I narco Mori

#NdranghetaInSardegna

I narco Mori

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

Giugno 1999. In una sera calma e senza vento, al porto di Civitavecchia, tre uomini si imbarcano su una motonave della Tirrenia diretta verso Olbia. Mario Serra, Francesco Cuccu e Cristian Sedda entrano in cabina portando una modesta quantità di cocaina. «Il tempo è brutto, qui sta piovendo molto», anticipa Mario preoccupato, mentre preparano una striscia da consumare sul momento. Il tempo in realtà, quella sera sul Tirreno, è ottimale per la navigazione e per le riunioni di lavoro. A rompere il ghiaccio è Cuccu, preoccupato di aver avuto meno dei 200 grammi pattuiti: «Almeno 20 – precisa – me l’ha detto Ciccio e non me l’ha fatta nemmeno pesare. Mi ha detto: “non ti fidi di me?” Così mi ha detto e così ti dico».

Il riferimento è a Francesco Parisi, alias “U Dottori”. All’epoca venticinquenne, è uno dei figli del più noto Antonio Parisi, ritenuto a capo della ‘ndrina di Natile, paesino di mille anime arroccato nella Locride tra Platì e San Luca. Da qui vengono alcuni dei più abili broker del narcotraffico internazionale.

Mario Serra – Nato a Villacidro nel 1971, è uno dei principali animatori di un’organizzazione criminale che nasce per portare la droga dei calabresi fino alla Sardegna. Il suo rapporto con le cosche della Locride nasce a Bologna negli anni ‘90, quando è uno studente fuorisede nella facoltà di agraria. Secondo gli inquirenti ha un rapporto di comparatico con Giuseppe Parisi.

Tuttavia nel ‘99 Francesco la Locride l’ha lasciata già da tempo per stabilirsi a Bologna. La città è un importante centro universitario internazionale: in quegli anni ospita i lavori per l’uniformazione dei sistemi universitari dell’Unione europea, Pagliuca gioca ancora come portiere del Bologna football club 1909 e gli Skiantos hanno appena pubblicato il loro decimo disco, Doppia dose. Tra i tanti giovani che affollano la città delle torri c’è anche Mario Serra, ventottenne e studente universitario di Villacidro, paese di 13 mila abitanti a cinquanta minuti di automobile da Cagliari e importante centro per l’agricoltura e l’allevamento. È probabilmente questa la ragione per la quale è iscritto alla facoltà di agraria.

Ma qui Mario scopre un’altra vocazione, legata a lavori meno umili e senz’altro più redditizi. Come in tutta Italia, anche in Sardegna cocaina ed eroina sono molto richieste, nonostante l’altissima incidenza di morti per overdose. Solamente nel 1999 sull’isola ne viene sequestrato l’8% di quanto fermato in tutto il Sud Italia, ma a fronte di una popolazione di appena 1,6 milioni di abitanti, la metà di quelli di Napoli.

La lucrosa opportunità non sfugge a Mario, che a Bologna fa la conoscenza di Francesco Parisi e con lui fonda le basi per una solida alleanza tra Sardegna e Calabria, dando origine a una sinergia ventennale tra l’isola e alcune tra le maggiori ‘ndrine. Ma quando il trio si imbarca per tornare in Sardegna, con quei 200 grammi scarsi di cocaina in tasca, brucia ancora l’aver dovuto annullare una più sostanziosa spedizione di droga che sarebbe dovuta arrivare in Sardegna nei giorni seguenti. Mario aveva notato qualcosa di sospetto durante il viaggio e non si era sentito tranquillo: «Il tempo è brutto e non si può mettere la testa fuori di casa».

I Parisi

Francesco, Giuseppe e Pietro sono figli di Antonio Parisi, che stando alle dichiarazioni del pentito di Platì, Rocco Varacalli, sarebbe a capo dell’omonima ‘ndrina di Natile e sarebbe anche parte della società Maggiore di Natile di Careri con la dote di Santa, una delle cariche più alte della ‘ndrangheta.

Grazie anche alla parentela con la potente ‘ndrina Ietto di Natile i Parisi dal 2001 cresceranno di importanza arrivando a importare, tramite il Belgio, molta cocaina. Grazie ad accordi diretti con i guerriglieri colombiani delle Farc, la cocaina entra a tonnellate a Gioia Tauro, oppure via Spagna e Nord Europa.

I Parisi sono nati nel posto che conta all’epoca. E come tanti giovani che aspiravano a una vita migliore, i tre iniziano a muoversi fuori da Natile, verso il nord, costruendo una solida base a Bologna. Città universitaria per eccellenza, è anche il bacino giusto da dove spingere le droghe.

Giuseppe resta in Calabria, e manda i carichi. Francesco fa base a Bologna, Pietro invece dopo la detenzione per l’indagine San Gavino, decide di restare in Sardegna. È qui che costruirà una serie di contatti, anche oltre i Serra, diventando il punto di riferimento per varie famiglie calabresi che, trasferite in Sardegna per stare vicino a familiari detenuti lì, hanno bisogno di contatti sul campo per i propri traffici.

I Parisi hanno una lunga scia di precedenti per traffico di droga. Nel 2001 Pietro Parisi è latitante, ricercato dal Tribunale di Cagliari per l’indagine San Gavino. Viene arrestato a marzo, in Sicilia, assieme ad un trafficante di Bagheria, con ottimi contatti in Francia e Olanda. Ad aprile 2008, da poco scarcerato per San Gavino, viene arrestato in Locride con i fratelli per detenzione e spaccio di sostanza stupefacente. Pietro spicca sugli altri due: è sorvegliato speciale con obbligo di dimora. Nel 2013 viene arrestato nuovamente per traffico di droga a Palermo, e liberato torna a trafficare. Ad aprile 2021 viene arrestato di nuovo in Sardegna, dove collaborava con le cosche di San Luca. A maggio di quest’anno poi viene colpito nuovamente da ordinanza di custodia cautelare in carcere per avere rifornito di droga il mandamento di Brancaccio, a Palermo.

Una vedura aerea di Villacidro - Foto: Elisa Locci/Getty

Una veduta aerea di Villacidro. – Foto: Elisa Locci/Getty

Compari

L’alleanza con Parisi, però, regge. Lo mette nero su bianco, per la prima volta nel 2000, l’operazione San Gavino, condotta dai carabinieri del Ros di Cagliari e da quelli di Villacidro. L’indagine ha origine proprio nel paese del sud Sardegna, snodo del mercato ortofrutticolo per la zona. Da qui le merci partono e qui arrivano. Eppure la cittadina mantiene la sua natura liminale, relegata a un arcipelago di paesi immersi nella campagna tra Sanluri, San Gavino (da cui prende il nome l’operazione dei carabinieri) e Pabillonis.

Pietro Parisi – Originario di Natile, paesino dell’Aspromonte stretto tra Platì e San Luca e figlio di un boss, assieme ai fratelli Giuseppe e Francesco, già dagli anni ‘90 aveva avviato una fiorente attività di narcotraffico per cui è stato arrestato varie volte in 20 anni. Ormai basato in Sardegna, collabora con i Serra ma anche con altri suoi conterranei sull’isola, oltre che rifornire la mafia palermitana.

Ma se la campagna può nasconderti alla polizia, non può fare altrettanto agli occhi dei compaesani. Le voci corrono e all’inizio del 1999 si chiacchiera della nuova ricchezza di Mario Serra – studente fuorisede – e dei suoi amici. Viaggi costosi, auto di lusso e serate nei night club non passano inosservate nemmeno ai carabinieri, che di lì a poco iniziano a monitorare spostamenti e conversazioni del gruppo di sardi.

Nel frattempo, per un’operazione annullata decine di altre vanno a segno, seguendo sempre lo stesso schema: prima gli incontri a Bologna, poi le verifiche sulla merce e il trasporto tramite corrieri fidati che, tra Civitavecchia e Piombino, imbarcano camion carichi di stupefacente alla volta della Sardegna. Il traffico è reso più facile dalla collaborazione di Giuseppe Parisi, fratello di Francesco, ben disposto a portare la droga persino in macchina direttamente dalla Calabria, pur di soddisfare le richieste degli amici villacidresi.

Nella cabina del traghetto il trio parla di quanto ha versato per avere «la bianca» e «la niedda» (nera in sardo, ndr): almeno 265 milioni di lire tra il saldo di una vecchia fornitura, l’anticipo per un carico che verrà e i 200 grammi dai quali mancano «almeno 20 grammi». Ma si tratta di poca roba rispetto alle merci che il gruppo sarebbe in grado di movimentare: dalle intercettazioni i carabinieri arrivano a stimare ripetuti carichi del valore di centinaia di milioni. D’altronde, sia Mario Serra sia i suoi accoliti non sono più dei novizi secondo gli inquirenti e la triangolazione del narcotraffico Natile-Bologna-Campidano sarebbe attivo già almeno dal 1997.

La zona di Villacidro è in realtà, fin dagli anni ‘70, la porta sull’isola per i carichi di eroina provenienti dalla Turchia. Ma erano solamente narcos “indipendenti”, che si rifornivano dalla ‘ndrangheta a Milano. Fino ai primi anni 2000 nessuno era riuscito a creare una piattaforma stabile per il traffico, con tanto di incarichi e relazioni internazionali. Ce l’ha fatta Serra, che negli anni è diventato di casa in Locride, dove i rapporti si stringono sia con gli affari sia con legami familiari – il cosiddetto comparatico, cioè il “diventare compari” (in quanto testimone di nozze o padrino di battesimo) – che suggellano le alleanze più durature nel tempo. È questo il caso con Giuseppe Parisi, legato a Mario Serra per comparatico, secondo informazioni raccolte dai carabinieri. Ma tale confidenza crea anche un presupposto eccezionalmente propizio per Andrea Serra, di due anni più giovane del fratello Mario, al quale presto si affiancherà al vertice dell’organizzazione criminale.

Andrea Serra – È il fratello minore di Mario e uno dei suoi alleati più fidati. Il ruolo di Andrea spicca dopo un primo tentativo delle forze dell’ordine di cogliere in flagranza la banda sardo-calabrese, quando le sue doti di leadership diventano fondamentali per mandare avanti gli “affari di famiglia”. Da allora si muove tra la Sardegna e il Marocco. È legato in particolare a Vincenzo Vitale, padrino di battesimo del figlio.

Il giovane villacidrese, grazie all’amicizia con Parisi, negli anni impara a valutare la qualità dei vari stupefacenti, dimostrando di saper organizzare la logistica dei carichi e della distribuzione sul terreno. È sempre Andrea a tenere le fila dell’organizzazione dopo il luglio del 1999, quando un’incursione dei carabinieri rischia di cogliere con le mani nel sacco Mario Serra e Giuseppe Parisi, durante un incontro nelle campagne di Pabillonis. Da questo momento Andrea Serra diventa il principale interlocutore dei calabresi, addirittura costretti a passare da lui per comunicare con il fratello Mario.

Il paese d’ombre

Oggi, dal carcere di Uta, a mezz’ora da Cagliari, Andrea Serra probabilmente ripensa a tutta la strada che ha fatto, ai successi, alla famiglia lontana. Per uno che si è fatto da solo, nato e cresciuto nel remoto sud-ovest della Sardegna, essere considerato un membro del gotha del narcotraffico internazionale non è scontato.

Eppure lui, stando alle recenti accuse della Direzione distrettuale Aantimafia di Firenze, ci è riuscito. Ha lavorato spalla a spalla con alcune delle famiglie più pericolose della ‘ndrangheta, intessendo rapporti diretti con personaggi del calibro di Francesco “Ciccio” Riitano. Un percorso, quello di Andrea, che è partito da lontano per dipanarsi poi tra Sardegna, Emilia-Romagna, Toscana, Calabria, Marocco, i grandi porti del nord Europa e l’America Latina.

A seguito dell’operazione San Gavino, il 3 luglio 2003, Andrea e Mario Serra vengono condannati in via definitiva per narcotraffico dalla Corte di Appello di Cagliari. Ma dal carcere i due fratelli continuano a tessere rapporti per il traffico di cocaina, e almeno dal 2008 è stato documentato un accordo tra Andrea e la cosca di ‘ndrangheta Gallace di Guardavalle, importante attore sulla scacchiera del narcotraffico internazionale.

A certificare l’asse Guardavalle-Villacidro è l’operazione La notte dei tempi, che dimostra gli stretti rapporti familiari e professionali tra i Serra e Vincenzo Vitale, ‘ndranghetista di alto livello e nipote di Domenico Vitale, che ha scontato ventidue anni di carcere per omicidio plurimo nella faida nota come “Strage di Guardavalle”.

Una veduta dell’Aspromonte.

Foto: Michele Amoruso

Una veduta dell'Aspromonte - Foto: Michele Amoruso
Una veduta dell’Aspromonte – Foto: Michele Amoruso

Guardavalle è un paesino arroccato nel Parco delle Serre, in provincia di Catanzaro. Con un comune sciolto più volte per mafia, è la roccaforte della cosca di ‘ndrangheta Gallace-Novella, per cui il narco Ciccio Riitano trafficava tonnellate di cocaina da Arluno, in provincia di Milano. È proprio da Arluno che, nel 2008, sono partiti 12 chili di cocaina diretti ai Serra in Sardegna, come ha documentato la Squadra Mobile di Cagliari nell’indagine La Notte dei Tempi. Il processo di primo grado è alle prime battute.

Vincenzo Vitale – Originario di Guardavalle, Calabria, è affiliato alla cosca Gallace della ‘ndrangheta. Nipote di Domenico Vitale, è stato catturato nel 2016 per mafia e lavora come narcotrafficante per la cosca. È padrino di battesimo del figlio di Andrea Serra.

Alla famiglia calabrese i Serra vengono introdotti per effetto di un accordo tra le cosche di Guardavalle e quelle della Locride, da cui provengono i Parisi. Ma il legame di Andrea Serra con i Vitale diventerà ancora più stretto, come dimostra il fatto che, nel 2011, è lo stesso Vincenzo a diventare padrino di battesimo del figlio di Andrea Serra.

Mario e Andrea Serra pensano in grande: il primo vive a Rotterdam, da dove secondo gli inquirenti mantiene importanti relazioni con i narcotrafficanti che orbitano intorno al principale porto d’Europa. Il secondo si divide tra il Campidano e il Marocco, Paese d’origine della moglie nel quale, come hanno scoperto IrpiMedia e Indip, ha condotto nel tempo diverse aziende.

I Quattro Mori, costituita nel 2011, e Dimensione Casa, del 2016, sono due società immobiliari liquidate poi nel 2018. La terza invece si occupa di ristorazione e almeno fino a pochi mesi fa gestiva “Dall’Italiano”, uno dei principali ristoranti del lussuoso lungomare di Tangeri. Lo stesso Mario Serra lo consigliava su Facebook: «Un locale diverso dal solito. Italiano al 100%, a partire dagli chef dei vari reparti sino all’utilizzo di prodotti importati di altissima qualità. […] Consiglio? Da provare…..».

Ma a interessare davvero Serra sembrano essere più che altro le relazioni strategiche che può gestire dal più occidentale dei Paesi islamici. Da qui mantiene infatti importanti contatti diretti con fornitori a Santo Domingo e nel Suriname, dove le merci più scottanti sono manovrate appunto da musulmani. «Vi sembrerà strano questo mese di Ramadan: ci sono tanti che lavorano e tanti che non fanno niente, proprio chiudono e per trenta giorni non ne vogliono neanche sentire», spiega Serra nelle intercettazioni: «Perché chi carica, chi vuole fare il lavoro in Suriname sono musulmani».

A rivelare il contenuto di questa conversazione è l’attività di Geppo, un’indagine antidroga della Dda di Firenze che trae origine da un curioso ritrovamento, risalente a maggio del 2017, quando un ignaro insegnante di vela, al largo di Livorno, incappa in un borsone contenente 17 chili di cocaina divisi in panetti. Su questi il marchio della famosa casa automobilistica tedesca Porsche.

La cocaina rinvenuta dall’insegnante di vela e consegnata ai carabinieri di Livorno
La cocaina rinvenuta dall’insegnante di vela e consegnata ai carabinieri di Livorno

Consegnata la sacca alle autorità, non passa più di qualche ora prima che la Capitaneria di porto ritrovi, ormai quasi a riva, cinque borsoni simili al primo e contenenti altri 165 chili di prezioso stupefacente. Niente lascia comunque intuire la provenienza della droga, ma all’esame dei borsoni le autorità deducono che il carico è finito contro l’elica di una nave. E non sbagliano. Ma facciamo un passo indietro.

Francesco “Ciccio” Riitano – Narcotrafficante di professione, è originario di Guardavalle ed è stato il narco di punta della cosca Gallace. Ha lavorato fianco a fianco con Mario Palamara di Africo, ad oggi ancora latitante, rifornendo di tonnellate di cocaina una serie di ‘ndrine della Locride. Aveva come base operativa Arluno, in provincia di Milano, ed è poi rimasto nascosto come latitante a Rapallo, in Liguria, fino alla cattura in Sicilia nel 2019.

La striscia di mare

È la sera del 2 maggio 2017. Una barca a vela lascia il porto di Livorno per andare a pesca. A bordo Giuseppina Nieddu, sarda di origine e proprietaria dell’imbarcazione, un narcotrafficante colombiano e un referente della cosca Gallace di Guardavalle. I tre, condotti dallo skipper “Geppo”, che ha dato il nome all’indagine, e da un militare corrotto della capitaneria di porto, affrontano le onde e il mare grosso per condurre la loro missione. Ma non cercano spigole o muggini, quanto piuttosto una zattera galleggiante carica di panetti di cocaina che qualcuno da una portacontainer di passaggio ha lasciato cadere dal ponte in modo che i cinque la trovassero.

Il carico era stato inviato da due abili broker: Francesco “Ciccio” Riitano e Mario “Benito” Palamara, entrambi latitanti e per questo costretti a monitorare da lontano le operazioni di recupero.

Tanto ingegnoso è il piano quanto maldestra è l’esecuzione: un marinaio complice imbarcato sulla portacontainer deve lanciare dal ponte una sorta di zattera galleggiante ricavata dai borsoni legati tra loro, con tanto di boe e luci di segnalazione.

«L’ha buttata, stanno andando al punto per pescarla. Speriamo non se la mangi qualche balena», dice Palamara, che è in contatto telefonico con il marinaio. Ma l’equipaggio a bordo della barca a vela non riesce ad avvistare il carico: «Attendete, lasciategli il tempo di risalire in superficie», ordina Riitano. Ma dopo tre ore di ricerca in mare, al buio e con il vento sferzante che agita il mare, sono costretti ad abortire la missione. I duecento chili di cocaina sono smarriti tra i flutti.

La cocaina rinvenuta dalla Guardia Costiera nei borsoni galleggianti nel mare di Livorno
La cocaina rinvenuta dalla Guardia Costiera nei borsoni galleggianti nel mare di Livorno
La Oceanis 411 con cui i narcos hanno provato a recuperare la cocaina galleggiante nel mare di Livorno
La Oceanis 411 con cui i narcos hanno provato a recuperare la cocaina galleggiante nel mare di Livorno

Un segreto lunghissimo

Passa più di un anno prima che il nucleo investigativo dei carabinieri di Livorno, guidato dal Maggiore Michele Morelli, identifichi i proprietari del carico e tutti i soggetti coinvolti. La svolta arriva quando la polizia olandese condivide con il Ros di Roma 90 mila messaggi di chat di un servizio di messaggistica cifrata usato anche da narcotrafficanti italiani.

Si tratta di PGP Safe, fornito da quattro olandesi che riadattavano telefoni BlackBerry in modo da inviare e ricevere esclusivamente conversazioni cifrate via email attraverso un server in Costa Rica. Decriptato dalla polizia olandese – che ne ha poi arrestato i gestori – il sistema informatico ha rivelato le conversazioni di migliaia di narcotrafficanti e criminali internazionali.

È proprio dall’analisi dei messaggi scambiati tramite PGP Safe che il Ros capisce di avere in mano le risposte al mistero delle centinaia di chili di cocaina “galleggiante” trovati a Livorno. Dall’analisi delle chat emergono due nuovi dati: in primis l’importanza strategica della Toscana – e soprattutto del porto di Livorno – come snodo logistico del narcotraffico, e in secundis un’alleanza stabile della ‘ndrangheta con la criminalità sarda. Una piramide di comando che vede alla base i logisti sardi in Toscana con i narcotrafficanti sardi; a metà i broker calabresi come Riitano e Palamara e in cima i boss delle ‘ndrine di riferimento.

La premiata ditta Riitano e Palamara

Tre indagini (Squadra Mobile di Brescia, carabinieri di Milano e Guardia di Finanza di Venezia) tra il 2015 e il 2019 avevano dimostrato come Riitano e Palamara, seppure legati il primo alla ‘ndrina Gallace e l’altro alla ‘ndrina Morabito di Africo, lavorassero in coppia rifornendo di fiumi di cocaina una serie di cosche di ‘ndrangheta, muovendosi tra il nord Europa, Barcellona, Milano, il Veneto e la Calabria. Per anni i due sembravano imprendibili. Ma a tradire Riitano, a settembre 2019, è stato l’amore per i figli. “Carlino”, come veniva chiamato Riitano, viene scovato quando la figlia lo chiama così in una conversazione captata da una cimice in un’auto. I figli stanno andando in Sicilia a trovare il padre, che ha lasciato la base di Rapallo (in Liguria) dove viveva sotto falsa identità ed è nascosto in un appartamento appositamente per vederli. Ed è lì, a Giardini Naxos, che dopo giorni di appostamento i carabinieri riescono a catturarlo.

Ci sono il comandante Morelli e i suoi a fargli la posta: una sera, tradito dal caldo estremo, esce in balcone. Così cade Riitano, che finirà in galera. Negli anni di latitanza, usava un passaporto a nome Andrea Frascà, che era riuscito ad ottenere alla Questura di Milano usando la carta di identità di un indigente di Guardavalle, a cui aveva sostituito la propria fotografia. Una volta ottenuto il passaporto a nome Frascà, aveva viaggiato indisturbato tra Italia, Nord Europa e perfino America Latina. Palamara, anche lui sicuramente sotto falsa identità, è invece ancora latitante.

Sulle tracce dei due broker, tra i tanti, è stato anche il Gruppo operativo antidroga (Goa) della Guardia di finanza di Catanzaro, che in contemporanea ai carabinieri di Livorno ha portato avanti un’indagine sulla capacità della cosca Gallace di Guardavalle di sfruttare in modo stabile il porto di Livorno per importare cocaina in grandissime quantità dall’America Latina fino anche alla Sardegna.

A rendere strategica la Toscana è prima di tutto la presenza di Domenico Vitale che all’epoca dei fatti abita a Volterra, dove aveva precedentemente scontato una lunga pena. Socio di Riitano – essendo affiliati alla stessa cosca – è lui a procurare i contatti con i logisti sardi della Maremma. In particolare quello di Robertino Dessì, pastore di origine sarda e proprietario di un’azienda agricola nelle campagne del livornese, che diventerà appoggio logistico per stoccare la cocaina dei Serra. “La Mandra” – parola che indica il recinto per il bestiame – è anche il luogo dove verrà organizzato il recupero della zattera di cocaina a maggio 2017.

È sempre Dessì infatti a procurare il contatto di Giuseppina Nieddu, armatrice di barche a vela e dal 2012 trasferita in Toscana, che propone la sua flotta per trasportare grandi carichi di cocaina dal Suriname e da Santo Domingo, dove proprio Andrea Serra avrebbe contatti diretti con i fornitori.

Pietracappa, il monolite più alto d’Europa. Divide San Luca, Platì e Natile di Careri.

Foto: Michele Amoruso
Pietracappa, il monolite più antico d’Europa. Divide San Luca, Platì e Natile di Careri
Pietracappa, il monolite più antico d’Europa. Divide San Luca, Platì e Natile di Careri – Foto: Michele Amoruso

La rete internazionale

Dopo il rinvenimento della cocaina al largo di Livorno, le indagini si concentrano sul gruppo sardo-calabrese. Da qui emerge il peso di Andrea Serra, confermando che a diciassette anni dal primo arresto non solo non ha mai abbandonato il mondo del narcotraffico ma che anzi ci è cresciuto dentro.

Lo testimoniano gli stretti rapporti di Serra con la Calabria, i frequenti contatti con Vincenzo Vitale e una serie di viaggi che il sardo farà, assieme al fratello Mario, tra la primavera e l’autunno del 2019 proprio a Guardavalle. Le indagini rivelano una nuova trattativa, volta a importare dal Suriname 400 chili per volta di cocaina, più altre centinaia da Santo Domingo. Il trasporto dovrebbe essere organizzato utilizzando le barche di Giuseppina Nieddu.

A Santo Domingo ci sarebbe già una barca a vela con una tonnellata a bordo, e bisognerebbe solo inviare un equipaggio abile. La Nieddu però non è convinta, vuole sapere chi sono i «proprietari», cioè i responsabili del carico. Lo rivela un’intercettazione ambientale di maggio 2019, quando Serra incontra Dessì e Nieddu in un bar di Livorno. Qui racconta di essere stato in Marocco con la famiglia, per poi partire d’urgenza alla volta dell’Olanda perché «è arrivato il carico» (di cocaina, ndr). «Mi mandano un messaggio: vieni subito in Olanda, è arrivato il carico – spiega – ho lasciato moglie e figlio e sono partito subito».

Mentre non è chiaro se i Serra abbiano avviato in Marocco anche relazioni utili al narcotraffico (anche se Andrea parla di traffico di droga proprio con il Marocco), dall’indagine Geppo emerge certamente una relazione con narcotrafficanti marocchini in Olanda.

«Che ci fate voi sardi con la gente del Suriname?», chiede Nieddu. Così Serra spiega che i surinamesi lavorano per i marocchini, i quali controllano i porti del Nord Europa: «Hanno in mano loro lo scarico» e racconta come ormai loro (i Serra) ne abbiano ottenuto la fiducia. «Noi siamo partiti così, quasi per gioco si può dire, ci hanno dato fiducia, hanno visto che noi siamo responsabili degli impegni che prendiamo e ci hanno dato in mano tre milioni di euro (il valore della cocaina, ndr) in mano così».

Il 10 giugno Andrea Serra torna nuovamente in Olanda, ad Amsterdam. Il Ramadan è finito ed è ora di organizzare. Le acque evidentemente si smuovono ed è il momento di coinvolgere la ‘ndrangheta, così il 19 luglio i due fratelli Serra vanno a trovare i Vitale in Calabria.

Domenico Vitale – Originario di Guardavalle, Calabria, e affiliato alla cosca Gallace della ‘ndrangheta, Vitale è stato condannato per omicidio plurimo e ha scontato 22 anni di carcere a Volterra, dove è poi rimasto a vivere. È zio di Vincenzo Vitale.

Entrando nell’auto dei Vitale, Andrea Serra sbotta: «Un casino dappertutto sta diventando, un casino dappertutto sta diventando eh, non scherzo», ma Vincenzo Vitale gli fa immediatamente cenno di non parlare, mimando con i gesti che nella sua auto potrebbero esserci microspie. Ha ragione: le fiamme gialle hanno già piazzato sia cimici che telecamere nell’auto. E così, pur non riuscendo ad ascoltarli, gli inquirenti hanno le prove dell’incontro tra i sardi e gli ‘ndranghetisti. E qualcosa viene certamente deciso in quell’occasione, perché subito dopo Andrea Serra va ad Amsterdam, «verosimile preludio», secondo gli inquirenti «di una nuova serie di consegne di droga».

Nel frattempo Domenico Vitale sale a Rapallo a incontrare il latitante Ciccio Riitano proprio per discutere di un nuovo carico di cocaina. Pochi giorni dopo in Toscana, Vitale incontra Robertino Dessì, evidenziando così l’interesse dei calabresi per l’affare dell’importazione tramite barche a vela. Dessì però suggerisce di escludere la Nieddu, perché è troppo impaziente e insistente. E alla fine anche lui se ne chiama fuori: preferisce «tenere il pescato», ovvero continuare con traffici minori a cui è più abituato.

Mario Serra

I traffici, comunque, continuano. Il 2 ottobre 2019 i sardi, pedinati dagli agenti del Gruppo operativo antidroga di Catanzaro, incontrano uno dei boss di Guardavalle, Cosimo Damiano Gallace. Da un mese è stato arrestato Riitano, e ci sono probabilmente strategie e nuovi equilibri da discutere, soprattutto rispetto agli approvvigionamenti di cocaina dall’America Latina e ai rapporti con chi controlla i porti del Nord Europa. Come quello di Rotterdam, dove vive Mario Serra, che può contare su contatti strategici con marocchini al porto per l’ingresso di grandi quantitativi di cocaina.

I due sono abbastanza cauti da utilizzare telefoni cifrati, forniti dai calabresi, così i finanzieri non riescono a intercettarne le conversazioni. Tuttavia seguono i loro spostamenti tra Guardavalle e la Locride, subito prima di ripartire per il Marocco, dove vive Andrea.

Il 24 marzo 2021 il Gip del Tribunale di Firenze Sara Farini firma un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di Francesco Riitano e degli altri broker calabresi, Domenico Vitale, Andrea Serra, Roberto Dessì, Giuseppina Nieddu e i corrieri sardi. Le accuse sono di associazione a delinquere con il fine di agevolare la ‘ndrangheta e narcotraffico internazionale. Il processo deve ancora iniziare. Dessì, Nieddu, Mario e Andrea Serra non hanno risposto alla richiesta di un commento. Non è stato possibile rintracciare Pietro Parisi.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Raffaele Angius

Editing

Giulio Rubino

In partnership con

Illustrazioni

Foto

Michele Amoruso

Mappe

Lorenzo Bodrero

Traffico di captagon nel Mediterraneo: il porto siriano di Latakia è il cuore dello smercio

#PiratiDelMediterraneo

Traffico di captagon nel Mediterraneo: il porto siriano di Latakia è il cuore dello smercio

Cecilia Anesi
Ahmed Eid Ashour
Sameh Ellaboudy
Maher Shaeri

Il sole stava tramontando sul porto di Latakia, in Siria, mentre una nave portacontainer salpava direzione Libia orientale. Era il 2 dicembre 2018 e la Noka, carica di merci provenienti da Damasco, viaggiava con una sorpresa. Nascosti in un doppiofondo e coperti da spezie, caffè e segatura c’erano due carichi speciali: sei tonnellate di hashish e tre milioni di pillole di captagon, una droga sintetica molto popolare in Medio Oriente.

Chi pilotava la portacontainer ne era al corrente. Infatti, appena superata l’isola di Cipro il comandante aveva spento il sistema di identificazione automatica (a.i.s) sparendo così dai radar. Ma, grazie ad una soffiata e al supporto aereo da parte di Frontex (l’Agenzia europea della guardia costiera e di frontiera), il 5 dicembre 2018 la guardia costiera greca intercettava la nave battente bandiera siriana all’altezza di Creta, abbordandola, sequestrando la droga e arrestando l’intero equipaggio.

Era il sequestro di captagon più grande mai portato a termine dalle autorità greche: la prova che il traffico di captagon era esploso nel bacino del Mediterraneo dopo il caos delle rivolte della primavera araba del 2011.

“Captagon” è il nome dato alla sostanza psicotropa, chimicamente cloridrato di fenetillina (un composto derivato dal legame tra amfetamina e teofillina), inventato nella Germania occidentale degli anni ‘60 per trattare il disturbo da deficit di attenzione (ADHD, ndr), la narcolessia e la depressione. Bandito negli anni ’80, il captagon viene illegalmente sintetizzato in Medio Oriente e consumato in particolare negli Stati arabi del Golfo Persico come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar e, più recentemente, tra i combattenti in Siria.

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L'inchiesta
Alla fine del 2018 viene sequestrato un mercantile con un grosso carico di pasticche di captagon per oltre 100 milioni di euro di valore, prova di un boom del commercio di droga nel Mediterraneo alimentato dalla guerra civile siriana. Partendo da una ricerca sui veri proprietari della nave, IrpiMedia, Daraj e Occrp hanno scoperto una rete criminale, legata al la famiglia Assad, attiva tutt’ora tra Siria, Libia e paradisi fiscali.

Le pasticche di captagon prodotte oggi, illegalmente, si allontanano dalla formula originale, combinando l’anfetamina con sostanze come caffeina, teofillina e paracetamolo. Ma le compresse continuano ad assomigliare alle originali, marchiate con il logo della doppia “C”, facendogli guadagnare il soprannome “Abu Hilalain”, in arabo “padre delle due mezzelune”.

Durante gli ultimi dieci anni, la Siria è divenuta a tutti gli effetti il principale produttore di captagon del Medio Oriente e il porto di Latakia è il cuore pulsante del traffico

Durante gli ultimi dieci anni, la Siria è divenuta a tutti gli effetti il principale produttore di captagon del Medio Oriente e il porto di Latakia è il cuore pulsante del traffico: è da qui che sono partiti la maggior parte dei carichi sequestrati nei porti libici, italiani, greci e rumeni. Il più grande carico sequestrato ad oggi è stato scoperto dalla Guardia di Finanza nel porto di Salerno, a giugno 2020. Ben 14 tonnellate di pasticche di captagon nascoste in bobine di carta. Valore stimato al dettaglio, un milione di euro. Un florido commercio, quello del captagon, cresciuto negli ultimi anni assieme al sospetto che dietro questo business milionario si celino milizie e faccendieri legati al regime siriano.

Grazie all’esame di documenti giudiziari greci, italiani e libici, dati di registrazione delle società e dati di tracciamento delle navi e interviste esclusive, OCCRP e IrpiMedia possono svelare dettagli inediti su una rete di criminali siriani e società di comodo collegate tanto alla Noka quanto al più ampio traffico di captagon nel Mediterraneo.

#PiratiDelMediterraneo

Il caso Bonnie B e la flotta contesa

Da un procedimento giudiziario si scopre il tentativo di uomini di mare di aggiudicarsi alcune delle navi protagoniste di episodi di contrabbando tra Libia, Malta e Italia dal 2015 al 2017

Si parte dalla città portuale di Latakia, che dall’inizio del conflitto siriano è rimasta sotto il controllo del governo di Assad ed è oggi pattugliata dalla famigerata Quarta Divisione dell’esercito, un’unità speciale guidata dal fratello del presidente Bashar Al-Assad, Maher Al-Assad. 

Ma a risalire la china della Noka, si arriva fino all’Italia. Perchè in un passato non troppo lontano il suo armatore, un siriano di nome Taher Al-Kayali, viveva proprio in Italia. Da Sanremo gestiva una agenzia marittima, la Fenikia International, con cui però – secondo due diverse procure italiane – organizzava spedizioni illegali: auto di lusso e imbarcazioni di lusso rubate.

Oggi Alkayali vive a Latakia, dove possiede una caffetteria nel porto turistico di Latakia, grazie all’appoggio di Mudar Al-Assad, cugino di Bashar Al-Assad, la cui società controlla un porto per yacht di lusso e un complesso turistico.

L’ultimo passo è la Libia, dove risiedeva chi avrebbe ricevuto il carico di captagon della Noka: una gang attiva tra Siria e Libia di cui quattro membri sono stati condannati a morte a Bengasi proprio per il caso della Noka, e per altre carichi illeciti ricevuti in precedenza.

Il personale della Guardia di Finanza impegnato durante il sequestro di 14 tonnellate di captagon nel porto di Salerno

Alkayali il contrabbandiere

L’armatore della Noka, Taher Alkayali, 60 anni, ha vissuto due vite. La prima, in Italia, passata tra Sanremo e Torino, dove vive ancora la ex-moglie italiana e i loro due figli. La seconda in Siria, da latitante, iniziata nel 2015. È infatti quello l’anno in cui viene condannato dal Tribunale di Pesaro per un traffico di imbarcazioni di lusso che Alkayali avrebbe diretto prima dall’Italia, e poi da acque internazionali, a bordo proprio di uno degli yacht rubati.

Un business, quello della ricettazione di beni di lusso, che Alkayali aveva già iniziato da tempo. Infatti nel 2007 la polizia italiana lo arresta con l’accusa di guidare un gruppo di malviventi che contrabbandandavano auto di lusso rubate e spedite tramite il porto di Rotterdam, nei Paesi Bassi, verso Emirati Arabi e Giappone. Una vicenda che lo porta nel 2010 a una condanna definitiva da cui si salverà grazie all’indulto.

Nel 2013 però sarà un’indagine dei carabinieri di Pesaro a rimetterlo di nuovo nei guai. Questa volta Alkayali è accusato di essere a capo di un’associazione a delinquere che ruba yacht di lusso in Italia, e li vende a ricchi clienti in Medio Oriente. 

A gestire gli “ordini” sono Alkayali e un altro siriano non identificato dagli inquirenti, noto solo come “John” e di stanza ad Alessandria d’Egitto. Con loro c’è un altro italiano, Enrico Luidelli che gestisce i furti con una serie di skipper pronti a rubare le barche dai porti turistici italiani e salparle direzione Grecia, Egitto, Turchia.

L’armatore della Noka, Taher Alkayali, 60 anni, ha vissuto due vite. La prima, in Italia, passata tra Sanremo e Torino, dove vive ancora la ex-moglie italiana e i loro due figli. La seconda in Siria, da latitante, iniziata nel 2015

Milioni di euro guadagnati a danno delle compagnie di assicurazione di imbarcazioni grazie anche, alcuni casi, anche alla connivenza dei proprietari stessi. Soldi che non sono mai stati trovati perchè i carabinieri non sono mai riusciti a rintracciare Alkayali, condannato in contumacia nel 2015 a sei anni e mezzo di prigione per furto e ricettazione. Alkayali da allora è rimasto al sicuro a Latakia.

Raggiunto via e-mail da OCCRP, Kayali si è difeso dicendo che la condanna di Pesaro è «purtroppo vera», ma che la procura aveva travisato la realtà. «L’Italia è la mia seconda casa» e – ha spiegato – il caso delle auto di lusso rubate era stato un colpo di sfortuna. Avrebbe semplicemente acquistato una BMW X6 da una persona che l’aveva poi denunciata come rubata alla compagnia assicurativa.

Il caso del furto di yacht invece, ha aggiunto l’uomo, si basava su un malinteso. Alcune persone avevano acquisito degli yacht in Italia e ci avevano viaggiato verso il Medio Oriente «usando documenti considerati legali qua (in Medio Oriente), ma illegali in Italia». Alkayali nega anche di avere a che fare con il traffico di droga, definendo la sua attività di commercio marittimo lecita.

Alkayali per navigare ha registrato alcune società offshore a Londra. Non solo una versione inglese della Fenikia International ma anche un’altra azienda marittima, Neptunus Overseas Limited, aperta a marzo 2017 presso il civico 27 di Old Gloucester Street, un edificio residenziale di quattro piani usato da centinaia di società bucalettere.

Sempre nel 2017 ha aperto anche a Latakia una società chiamata Neptunus LLC, un’agenzia marittima che gestisce navi e ne fornisce anche alcune in affitto. Alle autorità portuali di Latakia risulta che la Neptunus LLC sia di Taher Alkayali e di un socio chiamato Yasser Al-Sharif, un nome su cui però i reporter non sono riusciti a trovare alcuna informazione.

Quel che è certo è che il 3 novembre 2018 Alkayali abbia utilizzato la Neptunus siriana per acquistare la portacontainer Noka da una società libanese, la Medlevante Overseas Ltd, che la possedeva da pochi mesi.

Nel rispondere alle domande di OCCRP, Alkayali ha dichiarato di avere affittato la Noka ad una società siriana chiamata Lamira Company che la doveva usare per offrire un collegamento, la Lamira Line, per connettere Latakia a Bengasi, in Libia, e Latakia ad altri porti del Mediterraneo.

Le proprietà di Noka

L’assetto proprietario della nave Noka il cui armatore risulta essere Taher Al-Kayali

La procura greca che ha fermato la Noka, ha potuto analizzare le bolle di accompagnamento dei container contenenti la droga, scoprendo come erano stati inviati dalla società Daboul e Mufti, con sede appena fuori Damasco, e da Mohammad Hani Abdeen da Damasco – uno degli uomini poi condannati a morte per il suo coinvolgimento nel carico illecito della Noka, e in altri presunti traffici, dal tribunale di Bengasi. Daboul e Mufti è un’azienda che produce agenti chimici, tra cui un detergente che era stato usato nei container caricati sulla Noka per mascherare l’odore della droga.

Alkayali giura di non essere implicato nella vicenda. Da quando Lamira Company aveva affittato la sua nave, ha detto, la barca ha fatto due viaggi commerciali da Latakia a Bengasi. Ed è stato durante questo secondo viaggio che è stata fermata dalla guardia costiera greca che ha trovato «oggetti proibiti» – un riferimento al carico di droga – messi dentro e fuori container.

Alkayali per navigare ha registrato alcune società offshore a Londra

«Abbiamo collaborato a pieno con le autorità greche e siamo stati in grado di dimostrare l’innocenza sia dell’equipaggio (poi scarcerato) sia dell’armatore, ma dopo aver subito pesanti perdite economiche», ha detto Alkayali. «Inshallah (se Dio vuole), la nave rientrerà in patria come l’equipaggio, da poco rimpatriato. Per quanto riguarda le merci, abbiamo detto ai proprietari di farsele spedire dove vogliono». Alkayali ha poi augurato ai giornalisti di trovare «i veri criminali» smettendo di rispondere alle e-mail.

Secondo il database marittimo Equasis, l’impresa di Alkayali – la Neptunus – dal novembre 2018 risulta armatore, manager commerciale e responsabile della sicurezza a bordo della nave Noka. In breve, la Neptunus è legalmente responsabile di qualsiasi carico illegale venga trasportato dalla nave, anche se affittata ad aziende terze.

Chi c'è dietro la società Lamira Line?
La Noka è stata utilizzata per servire la cosiddetta Lamira Line, un collegamento marittimo tra Latakia e altri porti del Mediterraneo orientale, lanciato quattro mesi prima che la guardia costiera greca intercettasse la Noka e interrotto poco dopo.

Ma è difficile determinare chi abbia avuto l’effettivo controllo su quella linea marittima. La “Lamira Company” non risulta ufficialmente registrata né in Libano né in Siria.

Infatti, al di là di una presentazione su Facebook del dicembre 2018 postata dal Ministero dei trasporti della Siria, che ritraeva la Noka con la scritta “Lamira Line” nel porto di Bengasi a inizio novembre 2018, ci sono poche prove che la linea marittima sia davvero esistita.

Ad agosto 2018, il giornale libanese Al-Akhbar (vicino a Hezbollah, e alleato del regime siriano) ha pubblicato un breve articolo che annunciava l’inaugurazione della “Lamira Line” da parte della Neptunus di Latakia.

Ma Kayali ha dichiarato a OCCRP di avere affittato la Noka alla Lamira Company per servire la linea. Ha aggiunto anche che la sua azienda aveva fatto pubblicità per la Lamira Line, ma non ha voluto rivelare chi fosse il proprietario della Lamira Company.

Un documento giudiziario greco aggiunge un tassello: dai documenti a bordo la Noka risultava gestita dalla Li-Marine Inc, una società con sede sia a Beirut che a Latakia, il cui nome in arabo si scrive come “Lamira”.

Un responsabile di Li-Marine Inc. a Latakia contattato da OCCRP ha dichiarato che l’azienda era stata impiegata dalla Neptunes per eseguire un’ispezione tecnica della sala macchine e dello scafo della nave.

Un portavoce di Li-Marine a Beirut ha ulteriormente insistito sul fatto che l’azienda fosse distinta dalla Lamira Company siriana, dicendo di essere invece «una società libanese […] responsabile per la navigazione» e di avere un contratto con Neptunus. Alla richiesta di una copia del contratto, il portavoce ha indirizzato OCCRP a un account e-mail di Neptunus.

La fortezza della famiglia Assad

Con la crescita del commercio di captagon sono aumentati anche i sospetti rispetto al coinvolgimento del regime siriano in questo traffico. Latakia – la città portuale da dove è salpata la Noka e da dove operano le aziende di Alkayali – è conosciuta per essere il feudo impenetrabile di Assad. Nonché la zona di provenienza di gran parte del captagon prodotto al mondo. 

Storicamente, il captagon illecito veniva sintetizzato in Europa orientale, Turchia e Libano. A seguito del conflitto Israele-Hezbollah del 2006 in Libano è iniziata una produzione massiccia perché Hezbollah aveva bisogno di ri-finanziarsi. Così, la Valle della Beqā che corre lungo il confine con la Siria, che già ospitava la produzione di hashish, si è riempita di laboratori per la sintetizzazione del captagon. 

La guerra civile in Siria, iniziata ormai un decennio fa, ha poi segnato un punto di svolta: la domanda di captagon è aumentata tra i combattenti. La produzione si è così gradualmente spostata in Siria, favorita sia del caos causato dal conflitto sia dalle infrastrutture di produzione e trasporto (come strade funzionanti, elettricità e acqua corrente) che erano già sul posto. Infatti, prima dello scoppio della guerra, la Siria era uno dei maggiori produttori di farmaci in Medio Oriente.

La guerra civile in Siria, iniziata ormai un decennio fa, ha poi segnato un punto di svolta: la domanda di captagon è aumentata tra i combattenti

Dal 2013, i trend dei sequestri mostravano come la Siria fosse diventata «la nuova capitale mondiale del captagon», secondo un articolo pubblicato nel 2016 dal Journal of International Affairs della Columbia University. Con l’agricoltura, il petrolio e il terziario allo stremo, le esportazioni di droga sono diventate la principale fonte di valuta estera per la Siria. 

Anche se dati ufficiali scarseggiano, il commercio di captagon si afferma come uno dei settori più redditizi per l’economia siriana. Il sequestro di 14 tonnellate di captagon operato dalla Guardia di Finanza a Salerno è stato quantificato in un miliardo di euro di valore, una cifra che supera l’intero ammontare delle esportazioni di merci legali dalla Siria che nel 2019 si aggirava sui 700 milioni di dollari.

Analizzando cinque spedizioni di droga partite dai porti siriani tra giugno 2019 e agosto 2020 – sequestrate in Grecia, Italia, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e Romania – il centro di analisi marittima Middle East and North Africa Maritime Development Program (MMDP), con sede a Londra, ha stimato il contrabbando di droga in partenza dai porti siriani in circa 16 miliardi di dollari all’anno.

Il prezzo di una pasticca di captagon può variare notevolmente in base alla qualità e al luogo in cui viene venduta. Si parte da pochi dollari in Siria (prezzo simile a quello precedente al recente crollo finanziario del paese), fino ad arrivare a 25 dollari a pillola negli Emirati. La stima fatta dalla Guardia di Finanza sul costo a pasticca diretta in Libia, invece, è di circa 12 euro. 

Adnan Haj Omar, che guida la squadra di ricercatori di MMDP, ha spiegato che l’entità dei sequestri (e il fatto che siano stati tutti ignorati dai media statali siriani) suggerisce che dietro questo traffico ci sia una organizzazione criminale capace di influenzare le istituzioni e gli organi decisionali del Paese con connivenze all’interno del governo Assad.

La dogana siriana, a cui spetta il compito di controllare l’esportazione via mare, l’importazione e il transito di beni, non ha voluto rilasciare dichiarazioni.

La teoria di MMDP è condivisa anche da altri ricercatori. Il Journal of International Affairs, ha sottolineato come l’abilità di cambiare rapidamente le rotte del contrabbando in risposta a un aumento dei controlli sia indice di un supporto da parte del governo di Assad. Ad esempio, dopo il giro di vite da parte delle dogane turche nel 2015, sono state utilizzate rotte alternative che attraversano la Giordania e il Libano. Il report suggerisce che ci sia un coordinamento centralizzato per il traffico di captagon o che le organizzazioni criminali coinvolte siano coordinate tra loro, implicando ancora una volta un possibile supporto da parte del governo di Assad.

La dogana siriana, a cui spetta il compito di controllare l’esportazione via mare, l’importazione e il transito di beni, non ha voluto rilasciare dichiarazioni

Non a caso, ritengono i ricercatori, gran parte dei carichi di captagon partono da Latakia. Storicamente, le coste siriane sono il cuore pulsante della minoranza alauita della Siria, dalla quale proviene la famiglia di Assad, e la regione è stata leale agli Assad durante tutto il conflitto. Qardaha, città natale della famiglia Assad, è a meno di 30 km da Latakia. Questa città portuale è associata in particolare al fratello più piccolo di Bashar Al-Assad, Maher Al-Assad, che dirige la Quarta Divisione dell’esercito.

Un giornalista locale ha raccontato a OCCRP che «niente esce da questo territorio» senza l’approvazione delle truppe di Maher Al-Assad, aggiungendo che il commercio del captagon «è una grande fonte di guadagno per l’esercito e i miliziani che lavorano per loro».

Alkayali gestisce un cafè proprio in questa roccaforte di Assad, nella marina di Latakia, dentro al resort di proprietà un altro parente di Assad, il cugino Mudar Al-Assad.

I maggiori sequestri di captagon
  • Ottobre 2015: un membro della famiglia reale saudita è arrestato all’aeroporto di Beirut dopo aver cercato di far uscire dal Paese due tonnellate di captagon sul suo aereo privato. 
  • Dicembre 2018: la Noka, dopo aver lasciato Latakia in direzione Libia, viene fermata dalla guardia costiera greca con un carico di oltre 100 milioni di dollari di cannabis e captagon a bordo. 
  • Luglio 2019: le autorità greche sequestrano un grande carico di captagon proveniente dalla Siria, con un valore di mercato di oltre mezzo miliardo di euro. I tre container sequestrati contenevano 5,25 tonnellate di pasticche.
  • Febbraio 2020: gli ufficiali del porto di Jebel Ali di Dubai confiscano 35 milioni di pillole di captagon per un peso di oltre cinque tonnellate. Erano nascoste tra cavi elettrici.
  • Giugno 2020: la Polizia italiana del porto di Salerno trova più di 14 tonnellate di Captagon, con un valore di mercato di circa 1 miliardo di euro, nascoste all’interno di bobine industriali di carta. Ad aprile era stato fermato un altro carico di 190 chili di captagon.
  • Gennaio 2021: le autorità egiziane confiscano più di otto milioni di pillole di captagon e otto tonnellate di hashish in un container a Porto Said, una città all’estremità settentrionale del Canale di Suez. 
  • Marzo 2021: la dogana di Dubai sequestra quasi tre milioni di pillole di captagon al porto di Jebel Ali, nascoste in un container. 
  • Marzo 2021: le autorità malesi confiscano 94,8 milioni di pillole di captagon, con un valore di mercato di più di un miliardo di euro e dal peso di 16 tonnellate. Il sequestro viene fatto in seguito alla cooperazione con l’Arabia Saudita. 
  • Aprile 2021: l’Arabia Saudita confisca più di 5,3 milioni di pillole nascoste in carichi di melograni provenienti dal Libano. In risposta, l’Arabia Saudita impone un divieto di importazioni di prodotti libanesi.  
  • Maggio 2021: la Turchia confisca più di una tonnellata di pillole di captagon nascoste in 11 container al porto di Iskenderun, città a sud del paese.

I legami con la Libia 

Dalla Siria, una parte del captagon viene portato via terra attraverso i Paesi confinanti, come  Giordania e Iraq fino agli Stati arabi del Golfo Persico. Ma sono le rotte marittime che partono dai porti sulla costa siriana a rivestire l’importanza più strategica: perchè così i contrabbandieri evitano i controlli alle frontiere, e possono trasportare grandi quantità con meno rischi.

Nella scacchiera dei movimenti via mare di questa droga, la Libia riveste un ruolo fondamentale. è uno uno dei punti principali di stoccaggio e smercio del captagon. La maggior parte non è per il consumo locale, e infatti una volta arrivato lì viene trasportato via terra fino al vicino Ciad, Egitto o verso il Golfo Persico.

Il legame tra Siria e Libia nel traffico di captagon si è rafforzato dal 2014, quando il generale libico rinnegato Khalifa Haftar lanciò la sua campagna Operazione Dignità per liberare Bengasi dalle forze islamiche e riconquistare così gran parte della Libia orientale. Haftar e il regime di Assad si trovarono dalla stessa parte in una disputa geopolitica, entrambi sostenuti dalla Russia e contro forze militari sostenute dalla Turchia.

Nel maggio 2020, Fathi Bashagha, Ministro dell’Interno del governo libico riconosciuto dalle Nazioni Unite e sostenuto dalla Turchia con base a Tripoli, ha accusato il regime di Assad e Haftar di beneficiare del canale della droga che va dalla Siria alla Libia. 

Un documento ottenuto da OCCRP e che è stato reso pubblico durante il processo a Bengasi relativo al carico della Noka, mostra il dietro le quinte del traffico di captagon. A tirare le fila, in Libia, è una banda di trafficanti guidata da Mahmud Abdulilah Daji, un siriano-libico che il tribunale ha condannato a morte, in contumacia.

Le rotte del captagon

Tra Siria, Libia ed Egitto il captagon viaggia attraverso il Mediterraneo

Il 21 luglio 2019, la Corte d’Appello di Bengasi ha emesso un sentenza che accusa Daji – che adesso si trova in Siria – e i suoi aiutanti di essere coinvolti nel traffico di captagon della Noka, nonché di tre altri carichi di captagon fermati in Libia: uno al porto di Al Khums vicino Tripoli nella Libia occidentale, uno a Bengasi e un altro a Tobruk in Libia orientale.

La banda di Daji è stata individuata dopo che la Direzione della dogana a Bengasi scoprì un deposito che Daji affittava a Bouatney, un’area residenziale e industriale nell’est di Bengasi, sequestrando «un’enorme quantità di hashish» nascosta nel doppio fondo dei container – nascosta esattamente come la droga a bordo della Noka.

Secondo i documenti del tribunale, la spedizione è stata organizzata da Damasco da Mohammad Hani Abdeen (lo stesso uomo identificato dalle autorità greche come uno dei destinatari del carico della Noka) e diretta ad un’azienda di Bengasi chiamata “Libya East Company”, che aveva ricevuto il carico e sdoganato la merce per conto di Daji. Sempre secondo l’accusa, Daji ha impiegato due uomini in Siria come collaboratori: Mohammed Saad e Hashem Ajjan.

Per stoccare il carico l’azienda libica di Daji, la Al Tayr International Trading, ha affittato il deposito di Bouatney, pagando a un uomo del posto l’affitto mensile di 8 mila dinari libici (circa 5,7 mila dollari) un anno in anticipo. Per i giudici di Bengasi, Daji in persona solitamente arrivava in Libia due giorni prima dei carichi e se ne andava dopo che i container erano stati svuotati.

L’azienda che li sdoganava per lui, la Libya East Company, avrebbe anche corrotto i funzionari doganali per evitare ispezioni ai container in arrivo.

In cambio, Daji li ha pagati 5,5 mila dinari libici (poco più di 3,9 mila dollari) a container per lo sdoganamento, pagamento che avveniva presso il deposito affittato da Daji.

Una volta che ai commercianti libici venivano consegnati i “beni legali”, come biscotti e succhi di frutta, i container restavano nel magazzino dove si procedeva a smantellare il doppio fondo e a estrarre le droghe lì nascoste.

I collaboratori di Daji, Saad e Ajjan, hanno dichiarato agli inquirenti di avere operato sotto pagamento da parte di Daji, 10 mila dollari a testa per ogni container. I due avvolgevano la droga nelle coperte, la impacchettavano in scatole di cartone e la carivacano su camion refrigerati che Daji guidava verso una destinazione a loro sconosciuta.

Secondo un funzionario del tribunale, Saad e Ajjan (entrambi condannati a morte per fucilazione) sono ancora in prigione.

Contattato da OCCRP, un portavoce di Al Tayr International Trading a Damasco – l’azienda che secondo il tribunale di Bengasi aveva affittato il deposito lì – ha dichiarato l’azienda estranea alla vicenda del carico illegale della Noka. Aggiungendo una informazione curiosa: il deposito apparteneva alla Nuptunus Company in Libia. Nel frattempo, nonostante l’indagine e la sentenza libica, l’azienda Al Tayr ha continuato a operare spedizioni marittime tra la Siria e la Libia, pubblicizzando il servizio anche sulla sua pagina Facebook.

Un commercio fiorente

Con l’economia di Siria e Libia a pezzi e gruppi armati e militanti che controllano parte dei loro territori, non c’è ragione di credere che il traffico del captagon rallenti da solo. In una delle ultime retate, sono state trovate in Arabia Saudita più di 5,3 milioni di pillole nascoste in una spedizione di melograni.

Muhammad Abdul Rahman Al-Fitouri, il consulente per le relazioni pubbliche del nuovo Ministro dell’Interno libico Khalid Tijani Mazen, ha spiegato a OCCRP che non si aspetta che il contrabbando cessi, nonostante il nuovo governo unitario insediato con un accordo di pace tra Haftar e il governo di Tripoli. Il Ministro dell’Interno ha dichiarato che anche passi semplici come «installare macchine a raggi x nei porti libici per rilevare il contrabbando» sono difficili per le autorità al momento.

In una delle ultime retate, sono state trovate in Arabia Saudita più di 5,3 milioni di pillole nascoste in una spedizione di melograni

Quanto ad Alkayali, è uscito relativamente indenne dal caso Noka: mentre gode della protezione della famiglia Assad continua a gestire il suo bar a Latakia dove attracca anche uno yacht privato di sedici metri.

Il porto turistico, appartiene alla società siriana per gli investimenti e lo sviluppo, di cui metà delle azioni sono detenute dal cugino del Presidente Bashar Al-Assad, Mudar Al-Assad.  

Anche se il padre di Mudar, Rifaat Al-Assad, andò in esilio dopo un tentativo di colpo di Stato fallimentare nel 1984 contro il fratello (l’ex Presidente Hafez Al-Assad), sembra non esserci alcuna rivalità tra Mudar e l’attuale regime.

Interpellato riguardo la sua relazione con Mudar, Alkayali lo ha descritto come «un amico che sono onorato di avere», ma ha negato che vi fossero legami commerciali. OCCRP ha cercato di contattare Mudar tramite una raccomandata spedita alla sua azienda di Damasco per avere un commento, ma la consegna della raccomandata è stata rifiutata. 

Alla domanda su Maher Al-Assad, il fratello del Presidente che guida la Quarta Divisione che controlla Latakia in una morsa militare, Alkayali ha dichiarato che sarebbe «un onore» incontrarlo un giorno.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Ahmed Eid Ashour
Sameh Ellaboudy
Maher Shaeri

Ha collaborato

Stelios Orphanides
Evagelia Kareklaki

In partnership con

A Skopje scoperto un passaportificio per narcos

16 Aprile 2021 | di Cecilia Anesi

Un passaportificio per narcotrafficanti e mafiosi di mezzo mondo, è ciò che era diventato l’ufficio passaporti del Ministero dell’Interno della Macedonia del Nord. Lo ha scoperto un’indagine della polizia macedone con il supporto di Interpol. Una storia incredibile, che fa luce sulla capacità di infiltrazione delle mafie balcaniche nelle istituzioni e sugli accordi ormai ben consolidati tra criminalità organizzate diverse. Un servizio, quello offerto dalla mafia macedone, che si sospetta non avvenisse su pagamento ma più come scambio di favori, non solo verso quella albanese e serba a cui la mafia macedone è particolarmente legata, ma anche verso gruppi italiani e latinoamericani.

Una vicenda che acquisisce contorni ancora più inquietanti per come è diventata di pubblico dominio: grazie alla denuncia del leader dell’opposizione Hristijan Mickovski che però è stato accusato dal Ministero di avere volontariamente messo a repentaglio le indagini offrendo ai criminali l’opportunità di darsi alla fuga.

Infatti, la notizia è filtrata due giorni prima degli arresti programmati. Nel botta e risposta tra opposizione e governo, Mickovski, a sua volta, ha accusato il Primo Ministro Zoran Zaev di essere parte, assieme al Ministro degli Interni Oliver Spasovski, dello schema per regalare passaporti ai criminali.

Mickovski ha tirato fuori sei nomi e foto di passaporti, subito ripresi sui social, di sei soggetti di alta pericolosità sociale. Sono Valid Isa Hmais, descritto come riciclatore dei proventi del traffico di cocaina della ‘ndrangheta, Florian Musaj, narcotrafficante della gang albanese Baruti, Stefan Djukic narcotrafficante montenegrino del Kavacki clan, un broker per il narcotraffico in Spagna, Lui Volina, il mafioso turco Sedat Peker e infine il temutissimo Jovan Vukotic, boss del clan montenegrino Škaljar.

La fuga di informazioni ha mandato su tutte le furie il Ministro dell’Interno Spasovski, che ha dovuto anticipare gli arresti. Sono state indagate in tutto 11 persone, otto delle quali incarcerate, anche se uno degli indagati è riuscito a sfuggire all’arresto, proprio la persona sospettata di mediare tra gli impiegati dell’ufficio passaporti e la mafia. Nove di loro, sono infatti dipendenti del Ministero dell’Interno.

Ma le indagini sono ancora in corso poiché – come ha potuto verificare il media partner di IrpiMedia, Investigative Reporting Lab Macedonia – i passaporti emessi a criminali legati alle mafie di mezzo mondo sono ben 215.

Interpol in questa indagine ha lavorato per verificare le vere identità di questi oltre 200 passaporti, confermando che la maggior parte sono latitanti e ricercati a livello internazionale. Le identità rubate invece, cioè i nomi che finivano sui passaporti macedoni affianco alle foto dei latitanti, erano di cittadini privi di passaporto, o macedoni o albanesi che non avevano idea del furto di identità.

I narcos invece arrivavano a Skopje per farsi fotografare in questura senza alcun timore, mostrando una finta documentazione anagrafica con il nome dello sfortunato di turno. Poche ore ed erano pronti a viaggiare senza che nessuno li fermasse più.

Come Florjan Musaj, leader di un cartello del narcotraffico albanese che a luglio 2019 ha ottenuto un passaporto macedone a nome di Naum Filo. «Ha viaggiato liberamente in Europa, fino a quando a ottobre 2019 non è partito per l’America Latina», ha dichiarato il leader dell’opposizione.

Musaj è ricercato da agosto 2018 quando la Guardia di Finanza di Trento, in collaborazione con le autorità tedesche e olandesi, lo aveva indagato per un traffico di droga dal Belgio e Olanda all’Austria e Nord Italia. Le indagini avevano appurato come le due gang dei Bushi e Baruti, di cui Musaj faceva parte, avesse trafficato in due anni 120 chili tra cocaina, eroina e marijuana per un valore di 20 milioni di euro.

Ma è anche la storia di un vecchio lupo del narcotraffico, Valid Isa Hmais (come lo scrivono i macedoni) o meglio Waleed Issa Khamays, come è conosciuto in Italia e in America Latina. Giordano di nascita, classe 1961, descritto come “il palestinese” per avere militato nel Fronte popolare di lotta palestinese, inizia la sua “carriera” con la ‘ndrangheta calabrese a metà anni ‘80. Vive a Bovalino – in Locride – dove la ‘ndrangheta tenta di comprargli un permesso di soggiorno falso.

Un articolo di Repubblica dell’epoca racconta come da lì era emigrato a Milano sposando una prostituta milanese ma, colpito da un provvedimento di espulsione, era potuto rientrare in Italia solo dopo una plastica facciale. A fine anni ‘80, a Milano e Roma, era stato visto in compagnia di mafiosi calabresi e di trafficanti d’armi giordani. Ma è solo nel 1992, quando viene arrestato in Brasile per narcotraffico, che trapela un nuovo aspetto inquietante: grazie al confronto tra le impronte digitali in possesso degli inquirenti italiani e quelle prese al “palestinese” oltreoceano, viene identificato come il killer incaricato dalle cosche siciliane e calabresi di alcuni omicidi eccellenti, poi mai avvenuti (i Ministri Martelli e Andò e il Generale dei Carabinieri, Enrico Messina).

L’indagine che aveva portato al suo arresto era la storica Fortaleza, della procura di Milano, che dimostra come già dai primi anni ‘90 il giordano lavorasse fianco a fianco alla primula rossa e pezzo da novanta del narcotraffico mondiale, Rocco Morabito alias U’Tamunga, africota e punto di riferimento per tutta la potente ‘ndrangheta della Locride. I due, dopo avere stabilito una base presso il mercato ortofrutticolo di Milano, erano andati in Brasile da dove avevano organizzato carichi di centinaia di chili di cocaina per l’Europa. Il legame tra Morabito e Khamays sembra indissolubile, e secondo recenti indagini brasiliane Khamays è servito da ponte con due organizzazioni di narcotrafficanti strategiche, da una parte il più potente cartello del Brasile, il Primer Comando Capital, e da un’altra la mafia serba di Darko Saric.

Dopo essere fuggito dal carcere negli anni ‘90 Khamays esce dai radar costruendosi una valida copertura (apre un’azienda siderurgica e una di costruzioni nel distretto di San Paolo) ma in realtà, secondo la procura federale, ha sempre continuato a negoziare droga come ponte tra il PCC e la ‘ndrangheta.

Nel settembre 2017, la polizia federale lancia l’operazione Brabo contro 127 persone sospettate di far parte di un cartello internazionale di traffico di droga, guidato dal PCC e con la partecipazione dei serbi di Darko Saric, per inviare cocaina in paesi in Africa e in Europa. Tra questi c’è Waleed Khamays.

La polizia si è così resa conto che dal 1991, momento in cui avevano iniziato a indagare sul narco, poco era cambiato. La logistica internazionale del traffico di droga dal Brasile resta gestita dalle cellule in capo a Khamays e U’Tamunga. E non si parla solo di carichi, ma di assistenza mutuale. Un episodio nel giugno 2017 lo conferma. Viene arrestato in Brasile Vincenzo Macrì, narco di Siderno. Viaggia con passaporto falso, è in transito verso il Venezuela. E allora interviene Waleed Khamays che manda il suo avvocato di fiducia ad assisterlo nelle prime ore in carcere.

Un legame, quello con la Calabria, confermato anche dall’indagine Brabo: Khamays organizzava carichi con il PCC e i serbi di Darko Saric anche verso l’Italia, tra cui 384 chili sequestrati al porto di Gioia Tauro il 19 ottobre 2016.

Da allora, Khamays è latitante. Ma sulla bilancia dei favori è chiaro che il giordano era in credito sia con la ‘ndrangheta sia con le mafie balcaniche. È così che ottiene accesso al “passaportificio” di Skopje, che a gennaio 2019 gli regala una nuova identità a nome dell’albanese Vurmo Takjo, nato nel 1965 nella quieta cittadina di Corizza. Un lasciapassare per viaggiare in Europa e per tornare, si presume, in Brasile.

Hanno collaborato: Luis Adorno (UOL), Saska Cvetkovska (Investigative Reporting Lab Macedonia) | Editing: Giulio Rubino | Foto: Waleed Issa Khamays

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“La Negra” Rodriguez, “broker” dei narcos

12 Marzo 2021 | di Lorenzo Bagnoli

Nei primi mesi del 2016 intorno alla piazza di spaccio della Stazione Centrale di Milano, la Guardia di finanza nota l’ascesa di Evelyn Rodriguez Guerrero, una donna ecuadoregna. Nell’ambiente la chiamano “La Negra”. Non spaccia, intermedia le relazioni tra spacciatori e fornitori: consegne da quattro-cinque chili di cocaina per volta. Basa il suo successo sulla rete di contatti di cui dispone, prevalentemente in Sudamerica e prevalentemente donne. Non appartiene a nessuna stirpe criminale e non ha protezioni particolari. Figure come queste resistono fino a quando sono funzionali alla nobiltà criminale. Nel caso di Rodriguez, la donna rimane a Milano finché la sua strada incrocia quella di un uomo imparentato con Giuseppe Morabito detto U’ Tiradrittu, ossia il capo di una delle più potenti famiglie della criminalità organizzata calabrese, la ‘ndrangheta. L’evento la costringe a cercare riparo altrove, a ricostruirsi una piazza, a rimettersi sul mercato.

Da Rodriguez, i finanzieri sono riusciti a ricostruire una rete di broker, fornitori, trafficanti e spacciatori che dall’Italia conduce in Spagna, Olanda, Albania, Sudamerica. Manodopera criminale specializzata.

L’attività investigativa si è conclusa lo scorso gennaio con 19 ordinanze di custodia cautelare (due in carcere) e due tonnellate di droga sequestrate, in diverse tranches, dopo che il cuore dell’investigazione si è esaurito a cavallo tra 2016 e 2017. Tra gli indagati, anche “La Negra” Rodriguez. Gli investigatori non ipotizzano alcun vincolo associativo tra le persone coinvolte, né chiariscono il livello di coinvolgimento della ‘ndrangheta, che però affiora in continuazione.

I “broker freelance” come Rodriguez – collaboratori a cottimo che durano fino a quando garantiscono il prodotto – lambiscono le organizzazioni più grosse, in Italia come in Sudamerica, senza esserne parte per davvero. Sono figure precarie negli scacchieri criminali. Alcuni di loro – in città dove il mercato della droga è libero e basato sulla competizione e non sul monopolio di certe famiglie – possono anche arrivare a posizioni di potere in certe piazze, ma non hanno un lignaggio criminale che garantisca loro di durare nel tempo. È solo una congiuntura positiva del mercato a farli stare dove sono. Congiunture spesso molto effimere. La qualità dei contatti che si portano in dote può tuttavia segnare il futuro di una piazza di spaccio: lo sviluppo oppure l’esaurimento.

Lo spaccio in piazza Prealpi

Nel momento in cui la Guardia di finanza di Milano comincia a interessarsi a lei, “La Negra” Rodriguez ha un’ampia rete di clienti. Tra loro compaiono alcuni dei trafficanti che controllano le principali piazze di spaccio della città, nomi più o meno storici e radicati nel tessuto criminale meneghino. La loro durata è spesso proporzionale alla vicinanza con clan mafiosi. Tra questi, l’uomo con la fedina pedina più lunga è Armando Pietromartire, nome associato da sempre a piazza Prealpi, a nord-ovest di Milano. La prima volta è stato arrestato nel 1994, a 24 anni, durante l’operazione Belgio. L’indagine prendeva il nome da via Belgioioso, dove abitava Maria Serraino, matrona di ‘ndrangheta deceduta nel 2017. “Mamma eroina” è stata a capo del clan Di Giovane-Serraino, che ha conquistato il mercato della droga di Milano, a partire dagli anni Ottanta.

Uno scorcio di piazza Prealpi – Foto: Luca Quagliato

Nel 2007, Pietromartire viene arrestato di nuovo e nell’ordinanza gli inquirenti milanesi lo citano insieme a Mario Carvelli, nel 2009 condannato a 30 anni per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Insieme ai Tatone, altro nome storico della mala milanese, i Caravelli gestivano gli stupefacenti a Quarto Oggiaro, selva di palazzoni popolari a un chilometro da piazza Prealpi. In quel momento particolare il quartiere ha vissuto una stagione particolarmente difficile in termini di infiltrazioni criminali. L’ultima condanna di Pietromartire risale al 10 gennaio 2019 per detenzione di circa sei chili di hashish, armi, munizioni e ricettazione. Nello stesso anno Pietromartire ricorre in Cassazione, ma la Suprema corte rigetta il suo ricorso confermando la condanna.

La Signora della pioggia

Il colombiano John Jairo Montoya Valencia lo chiamano Mucha Fe, “tanta fiducia” perché si fa anticipare il denaro per l’acquisto dei carichi. È un altro dei contatti di peso de La Negra Rodriguez. Intercettato, una volta parla di 200 mila euro che aspetta di incassare a credito, prima di avere consegnato la merce. Residente a Riccione, Montoya Valencia è già passato per le maglie della giustizia italiana e ha rimediato condanne per oltraggio a pubblico ufficiale e false dichiarazioni relative al permesso di soggiorno. Agli investigatori milanesi risulta anche latitante per reati di droga commessi in Romagna, così Milano, città che conosceva e frequentava già in precedenza, diventa il luogo dove nascondersi.

L’affidabilità di Mucha Fe è garantita da una donna colombiana il cui soprannome è Lluvia, “la Signora della pioggia”. Adriana Maria Jimenez Cardona, residente in Olanda, oggi è latitante. Il profilo che emerge dall’indagine è di una donna al comando: ogni volta che qualcuno la nomina, lo fa con reverenza.

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Massimiliano Cauchi, in 12 anni di attività, ha raccolto un patrimonio di 17 milioni di euro. In contanti. Storia di un imprenditore della droga a Milano, dove non esistono re, ma principi
26 Agosto 2020

Lluvia rappresenta un importante canale di importazione della cocaina dal Sudamerica e della marijuana dall’Albania. Dispone di una rete di logisti molto fitta e articolata, in particolare in Spagna e Paesi Bassi. A maggio del 2017, uno degli uomini in contatto con lei, un tassista, organizza un gommone con a bordo 1,5 tonnellate di marijuana. Viene sequestrato a Brindisi su segnalazione della Guardia di Finanza di Milano.

La persona sbagliata

Le quotazioni dei broker della droga cambiano velocemente. Il mare, a Milano soprattutto, è abbastanza vasto da lasciare a tutti la possibilità di nuotare. Chi sbaglia, però, a meno che non appartenga al gotha della criminalità cittadina, esce dal giro. L’errore peggiore è mettersi contro qualcuno di loro, come ha fatto, probabilmente senza saperlo, Rodriguez.

“La Negra” si è fidanzata con un ragazzo colombiano nel momento della sua ascesa. È uno sbandato che vive alla giornata, per lo più di truffe. Anche a lei, così, capita di fingere di avere carichi che in realtà non ci sono. Tra le vittime di un carico-fasullo, però, finisce anche l’uomo sbagliato: Daniele Scipione (non indagato), che dopo il matrimonio è entrato a far parte di una delle famiglie a cui non procurare danni, mai. Ha infatti sposato la nipote di Giuseppe Morabito, detto U’Tiradrittu, il boss di Africo. Il matrimonio, riporta l’indagine Crimine 2, si è celebrato «il 31 agosto 2009, a Bovalino», alla presenza delle più importanti famiglie di ‘ndrangheta.
Per quanto nato nel 1934 e attualmente all’ergastolo, Giuseppe Morabito è ancora un nome di peso, soprattutto nel traffico di stupefacenti. Basta evocarlo per aggiudicarsi un posto tra i narcos. La cosca Morabito-Palamara-Bruzzaniti, non a caso, ha stretti contatti con il Sudamerica sanciti decenni fa e che durano ancora oggi.

“U’ Tiradrittu”, boss da oltre sessant'anni

“Tiradrittu” letteralmente significa “spara dritto”. Va inteso come “spara senza rispetto”, a chiunque, perché al di sopra di ogni legge. Giuseppe Morabito ha mutuato il soprannome dal padre Rocco. Rocco e Giuseppe sono tra i nomi che si tramandano nella storia dei Morabito di Africo, famiglia di ‘ndrangheta di altissimo profilo criminale. Il nome di Peppe “U’ Tiradrittu” compare negli annali della magistratura italiana dal 1967, quando è stato accusato di essere il mandante della strage nel mercato di Locri, tre le vittime. È stato assolto nel 1971.

Negli anni Settanta è stato protagonista dell’ascesa criminale della criminalità organizzata calabrese grazie all’alleanza con i Barbaro di Platì, i Pelle di San Luca e i Pisano-Pesce-Bellocco di Rosarno, una struttura a cui gli inquirenti daranno nel 2003 il nome di “Crimine”. È il gradino più alto delle gerarchie ‘ndranghetiste, costituita allo scopo di gestire l’organizzazione che stava vivendo una fase di arricchimento, grazie soprattutto ai sequestri prima e al narcotraffico dopo.

I Morabito sono ancora oggi radicati nei Paesi produttori di cocaina in Sudamerica e rappresentano un anello fondamentale nella catena del rifornimento di droga verso l’Europa. Negli anni Ottanta Peppe Morabito è diventato il capo della cellula criminale (“locale” in gergo) di Africo, a tutt’oggi la roccaforte della famiglia, a seguito della faida di Motticella. In quegli anni dalle sue parti ha trovato un rifugio anche Totò Riina, il Capo dei capi di cosa nostra, che si racconta, si aggirasse in paese vestito da prete. Tra i due boss c’era una profonda amicizia e U’Tiradrittu è ritenuto un alleato della mafia siciliana negli anni dello stragismo (1992-1993). Nello stesso periodo, uomini dei Morabito si sono trasferiti a Milano, per gestire la colonizzazione del Nord: nel capoluogo lombardo Tiradrittu ci aveva trascorso un periodo di soggiorno obbligato, nel 1982.

Nel 1992 il nome del capobastone compare tra i destinatari di un ordine di custodia cautelare: è accusato di associazione mafiosa finalizzata al traffico di stupefacenti. È allora che si dà alla latitanza, che è durata fino al 18 febbraio 2004, quando è stato arrestato alle pendici dell’Aspromonte. «Trattatemi bene», sono state le parole che ha detto ai carabinieri, secondo i cronisti dell’epoca. Astuto, potente e carismatico sono gli aggettivi che ricorrono di più nelle descrizioni che ne fanno le indagini giudiziarie. Ancora oggi il nome risuona nelle intercettazioni come una sorta di lasciapassare per fare narcotraffico di grosso cabotaggio. È una garanzia di caratura criminale. Sta scontando l’ergastolo in regime di carcere duro – a cui è sottoposto ininterrottamente dalla cattura – alla casa circondariale di Opera, periferia sud di Milano. Data l’età – a ferragosto 2021 saranno 87 anni – e le pessime condizioni di salute in cui versa, da anni cerca di ottenere misure alternative alla detenzione in carcere, senza successo.

Quando capisce l’errore, Rodriguez scappa, temendo per la sua vita. Mentre prende un treno diretta a Roma, cerca di costruirsi una piazza di spaccio alternativa, una nuova rete di clienti. Ad aspettarla, nella capitale, c’è Andrea Mauro, un importante broker della cocaina. La loro destinazione finale è Napoli, la prossima piazza dove vuole operare Rodriguez. Anche Mauro ha contatti diretti in Sudamerica, così, tra i due nuovi soci, inizialmente nasce una sorta di competizione. Forse millantando o forse no, fatto sta che al telefono Rodriguez dice che i suoi interlocutori appartengono alla famiglia di “Tomate”, vicina al Cartel de Medellin, il cartello colombiano fondato da Pablo Escobar. Sembra trattarsi del gruppo di El Tomate, alias Juan Diego Arcila Henao, che effettivamente è stato la mano destra di Pablo Escobar e poi rilasciato nel 2002.

La guerra di Case Nuove

Rodriguez, a Napoli, si rende utile non solo nell’intermediazione dei carichi. Un suo contatto, tale Martha, permette al suo nuovo gruppo di ridurre quattro chili di cocaina di pessima qualità («diventa gialla», dice Mauro al telefono) in un chilo vendibile. Martha spedisce dalla Colombia il marito, detto “El Chimico” che dopo un giorno chiuso nella «sala operatoria» – nome con il quale il gruppo si riferisce a un magazzino nella provincia di Napoli – riesce nell’impresa.

Insieme a Mauro, a ottobre 2016 Rodriguez incontra anche Giuseppe Vatiero e Giuseppe Cozzolino, che secondo le ricostruzioni delle indagini avrebbero dovuto vendere la droga dei due broker in città. Cozzolino è ritenuto dagli inquirenti un membro del clan Mazzarella, mentre Vatiero sarebbe parte della famiglia Caldarelli, loro storici alleati. Vatiero è da poco uscito dal carcere al momento dell’incontro. I due stanno stringendo nuove partnership perché il loro clan in guerra per il controllo del rione urbano di Case Nuove.

Rodriguez, con i suoi agganci, può rappresentare un valido fornitore per mantenere vivo lo spaccio. I rivali appartengono al clan Rinaldi, che sotto la spinta dell’Alleanza di Secondigliano sta cercando di espandersi dal confinante quartiere di San Giovanni a Teduccio. Vatiero, capoclan di Case Nuove, resta gravemente menomato il 7 ottobre 2016 dopo una sparatoria. Il 10 febbraio scorso sei uomini sono stati arrestati con l’accusa di essere gli esecutori del suo tentato omicidio. Difficile pensare che l’apice dello scontro sia solo una coincidenza con l’arrivo sulla piazza della nuova broker.

Foto: la stazione Centrale a Milano – Luca Quagliato | Editing: Luca Rinaldi

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I tentacoli del cartello di Sinaloa in Italia

#TheCartelProject

I tentacoli del cartello di Sinaloa in Italia
Cecilia Anesi
Giulio Rubino

All’inizio del 2019 due cittadini guatemaltechi – Daniel Esteban Ubeda Ortega, detto “Tito”, e Felix Ruben Villagran Lopez, detto “Felix” – si trovano a Catania per un sopralluogo. Sono “esploratori commerciali” del cartello di Sinaloa, una delle più potenti organizzazioni criminali messicane. Si trovano in Italia allo scopo di aprire una nuova rotta aerea per recapitare la cocaina del cartello ad acquirenti in Italia e in altri Paesi europei. Il cartello è in espansione: cerca nuovi clienti e deve trovare nuovi percorsi sicuri per rifornirli.

Tito Ortega e Felix Lopez hanno contatti da incontrare e mani da stringere. Se riusciranno a trovare un valido aggancio, metteranno a punto un “carico di prova” per testare la sicurezza della nuova rotta. Il piano è apparentemente semplice, per quanto insolito: mandare il carico tramite un aereo privato fino a Catania e da lì trasportare la droga a nord, verso Milano e il resto d’Europa. La modalità è inconsueta perché normalmente i carichi di un certo peso passano via nave, in qualche container, diretti a porti ben collegati con le grandi piazze di spaccio. Catania non ha nessuna di queste caratteristiche tanto è vero che la distribuzione al resto d’Europa avrebbe presentato sfide ulteriori per il cartello. Un informatore di fiducia della Guardia di finanza di Catania viene a sapere del piano e fa una soffiata al Gico, l’unità anticrimine organizzato della Guardia di finanza. Per quanto improbabile, l’informazione è comunque troppo ghiotta da ignorare.

The Cartel Project

Anni dopo l’omicidio di Regina Martínez una squadra di giornalisti da Messico, Europa e Stati Uniti ha ripreso le sue indagini da dove è stata fermata. Il progetto è coordinato da Forbidden Stories, organizzazione francese nata per concludere le storie dei giornalisti assassinati. Questa inchiesta appartiene al Cartel Project, un progetto collaborativo che ha coinvolto 60 giornalisti di 25 media in 18 Paesi. IrpiMedia è partner italiano dell’inchiesta.

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The Cartel Project

Dei cartelli messicani manca una mappatura dell’influenza e degli affari a livello internazionale. E dal 2000, 119 giornalisti sono stati uccisi per loro mano. The Cartel Project fa luce su tutto questo

La banda dei narcos

Grazie a un lavoro impegnativo (e a una discreta dose di fortuna) gli uomini dell’unità anticrimine organizzato di Catania guidati dal capitano Pablo Leccese in tre mesi sono riusciti a ricostruire l’intero organigramma del gruppo di trafficanti. Insieme ai “commessi viaggiatori” del cartello Tito Ortega e Felix Lopez, lavora un compaesano di stanza in Colombia, Luis Fernando Morales Hernandez, detto “El Suegro”. È lui che si occupa di preparare i carichi aerei destinati all’Italia. L’uomo all’aeroporto di Catania, che dovrà scaricare la coca una volta a destinazione, è stato trovato. I messicani lo chiamano “Don Señor”.

La Gdf scopre anche il nomignolo del capo che gli inquirenti ritengono sovraintenda l’intera operazione dal Messico: “El Flaco”, “il secco”, uno che si presenta come braccio destro di Ismael Zambada Garcia, “El Mayo”. Quest’ultimo è considerato l’attuale boss di Sinaloa. È ricercato: sulla sua testa pende una taglia di 5 milioni di dollari. El Flaco – stando a riscontri della Dea (l’agenzia antidroga americana) – da almeno quattro anni supervisiona per il cartello una fetta importante della produzione di droghe sintetiche nel triangolo tra Taiwan, Vietnam e Cina. È la prima volta che degli inquirenti europei incrociano il nome di un luogotenente di così alto livello di un’organizzazione criminale messicana.

El Flaco da almeno da quattro anni supervisiona per il cartello una fetta importante della produzione di droghe sintetiche nel triangolo tra Taiwan, Vietnam e Cina

José Angel Riviera Zazueta detto “El Flaco” fotografato dalla sicurezza in un aeroporto cinese – Foto: Guardia di finanza
La messa a punto del piano richiede qualche passaggio rischioso. Non tutto si può fare via telefono e la banda deve incontrarsi di persona, a Catania, per stabilire la fiducia necessaria. Si danno un appuntamento nel capoluogo etneo per la fine di maggio 2019. Da questo momento in poi però, ogni programma del gruppo subirà una serie di ritardi che lo stravolgeranno completamente più e più volte.

El Flaco, per chi lo indaga, resta solo un nomignolo fino al momento in cui atterra in città, il primo giugno 2019. Gli investigatori ne conoscono la fisionomia, ma non il nome di battesimo. Lo pedinano dall’aeroporto fino all’Hotel Romano – l’albergo dove pernotta, sul lungomare etneo – e grazie alla copia del documento lasciato in portineria ottengono un nuovo pezzo del puzzle, il suo nome: José Angel Riviera Zazueta.

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Cuochi messicani per la metanfetamina olandese

Laboratori di droga scoperti tra Belgio e Paesi Bassi sono gestiti da chimici venuti dal Messico. Li reclutano intermediari via EncroChat, un sistema di comunicazione (mal)ritenuto a prova di indagini

I tentacoli del cartello di Sinaloa in Italia

A gennaio 2020 i narcos hanno portato 400 chili di cocaina in Sicilia. Cercavano di aprire una nuova rotta aerea. Un segnale della campagna per la conquista del mercato europeo

Quella stessa giornata, El Flaco Zazueta viene raggiunto in albergo da Tito Ortega, uno dei due narcos arrivati a Catania per imbastire l’affare. Insieme incontrano in un ristorante Don Señor, il contatto dell’aeroporto. Parlano dei dettagli per l’importazione della cocaina, ignari del fatto che i microfoni della Guardia di finanza stanno captando la loro conversazione. Nel piano concepito da El Flaco, l’aereo privato sarebbe partito da Città del Messico, avrebbe fatto scalo in Colombia, a Cartagena, dove avrebbe caricato la droga, per poi raggiungere Catania dopo una sosta di rifornimento a Capo Verde. Alla fine invece, come vedremo più avanti, il gruppo di narcos utilizzerà un aereo di linea in partenza da Bogotà.

La consegna controllata

I carichi con cui si battezzano nuove rotte in genere sono di poche decine di chili. Non è il caso di quelli usati dai cartelli messicani, che apparentemente non hanno problemi a reperire grandi quantità di droga anche per i carichi “di prova”. Hanno solo bisogno di un punto di scarico sicuro a destinazione. «Questa cellula del cartello di Sinaloa aveva già importato cocaina in Europa e aveva almeno altri 1.500 chili pronti da spedire dopo questo carico di prova », spiega a IrpiMedia il capitano del Gico di Catania Pablo Leccese.

A metà giugno 2019 gli inquirenti apprendono dell’esistenza di un carico da 300 chili pronto per essere imbarcato a Cartagena. Pochi giorni dopo Don Señor è a Roma, per incontrare il gruppo dei messicani e discutere della logistica. C’è però un problema: i trafficanti non riescono a trovare un valido contatto all’aeroporto di Cartagena. La Gdf, che è in ascolto, vede l’opportunità e decide di dare loro “una mano”: grazie al supporto dell’esperto antidroga della DCSA di Bogotà, gli investigatori italiani riescono a infiltrare nell’organizzazione due informatori, Rodriguez e El Cholo. I due si aggiungono a un terzo, Lucas, infiltrato dalla polizia colombiana. Con questi nuovi appoggi preparano una “consegna controllata”, un piano per prendere la cellula di Sinaloa finalmente con le mani nel sacco.

La cocaina preparata dai fornitori colombiani – Foto: Guardia di finanza

Ci vogliono due mesi affinché la situazione si sblocchi. A fine agosto 2019, El Suegro, l’uomo di El Flaco in Colombia, riesce a organizzarsi con i fornitori colombiani, un gruppo di ex Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia (Farc, i guerriglieri d’ispirazione marxista, ndr): dovrà andare nella Valle del Cauca – regione montagnosa a sud di Calì, dove si coltiva molta coca – per controllare la qualità della fornitura. Invita a partecipare alla spedizione El Cholo e Lucas, inconsapevole che i due siano il primo un informatore e il secondo un poliziotto sotto copertura in costante collegamento con gli investigatori.

El Cholo e Lucas dovranno poi occuparsi di fare uscire il carico dalla Colombia, via aereo, e portarlo a Catania. Il viaggio per raggiungere la raffineria dove si produce la cocaina è lungo: devono attraversare la selva, fare tappa in un altro villaggio, a un’ora di fuoristrada. L’ultimo tratto è a piedi, senza cellulare. Il “cristalizadero de coca”, così lo chiamano i locali, è gestito da “El Abuelo”, “il nonno”.

Quando l’informatore, l’agente sotto copertura e l’emissario di Sinaloa lo raggiungono, parte del prodotto da loro commissionato è già pronto, ma parte è ancora in lavorazione. El Abuelo assicura che basteranno un paio di giorni per ultimarlo, ma in realtà il carico sarà disponibile solo a ottobre. Un altro imprevisto, lo sciopero nazionale degli aeroporti colombiani, minaccia poi di ritardare a tempo indefinito la spedizione.

El Cholo, uno degli informatori, per sbloccare la situazione propone di usare un volo Alitalia in partenza da Bogotà, invece del velivolo privato. Garantisce di essere in grado di caricare la droga in tutta sicurezza, grazie ai suoi agganci. In realtà, dietro di lui, ci sono la polizia colombiana e la polizia italiana che stanno sfruttando l’occasione per una “consegna controllata” internazionale. Finalmente, il 9 gennaio 2020, il carico, che alla fine conterà 406 chili di cocaina, prende il volo, destinazione Catania.

Il 9 gennaio 2020, il carico, che alla fine conterà 406 chili di cocaina, prende il volo, destinazione Catania

Charlie ed El Arqui

Come previsto, una volta atterrato a Fontanarossa, il carico viene spostato in un magazzino di periferia da Don Señor, l’uomo dell’organizzazione all’aeroporto. El Flaco, da Cancun, in Messico, si informa per telefono: ha mandato un drappello di uomini a Catania perché siano i suoi occhi e le sue orecchie. El Cholo e Rodriguez controllano il magazzino per accertarsi che sia tutto a posto, insieme a uno dei due guatemaltechi, Tito. Trentadue panetti vengono dati a Don Señor come pagamento. Una bella fetta del totale: il valore può arrivare fino a un milione di euro, se si trovano gli acquirenti giusti. È molto più di quanto non avrebbe mai potuto sperare per un lavoro del genere, gli dice Rodriguez ridendo, mentre discutono della distribuzione della droga.

Tra i compratori interessati al carico c’è un certo “Charlie”, un italiano che lavora come broker. Si tratta di Mauro Da Fiume, 56 anni, nato a Sanremo ma residente in Spagna. Un veterano del narcotraffico: spulciando negli archivi giudiziari si scopre che nel 2015 il suo nome è comparso in un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Genova in qualità di braccio destro del boss Antonio Magnoli, legato al clan di ‘ndrangheta Piromalli-Molè. Il soprannome “Charlie” lo deve a “Charlie Import-Export SL”, la società che gestisce vicino Barcellona, insieme a un ristorante italiano. Il suo coinvolgimento fa quindi pensare a un interesse della ‘ndrangheta per il carico arrivato a Catania. Lo scrivono gli stessi Mossos d’Esquadra, i poliziotti catalani che arrestano Da Fiume il 4 febbraio, su richiesta delle autorità catanesi. Il compratore per cui lavora Da Fiume, però, non è mai stato identificato.

Tra i compratori interessati al carico c’è un certo “Charlie”, un italiano che lavora come broker

Dopo varie discussioni che innervosiscono i messicani, è a Verona che Charlie Da Fiume dà appuntamento al gruppo di Sinaloa per la consegna della droga. Dopo un primo test della qualità del prodotto con una partita da tre chili, l’accordo è di altre consegne da venti chili ciascuna, per un totale di oltre 300 chili. Per la vendita El Flaco manda come supervisore un suo uomo di grande fiducia: Salvador Ascensio Chavez, alias “l’architetto”, “El Arqui”. Il soprannome lo deve alla sua formazione, per quanto abbia fatto carriera nel narcotraffico. È stato condannato già due volte in Canada: tre anni per un carico di poco più di due chili nel 2001, poi nel 2010 altri sette anni, stavolta per un carico di 97 chili, nascosto in un macchinario agricolo.

A maggio 2017 ha ottenuto la libertà vigilata per sei mesi ed è stato immediatamente estradato in Messico. Nelle motivazioni riportate nel documento di scarcerazione si legge: «Ha ammesso di essere stato un membro dei cartelli messicani. Ha dichiarato di poter contare su un vasto appoggio da parte della sua comunità e di volere lavorare per progettare case in futuro». Ascensio Chavez deve essersi dimenticato di citare nel documento anche il piano di supervisionare la vendita di cocaina per il cartello di Sinaloa in Europa.

Charlie va a prendere in macchina El Arqui, non appena quest’ultimo è atterrato a Barcellona, a metà gennaio. Secondo programma, dovrebbero raggiungere insieme Verona. Anche questa volta, però, il piano originario salta e Charlie ed El Arqui si fermano a Milano per l’“appuntamento” con il compratore (rimasto senza nome per gli inquirenti) per cui lavora Charlie. Don Señor dovrà quindi consegnare nel capoluogo lombardo i tre chili di test, che aveva precedentemente portato a Verona, dove invece si fermano i guatemaltechi Tito e Felix.

El Arqui, subito dopo l’appuntamento, esce di scena: «Rientra in Messico subito, quasi a non voler dare altre occasioni di essere visto in Italia e associato a tali contesti – racconta Pablo Leccese, il capitano dell’unità anticrimine organizzato catanese che ha condotto le indagini -. Questo ci fa capire quanto conti quest’uomo per El Flaco». I tre chili di prova hanno un costo molto basso: 35mila euro, quando solitamente un solo chilo ne costa almeno 25mila.

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Murales dedicato a Javier Valdez, giornalista ucciso a Culiacan, capitale di Sinaloa. Valdez è stato assassinato a maggio 2017 con colpi di arma da fuoco per strada, a pochi metri dalla redazione del suo giornale Ríodoce – Foto: Amrai Coen/Die Zeit
«Al posto di El Chapo c’è stato prima il suo braccio destro e poi i figli che hanno preso le redini dell’organizzazione in contrapposizione con lo stesso braccio destro».
Guido Iannelli

esperto della Direzione Centrale Servizi Antidroga (Dcsa) in Messico

Gli investigatori hanno abbastanza tessere del puzzle per chiudere l’operazione: i due guatemaltechi Tito Ortega e Felix Lopez vengono arrestati a Verona il 7 febbraio con i 35mila euro del pagamento. Il 4 febbraio, in Spagna, i Mossos d’Esquadra avevano invece fermato Charlie Da Fiume e un complice. Ma il cuore della cellula di Sinaloa – El Flaco, El Suegro ed El Arqui – resta latitante da allora.

Perché Halcon è un’operazione importante anche in Messico

Prima di Halcon, l’ultima operazione in cui la polizia italiana ha indagato direttamente sui cartelli messicani risaliva al 2012. Battezzata operazione Monterrey, si è fermata, però, a corrieri e acquirenti, senza riuscire a stabilire chi fossero gli uomini dei cartelli in Italia, né il modo in cui le organizzazioni si sono infiltrate, un mistero per gli inquirenti di mezza Europa.

Indagare i narcos messicani è particolarmente complesso per le forze dell’ordine europee. Infatti non possono contare più di tanto sulla collaborazione dei colleghi in Messico, Paese in cui queste indagini sono perlopiù nelle mani delle frammentate e sottopagate forze di polizia locali. I poliziotti in forza ai 32 Stati della Federazione messicana lavorano infatti per un salario medio di 200 dollari a settimana, il che contribuisce all’altissimo livello di corruzione che affligge anche i livelli più alti. Basti pensare al coinvolgimento con i cartelli dell’ex console di Barcellona Fidel Herrera Beltràn, protagonista di una delle puntate precedenti dell’inchiesta Cartel Project.

Nonostante le evidenze fornite dalle indagini sull’attività del cartello in Europa in questi anni, fonti investigative italiane raccontano a IrpiMedia di non aver mai ricevuto dalla controparte messicana informazioni concrete riguardo un centinaio di nomi ritenuti vicini ai cartelli che agiscono nel Vecchio Continente.

In Messico «la legge federale che regola il reato di associazione a delinquere esiste dal 1996, ma solo recentemente le pene si sono inasprite fino a 20 anni per chi è leader di un cartello», spiega a IrpiMedia Guido Iannelli, esperto per la sicurezza, ufficiale di collegamento della Direzione Centrale Servizi Antidroga (Dcsa) in Messico. A una legge molto recente, si aggiunge il problema delle difficoltà nel portare a termine i sequestri dei beni, una delle armi che ha funzionato di più contro le mafie italiane.

Iannelli lo spiega prendendo l’esempio di Joaquín “El Chapo” Guzmàn, il più famoso tra i boss di Sinaloa, estradato negli Stati Uniti nel 2017. Nonostante l’arresto del capo dei capi, Sinaloa ha continuato a operare senza soluzione di continuità: «Al posto di El Chapo c’è stato prima il suo braccio destro e poi i figli che hanno preso le redini dell’organizzazione in contrapposizione con lo stesso braccio destro», sottolinea l’esperto della Dcsa.

Sarebbe potuta andare diversamente se le indagini messicane si fossero spinte oltre El Chapo: «Forti dell’esperienza italiana – conclude Iannelli – cerchiamo di aiutare gli inquirenti messicani facendo capire loro che bisogna sì identificare la mente del cartello, ma anche ricostruire l’intera associazione e attaccare le risorse economiche».

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L’espansione mondiale dei cartelli

Se nel commercio delle droghe sintetiche i cartelli messicani hanno certamente raggiunto una posizione dominante, quasi monopolistica, nel mercato della cocaina si contendono il primato con altri gruppi molto ben radicati: la ‘ndrangheta, i colombiani, gli albanesi. Sono sempre più frequenti però gli indizi di una strategia di espansione in Europa. Nel 2018, per esempio, in Belgio c’è stata una sparatoria fra membri della ‘ndrangheta e un gruppo di messicani non identificati.

Un pentito interrogato nell’ambito dell’indagine Pollino – operazione con cui nel 2018 è stata smantellata una rete di narcotrafficanti legata alla ‘ndrangheta che operava tra Belgio, Paesi Bassi e Germania – ha spiegato che un gruppo di messicani finanziava i carichi degli albanesi da cui lui stesso acquistava la cocaina. A loro volta gli albanesi importavano tramite dei colombiani circa una tonnellata e mezza al mese. I messicani erano al vertice del gruppo, senza avere mai contatti diretti con gli albanesi.

Nonostante le evidenze fornite dalle indagini sull’attività del cartello in Europa in questi anni, fonti investigative italiane raccontano a IrpiMedia di non aver mai ricevuto dalla controparte messicana informazioni concrete riguardo un centinaio di nomi ritenuti vicini ai cartelli che agiscono nel Vecchio Continente.

Le conversazioni intercettate durante l’operazione Halcon offrono anche un quadro, dall’interno, della campagna espansionistica dei cartelli. Felix Lopez, uno dei due guatemaltechi che lavorano per Sinaloa, durante una conversazione con gli altri sodali in un ristorante di Catania ha detto che solo la sua famiglia smista 2-3 tonnellate, non è chiaro se al mese o a settimana. Lo stesso Felix ha affermato che il cartello di Sinaloa conta su 35 voli a settimana dal Venezuela per Chetumal, una località turistica del Messico, con carichi di 500 chili di cocaina. Il tutto con la benedizione dei militari venezuelani. Numeri sicuramente esagerati, ma la modalità è confermata da InsightCrime, fondazione che pubblica analisi e studi sulla criminalità organizzata nelle Americhe: c’è una località al confine tra la Colombia e il Venezuela, San Felipe, da cui partono i voli della droga e dove ci sono talmente tanti narcos messicani che la gente del luogo l’ha ormai ribattezzata Sinaloa.

Sempre in una delle conversazioni al ristorante della banda di El Flaco captate dagli investigatori, i commensali si sono lasciati andare a commenti sugli agganci del cartello alla Guardia Nacional, la nuova polizia voluta dall’attuale presidente del Messico; sulla famiglia di El Flaco, il cui padre avrebbe gestito «20 mila “casas de cambio” (cambiavalute, ndr) e contatti con la Cia». I numeri sono ancora una volta esagerati, ma in effetti l’unica attività a nome José Angel Riviera Zazueta, alias El Flaco, rintracciata dal Cartel Project è una “casa de cambio” in Baja California.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Giulio Rubino

Hanno collaborato

Antonio Baquero (OCCRP)
Paolo Frosina
Marco Oved (Toronto Star)
Mathieu Tourliere (Proceso)

In partnership con

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto

Amrai Coen/Die Zeit

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