Traffico di captagon nel Mediterraneo: il porto siriano di Latakia è il cuore dello smercio

#PiratiDelMediterraneo

Traffico di captagon nel Mediterraneo: il porto siriano di Latakia è il cuore dello smercio

Cecilia Anesi
Ahmed Eid Ashour
Sameh Ellaboudy
Maher Shaeri

Il sole stava tramontando sul porto di Latakia, in Siria, mentre una nave portacontainer salpava direzione Libia orientale. Era il 2 dicembre 2018 e la Noka, carica di merci provenienti da Damasco, viaggiava con una sorpresa. Nascosti in un doppiofondo e coperti da spezie, caffè e segatura c’erano due carichi speciali: sei tonnellate di hashish e tre milioni di pillole di captagon, una droga sintetica molto popolare in Medio Oriente.

Chi pilotava la portacontainer ne era al corrente. Infatti, appena superata l’isola di Cipro il comandante aveva spento il sistema di identificazione automatica (a.i.s) sparendo così dai radar. Ma, grazie ad una soffiata e al supporto aereo da parte di Frontex (l’Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera), il 5 dicembre 2018 la guardia costiera greca intercettava la nave battente bandiera siriana all’altezza di Creta, abbordandola, sequestrando la droga e arrestando l’intero equipaggio.

Era il sequestro di captagon più grande mai portato a termine dalle autorità greche: la prova che il traffico di captagon era esploso nel bacino del Mediterraneo dopo il caos delle rivolte della primavera araba del 2011.

“Captagon” è il nome dato alla sostanza psicotropa, chimicamente cloridrato di fenetillina (un composto derivato dal legame tra amfetamina e teofillina), inventato nella Germania occidentale degli anni ‘60 per trattare il disturbo da deficit di attenzione (ADHD, ndr), la narcolessia e la depressione. Bandito negli anni ’80, il captagon viene illegalmente sintetizzato in Medio Oriente e consumato in particolare negli Stati arabi del Golfo Persico come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e, più recentemente, tra i combattenti in Siria.

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L'inchiesta
Alla fine del 2018 viene sequestrato un mercantile con un grosso carico di pasticche di captagon per oltre 100 milioni di euro di valore, prova di un boom del commercio di droga nel Mediterraneo alimentato dalla guerra civile siriana. Partendo da una ricerca sui veri proprietari della nave, IrpiMedia, Daraj e Occrp hanno scoperto una rete criminale, legata al la famiglia Assad, attiva tutt’ora tra Siria, Libia e paradisi fiscali.

Le pasticche di captagon prodotte oggi, illegalmente, si allontanano dalla formula originale, combinando l’anfetamina con sostanze come caffeina, teofillina e paracetamolo. Ma le compresse continuano ad assomigliare alle originali, marchiate con il logo della doppia “C”, facendogli guadagnare il soprannome “Abu Hilalain”, in arabo “padre delle due mezzelune”.

Durante gli ultimi dieci anni, la Siria è divenuta a tutti gli effetti il principale produttore di captagon del Medio Oriente e il porto di Latakia è il cuore pulsante del traffico

Durante gli ultimi dieci anni, la Siria è divenuta a tutti gli effetti il principale produttore di captagon del Medio Oriente e il porto di Latakia è il cuore pulsante del traffico: è da qui che sono partiti la maggior parte dei carichi sequestrati nei porti libici, italiani, greci e rumeni. Il più grande carico sequestrato ad oggi è stato scoperto dalla Guardia di Finanza nel porto di Salerno, a giugno 2020. Ben 14 tonnellate di pasticche di captagon nascoste in bobine di carta. Valore stimato al dettaglio, un milione di euro. Un florido commercio, quello del captagon, cresciuto negli ultimi anni assieme al sospetto che dietro questo business milionario si celino milizie e faccendieri legati al regime siriano.

Grazie all’esame di documenti giudiziari greci, italiani e libici, dati di registrazione delle società e dati di tracciamento delle navi e interviste esclusive, OCCRP e IrpiMedia possono svelare dettagli inediti su una rete di criminali siriani e società di comodo collegate tanto alla Noka quanto al più ampio traffico di captagon nel Mediterraneo.

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Il caso Bonnie B e la flotta contesa

Da un procedimento giudiziario si scopre il tentativo di uomini di mare di aggiudicarsi alcune delle navi protagoniste di episodi di contrabbando tra Libia, Malta e Italia dal 2015 al 2017

Si parte dalla città portuale di Latakia, che dall’inizio del conflitto siriano è rimasta sotto il controllo del governo di Assad ed è oggi pattugliata dalla famigerata Quarta Divisione dell’esercito, un’unità speciale guidata dal fratello del presidente Bashar Al-Assad, Maher Al-Assad. 

Ma a risalire la china della Noka, si arriva fino all’Italia. Perchè in un passato non troppo lontano il suo armatore, un siriano di nome Taher Al-Kayali, viveva proprio in Italia. Da Sanremo gestiva una agenzia marittima, la Fenikia International, con cui però – secondo due diverse procure italiane – organizzava spedizioni illegali: auto di lusso e imbarcazioni di lusso rubate.

Oggi Alkayali vive a Latakia, dove possiede una caffetteria nel porto turistico di Latakia, grazie all’appoggio di Mudar Al-Assad, cugino di Bashar Al-Assad, la cui società controlla un porto per yacht di lusso e un complesso turistico.

L’ultimo passo è la Libia, dove risiedeva chi avrebbe ricevuto il carico di captagon della Noka: una gang attiva tra Siria e Libia di cui quattro membri sono stati condannati a morte a Bengasi proprio per il caso della Noka, e per altre carichi illeciti ricevuti in precedenza.

Il personale della Guardia di Finanza impegnato durante il sequestro di 14 tonnellate di captagon nel porto di Salerno

Alkayali il contrabbandiere

L’armatore della Noka, Taher Alkayali, 60 anni, ha vissuto due vite. La prima, in Italia, passata tra Sanremo e Torino, dove vive ancora la ex-moglie italiana e i loro due figli. La seconda in Siria, da latitante, iniziata nel 2015. È infatti quello l’anno in cui viene condannato dal Tribunale di Pesaro per un traffico di imbarcazioni di lusso che Alkayali avrebbe diretto prima dall’Italia, e poi da acque internazionali, a bordo proprio di uno degli yacht rubati.

Un business, quello della ricettazione di beni di lusso, che Alkayali aveva già iniziato da tempo. Infatti nel 2007 la polizia italiana lo arresta con l’accusa di guidare un gruppo di malviventi che contrabbandandavano auto di lusso rubate e spedite tramite il porto di Rotterdam, nei Paesi Bassi, verso Emirati Arabi e Giappone. Una vicenda che lo porta nel 2010 a una condanna definitiva da cui si salverà grazie all’indulto.

Nel 2013 però sarà un’indagine dei carabinieri di Pesaro a rimetterlo di nuovo nei guai. Questa volta Alkayali è accusato di essere a capo di un’associazione a delinquere che ruba yacht di lusso in Italia, e li vende a ricchi clienti in Medio Oriente. 

A gestire gli “ordini” sono Alkayali e un altro siriano non identificato dagli inquirenti, noto solo come “John” e di stanza ad Alessandria d’Egitto. Con loro c’è un altro italiano, Enrico Luidelli che gestisce i furti con una serie di skipper pronti a rubare le barche dai porti turistici italiani e salparle direzione Grecia, Egitto, Turchia.

L’armatore della Noka, Taher Alkayali, 60 anni, ha vissuto due vite. La prima, in Italia, passata tra Sanremo e Torino, dove vive ancora la ex-moglie italiana e i loro due figli. La seconda in Siria, da latitante, iniziata nel 2015

Milioni di euro guadagnati a danno delle compagnie di assicurazione di imbarcazioni grazie anche, alcuni casi, anche alla connivenza dei proprietari stessi. Soldi che non sono mai stati trovati perchè i carabinieri non sono mai riusciti a rintracciare Alkayali, condannato in contumacia nel 2015 a sei anni e mezzo di prigione per furto e ricettazione. Alkayali da allora è rimasto al sicuro a Latakia.

Raggiunto via e-mail da OCCRP, Kayali si è difeso dicendo che la condanna di Pesaro è «purtroppo vera», ma che la procura aveva travisato la realtà. «L’Italia è la mia seconda casa» e – ha spiegato – il caso delle auto di lusso rubate era stato un colpo di sfortuna. Avrebbe semplicemente acquistato una BMW X6 da una persona che l’aveva poi denunciata come rubata alla compagnia assicurativa.

Il caso del furto di yacht invece, ha aggiunto l’uomo, si basava su un malinteso. Alcune persone avevano acquisito degli yacht in Italia e ci avevano viaggiato verso il Medio Oriente «usando documenti considerati legali qua (in Medio Oriente), ma illegali in Italia». Alkayali nega anche di avere a che fare con il traffico di droga, definendo la sua attività di commercio marittimo lecita.

Alkayali per navigare ha registrato alcune società offshore a Londra. Non solo una versione inglese della Fenikia International ma anche un’altra azienda marittima, Neptunus Overseas Limited, aperta a marzo 2017 presso il civico 27 di Old Gloucester Street, un edificio residenziale di quattro piani usato da centinaia di società bucalettere.

Sempre nel 2017 ha aperto anche a Latakia una società chiamata Neptunus LLC, un’agenzia marittima che gestisce navi e ne fornisce anche alcune in affitto. Alle autorità portuali di Latakia risulta che la Neptunus LLC sia di Taher Alkayali e di un socio chiamato Yasser Al-Sharif, un nome su cui però i reporter non sono riusciti a trovare alcuna informazione.

Quel che è certo è che il 3 novembre 2018 Alkayali abbia utilizzato la Neptunus siriana per acquistare la portacontainer Noka da una società libanese, la Medlevante Overseas Ltd, che la possedeva da pochi mesi.

Nel rispondere alle domande di OCCRP, Alkayali ha dichiarato di avere affittato la Noka ad una società siriana chiamata Lamira Company che la doveva usare per offrire un collegamento, la Lamira Line, per connettere Latakia a Bengasi, in Libia, e Latakia ad altri porti del Mediterraneo.

Le proprietà di Noka

L’assetto proprietario della nave Noka il cui armatore risulta essere Taher Al-Kayali

La procura greca che ha fermato la Noka, ha potuto analizzare le bolle di accompagnamento dei container contenenti la droga, scoprendo come erano stati inviati dalla società Daboul e Mufti, con sede appena fuori Damasco, e da Mohammad Hani Abdeen da Damasco – uno degli uomini poi condannati a morte per il suo coinvolgimento nel carico illecito della Noka, e in altri presunti traffici, dal tribunale di Bengasi. Daboul e Mufti è un’azienda che produce agenti chimici, tra cui un detergente che era stato usato nei container caricati sulla Noka per mascherare l’odore della droga.

Alkayali giura di non essere implicato nella vicenda. Da quando Lamira Company aveva affittato la sua nave, ha detto, la barca ha fatto due viaggi commerciali da Latakia a Bengasi. Ed è stato durante questo secondo viaggio che è stata fermata dalla guardia costiera greca che ha trovato «oggetti proibiti» – un riferimento al carico di droga – messi dentro e fuori container.

Alkayali per navigare ha registrato alcune società offshore a Londra

«Abbiamo collaborato a pieno con le autorità greche e siamo stati in grado di dimostrare l’innocenza sia dell’equipaggio (poi scarcerato) sia dell’armatore, ma dopo aver subito pesanti perdite economiche», ha detto Alkayali. «Inshallah (se Dio vuole), la nave rientrerà in patria come l’equipaggio, da poco rimpatriato. Per quanto riguarda le merci, abbiamo detto ai proprietari di farsele spedire dove vogliono». Alkayali ha poi augurato ai giornalisti di trovare «i veri criminali» smettendo di rispondere alle e-mail.

Secondo il database marittimo Equasis, l’impresa di Alkayali – la Neptunus – dal novembre 2018 risulta armatore, manager commerciale e responsabile della sicurezza a bordo della nave Noka. In breve, la Neptunus è legalmente responsabile di qualsiasi carico illegale venga trasportato dalla nave, anche se affittata ad aziende terze.

Chi c'è dietro la società Lamira Line?
La Noka è stata utilizzata per servire la cosiddetta Lamira Line, un collegamento marittimo tra Latakia e altri porti del Mediterraneo orientale, lanciato quattro mesi prima che la guardia costiera greca intercettasse la Noka e interrotto poco dopo.

Ma è difficile determinare chi abbia avuto l’effettivo controllo su quella linea marittima. La “Lamira Company” non risulta ufficialmente registrata né in Libano né in Siria.

Infatti, al di là di una presentazione su Facebook del dicembre 2018 postata dal Ministero dei trasporti della Siria, che ritraeva la Noka con la scritta “Lamira Line” nel porto di Bengasi a inizio novembre 2018, ci sono poche prove che la linea marittima sia davvero esistita.

Ad agosto 2018, il giornale libanese Al-Akhbar (vicino a Hezbollah, e alleato del regime siriano) ha pubblicato un breve articolo che annunciava l’inaugurazione della “Lamira Line” da parte della Neptunus di Latakia.

Ma Kayali ha dichiarato a OCCRP di avere affittato la Noka alla Lamira Company per servire la linea. Ha aggiunto anche che la sua azienda aveva fatto pubblicità per la Lamira Line, ma non ha voluto rivelare chi fosse il proprietario della Lamira Company.

Un documento giudiziario greco aggiunge un tassello: dai documenti a bordo la Noka risultava gestita dalla Li-Marine Inc, una società con sede sia a Beirut che a Latakia, il cui nome in arabo si scrive come “Lamira”.

Un responsabile di Li-Marine Inc. a Latakia contattato da OCCRP ha dichiarato che l’azienda era stata impiegata dalla Neptunes per eseguire un’ispezione tecnica della sala macchine e dello scafo della nave.

Un portavoce di Li-Marine a Beirut ha ulteriormente insistito sul fatto che l’azienda fosse distinta dalla Lamira Company siriana, dicendo di essere invece «una società libanese […] responsabile per la navigazione» e di avere un contratto con Neptunus. Alla richiesta di una copia del contratto, il portavoce ha indirizzato OCCRP a un account e-mail di Neptunus.

La fortezza della famiglia Assad

Con la crescita del commercio di captagon sono aumentati anche i sospetti rispetto al coinvolgimento del regime siriano in questo traffico. Latakia – la città portuale da dove è salpata la Noka e da dove operano le aziende di Alkayali – è conosciuta per essere il feudo impenetrabile di Assad. Nonché la zona di provenienza di gran parte del captagon prodotto al mondo. 

Storicamente, il captagon illecito veniva sintetizzato in Europa orientale, Turchia e Libano. A seguito del conflitto Israele-Hezbollah del 2006 in Libano è iniziata una produzione massiccia perché Hezbollah aveva bisogno di ri-finanziarsi. Così, la Valle della Beqā che corre lungo il confine con la Siria, che già ospitava la produzione di hashish, si è riempita di laboratori per la sintetizzazione del captagon. 

La guerra civile in Siria, iniziata ormai un decennio fa, ha poi segnato un punto di svolta: la domanda di captagon è aumentata tra i combattenti. La produzione si è così gradualmente spostata in Siria, favorita sia del caos causato dal conflitto sia dalle infrastrutture di produzione e trasporto (come strade funzionanti, elettricità e acqua corrente) che erano già sul posto. Infatti, prima dello scoppio della guerra, la Siria era uno dei maggiori produttori di farmaci in Medio Oriente.

La guerra civile in Siria, iniziata ormai un decennio fa, ha poi segnato un punto di svolta: la domanda di captagon è aumentata tra i combattenti

Dal 2013, i trend dei sequestri mostravano come la Siria fosse diventata «la nuova capitale mondiale del captagon», secondo un articolo pubblicato nel 2016 dal Journal of International Affairs della Columbia University. Con l’agricoltura, il petrolio e il terziario allo stremo, le esportazioni di droga sono diventate la principale fonte di valuta estera per la Siria. 

Anche se dati ufficiali scarseggiano, il commercio di captagon si afferma come uno dei settori più redditizi per l’economia siriana. Il sequestro di 14 tonnellate di captagon operato dalla Guardia di Finanza a Salerno è stato quantificato in un miliardo di euro di valore, una cifra che supera l’intero ammontare delle esportazioni di merci legali dalla Siria che nel 2019 si aggirava sui 700 milioni di dollari.

Analizzando cinque spedizioni di droga partite dai porti siriani tra giugno 2019 e agosto 2020 – sequestrate in Grecia, Italia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Romania – il centro di analisi marittima Middle East and North Africa Maritime Development Program (MMDP), con sede a Londra, ha stimato il contrabbando di droga in partenza dai porti siriani in circa 16 miliardi di dollari all’anno.

Il prezzo di una pasticca di captagon può variare notevolmente in base alla qualità e al luogo in cui viene venduta. Si parte da pochi dollari in Siria (prezzo simile a quello precedente al recente crollo finanziario del paese), fino ad arrivare a 25 dollari a pillola negli Emirati. La stima fatta dalla Guardia di Finanza sul costo a pasticca diretta in Libia, invece, è di circa 12 euro. 

Adnan Haj Omar, che guida la squadra di ricercatori di MMDP, ha spiegato che l’entità dei sequestri (e il fatto che siano stati tutti ignorati dai media statali siriani) suggerisce che dietro questo traffico ci sia una organizzazione criminale capace di influenzare le istituzioni e gli organi decisionali del Paese con connivenze all’interno del governo Assad.

La dogana siriana, a cui spetta il compito di controllare l’esportazione via mare, l’importazione e il transito di beni, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

La teoria di MMDP è condivisa anche da altri ricercatori. Il Journal of International Affairs, ha sottolineato come l’abilità di cambiare rapidamente le rotte del contrabbando in risposta a un aumento dei controlli sia indice di un supporto da parte del governo di Assad. Ad esempio, dopo il giro di vite da parte delle dogane turche nel 2015, sono state utilizzate rotte alternative che attraversano la Giordania e il Libano. Il report suggerisce che ci sia un coordinamento centralizzato per il traffico di captagon o che le organizzazioni criminali coinvolte siano coordinate tra loro, implicando ancora una volta un possibile supporto da parte del governo di Assad.

La dogana siriana, a cui spetta il compito di controllare l’esportazione via mare, l’importazione e il transito di beni, non ha voluto rilasciare dichiarazioni

Non a caso, ritengono i ricercatori, gran parte dei carichi di captagon partono da Latakia. Storicamente, le coste siriane sono il cuore pulsante della minoranza alauita della Siria, dalla quale proviene la famiglia di Assad, e la regione è stata leale agli Assad durante tutto il conflitto. Qardaha, città natale della famiglia Assad, è a meno di 30 km da Latakia. Questa città portuale è associata in particolare al fratello più piccolo di Bashar Al-Assad, Maher Al-Assad, che dirige la Quarta Divisione dell’esercito.

Un giornalista locale ha raccontato a OCCRP che «niente esce da questo territorio» senza l’approvazione delle truppe di Maher Al-Assad, aggiungendo che il commercio del captagon «è una grande fonte di guadagno per l’esercito e i miliziani che lavorano per loro».

Alkayali gestisce un cafè proprio in questa roccaforte di Assad, nella marina di Latakia, dentro al resort di proprietà un altro parente di Assad, il cugino Mudar Al-Assad.

I maggiori sequestri di captagon
  • Ottobre 2015: un membro della famiglia reale saudita è arrestato all’aeroporto di Beirut dopo aver cercato di far uscire dal Paese due tonnellate di captagon sul suo aereo privato. 
  • Dicembre 2018: la Noka, dopo aver lasciato Latakia in direzione Libia, viene fermata dalla guardia costiera greca con un carico di oltre 100 milioni di dollari di cannabis e captagon a bordo. 
  • Luglio 2019: le autorità greche sequestrano un grande carico di captagon proveniente dalla Siria, con un valore di mercato di oltre mezzo miliardo di euro. I tre container sequestrati contenevano 5,25 tonnellate di pasticche.
  • Febbraio 2020: gli ufficiali del porto di Jebel Ali di Dubai confiscano 35 milioni di pillole di captagon per un peso di oltre cinque tonnellate. Erano nascoste tra cavi elettrici.
  • Giugno 2020: la Polizia italiana del porto di Salerno trova più di 14 tonnellate di Captagon, con un valore di mercato di circa 1 miliardo di euro, nascoste all’interno di bobine industriali di carta. Ad aprile era stato fermato un altro carico di 190 chili di captagon.
  • Gennaio 2021: le autorità egiziane confiscano più di otto milioni di pillole di captagon e otto tonnellate di hashish in un container a Porto Said, una città all’estremità settentrionale del Canale di Suez. 
  • Marzo 2021: la dogana di Dubai sequestra quasi tre milioni di pillole di captagon al porto di Jebel Ali, nascoste in un container. 
  • Marzo 2021: le autorità malesi confiscano 94,8 milioni di pillole di captagon, con un valore di mercato di più di un miliardo di euro e dal peso di 16 tonnellate. Il sequestro viene fatto in seguito alla cooperazione con l’Arabia Saudita. 
  • Aprile 2021: l’Arabia Saudita confisca più di 5,3 milioni di pillole nascoste in carichi di melograni provenienti dal Libano. In risposta, l’Arabia Saudita impone un divieto di importazioni di prodotti libanesi.  
  • Maggio 2021: la Turchia confisca più di una tonnellata di pillole di captagon nascoste in 11 container al porto di Iskenderun, città a sud del paese.

I legami con la Libia 

Dalla Siria, una parte del captagon viene portato via terra attraverso i Paesi confinanti, come  Giordania e Iraq fino agli Stati arabi del Golfo Persico. Ma sono le rotte marittime che partono dai porti sulla costa siriana a rivestire l’importanza più strategica: perchè così i contrabbandieri evitano i controlli alle frontiere, e possono trasportare grandi quantità con meno rischi.

Nella scacchiera dei movimenti via mare di questa droga, la Libia riveste un ruolo fondamentale. è uno uno dei punti principali di stoccaggio e smercio del captagon. La maggior parte non è per il consumo locale, e infatti una volta arrivato lì viene trasportato via terra fino al vicino Ciad, Egitto o verso il Golfo Persico.

Il legame tra Siria e Libia nel traffico di captagon si è rafforzato dal 2014, quando il generale libico rinnegato Khalifa Haftar lanciò la sua campagna Operazione Dignità per liberare Bengasi dalle forze islamiche e riconquistare così gran parte della Libia orientale. Haftar e il regime di Assad si trovarono dalla stessa parte in una disputa geopolitica, entrambi sostenuti dalla Russia e contro forze militari sostenute dalla Turchia.

Nel maggio 2020, Fathi Bashagha, Ministro dell’Interno del governo libico riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dalla Turchia con base a Tripoli, ha accusato il regime di Assad e Haftar di beneficiare del canale della droga che va dalla Siria alla Libia. 

Un documento ottenuto da OCCRP e che è stato reso pubblico durante il processo a Bengasi relativo al carico della Noka, mostra il dietro le quinte del traffico di captagon. A tirare le fila, in Libia, è una banda di trafficanti guidata da Mahmud Abdulilah Daji, un siriano-libico che il tribunale ha condannato a morte, in contumacia.

Le rotte del captagon

Tra Siria, Libia ed Egitto il captagon viaggia attraverso il Mediterraneo

Il 21 luglio 2019, la Corte d’Appello di Bengasi ha emesso un sentenza che accusa Daji – che adesso si trova in Siria – e i suoi aiutanti di essere coinvolti nel traffico di captagon della Noka, nonché di tre altri carichi di captagon fermati in Libia: uno al porto di Al Khums vicino Tripoli nella Libia occidentale, uno a Bengasi e un altro a Tobruk in Libia orientale.

La banda di Daji è stata individuata dopo che la Direzione della dogana a Bengasi scoprì un deposito che Daji affittava a Bouatney, un’area residenziale e industriale nell’est di Bengasi, sequestrando «un’enorme quantità di hashish» nascosta nel doppio fondo dei container – nascosta esattamente come la droga a bordo della Noka.

Secondo i documenti del tribunale, la spedizione è stata organizzata da Damasco da Mohammad Hani Abdeen (lo stesso uomo identificato dalle autorità greche come uno dei destinatari del carico della Noka) e diretta ad un’azienda di Bengasi chiamata “Libya East Company”, che aveva ricevuto il carico e sdoganato la merce per conto di Daji. Sempre secondo l’accusa, Daji ha impiegato due uomini in Siria come collaboratori: Mohammed Saad e Hashem Ajjan.

Per stoccare il carico l’azienda libica di Daji, la Al Tayr International Trading, ha affittato il deposito di Bouatney, pagando a un uomo del posto l’affitto mensile di 8 mila dinari libici (circa 5,7 mila dollari) un anno in anticipo. Per i giudici di Bengasi, Daji in persona solitamente arrivava in Libia due giorni prima dei carichi e se ne andava dopo che i container erano stati svuotati.

L’azienda che li sdoganava per lui, la Libya East Company, avrebbe anche corrotto i funzionari doganali per evitare ispezioni ai container in arrivo.

In cambio, Daji li ha pagati 5,5 mila dinari libici (poco più di 3,9 mila dollari) a container per lo sdoganamento, pagamento che avveniva presso il deposito affittato da Daji.

Una volta che ai commercianti libici venivano consegnati i “beni legali”, come biscotti e succhi di frutta, i container restavano nel magazzino dove si procedeva a smantellare il doppio fondo e a estrarre le droghe lì nascoste.

I collaboratori di Daji, Saad e Ajjan, hanno dichiarato agli inquirenti di avere operato sotto pagamento da parte di Daji, 10 mila dollari a testa per ogni container. I due avvolgevano la droga nelle coperte, la impacchettavano in scatole di cartone e la carivacano su camion refrigerati che Daji guidava verso una destinazione a loro sconosciuta.

Secondo un funzionario del tribunale, Saad e Ajjan (entrambi condannati a morte per fucilazione) sono ancora in prigione.

Contattato da OCCRP, un portavoce di Al Tayr International Trading a Damasco – l’azienda che secondo il tribunale di Bengasi aveva affittato il deposito lì – ha dichiarato l’azienda estranea alla vicenda del carico illegale della Noka. Aggiungendo una informazione curiosa: il deposito apparteneva alla Nuptunus Company in Libia. Nel frattempo, nonostante l’indagine e la sentenza libica, l’azienda Al Tayr ha continuato a operare spedizioni marittime tra la Siria e la Libia, pubblicizzando il servizio anche sulla sua pagina Facebook.

Un commercio fiorente

Con l’economia di Siria e Libia a pezzi e gruppi armati e militanti che controllano parte dei loro territori, non c’è ragione di credere che il traffico del captagon rallenti da solo. In una delle ultime retate, sono state trovate in Arabia Saudita più di 5,3 milioni di pillole nascoste in una spedizione di melograni.

Muhammad Abdul Rahman Al-Fitouri, il consulente per le relazioni pubbliche del nuovo Ministro dell’Interno libico Khalid Tijani Mazen, ha spiegato a OCCRP che non si aspetta che il contrabbando cessi, nonostante il nuovo governo unitario insediato con un accordo di pace tra Haftar e il governo di Tripoli. Il Ministro dell’Interno ha dichiarato che anche passi semplici come «installare macchine a raggi x nei porti libici per rilevare il contrabbando» sono difficili per le autorità al momento.

In una delle ultime retate, sono state trovate in Arabia Saudita più di 5,3 milioni di pillole nascoste in una spedizione di melograni

Quanto ad Alkayali, è uscito relativamente indenne dal caso Noka: mentre gode della protezione della famiglia Assad continua a gestire il suo bar a Latakia dove attracca anche uno yacht privato di sedici metri.

Il porto turistico, appartiene alla società siriana per gli investimenti e lo sviluppo, di cui metà delle azioni sono detenute dal cugino del Presidente Bashar Al-Assad, Mudar Al-Assad.  

Anche se il padre di Mudar, Rifaat Al-Assad, andò in esilio dopo un tentativo di colpo di Stato fallimentare nel 1984 contro il fratello (l’ex Presidente Hafez Al-Assad), sembra non esserci alcuna rivalità tra Mudar e l’attuale regime.

Interpellato riguardo la sua relazione con Mudar, Alkayali lo ha descritto come «un amico che sono onorato di avere», ma ha negato che vi fossero legami commerciali. OCCRP ha cercato di contattare Mudar tramite una raccomandata spedita alla sua azienda di Damasco per avere un commento, ma la consegna della raccomandata è stata rifiutata. 

Alla domanda su Maher Al-Assad, il fratello del Presidente che guida la Quarta Divisione che controlla Latakia in una morsa militare, Alkayali ha dichiarato che sarebbe «un onore» incontrarlo un giorno.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Ahmed Eid Ashour
Sameh Ellaboudy
Maher Shaeri

Ha collaborato

Stelios Orphanides
Evagelia Kareklaki

In partnership con

A Skopje scoperto un passaportificio per narcos

16 Aprile 2021 | di Cecilia Anesi

Un passaportificio per narcotrafficanti e mafiosi di mezzo mondo, è ciò che era diventato l’ufficio passaporti del Ministero dell’Interno della Macedonia del Nord. Lo ha scoperto un’indagine della polizia macedone con il supporto di Interpol. Una storia incredibile, che fa luce sulla capacità di infiltrazione delle mafie balcaniche nelle istituzioni e sugli accordi ormai ben consolidati tra criminalità organizzate diverse. Un servizio, quello offerto dalla mafia macedone, che si sospetta non avvenisse su pagamento ma più come scambio di favori, non solo verso quella albanese e serba a cui la mafia macedone è particolarmente legata, ma anche verso gruppi italiani e latinoamericani.

Una vicenda che acquisisce contorni ancora più inquietanti per come è diventata di pubblico dominio: grazie alla denuncia del leader dell’opposizione Hristijan Mickovski che però è stato accusato dal Ministero di avere volontariamente messo a repentaglio le indagini offrendo ai criminali l’opportunità di darsi alla fuga.

Infatti, la notizia è filtrata due giorni prima degli arresti programmati. Nel botta e risposta tra opposizione e governo, Mickovski, a sua volta, ha accusato il Primo Ministro Zoran Zaev di essere parte, assieme al Ministro degli Interni Oliver Spasovski, dello schema per regalare passaporti ai criminali.

Mickovski ha tirato fuori sei nomi e foto di passaporti, subito ripresi sui social, di sei soggetti di alta pericolosità sociale. Sono Valid Isa Hmais, descritto come riciclatore dei proventi del traffico di cocaina della ‘ndrangheta, Florian Musaj, narcotrafficante della gang albanese Baruti, Stefan Djukic narcotrafficante montenegrino del Kavacki clan, un broker per il narcotraffico in Spagna, Lui Volina, il mafioso turco Sedat Peker e infine il temutissimo Jovan Vukotic, boss del clan montenegrino Škaljar.

La fuga di informazioni ha mandato su tutte le furie il Ministro dell’Interno Spasovski, che ha dovuto anticipare gli arresti. Sono state indagate in tutto 11 persone, otto delle quali incarcerate, anche se uno degli indagati è riuscito a sfuggire all’arresto, proprio la persona sospettata di mediare tra gli impiegati dell’ufficio passaporti e la mafia. Nove di loro, sono infatti dipendenti del Ministero dell’Interno.

Ma le indagini sono ancora in corso poiché – come ha potuto verificare il media partner di IrpiMedia, Investigative Reporting Lab Macedonia – i passaporti emessi a criminali legati alle mafie di mezzo mondo sono ben 215.

Interpol in questa indagine ha lavorato per verificare le vere identità di questi oltre 200 passaporti, confermando che la maggior parte sono latitanti e ricercati a livello internazionale. Le identità rubate invece, cioè i nomi che finivano sui passaporti macedoni affianco alle foto dei latitanti, erano di cittadini privi di passaporto, o macedoni o albanesi che non avevano idea del furto di identità.

I narcos invece arrivavano a Skopje per farsi fotografare in questura senza alcun timore, mostrando una finta documentazione anagrafica con il nome dello sfortunato di turno. Poche ore ed erano pronti a viaggiare senza che nessuno li fermasse più.

Come Florjan Musaj, leader di un cartello del narcotraffico albanese che a luglio 2019 ha ottenuto un passaporto macedone a nome di Naum Filo. «Ha viaggiato liberamente in Europa, fino a quando a ottobre 2019 non è partito per l’America Latina», ha dichiarato il leader dell’opposizione.

Musaj è ricercato da agosto 2018 quando la Guardia di Finanza di Trento, in collaborazione con le autorità tedesche e olandesi, lo aveva indagato per un traffico di droga dal Belgio e Olanda all’Austria e Nord Italia. Le indagini avevano appurato come le due gang dei Bushi e Baruti, di cui Musaj faceva parte, avesse trafficato in due anni 120 chili tra cocaina, eroina e marijuana per un valore di 20 milioni di euro.

Ma è anche la storia di un vecchio lupo del narcotraffico, Valid Isa Hmais (come lo scrivono i macedoni) o meglio Waleed Issa Khamays, come è conosciuto in Italia e in America Latina. Giordano di nascita, classe 1961, descritto come “il palestinese” per avere militato nel Fronte popolare di lotta palestinese, inizia la sua “carriera” con la ‘ndrangheta calabrese a metà anni ‘80. Vive a Bovalino – in Locride – dove la ‘ndrangheta tenta di comprargli un permesso di soggiorno falso.

Un articolo di Repubblica dell’epoca racconta come da lì era emigrato a Milano sposando una prostituta milanese ma, colpito da un provvedimento di espulsione, era potuto rientrare in Italia solo dopo una plastica facciale. A fine anni ‘80, a Milano e Roma, era stato visto in compagnia di mafiosi calabresi e di trafficanti d’armi giordani. Ma è solo nel 1992, quando viene arrestato in Brasile per narcotraffico, che trapela un nuovo aspetto inquietante: grazie al confronto tra le impronte digitali in possesso degli inquirenti italiani e quelle prese al “palestinese” oltreoceano, viene identificato come il killer incaricato dalle cosche siciliane e calabresi di alcuni omicidi eccellenti, poi mai avvenuti (i Ministri Martelli e Andò e il Generale dei Carabinieri, Enrico Messina).

L’indagine che aveva portato al suo arresto era la storica Fortaleza, della procura di Milano, che dimostra come già dai primi anni ‘90 il giordano lavorasse fianco a fianco alla primula rossa e pezzo da novanta del narcotraffico mondiale, Rocco Morabito alias U’Tamunga, africota e punto di riferimento per tutta la potente ‘ndrangheta della Locride. I due, dopo avere stabilito una base presso il mercato ortofrutticolo di Milano, erano andati in Brasile da dove avevano organizzato carichi di centinaia di chili di cocaina per l’Europa. Il legame tra Morabito e Khamays sembra indissolubile, e secondo recenti indagini brasiliane Khamays è servito da ponte con due organizzazioni di narcotrafficanti strategiche, da una parte il più potente cartello del Brasile, il Primer Comando Capital, e da un’altra la mafia serba di Darko Saric.

Dopo essere fuggito dal carcere negli anni ‘90 Khamays esce dai radar costruendosi una valida copertura (apre un’azienda siderurgica e una di costruzioni nel distretto di San Paolo) ma in realtà, secondo la procura federale, ha sempre continuato a negoziare droga come ponte tra il PCC e la ‘ndrangheta.

Nel settembre 2017, la polizia federale lancia l’operazione Brabo contro 127 persone sospettate di far parte di un cartello internazionale di traffico di droga, guidato dal PCC e con la partecipazione dei serbi di Darko Saric, per inviare cocaina in paesi in Africa e in Europa. Tra questi c’è Waleed Khamays.

La polizia si è così resa conto che dal 1991, momento in cui avevano iniziato a indagare sul narco, poco era cambiato. La logistica internazionale del traffico di droga dal Brasile resta gestita dalle cellule in capo a Khamays e U’Tamunga. E non si parla solo di carichi, ma di assistenza mutuale. Un episodio nel giugno 2017 lo conferma. Viene arrestato in Brasile Vincenzo Macrì, narco di Siderno. Viaggia con passaporto falso, è in transito verso il Venezuela. E allora interviene Waleed Khamays che manda il suo avvocato di fiducia ad assisterlo nelle prime ore in carcere.

Un legame, quello con la Calabria, confermato anche dall’indagine Brabo: Khamays organizzava carichi con il PCC e i serbi di Darko Saric anche verso l’Italia, tra cui 384 chili sequestrati al porto di Gioia Tauro il 19 ottobre 2016.

Da allora, Khamays è latitante. Ma sulla bilancia dei favori è chiaro che il giordano era in credito sia con la ‘ndrangheta sia con le mafie balcaniche. È così che ottiene accesso al “passaportificio” di Skopje, che a gennaio 2019 gli regala una nuova identità a nome dell’albanese Vurmo Takjo, nato nel 1965 nella quieta cittadina di Corizza. Un lasciapassare per viaggiare in Europa e per tornare, si presume, in Brasile.

Hanno collaborato: Luis Adorno (UOL), Saska Cvetkovska (Investigative Reporting Lab Macedonia) | Editing: Giulio Rubino | Foto: Waleed Issa Khamays

“La Negra” Rodriguez, “broker” dei narcos

12 Marzo 2021 | di Lorenzo Bagnoli

Nei primi mesi del 2016 intorno alla piazza di spaccio della Stazione Centrale di Milano, la Guardia di finanza nota l’ascesa di Evelyn Rodriguez Guerrero, una donna ecuadoregna. Nell’ambiente la chiamano “La Negra”. Non spaccia, intermedia le relazioni tra spacciatori e fornitori: consegne da quattro-cinque chili di cocaina per volta. Basa il suo successo sulla rete di contatti di cui dispone, prevalentemente in Sudamerica e prevalentemente donne. Non appartiene a nessuna stirpe criminale e non ha protezioni particolari. Figure come queste resistono fino a quando sono funzionali alla nobiltà criminale. Nel caso di Rodriguez, la donna rimane a Milano finché la sua strada incrocia quella di un uomo imparentato con Giuseppe Morabito detto U’ Tiradrittu, ossia il capo di una delle più potenti famiglie della criminalità organizzata calabrese, la ‘ndrangheta. L’evento la costringe a cercare riparo altrove, a ricostruirsi una piazza, a rimettersi sul mercato.

Da Rodriguez, i finanzieri sono riusciti a ricostruire una rete di broker, fornitori, trafficanti e spacciatori che dall’Italia conduce in Spagna, Olanda, Albania, Sudamerica. Manodopera criminale specializzata.

L’attività investigativa si è conclusa lo scorso gennaio con 19 ordinanze di custodia cautelare (due in carcere) e due tonnellate di droga sequestrate, in diverse tranches, dopo che il cuore dell’investigazione si è esaurito a cavallo tra 2016 e 2017. Tra gli indagati, anche “La Negra” Rodriguez. Gli investigatori non ipotizzano alcun vincolo associativo tra le persone coinvolte, né chiariscono il livello di coinvolgimento della ‘ndrangheta, che però affiora in continuazione.

I “broker freelance” come Rodriguez – collaboratori a cottimo che durano fino a quando garantiscono il prodotto – lambiscono le organizzazioni più grosse, in Italia come in Sudamerica, senza esserne parte per davvero. Sono figure precarie negli scacchieri criminali. Alcuni di loro – in città dove il mercato della droga è libero e basato sulla competizione e non sul monopolio di certe famiglie – possono anche arrivare a posizioni di potere in certe piazze, ma non hanno un lignaggio criminale che garantisca loro di durare nel tempo. È solo una congiuntura positiva del mercato a farli stare dove sono. Congiunture spesso molto effimere. La qualità dei contatti che si portano in dote può tuttavia segnare il futuro di una piazza di spaccio: lo sviluppo oppure l’esaurimento.

Lo spaccio in piazza Prealpi

Nel momento in cui la Guardia di finanza di Milano comincia a interessarsi a lei, “La Negra” Rodriguez ha un’ampia rete di clienti. Tra loro compaiono alcuni dei trafficanti che controllano le principali piazze di spaccio della città, nomi più o meno storici e radicati nel tessuto criminale meneghino. La loro durata è spesso proporzionale alla vicinanza con clan mafiosi. Tra questi, l’uomo con la fedina pedina più lunga è Armando Pietromartire, nome associato da sempre a piazza Prealpi, a nord-ovest di Milano. La prima volta è stato arrestato nel 1994, a 24 anni, durante l’operazione Belgio. L’indagine prendeva il nome da via Belgioioso, dove abitava Maria Serraino, matrona di ‘ndrangheta deceduta nel 2017. “Mamma eroina” è stata a capo del clan Di Giovane-Serraino, che ha conquistato il mercato della droga di Milano, a partire dagli anni Ottanta.

Uno scorcio di piazza Prealpi – Foto: Luca Quagliato

Nel 2007, Pietromartire viene arrestato di nuovo e nell’ordinanza gli inquirenti milanesi lo citano insieme a Mario Carvelli, nel 2009 condannato a 30 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Insieme ai Tatone, altro nome storico della mala milanese, i Caravelli gestivano gli stupefacenti a Quarto Oggiaro, selva di palazzoni popolari a un chilometro da piazza Prealpi. In quel momento particolare il quartiere ha vissuto una stagione particolarmente difficile in termini di infiltrazioni criminali. L’ultima condanna di Pietromartire risale al 10 gennaio 2019 per detenzione di circa sei chili di hashish, armi, munizioni e ricettazione. Nello stesso anno Pietromartire ricorre in Cassazione, ma la Suprema corte rigetta il suo ricorso confermando la condanna.

La Signora della pioggia

Il colombiano John Jairo Montoya Valencia lo chiamano Mucha Fe, “tanta fiducia” perché si fa anticipare il denaro per l’acquisto dei carichi. È un altro dei contatti di peso de La Negra Rodriguez. Intercettato, una volta parla di 200 mila euro che aspetta di incassare a credito, prima di avere consegnato la merce. Residente a Riccione, Montoya Valencia è già passato per le maglie della giustizia italiana e ha rimediato condanne per oltraggio a pubblico ufficiale e false dichiarazioni relative al permesso di soggiorno. Agli investigatori milanesi risulta anche latitante per reati di droga commessi in Romagna, così Milano, città che conosceva e frequentava già in precedenza, diventa il luogo dove nascondersi.

L’affidabilità di Mucha Fe è garantita da una donna colombiana il cui soprannome è Lluvia, “la Signora della pioggia”. Adriana Maria Jimenez Cardona, residente in Olanda, oggi è latitante. Il profilo che emerge dall’indagine è di una donna al comando: ogni volta che qualcuno la nomina, lo fa con reverenza.

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Massimiliano Cauchi, in 12 anni di attività, ha raccolto un patrimonio di 17 milioni di euro. In contanti. Storia di un imprenditore della droga a Milano, dove non esistono re, ma principi
26 Agosto 2020

Lluvia rappresenta un importante canale di importazione della cocaina dal Sudamerica e della marijuana dall’Albania. Dispone di una rete di logisti molto fitta e articolata, in particolare in Spagna e Paesi Bassi. A maggio del 2017, uno degli uomini in contatto con lei, un tassista, organizza un gommone con a bordo 1,5 tonnellate di marijuana. Viene sequestrato a Brindisi su segnalazione della Guardia di Finanza di Milano.

La persona sbagliata

Le quotazioni dei broker della droga cambiano velocemente. Il mare, a Milano soprattutto, è abbastanza vasto da lasciare a tutti la possibilità di nuotare. Chi sbaglia, però, a meno che non appartenga al gotha della criminalità cittadina, esce dal giro. L’errore peggiore è mettersi contro qualcuno di loro, come ha fatto, probabilmente senza saperlo, Rodriguez.

“La Negra” si è fidanzata con un ragazzo colombiano nel momento della sua ascesa. È uno sbandato che vive alla giornata, per lo più di truffe. Anche a lei, così, capita di fingere di avere carichi che in realtà non ci sono. Tra le vittime di un carico-fasullo, però, finisce anche l’uomo sbagliato: Daniele Scipione (non indagato), che dopo il matrimonio è entrato a far parte di una delle famiglie a cui non procurare danni, mai. Ha infatti sposato la nipote di Giuseppe Morabito, detto U’Tiradrittu, il boss di Africo. Il matrimonio, riporta l’indagine Crimine 2, si è celebrato «il 31 agosto 2009, a Bovalino», alla presenza delle più importanti famiglie di ‘ndrangheta.
Per quanto nato nel 1934 e attualmente all’ergastolo, Giuseppe Morabito è ancora un nome di peso, soprattutto nel traffico di stupefacenti. Basta evocarlo per aggiudicarsi un posto tra i narcos. La cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti, non a caso, ha stretti contatti con il Sudamerica sanciti decenni fa e che durano ancora oggi.

“U’ Tiradrittu”, boss da oltre sessant'anni

“Tiradrittu” letteralmente significa “spara dritto”. Va inteso come “spara senza rispetto”, a chiunque, perché al di sopra di ogni legge. Giuseppe Morabito ha mutuato il soprannome dal padre Rocco. Rocco e Giuseppe sono tra i nomi che si tramandano nella storia dei Morabito di Africo, famiglia di ‘ndrangheta di altissimo profilo criminale. Il nome di Peppe “U’ Tiradrittu” compare negli annali della magistratura italiana dal 1967, quando è stato accusato di essere il mandante della strage nel mercato di Locri, tre le vittime. È stato assolto nel 1971.

Negli anni Settanta è stato protagonista dell’ascesa criminale della criminalità organizzata calabrese grazie all’alleanza con i Barbaro di Platì, i Pelle di San Luca e i Pisano-Pesce-Bellocco di Rosarno, una struttura a cui gli inquirenti daranno nel 2003 il nome di “Crimine”. È il gradino più alto delle gerarchie ‘ndranghetiste, costituita allo scopo di gestire l’organizzazione che stava vivendo una fase di arricchimento, grazie soprattutto ai sequestri prima e al narcotraffico dopo.

I Morabito sono ancora oggi radicati nei Paesi produttori di cocaina in Sudamerica e rappresentano un anello fondamentale nella catena del rifornimento di droga verso l’Europa. Negli anni Ottanta Peppe Morabito è diventato il capo della cellula criminale (“locale” in gergo) di Africo, a tutt’oggi la roccaforte della famiglia, a seguito della faida di Motticella. In quegli anni dalle sue parti ha trovato un rifugio anche Totò Riina, il Capo dei capi di cosa nostra, che si racconta, si aggirasse in paese vestito da prete. Tra i due boss c’era una profonda amicizia e U’Tiradrittu è ritenuto un alleato della mafia siciliana negli anni dello stragismo (1992-1993). Nello stesso periodo, uomini dei Morabito si sono trasferiti a Milano, per gestire la colonizzazione del Nord: nel capoluogo lombardo Tiradrittu ci aveva trascorso un periodo di soggiorno obbligato, nel 1982.

Nel 1992 il nome del capobastone compare tra i destinatari di un ordine di custodia cautelare: è accusato di associazione mafiosa finalizzata al traffico di stupefacenti. È allora che si dà alla latitanza, che è durata fino al 18 febbraio 2004, quando è stato arrestato alle pendici dell’Aspromonte. «Trattatemi bene», sono state le parole che ha detto ai carabinieri, secondo i cronisti dell’epoca. Astuto, potente e carismatico sono gli aggettivi che ricorrono di più nelle descrizioni che ne fanno le indagini giudiziarie. Ancora oggi il nome risuona nelle intercettazioni come una sorta di lasciapassare per fare narcotraffico di grosso cabotaggio. È una garanzia di caratura criminale. Sta scontando l’ergastolo in regime di carcere duro – a cui è sottoposto ininterrottamente dalla cattura – alla casa circondariale di Opera, periferia sud di Milano. Data l’età – a ferragosto 2021 saranno 87 anni – e le pessime condizioni di salute in cui versa, da anni cerca di ottenere misure alternative alla detenzione in carcere, senza successo.

Quando capisce l’errore, Rodriguez scappa, temendo per la sua vita. Mentre prende un treno diretta a Roma, cerca di costruirsi una piazza di spaccio alternativa, una nuova rete di clienti. Ad aspettarla, nella capitale, c’è Andrea Mauro, un importante broker della cocaina. La loro destinazione finale è Napoli, la prossima piazza dove vuole operare Rodriguez. Anche Mauro ha contatti diretti in Sudamerica, così, tra i due nuovi soci, inizialmente nasce una sorta di competizione. Forse millantando o forse no, fatto sta che al telefono Rodriguez dice che i suoi interlocutori appartengono alla famiglia di “Tomate”, vicina al Cartel de Medellin, il cartello colombiano fondato da Pablo Escobar. Sembra trattarsi del gruppo di El Tomate, alias Juan Diego Arcila Henao, che effettivamente è stato la mano destra di Pablo Escobar e poi rilasciato nel 2002.

La guerra di Case Nuove

Rodriguez, a Napoli, si rende utile non solo nell’intermediazione dei carichi. Un suo contatto, tale Martha, permette al suo nuovo gruppo di ridurre quattro chili di cocaina di pessima qualità («diventa gialla», dice Mauro al telefono) in un chilo vendibile. Martha spedisce dalla Colombia il marito, detto “El Chimico” che dopo un giorno chiuso nella «sala operatoria» – nome con il quale il gruppo si riferisce a un magazzino nella provincia di Napoli – riesce nell’impresa.

Insieme a Mauro, a ottobre 2016 Rodriguez incontra anche Giuseppe Vatiero e Giuseppe Cozzolino, che secondo le ricostruzioni delle indagini avrebbero dovuto vendere la droga dei due broker in città. Cozzolino è ritenuto dagli inquirenti un membro del clan Mazzarella, mentre Vatiero sarebbe parte della famiglia Caldarelli, loro storici alleati. Vatiero è da poco uscito dal carcere al momento dell’incontro. I due stanno stringendo nuove partnership perché il loro clan in guerra per il controllo del rione urbano di Case Nuove.

Rodriguez, con i suoi agganci, può rappresentare un valido fornitore per mantenere vivo lo spaccio. I rivali appartengono al clan Rinaldi, che sotto la spinta dell’Alleanza di Secondigliano sta cercando di espandersi dal confinante quartiere di San Giovanni a Teduccio. Vatiero, capoclan di Case Nuove, resta gravemente menomato il 7 ottobre 2016 dopo una sparatoria. Il 10 febbraio scorso sei uomini sono stati arrestati con l’accusa di essere gli esecutori del suo tentato omicidio. Difficile pensare che l’apice dello scontro sia solo una coincidenza con l’arrivo sulla piazza della nuova broker.

Foto: la stazione Centrale a Milano – Luca Quagliato | Editing: Luca Rinaldi

I tentacoli del cartello di Sinaloa in Italia

#TheCartelProject

I tentacoli del cartello di Sinaloa in Italia
Cecilia Anesi
Giulio Rubino

All’inizio del 2019 due cittadini guatemaltechi – Daniel Esteban Ubeda Ortega, detto “Tito”, e Felix Ruben Villagran Lopez, detto “Felix” – si trovano a Catania per un sopralluogo. Sono “esploratori commerciali” del cartello di Sinaloa, una delle più potenti organizzazioni criminali messicane. Si trovano in Italia allo scopo di aprire una nuova rotta aerea per recapitare la cocaina del cartello ad acquirenti in Italia e in altri Paesi europei. Il cartello è in espansione: cerca nuovi clienti e deve trovare nuovi percorsi sicuri per rifornirli.

Tito Ortega e Felix Lopez hanno contatti da incontrare e mani da stringere. Se riusciranno a trovare un valido aggancio, metteranno a punto un “carico di prova” per testare la sicurezza della nuova rotta. Il piano è apparentemente semplice, per quanto insolito: mandare il carico tramite un aereo privato fino a Catania e da lì trasportare la droga a nord, verso Milano e il resto d’Europa. La modalità è inconsueta perché normalmente i carichi di un certo peso passano via nave, in qualche container, diretti a porti ben collegati con le grandi piazze di spaccio. Catania non ha nessuna di queste caratteristiche tanto è vero che la distribuzione al resto d’Europa avrebbe presentato sfide ulteriori per il cartello. Un informatore di fiducia della Guardia di finanza di Catania viene a sapere del piano e fa una soffiata al Gico, l’unità anticrimine organizzato della Guardia di finanza. Per quanto improbabile, l’informazione è comunque troppo ghiotta da ignorare.

The Cartel Project

Anni dopo l’omicidio di Regina Martínez una squadra di giornalisti da Messico, Europa e Stati Uniti ha ripreso le sue indagini da dove è stata fermata. Il progetto è coordinato da Forbidden Stories, organizzazione francese nata per concludere le storie dei giornalisti assassinati. Questa inchiesta appartiene al Cartel Project, un progetto collaborativo che ha coinvolto 60 giornalisti di 25 media in 18 Paesi. IrpiMedia è partner italiano dell’inchiesta.

#TheCartelProject

The Cartel Project

Dei cartelli messicani manca una mappatura dell’influenza e degli affari a livello internazionale. E dal 2000, 119 giornalisti sono stati uccisi per loro mano. The Cartel Project fa luce su tutto questo

La banda dei narcos

Grazie a un lavoro impegnativo (e a una discreta dose di fortuna) gli uomini dell’unità anticrimine organizzato di Catania guidati dal capitano Pablo Leccese in tre mesi sono riusciti a ricostruire l’intero organigramma del gruppo di trafficanti. Insieme ai “commessi viaggiatori” del cartello Tito Ortega e Felix Lopez, lavora un compaesano di stanza in Colombia, Luis Fernando Morales Hernandez, detto “El Suegro”. È lui che si occupa di preparare i carichi aerei destinati all’Italia. L’uomo all’aeroporto di Catania, che dovrà scaricare la coca una volta a destinazione, è stato trovato. I messicani lo chiamano “Don Señor”.

La Gdf scopre anche il nomignolo del capo che gli inquirenti ritengono sovraintenda l’intera operazione dal Messico: “El Flaco”, “il secco”, uno che si presenta come braccio destro di Ismael Zambada Garcia, “El Mayo”. Quest’ultimo è considerato l’attuale boss di Sinaloa. È ricercato: sulla sua testa pende una taglia di 5 milioni di dollari. El Flaco – stando a riscontri della Dea (l’agenzia antidroga americana) – da almeno quattro anni supervisiona per il cartello una fetta importante della produzione di droghe sintetiche nel triangolo tra Taiwan, Vietnam e Cina. È la prima volta che degli inquirenti europei incrociano il nome di un luogotenente di così alto livello di un’organizzazione criminale messicana.

El Flaco da almeno da quattro anni supervisiona per il cartello una fetta importante della produzione di droghe sintetiche nel triangolo tra Taiwan, Vietnam e Cina

José Angel Riviera Zazueta detto “El Flaco” fotografato dalla sicurezza in un aeroporto cinese – Foto: Guardia di finanza
La messa a punto del piano richiede qualche passaggio rischioso. Non tutto si può fare via telefono e la banda deve incontrarsi di persona, a Catania, per stabilire la fiducia necessaria. Si danno un appuntamento nel capoluogo etneo per la fine di maggio 2019. Da questo momento in poi però, ogni programma del gruppo subirà una serie di ritardi che lo stravolgeranno completamente più e più volte.

El Flaco, per chi lo indaga, resta solo un nomignolo fino al momento in cui atterra in città, il primo giugno 2019. Gli investigatori ne conoscono la fisionomia, ma non il nome di battesimo. Lo pedinano dall’aeroporto fino all’Hotel Romano – l’albergo dove pernotta, sul lungomare etneo – e grazie alla copia del documento lasciato in portineria ottengono un nuovo pezzo del puzzle, il suo nome: José Angel Riviera Zazueta.

#TheCartelProject

Cuochi messicani per la metanfetamina olandese

Laboratori di droga scoperti tra Belgio e Paesi Bassi sono gestiti da chimici venuti dal Messico. Li reclutano intermediari via EncroChat, un sistema di comunicazione (mal)ritenuto a prova di indagini

I tentacoli del cartello di Sinaloa in Italia

A gennaio 2020 i narcos hanno portato 400 chili di cocaina in Sicilia. Cercavano di aprire una nuova rotta aerea. Un segnale della campagna per la conquista del mercato europeo

Quella stessa giornata, El Flaco Zazueta viene raggiunto in albergo da Tito Ortega, uno dei due narcos arrivati a Catania per imbastire l’affare. Insieme incontrano in un ristorante Don Señor, il contatto dell’aeroporto. Parlano dei dettagli per l’importazione della cocaina, ignari del fatto che i microfoni della Guardia di finanza stanno captando la loro conversazione. Nel piano concepito da El Flaco, l’aereo privato sarebbe partito da Città del Messico, avrebbe fatto scalo in Colombia, a Cartagena, dove avrebbe caricato la droga, per poi raggiungere Catania dopo una sosta di rifornimento a Capo Verde. Alla fine invece, come vedremo più avanti, il gruppo di narcos utilizzerà un aereo di linea in partenza da Bogotà.

La consegna controllata

I carichi con cui si battezzano nuove rotte in genere sono di poche decine di chili. Non è il caso di quelli usati dai cartelli messicani, che apparentemente non hanno problemi a reperire grandi quantità di droga anche per i carichi “di prova”. Hanno solo bisogno di un punto di scarico sicuro a destinazione. «Questa cellula del cartello di Sinaloa aveva già importato cocaina in Europa e aveva almeno altri 1.500 chili pronti da spedire dopo questo carico di prova », spiega a IrpiMedia il capitano del Gico di Catania Pablo Leccese.

A metà giugno 2019 gli inquirenti apprendono dell’esistenza di un carico da 300 chili pronto per essere imbarcato a Cartagena. Pochi giorni dopo Don Señor è a Roma, per incontrare il gruppo dei messicani e discutere della logistica. C’è però un problema: i trafficanti non riescono a trovare un valido contatto all’aeroporto di Cartagena. La Gdf, che è in ascolto, vede l’opportunità e decide di dare loro “una mano”: grazie al supporto dell’esperto antidroga della DCSA di Bogotà, gli investigatori italiani riescono a infiltrare nell’organizzazione due informatori, Rodriguez e El Cholo. I due si aggiungono a un terzo, Lucas, infiltrato dalla polizia colombiana. Con questi nuovi appoggi preparano una “consegna controllata”, un piano per prendere la cellula di Sinaloa finalmente con le mani nel sacco.

La cocaina preparata dai fornitori colombiani – Foto: Guardia di finanza

Ci vogliono due mesi affinché la situazione si sblocchi. A fine agosto 2019, El Suegro, l’uomo di El Flaco in Colombia, riesce a organizzarsi con i fornitori colombiani, un gruppo di ex Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc, i guerriglieri d’ispirazione marxista, ndr): dovrà andare nella Valle del Cauca – regione montagnosa a sud di Calì, dove si coltiva molta coca – per controllare la qualità della fornitura. Invita a partecipare alla spedizione El Cholo e Lucas, inconsapevole che i due siano il primo un informatore e il secondo un poliziotto sotto copertura in costante collegamento con gli investigatori.

El Cholo e Lucas dovranno poi occuparsi di fare uscire il carico dalla Colombia, via aereo, e portarlo a Catania. Il viaggio per raggiungere la raffineria dove si produce la cocaina è lungo: devono attraversare la selva, fare tappa in un altro villaggio, a un’ora di fuoristrada. L’ultimo tratto è a piedi, senza cellulare. Il “cristalizadero de coca”, così lo chiamano i locali, è gestito da “El Abuelo”, “il nonno”.

Quando l’informatore, l’agente sotto copertura e l’emissario di Sinaloa lo raggiungono, parte del prodotto da loro commissionato è già pronto, ma parte è ancora in lavorazione. El Abuelo assicura che basteranno un paio di giorni per ultimarlo, ma in realtà il carico sarà disponibile solo a ottobre. Un altro imprevisto, lo sciopero nazionale degli aeroporti colombiani, minaccia poi di ritardare a tempo indefinito la spedizione.

El Cholo, uno degli informatori, per sbloccare la situazione propone di usare un volo Alitalia in partenza da Bogotà, invece del velivolo privato. Garantisce di essere in grado di caricare la droga in tutta sicurezza, grazie ai suoi agganci. In realtà, dietro di lui, ci sono la polizia colombiana e la polizia italiana che stanno sfruttando l’occasione per una “consegna controllata” internazionale. Finalmente, il 9 gennaio 2020, il carico, che alla fine conterà 406 chili di cocaina, prende il volo, destinazione Catania.

Il 9 gennaio 2020, il carico, che alla fine conterà 406 chili di cocaina, prende il volo, destinazione Catania

Charlie ed El Arqui

Come previsto, una volta atterrato a Fontanarossa, il carico viene spostato in un magazzino di periferia da Don Señor, l’uomo dell’organizzazione all’aeroporto. El Flaco, da Cancun, in Messico, si informa per telefono: ha mandato un drappello di uomini a Catania perché siano i suoi occhi e le sue orecchie. El Cholo e Rodriguez controllano il magazzino per accertarsi che sia tutto a posto, insieme a uno dei due guatemaltechi, Tito. Trentadue panetti vengono dati a Don Señor come pagamento. Una bella fetta del totale: il valore può arrivare fino a un milione di euro, se si trovano gli acquirenti giusti. È molto più di quanto non avrebbe mai potuto sperare per un lavoro del genere, gli dice Rodriguez ridendo, mentre discutono della distribuzione della droga.

Tra i compratori interessati al carico c’è un certo “Charlie”, un italiano che lavora come broker. Si tratta di Mauro Da Fiume, 56 anni, nato a Sanremo ma residente in Spagna. Un veterano del narcotraffico: spulciando negli archivi giudiziari si scopre che nel 2015 il suo nome è comparso in un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Genova in qualità di braccio destro del boss Antonio Magnoli, legato al clan di ‘ndrangheta Piromalli-Molè. Il soprannome “Charlie” lo deve a “Charlie Import-Export SL”, la società che gestisce vicino Barcellona, insieme a un ristorante italiano. Il suo coinvolgimento fa quindi pensare a un interesse della ‘ndrangheta per il carico arrivato a Catania. Lo scrivono gli stessi Mossos d’Esquadra, i poliziotti catalani che arrestano Da Fiume il 4 febbraio, su richiesta delle autorità catanesi. Il compratore per cui lavora Da Fiume, però, non è mai stato identificato.

Tra i compratori interessati al carico c’è un certo “Charlie”, un italiano che lavora come broker

Dopo varie discussioni che innervosiscono i messicani, è a Verona che Charlie Da Fiume dà appuntamento al gruppo di Sinaloa per la consegna della droga. Dopo un primo test della qualità del prodotto con una partita da tre chili, l’accordo è di altre consegne da venti chili ciascuna, per un totale di oltre 300 chili. Per la vendita El Flaco manda come supervisore un suo uomo di grande fiducia: Salvador Ascensio Chavez, alias “l’architetto”, “El Arqui”. Il soprannome lo deve alla sua formazione, per quanto abbia fatto carriera nel narcotraffico. È stato condannato già due volte in Canada: tre anni per un carico di poco più di due chili nel 2001, poi nel 2010 altri sette anni, stavolta per un carico di 97 chili, nascosto in un macchinario agricolo.

A maggio 2017 ha ottenuto la libertà vigilata per sei mesi ed è stato immediatamente estradato in Messico. Nelle motivazioni riportate nel documento di scarcerazione si legge: «Ha ammesso di essere stato un membro dei cartelli messicani. Ha dichiarato di poter contare su un vasto appoggio da parte della sua comunità e di volere lavorare per progettare case in futuro». Ascensio Chavez deve essersi dimenticato di citare nel documento anche il piano di supervisionare la vendita di cocaina per il cartello di Sinaloa in Europa.

Charlie va a prendere in macchina El Arqui, non appena quest’ultimo è atterrato a Barcellona, a metà gennaio. Secondo programma, dovrebbero raggiungere insieme Verona. Anche questa volta, però, il piano originario salta e Charlie ed El Arqui si fermano a Milano per l’“appuntamento” con il compratore (rimasto senza nome per gli inquirenti) per cui lavora Charlie. Don Señor dovrà quindi consegnare nel capoluogo lombardo i tre chili di test, che aveva precedentemente portato a Verona, dove invece si fermano i guatemaltechi Tito e Felix.

El Arqui, subito dopo l’appuntamento, esce di scena: «Rientra in Messico subito, quasi a non voler dare altre occasioni di essere visto in Italia e associato a tali contesti – racconta Pablo Leccese, il capitano dell’unità anticrimine organizzato catanese che ha condotto le indagini -. Questo ci fa capire quanto conti quest’uomo per El Flaco». I tre chili di prova hanno un costo molto basso: 35mila euro, quando solitamente un solo chilo ne costa almeno 25mila.

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Murales dedicato a Javier Valdez, giornalista ucciso a Culiacan, capitale di Sinaloa. Valdez è stato assassinato a maggio 2017 con colpi di arma da fuoco per strada, a pochi metri dalla redazione del suo giornale Ríodoce – Foto: Amrai Coen/Die Zeit
«Al posto di El Chapo c’è stato prima il suo braccio destro e poi i figli che hanno preso le redini dell’organizzazione in contrapposizione con lo stesso braccio destro».
Guido Iannelli

esperto della Direzione Centrale Servizi Antidroga (Dcsa) in Messico

Gli investigatori hanno abbastanza tessere del puzzle per chiudere l’operazione: i due guatemaltechi Tito Ortega e Felix Lopez vengono arrestati a Verona il 7 febbraio con i 35mila euro del pagamento. Il 4 febbraio, in Spagna, i Mossos d’Esquadra avevano invece fermato Charlie Da Fiume e un complice. Ma il cuore della cellula di Sinaloa – El Flaco, El Suegro ed El Arqui – resta latitante da allora.

Perché Halcon è un’operazione importante anche in Messico

Prima di Halcon, l’ultima operazione in cui la polizia italiana ha indagato direttamente sui cartelli messicani risaliva al 2012. Battezzata operazione Monterrey, si è fermata, però, a corrieri e acquirenti, senza riuscire a stabilire chi fossero gli uomini dei cartelli in Italia, né il modo in cui le organizzazioni si sono infiltrate, un mistero per gli inquirenti di mezza Europa.

Indagare i narcos messicani è particolarmente complesso per le forze dell’ordine europee. Infatti non possono contare più di tanto sulla collaborazione dei colleghi in Messico, Paese in cui queste indagini sono perlopiù nelle mani delle frammentate e sottopagate forze di polizia locali. I poliziotti in forza ai 32 Stati della Federazione messicana lavorano infatti per un salario medio di 200 dollari a settimana, il che contribuisce all’altissimo livello di corruzione che affligge anche i livelli più alti. Basti pensare al coinvolgimento con i cartelli dell’ex console di Barcellona Fidel Herrera Beltràn, protagonista di una delle puntate precedenti dell’inchiesta Cartel Project.

Nonostante le evidenze fornite dalle indagini sull’attività del cartello in Europa in questi anni, fonti investigative italiane raccontano a IrpiMedia di non aver mai ricevuto dalla controparte messicana informazioni concrete riguardo un centinaio di nomi ritenuti vicini ai cartelli che agiscono nel Vecchio Continente.

In Messico «la legge federale che regola il reato di associazione a delinquere esiste dal 1996, ma solo recentemente le pene si sono inasprite fino a 20 anni per chi è leader di un cartello», spiega a IrpiMedia Guido Iannelli, esperto per la sicurezza, ufficiale di collegamento della Direzione Centrale Servizi Antidroga (Dcsa) in Messico. A una legge molto recente, si aggiunge il problema delle difficoltà nel portare a termine i sequestri dei beni, una delle armi che ha funzionato di più contro le mafie italiane.

Iannelli lo spiega prendendo l’esempio di Joaquín “El Chapo” Guzmàn, il più famoso tra i boss di Sinaloa, estradato negli Stati Uniti nel 2017. Nonostante l’arresto del capo dei capi, Sinaloa ha continuato a operare senza soluzione di continuità: «Al posto di El Chapo c’è stato prima il suo braccio destro e poi i figli che hanno preso le redini dell’organizzazione in contrapposizione con lo stesso braccio destro», sottolinea l’esperto della Dcsa.

Sarebbe potuta andare diversamente se le indagini messicane si fossero spinte oltre El Chapo: «Forti dell’esperienza italiana – conclude Iannelli – cerchiamo di aiutare gli inquirenti messicani facendo capire loro che bisogna sì identificare la mente del cartello, ma anche ricostruire l’intera associazione e attaccare le risorse economiche».

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L’espansione mondiale dei cartelli

Se nel commercio delle droghe sintetiche i cartelli messicani hanno certamente raggiunto una posizione dominante, quasi monopolistica, nel mercato della cocaina si contendono il primato con altri gruppi molto ben radicati: la ‘ndrangheta, i colombiani, gli albanesi. Sono sempre più frequenti però gli indizi di una strategia di espansione in Europa. Nel 2018, per esempio, in Belgio c’è stata una sparatoria fra membri della ‘ndrangheta e un gruppo di messicani non identificati.

Un pentito interrogato nell’ambito dell’indagine Pollino – operazione con cui nel 2018 è stata smantellata una rete di narcotrafficanti legata alla ‘ndrangheta che operava tra Belgio, Paesi Bassi e Germania – ha spiegato che un gruppo di messicani finanziava i carichi degli albanesi da cui lui stesso acquistava la cocaina. A loro volta gli albanesi importavano tramite dei colombiani circa una tonnellata e mezza al mese. I messicani erano al vertice del gruppo, senza avere mai contatti diretti con gli albanesi.

Nonostante le evidenze fornite dalle indagini sull’attività del cartello in Europa in questi anni, fonti investigative italiane raccontano a IrpiMedia di non aver mai ricevuto dalla controparte messicana informazioni concrete riguardo un centinaio di nomi ritenuti vicini ai cartelli che agiscono nel Vecchio Continente.

Le conversazioni intercettate durante l’operazione Halcon offrono anche un quadro, dall’interno, della campagna espansionistica dei cartelli. Felix Lopez, uno dei due guatemaltechi che lavorano per Sinaloa, durante una conversazione con gli altri sodali in un ristorante di Catania ha detto che solo la sua famiglia smista 2-3 tonnellate, non è chiaro se al mese o a settimana. Lo stesso Felix ha affermato che il cartello di Sinaloa conta su 35 voli a settimana dal Venezuela per Chetumal, una località turistica del Messico, con carichi di 500 chili di cocaina. Il tutto con la benedizione dei militari venezuelani. Numeri sicuramente esagerati, ma la modalità è confermata da InsightCrime, fondazione che pubblica analisi e studi sulla criminalità organizzata nelle Americhe: c’è una località al confine tra la Colombia e il Venezuela, San Felipe, da cui partono i voli della droga e dove ci sono talmente tanti narcos messicani che la gente del luogo l’ha ormai ribattezzata Sinaloa.

Sempre in una delle conversazioni al ristorante della banda di El Flaco captate dagli investigatori, i commensali si sono lasciati andare a commenti sugli agganci del cartello alla Guardia Nacional, la nuova polizia voluta dall’attuale presidente del Messico; sulla famiglia di El Flaco, il cui padre avrebbe gestito «20 mila “casas de cambio” (cambiavalute, ndr) e contatti con la Cia». I numeri sono ancora una volta esagerati, ma in effetti l’unica attività a nome José Angel Riviera Zazueta, alias El Flaco, rintracciata dal Cartel Project è una “casa de cambio” in Baja California.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Giulio Rubino

Hanno collaborato

Antonio Baquero (OCCRP)
Paolo Frosina
Marco Oved (Toronto Star)
Mathieu Tourliere (Proceso)

In partnership con

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto

Amrai Coen/Die Zeit

Sorveglianza: chi ha aiutato il Messico a spiare i giornalisti

#TheCartelProject

Sorveglianza: chi ha aiutato il Messico a spiare i giornalisti

Raffaele Angius

Nel deserto del piccolo Stato di Puebla, a un paio d’ore di macchina da Città del Messico, una casa abbandonata è il luogo perfetto per una compravendita che richiede discrezione. È il maggio del 2013 e l’incontro è organizzato da intermediari che godono di una solida reputazione nel campo della sicurezza. Il venditore è l’azienda italiana Hacking Team, in quegli anni molto nota per i suoi software spia. Il compratore, almeno ufficialmente, dovrebbe essere la procura generale di Puebla, in procinto di dotarsi di nuove capacità di intercettazione e intrusione informatica.

Il prodotto che ha reso celebre l’azienda milanese nel mondo dell’intelligence è il Remote Control System (Rcs): una tecnologia in grado di acquisire ed esplorare diversi tipi di documenti ospitati sul dispositivo di un bersaglio. Un utilizzo sconsiderato di questi strumenti potrebbe essere estremamente pericoloso, ragion per cui la vendita e l’esportazione dei software spia è altamente regolamentata e sostanzialmente autorizzata solo per usi ufficiali e governativi. Rcs – dicevano all’epoca e hanno ripetuto negli anni i rappresentanti dell’azienda – serviva ad aiutare a combattere il terrorismo, il crimine e il narcotraffico. Tuttavia, l’identità dell’utilizzatore finale non è sempre nota neanche alle stesse aziende che producono i software di spionaggio. La discrezione fa parte del pacchetto.

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The Cartel Project

Anni dopo l’omicidio di Regina Martínez una squadra di giornalisti da Messico, Europa e Stati Uniti ha ripreso le sue indagini da dove è stata fermata. Il progetto è coordinato da Forbidden Stories, organizzazione francese nata per concludere le storie dei giornalisti assassinati. Questa inchiesta appartiene al Cartel Project, un progetto collaborativo che ha coinvolto 60 giornalisti di 25 media in 18 Paesi. IrpiMedia è partner italiano dell’inchiesta.

#TheCartelProject

The Cartel Project

Dei cartelli messicani manca una mappatura dell’influenza e degli affari a livello internazionale. E dal 2000, 119 giornalisti sono stati uccisi per loro mano. The Cartel Project fa luce su tutto questo

All’incontro nello Stato di Puebla partecipano due tecnici di Hacking Team, che hanno il compito di consegnare il prodotto alle autorità. Ma all’altro lato dello scambio si presenta Joaquin Arenal Romero: ufficiale dell’intelligence messicana già noto all’epoca per i suoi collegamenti con i Los Zetas, un cartello di narcotrafficanti che in quegli anni rafforzava il proprio controllo sul mercato nel Paese. «Quando sono stati portati in quella casa senza finestre c’era un po’ di preoccupazione», spiega a Forbidden Stories, sotto garanzia di anonimato, uno degli ex dipendenti dell’azienda italiana, che monitorava l’operazione da remoto.

«Uno dei nostri che era lì ha detto che conosceva uno di questi, che era collegato ai Los Zetas: era sicuro fosse uno del cartello», aggiunge. «Non dico che certe cose succedessero ogni giorno, ma sicuramente succedevano spesso», spiega un altro ex dipendente: «Era normale – conclude – che ci si presentassero davanti dei personaggi che dicevano di lavorare per l’intelligence e che noi, guardandoli, ci chiedessimo “chi sono queste persone?”».

Dall’altro lato dello scambio si presenta Joaquin Arenal Romero: ufficiale dell’intelligence messicana già noto all’epoca per i suoi collegamenti con i Los Zetas

#TheCartelProject

Cuochi messicani per la metanfetamina olandese

Laboratori di droga scoperti tra Belgio e Paesi Bassi sono gestiti da chimici venuti dal Messico. Li reclutano intermediari via EncroChat, un sistema di comunicazione (mal)ritenuto a prova di indagini

I tentacoli del cartello di Sinaloa in Italia

A gennaio 2020 i narcos hanno portato 400 chili di cocaina in Sicilia. Cercavano di aprire una nuova rotta aerea. Un segnale della campagna per la conquista del mercato europeo

Ma non era normale per il dipendente di Hacking Team inviato a Puebla, al suo primo incarico sul campo, come testimoniano alcune mail contenute in un archivio di oltre 400 gigabyte di documenti sottratti alla stessa società e resi pubblici da un hacker nel 2015. Fino a quel momento Hacking Team aveva difeso strenuamente i suoi affari, rivendicando l’importanza di Rcs nel contrasto alla criminalità organizzata e al terrorismo. Dall’altra, gli attivisti già li definivano “mercenari dell’era digitale”, come scrive Reporters without borders nel 2013.

Dopo l’enorme fuga di informazioni che nel 2015 coinvolse Hacking Team fu possibile osservare come la società fosse impegnata in affari con decine di Paesi in cui avvengono sistematicamente violazioni dei diritti umani come Sudan, Azerbaijan e Russia. Del resto il fondatore David Vincenzetti era solito ricordare come la regola non scritta di questo mercato fosse la seguente: «Se un governo dice che una persona (un bersaglio, ndr) è un terrorista, allora è un terrorista», riporta oggi una fonte.

Il leak di Hacking Team

Nessuno sa che fine abbia fatto Phineas Fisher: l’anonimo hacker che, a luglio del 2015, ha divulgato 400 gigabyte di informazioni sottratte ad Hacking Team. Tra quelle figurano i Paesi ai quali David Vincenzetti, fondatore e amministratore delegato dell’azienda, vendeva a governi e agenzie di intelligence il software spia Remote control system, di cui si scrive diffusamente in questa inchiesta. Oggi Vincenzetti è uscito dai radar e da Hacking Team, che nel frattempo è stata assorbita da un’altra società che si ocupa di sicurezza informatica. Phineas Fisher nei radar non ci è mai entrato.

Una delle immagini promozionali di Hacking Team nel 2015

Ma all’epoca dei fatti, due anni prima della fuga di informazioni, il nuovo arrivato appena impiegato a Puebla questo non lo poteva ancora sapere. Era stato accolto nell’azienda con calore ed era stato invitato a usare, da quel momento in poi, la prima persona plurale, “noi”, nel riferirsi ai progetti e obiettivi di Hacking Team. Quindi forse si sarebbe aspettato maggiore comprensione nel raccontare al datore di lavoro cos’era appena successo: «Aveva chiesto di essere riportato indietro perché stava dando di matto», ricorda un ex-dipendente: «Loro (Hacking Team) si sono arrabbiati moltissimo e lui ha lasciato (il lavoro, ndr) il giorno stesso o quello successivo: hanno cercato di contattarlo ma era già sparito».

Episodi simili in Messico non sono fuori dal comune, come spiega un ufficiale di alto grado dell’antidroga statunitense, la Drug enforcement agency (Dea). In un’altra occasione, nel 2011, l’intermediario messicano Dtxt ha tenuto per sé il software fornito da Hacking Team anziché consegnarlo all’utente finale, la polizia federale, che di fatto non ha mai firmato la licenza d’uso necessaria all’attivazione.

Per questa ragione, spiega un ex dipendente, l’installazione non dovrebbe neanche essere mai stata attivata, dal momento che la licenza era una condizione imprescindibile affinché il sistema venisse messo in funzione, spiega una fonte a Forbidden Stories. Dopo un anno e numerose richieste di avere il contratto di licenza firmato, un dipendente ha scritto in una nota interna: «Sembra sia una pratica comune in Messico».

In un’altra occasione, nel 2011, l’intermediario messicano Dtxt ha tenuto per sé il software fornito da Hacking Team anziché consegnarlo all’utente finale, la polizia federale

Il nuovo che avanza

Non stupisce che il Messico sia tra gli attori più attivi nel mercato delle intercettazioni: secondo il gruppo di attivisti della rete R3D, il Paese è stato a lungo quello che ha speso di più nelle tecnologie di Hacking Team. Mentre oggi, a cinque anni dal leak di informazioni dai server dell’azienda, secondo un ufficiale della Dea, sono almeno venti le società che riforniscono di tecnologie per lo spionaggio il governo e le polizie degli stati confederati, tra le quali l’israeliana Nso Group.

L’ultimo episodio, che oggi viene rivelato per la prima volta da Forbidden Stories, risale all’estate del 2016, quando il giornalista della rivista Proceso, Jorge Carrasco, è stato oggetto di un tentativo di infiltrazione informatica tramite il software Pegasus, prodotto di punta dell’azienda israeliana Nso. Carrasco stava investigando sui rapporti tra lo studio panamense Mossack Fonseca, al centro dei Panama Papers, e alcuni clienti messicani, quando riceve un inaspettato Sms sul cellulare: “Ciao Jorge. Ti condivido questo memo pubblicato oggi da Animal Politico. Credo sia importante farlo girare”. Seguendo il link, Carrasco avrebbe inconsapevolmente dato accesso a Pegasus: un trojan che avrebbe rivelato all’ignoto attaccante il contenuto del dispositivo.

Il messaggio “esca” spedito sullo smartphone del giornalista Jorge Carrasco – Foto: Forbidden Stories

La scoperta è il risultato di un lavoro d’indagine condotto dagli esperti di sicurezza informatica di Amnesty International, che da anni braccano Pegasus sui telefoni di attivisti e giornalisti di tutto il mondo. Come già raccontato da IrpiMedia, il software è lo stesso utilizzato in Marocco per spiare il giornalista Omar Radi, particolarmente inviso alla monarchia di Rabat. Ma si sospetta che Pegasus sia stato impiegato anche per spiare Jamal Khashoggi, dissidente e giornalista del Washington Post, ucciso dentro l’ambasciata saudita di Istanbul.

«Il messaggio che abbiamo recuperato faceva parte di una campagna (di intercettazioni, ndr) condotta in quello specifico periodo di tempo», spiega a Forbidden Stories Claudio Guarnieri, dell’Amnesty security lab. Come ricostruito dall’organizzazione, il numero di telefono da cui ha ricevuto il messaggio Carrasco è lo stesso utilizzato per condurre diversi tentativi di intercettazione nei confronti di Carmen Aristegui, tra le più note giornaliste d’inchiesta del Messico.

«Il messaggio che abbiamo recuperato faceva parte di una campagna di intercettazioni condotta in quello specifico periodo di tempo».
Claudio Guarnieri

Amnesty Security Lab

Il vecchio che evolve

Nonostante gli scandali e i palesi abusi di questa tecnologia, nessuna misura è stata presa per proteggere attivisti e giornalisti. Jorge Carrasco, oggi direttore della testata Proceso, è il nono giornalista in Messico il cui dispositivo contiene i segni di un attacco di Pegasus. E anche un ex dipendente di Hacking Team ricorda di aver assistito personalmente a un episodio nel quale il governatore di uno stato federale monitorava dal suo ufficio un giornalista: «Ne andava fiero», aggiunge.

Finora nessuno a livello di autorità pubbliche ha deciso di approfondire il tema. Al contrario, il Messico è stato a lungo uno dei principali acquirenti di Nso: la società israeliana nel 2014 ha firmato un contratto da 32 milioni di dollari con la Procura generale del Paese.

Dell’espansione di Nso nel Centroamerica si trova traccia anche nelle email sottratte nel 2015 ad Hacking Team, che rivelano come l’azienda si ponesse l’obiettivo di “sbugiardare il mito” della sua rivale israeliana.

«Sembra che praticamente tutte le principali società tecnologiche abbiano presentato i loro prodotti in Messico», spiega John Scott-Railton del Citizen Lab, un’organizzazione che da anni investiga sulle attività del software Pegasus prodotto da Nso.

Per approfondire

coding

Sorveglianza: giornalisti ancora nel mirino dei software spia

Amnesty International scopre come un altro giornalista, il marocchino Omar Radi, sia caduto vittima delle tecnologie di sorveglianza di NSO Group, azienda israeliana specializzata nello sviluppo di software di sorveglianza

«Sono convinto che gli abusi siano aumentati in tutto il mondo, ma è anche più difficile individuarli».

John Scott-Railton

Citizen Lab

La preoccupazione, da sempre, è che simili strumenti possano essere utilizzati per spiare attivisti e giornalisti, come più volte documentato, e non terroristi o appartenenti al crimine organizzzato. Ma a rendere ancora più complesso il quadro è l’evoluzione delle stesse tecnologie, sempre più invisibili e difficili da riconoscere. Un traguardo raggiunto quantomeno da Nso che, come già scritto da IrpiMedia a giugno, è in grado di introdurre Pegasus sul dispositivo di un bersaglio anche attraverso attacchi alla rete Internet che serve il dispositivo, bypassando così Sms o allegati malevoli su cui il bersaglio deve cliccare prima dell’inoculazione del virus.

«Sono convinto che gli abusi siano aumentati in tutto il mondo, ma è anche più difficile individuarli», commenta Scott-Railton: «Con l’Nso e altri che vanno nella direzione di vendere tecnologie “zero-click” che non si basano sugli Sms, siamo senz’altro in una situazione più difficile in termini di capacità di investigare». Ma la conseguenza dello sviluppo di queste tecnologie, riflette l’avvocato israeliano specializzato in diritti umani Eitay Mack, «è che in molti luoghi sarebbero in grado di identificare un Nelson Mandela prima ancora che sappia di essere il prossimo Nelson Mandela».

L’esempio di Mack riassume efficacemente le preoccupazioni di attivisti per i diritti digitali, oppositori politici e giornalisti: se chi ha il potere ne abusa, chi paga? Ma soprattutto, chi controlla?

Nessuno lo ha fatto finora nel caso di Emilio Aristegui, figlio della nota giornalista messicana, che ha ricevuto almeno 21 messaggi per altrettanti tentativi di attacco sul suo telefono cellulare, come accertato da Citizen Lab. La campagna nei suoi confronti si è svolta nel 2015 e risulta contigua con quella – evidentemente non andata a buon fine – sul telefono della madre. Ma all’epoca dei fatti Emilio Aristegui era minorenne: «Alcuni di questi messaggi rappresentavano contenuti sessualmente espliciti, mentre in altri si impersonava l’ambasciata statunitense o (si trasmettevano) notizie relative alla madre», si legge in un report pubblicato dall’organizzazione nel 2017.

Emilio Aristegui, figlio della nota giornalista messicana Carmen Aristegui, era minorenne quando ha ricevuto almeno 21 messaggi per altrettanti tentativi di attacco sul suo telefono cellulare

Chi controlla?

Nonostante le ripetute denunce da parte di organi di stampa e associazioni per la tutela dei diritti umani, il governo israeliano non ha mai ritenuto di intervenire nei confronti di Nso, che esporta su sua autorizzazione: «Ogni licenza è erogata alla luce di numerose considerazioni incluse quelle sulle autorizzazioni di sicurezza del prodotto e a una valutazione del Paese verso il quale il prodotto è commerciato», ha dichiarato a Forbidden Stories un portavoce del ministero della Difesa israeliano: «I diritti umani, le politiche e i problemi sociali sono tutti presi in considerazione».

Nel 2018 un gruppo di giornalisti e attivisti messicani presenta un esposto, in Israele, chiedendo di accertare eventuali negligenze di Nso relative agli abusi del governo Messicano, tuttavia il sistema giudiziario ha dovuto prendere atto della richiesta di tenere il procedimento sotto segreto per ragioni di sicurezza nazionale. La stessa segretezza è adottata nei confronti del comitato etico interno all’azienda, che non è però autorizzato a conoscere l’identità dei clienti, spiega Mack: «Se non hanno informazioni come possono intervenire? È una presa in giro».

«Compiamo approfondite indagini su ogni credibile segnalazione di abusi, comprese quelle che riguardano il sospetto che la nostra tecnologia possa essere stata utilizzata con scopi diversi dalla prevenzione legale o dall’indagine legittima in casi di terrorismo o altri reati maggiori», ha commentato un portavoce di Nso in risposta alle domande di Forbidden Stories. L’azienda rivendica di essere anche intervenuta in alcuni casi sospendendo l’accesso ai suoi prodotti: «Abbiamo la possibilità di interrompere l’intero sistema, una misura che abbiamo già preso in passato».

Nso rivendica di essere anche intervenuta in alcuni casi sospendendo l’accesso ai suoi prodotti

Ma se la Galilea piange, Roma non ride. A differenza di quanto dichiarato dal ministero della difesa di Tel Aviv, apparentemente in Italia Hacking Team ha goduto a lungo di migliori auspici, ben rappresentati da una licenza cumulativa all’esportazione ottenuta nel 2015 e valida nei confronti di 46 Paesi. All’epoca (ministro Carlo Calenda) e fino al 2019 queste autorizzazioni erano concesse dal ministero dello Sviluppo economico, ma non è chiaro se fossero previste delle procedure di due diligence come quelle dichiarate dal ministero della Difesa israeliano, al fine di compiere valutazioni specifiche sulle condizioni dei Paesi nei quali venivano esportati i software italiani.

In ogni caso, nel 2019 l’intero comparto è stato trasferito sotto il dicastero degli Affari esteri: «Qui non è rimasto più nulla», spiegano al telefono. Ma anche se così non fosse, negli anni passati il ministero dello Sviluppo Economico non è mai stato particolarmente disponibile a fornire informazioni né a rispondere alle numerose richieste di accesso inviate, in momenti diversi, da diversi giornalisti di IrpiMedia, respingendo sia le domande puntuali su alcune categorie di software sia quelle cumulative che avrebbero quantomeno permesso di ricostruire una statistica del mercato nazionale. Il tutto adducendo motivi di sicurezza nazionale. Al contrario, altri Paesi europei hanno fornito questo tipo di informazioni.


La risposta del Ministero per lo sviluppo economico alla richiesta di accesso agli atti del 2017 - IrpiMedia

«La cosa buona di essere un’azienda europea è che tu devi conoscere l’utente finale, anche se questo non vuol dire nulla e si traduce in un pezzo di carta con un timbro sopra», spiega uno degli ex dipendenti di Hacking Team: «Non dovevi controllare se l’ente sia poi effettivamente in grado di condurre quelle operazioni (di spionaggio, ndr) nella maniera corretta».

Il ministero degli Affari esteri non ha risposto a una richiesta di commento inviata da IrpiMedia.

«L’Italia è vista come un fornitore affidabile perché è cerchiobottista – commenta a IrpiMedia un responsabile governativo nel campo della sicurezza informatica – e il vaglio del cliente o dei suoi intermediari è in capo all’azienda, non all’ente che rilascia la certificazione».

E così non resta che seguire il denaro: all’indomani dell’attacco informatico subito nel luglio del 2015, che ne ha svelato i rapporti commerciali con alcuni Paesi fortemente criticati sul piano internazionale, Hacking Team si è ritrovata isolata proprio da quei clienti che più verosimilmente ne avrebbero sfruttato la tecnologia per fini legittimi, osservano persone vicine alla vicenda. In tal senso nel 2015 sembra essere provvidenziale (dal punto di vista degli affari, sic) la licenza ottenuta dal Mise, che quantomeno avrebbe dovuto garantire all’azienda di espandersi in altre direzioni e così evitare anche lo strapotere di Nso, ormai in piena scalata grazie alla qualità dei suoi prodotti.

Quello che David Vincenzetti, fondatore di Hacking Team, non ha potuto prevedere è ciò che successe al Cairo a gennaio del 2016, con l’omicidio del ricercatore italiano Giulio Regeni. L’Egitto è tra i clienti del polo milanese dello spionaggio, e la stampa italiana si è chiesta se proprio Regeni non fosse stato sorvegliato utilizzando la tecnologia sviluppata in terra natia. Poco più di un mese dopo, il 31 marzo, Hacking Team si è visto revocare la licenza all’esportazione. Una misura che ha segnato la fine dell’azienda sullo scacchiere internazionale.

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Autori

Raffaele Angius

In partnership con

Editing

Luca Rinaldi

Foto

Chris Yang/Unsplash

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