Credit Suisse è stata condannata per riciclaggio dei capitali della mafia bulgara

4 Luglio 2022 | di Edoardo Anziano

Il 27 giugno 2022 i giudici del Tribunale Penale Federale di Bellinzona, nel Canton Ticino, hanno emesso una sentenza storica. La banca Credit Suisse è stata dichiarata colpevole di aver aiutato l’organizzazione criminale del narcotrafficante bulgaro Evelin Banev, alias “Brendo”, a ripulire soldi sporchi guadagnati con il contrabbando di cocaina. È la prima volta che un istituto bancario viene dichiarato colpevole di riciclaggio in Svizzera

Fra il 2004 e il 2008 i mafiosi bulgari, con a capo Banev, avevano aperto decine di conti cifrati in Credit Suisse – simili a quelli di cui IrpiMedia aveva già raccontato nell’inchiesta SuisseSecrets. Su questi conti sono poi affluiti centinaia di milioni di euro, i proventi di un gigantesco traffico internazionale di droga, senza che la banca provvedesse a effettuare un’adeguata due diligence per controllare l’origine dei soldi. 

Secondo le accuse dei pubblici ministeri gli indizi sull’origine illecita dei fondi erano chiari. Nonostante ciò, in Credit Suisse non è scattato nessun allarme. Anzi, le transazioni con l’organizzazione di Banev sembravano deliberatamente organizzate in modo da non destare alcun sospetto di riciclaggio.   

Il Tribunale ha accertato «carenze all’interno della banca nel periodo in questione [fra luglio 2007 e dicembre 2008; i fatti antecedenti sono caduti in prescrizione ndr], sia per quanto riguarda la gestione dei rapporti con i clienti dell’organizzazione criminale, sia per quanto riguarda il monitoraggio dell’attuazione delle norme antiriciclaggio». Per questo motivo, Credit Suisse è stata multata per due milioni di franchi svizzeri, poco più di due milioni di euro, e costretta a risarcire il governo cantonale per 18.6 milioni di euro.  Dopo il verdetto, l’istituto ha annunciato che ricorrerà in appello, prendendo atto «di questa decisione relativa a precedenti carenze organizzative».

#SuisseSecrets, il progetto d'inchiesta
#SuisseSecrets, il progetto

Suisse Secrets è un progetto di giornalismo collaborativo basato sui dati forniti da una fonte anonima al giornale tedesco Süddeutsche Zeitung. I dati sono stati condivisi con OCCRP e altri 48 media di tutto il mondo. IrpiMedia e La Stampa sono i partner italiani del progetto. 

Centocinquantadue giornalisti nei cinque continenti hanno rastrellato migliaia di dati bancari e intervistato decine di banchieri, legislatori, procuratori, esperti e accademici, e ottenuto centinaia di documenti giudiziari e finanziari. Il leak contiene più di 18mila conti bancari aperti dagli anni Quaranta fino all’ultima decade degli anni Duemila. In totale, lo scrigno è di oltre 88 miliardi di euro.

«Ritengo le leggi sul segreto bancario svizzero immorali – ha dichiarato la fonte ai giornalisti-. Il pretesto di proteggere la privacy finanziaria è semplicemente una foglia di fico che nasconde il vergognoso ruolo delle banche svizzere quali collaboratori degli evasori fiscali. Questa situazione facilita la corruzione e affama i Paesi in via di sviluppo che tanto dovrebbero ricevere i proventi delle tasse. Questi sono i Paesi che più hanno sofferto del ruolo di Robin Hood invertito della Svizzera».

Nel database di Suiss Secrets ci sono politici, faccendieri, trafficanti, funzionari pubblici accusati di aver sottratto denaro alle casse del loro Paese, uomini d’affari coinvolti in casi di corruzione, agenti di servizi segreti. Ci sono anche molti nomi sconosciuti alle cronache giudiziarie.

Oltre alla banca fondata nel 1856, sono stati riconosciuti colpevoli due cittadini bulgari – considerati i faccendieri in Svizzera del boss Banev, non indagato -, e due ex funzionari di banca, fra cui la consulente alla clientela della sede zurighese di Credit Suisse all’epoca dei fatti: colei che avrebbe materialmente aiutato i trafficanti ad aprire i conti correnti. Tutte le pene carcerarie sono state sospese, tranne quella di uno degli uomini di fiducia di Banev, condannato a tre anni (di cui solo metà sospesa) per associazione a delinquere, riciclaggio e tentato riciclaggio

I giudici svizzeri, con questa sentenza, hanno portato a conclusione una vicenda processuale che era cominciata nel 2013, ma che affonda le proprie radici in un piccolo sequestro di cocaina avvenuto in Italia oltre 15 anni fa.  

Evelin Nikolov Banev nella lista dei ricercati dell’Interpol – Screenshot Interpol.int (4/7/22)

L’alleanza mafia fra mafia bulgara e ‘ndrangheta

Sono le 13 del 7 novembre 2005. Al casello autostradale di Agrate Brianza, 20 chilometri da Milano, i Carabinieri del Nucleo radiomobile fermano una Lancia Y per un controllo. Alla guida c’è Paolo Fenu, ispettore capo di Polizia presso la Questura di Venezia. All’interno dell’auto i militari trovano circa un chilo e mezzo di cocaina, e arrestano Fenu. Dal piccolo sequestro al casello di Agrate, il Ros di Torino, col coordinamento della Dda di Milano, segue le tracce di un fiume di cocaina che si dipana tra Veneto e Piemonte. In tre anni ne vengono sequestrate 10 tonnellate

Gli investigatori scoprono che Fenu era stato assunto come corriere da un cittadino bulgaro nato a Padova. Così, rivelano, con lunghe indagini che durano fino al 2012, l’esistenza di un sodalizio tra la mafia bulgara e una locale di ‘ndrangheta in Piemonte, collegata alla ‘ndrina Bellocco di Rosarno. L’organizzazione criminale si avvaleva di una rete di spacciatori veneti e piemontesi per distribuire la cocaina, che veniva importata via mare dalla Repubblica Dominicana, passando per Amsterdam e Milano

Alla testa dell’organizzazione c’è Brendo, il “re della cocaina”. Specializzato in narcotraffico sulla rotta Sud America – Europa occidentale, ha contatti con i guerriglieri delle FARC – le Forze Armate Rivoluzionarie colombiane – e con altri cartelli. Insieme a lui finiscono in manette, per associazione a delinquere e spaccio, altre 29 persone. Tuttavia, l’operazione svela molto di più che una rete transnazionale di traffico di stupefacenti. All’organizzazione la polizia sequestra beni per 30 milioni di euro, fra cui diversi conti cifrati presso la banca svizzera Credit Suisse

Centinaia di milioni in Credit Suisse

Secondo quanto emerge dalle prime indagini della Dda di Milano, nel 2012, ammonterebbero ad almeno 10 milioni di euro i depositi in conti cifrati presso Credit Suisse riconducibili al clan mafioso di Banev. Un sodalizio che però riesce a importare in Europa una media di 40 tonnellate di cocaina all’anno, piazzandola sul mercato a 30 milioni di euro a tonnellata. E infatti, nei primi conti scoperti nella sede zurighese di Paradeplatz non c’è che una minima frazione della fortuna accumulata dai narcotrafficanti bulgari. 

Tra il 2004 e il 2006, Banev – insieme con familiari e affiliati – apre 84 conti e affitta 8 cassette di sicurezza presso Credit Suisse. Su cui iniziano ad affluire decine di milioni di soldi sporchi, sia provenienti da società offshore che depositati direttamente in contanti, come ricostruito dal giornalista svizzero Federico Franchini. Con la protezione del segreto bancario, i mafiosi bulgari consegnano il denaro, anche in trolley pieni di cash, e la banca accetta senza battere ciglio. In tre anni l’istituto di credito aiuta Banev a riciclare più di 70 milioni di franchi. Secondo altre fonti i proventi illeciti riciclati ammonterebbero in totale a 145 milioni di franchi

«In poco tempo, – scrive Franchini – Zurigo diventa la più importante base finanziaria per l’organizzazione», con il boss Banev che riesce persino a farsi concedere un prestito da 10 milioni di euro da Credit Suisse, per investire nel settore immobiliare. Infatti, proprio nel paese elvetico il “re della cocaina” pensa di trasferirsi con la moglie

Non fa in tempo. Nell’aprile del 2007 Evelin Banev viene arrestato in Bulgaria perché accusato di frode immobiliare e riciclaggio di denaro per due milioni di euro. Rilasciato su cauzione, viene arrestato di nuovo nel 2012 a Sozopol, in Bulgaria, su ordine del Tribunale di Milano, che smantella la sua rete di trafficanti e apre le porte all’indagine svizzera su Credit Suisse. La Corte della città di Sofia lo condanna a sette anni e sei mesi l’anno seguente, ma le accuse vengono annullate in appello. Sempre nel 2013, i giudici milanesi lo condannano, stavolta a 20 anni di carcere, per associazione a delinquere e traffico internazionale di stupefacenti. Nel frattempo è ricercato anche dalla DIICOT, la Direzione Investigativa contro il Crimine Organizzato e il Terrorismo in Romania, per aver trafficato 50 kg di cocaina

Il “re” rimane imprendibile

In totale, fra droga e riciclaggio, Banev deve scontare 36 anni di prigione fra Italia, Romania e Bulgaria. Nel 2015, tuttavia, dopo essere stato estradato dall’Italia a Sofia – dove il boss bulgaro ha entrature con i servizi segreti – Banev sparisce.  

Per sei anni, “Brendo” si dà alla macchia, finché, nel settembre 2021 viene arrestato in Ucraina, a Kiev. Gli viene però concessa la cittadinanza ucraina, viene rimesso in libertà e la Corte d’appello di Kiev si oppone alla sua estradizione, proprio in quanto cittadino ucraino

Nel frattempo il processo contro Credit Suisse per la vicenda del riciclaggio del denaro sporco di Banev va avanti. A febbraio 2022 lo stesso Banev, seppur non come indagato, viene chiamato a comparire di fronte ai giudici del Tribunale penale federale di Bellinzona. Il trafficante non si presenta e i magistrati di Kiev affermano di non sapere più dove viva

Alla fine di giugno 2022, i giudici di Bellinzona condannano i suoi sodali per aver riciclato i soldi della droga con il silenzio della banca svizzera. Eppure, a mancare all’appello è proprio il “Brendo”, il capo dell’organizzazione criminale bulgara alleata dei Bellocco in Piemonte. Forse protetto dalle sue amicizie politiche e istituzionali, Evelin Banev per adesso è sempre riuscito a evitare il carcere, e non ha scontato che una minima parte della sua pena.

Inside an organized crime clan that moved cocaine across Europe

#InEnglish

Inside an organized crime clan that moved cocaine across Europe

July 14, 2021

Cecilia Anesi
Margherita Bettoni
Giulio Rubino

On an October evening in 2018, as Sebastiano Giorgi and a Romanian associate skipped and swayed at a fancy Stuttgart nightspot, they were blissfully unaware that their every move was being eyed by police. The cops had watched the pair polish off a meal before following them and their “dates” onto the dance floor, believing the gangsters were meeting up to talk about drugs. In fact, they were busy with the sex workers they had taken out on the town.

German authorities and Italian anti-mafia police had been watching Giorgi — known as “Bacetto,” or “Little Kiss” — for years. A rising figure in Italy’s ‘Ndrangheta criminal organization, he was based a two-hour drive away in the picturesque lakeside town of Überlingen, where he ran an Italian eatery frequented by tourists. While Bacetto’s restaurant hasn’t always earned the best reviews from diners, he does get high marks from investigators for his other business — managing a multi-million-euro cocaine pipeline from Latin America to Europe.

Back in the ‘Ndrangheta’s spiritual home of San Luca in Italy’s southern Calabria region, the Giorgis — known as “Boviciani” to distinguish them from other local Giorgis — had hammered out alliances with top ‘Ndrangheta families to form a cartel of drug buyers. From his base in southern Germany, Bacetto extended the network to include international gangs who wanted in on the action.

The ‘Ndrangheta’s reach stretches well beyond Europe, to Colombian and Mexican cartels. Through brokers in Paraguay and Uruguay — with logistics provided by a feared prison gang in Brazil — they ship drugs to the ports of Antwerp in Belgium, Rotterdam in the Netherlands and Hamburg in Germany, often via West Africa. Once the cocaine hits northwestern Europe, the Italians take control.

IrpiMedia and OCCRP used court and police documents, and interviews with law enforcement sources, to reconstruct a years-long police investigation into a network of Albanians, Romanians, Colombians, Mexicans and Brazilians, spanning not just the ports of Europe, but also the criminal hubs of Latin America and West Africa.

On May 5 this year, the investigation known as “Operation Platinum” culminated with around 800 police and tax investigators arresting 32 alleged mobsters in Italy and Germany. One German prosecutor called it “a bad day for the dark side of power.”

Bacetto’s bad day had already happened nine months earlier.

A family member once jokingly described him as lazy, saying that he “wakes up early in the morning, has a coffee, and then goes back to bed.” And in July 2019, the wanted mobster sleepwalked right into custody after he drove by a military police checkpoint near his hometown and was stopped for having tinted windows, according to a local media report. Military police then arrested him for prior offenses.

Bacetto and other central characters in the following case are still awaiting trial, and allegations outlined by police sources and in official indictments have not yet been proven in court. Multiple attempts to contact a legal team known to have represented the Giorgis have gone unanswered.

The trail of traffickers

Operation Platinum had its roots in the statements of Domenico Agresta, a one-time ‘Ndrangheta boss who turned state’s witness in 2016, and began to take shape the following year.

In September 2017, when Agresta’s cousin and three other ‘Ndrangheta-affiliated narcos made their way to Munich, ostensibly to take in the Oktoberfest celebrations, investigators hypothesized that the trip was actually designed to let them meet members of the Giorgi clan living in Germany. From October 2017, one of these members, Domenico Aspromonte, began phone communication with a German number used by a nephew of the Giorgis.

After the nephew made a winding road trip between Germany and Italy, Italian investigators and German federal police began swapping information. The feeling, at that point, was that the Giorgi family, based in San Luca, Überlingen and Baden Baden, was moving cocaine and laundering money.

After preliminary talks, German prosecutors opened an investigation into the Giorgis, and on May 8, 2018, a joint investigation team was set up between the Italians and the Germans. This teamwork eventually culminated in the Platinum raids and arrests of May 5, 2021.

The Giorgi-Boviciani Clan

Despite its picturesque waterfront location on Lake Constance in Überlingen’s town center, the Ristorante Paganini garners lackluster reviews. Customers online bemoan the “awful salad,” spaghetti that’s “overcooked and tasteless,” and “a fly in the tortellini,” although one concedes the Italian staff are “friendly enough.”

Paganini rates a lowly 61st out of 62 restaurants in Überlingen on Tripadvisor. But food is not likely the Giorgi-Boviciani clan’s main concern: The ‘Ndrangheta cell, investigators say, have established a criminal fiefdom in Überlingen over the past decade, backed by key narco families back home in San Luca.

In particular, the Giorgis are allied with the ‘Ndrangheta’s Romeo-Staccu clan, which in turn works under the Pelle-Gambazzas, ‘Ndrangheta royalty who lord over one of the three territories into which the group has divided the Italian province of Reggio Calabria.

The 'Ndrangheta: a global network
The ‘Ndrangheta was formed in the 1860s in Calabria, but grew its power by sending families out around the world via chain migration. Today it’s a global institution made up of affiliated clans working under a hierarchical structure. With major footprints in Italy, Germany, Canada, the U.S., and Latin America, the crime group can affect the price of cocaine around the world.

The ‘Ndrangheta system is broken down into doti, or ranks. ‘Ndrangheta members can only have dealings with other crime bosses and leading figures from the political and business worlds once they reach one of the higher doti echelons.

The ‘Ndrangheta often cloaks its illegal operations under the banner of legitimate business — starting real companies in one area, then using that legitimacy to expand across borders.

“By splitting the activities per country, the mafia network aims to exploit legal differences between criminal jurisdictions and to escape attention, since each crime, if only investigated separately, may appear as an isolated act rather than part of an international operation,” the European Union Agency for Criminal Justice Cooperation (Eurojust) said in December 2018.

In December 2018, in a bust that foreshadowed Operation Platinum, a Eurojust operation dubbed “Pollino” saw 84 ‘Ndrangheta members detained across Europe. Almost four tons of cocaine, considerable amounts of other drugs, and two million euros in cash were seized.

According to Europol, that case began when, in 2014, Dutch authorities got in touch with Eurojust over suspected money laundering involving partners in Italian eateries in the Netherlands, and their connections to Germany’s North Rhine-Westphalia region.

The Giorgis are no ‘Ndrangheta aristocrats, but under this rigid structure, they played a crucial bridging role, buying cocaine from Latin America-based Italian brokers, arranging for it to be shipped to Europe, then selling it to smaller buyers, who distributed it to street dealers. As cover, they used restaurants and an import-export company. Police records show how they used food trucks to move cocaine from the Netherlands and Spain across the continent to Italy.

In Überlingen, the Giorgis were represented by Bacetto and his brother-in-law Sebastiano Signati, while Bacetto’s three brothers — Domenico, Francesco, and Giovanni — remained in Italy. Domenico and Francesco lived in San Luca, and Giovanni lived in Alghero, Sardinia.

According to investigators, the Giorgis imported food from Italy and sold it to other Italian restaurants in Germany, either directly or through retailers, ignoring sales taxes and apparently funnelling illegal profits back home. Some bought the goods out of fear when they heard the name “Giorgi,” a police source said. Others bought them simply because they were cheap.

Though wanted in Italy since 2012, Bacetto operated freely in Germany, where he was tasked with ensuring cash flow for his family, because his Italian arrest warrant was never brought to the attention of international law enforcement, the source said.

According to Operation Platinum investigators and the related Italian order for custody, the Giorgi family would buy food products in Italy and sell them to Italian restaurants in Germany through companies they’d set up there, without paying sales tax. Then the German companies would be closed. At a recent press conference, German chief public prosecutor Johannes-Georg Roth estimated they evaded over two million euros in taxes in total.

Reporters were unable to sample the food during a visit to the Paganini in January 2020 because the eatery was closed for winter. But clues about the Giorgis’ European partners were easy to spot. A mailbox on the building’s left side included a long set of names; some were Giorgis and their Calabrian associates, but three with Romanian surnames made the list as well.

The cops catch a break

Despite their impressive efforts to conceal illegal activities within the legal economy, the Giorgis let themselves down in other crucial areas — especially when it came to their internal communications. They would also be undermined by one-time allies who had decided to speak to police.

Operation Platinum narrowed in on the Giorgis in 2017, when anti-mafia police in Turin noticed a family member stopping in their city as they made their way north from Calabria to Überlingen. The investigation soon involved German police from the town of Friedrichshafen, a 30-minute drive along Lake Constance from Überlingen, who tracked the Italian on the reverse trip south.

The Giorgis used encrypted EncroChat phones, making it impossible to intercept their communications. But Turin investigators caught a break in mid-2018 when Bacetto’s brother Giovanni, who had been under house arrest in San Luca, was granted permission to move to a home in Sardinia. Bugging this property, investigators could listen in on Giovanni’s conversations with relatives and friends, who would make pilgrimages from Calabria or Piedmont to meet the Giorgi family leader.

Bacetto mostly stayed put in Überlingen, striking cocaine deals in Belgium, the Netherlands, and elsewhere with the Romanian, Albanian, and Colombian gangs who play key roles in the drug trade surrounding the ports of Antwerp and Rotterdam.

The high-stakes industry, it seems, put a frequent strain on family relations.

In one bugged conversation with his nephew Antonio, Giovanni slammed Bacetto for keeping too much of his earnings for himself and his associates in Germany, when more should have gone to the cassa comune, a family kitty used to finance drug purchases.

Antonio accused his relatives in Germany of swiping 3,000 to 4,000 euros per day every time they’d “work” — his euphemism for dealing with drugs. He also complained that Bacetto said he didn’t have money for the cassa comune because of expenses for the Paganini restaurant.

The mountain town of San Luca is the cradle of the ‘Ndrangheta, the Calabrian mafia – Photo: IrpiMedia

Although slighted by his own family in the bugged chats, Bacetto was in fact the “soul” of the Giorgis’ cocaine business, according to a longtime investigator of the ‘Ndrangheta who requested anonymity to protect ongoing operations.

Investigators believe it was through Bacetto that the Giorgis were in touch with a key contact: Denis Matoshi, one of the heads of Albania’s Kompania Bello cartel. Matoshi ran a gang of Albanians in Rotterdam and Antwerp, overseeing cocaine shipped via Latin America to Europe.

Giuseppe Tirintino, a longtime ‘Ndrangheta trafficker who began cooperating with authorities in 2015, said that Bacetto, armed with a fruit-buyer’s license, had used a refrigerated truck to disguise cocaine shipped through Rotterdam among fruit consignments.

Tirintino said his cousin supplied Bacetto with “the goods,” meaning cocaine, for which the Giorgis paid 32,000 to 33,500 euros per kilogram. He said he had numerous meetings with Bacetto, who travelled far and wide to seal deals, including trips to Rome and Rosarno, in Calabria, as well as to Germany and Spain.

He said the two also met in the Italian coastal city of Genoa, where “the truck was loaded with cocaine that came by sea, in containers.” “They [the Giorgis] had large financial resources,” he said. “They never bought less than 30 kilos of cocaine at a time.”

Bacetto also appeared to see himself as a major player. In an intercepted conversation in a bugged Audi A3 in November 2018, he bragged to his brother and nephew of making 400,000 euros a year “net” and said it took “balls” to accomplish what he had in Germany.

“No one helped me set this up,” he says. “Who else but me could do it?”

The Antwerp connection

More than 750 million shipping containers are moved by sea annually, accounting for 90 percent of the world’s cargo trade. Fewer than two percent of these are ever screened. In 2017, Antwerp handled up to 3.5 million incoming shipping containers, of which roughly one percent were checked.

As Europe’s largest fruit-handling port, Antwerp has direct cargo lines from Colombia, Ecuador, Guatemala, and Panama. Fresh produce needs to be processed rapidly, meaning customs and law enforcement officers often struggle to screen shipments thoroughly. This makes the port a popular entry point to Europe for drug traffickers. Almost 42 tons of cocaine were seized at the port in 2017, and some 50 tons in 2018. By 2020, this figure had risen to around 65 tons. Each year, dozens more tons are intercepted before they can even reach the port.

Traffickers are also drawn to Antwerp’s easy road access to the Netherlands, a key European market where large quantities of drugs are processed and cut before being sent on to smaller distributors across Europe.

Throughout 2018, investigators tracked Bacetto and other Giorgis on several trips to the Netherlands. During these trips Bacetto met with several suspected drug traders, including the Romanian Adrian Bogdan Andrei, alias “Andy,” whom police identified as Bacetto’s “footman.”

Andy let Bacetto sleep at his Rotterdam apartment and use it as a logistical base as he moved between Amsterdam and Rotterdam to meet with Colombian suppliers. All the while, investigators were on their trail, and mapped out the path of at least one large suspected shipment.

In October 2018, Giovanni Giorgi was heard telling an associate that Bacetto was dealing with “foreigners” in the Netherlands who were expecting a load of about 170 or 180 kilograms of cocaine. Next, in a bugged conversation from an Audi A3 travelling between Überlingen and Amsterdam on November 18, 2018, Bacetto and his brother and nephew discussed how to handle the Netherlands transaction.

The Giorgis owed about “500,” they said — a fee believed by court authorities to be 500,000 euros. This payment needed to be settled ahead of November 25, the day the drugs were meant to arrive in the port of Rotterdam from Guayaquil, in Ecuador. In Amstelveen near Amsterdam, they would meet Andy and two Colombians — who didn’t know they were being tailed by Dutch police.

Wiretapped conversations between Andy and the Giorgis showed how the shipment’s safe arrival would be guaranteed by the detention of a man connected to the Colombian suppliers — a collateral system often used in the underworld.

“One of them stays with us,” Domenico Giorgi was heard to say.

“We come here, we keep him with us, and we search for a house,” Bacetto continued.

“We first give them the money and when the stuff is at the port — ” Domenico replied before Bacetto broke in again: “He stays with us and only when the stuff has been loaded we can talk on the phone, okay?”

And that, police say, is what happened: a young man from Medellín was held captive by Sebastiano Signati at a Rotterdam B&B until November 29, when he was driven back to Amsterdam and handed, along with a backpack, to his Colombian associates. Police wiretaps suggest the backpack held 300,000 euros in cash.

Rather than the expected 170-180 kilogram shipment, investigators believe the final total was 124 kilos, split down the middle between the Giorgis and their Romanian associates. Investigators believe Bacetto and the Giorgis bought 62 kilos of cocaine from the Colombians in the Netherlands, 12 of which were presumably transported to Italy in December 2018.

A few months later, German investigators heard Bacetto talking at his apartment in the town of Seelfingen — which had also been bugged — about another cocaine deal with an Albanian and a Romanian both living in Belgium. This deal, police suspect, involved a shipment of 240 one-kilogram packages of cocaine. Both the Albanian and the Romanian are suspected traffickers based in Belgium, while the Romanian manages a handful of logistics companies there.

Once these shipments had safely made it to Europe, the Giorgis got to work. Transporting cocaine and money in their fruit trucks, police say, they are first believed to have moved around Germany and later headed to Turin, where they were helped by relatives with the logistics.

It was at this Turin stop-off that Italian police, in 2017, had first gotten the whiff of the Giorgis’ trail.

Feeding the ‘Cassa comune’

Police documents and OCCRP sources in Italy and Germany show how the Giorgis worked both sides of the cocaine trade.

The evidence trail offers a clear breakdown of the family’s drug dealing, from agreements with major players who dealt in tons of cocaine in Latin America, to minions who sold quick highs in the bars of Europe.

Once it arrived in Italy, the Giorgis’ cocaine went to retailers in Turin, Milan, Sardinia, and Sicily for 30,000 to 48,000 euros per kilo, depending on the buyers’ relationship with the Giorgis. These clients were mainly other Calabrians, for whom the family reserved the largest portions of their shipments.

The Giorgi then sold a smaller part to average dealers — bar owners in Turin, Sicily and Sardinia, for example. In these cases, the price climbed up to 57,000 euros per kilo, or between 5,000 and 7,000 euros per 100 grams, according to wiretapped conversations between Giorgi family members.

According to the Operation Platinum order of custody, the Giorgis had enough logistical capacity to supply their clients with drugs on a weekly basis. But not all deals and deliveries ran smoothly, and the Giorgis weren’t powerful enough to exert control over the ports, which were the realm of bigger players.

To unload illicit cargo, they had to rely on Latin American suppliers, their higher-placed Calabrian allies, or other gangs like the Albanians. Often drugs were shipped using the “rip-off” technique , meaning the company shipping the containers had no idea their shipments were used to carry drugs.

Once through the ports, the cocaine began its winding truck routes. Drivers — one was paid 3,000 euros per trip, according to the Operation Platinum order of custody — had to mimic the routes of legitimate food delivery services following pre-planned GPS coordinates to avoid arousing police suspicions. Along the way, drivers in other vehicles would approach the truck in a pre-arranged location and remove the drugs before the truck continued on its route.

The Ristorante Paganini is seen in Überlingen, Germany – Foto: IrpiMedia

The Giorgi family operated like a company, with each of the four brothers putting the cash they earned into the cassa comune, managed by Francesco. Their weekly profit came to around 200,000 euros, according to bugged conversations.

Bacetto relied heavily on family members and other Calabrians to help manage his German operations. Sebastiano Signati, Bacetto’s brother-in-law, first took over the Paganini in 2010, together with another Calabrian. The restaurant‘s ownership often changed hands over the years, but always remained within the same clique of Italians. Calabrian associates also ran two German companies, one of which, GSG Food, owned the Paganini from 2016 to 2018 as well as importing and exporting groceries. The other, G&S Gastro, took over ownership of the business in 2019.

‘Ndrangheta money was also hidden in a very literal sense back home. In a bugged conversation, Giovanni, in Sardinia, instructed Francesco, in San Luca, to bury 400,000 euros in cash. Further conversations show the brothers were hiding fortunes in buried barrels, while always keeping at least 500,000 euros handy for regular expenses.

Giovanni warned his brother to spread the bundles of cash around rather than buying them all in the same hole: “Better to lose two to three hours of digging than losing a whole life of work,” he said.

Key connections to South America

Operation Platinum documents show that the Giorgis had one key supplier: Giuseppe Romeo, nicknamed “Maluferru.” Roughly translated, the nickname indicates someone armed and dangerous. The Giorgis had their own derogatory nickname for him — The Dwarf — but despite such jibes, Bacetto and his crew knew they badly needed the services that he could provide.

Maluferru is the son of one of San Luca’s most feared bosses, the jailed Antonio Romeo, alias “Centocapelli,” a leading member of the Romeo-Staccu ‘Ndrangheta clan. Investigators say Maluferru — who appears to have had crucial connections at three European ports — guaranteed the Giorgis “the constant dispatch of huge loads of drugs” from South America.

In the wiretaps, Giovanni Giorgi lamented that Maluferru often resold the “goods” to the Giorgis at inflated prices. On November 26, 2018, Giovanni told Walter Cesare Marvelli, a Giorgi nephew based in Turin: “When The Dwarf told us that he bought at 27 with our money, he bought it at 24 and stole three points.”

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Because Maluferru was so good at what he did, the Giorgis bit their tongues. He supplied hashish as well as cocaine, and “has [access to] everything in Holland,” Giovanni can be heard saying.

For long periods, Maluferru remained a ghost to the authorities. The Giorgis, who had been ordering cocaine from him since at least 2018, swapped rumors among themselves that he had been spotted in Brazil, the Netherlands and Mexico, and may even have disguised himself as a priest.

Through Marvelli, the Giorgis had established a connection to two even more powerful suppliers: Italian father-and-son duo Nicola and Patrick Assisi, two ‘Ndrangheta mega-traffickers who had been on the run in Brazil for years and were allies of the country’s First Capital Command (PCC) prison-based crime group. Marvelli had hustled hard to win the Assisi family’s trust, knowing they only opened their doors to a select few.

Cracks began to appear, though, when in August 2018 police caught another break. The Giorgis were still using their encrypted EncroChat phones. But they had failed to grasp the subtleties of the new technology — including the key principle that passwords should be kept secret — conversations from Giovanni’s bugged Sardinian home revealed.

In one conversation, Giovanni told Francesco to unlock an EncroChat phone using the password “pecora,” which means “sheep.” While setting up his own phone, another associate said he would use “the same password as last time” — “Maria.”

Remarkably, Giovanni and Marvelli would later start reading their EncroChat conversations with Patrick Assisi out loud, describing the logistics of the operations in detail.

“We have the exit [the cocaine leaving] both from Peru and from Venezuela,” Assisi wrote in one message, as read out by Marvelli to Giovanni.

Assisi wanted the unloading done in Hamburg, the message continued, and asked Marvelli to send “a Chinese” person to pick up the shipment.

“He says to me then … ‘Send some guys, so it’s yours, for better or for worse and we’re relaxed, for better or for worse, and we are calm … we know the responsibility is yours,’” Marvelli read out, quoting Assisi.

The bugged chats revealed that the Assisis — who are known to have mostly shipped cocaine in liquid form — would be sending a consignment in 2.5-kilo bags hidden in a shipment of an unnamed mineral. Because the Assisis didn’t handle unloading at European ports, the Giorgis were forced to involve The Dwarf in the process.

The Assisis said they would send a shipment of 500 kilos, according to the conversations, which investigators told OCCRP was because the logistical costs and bribes needed for each load made smaller loads impractical. Import-export companies or the “rip-off” technique provided cover.

Using the trail laid out by the Giorgis and their accomplices, German police identified containers that fit the profile for the would-be Assisi shipment. But when inspections were made in Hamburg in October 2018, no drugs were found. The detectives got luckier a month later, on November 8, when they raided a container suspected of carrying Assisi cocaine bound for the Giorgis, and uncovered 300 kilos of cocaine stashed in packages of cotton swabs.

By October 2018, however, the Giorgis’ Latin American connections were coming under threat.

Around this time, their agreements with the Assisis had begun to hit a roadblock, and Marvelli planned to go to Brazil to meet Patrick Assisi in person. Maluferru, though, had other plans, making a move to cut the Giorgis out, and beginning to deal with Assisi directly. Assisi, it turned out, preferred dealing with Maluferru, who was reliable, invisible, and had the keys to unlock some major European ports.

The Giorgis, constantly walking a tightrope between powerful suppliers whose whims could make or break them, seemed destined to remain effective cocaine distributors with little prospect of ascending to the higher echelons of the ‘Ndrangheta. Little did they know, however, that dark clouds were also beginning to hover over both Maluferru and the Assisis, and the pipeline from which they had made their own fortunes.

CREDITS

Authors

Cecilia Anesi
Margherita Bettoni
Giulio Rubino

In collaboration with

Luis Adorno
Nathan Jaccard
Benedikt Strunz
Koen Voskuil

Illustrations

Editing

Brian Fitzpatrick
Luca Rinaldi

Il Vallo di Diano, cerniera di traffici tra ‘ndrangheta e camorra

7 Luglio 2021 | di Sara Manisera, Pasquale Sorrentino

Il Vallo di Diano è un’area pianeggiante della provincia di Salerno, racchiusa tra le dorsali appenniniche e il fiume Tanagro. Per la sua posizione geografica – tra la Basilicata, la Calabria e il nord della Campania, e per la presenza dell’Autostrada Salerno-Reggio Calabria – l’area svolge da sempre un importante ruolo di cerniera e di connessione. Queste caratteristiche l’hanno resa almeno da trent’anni appetibile alle mire espansionistiche ed egemoniche delle organizzazioni criminali campane e calabresi.

È dentro questo contesto storico di commistione tra impresa e criminalità che ha origine la vicenda della Sviluppo Risorse Ambientali, la società al centro del traffico di rifiuti tra Italia, Tunisia e Bulgaria di cui abbiamo scritto.

Il Vallo di Diano è un territorio aperto, vasto e spopolato, privo di presidi dello Stato e di forze dell’ordine. Nel 2012, la riforma della geografia giudiziaria ha eliminato il Tribunale di Sala Consilina e la Procura, portando alla riduzione del numero di finanzieri e alla chiusura del carcere del Vallo di Diano. L’ex tribunale di Sala Consilina è stato annesso a quello di Lagonegro, che si trova nel distretto di Potenza, quindi in Basilicata e non in Campania; un caso unico in Italia, dove, in base alla riforma della geografia giudiziaria del 2012 i tribunali “accorpati” sono sempre rimasti all’interno della provincia.

All’assenza di presidi dello Stato, si aggiunge quella dei servizi e lo spopolamento: in una superficie di oltre 800 km², vivono solo 60 mila persone, in un territorio composto da piccoli paesi – Sala Consilina è l’unica cittadina con circa 12 mila residenti – dove i cittadini sono spesso uniti da rapporti parentali o di amicizia. In questo contesto le organizzazioni criminali si insediano senza alcuno sforzo – e senza che al loro agire sia opposta alcuna resistenza – approfittando dell’assenza dello Stato, di una diffusa omertà e della possibilità di riciclo dei capitali. Benché dal punto di vista giudiziario la presenza delle organizzazioni di stampo mafioso sia stata messa in dubbio da alcune assoluzioni, il processo di colonizzazione è cominciato oltre trent’anni fa, quando camorristi e ‘ndranghetisti sono stati costretti dal soggiorno obbligato a trasferirsi in questo territorio. Con il tempo, il Vallo di Diano è diventato sempre più un crocevia di interessi economici e criminali.

Il soggiorno obbligato

Dal 1965 al 1995, il soggiorno obbligato è stata una misura cautelare che prevedeva per un condannato l’obbligo di soggiornare con limitazioni in una località scelta fuori dal proprio contesto d’origine. Il soggiorno obbligato avrebbe dovuto prevenire il rafforzamento dei legami mafiosi. Durante un’audizione alla Commissione antimafia nel 1993, il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo ha però dichiarato che il soggiorno obbligato «è stata una cosa buona in quanto ci ha dato modo di contattare altre persone, di conoscere luoghi diversi, altre città, zone incontaminate dalla delinquenza organizzata». Questa considerazione di Mutolo è suffragata da diverse indagini antimafia in territori in origine estranei alle organizzazioni criminali mafiose.

Ciò che emerge dalle carte delle inchieste e dalle attività investigative condotte negli ultimi dieci anni nel Vallo di Diano non delinea solamente uno scenario criminale di gruppi dediti al traffico di stupefacenti, estorsioni e smaltimento dei rifiuti: «Il Cilento e il Vallo di Diano – si legge nella relazione della Direzione investigativa antimafia (DIA) del 2019 – oltreché essere luoghi prescelti per la latitanza da parte di camorristi napoletani e casertani, negli ultimi anni stanno emergendo per attività di riciclaggio e reimpiego di capitali di provenienza illecita, investiti in loco da sodalizi provenienti dall’area napoletana nonché per la presenza, nella gestione di attività commerciali e del traffico di sostanze stupefacenti, di soggetti legati a consorterie ‘ndranghetiste, che hanno qui esteso la loro influenza tramite pregiudicati locali».

Secondo il Procuratore Distrettuale Antimafia di Potenza Francesco Curcio, il territorio del Cilento meridionale, del Vallo di Diano e il lagonegrese (l’area della comunità montana di Lagonegro, in provincia di Potenza, ndr) sono sempre più contaminati dalla presenza mafiosa che «seppur silente sotto il profilo militare, sta acquisendo posizioni economiche di assoluto predominio attraverso una incessante attività di riciclaggio accompagnata da episodi di sintomatica intimidazione verso la concorrenza».

I protagonisti
  • Francesco Muto: classe 1940, detto il “re del pesce”. Capobastone della ‘ndrina Muto di Cetraro (Cosenza), a Sala Consilina dagli anni Novanta, inizialmente in soggiorno obbligato.
  • Vito Gallo: luogotenente del clan Muto nel Vallo di Diano. Protagonista, insieme a Pietro Valente, di diversi episodi di estorsione.
  • Luigi Cardiello: noto come il “Re Mida” della spazzatura. Originario di San Pietro al Tanagro, è stato arrestato ad aprile 2021 per traffico di rifiuti
  • Gaetano Vassallo: per oltre vent’anni ha gestito gli sversamenti abusivi dei rifiuti sotto la protezione del clan dei casalesi. Nel 2008 diventa collaboratore di giustizia e nel 2010 è condannato per traffico di rifiuti e associazione camorristica.
  • Raffaele Diana: manager dei rifiuti che fungeva da collegamento dei casalesi con il Vallo di Diano. Da circa dieci anni si è trasferito a San Pietro al Tanagro.
  • Michele Cicala: presunto boss dell’omonimo clan a Taranto. Indagato nell’operazione Febbre dell’oro nero.

Le prime indagini

La data spartiacque per ricostruire la storia dell’infiltrazione mafiosa nel Vallo di Diano è il 1990. È allora che Francesco Muto, detto il “re del pesce”, viene mandato in soggiorno obbligato a Sala Consilina. Francesco Muto non è uno qualunque: è il capo di una delle più agguerrite ‘ndrine calabresi.

Nato nel 1940, costruisce il suo impero imprenditoriale mafioso grazie al monopolio del mercato ittico dell’area del nord Tirreno calabrese: da Scalea ad Amantea, lungo il litorale cosentino, non si vende pesce senza il suo consenso. Una posizione acquisita nel corso degli anni fino a farlo sedere al tavolo con esponenti della ‘ndrangheta reggina e con la camorra napoletana, da Raffaele Cutolo a Carmine Alfieri, ovvero l’ex capo della Nuova Camorra Organizzata (morto a febbraio del 2021) e l’ex boss del clan Nuova Famiglia diventato collaboratore di giustizia.

Il potere della ‘ndrina Muto non si limita al controllo del mercato del pesce. Come ha rilevato l’operazione Godfather del maggio 2004, il potere dei Muto arriva fino al mondo bancario, alle aziende sanitarie e alle amministrazioni comunali. L’enorme disponibilità di capitali ha permesso al gruppo criminale di inserirsi in numerosi settori dell’economia legale. Da notare che nell’ambito dell’operazione Godfather, il Gip di Catanzaro ha disposto il sequestro preventivo di beni per oltre 40 milioni di euro della famiglia Muto. Il reimpiego dei capitali illeciti nell’economia legale ha permesso alla cosca Muto di radicarsi nel tessuto economico di molte regioni italiane: Lazio, Toscana, Lombardia, Basilicata e Campania.

Le articolazioni della cosca arrivano fino al Vallo di Diano grazie alla complicità di persone legate alla cosca attraverso rapporti di “comparaggio” – vincolo che si cementa sulla promessa fatta dai padrini alla famiglia del battezzato o del cresimando, oppure dai testimoni di nozze agli sposi – e imprenditori della zona.

Atti intimidatori: l’attentato al Conad di Sant’Arsenio

È il 9 marzo del 2014. Manca circa un mese all’apertura di un nuovo centro commerciale Conad a Sant’Arsenio (Sa). Una bomba carta esplode davanti a una porta laterale e crea un migliaio di euro di danni. Poca roba, tanto che si pensa a un atto vandalico. Si tratta invece di un atto intimidatorio da parte del clan Muto al proprietario del supermercato per far acquistare il pesce dai propri affiliati. Si tratta di un momento cruciale nell’inchiesta dei carabinieri sulle infiltrazioni ‘ndranghetiste nel Vallo di Diano in quanto episodi del genere non se ne erano registrati negli anni recenti. Da questa esplosione e da alcune denunce è partita l’inchiesta Frontiera e ha evidenziato come il clan Muto attraverso Vito Gallo volesse conquistare fette di mercato e di potere nel Vallo di Diano.

Riciclaggio, traffico di droga, usura, estorsioni e incendi sono le attività più frequenti. Tra il 2013 e il 2014, infatti, Vito Gallo, il collegamento nel Vallo di Diano dei Muto, insieme a Pietro Valente, porta avanti una serie di intimidazioni ed estorsioni nella zona di Sant’Arsenio e Sala Consilina ai danni di diversi titolari di negozi per imporre l’assunzione di determinate persone e assicurare ai Muto la gestione delle pescherie e il controllo monopolistico dell’offerta di pescato nel Vallo di Diano. È l’indagine Frontiera, nata nel 2014, in seguito all’omicidio del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, che mette in luce gli storici rapporti criminali tra la famiglia Gallo di Sala Consilina e gli esponenti delle cosche Muto di Cetraro e Valente-Stummo di Scalea.

Secondo la relazione semestrale della DIA del 2020, «i Gallo erano dipendenti gerarchicamente dai Muto nelle attività legate al narcotraffico». Vito Gallo, condannato in secondo grado a 26 anni e 8 mesi di reclusione, era considerato un vero e proprio narcotrafficante che riceveva pacchi di cocaina, via aereo, direttamente sull’aviosuperficie di Teggiano, nel cuore del Vallo di Diano.

Chi era Angelo Vassallo

Angelo Vassallo è stato sindaco del comune di Pollica, località in provincia di Salerno, nel parco del Cilento, Alburni e Vallo di Diano. Il 5 settembre 2010 mentre rincasava alla guida della sua auto, Vassallo è ucciso per mano di uno o più attentatori, ancora oggi ignoti. Anche la matrice camorristica dell’omicidio è ancora oggi incerta. Da un troncone delle indagini sull’omidicio di Angelo Vassallo nasce l’inchiesta Frontiera, diretta dalla DDA di Catanzaro sulla cosca Muto della ‘ndrangheta che ha portato ad accertare l’operatività nel Cilento e nel Vallo di Diano di articolazioni della cosca Muto di Cetraro attiva nel settore del narcotraffico, estorsioni e riciclaggio di capitali.

Luigi Cardiello e i casalesi

Gli anni Novanta segnano anche l’ingresso della camorra nel Vallo di Diano. Il personaggio di collegamento è Luigi Cardiello, che diventerà noto come “il Re Mida dei rifiuti”. Le prime cronache sulla sua attività risalgono al 1991 quando Mario Tamburrino, l’autista della ditta di autotrasporti di San Pietro al Tanagro, intestata a Cardiello, si reca all’ospedale dicendo di aver subito un fortissimo abbassamento della vista dopo aver scaricato alcuni bidoni contenenti rifiuti chimici provenienti dalla ditta Ecomovil di Pianfrei in provincia di Cuneo in una discarica di Sant’Anastasia, in provincia di Napoli. Tamburrino perderà la vista ma a partire dalle sue dichiarazioni gli inquirenti scopriranno che i 158 fusti sono stati seppelliti altrove, nelle campagne di Villaricca e Giugliano. Durante le indagini, gli investigatori mappano oltre cinquanta discariche abusive nel solo hinterland napoletano.

È l’inizio dell’avvelenamento della Terra dei fuochi e del traffico illegale di rifiuti tossici dalle aziende del Nord verso la Campania. Cardiello verrà in un primo momento arrestato e poi prescritto, come in quasi tutti i processi che l’hanno visto coinvolto. Nel 2003 è arrestato e indagato per traffico illecito di rifiuti e inquinamento ambientale nell’ambito dell’operazione Re Mida, chiamata così proprio per un’intercettazione dove Cardiello si vantava di riuscire a «trasformare la spazzatura in oro». Un’operazione che svela un traffico di sostanze prelevate da società di smaltimento del centro-nord Italia e interrate in aree tra Napoli e Caserta con il coinvolgimento di aziende di vario tipo: centri di stoccaggio, società commerciali e di gestione discariche, società di autotrasporto.

Cardiello è in rapporti d’affari anche con Gaetano Vassallo, al servizio del clan dei casalesi, che sarà condannato nel 2010 per traffico di rifiuti e associazione camorristica. Nel 2008, Vassallo diventa collaboratore di giustizia e inizierà a raccontare che nelle discariche in mano alla camorra in quel fazzoletto di terra tra le province di Napoli e Caserta, la Terra dei fuochi, hanno scaricato migliaia di aziende, oltre che campane provenienti da ogni parte d’Italia. Vassallo parla di Cardiello nel libro-confessione Così vi ho avvelenato, raccontando che la ditta intestata all’imprenditore e alla convivente fu usata da Vassallo tra il 1998 e il 2003 per il trasporto e l’interramento di rifiuti tossici e pericolosi in varie zone della Campania provenienti da aziende e imprese di mezza Italia. Dopo diciotto anni, il processo Re Mida si chiude con la prescrizione per tutti gli imputati delle accuse di disastro ambientale, traffico e smaltimento illecito di rifiuti.

C’è un altro processo che vede coinvolto il Vallo di Diano nello sversamento illegale di rifiuti, anch’esso finito nel nulla: è il processo Chernobyl, nato da un filone di indagine della Procura di Santa Maria Capua Vetere nel 2006, concluso nel 2017, dopo oltre dieci anni di rinvii, udienze e dibattimenti, con la prescrizione per la maggior parte dei reati e l’assoluzione di tutti gli imputati perché il fatto non sussiste per insufficienza di prove. Un processo a carico di 38 persone, tra cui diversi imprenditori del Vallo di Diano, accusati di delitti ambientali inerenti al traffico illecito di rifiuti speciali, danneggiamento aggravato, gestione illecita di rifiuti inquinanti dispersi nell’ambiente, falsi e truffa aggravata ai danni dello stato, deturpamento di bellezze naturali e infine disastro ambientale. Tutti i capi d’accusa, tranne l’ultimo, sono andati in prescrizione. Per quanto riguardo il reato di disastro ambientale, invece, tutti sono stati assolti perché manca «un’attendibile perizia da parte di soggetti titolati e qualificati, che attesti la sussistenza del reato di inquinamento ambientale», si legge nella sentenza.

Dopo l’assoluzione, il pm Giancarlo Russo ha chiesto al tribunale di Salerno di ordinare ai Comuni coinvolti – Pontecagnano, Montecorvino Rovella, Teggiano, San Pietro al Tanagro, San Rufo e Sant’Arsenio – di compiere analisi e carotaggi per stabilire se i terreni siano ancora inquinati. Una richiesta che ha lasciato perplesse le parti civili, secondo le quali quelle indagini erano state chieste dalla Procura di Santa Maria di Capua Vetere ma mai effettuate.

Da Re Mida a Shamar

Ci sono nomi che ritornano negli affari legati allo sversamento dei rifiuti in Campania anche dopo anni. Sono quelli di Luigi Cardiello e Raffaele Diana. Entrambi coinvolti nell’inchiesta Re Mida, entrambi prescritti. Ma proprio un’intercettazione tra di loro ha fatto scoprire ai carabinieri un altro sversamento di rifiuti. Questa volta ad Atena Lucana, il Comune più prossimo al Confine tra Campania e Basilicata.

Diana, esponente di rilievo dei casalesi residente nel Vallo di Diano, è intercettato perché coinvolto in un’inchiesta sul traffico di idrocarburi. Durante un’intercettazione parla con Cardiello di un affare di rifiuti speciali anche pericolosi, da sversare. Le indagini permettono di bloccare un secondo sversamento e fanno arrestare ad aprile 2021 sette persone – compreso Cardiello – accusate di traffico di rifiuti, inquinamento ambientale, gestione illecita di rifiuti e associazione a delinquere. Scopo di tutta l’organizzazione sarebbe quello di risparmiare sullo smaltimento: secondo l’indagine, Cardiello avrebbe permesso di sversare 22 cisterne di rifiuti in alcuni terreni del Vallo di Diano.

Nell’ambito dello stesso filone è partita una seconda indagine, Febbre dell’oro nero che ha portato all’arresto di 44 persone, tra cui Raffaele Diana. Tra i nomi del centinaio di indagati ci sono i figli di Diana, il boss Michele Cicala – presunto capo dell’omonimo clan tarantino – e alcuni imprenditori valdianesi nel campo dei carburanti. L’indagine ipotizza i reati di commercio illecito di idrocarburi, truffa ai danni dello Stato, riciclaggio di denaro sporco e associazione a delinquere di stampo mafioso. Secondo le indagini, tutte le attività illecite servivano a favorire la penetrazione economica dei casalesi nel Vallo di Diano.

La famiglia Diana, infatti, si era infiltrata nel tessuto economico-sociale del Vallo di Diano, stringendo accordi economici con diversi imprenditori, tra cui Massimo Petrullo, titolare dell’omonima società di carburanti (ai domiciliari da maggio 2021). I capitali del clan erano poi reimpiegati per acquistare beni immobili e quote societarie, realizzando un’economia illecita “circolare”, che ha permesso alla famiglia Diana di affermarsi nel Vallo di Diano, alterando le dinamiche del libero mercato e della concorrenza.

Infografiche: Lorenzo Bodrero | Foto: Google Maps | Editing: Lorenzo Bagnoli 

Mafie in Emilia: il rischio di assuefarsi alla presenza della ‘ndrangheta

#NdranghetaEmiliana

Mafie in Emilia: il rischio di assuefarsi alla presenza della ‘ndrangheta
Sofia Nardacchione

CCentinaia di udienze, decine di processi, aule bunker montate e smontate tra Bologna e Reggio Emilia, migliaia di articoli di giornale, schede, ritratti, cronache, approfondimenti. Oltre sei anni dopo l’operazione Aemilia e gli arresti ai danni di una ’ndrangheta articolata tra Calabria ed Emilia-Romagna, il rischio, per gli emiliano-romagnoli, è di abituarsi alla presenza mafiosa: «Oggi c’è una assuefazione al tema che è normale, fisiologica, succede dappertutto, anche in Calabria. È però un errore: sbagliano ad avere questo abbassamento della guardia, sbagliano di grosso perché poi si troveranno nuovamente con grosse sorprese». A dirlo è Enzo Ciconte, storico delle organizzazioni mafiose italiane che già negli anni Novanta metteva in guardia l’Emilia-Romagna sulla forte infiltrazione della ‘ndrangheta in regione

Un occhio particolare per Ciconte deve andare ai rapporti economici tra la ‘ndrangheta e il mondo economico: «Non si sono tagliati alla radice i rapporti tra questa organizzazione mafiosa e il modo di fare economia. Se non si tagliano questi rapporti – continua lo studioso –  il gioco continua». Il “gioco” è quello di una ‘ndrangheta che fa affari, si infiltra e radica nell’economia legale dell’Emilia-Romagna: «Se le imprese e alcuni soggetti economici continuano ad avere rapporti con la mafia, perché la mafia riesce ad avere la possibilità di garantire condizioni che l’economia e la politica non possono fare, è chiaro – conclude Ciconte – che le cose andranno avanti».

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La paura della ‘ndrangheta emiliana

Il clan che si è radicato in Emilia-Romagna, nei decenni si è evoluto e modernizzato, senza mai lasciare da parte il suo carico di violenza, tra omicidi, minacce, incendi, sfruttamento e intimidazioni, anche dopo l’operazione Aemilia

Grazie a una vasta area grigia – sono decine i professionisti condannati o imputati nel processo Aemilia e nei suoi filoni – la ‘ndrangheta emiliana si è fatta prestatrice di servizi, per riuscire ad aumentare sempre più i propri introiti, tra appalti pubblici e privati, in particolare nel settore edilizio e del movimento terra, smaltimento di rifiuti, ristorazione e gestione delle cave. Un’evoluzione iniziata già negli anni Ottanta, dall’arrivo in regione del clan legato alla famiglia dei Dragone e poi dei Grande Aracri, che si è insediato in Emilia-Romagna con modalità completamente differenti da quelle utilizzate nel territorio di origine, Cutro.

«Nessuno può pensare – afferma Ciconte – che gli uomini della ‘ndrangheta siano arrivati con i kalashnikov o con le bombe a mano e abbiano conquistato militarmente il territorio: lo hanno conquistato attraverso una serie di rapporti». E infatti, dopo l’arrivo a Quattro Castella, nel reggiano, del boss cutrese Antonio Dragone, sono stati diversi gli episodi di violenza – tra gli omicidi del 1992 a Reggio Emilia, spari, intimidazioni, minacce e incendi – ma se la ‘ndrangheta si è radicata tanto quanto emerge dal processo Aemilia è grazie a una rete di rapporti stabiliti dall’organizzazione con una parte del tessuto sano della regione: «In questa realtà – spiega Ciconte – le mafie non sono mai caratterizzate da un alto tasso di violenza: hanno sempre avuto un atteggiamento molto prudente, perché giocavano fuori casa e giocando fuori casa devi fare una partita diversa».

La serie

‘Ndrangheta emiliana

Dagli anni Ottanta ad oggi la ‘ndrangheta ha progressivamente colonizzato l’Emilia-Romagna, infiltrandosi nei settori produttivi della regione. Quarant’anni di storia criminale ricostruiti nel processo Aemilia e nei suoi filoni

Giocare sporco in settori puliti, guadagnare su business all’apparenza legali: è questa la partita della ‘ndrangheta. «La mafia  – afferma lo storico – continua ad offrire servizi illegali: se c’è qualcuno che pensa di non applicare la legge sullo smaltimento dei rifiuti e pensa di guadagnare su questo, è chiaro che si rivolge a una organizzazione criminale. Questo è il problema. Tutto sta quindi nel capire e comprendere che, se si continua così, i mafiosi non vanno via, i mafiosi rimangono, anzi aumentano, diventano più forti. Se si continua a costruire e ad avere rapporti nei subappalti con ditte inquinate solo perché fanno pagare di meno, perché accorciano i tempi sfruttando i lavoratori, perché usano materiale scadente in modo tale che tu possa mantenere bassi i prezzi, è evidente che non si va da nessuna parte e questo si riproporrà: è il cane che si morde la coda. E questo è un problema anche della società emiliano-romagnola».

Giocare sporco in settori puliti, guadagnare su business all’apparenza legali: è questa la partita della ‘ndrangheta

Secondo Ciconte, gli anticorpi necessari per reagire alla presenza delle mafie in regione ci sono, gli stessi emersi con forza nel 2015 dopo l’operazione Aemilia. Le immagini che lo rappresentano sono quelle delle aule bunker costruite appositamente per poter celebrare un maxi-processo di mafia in Emilia-Romagna: la Regione ha stanziato 480 mila euro per allestire un’aula grande abbastanza per un processo da 239 imputati in un padiglione della Fiera di Bologna, dove si sono svolte le udienze preliminari iniziate nell’ottobre del 2015, e 500 mila euro per costruire nel cortile del Tribunale di Reggio Emilia l’aula che ha ospitato le udienze di primo grado di Aemilia. In pochi mesi la regione si è trovata così a far fronte a una mancanza infrastrutturale per un procedimento delle dimensioni di un vero e proprio maxiprocesso, con un nuovo assetto che ha permesso di avere un livello di sicurezza adeguato a un procedimento di mafia: metal detector, celle per una parte degli imputati, spazio per fare in modo che l’aula ospitasse non solo la Corte dei giudici, i periti, gli imputati e i loro avvocati, ma anche la società civile: rappresentanti delle istituzioni, cittadini e studenti portati dalle associazioni antimafia.

«Se le imprese e alcuni soggetti economici continuano ad avere rapporti con la mafia, perché la mafia riesce ad avere la possibilità di garantire condizioni che l’economia e la politica non possono fare, è chiaro che le cose andranno avanti».

Vincenzo Ciconte

«La popolazione – afferma Ciconte – non ha reagito male, dicendo: “Qui la mafia non esiste”. E le stesse istituzioni hanno reagito: il processo si è fatto a Reggio Emilia perché il comune di Reggio Emilia e la Regione Emilia-Romagna hanno stanziato fondi per costruire quella struttura. In altre situazioni avrebbero potuto dire: “Questo è un problema che riguarda il Ministero di Grazia e Giustizia, ci pensassero loro”. E nonostante ci fossero state spese pubbliche, nessuno dei cittadini ha protestato, anzi c’è stata una risposta: oggi ci sono tante realtà e associazioni che si occupano di mafie. Si è seminato e oggi vediamo i risultati in molte realtà emiliane».

Tuttavia la morsa mafiosa non si è fermata. Nel primo comune sciolto per mafia in Emilia-Romagna, Brescello, dopo il provvedimento che ha colpito il comune, come scritto nella relazione di scioglimento, per “scarsa attenzione” e “insensibilità” verso “la problematica della criminalità organizzata largamente diffusa nel contesto locale”, l’influenza della ‘ndrangheta è ancora forte. Nel comune della Bassa Reggiana hanno vissuto per decenni Francesco Grande Aracri, fratello del boss Nicolino, e la famiglia, poi coinvolti nel processo Aemilia e nel processo Grimilde, uno dei filoni del maxiprocesso emiliano al centro del quale c’è proprio Brescello e gli affari dello ‘ndranghetista. Una presenza che lascia segni profondi nel comune anche dopo lo scioglimento.

Intanto da marzo 2021 il boss della ‘ndrangheta emiliana Nicolino Grande Aracri, ininterrottamente a capo dell’associazione dal 2004 dopo una guerra di ‘ndrangheta combattuta tra Calabria ed Emilia-Romagna, ha deciso di collaborare con la giustizia. Una circostanza su cui però gli stessi pubblici ministeri che hanno raccolto le prima confidenze vanno piuttosto cauti: l’autenticità della collaborazione del boss sarebbe ancora da dimostrare, ma se qualcosa di vero e verificabile emergerà dalle deposizioni di Grande Aracri sarà un momento spartiacque: «È la prima volta – dice Ciconte – che parla o decide di parlare o dice di voler parlare un capomafia, un capo bastone».

Questo, prosegue Ciconte «non era mai successo nella ‘ndrangheta. Finora avevano parlato non i grandi personaggi di comando, come era successo invece in Sicilia, dove hanno parlato anche personaggi di livello che facevano parte della commissione provinciale di Cosa Nostra, della cosiddetta “cupola”. Nella ‘ndrangheta no, tranne Grande Aracri. Quindi se lui decide di parlare può essere realmente un cambio di passo, un cambio di paradigma».

Una conferma o una smentita sulla bontà delle dichiarazioni di Grande Aracri potrebbero arrivare già il 6 luglio prossimo quando il boss risponderà alle domande dei magistrati nell’ambito del processo Aemilia 1992. É la prima volta che Grande Aracri compare in tribunale dopo la notizia della sua collaborazione con la giustizia

Nel frattempo, procedimenti e condanne nei suoi confronti continuano ad arrivare: in pochi mesi Grande Aracri è stato condannato all’ergastolo nel processo calabrese Kyterion, nel processo Aemilia 1992 e, a maggio 2021, nel processo Scacco Matto, che ha fatto luce sugli omicidi avvenuti in Calabria tra il 1999 e il 2000. Sulla stessa scia di sangue, con l’omicidio nel 2004 del boss Antonio Dragone, Grande Aracri era arrivato al comando definitivo della ‘ndrina.

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Autori

Sofia Nardacchione

Editing

Luca Rinaldi

La paura della ‘ndrangheta emiliana

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La paura della ‘ndrangheta emiliana
Sofia Nardacchione

5novembre 2018. Armato di coltello, Francesco Amato si barrica nell’ufficio postale di Pieve Modolena, una frazione del comune di Reggio Emilia, prendendo in ostaggio quattro dipendenti e la direttrice. «Vi ammazzo tutti, sono quello che ha preso 19 anni, voglio parlare con Salvini (Matteo, leader della Lega, ndr)», urla.

Una settimana prima, il 31 ottobre, Amato era stato condannato in primo grado a 19 anni e 1 mese per associazione mafiosa, estorsione e minacce nel processo Aemilia: una sentenza storica, avevano affermato in tanti, che ha condannato 125 imputati legati a vario titolo alla ‘ndrangheta radicata in Emilia-Romagna.

Il sequestro è il colpo di coda di quella sentenza. Otto ore in cui la provincia reggiana, territorio di radicamento più profondo della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, è rimasta con il fiato sospeso. Una violenza che si è fatta esplicita, chiara davanti agli occhi tutti, a partire da quell’ufficio postale di Pieve Modolena.

A rendere chiaro il contesto di violenza del resto sono già i capi di imputazione del maxi-processo alla ‘ndrangheta emiliana: oltre all’associazione mafiosa vengono contestate anche estorsione, usura, furti, incendi, detenzione illegale di armi e di munizioni da guerra, danneggiamenti e minacce. E due omicidi, quelli di due esponenti della ‘ndrangheta, nel 1992, in provincia di Reggio Emilia. Non solo. Testimoni intimiditi, che in Tribunale avevano paura di parlare, ritrattavano le loro dichiarazioni: «Ve lo giuro sui miei figli, non mi ricordo», diceva un testimone, vittima di estorsione, durante una delle udienze del processo. Sempre in aula, durante una delle udienze del processo Aemilia, un altro affermava: «Sono stato avvicinato quando ho deciso di costituirmi parte civile, ora ho paura».

Una ricostruzione violenta

Protetto da un divisorio bianco, come quelli che si usano per i collaboratori di giustizia, le sue parole attraversano l’aula bunker costruita nel cortile del Tribunale di Reggio Emilia per ospitare il rito ordinario del processo Aemilia: «All’inizio non ero intimorito, ma ora sì: ho tre bambini. Sono stato avvicinato quando ho deciso di costituirmi parte civile, ora ho paura», afferma. A parlare è l’unico operaio che ha deciso di denunciare lo sfruttamento subito mentre lavorava in uno dei cantieri controllati dalla ‘ndrangheta nella ricostruzione dopo il terremoto del 2012 in Emilia.

Nelle celle dell’aula, ad ascoltarlo, ci sono alcuni dei boss imputati nel maxi-processo, altri sono in collegamento dalle carceri di tutta Italia. L’uomo che parla è uno dei tredici operai che hanno subito il sistema mafioso, vittime di un vero e proprio sistema di caporalato: assunti ufficialmente dall’azienda modenese Bianchini Costruzioni s.r.l., erano di fatto controllati da Michele Bolognino, boss della ‘ndrangheta emiliana che decideva modalità, prezzi, costi. In una logica mafiosa che aveva come unico scopo quello del massimo profitto: dei 23 euro l’ora che sarebbero spettati agli operai per contratto, ne arrivano solo dieci, in nero. Gli operai dovevano poi restituire al boss i soldi della cassa edile e del Tfr, quelli dei buoni pasto e delle visite mediche, dovevano pagare la nafta utilizzata per i camion nei cantieri, lavorare sette giorni su sette, senza nessun giorno di riposo settimanale.

Ma il sistema era più complesso: il meccanismo di retribuzione degli operai era basato anche su un sistema di falsa fatturazione, che andava ad avvantaggiare l’impresa anche da un punto di vista fiscale. Alla fine del mese, arrivavano nelle casse della ‘ndrangheta mille euro al mese puliti per ognuno dei tredici operai. Se a qualcuno non andava bene, veniva licenziato, e doveva anche restituire l’indennità di mancato preavviso in caso di lamentele e licenziamento. Perché quei cantieri erano una zona franca da qualsiasi diritto sindacale e del lavoro, dove la violenza mafiosa si mischiava alla ricattabilità di chi aveva necessità di lavorare, a qualsiasi condizione. Così, nell’aula di tribunale dove si è celebrato il primo grado del processo Aemilia, anche dopo gli arresti c’è solo un operaio a parlare. E ha paura.

Caporalato estero

In uno stato di ricattabilità si trovano anche gli operai che nel 2017 vengono spediti a Bruxelles, tramite Salvatore Grande Aracri e il padre Francesco, fratello maggiore del boss Nicolino. Da Brescello – comune reggiano che era stato sciolto per mafia un anno prima, il primo e al momento unico in Emilia-Romagna – padre e figlio arruolano operai per conto di una ditta edile albanese in Belgio alla ricerca di manovalanza italiana a buon mercato. I due Grande Aracri la trovano: persone «in stato di bisogno dovuto ad una cronica difficoltà di trovare lavoro» – hanno scritto i giudici nell’ordinanza di Grimilde, filone di Aemilia in cui si affronta la vicenda – disposte ad allontanarsi a centinaia di chilometri da casa pur di avere un lavoro. Con la ditta i due ‘ndranghetisti trattano i prezzi: dei 14 euro ricevuti dall’azienda per ogni ora lavorata, agli operai arrivavano tra gli 8 e i 10 euro, perché il resto finisce per ingrassare le casse degli intermediari di manodopera. Festivi non pagati, così come gli straordinari. Niente indennità per la trasferta all’estero e pagamenti in ritardo (quando avvenivano), tanto che i lavoratori – muratori e carpentieri – dovevano chiedere i soldi per poter mangiare. E chi, una volta rientrato in Italia, chiedeva di avere quello che gli spettava, veniva picchiato.

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Un reticolo di violenza

Nel 2016, mesi dopo l’operazione Aemilia c’è chi inizia a parlare. È Giuseppe Giglio, uno degli ‘ndranghetisti emiliani che hanno iniziato a collaborare con i magistrati: era lui che, tra le altre cose, gestiva il sistema di fatture false che permetteva alla ‘ndrangheta di guadagnare a scapito degli operai che lavoravano nei cantieri della ricostruzione post-terremoto. Grazie alle sue dichiarazioni vengono approfonditi aspetti di una associazione mafiosa in continua evoluzione, anche dopo gli arresti, i processi e le prime condanne.

E ad emergere è anche una violenza che non si ferma: a svelarla nel novembre del 2017 è l’operazione Reticolo, che fa luce su intimidazioni e pestaggi avvenuti nel carcere della Dozza, a Bologna. I referenti del clan emiliano – a partire da Sergio Bolognino e Gianluigi Sarcone, fratelli di due dei boss principali dell’associazione mafiosa – sono accusati di essere i mandanti di violenze e avvertimenti eseguiti dai detenuti. All’interno del carcere bolognese c’era infatti una vera e propria gerarchia criminale tra i detenuti: al vertice, uomini della ‘ndrangheta, committenti di intimidazioni, minacce e pestaggi, come quello ai danni di un detenuto legato alla camorra. La sua colpa è quella di essere stato irrispettoso nei confronti di alcuni affiliati alla ‘ndrangheta e non essersi piegato alle disposizioni imposte dai boss. Un pestaggio riuscito nonostante la vittima delle violenze fosse detenuta nella sezione ad alta sicurezza del carcere bolognese.

Nella rete sono coinvolti anche alcuni agenti della polizia penitenziaria, che hanno permesso ai detenuti di consumare droghe all’interno del carcere: sono tre gli agenti condannati in primo grado con rito abbreviato. Il rito ordinario, in cui sono imputati gli esponenti della ‘ndrangheta, è invece ancora in corso.

Reggio Emilia, il centro della violenza mafiosa

Pochi mesi dopo il sequestro di Francesco Amato all’ufficio postale di Pieve Modolena, la violenza torna a colpire Reggio Emilia e la sua provincia. È l’inizio del 2019 e in due settimane colpi di pistola distruggono le vetrine di alcuni esercizi commerciali, un altro negozio viene incendiato, quattro veicoli prendono fuoco. Nei luoghi colpiti vengono trovati biglietti di minacce e richieste di pizzo: «Al titolare della perla. Essendo che le nostre richieste sono cadute nel vuoto io stasera ti farò dei danni perché ai (sic) sottovalutato il problema per questa sera anzi domani cambierai i vetri e se ancora continui a fare il testardo ti metterò fuoco […] o chi lo sa ti gambizzo».

Le missive intimidatorie inviate a un esercente

È quello che si legge all’inizio di un biglietto dattiloscritto lasciato davanti alla pizzeria La Perla, a Cadelbosco Sopra, in provincia di Reggio Emilia: la vetrina dell’esercizio viene raggiunta da cinque proiettili. Un’intimidazione. Stessa sorte tocca alle pizzerie Piedigrotta 3, Piedigrotta 2 e Paprika. A Cadè, tra Reggio Emilia e Parma, vengono invece incendiati un furgone e tre auto, posteggiati nel parcheggio di un condominio. Sono luoghi noti, dove vivono esponenti della ‘ndrangheta emiliana, a partire da Cadelbosco, dove risiedono Luigi Silipo, Antonio Crivaro, Luigi Brugnano, Floro Vito Gianni, Eugenio Sergio e Antonio Amato, fratello di Francesco, tutti condannati nel processo Aemilia.

Pochi giorni dopo vengono arrestati tre fratelli: Mario, Michele e Cosimo Amato. Sono i tre figli di Francesco Amato: all’epoca avevano rispettivamente 29, 22 e 20 anni. Il 16 febbraio 2021, la Corte d’Appello ha confermato le condanne tra gli 8 e i 6 anni di carcere per le violenze di quelle settimane. I tre fratelli avevano ammesso i fatti, affermando però di non avere contatti con i clan. Secondo i giudici, invece, quelli del 2019 sono veri e propri atti di ‘ndrangheta. Anche perché pochi giorni dopo gli spari e gli incendi sarebbe iniziato un nuovo processo: Aemilia 1992.

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Non è un collegamento che esplicitano i giudici, ma che emerge da una percezione comune in quei giorni di violenze: una tensione che si percepisce tra la sentenza di primo grado del rito ordinario del maxiprocesso – con le urla in aula degli imputati e dei loro familiari contro il verdetto -, il sequestro messo in atto da Francesco Amato, le intimidazioni nel reggiano e l’inizio di un processo che riporta alla luce fatti lontani nel tempo e che colpirà ulteriormente la ‘ndrangheta radicata in regione.

Dal 1992 ad oggi

Tra l’inizio del processo Aemilia e gli omicidi degli ‘ndranghetisti Giuseppe Ruggiero e Nicola Vasapollo, uccisi nel 1992 nel reggiano dalla cosca Dragone-Grande Aracri-Ciampà-Arena con cui erano in contrasto, passano quasi vent’anni. Lontano dalla Calabria, territorio d’origine del clan, la violenza non si ferma e, anche in Emilia-Romagna è sempre rimasta uno strumento fondamentale per il controllo del territorio. Una violenza spesso nascosta, di un’associazione che riesce a camuffarsi per anni da criminalità semplice, che niente ha a che vedere col crimine organizzato: per includere i due omicidi in un quadro più grande – quello dell’associazione mafiosa che si è radicata in Emilia-Romagna dagli anni Ottanta e si è fatta sistema, rete, organizzazione autonoma dalla case madre calabrese – servono le parole del collaboratore di giustizia Antonio Valerio, con cui nel giugno 2017 si riaprono le indagini.

Nelle sue lunghe dichiarazioni, tra citazioni di classici greci, racconti mitologici e testimonianze del suo passato criminale, l’ex mafioso narra una ‘ndrangheta che ha saputo evolversi, nascondersi, intimidire, creare omertà. Una ‘ndrangheta che è sempre pronta a rigenerarsi, a mantenere saldo il controllo del territorio, anche dopo l’operazione Aemilia e i processi che ne sono scaturiti: «Non illudetevi che sia finita», dice Valerio, «La ‘ndrangheta è come la gramigna: finché non la estirpi fino all’ultimo filamento di radice in profondità, ricresce nuovamente. Mitologicamente parlando si potrebbe paragonare all’araba fenice».

CREDITI

Autori

Sofia Nardacchione

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

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