni che rispondono a signori della guerra per la maggior parte fedeli personalmente a Dbeibah. Poi ci sono la Guardia costiera libica (Gcl) e l’Amministrazione generale della sicurezza costiera (di cui Gacs è l’acronimo inglese), che sono affiliate al ministero della Difesa e al ministero dell’Interno di Tripoli. La differenza è che le prime sono forze “private”, che rispondono direttamente all’ufficio del presidente, le secondo invece sono “ufficiali” e quindi rispondono alla catena di comando dei ministeri di riferimento.

Anche nelle forze ufficiali sono tuttavia presenti soggetti di ben altra natura, come la brigata al-Nasr, considerata dalle Nazioni Unite un’organizzazione di trafficanti di esseri umani e contrabbandieri di gasolio. La brigata costituisce anche la Gcl di Zawiya, ovest della Libia. Gli uomini di al-Nasr sono guardie e ladri allo stesso tempo, interessati alle forniture italiane per imporre il proprio potere in mare. Per loro e per altre forze marittime della Libia la promessa di effettuare salvataggi dei migranti è stata negli anni una moneta di scambio.

Il cimitero del Mediterraneo centrale

A cinque anni dall’inizio della cooperazione, dalla Libia si continua a partire e morire annegati: il tasso di mortalità del 2021 è stato del 4,7%, quello del 2017 era il 2,6%. Il dato indica la percentuale di persone annegate e disperse sul totale di chi è partito quell’anno

L’opacità dei flussi di denaro

L’instabilità permanente della Libia è stata presentata ufficialmente come la principale causa dei ritardi nella realizzazione dei progetti per controllare le frontiere terrestri e marittime della Libia. Il Support to Integrated Border Management and Migration Management in Libya, acronimo Sibmmil, avrebbe dovuto concludersi nel 2020 ma solo nel corso del 2022 ha cominciato a ottenere alcuni dei risultati previsti. Ha come obiettivi principali il rafforzamento sia delle capacità di salvataggio in mare, sia del controllo del confine marittimo.

Tra il 2017 e il 2022, secondo la Ragioneria di Stato, dei 32 milioni di euro da gestire dei fondi europei dedicati a questo progetto, l’Italia ne ha spesi 27,2. La dotazione prevista totale è di circa 44,5 milioni di euro, di cui l’Italia ha fornito di tasca propria circa 2 milioni. Il ministero dell’Interno è l’ente attuatore di Sibmmil, che rappresenta uno dei principali mattoni sui quali si regge The Big Wall.

Sibmmil alle frontiere terrestri: l’accordo con l’Oim

Tra i beneficiari del fondo c’è anche l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), agenzia associata alle Nazioni Unite che si occupa di migranti, richiedenti asilo e rifugiati. È tra le poche organizzazioni che riescono ad accedere – con grande difficoltà – ai centri di detenzione libici.

Oim ha ricevuto un pezzo dei 44 milioni del progetto Sibmmil, 12 milioni di euro, a seguito di un accordo triangolare con Commissione europea e ministero dell’Interno italiano. Spiegano dall’agenzia delle Nazioni Unite che non si tratta di accordi nuovi. La convenzione tra Oim e il Viminale, ottenuta dall’Associazione studi giuridici per l’immigrazione (Asgi) con una richiesta di accesso agli atti, prevede per l’Oim il coinvolgimento soprattutto nell’assistenza medica dei migranti che arrivano dalle frontiere desertiche meridionali, dove il progetto per la realizzazione delle frontiere è più indietro.

Assistenza e protezione sono due delle principali missioni dell’Oim, ma non sono le uniche azioni richieste all’agenzia delle Nazioni Unite. C’è anche la «verifica dei pubblici ufficiali libici che partecipano all’addestramento affinché siano esclusi coloro che hanno commesso abusi e violazioni dei diritti umani e quindi non possano essere ritenuti affidabili e credibili nella promozione e nell’applicazione degli standard internazionali». Sembra un tentativo di evitare di finire di nuovo al centro delle polemiche, come accaduto dopo le rivelazioni del 2019 di Avvenire: il quotidiano cattolico ha scoperto che tra i guardacoste libici che hanno partecipato ai percorsi formazione in Italia c’era anche Abdel Rahman al-Milad detto Bija, accusato di traffico di migranti e contrabbando di gasolio.

Asgi non ha tuttavia potuto avere accesso agli allegati che contengono i dettagli della convenzione Oim-Viminale perché rientrano «nel più ampio quadro delle attività e dei rapporti di cooperazione internazionale di Polizia con la Libia» e di conseguenza rientra in questioni di politica estera coperte da segreto che le richieste di accesso agli atti non possono penetrare.

Dei 27,2 milioni di euro spesi dall’Italia è stato possibile tracciarne poco meno di quattro-quinti, circa 20 milioni, tra appalti già completati e altri in corso di assegnazione nel periodo 2019-2022. Le principali voci di spesa sono 8,3 milioni per nuovi mezzi marini (20 barche veloci di diverse lunghezze); 3,4 per mezzi terrestri (30 fuoristrada, 14 ambulanze e dieci minibus); 5,7 per ricambi e manutenzione degli assetti navali; un milione in attività di addestramento e un milione per 14 container.

Milioni di euro per il Big Wall

Dei 44,5 milioni di euro stanziati dall’Europa, l’Italia ne ha gestiti più di 32. Di questi, ne abbiamo tracciati circa 27

Il bando di gara prevede tra le unità mobili anche la sede dell’Mrcc, il centro di coordinamento dei salvataggi in mare. Un Mrcc svolge funzioni fondamentali sia per rendere efficaci i soccorsi, ma anche per dare legittimità dal punto di vista del diritto internazionale a queste operazioni, senza il quale rischiano di essere considerati come “respingimenti per procura” da parte dell’Italia. Attraverso il progetto quindi, l’Unione europea – sotto la spinta italiana – conta di fornire alla Libia il principale strumento per gestire in autonomia il recupero dei migranti in mare.

Della missione ha parlato il 7 luglio 2021 l’ormai ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini durante le Commissioni riunite Esteri e Difesa di Camera e Senato. Guerini ha descritto i due indirizzi intrapresi dalle forze armate italiane in Libia: il primo riguarda un maggiore coinvolgimento della missione europea Irini (pattugliamento delle acque antistanti la Libia) nell’addestramento e nel monitoraggio delle autorità marittime libiche; il secondo riguarda «lo sviluppo di una capacità di comando e controllo dei propri mezzi da parte della Marina libica», vale a dire la gestione delle operazioni di pattugliamento, recupero e soccorso.

Su questo Guerini è stato chiarissimo: «A partire dal 3 luglio 2020 l’attività è condotta in piena autonomia dalla marina libica presso proprie infrastrutture a terra e senza coinvolgimento alcuno del personale della Difesa italiano».

Migranti intercettati nel Mediterraneo Centrale attendono in condizioni di sovraffollamento a bordo di una nave della Guardia costiera libica nella base navale di Abu Sita – Foto: Sara Creta

Dalla Libia, però, arrivano informazioni diverse. Una fonte che fino al 2021 è stata molto vicino alla sala di coordinamento delle operazioni di salvataggio di Tripoli, che parla in forma anonima in quanto non autorizzata a rilasciare interviste, sostiene che in realtà i guardacoste libici siano tuttora informati via e-mail principalmente dall’Italia (in misura molto minore da Spagna o Malta) ogni volta che c’è da gestire un’operazione di salvataggio. Secondo la fonte, anche la nave militare italiana impegnata ufficialmente in quell’area in una missione di «supporto tecnico» è coinvolta nella trasmissione delle email ai libici.

Il mistero sull’effettivo ruolo degli italiani a Tripoli si lega all’imbarazzo sul progetto Sibmmil: con tutti i soldi spesi il centro di coordinamento dovrebbe essere pienamente in funzione, ma la stessa natura dei partner libici – milizie più che ufficiali di un apparato statale – rende impossibile avere il pieno controllo sull’implementazione del progetto.

Il supporto a Gacs e Guardia costiera

Sia la Gacs, sia la Gcl hanno «limitate capacità operative», si legge nel rapporto di monitoraggio sulle attività della marina libica curato dai militari della missione Irini lo scorso dicembre, un documento confidenziale.

La Gacs è una forza di polizia che fino al 2019 circa ha avuto mandato di operare strettamente entro le acque territoriali libiche. Nel 2021 ha partecipato a 14 operazioni di recupero in mare ed è stata coinvolta in un progetto pilota ancora in corso con Frontex e il ministero dell’Interno italiano per rafforzare la propria capacità di salvataggio. L’intento è inserirla all’interno di un sistema di monitoraggio delle frontiere marittime nel quale la Gacs possa avere uno scambio di informazioni con le altre polizie di frontiera europee. Lo scopo va anche oltre l’immigrazione: la Gacs dovrebbe contribuire a fermare anche navi mercantili e pescherecci che muovono prodotti di contrabbando, armi o che pescano senza rispettare le regole. L’Italia ha fornito e svolto la manutenzione su un totale di sette motovedette tra i 28 e i 35 metri fornite alla Gacs e un’altra ventina di imbarcazioni tra i nove e i dodici metri, per una spesa complessiva di oltre nove milioni di euro.

Un video promozionale della Gacs pubblicato su Youtube l’8 giugno mostra le motovedette cedute dagli italiani anche al loro interno: i loghi del Cantiere Navale Vittoria, i monitor, le bussole elettroniche e le bussole satellitari Furuno, i sistemi di navigazione, tutto è stato fornito alla Libia attraverso gare d’appalto bandite dalla Polizia e dalla Guardia di Finanza. Nel video, il direttore della Gacs Al-Bashir Bannour dichiara: «Ringraziamo i nostri partner italiani per sostenerci da anni con la costruzione, la fornitura di pezzi di ricambio, di manutenzione e la formazione dei lavoratori».

Il video esplicita il ricatto delle forze marittime libiche all’Europa: «Secondo le stime ufficiali il numero dei migranti è raddoppiato – spiega la voce narrante – e la Gacs non ha la forza per ridurre gli sbarchi ma può combattere i trafficanti». Più avanti spiega che la possibilità di contrastare il fenomeno è condizionata dalla mancanza di mezzi «che limita l’efficacia delle forze di sicurezza costiere». «Il Ministero dell’Interno – prosegue il video – spera che queste nuove navi aiutino ad aumentare la capacità degli equipaggi» grazie a «nuovi strumenti» e «sistemi di propulsione per affrontare le condizioni in alto mare».

La Guardia costiera, invece, è la forza marittima che, insieme alla Marina Militare, dipende dal ministero della Difesa. Secondo il report di monitoraggio della missione europea Irini – punto di contatto dei militari sia per la formazione, sia per lo scambio di informazioni – la Gcl e la Marina Militare dispongono di 26 navi, 17 delle quali sono state donate o riparate dall’Italia. La spesa complessiva, tra soldi già spesi e da spendere nell’arco del 2022, supera i tre milioni di euro, dal 2018 a oggi. Le motovedette Ubari, Ras Al Jadar, Sabratha, parte delle 26 complessive della flotta libica, sono state protagoniste di scontri con le ong o di violenze sui migranti.

Cosa sappiamo del centro di coordinamento dei salvataggi

Il 2 dicembre 2021, la nave della Marina Militare San Giorgio ha ormeggiato ad Abu Sitta, base militare della Marina libica, per consegnare dieci container. Le casse mobili sono abitabili: servono per la creazione del centro di coordinamento dei salvataggi e di una sorta di accampamento. In attesa della collocazione migliore, la struttura sarà mobile e si troverà all’interno di uno dei container. In prospettiva, l’Unione europea vorrebbe arrivare a finanziare due Mrcc fissi, uno in Libia e l’altro in Tunisia, Paese che ancora non ha dichiarato alla comunità internazionale i confini della sua zona di ricerca e soccorso.

Secondo quanto riferisce la fonte in Libia, il container con le attrezzature del centro di coordinamento libico si trova nel porto commerciale da diverso tempo. Gli italiani avrebbero già fornito alcuni computer e un’antenna, ma parte del materiale ancora non sarebbe arrivato. Quindi, riferisce, al momento le operazioni sarebbero gestite da un appartamento in un bell’edificio storico poco lontano da piazza dei Martiri, nel centro di Tripoli.

Il mancato utilizzo del centro di controllo nel container sarebbe da imputare a una forte competizione interna tra Marina e Guardia costiera, entrambe sotto il Ministero della Difesa di Tripoli, per la gestione delle operazioni di salvataggio e presumibilmente anche dei fondi europei e dei mezzi messi a disposizione dall’Europa. Più della sala di controllo mobile, i guardacoste libici sperano quindi di spostare il cuore delle base a Tajoura, città al confine orientale di Tripoli, già in passato sede di un centro di coordinamento, per ritagliarsi maggiore autonomia dalla Marina.

Due uomini della Marina italiana nella base navale di Abu Sita a Tripoli – Foto: Sara Creta

Insieme ai container, sono arrivate ad Abu Sitta anche delle apparecchiature radio e radar fornite dalle aziende italiane Gem Elettronica srl e Elman srl, parte del pacchetto per il centro di coordinamento dei soccorsi. Nessuna azienda italiana coinvolta ha voluto commentare le nostre richieste di chiarimento sull’implementazione del Mrcc. Dal fascicolo tecnico risulta che possono essere collegati con un sensore che si trova nella base di Abu Sitta.

Gem Elettronica, di proprietà al 30% di Leonardo spa, è stata coinvolta nella fornitura di radar per le frontiere terrestri di Tripoli già dal 2013. Elman srl nel maggio 2021 ha pubblicato sul proprio sito un comunicato in cui annunciava la sua partecipazione al progetto per realizzare il centro di coordinamento dei salvataggi in Libia. La Marina Militare ha solo confermato di aver preso parte alla missione Sibmmil per la realizzazione dell’Mrcc ma non ha fornito ulteriori chiarimenti rispetto alla messa a terra dei container.

L’altro muro: fondi europei senza trasparenza

Durante le ricerche, IrpiMedia ha chiesto più volte accesso alle informazioni riguardanti gli sviluppi del Mrcc. Le risposte o non sono arrivate oppure «per motivi di sicurezza» ne sono state omesse alcune. Vale soprattutto per i fondi europei dedicati all’esternalizzazione delle frontiere in Africa, i quali «sono al di fuori del controllo del parlamento europeo» secondo la parlamentare europea Özlem Demirel e la sua assistente Ota Jaksch. Il parlamento riceve un report annuale, un file che si può trovare facendo una semplice ricerca su internet, e le informazioni contenute non sono specifiche di ogni operazione o progetto.

Inoltre, non vengono menzionati i beneficiari di tali fondi. «La commissione stila il programma del fondo senza chiedere ai parlamentari di esprimere un parere – continua Jaksch -. Ciò che il fondo segue sono gli interessi che vogliono raggiungere i singoli Stati membri, e questo era così fin dall’inizio». L’unico strumento a disposizione dei parlamentari per chiedere maggiori informazioni alla Commissione e al Consiglio sono le interrogazioni, «ma hanno un limite di 200 parole e di tre domande massimo. Noi dobbiamo già sapere qualcosa per conto nostro e poi solo allora possiamo provare a chiedere qualcosa e sperare di avere una risposta», concludono Jaksch e Demirel.

Quando lo Stato sragiona

Esiste uno schema ricorrente nella cooperazione tra Paesi europei e paesi governati da regimi autoritari oppure da esecutivi molto deboli. C’è spesso una “ragion di Stato” che spinge a stringere accordi anche quando è difficile capire chi sia davvero l’interlocutore e quali siano i suoi obiettivi. Finanziamenti e progetti di cooperazione sono il mezzo per raggiungere il proprio scopo. Finora la strategia non ha funzionato in Libia: per quanto le forze marittime libiche siano più efficienti, il contesto in cui operano è molto instabile. E questa analisi non tiene conto del fattore dello stato di diritto: gli stessi militari formati dall’Europa sono accusati di traffico di esseri umani e contrabbando e non si è nemmeno certi che esista una vera catena di comando tra l’Est e l’Ovest del Paese, come sarebbe previsto in uno Stato unitario.

Navi appartenenti alla General Administration for Coastal Security (GACS) nel porto di Tripoli – Foto: Sara Creta
Una guardia del centro di detenzione Shara Zawya a Tripoli – Foto: Sara Creta
Un ufficiale della Guardia costiera libica a bordo della nave Fezzen – Foto: Sara Creta

L’Italia ha cercato di guidare il processo europeo in Libia perché il Paese è il cuore del “Mediterraneo allargato”, uno spazio geopolitico sul quale anche Giorgia Meloni è già impegnata (ne è la riprova il suo discorso alla Camera, in cui ha parlato del «nostro ruolo strategico nel Mediterraneo»).

Eppure, quando si parla delle dirette conseguenze delle missioni europee sui flussi migratori, già negli anni passati alcuni alleati avevano mostrato molte riserve rispetto all’efficacia delle iniziative europee a traino italiano. Nel 2017, quando la Gran Bretagna era ancora parte dell’Unione europea, i parlamentari della Camera dei Lord hanno prodotto un report in cui hanno definito «fallita» la missione Sophia, quella che nel 2020 è diventata Irini. Il documento sottolineava che la missione europea di sostegno alla creazione di un sistema di frontiere integrato, Eubam, non aveva nel proprio mandato combattere l’immigrazione irregolare, che per gli inglesi era invece l’obiettivo principale della loro partecipazione. Definiva poi «una grande sfida» formare una guardia costiera rispettosa dei diritti umani.

Il punto è vero oggi quanto allora: a fine marzo 2022 la Germania ha deciso di non partecipare più ai corsi di addestramento dei libici a causa del «comportamento inaccettabile» di questi ultimi. Secondo Mark Micallef, esperto di Libia presso il Global Initiative Against Transnational Organized Crime (GITOC), le forze libiche non sono da considerare come un’unità omogenea. Al contrario, sono in continua opposizione e solo una parte sta cercando di migliorare le capacità di ricerca e soccorso. Eppure la spesa per l’esternalizzazione delle frontiere in Libia continua senza tregua.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bagnoli
Fabio Papetti

Ha collaborato

Antonella Mautone

Foto

Sara Creta

Editing

Giulio Rubino

Infografiche

Lorenzo Bodrero

In partnership con

SSA, i nuovi predoni della Libia

#MediterraneoCentrale

SSA, i nuovi predoni della Libia

Fabio Papetti

«Tutte le strade sono aperte per Tripoli e, se Allah vorrà, ci entreremo nei prossimi giorni». Così ha affermato l’11 luglio Fathi Bashagha, primo ministro eletto dalla Camera dei rappresentanti, il parlamento dell’est della Libia di base a Tobruk. Il suo piano è riprendere Tripoli e formare un unico governo che ponga fine al periodo della grande divisione territoriale in cui si trova la Libia dal 2014, anno in cui il generale dell’Esercito nazionale libico (LNA) Khalifa Haftar appoggiò il primo governo dell’est in opposizione al governo di Tripoli appoggiato dalle Nazioni unite. Adesso Bashagha ha intenzione di prendere la capitale libica e destituire Abdul Hamid Dabaiba (traslitterato anche come Dbeibah) , nominato presidente ad interim del Governo di unità nazionale (GNU) dal marzo 2021.

I media internazionali parlano di tentativi di accordi anche tra Haftar e Dabaiba passati ad esempio dalla destituzione del vecchio presidente della National Oil Corporation (NOC), la compagnia petrolifera statale. Di certo il premier di Tripoli si trova in una posizione sempre più scomoda: il GNU avrebbe dovuto gestire un governo transitorio fino al voto previsto per dicembre 2021 ma le elezioni non si sono tenute. Il mancato voto di allora si ripercuote sull’instabilità di oggi.

Tutti vogliono le SSA

Da quando è salito al potere nell’est della Libia, Bashagha ha avuto come obiettivo quello di riprendere posto a Tripoli. La capitale oggi è controllata da diversi gruppi paramilitari. Tra questi, nell’ultimo anno si è fatto notare l’Apparato di supporto alla stabilità (SSA nell’acronimo inglese): è emerso come uno dei gruppi più potenti pur essendo stato formato poco più di un anno fa. «L’SSA ha avuto una crescita senza precedenti – afferma un ricercatore che conosce bene le milizie libiche e che preferisce restare anonimo per evitare ripercussioni sul proprio lavoro -. Le unità sul territorio sono sempre più violente e più onnipresenti». È quasi impossibile, spiega il ricercatore, evitare l’SSA: sono partiti dalle città di Zawiya, Tripoli e Warshafanah ma ormai sono presenti anche a Gharyan (città a sud della capitale) e in tutti i principali snodi da cui passa l’immigrazione. L’SSA sono le milizie che controllano la parte maggioritaria del traffico degli esseri umani.

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Un video di presentazione delle SSA

Inizialmente l’SSA è stato costituito per decreto presidenziale da Fayez al-Serraj, presidente del governo delle Nazioni unite che ha preceduto quello di Dabaiba, il Governo di accordo nazionale (GNA). Serraj aveva attribuito alla milizia il ruolo di guardia presidenziale privata, benché un’unità del genere già esistesse. L’SSA è stata finanziata con 40 milioni di dinari libici, circa 8,7 milioni di euro. Lo scopo reale dell’SSA era però destabilizzare Fathi Bashagha, che di quel governo è stato ministro degli interni libico tra 2018 e il 2021. Ex pilota diventato commerciante di pneumatici, dopo la caduta di Gheddafi Bashagha ha cominciato la sua conquista del potere a partire dalla sua città, Misurata, e da due milizie che gli erano fedeli. Fa parte della Camera dei Rappresentanti dal 2014. Nel 2020 è stato sospeso, secondo Bloomberg, con l’accusa, all’epoca, di «aver incoraggiato le proteste contro la corruzione».

Gli esperti di Libia dell’Onu nel loro ultimo rapporto sulla situazione nel Paese scrivono che sia Bashagha sia Dabaiba «stanno producendo sforzi » per «ottenere il supporto dell’Apparato, dimostrando l’importanza che (la milizia) ha guadagnato dalla sua creazione l’11 gennaio 2021». Bashagha ha infatti nominato ministro dell’Interno del suo governo Issam Busriba, fratello di Hassam. Quest’ultimo è il comandante dell’Apparato a Zawiya, città costiera dell’ovest della Libia. Il consolidamento nell’occidente libicoè uno dei passaggi fondamentali per Bashagha per ambire al potere.

Cosa succede nell’oriente della Libia

Il controllo delle frontiere marittime e le relative operazioni di intercettazione delle navi partite dalle coste ovest della Libia non sono coordinate in maniera unitaria e nello scenario marittimo si trovano contemporaneamente quattro unità: la guardia costiera, la marina, l’Amministrazione generale di sicurezza costiera (Gacs) e l’SSA. Ognuna di queste in rivalità con le altre con lo scopo di acquisire maggior controllo sul territorio, e quindi maggiori tornaconti economici e politici nello scenario libico. I loro punti di approdo principali sono Tripoli e Zawiya, centri territoriali del potere delle milizie dove si riportano i migranti intercettati. Tuttavia ad est lo scenario è più confuso.

Dalla seconda metà del 2021 i numeri delle partenze dalle coste orientali sono aumentati drasticamente ed è cambiata la provenienza dei migranti che si imbarcano per l’Italia. Se prima dall’est della Libia partivano soprattutto egiziani, adesso le nazionalità in maggioranza sono afghani e bangladesh che partono da Benghazi e da Tobruk in una varietà di imbarcazioni, dal peschereccio con a bordo 450 persone arrivato il 17 maggio scorso sulle coste di Pozzallo alle piccole barche approdate in Calabria nello stesso mese. Secondo i dati del ministero degli interni italiano aggiornati al 12 luglio sono arrivati in italia 30.958 migranti dall’inizio dell’anno, di cui oltre cinquemila dal Bangladesh, la nazionalità di maggioranza, e circa 3.700 dall’Afghanistan, tutti attraverso la rotta nel Mediterraneo. Quello che non è chiaro è chi opera le attività in mare nell’est del Paese.

Dalle testimonianze delle diverse ong sentite risulta che la zona sia fuori dal loro campo d’azione, e che sulla zona siano presenti diverse unità militari, compreso Frontex, le unità della missione delle marine militari europee Irini e la marina militare turca. Il report della missione Irini aggiornato a novembre 2021 afferma che le unità della GCL e della marina operano solo nella zona ovest, ma allo stesso tempo afferma che le autorità portuali di Benghazi operino missioni SAR nella zona est coordinate dal MRCC italiano. Non è chiaro a quali unità faccia riferimento il report, ma sappiamo che recentemente la Gacs ha aperto in tutto dieci distaccamenti da Zawiya (ovest) a Tobruk (est), compreso il capitolo di Benghazi, segno dunque di un’espansione delle capacità operative della polizia marittima libica.

A questo si aggiunge la volontà di aprire nuovi distaccamenti dell’SSA sempre in territori orientali. Se a questo quadro si uniscono le considerazioni del report Irini secondo cui le attività compiute in mare «hanno mostrato una mancanza di coordinazione tra l’MRCC libico (stanziato a Tripoli) e le unità orientali», il contesto generale inizia a delinearsi. Da un punto di vista più generale sembra prevalere il contesto di una Libia divisa in due opposte fazioni e territori che istituzionalmente non collaborano tra di loro. Dall’altro, le diverse unità militari, alcune composte da una varietà di gruppi tribali e brigate, sembrano ignorare il macro-contesto per infiltrarsi tra i pori delle divisioni territoriali per raggiungere i loro scopi personali. Infatti, si nota che la Gacs vuole asserire la propria presenza a est per aggiudicarsi una posizione di potere così da rivaleggiare con le unità della guardia costiera libica.

I training con la Turchia sono uno strumento valido per raggiungere questo obiettivo: cooperando con uno stato forte come quello turco la Gacs si assicura un potente alleato che potrebbe tornare utile nel futuro, come lo è stato anche in passato durante la guerra, soprattutto se si considera che la marina militare turca è già presente nelle acque orientali libiche.

Ghenewa, il signore di Tripoli

L’attuale leader del gruppo è Abdel Ghani al-Kikli, detto Ghenewa. Dal 2016 varie milizie sotto il suo comando sono stato integrate all’interno del Ministero dell’Interno. La loro principale area di influenza è la cintura urbana intorno a Tripoli, in particolare il quartiere di Abu Salim. Al-Kikli ha aumentato la presa nella città sfruttando il periodo di instabilità avvenuto prima dell’insediamento nel 2021 del consiglio presidenziale del Governo di unità nazionale (GNU). La costituzione della nuova autorità ha imposto alle bande rivali di prendere una posizione: riconoscere o combattere il governo voluto dalle Nazioni unite. Inizialmente la brigata di Ghenewa di stanza ad Abu Salim si è dichiarata contraria ma alla fine il capo del gruppo paramilitare ha deciso di appoggiare il GNU con tutte le sue truppe. Questa presa di posizione ha fatto automaticamente schierare le altre bande rivali dalla parte dell’opposizione. Nei mesi che sono seguiti ci sono stati ulteriori scontri conclusi con la vittoria delle milizie che avevano appoggiato il nuovo governo. In teoria il GNU era la nuova autorità con cui relazionarsi, ma in pratica la forza militare delle milizie che avevano appoggiato il consiglio presidenziale avevano già stabilito il proprio dominio sulla città.

Uno dei mezzi blindati in dotazione alle SSA – Foto: Facebook

Milizie dell’SSA – Foto:Facebook

Già dal 2013-2014 le forze di al Kikli hanno iniziato a controllare i dintorni di Tripoli, imponendo il proprio dominio e agendo come una mafia locale, chiedendo soldi in cambio di protezione e infiltrandosi negli apparati bancari. Nello stesso periodo sono comparsi report di varie organizzazioni, governative e non, nei quali si denunciava Ghenewa per gli abusi inflitti alla popolazione locale e migrante. Già nella seconda metà del 2014 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite lo ha citato come protagonista insieme ad altri gruppi armati dell’escalation di violenze seguite dall’operazione Fajr (Alba), campagna militare durata da luglio a dicembre 2014 e avente come obiettivo le milizie rivali di Tripoli e Zintan. Qui al-Kikli è stato accusato, tra le altre cose, di aver attaccato in maniera indiscriminata posizioni civili, saccheggiando e distruggendo le infrastrutture locali. Negli anni che seguono, rapimenti, detenzioni arbitrarie, torture e uccisioni spregiudicate sono solo alcune delle accuse mosse nei suoi confronti. Nel 2015 sono stati documentati casi di rapimenti e uccisioni sommarie nel quartiere di Abu Salim da parte delle forze di al-Kikli verso chi si opponeva allo strapotere della milizia.

Nell’agosto 2018 un gruppo armato riconducibile a Ghenewa ha attaccato il centro per rifugiati interni Tariq Al-Mattar a Tripoli che ospitava più di 500 persone, derubando gli abitanti e rapendo 77 persone, tra cui un minorenne. Nel 2019 un report della Global initiative against transnational organized crime (GITOC) afferma che la milizia di Abu Salim controlla l’area e il centro di detenzione al suo interno come fosse un mini Stato. Numerose erano le testimonianze di torture, violenze sessuali, privazioni dei diritti e uccisioni risultate dalle pratiche violente delle guardie, il tutto legittimato dall’integrazione delle forze di al-Kikli nei reparti del Ministro dell’Interno.

Dunque, quando nel 2021 è stato nominato a capo dell’SSA, il gruppo armato di Ghenewa aveva già permeato l’apparato di sicurezza istituzionale della Libia. La nomina non ha fatto altro che aumentare il livello di influenza di al-Kikli. Sotto la sigla SSA si è così riunito un numero cospicuo di militari e miliziani già noti nel panorama nazionale e internazionale per violazioni dei diritti umani. Al fianco di Ghenewa, infatti, è stato una presenza costante e componente fondamentale delle forze e delle attività dell’SSA Ali Mohammed Abu Zriba, detto Busriba, particolarmente attivo nella zona di Zawiya, a ovest di Tripoli. È la zona dove comanda il Battaglione dei Martiri di Abu Surra e la Brigata al-Nasr.

Quest’ultima è tristemente nota per ospitare membri come Mohammed Koshlaf, braccio destro di Abu Zriba, accusato in diversi report, sia delle ONG che delle Nazioni Unite, di violazione dei diritti umani avvenute nei centri di detenzione sotto il suo controllo.

Altro membro della brigata al-Nasr è Abd al-Rahman Milad detto Bija, accusato di essere uno dei principali trafficanti di vite umane in Libia e incarcerato fino ad aprile 2021. Il traffico di prodotti petroliferi è invece una delle attività principali di Busriba stesso, grazie alla quale si stimano ogni mese guadagni milionari e traffici che si diramano dal nord Africa, tra Tunisia e Chad, fino ad arrivare a Malta. Questo apparato di distribuzione nell’ombra è aiutato dalla raffineria di Zawiya, già protagonista delle indagini sul contrabbando di carburante lungo l’asse Libia-Malta-Italia, accanto a cui ha stabilito diversi centri di detenzione illegali per migranti.

Una delle navi in dotazione alle SSA per il pattugliamento delle coste libiche – Foto: Migrant Rescue Watch

Un gruppo di migranti è intercettato e trasportato verso la Libia dalle milizie SSA – Foto: Migrant Rescue Watch

Di questi centri se ne conoscono quattro: il principale al-Maya, al-Nasr, Abu Salim e un quarto dalla posizione non meglio identificata. A dicembre 2021 sono stati confermati sei casi di tortura dentro il centro di al-Maya, tre dei quali sono risultati nella morte delle persone soggette alle violenze.

I “nuovi arrivati” nel controllo delle frontiere

Al momento, Busriba supporta Fathi Bashargha, mentre al-Kikli appoggia la fazione di Dabaiba. Sebbene questa possa sembrare una mossa contraddittoria, in realtà esemplifica quella che è la natura di questa nuova milizia: sfruttare la molteplicità dei suoi dipartimenti dislocati sul territorio per avere un guadagno netto in termini di potere e assicurarsi matematicamente la vittoria in campo politico. Appoggiando entrambi i contendenti si garantisce un posto privilegiato nella scelta del futuro governo, diventano dunque la forza militare che può decidere il prossimo leader.

«La SSA è simile a un cancro – spiega il ricercatore che chiede l’anonimato -, si è sviluppata in fretta e ha attecchito in diversi tessuti sociali, non si parla di un’unità militare con delle infiltrazioni maligne, ma di un vero e proprio virus, una versione più potente di milizia» del tutto diversa dalla guardia costiera libica o dall’Autorità generale per la sicurezza costiera (Gacs).

Europa vs Turchia, la partita sulle forze marittime della Libia

Alla metà di aprile del 2019 le forze del generale Khalifa Haftar, ad est, opposte al governo di Tripoli, ad ovest, hanno iniziato l’offensiva in Tripolitania, conquistando Sirte, Jufra e altre città lungo l’avanzata. In quei giorni il governo di Tripoli guidato da Fayez al Serraj aveva bisogno di alleati che potessero supportarlo militarmente. Da parte europea la risposta ha tardato ad arrivare, complice anche una spaccatura interna che vedeva il presidente francese Emmanuel Macron supportare il generale Haftar. È così che a soccorrere il governo di unità nazionale libico arriva la Turchia di Recep Tayyip Erdogan. Verso la fine di giugno 2020 le forze libiche supportate dalla Turchia riescono a riprendere la Tripolitania.

Dall’intervento in Libia la presenza turca è divenuta sempre più costante, fino a proporsi come alleato principale del Paese nord africano. In questo modo la Turchia ha potuto da un lato espandere la sua sfera d’influenza nel Mediterraneo e allo stesso tempo ha acquistato una leva strategica sull’Europa. Il cambio di tendenza risulta evidente se si notano le operazioni di training delle forze armate libiche.

Fino a metà del 2021 la missione delle marine militari europee Irini portava avanti training per la guardia costiera libica e le forze della Gacs, cioè le due entità ufficiali preposte al controllo delle frontiere marittime, una dipendente dal ministero della Difesa, l’altra dell’Interno. Nel report aggiornato a fine novembre 2021 di Irini si legge che le forze europee non coordinano più i training, «complice anche il fatto che sono le stesse forze libiche a non voler più mettere a disposizione le loro truppe negli addestramenti», afferma Matteo de Bellis, ricercatore presso Amnesty International.

Dal 2022 si vedono sui siti delle autorità libiche foto e video di corsi presenziati da istruttori turchi. «Si preferisce la cooperazione con chi chiude gli occhi di fronte a tutto», conclude De Bellis. La Turchia continua ad avanzare, ma ai tempi dettati dalla Libia. La guardia costiera libica ha infatti rifiutato la proposta turca di equipaggiamenti perché non vengono considerati della stessa qualità di quelli europei che arrivano attraverso le diverse missioni internazionali. E la Gacs ha accettato gli addestramenti turchi per assumere maggior importanza nel sistema militare libico e far concorrenza alla GCL. Ognuno ha il suo tornaconto.

La flotta

Negli ultimi report sull’andamento del training dei guardacoste libici a cura della missione delle marine militari europee Irini sono state conteggiate in tutto sei navi adoperate dall’SSA per le operazioni in mare, di cui quattro note: la Alqayid Saqar, le Alqayid 1 e 2 e la Alqayid Alharbi. Le prime tre vengono dalla Turchia e sono state fabbricate da cantieri con base a Istanbul. Secondo le ricerche di IrpiMedia, la Alqayid Saqar e la Alqayid 1 potrebbero essere state acquistate dall’SSA nel mercato internazionale di barche di seconda mano, mentre la Alqayid 2, fotografata nel porto di Istanbul già con scritte arabe che corrisponderebbero allo stile delle imbarcazioni libiche, fa supporre che l’SSA abbia commissionato la costruzione della nave. La Alqayid Alharabi è invece appartenuta alla guardia costiera ellenica. Viene chiamata dai migranti la “nave Sabratha” per via del modello diverso rispetto alle solite imbarcazioni che partono da Tripoli.

In questo modo hanno l’opportunità di posizionarsi come la forza regolatrice capace di influenzare l’andamento della politica libica. Al Kikli appare come l’uomo pronto a schierarsi con chiunque lo possa aiutare a espandere il proprio controllo. Questo atteggiamento si è già visto nel periodo precedente all’insediamento del GNU a Tripoli e nelle sue attività nella zona orientale. Adesso che Bashagha ha intenzione di rientrare a Tripoli, la situazione ricorda gli eventi avvenuti quasi dieci anni fa, con Ghenewa che afferma di appoggiare Dabaiba mentre un’altra unità dell’SSA supporta Bashagha. Al-Kikli ha già fatto trasparire l’ambizione di allargare la propria sfera di influenza oltre gli attuali confini politici e una tendenza a destreggiarsi tra opposte fazioni.

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Autori

Fabio Papetti

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Lorenzo Bagnoli

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L’organizzazione marittima dell’ONU sta facilitando i crimini nel Mediterraneo?

#MediterraneoCentrale

L’organizzazione marittima dell’ONU sta facilitando i crimini nel Mediterraneo?
Ian Urbina
Joe Galvin
Le decine di migliaia di rifugiati che  attraversano il mar Mediterraneo ogni anno vengono catturati dalla Guardia costiera libica finanziata dall’Unione Europea e mandati in carceri violente dove omicidi, estorsioni e stupri sono frequenti. 

Uno dei motivi per cui la Guardia costiera è diventata così efficace nelle sue attività è dovuto al fatto che nel 2018 la Libia ha ampliato la zona di pattugliamento fino al mare aperto. Ricevendo il riconoscimento delle Nazioni Unite di una zona di ricerca e salvataggio in mare (Search and rescue region, Srr, in inglese, suddivisa in diverse zone Sar, Search and rescue, ndr), le autorità libiche hanno esteso la loro giurisdizione a quasi cento miglia al largo della costa libica in acque internazionali, a metà strada verso le coste italiane. 

La conseguenza del rafforzamento della Srr è che alle navi di soccorso umanitario come quelle di Medici Senza Frontiere viene impedito di raggiungere per primi i migranti per recuperarli e trasportarli in porti sicuri, che si trovano di solito in Europa. Al contrario, con l’aiuto di aerei e droni finanziati dall’Unione Europea che volano sopra le imbarcazioni dei migranti, la Guardia costiera libica li raggiunge più velocemente, riportandoli nelle prigioni in Libia, il paese dal quale i migranti sono appena fuggiti. 

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Mappa che indica le dimensioni della zona di soccorso della Libia riconosciuta dall’Imo – Foto: https://eu-libya.info/ 

L’IMO all’Europarlamento

Parlamentari e sostenitori del diritto umanitario stanno ponendo nuove richieste al Parlamento europeo e all’Organizzazione marittima internazionale (IMO), l’agenzia marittima delle Nazioni Unite che ha formalmente riconosciuto la zona di ricerca e salvataggio libica. I critici ritengono che la zona Sar libica violi la relativa convenzione delle Nazioni Unite e abbia aggravato le violazioni dei diritti umani e la violazione della legge di non respingimento (il principio di non-refoulement, ndr), secondo cui è vietato dirottare chi fugge in zone di guerra in altri luoghi dove è probabile che siano torturate o lese in altro modo 

Un gruppo di 18 europarlamentari ha scritto nel maggio 2021 al Parlamento europeo: «C’è l’intenzione di sospendere la registrazione della “zona di ricerca e salvataggio” libica presso l’Organizzazione marittima internazionale, in quanto non è conforme né alle norme internazionali né agli obblighi dei singoli Stati di rispettare il diritto d’asilo e il diritto del mare?» (qui la risposta del 2 agosto 2021).

Secondo la convenzione SAR delle Nazioni Unite del 1979, gli Stati possono istituire le proprie zone di ricerca e salvataggio in mare, a patto che siano rispettati certi obblighi. Per creare o espandere una zona di ricerca e salvataggio, un paese deve prima «stabilire centri di coordinamento dei soccorsi (Maritime rescue coordination center, Mrcc è la sigla in inglese più diffusa per identificarli, ndr)» che siano «operativi 24 ore su 24 e con personale costantemente addestrato con una conoscenza a scopi lavorativi della lingua inglese». Le persone salvate in quelle zone devono essere riportate in un porto sicuro, secondo le regole della convenzione. 

La definizione di “porto sicuro”
L’inglese place of safety (POS) di cui si parla ogni volta che un’ong aspetta di poter accedere a un porto, in italiano si traduce “porto sicuro”. Si tratta del luogo nel quale si concludono le operazioni di salvataggio di un gruppo di naufraghi. Affinché sia considerato sicuro, un porto deve poter garantire oltre ai servizi fondamentali (cibo, acqua, cure mediche, riparo) deve poter garantire di poter raggiungere la destinazione finale. Per i migranti, quindi, deve essere un porto nel quale è permesso presentare una richiesta di asilo. Secondo diversi studiosi, questa definizione si deduce “in negativo”, visto che non è mai chiarita in questo modo nelle convenzioni dell’IMO.

Il mistero del Centro di coordinamento dei salvataggi in mare in Libia

Quando l’IMO ha riconosciuto la zona di ricerca e salvataggio della Libia nel 2018, questi obblighi non sono però stati rispettati. Secondo le Nazioni Unite, la Libia non aveva un proprio centro di coordinamento dei salvataggi in mare, con personale 24 ore su 24 che parlasse inglese e i porti del paese non erano (e non sono ancora) classificati come “porti sicuri”. Quando i migranti vengono “salvati” o arrestati nella zona di ricerca e salvataggio della Libia, la Guardia costiera li porta nelle prigioni dove l’ONU ha affermato che avvengono «crimini contro l’umanità». 

L’IMO non è stata affatto l’artefice principale dell’ampliamento della zona di ricerca e salvataggio della Libia. Questa responsabilità grava sulle spalle dell’UE e dell’Italia, le quali hanno spinto per la sua istituzione, pur mettendo in chiaro che i requisiti fondamentali della convenzione non sono stati soddisfatti. 

Nel 2016, la Guardia Costiera italiana è stata invitata dalla Commissione europea a sostenere le autorità libiche nell’identificare e dichiarare questa zona. In una presentazione del 2017 all’IMO, l’Italia ha chiarito che la Libia non aveva un centro di coordinamento dei soccorsi, promettendo invece che ne sarebbe stato creato uno. Gli anni passarono e tale centro non fu costruito. Nel 2021, rispondendo alle domande del Parlamento europeo, la Commissione europea ha continuato a parlare delle sue aspirazioni di costruire un «centro di coordinamento dei soccorsi funzionale», e un rapporto interno dell’UE risalente a gennaio 2022 chiarisce che il centro non è ancora in grado di soddisfare i suoi obblighi fondamentali. 

Prima che l’IMO lo annunciasse, non esisteva ufficialmente una zona di ricerca e salvataggio libica. Erano l’Italia e le organizzazioni umanitarie a occuparsi prevalentemente di rintracciare le imbarcazioni dei migranti nel Mar Mediterraneo. Ma la nuova zona di ricerca e salvataggio ha dato alla Guardia costiera libica il potere di ordinare alle navi – che siano mercantili privati o navi di soccorso umanitario – di riportare i rifugiati nel paese da cui sono fuggiti. Questo ha sollevato diverse questioni legali: come si può ordinare alle navi di consegnare i rifugiati in porti considerati non sicuri? Perché l’IMO dovrebbe annunciare una zona che facilita tali violazioni legali e non soddisfa le condizioni della convenzione che l’IMO stessa dovrebbe sostenere? 

«Da una parte c’è la legge e dall’altra le attuali politiche in contraddizione con la legge stessa», ha dichiarato Laura Garel portavoce dell’organizzazione umanitaria SOS Méditerranée.

 Il caso australiano e le risposte dell’IMO

Non è solo nel Mediterraneo che esiste questa contraddizione. In uno studio pubblicato nel 2017, la professoressa Violeta Moreno-Lax, specialista in diritto internazionale delle migrazioni, ha documentato come l’Australia sia costantemente venuta meno agli obblighi della convenzione del 1979 relativa alle zone di ricerca e salvataggio. Lo studio sottolinea come l’Australia abbia militarizzato la sua risposta alla migrazione via mare, concentrandosi sulla «deterrenza, l’intercettazione e il ritorno forzato delle imbarcazioni» invece di condurre «reali missioni di ricerca e salvataggio», permettendo una regolare violazione della convenzione. 

In risposta, l’IMO dice di avere un avere potere minimo o responsabilità minimi per la sanzione di zone di ricerca e salvataggio in mare. Natasha Brown, una portavoce dell’IMO, ha scritto a The Outlaw Ocean Project via e-mail che l’organizzazione «non approva le zone di ricerca e salvataggio» ma semplicemente «diffonde le informazioni». Ha aggiunto che «non c’è nessuna disposizione nella convenzione di ricerca e salvataggio che ci permetta di valutare o approvare le informazioni fornite».

Tuttavia, l’Organizzazione marittima internazionale gioca chiaramente un ruolo nel decidere se annunciare e riconoscere queste zone. Nel dicembre 2017, per esempio, la Libia ha ritirato provvisoriamente la sua domanda iniziale dell’IMO per determinare la sua zona, «dopo un’implicazione dell’IMO che in assenza di un centro di coordinamento dei soccorsi, i requisiti fondamentali per la zona SAR non sarebbero stati soddisfatti», hanno scritto Peter Muller e Peter Smolinski nel Journal of European Public Policy

È stato chiesto se per salvaguardare la propria reputazione e assicurare che la convenzione non sia violata l’IMO esamina qualsiasi informazione che riceve dai paesi per verificare che i criteri della convenzione siano soddisfatti, Brown, la portavoce dell’IMO, ha confermato che la sua organizzazione «chiarisce o conferma i punti tecnici» prima di annunciare formalmente una zona di ricerca e salvataggio. Ha aggiunto che la convenzione dovrebbe essere modificata affinché l’IMO si assuma un ruolo maggiore nella verifica delle informazioni che rilascia.


L’IMO «rimuova» la zona SAR della Libia

In passato, l’IMO si è occupata del fatto che l’organizzazione o le sue regole siano usate in modo da facilitare i crimini. Nel 2015, Koji Sekimizu, l’allora segretario generale dell’IMO, ha chiarito che la sua organizzazione deve aiutare a impedire che i migranti siano inviati in porti considerati non sicuri. Durante una riunione sulla migrazione attraverso il Mediterraneo, ha sottolineato che i governi firmatari erano obbligati a coordinare e cooperare con le navi di soccorso per garantire che le persone salvate in mare fossero riportate in un “porto sicuro”. 

«Questi obblighi si applicano indipendentemente dallo status delle persone in difficoltà in mare, compresi i migranti potenzialmente illegali – ha detto Sekimuzu -. Queste questioni sono chiaramente di competenza dell’Organizzazione marittima internazionale se mettono in discussione la corretta applicazione delle norme internazionali». 

Molti studiosi, avvocati, difensori dei diritti e parlamentari dicono che questo è esattamente ciò che sta accadendo: l’IMO sta permettendo l’impropria «applicazione dei regolamenti internazionali» così come le violazioni del diritto umanitario e marittimo. Si dice che l’IMO abbia l’autorità e il dovere di risolvere il problema cancellando la zona di ricerca e salvataggio libico, il che impedirebbe complicità della Guardia Costiera libica che rivendica una giurisdizione estesa nella consegna illegale dei migranti ai luoghi di abuso. 

«È urgente che l’IMO, come autorità marittima dell’ONU, rimuova la zona di ricerca e salvataggio libica dai registri ufficiali», si legge in una lettera aperta del 2020 firmata da decine di europarlamentari, organizzazioni umanitarie, attivisti, avvocati e accademici. La lettera spiega che l’IMO ha creato un sistema che «è stato usato opportunisticamente per creare un accordo fittizio che permette a diversi Stati, e all’UE, di rinunciare ai propri doveri previsti dal diritto internazionale, dalla legge del mare e dalle convenzioni sui diritti umani». 

La lettera fa riferimento allo status di porto non sicuro della Libia e alle violenze commesse dalla Guardia costiera libica. Descrive anche l’uso della regione Srr della Libia per «criminalizzare» le ong  impegnate in missioni di salvataggio come Medici Senza Frontiere. 

«Poiché crediamo che l’IMO non apprezzi che gli Stati usino le sue procedure in maniera strumentale per minare la legge del mare, la sicurezza marittima, i diritti umani e il diritto internazionale, i sottoscritti chiedono che il riconoscimento formale della zona di ricerca e salvataggio libica sia revocato», si legge. In risposta alla lettera, l’IMO ha scritto che non era «autorizzato a rimuovere o annullare cancellarsi» dalla zona. 

Addestrare o no la Guardia costiera libica?
Ad aprile 2021, rispondendo a un’interrogazione dell’eurodeputata della Lega Susanna Ceccardi in tema di addestramento della Guardia costiera libica, la commissaria agli affari interni Ylva Johansson ha spiegato che «nel periodo 2014-2020, l’UE ha destinato alla Libia circa 700 milioni di EUR, di cui 59 milioni di EUR per aumentare la capacità operativa della guardia costiera libica e dell’amministrazione generale per la sicurezza costiera». «Il sostegno – prosegue la risposta – comprendeva formazione tecnica su argomenti come le competenze in materia di navigazione e diritti umani; ne hanno beneficiato 105 membri dell’amministrazione generale per la sicurezza costiera». 

Secondo Ceccardi, «la Commissione europea finalmente riconosce l’importanza delle operazioni della guardia costiera libica e, quindi, la legittimità delle azioni della stessa». La sua posizione è condivisa all’interno del gruppo parlamentare Identità e Democrazia, mentre altri gruppi parlamentari chiedono di revocare la zona SAR. 

Dal canto suo, la Commissione continua nel suo sostegno economico, nonostante le critiche. A fine marzo la Germania ha deciso di non prendere più parte alle missioni di addestramento dei guardacoste di Tripoli: «Il governo della Germania non può giustificare in questo momento la formazione della Guardia costiera libica da parte dei soldati tedeschi alla luce degli inaccettabili comportamenti mantenuti da alcuni individui della Guardia costiera libica nei confronti di rifugiati e migranti e anche delle organizzazione non governative», ha dichiarato ad Associated Press il ministro degli Esteri Andrea Sasse il 30 marzo. (L.Ba.)

Pressioni sull’IMO

Questa pressione sull’IMO non proviene solo dall’esterno delle Nazioni Unite. In un rapporto del 2019, l’organizzazione “sorella” dell’IMO, l’Ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani, ha invitato l’organizzazione marittima ad assumersi la responsabilità per il suo ruolo nel facilitare le violazioni della Guardia costiera libica. L’IMO «dovrebbe riconsiderare la classificazione della zona di ricerca e salvataggio libica fino a quando la guardia costiera libica non dimostri di essere in grado di condurre operazioni di ricerca e salvataggio senza mettere a rischio la vita e la sicurezza dei migranti», ha scritto l’ufficio per i diritti umani delle Nazioni Unite. 

Dalla creazione della zona di ricerca e salvataggio libica, la Guardia costiera libica è diventata molto più efficace nel catturare i migranti. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per la migrazione, nel 2021 sono stati arrestati più di 32.000 migranti che cercavano di attraversare il Mediterraneo, rispetto agli 11.891 arrestati in mare nel 2020. Questi migranti vengono portati a riva e messi in prigioni per migranti, dove si verificano una miriade di abusi. 

«Ci sono video dei campi di concentramento in Libia, i campi di concentramento dei trafficanti», ha detto Papa Francesco in un’intervista televisiva a Che tempo che fa, descrivendo come “criminale” il trattamento dei rifugiati che attraversano il Mediterraneo e chiedendo ai paesi dell’UE di accettare un numero maggiore di migranti. 

Le conseguenze per le navi commerciali in navigazione nel Mediterraneo centrale

Il riconoscimento da parte dell’IMO della zona di ricerca e salvataggio della Libia crea problemi legali anche agli armatori e agli operatori di navi private. Se il comandante di una nave privata salva i migranti in acque internazionali (come è richiesto dalla legge) e a quel comandante viene poi ordinato dalla guardia costiera libica di riportare quei migranti al porto di Tripoli, il comandante dovrebbe obbedire a questi ordini? 

A causa dell’annuncio dell’IMO della zona di ricerca e salvataggio libica, i comandanti della Guardia costiera libica possono affermare – come fanno abitualmente – di avere una giurisdizione riconosciuta da parte delle Nazioni Unite anche se in teoria i migranti sono già in acque internazionali. Di conseguenza, i comandanti delle navi mercantili pensano di essere legalmente obbligati a obbedire agli ordini della guardia costiera libica di consegnare i migranti. 

Tuttavia, così facendo, questi comandanti di navi mercantili stanno commettendo un crimine. Ciò è stato reso evidente nel 2021 in seguito alla condanna a un anno di carcere per un capitano italiano che ha fatto esattamente come gli era stato detto dalla Guardia costiera libica, riportando i migranti a Tripoli in violazione del diritto umanitario che vieta il non respingimento. Questa situazione si è creata perché la guardia costiera libica ha rivendicato, con la tacita approvazione dell’IMO, un’ampia giurisdizione su gran parte del Mediterraneo. 

L’IMO ha cercato di offrire indicazioni in merito ai comandanti, ma l’organizzazione non è riuscita a risolvere la contraddizione legale che ha contribuito a creare. L’IMO avverte i comandanti delle navi del loro obbligo legale di salvare i migranti in mare, dicendo loro di obbedire agli ordini dati dal paese, come quelli della Libia, che rivendicano la giurisdizione su una zona di ricerca e salvataggio. Ma lo stesso documento dell’IMO dice anche che i migranti devono essere portati in un “porto sicuro” ufficialmente riconosciuto. Secondo le affermazioni dell’ONU, la Libia non lo è. 

I paesi che fanno parte della convenzione possono proporre emendamenti per evitare ulteriori abusi dei regolamenti e perché l’IMO abbia un ruolo più chiaro nel verificare le informazioni che pubblica legate alle zone di ricerca e salvataggio. Questi emendamenti sono a loro volta votati nelle conferenze convocate dall’IMO. È richiesta una maggioranza qualificata con due terzi dei paesi votanti per la loro adozione. 

E c’è un precedente. Nel suo studio del 2017, Moreno-Lax constata che «a seguito di ripetuti episodi di non conformità agli obblighi di ricerca e salvataggio», la convenzione di ricerca e salvataggio è stata modificata per rendere più chiari gli obblighi dei paesi di effettuare salvataggi. 

«L’IMO deve opporsi all’abuso delle procedure da parte degli Stati per scopi strumentali, per il bene del sistema giuridico internazionale nel suo complesso –  spiega Yasha Maccanico, un ricercatore di Statewatch, un’organizzazione che monitora le libertà civili in Europa -. La zona di ricerca e salvataggio libica si prende gioco del diritto del mare». 

(L’articolo in inglese è stato pubblicato da The Outlaw Ocean Project a febbraio 2022)

CREDITI

Autori

Ian Urbina
Joe Galvin

Editing

Lorenzo Bagnoli

Traduzione

Allison Vernetti

Foto di copertina

In partnership con

The Outlaw Ocean Project

Il centro di Al-Mabani è chiuso, ma le milizie sono ancora impunite in Libia

21 Aprile 2022 | di Ian Urbina, Joe Galvin

C’è una nuova rivalità politica in Libia: il Governo di unità nazionale della Libia (Gun) presieduto da Abdulhamid Dabeiba è sfidato a Est da Fathi Bashagha, primo ministro nominato dalla Camera dei rappresentanti di Tobruk, che ne pretende le dimissioni. Dopo le fallite elezioni dello scorso dicembre, la tensione torna a salire, con le milizie che sostengono l’uno e l’altro leader che stanno riguadagnando terreno. La situazione è diventata talmente complessa che la compagnia petrolifera Noc ha dovuto dichiarare lo stop dei principali impianti il 19 aprile. Alla crisi politica fa il paio la solita situazione umanitaria: l’Organizzazione internazionale delle migrazione ha dichiarato che dall’inizio del 2022 sono stati riportati in Libia dalla Guardia costiera nazionale oltre 4mila migranti (di cui 122 minori), con 95 morti annegati e 381 dispersi. The Outlaw Ocean Project, nel pezzo che segue – pubblicato in inglese a fine febbraio – spiega cosa è successo a uno dei principali centri di detenzione del Paese. Una chiusura che preannunciava l’instabilità tra le milizie. 

 

SSenza nessuna spiegazione da parte del governo, senza fanfare da parte dei gruppi d’aiuto, né copertura da parte di media nazionali o stranieri, la prigione per migranti più conosciuta della Libia, Al-Mabani, è stata ufficialmente chiusa il 13 gennaio 2022.
Durante la sua apertura, per circa 12 mesi, la prigione è stata l’emblema dell’incomprensibile natura del sistema di detenzione della Libia. Stupri, estorsioni e omicidi sono stati frequenti (e ben documentati) all’interno della prigione.
La prigione di Al-Mabani era importante per il mondo non solo perché l’ONU ha dichiarato che al suo interno stavano avvenendo crimini contro l’umanità, ma anche perché la sua esistenza e crescita sono il risultato delle politiche dell’Unione Europea volte a impedire ai migranti di attraversare il Mediterraneo e raggiungere le coste europee.
Dal punto di vista giornalistico parlando, la chiusura di Al-Mabani potrebbe sembrare un risultato. Un team di giornalisti ha denunciato gli abusi subiti nella prigione e il governo ha immediatamente chiuso quel posto. Ma la storia più importante è meno incoraggiante.

Le milizie restano impunite

La chiusura silenziosa di Al-Mabani mostra la natura sempre mutevole dell’incarcerazione in Libia e come tale transitorietà renda quasi impossibile la protezione dei detenuti. I centri di detenzione per migranti aprono, chiudono e riaprono da una settimana all’altra. Gli spostamenti dei detenuti non sono tracciabili: 3mila persone vengono prelevate da una prigione e, misteriosamente, solo 2500 di loro scendono dall’autobus che li trasporta all’altra. Gli operatori umanitari hanno bisogno di mesi per avere i permessi per visitare le prigioni come Al-Mabani — solo per ricominciare i negoziati da capo quando i detenuti vengono spostati in una prigione appena creata. La conseguenza: le milizie possono, sicure di essere impunite, far sparire, torturare e detenere i rifugiati per un tempo indeterminato.

La chiusura di Al-Mabani mostra anche come funzionano effettivamente il potere e la gestione della società in Libia; ciò che determina il modo in cui i detenuti vengono trattati, dove vengono trattenuti, per quanto tempo e se vengono rilasciati ha meno a che fare con la legge o gli imperativi umanitari e più con l’appoggio economico e i pagamenti.

Perché Al-Mabani è stata chiusa: una guerra tra milizie

Probabilmente Al-Mabani non è stata chiusa perché i giornalisti internazionali hanno rivelato che le guardie al suo interno hanno commesso crimini, come l’omicidio di Aliou Candé, oltre a estorsioni e torture di molti altri migranti. Probabilmente Al-Mabani è stata chiusa a seguito di una lotta politica tra due uomini in lizza per gestire la Direzione per il contrasto all’immigrazione clandestina (DCIM, organismo sotto il controllo del Ministero dell’interno libico), che gestisce il flusso di migranti catturati. La detenzione dei migranti in Libia è un grande business e per i detenuti tutto ha un prezzo: protezione, cibo, medicine. Il più costoso di tutti: la libertà.
Quando il direttore di Al-Mabani, il Generale Al-Mabrouk Abdel-Hafiz ha perso il suo posto di comando al DCIM, la prigione – gestita dalla milizia che predilige- è andata in rovina. Il giorno dopo Al-Mabrouk ha perso il lavoro e Al-Mabani ha pubblicato il suo ultimo post su Facebook. Quando il nuovo direttore Mohammed al-Khoja ha preso il controllo al DCIM, il lucrativo flusso dei migranti prigionieri è stato reindirizzato alla prigione di Al-Sikka. Questa struttura era stata precedentemente gestita dallo stesso Al-Khoja. Una portavoce delle Nazioni Unite ha confermato che molti dei detenuti di Al-Mabani sono stati trasferiti ad Al-Sikka. E il bottino va al vincitore.

Mohammed al-Khoja, al centro, con il ministro degli esteri libico Najla Mangoush a gennaio – Foto: Twitter / pbs.twimg.com

La chiusura di Al-Mabani fa anche parte di una più ampia spinta del governo libico di spostare i centri di detenzione ufficiali fuori da Tripoli. Le fughe da parte dei detenuti sono molto più difficili se la prigione di trova nel bel mezzo del nulla. Anche le pressioni da parte dei gruppi di aiuto e dei giornalisti sono meno probabili dato che il governo limita fortemente i movimenti al di fuori della capitale. 

Cosa succedeva all’interno del centro di detenzione

Aperta all’inizio del 2021, Al-Mabani, che in arabo significa “gli edifici”, era nota per la sua brutalità. Nessun giornalista è mai entrato nella struttura, ma i migranti che sono fuggiti hanno raccontato che cosa succedeva al suo interno, a volte anche fornendo filmati girati con i telefonini. La violenza ha raggiunto il suo apice all’interno di Al-Mabani a ottobre durante una sparatoria di massa sui migranti in fuga. L’episodio è avvenuto pochi giorni dopo che le autorità avevano radunato e detenuto arbitrariamente circa 5 mila migranti di Gargaresh, una baraccopoli dove abitano nelle vicinanze. Federico Soda, direttore in Libia dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, ha affermato: «Alcuni dei nostri collaboratori che hanno assistito all’incidente descrivono i migranti feriti che giacciono a terra in una pozza di sangue». Sei persone sono state uccise, altre due dozzine sono state ferite. 

Lo scorso dicembre, The Outlaw Ocean Project ha pubblicato un’inchiesta su Al-Mabani e sul più ampio sistema carcerario ombra che l’UE ha contribuito a creare (qui la traduzione su IrpiMedia). L’articolo ha raccontato la storia di Aliou Candé, un rifugiato climatico della Guinea-Bissau, che è stato arrestato dalla guardia costiera libica finanziata dall’UE nel Mediterraneo, rimandato ad Al-Mabani e infine ucciso dalle sue guardie. 

Questo reportage ha sicuramente giocato un ruolo nella chiusura di Al-Mabani, ma i suoi contenuti più importanti riguardano il modo in cui il sostegno economico europeo passa per governo libico, come questo finanziamento produca crimini contro l’umanità e come l’UE continui a sostenere economicamente questi abusi attraverso il suo sostegno alla Guardia Costiera libica.

Lo schema è chiaro: le milizie gestiscono i centri di detenzione finché possono, poi questi vengono chiusi quando gli intermediari del potere – le milizie reggenti – cambiano oppure quando i media se ne occupano troppo. Per esempio, la prigione di Al-Mabani è stata creata solo per prelevare i detenuti da un’altra prigione notoriamente violenta, Tajoura, dopo che questa aveva iniziato ad attirare troppa attenzione. È stata bombardata nel 2019, e gli investigatori hanno rivelato che tra i migranti uccisi c’erano alcuni che erano stati costretti a svolgere opere militari come l’assemblaggio di armi. «Le chiusure dei singoli centri o la centralizzazione della centri detentivi dei migranti servono a poco per combattere l’abuso sistematico di rifugiati e migranti, evidenziando la necessità di sradicare gli abusi del sistema di prigionia nel suo complesso», ha scritto Amnesty in un rapporto del 2021.

Cosa si dice nelle istituzioni europee del sostegno alla Libia

L’UE è stata lenta ad assumersi le responsabilità del suo ruolo. A gennaio, The Outlaw Ocean Project ha presentato i dettagli della sua indagine alla Commissione per i diritti umani del Parlamento europeo, e ha delineato l’ampio sostegno dell’UE all’apparato di controllo dell’immigrazione in Libia. I rappresentanti della Commissione europea si sono opposti alla nostra descrizione della crisi. «Non stiamo finanziando la guerra contro i migranti – ha detto Rosamaria Gili, direttore per la Libia del Servizio europeo per l’azione esterna -. Stiamo cercando di instillare una cultura dei diritti umani», ha spiegato.

Eppure, solo una settimana dopo, Henrike Trautmann, un rappresentante della Commissione europea, ha detto ai legislatori che l’UE stava per fornire altre cinque navi alla Guardia Costiera libica per rafforzare la sua capacità di intercettare i migranti in alto mare. 

Più navi significa più arresti. Nel 2021, oltre 32mila migranti sono stati arrestati dalla Guardia Costiera libica e riportati nelle prigioni libiche per migranti. Con il sostegno aggiuntivo dell’UE, è probabile che quel numero aumenterà nel 2022. «Sappiamo che il contesto libico è tutt’altro che ottimale per tutto questo – ha ammesso Trautmann -. Pensiamo che sia pur sempre meglio continuare a sostenere questo che lasciarli al loro destino».

Foto di copertina: Palizzolo/Getty
Traduzione: Allison Vernetti
Editing: Lorenzo Bagnoli
In partnership con: The Outlaw Ocean Project