La paura della ‘ndrangheta emiliana

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La paura della ‘ndrangheta emiliana
Sofia Nardacchione

5novembre 2018. Armato di coltello, Francesco Amato si barrica nell’ufficio postale di Pieve Modolena, una frazione del comune di Reggio Emilia, prendendo in ostaggio quattro dipendenti e la direttrice. «Vi ammazzo tutti, sono quello che ha preso 19 anni, voglio parlare con Salvini (Matteo, leader della Lega, ndr)», urla.

Una settimana prima, il 31 ottobre, Amato era stato condannato in primo grado a 19 anni e 1 mese per associazione mafiosa, estorsione e minacce nel processo Aemilia: una sentenza storica, avevano affermato in tanti, che ha condannato 125 imputati legati a vario titolo alla ‘ndrangheta radicata in Emilia-Romagna.

Il sequestro è il colpo di coda di quella sentenza. Otto ore in cui la provincia reggiana, territorio di radicamento più profondo della ‘ndrangheta in Emilia-Romagna, è rimasta con il fiato sospeso. Una violenza che si è fatta esplicita, chiara davanti agli occhi tutti, a partire da quell’ufficio postale di Pieve Modolena.

A rendere chiaro il contesto di violenza del resto sono già i capi di imputazione del maxi-processo alla ‘ndrangheta emiliana: oltre all’associazione mafiosa vengono contestate anche estorsione, usura, furti, incendi, detenzione illegale di armi e di munizioni da guerra, danneggiamenti e minacce. E due omicidi, quelli di due esponenti della ‘ndrangheta, nel 1992, in provincia di Reggio Emilia. Non solo. Testimoni intimiditi, che in Tribunale avevano paura di parlare, ritrattavano le loro dichiarazioni: «Ve lo giuro sui miei figli, non mi ricordo», diceva un testimone, vittima di estorsione, durante una delle udienze del processo. Sempre in aula, durante una delle udienze del processo Aemilia, un altro affermava: «Sono stato avvicinato quando ho deciso di costituirmi parte civile, ora ho paura».

Una ricostruzione violenta

Protetto da un divisorio bianco, come quelli che si usano per i collaboratori di giustizia, le sue parole attraversano l’aula bunker costruita nel cortile del Tribunale di Reggio Emilia per ospitare il rito ordinario del processo Aemilia: «All’inizio non ero intimorito, ma ora sì: ho tre bambini. Sono stato avvicinato quando ho deciso di costituirmi parte civile, ora ho paura», afferma. A parlare è l’unico operaio che ha deciso di denunciare lo sfruttamento subito mentre lavorava in uno dei cantieri controllati dalla ‘ndrangheta nella ricostruzione dopo il terremoto del 2012 in Emilia.

Nelle celle dell’aula, ad ascoltarlo, ci sono alcuni dei boss imputati nel maxi-processo, altri sono in collegamento dalle carceri di tutta Italia. L’uomo che parla è uno dei tredici operai che hanno subito il sistema mafioso, vittime di un vero e proprio sistema di caporalato: assunti ufficialmente dall’azienda modenese Bianchini Costruzioni s.r.l., erano di fatto controllati da Michele Bolognino, boss della ‘ndrangheta emiliana che decideva modalità, prezzi, costi. In una logica mafiosa che aveva come unico scopo quello del massimo profitto: dei 23 euro l’ora che sarebbero spettati agli operai per contratto, ne arrivano solo dieci, in nero. Gli operai dovevano poi restituire al boss i soldi della cassa edile e del Tfr, quelli dei buoni pasto e delle visite mediche, dovevano pagare la nafta utilizzata per i camion nei cantieri, lavorare sette giorni su sette, senza nessun giorno di riposo settimanale.

Ma il sistema era più complesso: il meccanismo di retribuzione degli operai era basato anche su un sistema di falsa fatturazione, che andava ad avvantaggiare l’impresa anche da un punto di vista fiscale. Alla fine del mese, arrivavano nelle casse della ‘ndrangheta mille euro al mese puliti per ognuno dei tredici operai. Se a qualcuno non andava bene, veniva licenziato, e doveva anche restituire l’indennità di mancato preavviso in caso di lamentele e licenziamento. Perché quei cantieri erano una zona franca da qualsiasi diritto sindacale e del lavoro, dove la violenza mafiosa si mischiava alla ricattabilità di chi aveva necessità di lavorare, a qualsiasi condizione. Così, nell’aula di tribunale dove si è celebrato il primo grado del processo Aemilia, anche dopo gli arresti c’è solo un operaio a parlare. E ha paura.

Caporalato estero

In uno stato di ricattabilità si trovano anche gli operai che nel 2017 vengono spediti a Bruxelles, tramite Salvatore Grande Aracri e il padre Francesco, fratello maggiore del boss Nicolino. Da Brescello – comune reggiano che era stato sciolto per mafia un anno prima, il primo e al momento unico in Emilia-Romagna – padre e figlio arruolano operai per conto di una ditta edile albanese in Belgio alla ricerca di manovalanza italiana a buon mercato. I due Grande Aracri la trovano: persone «in stato di bisogno dovuto ad una cronica difficoltà di trovare lavoro» – hanno scritto i giudici nell’ordinanza di Grimilde, filone di Aemilia in cui si affronta la vicenda – disposte ad allontanarsi a centinaia di chilometri da casa pur di avere un lavoro. Con la ditta i due ‘ndranghetisti trattano i prezzi: dei 14 euro ricevuti dall’azienda per ogni ora lavorata, agli operai arrivavano tra gli 8 e i 10 euro, perché il resto finisce per ingrassare le casse degli intermediari di manodopera. Festivi non pagati, così come gli straordinari. Niente indennità per la trasferta all’estero e pagamenti in ritardo (quando avvenivano), tanto che i lavoratori – muratori e carpentieri – dovevano chiedere i soldi per poter mangiare. E chi, una volta rientrato in Italia, chiedeva di avere quello che gli spettava, veniva picchiato.

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Un reticolo di violenza

Nel 2016, mesi dopo l’operazione Aemilia c’è chi inizia a parlare. È Giuseppe Giglio, uno degli ‘ndranghetisti emiliani che hanno iniziato a collaborare con i magistrati: era lui che, tra le altre cose, gestiva il sistema di fatture false che permetteva alla ‘ndrangheta di guadagnare a scapito degli operai che lavoravano nei cantieri della ricostruzione post-terremoto. Grazie alle sue dichiarazioni vengono approfonditi aspetti di una associazione mafiosa in continua evoluzione, anche dopo gli arresti, i processi e le prime condanne.

E ad emergere è anche una violenza che non si ferma: a svelarla nel novembre del 2017 è l’operazione Reticolo, che fa luce su intimidazioni e pestaggi avvenuti nel carcere della Dozza, a Bologna. I referenti del clan emiliano – a partire da Sergio Bolognino e Gianluigi Sarcone, fratelli di due dei boss principali dell’associazione mafiosa – sono accusati di essere i mandanti di violenze e avvertimenti eseguiti dai detenuti. All’interno del carcere bolognese c’era infatti una vera e propria gerarchia criminale tra i detenuti: al vertice, uomini della ‘ndrangheta, committenti di intimidazioni, minacce e pestaggi, come quello ai danni di un detenuto legato alla camorra. La sua colpa è quella di essere stato irrispettoso nei confronti di alcuni affiliati alla ‘ndrangheta e non essersi piegato alle disposizioni imposte dai boss. Un pestaggio riuscito nonostante la vittima delle violenze fosse detenuta nella sezione ad alta sicurezza del carcere bolognese.

Nella rete sono coinvolti anche alcuni agenti della polizia penitenziaria, che hanno permesso ai detenuti di consumare droghe all’interno del carcere: sono tre gli agenti condannati in primo grado con rito abbreviato. Il rito ordinario, in cui sono imputati gli esponenti della ‘ndrangheta, è invece ancora in corso.

Reggio Emilia, il centro della violenza mafiosa

Pochi mesi dopo il sequestro di Francesco Amato all’ufficio postale di Pieve Modolena, la violenza torna a colpire Reggio Emilia e la sua provincia. È l’inizio del 2019 e in due settimane colpi di pistola distruggono le vetrine di alcuni esercizi commerciali, un altro negozio viene incendiato, quattro veicoli prendono fuoco. Nei luoghi colpiti vengono trovati biglietti di minacce e richieste di pizzo: «Al titolare della perla. Essendo che le nostre richieste sono cadute nel vuoto io stasera ti farò dei danni perché ai (sic) sottovalutato il problema per questa sera anzi domani cambierai i vetri e se ancora continui a fare il testardo ti metterò fuoco […] o chi lo sa ti gambizzo».

Le missive intimidatorie inviate a un esercente

È quello che si legge all’inizio di un biglietto dattiloscritto lasciato davanti alla pizzeria La Perla, a Cadelbosco Sopra, in provincia di Reggio Emilia: la vetrina dell’esercizio viene raggiunta da cinque proiettili. Un’intimidazione. Stessa sorte tocca alle pizzerie Piedigrotta 3, Piedigrotta 2 e Paprika. A Cadè, tra Reggio Emilia e Parma, vengono invece incendiati un furgone e tre auto, posteggiati nel parcheggio di un condominio. Sono luoghi noti, dove vivono esponenti della ‘ndrangheta emiliana, a partire da Cadelbosco, dove risiedono Luigi Silipo, Antonio Crivaro, Luigi Brugnano, Floro Vito Gianni, Eugenio Sergio e Antonio Amato, fratello di Francesco, tutti condannati nel processo Aemilia.

Pochi giorni dopo vengono arrestati tre fratelli: Mario, Michele e Cosimo Amato. Sono i tre figli di Francesco Amato: all’epoca avevano rispettivamente 29, 22 e 20 anni. Il 16 febbraio 2021, la Corte d’Appello ha confermato le condanne tra gli 8 e i 6 anni di carcere per le violenze di quelle settimane. I tre fratelli avevano ammesso i fatti, affermando però di non avere contatti con i clan. Secondo i giudici, invece, quelli del 2019 sono veri e propri atti di ‘ndrangheta. Anche perché pochi giorni dopo gli spari e gli incendi sarebbe iniziato un nuovo processo: Aemilia 1992.

Per approfondire

I professionisti al soldo della ‘ndrangheta emiliana

Imprenditori, consulenti, giornalisti, politici hanno aperto le porte ai clan calabresi, che hanno potuto radicarsi e guadagnare in Emilia-Romagna grazie a una vasta “zona grigia”

Non è un collegamento che esplicitano i giudici, ma che emerge da una percezione comune in quei giorni di violenze: una tensione che si percepisce tra la sentenza di primo grado del rito ordinario del maxiprocesso – con le urla in aula degli imputati e dei loro familiari contro il verdetto -, il sequestro messo in atto da Francesco Amato, le intimidazioni nel reggiano e l’inizio di un processo che riporta alla luce fatti lontani nel tempo e che colpirà ulteriormente la ‘ndrangheta radicata in regione.

Dal 1992 ad oggi

Tra l’inizio del processo Aemilia e gli omicidi degli ‘ndranghetisti Giuseppe Ruggiero e Nicola Vasapollo, uccisi nel 1992 nel reggiano dalla cosca Dragone-Grande Aracri-Ciampà-Arena con cui erano in contrasto, passano quasi vent’anni. Lontano dalla Calabria, territorio d’origine del clan, la violenza non si ferma e, anche in Emilia-Romagna è sempre rimasta uno strumento fondamentale per il controllo del territorio. Una violenza spesso nascosta, di un’associazione che riesce a camuffarsi per anni da criminalità semplice, che niente ha a che vedere col crimine organizzato: per includere i due omicidi in un quadro più grande – quello dell’associazione mafiosa che si è radicata in Emilia-Romagna dagli anni Ottanta e si è fatta sistema, rete, organizzazione autonoma dalla case madre calabrese – servono le parole del collaboratore di giustizia Antonio Valerio, con cui nel giugno 2017 si riaprono le indagini.

Nelle sue lunghe dichiarazioni, tra citazioni di classici greci, racconti mitologici e testimonianze del suo passato criminale, l’ex mafioso narra una ‘ndrangheta che ha saputo evolversi, nascondersi, intimidire, creare omertà. Una ‘ndrangheta che è sempre pronta a rigenerarsi, a mantenere saldo il controllo del territorio, anche dopo l’operazione Aemilia e i processi che ne sono scaturiti: «Non illudetevi che sia finita», dice Valerio, «La ‘ndrangheta è come la gramigna: finché non la estirpi fino all’ultimo filamento di radice in profondità, ricresce nuovamente. Mitologicamente parlando si potrebbe paragonare all’araba fenice».

CREDITI

Autori

Sofia Nardacchione

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

Tra le campagne dell’Aspromonte, dove si coltiva marijuana

Tra le campagne dell’Aspromonte, dove si coltiva marijuana

Testi: Cecilia Anesi
Foto: Luca Quagliato

In Aspromonte nascono i più importanti casati della ‘ndrangheta. Da qui, durante la stagione dei sequestri degli anni ‘70, le famiglie della criminalità organizzata calabrese si sono arricchite accrescendo il loro potere criminale ed economico. La grande quantità di banconote accumulate iniziò a diventare un problema, così i clan decisero di investire nel narcotraffico, diventando una potenza mondiale nell’ambito del traffico di cocaina.

Dall’America Latina all’Europa, passando per gli Stati Uniti d’America e l’Australia la droga è diventata una stabile fonte di guadagno per la ‘ndrangheta. Ma non sono solo le rotte internazionali a portare denaro nelle casse dei clan: gli affari si curano anche sotto casa e la coltivazione di marijuana tra le impervie montagne dell’Aspromonte si affianca al redditizio traffico di cocaina, accorciando la filiera e con la possibilità di sorvegliare al meglio la produzione. Ogni pianta, stimano le autorità, può arrivare un valore di circa mille euro. Nella sola provincia di Reggio Calabria – che include buona parte dell’Aspromonte – quest’anno sono state sequestrate circa 33 mila piante e oltre 80 chili di marijuana già essiccata e pronta all’immissione sul mercato per un valore di circa 30 milioni di euro.

In lontananza si scorge San Luca. Conosciuto come “la mamma della ‘ndrangheta” questo borgo di poco più di 3.600 abitanti è diventato un simbolo nella storia della criminalità organizzata calabrese. Da qui arrivano alcune tra le famiglie più importanti attive nel narcotraffico mondiale. 

Un toro sbarra il sentiero verso la fiumara Santa Venere

San Luca, 26 settembre

La Squadra di San Luca dei Cacciatori di Calabria pattuglia le campagne dell’Aspromonte

Aspromonte, 26 settembre

È un venerdì pomeriggio di fine settembre. L’afa è terribile. Si appiccica sulla pelle, sulle mimetiche, sotto ai baschi rossi. Ci sono oltre trenta gradi, con un tasso di umidità altissimo. Gli uomini dello squadrone eliportato Cacciatori di Calabria, basco rosso in testa, zaini e machete alla mano si avviano verso la fiumara che li separa dal bosco dove sono diretti. Istituito nel 1991 e replicato in Sardegna durante la stagione dei sequestri, compongono un corpo specializzato nel pattugliamento di zone impervie, in appostamenti e incursioni improvvise: cercano latitanti, covi e nascondigli di soldi e armi, perlustrano la montagna alla ricerca di tracce lasciate dalla ‘ndrangheta e, tra queste, ci sono anche le piantagioni di marijuana. Qui, dove gli alberi sono arroccati su pezzi di roccia che ricordano le dita di un gigante, e le fronde non lasciano intravedere il suolo, le piantagioni si scovano a naso.

L’elicottero a volte è un buon mezzo per trovarle ma, nella maggior parte dei casi qui in Aspromonte i Cacciatori le trovano quando, durante le perlustrazioni, sentono l’inconfondibile odore di marijuana. O quando, prima della fioritura, notano terrazzamenti e piazzole in mezzo al bosco o tubi dell’irrigazione fatti correre lungo i versanti della montagna.

Un toro si frappone tra i militari e la meta che devono raggiungere. Uno dei cacciatori rassicura: «Si sposterà». Dopo un richiamo e un gesto deciso l’animale si fa da parte tenendo costantemente sott’occhio la situazione. Stiamo camminando lungo la fiumara Santa Venere di San Luca, a pochi chilometri dal centro abitato. Alcuni mesi fa i Cacciatori hanno scovato i terrazzamenti creati tagliando alberi e arbusti lungo una parete di bosco in pendenza. A quel punto, con la stazione dei carabinieri di San Luca, hanno posizionato le fototrappaole. Servono per identificare e incriminare i responsabili, i coltivatori, ma a volte non si fa vivo nessuno per mesi ed è a quel punto che la magistratura firma un ordine di sequestro e distruzione sul posto. Un atto necessario per evitare che la marijuana venga immessa sul mercato, fruttando migliaia di euro alla criminalità organizzata calabrese.

I Cacciatori di Calabria camminano lungo la fiumara Santa Venere per raggiungere la piantagione da sequestrare

San Luca, 26 settembre

Il machete serve ai militari per farsi strada tra la vegetazione impervia e per eradicare le piante di marijuana

San Luca, 26 settembre

Il tenente Ivan D’Errico

È tra queste montagne – in tutta la zona più impervia della Locride – che viene coltivata la maggior parte della marijuana in Calabria. Sul versante tirrenico dell’Aspromonte e nella piana di Gioia Tauro le piantagioni di certo non mancano (i numeri dicono tra le 4mila e le 10mila piante), ma essendo più facilmente individuabili la quantità è decisamente inferiore rispetto a quella coltivata qui.

«I numeri ci dicono che l’azione di individuazione e sequestro di piantagioni che, come Cacciatori, facciamo da oltre un decennio ha dato i suoi frutti», spiega il giovane tenente Ivan D’Errico, comandante dello Squadrone Eliportato Cacciatori Calabria. Barba, occhi verde militare, marcato accento toscano. Siede in una stanza d’ufficio che ricorda la “stanza dei bottoni” delle strategie militari. Spoglia, ha solo un grande tavolo di legno e a fianco una cartina topografica, alta fino al soffitto, della Calabria.

Siamo nel quartier generale dello Squadrone, una città-caserma a Vibo Valentia. Ogni giorno da qui escono i fuoristrada verde militare, sputando fumo dal boccaglio che spunta dal cofano. Serve per non fare affogare il motore se i mezzi dovessero attraversare un fiume o fango.

«Parliamo della zona aspromontana, che è quella di nostra competenza. Qui prima le piantagioni erano più estese, con più piante. E si coltivava in zone meno impervie. Adesso, dopo questi anni di repressione, hanno iniziato a coltivare in appezzamenti più piccoli, e decisamente più nascosti», spiega D’Errico.

Nel 2020, i Cacciatori hanno sequestrato 28 mila piante all’interno di una ventina di piantagioni. Negli anni passati invece si sono trovate più piante in un minor numero di piantagioni, segno che si frammenta di più, così che i sequestri non possano mettere del tutto a rischio questa attività di coltivazione clandestina.

I Cacciatori entrano nella piantagione di marijuana dopo aver abbassato la rete e il filo spinato

San Luca, 26 settembre

Dentro la piantagione:
tre terrazzamenti e due piazzole ospitano 170 piante di marijuana

San Luca, 26 settembre

Ciò che rimane dopo l’eradicamento delle piante di marijuana tra i terrazzamenti della piantagione posizionata su un fronte di bosco a lato della fiumara Santa Venere

Aspromonte, 26 settembre

«Il territorio è impervio quindi da un lato fornisce riparo rispetto alla possibilità che venga trovata la piantagione dall’altro però deve comunque offrire le condizioni affinché la piantagione possa crescere. Chi coltiva opera delle vere e proprie modifiche del terreno, dei terrazzamenti e anche degli impianti di irrigazione attraverso dei tubi di plastica connessi a delle cisterne», spiega il capitano Luigi Garrì. La giovane età nascosta dall’alta uniforme, ha un compito per pochi: comandare la compagnia dei carabinieri di Bianco, che coordina dieci stazioni nel tratto più critico della Locride.

«Una volta individuata la piantagione cerchiamo di risalire a chi può essere il coltivatore. In molti casi si tratta di persone che avevano già coltivato stupefacenti, a volte hanno legami di parentela con ‘ndranghetisti. Sicuramente è un fenomeno in espansione che anche quest’anno ha conservato il suo trend», specifica Garrì.

Capitano Luigi Garrì

Comandante carabinieri Bianco

Chi coltiva la marijuana da queste parti, oltre ad avere un vero pollice verde e grande conoscenza del terreno e del territorio, nella maggior parte dei casi è un manovale. Si tratta di persone che hanno avuto poche alternative, cresciute tra queste montagne, e a cui la ‘ndrangheta ha promesso un guadagno (nemmeno così lauto) per coltivare marijuana. In molti casi, quando i coltivatori vengono arrestati, mantengono totale omertà rispetto a chi li ha ingaggiati e così sono gli unici a pagare con la detenzione.

La ‘ndrangheta nel frattempo fattura. Milioni di euro. In Aspromonte la coltivazione di piantagioni di canapa sativa è sempre più massiccia. Non è il vezzo di qualche contadino o qualche estimatore come poteva accadere per la varietà autoctona conosciuta da queste parti come “erba rossa calabrese” (per via dei “peli” rossi dell’infiorescenza). La coltivazione di marijuana qui è oggi una strutturata impresa di narcotraffico il cui scopo finale è il profitto da reinvestire nel sostentamente e nelle attività dell’organizzazione mafiosa. Lo sanno bene clan storici come gli Strangio e i Vottari di San Luca, oppure i Pesce, Bellocco e Piromalli per il versante della Piana.

La distruzione della marijuana in loco. Quando i carabinieri non riescono a identificare i responsabili della piantagione, l’autorità giudiziaria autorizza la distruzione dello stupefacente sul posto. Nel caso in cui invece i responsabili vengano identificati, le piante vengono eradicate e portate a spalla fino alla caserma, dove vengono messe sotto sequestro e poi portate ad incenerire

San Luca, 26 settembre

Il fuoristrada dei Cacciatori pattuglia le campagne sopra San Luca. A destra la fiumara arriva fino al mar Jonio

San Luca, 27 settembre

L’ingresso di una piantagione di marijuana nelle campagne di San Luca

San Luca, 27 settembre

La discesa per raggiungere una piantagione di marijuana rinvenuta dai cacciatori

San Luca, 27 settembre

«La coltivazione di marijuana in Aspromonte è una delle prime fonti di reddito per la criminalità organizzata. Ogni pianta ha un valore medio di mille euro e quindi ogni piantagione che viene trovata infligge un duro colpo alla capacità di autofinanziarsi della ‘ndrangheta», spiega Garrì. «In questi anni – conclude il comandante dei carabinieri di Bianco – siamo riusciti a documentare la reimmissione dello stupefacente nei mercati dello spaccio delle piazze di spaccio delle grandi città italiane. Una di queste è stata Roma ma anche Milano».

Ricordando un po’ la vicina Albania, la Calabria è sfruttata come terra di coltivazione – anche grazie alle particolari condizioni climatiche – da quella stessa mafia che è diventata la principale importatrice di cocaina dalla Colombia, nonché la più grande distributrice mondiale della stessa nel mondo.

Anche grazie ai contatti con i paesi del nord Europa, acquisiti con il traffico di cocaina, e in special modo con l’Olanda, che la ‘ndrangheta può ottenere semi per coltivare massicciamente la marijuana in Aspromonte. Anche se ormai, spiegano gli investigatori, molti coltivatori si sono organizzati mettendo da parte i semi dell’anno precedente. Così da non doverli ordinare online e rischiando così di essere rintracciati.

Grandi capacità agricole, quindi, che se incanalate al di fuori del contesto criminale potrebbero diventare una vera risorsa per queste terre. Vi sono infatti sempre più imprenditori agricoli che in Calabria stanno prendendo in considerazione la coltivazione legale della cannabis come fibra tessile, per la fabbricazione di carta e materiali edili o come biocarburante. Proprio a luglio 2020, l’assessore regionale all’agricoltura Gianluca Gallo aveva incontrato una delegazione di produttori calabresi di canapa, poco più 200 aziende, per valutare le possibilità dello sviluppo di questa coltivazione e di una filiera virtuosa. Una filiera legale che per il momento resta ai margini ma che potrebbe offrire una valida alternativa al business delle mafie.

«La coltivazione di marijuana in Aspromonte è una delle prime fonti di reddito per la criminalità organizzata. Ogni pianta ha un valore medio di mille euro»

Capitano Luigi Garrì, Comandante compagnia carabinieiri di Bianco

L’arcobaleno taglia il cielo e la strada sopra San Luca, arrivando a toccare Pietra Cappa. É ai piedi di questo masso, il monolite più alto d’Europa, che fu nascosto il corpo del fotografo Adolfo Lollò Cartisano rapito nel 1993 e fatto ritrovare solo dieci anni dopo

San Luca, 27 settembre

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi

Foto e video

Luca Quagliato

Editing & Layout

Luca Rinaldi

Tra le campagne dell’Aspromonte, dove si coltiva marijuana

Testi: Cecilia Anesi
Foto: Luca Quagliato

In Aspromonte nascono i più importanti casati della ‘ndrangheta. Da qui, durante la stagione dei sequestri degli anni ‘70, le famiglie della criminalità organizzata calabrese si sono arricchite accrescendo il loro potere criminale ed economico. La grande quantità di banconote accumulate iniziò a diventare un problema, così i clan decisero di investire nel narcotraffico, diventando una potenza mondiale nell’ambito del traffico di cocaina.

Dall’America Latina all’Europa, passando per gli Stati Uniti d’America e l’Australia la droga è diventata una stabile fonte di guadagno per la ‘ndrangheta. Ma non sono solo le rotte internazionali a portare denaro nelle casse dei clan: gli affari si curano anche sotto casa e la coltivazione di marijuana tra le impervie montagne dell’Aspromonte si affianca al redditizio traffico di cocaina, accorciando la filiera e con la possibilità di sorvegliare al meglio la produzione. Ogni pianta, stimano le autorità, può arrivare un valore di circa mille euro. Nella sola provincia di Reggio Calabria – che include buona parte dell’Aspromonte – quest’anno sono state sequestrate circa 33 mila piante e oltre 80 chili di marijuana già essiccata e pronta all’immissione sul mercato per un valore di circa 30 milioni di euro.

In lontananza si scorge San Luca. Conosciuto come “la mamma della ‘ndrangheta” questo borgo di poco più di 3.600 abitanti è diventato un simbolo nella storia della criminalità organizzata calabrese. Da qui arrivano alcune tra le famiglie più importanti attive nel narcotraffico mondiale

Un toro sbarra il sentiero verso la fiumara Santa Venere
San Luca, 26 settembre

La Squadra di San Luca dei Cacciatori di Calabria pattuglia le campagne dell’Aspromonte
Aspromonte, 26 settembre

È un venerdì pomeriggio di fine settembre. L’afa è terribile. Si appiccica sulla pelle, sulle mimetiche, sotto ai baschi rossi. Ci sono oltre trenta gradi, con un tasso di umidità altissimo. Gli uomini dello squadrone eliportato Cacciatori di Calabria, basco rosso in testa, zaini e machete alla mano si avviano verso la fiumara che li separa dal bosco dove sono diretti. Istituito nel 1991 e replicato in Sardegna durante la stagione dei sequestri, compongono un corpo specializzato nel pattugliamento di zone impervie, in appostamenti e incursioni improvvise: cercano latitanti, covi e nascondigli di soldi e armi, perlustrano la montagna alla ricerca di tracce lasciate dalla ‘ndrangheta e, tra queste, ci sono anche le piantagioni di marijuana. Qui, dove gli alberi sono arroccati su pezzi di roccia che ricordano le dita di un gigante, e le fronde non lasciano intravedere il suolo, le piantagioni si scovano a naso.
L’elicottero a volte è un buon mezzo per trovarle ma, nella maggior parte dei casi qui in Aspromonte i Cacciatori le trovano quando, durante le perlustrazioni, sentono l’inconfondibile odore di marijuana. O quando, prima della fioritura, notano terrazzamenti e piazzole in mezzo al bosco o tubi dell’irrigazione fatti correre lungo i versanti della montagna.

Un toro si frappone tra i militari e la meta che devono raggiungere. Uno dei cacciatori rassicura: «Si sposterà». Dopo un richiamo e un gesto deciso l’animale si fa da parte tenendo costantemente sott’occhio la situazione. Stiamo camminando lungo la fiumara Santa Venere di San Luca, a pochi chilometri dal centro abitato. Alcuni mesi fa i Cacciatori hanno scovato i terrazzamenti creati tagliando alberi e arbusti lungo una parete di bosco in pendenza. A quel punto, con la stazione dei carabinieri di San Luca, hanno posizionato le fototrappaole. Servono per identificare e incriminare i responsabili, i coltivatori, ma a volte non si fa vivo nessuno per mesi ed è a quel punto che la magistratura firma un ordine di sequestro e distruzione sul posto. Un atto necessario per evitare che la marijuana venga immessa sul mercato, fruttando migliaia di euro alla criminalità organizzata calabrese.

I Cacciatori di Calabria camminano lungo la fiumara Santa Venere per raggiungere la piantagione da sequestrare
San Luca, 26 settembre

Il machete serve ai militari per farsi strada tra la vegetazione impervia e per eradicare le piante di marijuana
San Luca, 26 settembre

È tra queste montagne – in tutta la zona più impervia della Locride – che viene coltivata la maggior parte della marijuana in Calabria. Sul versante tirrenico dell’Aspromonte e nella piana di Gioia Tauro le piantagioni di certo non mancano (i numeri dicono tra le 4mila e le 10mila piante), ma essendo più facilmente individuabili la quantità è decisamente inferiore rispetto a quella coltivata qui.

«I numeri ci dicono che l’azione di individuazione e sequestro di piantagioni che, come Cacciatori, facciamo da oltre un decennio ha dato i suoi frutti», spiega il giovane tenente Ivan D’Errico, comandante dello Squadrone Eliportato Cacciatori Calabria. Barba, occhi verde militare, marcato accento toscano. Siede in una stanza d’ufficio che ricorda la “stanza dei bottoni” delle strategie militari. Spoglia, ha solo un grande tavolo di legno e a fianco una cartina topografica, alta fino al soffitto, della Calabria.

Siamo nel quartier generale dello Squadrone, una città-caserma a Vibo Valentia. Ogni giorno da qui escono i fuoristrada verde militare, sputando fumo dal boccaglio che spunta dal cofano. Serve per non fare affogare il motore se i mezzi dovessero attraversare un fiume o fango.

«Parliamo della zona aspromontana, che è quella di nostra competenza. Qui prima le piantagioni erano più estese, con più piante. E si coltivava in zone meno impervie. Adesso, dopo questi anni di repressione, hanno iniziato a coltivare in appezzamenti più piccoli, e decisamente più nascosti», spiega D’Errico.

Nel 2020, i Cacciatori hanno sequestrato 28 mila piante all’interno di una ventina di piantagioni. Negli anni passati invece si sono trovate più piante in un minor numero di piantagioni, segno che si frammenta di più, così che i sequestri non possano mettere del tutto a rischio questa attività di coltivazione clandestina.

I Cacciatori entrano nella piantagione di marijuana dopo aver abbassato la rete e il filo spinato
San Luca, 26 settembre

Dentro la piantagione:
tre terrazzamenti e due piazzole ospitano 170 piante di marijuana
San Luca, 26 settembre

Ciò che rimane dopo l’eradicamento delle piante di marijuana tra i terrazzamenti della piantagione posizionata su un fronte di bosco a lato della fiumara Santa Venere
San Luca, 26 settembre

«Il territorio è impervio quindi da un lato fornisce riparo rispetto alla possibilità che venga trovata la piantagione dall’altro però deve comunque offrire le condizioni affinché la piantagione possa crescere. Chi coltiva opera delle vere e proprie modifiche del terreno, dei terrazzamenti e anche degli impianti di irrigazione attraverso dei tubi di plastica connessi a delle cisterne», spiega il capitano Luigi Garrì. La giovane età nascosta dall’alta uniforme, ha un compito per pochi: comandare la compagnia dei carabinieri di Bianco, che coordina dieci stazioni nel tratto più critico della Locride.

«Una volta individuata la piantagione cerchiamo di risalire a chi può essere il coltivatore. In molti casi si tratta di persone che avevano già coltivato stupefacenti, a volte hanno legami di parentela con ‘ndranghetisti. Sicuramente è un fenomeno in espansione che anche quest’anno ha conservato il suo trend», specifica Garrì.

Capitano Luigi Garrì

Comandante carabinieri Bianco

Chi coltiva la marijuana da queste parti, oltre ad avere un vero pollice verde e grande conoscenza del terreno e del territorio, nella maggior parte dei casi è un manovale. Si tratta di persone che hanno avuto poche alternative, cresciute tra queste montagne, e a cui la ‘ndrangheta ha promesso un guadagno (nemmeno così lauto) per coltivare marijuana. In molti casi, quando i coltivatori vengono arrestati, mantengono totale omertà rispetto a chi li ha ingaggiati e così sono gli unici a pagare con la detenzione.

La ‘ndrangheta nel frattempo fattura. Milioni di euro. In Aspromonte la coltivazione di piantagioni di canapa sativa è sempre più massiccia. Non è il vezzo di qualche contadino o qualche estimatore come poteva accadere per la varietà autoctona conosciuta da queste parti come “erba rossa calabrese” (per via dei “peli” rossi dell’infiorescenza). La coltivazione di marijuana qui è oggi una strutturata impresa di narcotraffico il cui scopo finale è il profitto da reinvestire nel sostentamente e nelle attività dell’organizzazione mafiosa. Lo sanno bene clan storici come gli Strangio e i Vottari di San Luca, oppure i Pesce, Bellocco e Piromalli per il versante della Piana.

La distruzione della marijuana in loco. Quando i carabinieri non riescono a identificare i responsabili della piantagione, l’autorità giudiziaria autorizza la distruzione dello stupefacente sul posto. Nel caso in cui invece i responsabili vengano identificati, le piante vengono eradicate e portate a spalla fino alla caserma, dove vengono messe sotto sequestro e poi portate ad incenerire
San Luca, 26 settembre

Il fuoristrada dei Cacciatori pattuglia le campagne sopra San Luca. A destra la fiumara arriva fino al mar Jonio
San Luca, 27 settembre

L’ingresso di una piantagione di marijuana nelle campagne di San Luca
San Luca, 27 settembre

La discesa per raggiungere una piantagione di marijuana rinvenuta dai cacciatori
San Luca, 27 settembre

«La coltivazione di marijuana in Aspromonte è una delle prime fonti di reddito per la criminalità organizzata. Ogni pianta ha un valore medio di mille euro e quindi ogni piantagione che viene trovata infligge un duro colpo alla capacità di autofinanziarsi della ‘ndrangheta», spiega Garrì. «In questi anni – conclude il comandante dei carabinieri di Bianco – siamo riusciti a documentare la remissione dello stupefacente nei mercati dello spaccio delle piazze di spaccio delle grandi città italiane. Una di queste è stata Roma ma anche Milano».

Ricordando un po’ la vicina Albania, la Calabria è sfruttata come terra di coltivazione – anche grazie alle particolari condizioni climatiche – da quella stessa mafia che è diventata la principale importatrice di cocaina dalla Colombia, nonché la più grande distributrice mondiale della stessa nel mondo.

Anche grazie ai contatti con i paesi del nord Europa, acquisiti con il traffico di cocaina, e in special modo con l’Olanda, che la ‘ndrangheta può ottenere semi per coltivare massicciamente la marijuana in Aspromonte. Anche se ormai, spiegano gli investigatori, molti coltivatori si sono organizzati mettendo da parte i semi dell’anno precedente. Così da non doverli ordinare online e rischiando così di essere rintracciati.

Grandi capacità agricole, quindi, che se incanalate al di fuori del contesto criminale potrebbero diventare una vera risorsa per queste terre. Vi sono infatti sempre più imprenditori agricoli che in Calabria stanno prendendo in considerazione la coltivazione legale della cannabis come fibra tessile, per la fabbricazione di carta e materiali edili o come biocarburante. Proprio a luglio 2020, l’assessore regionale all’agricoltura Gianluca Gallo aveva incontrato una delegazione di produttori calabresi di canapa, poco più 200 aziende, per valutare le possibilità dello sviluppo di questa coltivazione e di una filiera virtuosa. Una filiera legale che per il momento resta ai margini ma che potrebbe offrire una valida alternativa al business delle mafie.

«La coltivazione di marijuana in Aspromonte è una delle prime fonti di reddito per la criminalità organizzata. Ogni pianta ha un valore medio di mille euro»

Capitano Luigi Garrì

Comandante compagnia carabinieri di Bianco

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L’arcobaleno taglia il cielo e la strada sopra San Luca, arrivando a toccare Pietra Cappa. É ai piedi di questo masso, il monolite più alto d’Europa, che fu nascosto il corpo del fotografo Adolfo Lollò Cartisano rapito nel 1993 e fatto ritrovare solo dieci anni dopo
San Luca, 27 settembre

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Autori

Cecilia Anesi

Foto e video

Luca Quagliato

Editing & Layout

Luca Rinaldi

Lega nord: quegli incroci pericolosi col crimine organizzato

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Lega nord: quegli incroci pericolosi col crimine organizzato
Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi

C’è un momento storico nella vicenda dei denari della Lega Nord di cui, sia all’esterno del partito, sia all’interno, si parla molto poco. Sono tre anni particolari, in cui il bilancio del Carroccio si erode significativamente. Un periodo che va dal 2012 al 2014: l’interregno di Roberto Maroni che ha segnato il passaggio dalla Lega di Umberto Bossi a quella di Matteo Salvini. Un momento di “pulizia”, come lo ha definito lo stesso Maroni, ma che sembra aver “ripulito” più le casse della Lega che non le sue strutture.

In quegli stessi anni le inchieste sulla colonizzazione della ‘ndrangheta al nord si fanno più martellanti. In controluce, da queste indagini emergono contatti tra Lega e ambienti vicini alla criminalità organizzata che gli investigatori hanno ritenuto, e in parte ritengono ancora oggi, meritevoli di attenzione.

Colazione indigesta

La principale vicenda giudiziaria che in questo decennio ha coinvolto la Lega Nord è l’inchiesta “Breakfast”, avviata dal procuratore di Reggio Calabria Giuseppe Lombardo nel 2009. Nell’estate di quell’anno Lombardo chiede agli uomini della Direzione investigativa antimafia di approfondire una serie di intestazioni fittizie di esercizi commerciali presenti in città e riconducibili alle cosche De Stefano, Condello e Tegano che si spartiscono Reggio.

De Stefano-Condello-Tegano-Libri, le cosche che si spartiscono Reggio Calabria
Le famiglie De Stefano, Tegano e Condello, insieme ai Libri, sono le cosche che costituiscono il cosiddetto mandamento di Centro, ovvero l’egemonia territoriale sulla città di Reggio Calabria. Il mandamento di Centro, così come emerge dalla sentenza del procedimento Meta, uno dei più importanti celebrati negli ultimi dieci anni sulla criminalità organizzata calabrese, comprende l’ampia zona urbana compresa tra il comune di Villa San Giovanni (a nord di Reggio Calabria) e il popoloso rione Pellaro (a sud della città dello Stretto). La spartizione si forma successivamente alla “pacificazione” che aveva segnato il termine della seconda guerra di ‘ndrangheta, scoppiata tra il 1985 e il 1991 e che ha lasciato a terra 700 morti, ridefinendo le strutture gerarchiche e organizzative della criminalità organizzata calabrese.

In seguito alla pacificazione il mandamento di Reggio è stato di fatto “retto” da un gruppo ristretto di soggetti, nonostante la formale suddivisione fra numerose “famiglie” del territorio reggino. Si tratta, in particolare, dei membri apicali dei casati di ‘ndrangheta dei De Stefano, Tegano, Condello e Libri, famiglie, queste ultime, che successivamente alla ridefinizione dei confini di competenza della singole ‘ndrine, come emerso dagli accordi siglati a chiusura della guerra di ‘ndrangheta, hanno dimostrato una capacità criminale superiore alle altre.

Affiora così, tra gli altri, il nome dell’ex tesoriere della Lega Nord Francesco Belsito, già sottosegretario dell’allora ministro Roberto Calderoli. Belsito, infatti, è indagato per riciclaggio: i pm di Reggio partendo dal “tesoro dei De Stefano” si imbattono nel cassiere del partito di Bossi. Il percorso dei soldi si incrocia con la vicenda degli investimenti dei fondi della Lega Nord tra Cipro e Tanzania. Il filo che porta gli investigatori da Belsito parte da Romolo Girardelli detto “l’ammiraglio”. Indagato per associazione mafiosa perché, si legge agli atti «ritenuto associato a elementi di primissimo piano della cosca De Stefano». Da qui si arriva a Milano dove oltre a personaggi noti nell’ambiente della destra estrema meneghina compare Paolo Martino, riconosciuto come una sorta di ministro del Tesoro per i De Stefano nel nord Italia.

L’asse caldo tra Reggio Calabria e Milano

Si incrociano così le indagini di Reggio Calabria con quelle di Milano partite per accertamenti su alcune segnalazioni di transazioni sospette redatte dall’antiriciclaggio della Banca d’Italia e monitorate tra il 2010 e il 2012. Nell’aprile dello stesso anno gli uomini della Dia arrivano così a bussare contemporaneamente alle porte della storica sede della Lega in via Bellerio e negli uffici, a pochi passi dal Duomo, dello studio Mgim. Liquidato nel 2015, Mgim a partire dal 2009 diventa una sigla ricorrente nelle inchieste tra Milano e Reggio Calabria. Qui, infatti, gli inquirenti trovano il sedicente avvocato calabrese Brunello Mafrici, consulente dello stesso Belsito e ritenuto dagli investigatori punto di collegamento anche con i personaggi delle cosche.

Si incrociano così le indagini di Reggio Calabria con quelle di Milano partite per accertamenti su alcune segnalazioni di transazioni sospette redatte dall’antiriciclaggio della Banca d’Italia e monitorate tra il 2010 e il 2012

Immediatamente dopo aver sequestrato i server dello studio Mgim, la procura meneghina procederà nei confronti di Belsito per appropriazione indebita aggravata scaturita proprio dalle segnalazione dell’antiriciclaggio di Bankitalia. Sono gli anni in cui vengono a galla le spese della “Family” del senatùr Umberto Bossi e degli investimenti del tesoriere in Tanzania e Cipro.
Paolo Martino: dalle cosche all'eversione nera, chi è il ministro del Tesoro della 'ndrangheta lombarda

Paolo Martino è ritenuto il referente della cosca De Stefano in Lombardia. Gli investigatori lo definiscono «un esponente di altissimo livello della ‘ndrangheta reggina. Uno di quei personaggi che ha ampiamente superato la fase della delinquenza “nera” per passare al livello della mafia imprenditoriale, con contatti ad alto livello economico e politico. Cugino dei capimafia Paolo De Stefano e Bruno Tegano gravita negli ambienti del crimine organizzato calabrese fin dagli anni Settanta: nel 1971 il primo omicidio, a sedici anni. Viene arrestato e condannato a nove anni e sei mesi dopo un periodo di latitanza. Scontata la pena grazie a una liberazione condizionale avvenuta sei anni più tardi l’uomo si inserisce nuovamente tra i ranghi della criminalità organizzata, in particolare tra quelli dei De Stefano.

Condannato per reati legati al narcotraffico a metà degli anni ‘80 e già allora definito “longa manus” di Paolo De Stefano, passa un altro periodo di latitanza tra Liguria e Toscana. Raggiunto dagli agenti del commissariato di Chiavari ai processi che lo hanno visto protagonista all’inizio degli anni ‘90 negherà ogni addebito e comunanza di interessi con i cugini De Stefano. Eppure le inchieste lo descrivono «quale “mente direttiva” di traffici di stupefacenti operati da varie famiglie calabresi sull’asse Reggio Calabria – Milano, con diramazioni in Liguria».

Un rapporto mai chiuso quello tra Martino e i De Stefano: gli investigatori nel 2009 lo pizzicheranno nuovamente nel milanese a casa di Carmelina Condello Sibio, amante del boss Paolo De Stefano da cui ebbe tre figli. Dalla stessa abitazione passarono una parte della loro latitanza anche tre uomini riconducibili alle cosche calabresi durante i soggiorni milanesi. Martino viene poi arrestato nel 2011 e condannato nel 2016 in via definitiva a 16 anni e quattro mesi nell’ambito dell’inchiesta Redux-Caposaldo della Direzione distrettuale antimafia di Milano.

Stando alle parole del collaboratore di giustizia Filippo Barreca lo stesso Martino, negli Settanta, coprì per un periodo la latitanza dell’ex terrorista nero Franco Freda, accusato di essere tra gli organizzatori della strage di Piazza Fontana del 1969. Freda fu poi assolto definitivamente dall’accusa nel 1987. Tuttavia la Cassazione nel 2005 scrisse che la stessa strage fu realizzata da «un gruppo eversivo costituito a Padova nell’alveo di Ordine Nuovo» e «capitanato da Franco Freda e Giovanni Ventura», dichiarandoli però non più processabili in quanto «irrevocabilmente assolti dalla Corte d’assise d’appello di Bari». Una ricostruzione sempre smentita dallo stesso Freda.

Per la procura di Milano «la gestione della tesoreria del partito politico Lega Nord è avvenuta nella più completa opacità fin dal 2004 e comunque, per ciò che riguarda Belsito, fin da quando questi ha cominciato a ricoprire l’incarico di tesoriere. Egli ha alimentato la cassa con denaro non contabilizzato ed ha effettuato pagamenti e impieghi, anch’essi non contabilizzati o contabilizzati in modo inveritiero». Sono questi i primi passi dell’inchiesta sui fondi neri della Lega e anche i primi atti della “caccia al tesoro” dei 49 milioni di rimborsi elettorali indebitamente percepiti dalla Lega.

L’interregno di Maroni

L’interregno di Roberto Maroni si districa tra la “notte delle scope” del 12 aprile 2012 e l’elezione di Matteo Salvini a segretario federale del 7 dicembre 2013. Un fase iniziata con un discorso dello stesso Maroni che annuncia un vero e proprio “repulisti” interno al partito. «Sono giorni di dolore, ma sono giorni anche di rabbia – predicava il rottamatore del partito – per l’umiliazione che abbiamo subito, per l’onta che abbiamo subito di essere considerati un partito di corrotti». Ad ascoltarlo, a Bergamo, una platea di fedelissimi che imbracciava delle scope, simbolo del repulisti in corso. Tramonta così definitivamente l’epoca di Umberto Bossi, fino ad allora padre padrone della Lega Nord.

L’allora presidente della Regione Lombardia è uno dei personaggi più potenti del partito. Per quanto funesto sia il clima in casa leghista, da gestire c’è la partita Expo, dove Maroni manda a rappresentare la quota della Regione al suo uomo più fidato: l’avvocato Domenico Aiello. Legale di grande esperienza, Aiello nel giro di poco tempo gestisce molti dossier delicati in Lega diventando il vero e proprio avvocato del partito.

«La gestione della tesoreria del partito politico Lega Nord è avvenuta nella più completa opacità fin dal 2004 e comunque, per ciò che riguarda Belsito, fin da quando questi ha cominciato a ricoprire l’incarico di tesoriere. Egli ha alimentato la cassa con denaro non contabilizzato ed ha effettuato pagamenti e impieghi, anch’essi non contabilizzati o contabilizzati in modo inveritiero»
Ordinanza di custodia cautelare del tribunale di Milano del 23 aprile 2013

È durante questo interregno che il “tesoretto” dei bilanci del Carroccio sembra evaporare. Nel 2011 i bilanci segnavano 33 milioni di euro di liquidità e titoli a cui si affiancavano circa 26 milioni di contributi dello Stato e di persone fisiche e giuridiche. Il patrimonio attivo toccava quota 47 milioni. Tra il 2012 e il 2014, gli anni di Maroni segretario, la liquidità scende da 31 a 8 milioni di euro. Durante quei tre anni le spese legali aumenteranno da 300 mila a 3,1 milioni di euro, e gli “oneri diversi di gestione”, spese di cui non è possibile ricostruire l’origine, tocca quota 13 milioni.

Sono quelli gli anni in cui si accende la guerra interna al partito tra i fedelissimi di Bossi e gli uomini di Maroni. Tanto che uno degli ex parlamentari del Carroccio e legale di Umberto Bossi, Matteo Brigandì, vuole rivalersi per le sue stesse parcelle ancora da ricevere sui soldi presenti nelle casse del partito.

Ne nasce una guerra di carte bollate che si trascina ancora oggi in cui Brigandì è stato condannato a restituire al partito 2 milioni di euro, ma a sua volta è pronto nuovamente a battere cassa con la Lega di Salvini. In mezzo la strategia di Maroni e Aiello per evitare richieste analoghe a quella dello stesso Brigandì: la guerra intestina avrebbe rischiato di fare definitivamente a pezzi le finanze del partito così Maroni e Aiello optano per la creazione di un trust o una fondazione slegati dal partito per blindare una parte del denaro in cassa.

«Il trust non sarebbe servito a nascondere i soldi alla magistratura. Ma da altri soggetti che potevano rivalersi sul partito».

Roberto Maroni

Ex segretario Lega Nord

Il progetto prende corpo nel 2013 e compare in filigrana nella medesima inchiesta di Reggio Calabria che aveva coinvolto l’ex tesoriere Francesco Belsito, l’indagine Breakfast. È lo stesso Aiello (definito inizialmente «soggetto di interesse investigativo», poi mai indagato) a discuterne con uno dei professionisti poi riapparsi agli atti della recente inchiesta sulla Lombardia Film Commission per l’acquisto dell’immobile di Cormano, il notaio Angelo Busani.

Busani, non indagato, compare in una delle informative che compongono il fascicolo delle indagini sulla LFC per una segnalazione dell’Antiriciclaggio risalente al 2018 su due bonifici, totale 18 milioni di euro, partiti dai conti dello studio a quello del notaio Mauro Grandi, lo stesso che aveva rogitato gli atti per la compravendita del capannone della LFC. Il meccanismo, anche per gli investigatori, appare lo stesso della lavanderia: Grandi trasferirà quasi per intero la medesima cifra sui conti di una società cipriota partecipata da Sergei Tigipko, ex ministro delle Finanze ucraino e presidente della Banca nazionale ucraina dal 2002 al 2004.

Tornando al progetto del trust del tandem Maroni-Aiello, è il Fatto Quotidiano che dà conto, in un articolo del 2016 acquisito agli atti dell’inchiesta di Milano sulla LFC, dell’operazione allestita con l’istituto di credito di Bolzano Sparkasse: un trasferimento di fondi per 20 milioni dal partito alla stessa cassa di risparmio bolzanina. Busani dice di non averne saputo più nulla, ma nel 2019, rispondendo alle domande de L’Espresso, lo stesso Maroni, di fatto, non smentisce né l’esistenza del trust, né del trasferimento di denaro con la banca di Bolzano. L’unico elemento che contesta alla ricostruzione dei giornalisti è il fatto che il trust «non sarebbe servito a nascondere i soldi alla magistratura. Ma da altri soggetti che potevano rivalersi sul partito».

Di certo in pochi vogliono parlare di quei tre anni a cavallo tra il 2012 e il 2014. Nemmeno l’attuale tesoriere Giulio Centemero, che in una intervista rilasciata il 9 ottobre al Giornale dice di essere in possesso di una “superperizia” di una delle più importanti società di revisione al mondo in grado di ricostruire tutte le entrate e le uscite afferenti anche i famosi 49 milioni. Nel ricordare le spese di partito, però, Centemero balza a piè pari la fase della segreteria di Maroni, tanto che nell’intervista non compare nessuno dei protagonisti di questo interregno.

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Da Belsito all’affaire Film Commission: gli incroci pericolosi con la ‘ndrangheta lombarda

Quello compiuto nella gestione Maroni è stato un primo passo, dopodiché le strutture societarie che secondo gli investigatori si frappongono tra i soldi del partito e la loro destinazione si fa sempre più complessa. Da lì le inchieste più recenti.

Nella girandola di nomi, professionisti e società dell’inchiesta sulla compravendita dell’immobile della Lombardia Film Commission più volte il percorso degli investigatori, partendo da tutt’altra base, seguendo spesso l’eventuale reato di riciclaggio, incappa in vicende legate in passato alla criminalità organizzata.

Non sono solo rapporti di conoscenza e intercettazioni, ma guardando dentro le società perlopiù intestate a Luca Sostegni, definito una testa di legno per il commercialista Michele Scillieri, si vedono in controluce storie note di crimine organizzato all’ombra della Madonnina.

Si vedono in controluce storie note di crimine organizzato all’ombra della Madonnina.

Tra il 2008 e il 2019 Sostegni ha detenuto cariche in trentanove società, perlopiù come liquidatore e percependo compensi esclusivamente amministrando sette di queste. Tra queste trentanove spiccano per storia la Chiesa rossa costruzioni, il gruppo immobiliare i Girasoli, Edilwest e la stessa Andromeda.

Nelle prime due è passata una vecchia conoscenza del crimine meneghino, Domenico Coraglia, già coinvolto nella famosa inchiesta “Duomo Connection” di fine anni ‘80. Coraglia, vicino alla storica famiglia di ‘ndrangheta dell’hinterland di Milano dei Papalia e dei siciliani Carollo è poi emerso nell’inchiesta “Cerberus” della Guardia di Finanza all’inizio degli anni 2000 in buoni rapporti con l’uomo delle ‘ndrine a Milano Salvatore Barbaro. Nella stessa inchiesta compariva la Edilwest attiva nel settore del movimento terra. Allo stesso modo agli atti di un’altra inchiesta dell’Antimafia, “Redux Caposaldo”, a Milano emerge nuovamente perché legato al gruppo immobiliare I Girasoli. Quest’ultimo figura tra le società di cui Sostegni è liquidatore dal 2013.

Interrogato, lo stesso Sostegni ricorda davanti ai pm di Milano come sia proprio la “vicenda Coraglia” ad avvicinarlo a Scillieri: «Il gruppo (Girasoli, ndr) era entrato in una crisi irreversibile e il dottor Castellini, commercialista presso il quale aveva lavorato a lungo Scillieri – racconta Sostegni -, aveva fatto il nome di quest’ultimo come il professionista più indicato per risolvere il problema. Scillieri accettò l’incarico ed io fui nominato amministratore di sette-otto società del gruppo Girasoli, che faceva capo alla famiglia Coraglia».

Un passaggio dell’interrogatorio di Luca Sostegni 

Ma non è l’unica volta che Scillieri entra in una vicenda giudiziaria che in qualche modo si intreccia con gli affari di personaggi riconducibili alla criminalità organizzata radicati al nord. Il professionista, seppur non indagato, emerge nel corso delle indagini della direzione distrettuale antimafia di Milano nel 2014 in una inchiesta su quella che era una vera e propria banca della ‘ndrangheta. Protagonista dell’inchiesta è Giuseppe Pensabene, ritenuto capo della locale di ‘ndrangheta di Desio e condannato a 15 anni.

Da Seveso, in Brianza, Pino Pensabene coordinava uomini e operazioni di una struttura che era in tutto e per tutto una banca abusiva utile per affiliati e imprenditori in difficoltà (poi taglieggiati). I primi se ne servivano per alimentare la cassa dei detenuti, i secondi per ricevere prestiti con tassi usurai che variavano dal 15 al 20%.

Il nome di Scillieri compare perché, scrivono i pm, «si era deciso di stabilire il domicilio delle società» amministrate dai prestanome dello stesso Pensabene negli uffici di Scillieri. Nel corso della stessa indagine Scillieri è stato anche intercettato dagli investigatori al telefono con uno di loro, e nominato in seguito amministratore della Coimpre, società di cui Scillieri era tra i proprietari con la sua Effe V. srl. Le teste di legno di Pensabene, scrivono i pm, la acquisiscono dai precedenti proprietari, tra cui lo stesso Scillieri, «per le necessità dell’associazione criminale, ed in particolar modo per far confluire nel suo patrimonio i beni immobili acquisiti con capitali illeciti».

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Lorenzo Bagnoli
Luca Rinaldi

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Lorenzo Bodrero

Editing

Giulio Rubino

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Pierre Teyssot, Eugenio Marongiu/Shutterstock

La faida di ‘ndrangheta che ha insanguinato il Piemonte

#ArchiviCriminali

La faida di ‘ndrangheta che ha insanguinato il Piemonte
Lorenzo Bodrero

Torino, 3 maggio 1996. Sul tavolo di un obitorio giace il corpo di un uomo completamente carbonizzato. Quel cadavere, trovato il giorno prima in provincia di Torino nei boschi di Chianocco, in Valsusa, ancora non ha un nome. Ci penserà il medico legale a risolvere il mistero: al dito è infatti ancora presente la fede nuziale, sul lato interno sono incisi un nome e una data: “Maria. 09-06-1990”. Lei è Maria Stefanelli, da sei anni moglie di Francesco Marando, noto a tutti come “Ciccio”. Marando-Stefanelli rappresenta, per le cronache di oggi, una faida di ‘ndrangheta, una guerra intestina tra due famiglie che in trent’anni fatti di omicidi, cadaveri mai trovati, suicidi, sentenze annullate e processi rifatti, non ha sancito alcun vincitore ma ha decretato, invece, il crollo di un impero del crimine.

Lo scorso 12 giugno, il processo-bis a carico di cinque presunti personaggi coinvolti nella faida si è concluso con l’assoluzione per tutti gli imputati, lasciando aperti ancora molti interrogativi su un lungo spaccato della storia della ‘ndrangheta in Piemonte. È questa una storia incompleta, se non dal punto di vista processuale certamente da quello fattuale, scritta col sangue degli affiliati alle cosche di entrambe le famiglie e costruita sul traffico di fiumi di eroina prima e di cocaina poi.

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Ma prima che il sangue cominciasse a scorrere, Marando-Stefanelli era sinonimo di una florida impresa criminale avviata con le solide basi economiche garantite dai sequestri di persona degli anni ’70 e ’80. Quei miliardi di lire, frutto dei riscatti e tutti rigorosamente in contanti, hanno permesso a entrambe le famiglie di trasferirsi al nord e qui imporsi nel traffico di stupefacenti: i Marando, insediati a Volpiano, paese a 12 chilometri da Torino, rifornivano l’area nord del capoluogo piemontese e il basso Piemonte, con interessi anche a Milano, in Veneto e in Trentino Alto Adige. Gli Stefanelli, trovato riparo a Varazze, in Liguria, smerciavano la droga nella provincia di Savona.

Ciccio Marando

nel suo “mestiere” ci sapeva fare. Appena ventenne si era già guadagnato il rispetto dei suoi famigliari e dei boss che da Platì, paese di origine dei Marando, gestivano buona parte dei suoi traffici al nord. Nei primi anni ’80 tratta soprattutto eroina, un mercato che allora era ancora saldamente nelle mani di cosa nostra siciliana. Ma Ciccio è abile e, nella rotta che dal Pakistan arriva in Italia attraverso la Turchia, sa rifornirsi dalle persone giuste senza pestare i piedi a troppi. È proprio facendo affari tra il Piemonte e la Liguria, zona controllata dagli Stefanelli, che conoscerà la sua futura sposa, Maria. Una consegna però finisce male e nel 1984 cade nella trappola degli inquirenti quando viene pizzicato con quattro chili di brown sugar. È il primo arresto “importante” per Ciccio, che a 24 anni deve farsi la galera, un passaggio comunque obbligato per qualsiasi ‘ndranghetista di rispetto. Ma Ciccio, come vedremo, in famiglia non è l’unico enfant prodige del crimine.

La Stampa del 17 giugno 1984 riporta l’arresto di Francesco Marando
Gli Stefanelli ormai sono di base a Varazze. Antonino e Antonio, rispettivamente zio e nipote, in Riviera gestiscono lo spaccio di droga, il racket della prostituzione e le scommesse clandestine. Anche loro, come i Marando, devono la scalata nel mercato della droga alle basi gettate con sequestri più o meno eccellenti. Maria, futura moglie di Ciccio, è ancora a Oppido Mamertina, loro paese di origine, dove con la madre e le sorelle manda avanti un forno gestito dal padre.

Un incendio, però, manda letteralmente in fumo l’attività e la famiglia è costretta a trasferirsi e raggiungere i parenti in Liguria. Quando il padre di Maria muore per cause naturali è lo zio Antonino a prendere in mano le redini degli Stefanelli, sposando proprio la ormai vedova di suo fratello. Antonino è un mafioso scafato. Prudente, pieno di risorse, profondo conoscitore dei traffici illeciti, mai spietato (se non nei confronti delle sue nipoti e della sua nuova moglie) e soprattutto cosciente dei fragili equilibri criminali. Sa, per esempio, che i Marando dispongono di un pedigree criminale ben più alto del loro ed è attento a non invadere il terreno altrui.

Gli albori della 'ndrangheta in Piemonte

La ‘ndrangheta in Piemonte deve le sue origini all’arrivo nel 1962 di Rocco Lo Presti nella città montana di Bardonecchia, allora come oggi tra le località sciistiche più famose della regione subalpina. Legato ai potenti clan dei Mazzaferro e degli Ursino di Marina di Gioiosa Jonica (Reggio Calabria), Lo Presti in breve tempo sfrutta a suo favore il massiccio flusso migratorio che dalla Calabria porta in Piemonte decine di migliaia di persone di origine calabrese, avviando e controllando il mercato del lavoro dei settori dell’edilizia e del movimento terra. Il primo omicidio mafioso in Piemonte si registra proprio a “Bardonecchia nel 1969, quando viene ucciso Vincenzo Timpano ad opera di Giuseppe Oppedisano, cognato di Rocco Lo Presti”, scrive Rocco Sciarrone in Mafie vecchie, mafie nuove (Donzelli, 2009). L’influenza e il potere esercitato da Lo Presti sarà tale che nel 1995 Bardonecchia diventerà il primo comune del nord Italia sciolto per mafia.

I sequestri di persona sono stati funzionali all’insediamento delle cosche aspromontane. Il mensile Narcomafie ne ha registrati 37 in Piemonte tra il 1973 e il 1984. Secondo recenti indagini il traffico di droga passa gradualmente e poi definitivamente nelle mani della ‘ndrangheta a partire dai primi anni ‘80. Eroina in primis, ma sarà il controllo del traffico di cocaina a sancire quella calabrese come la mafia predominante in Piemonte. Con l’indagine “Minotauro”, che ha visto 191 persone indagate nel 2011, sono state individuate almeno undici locali di ‘ndrangheta nella sola provincia di Torino.

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Ma Ciccio è stato ammazzato. Il giorno in cui al cadavere viene dato un nome, la sentenza di colpevolezza è già emessa. Non dall’autorità giudiziaria bensì dal tribunale della ‘ndrangheta. Non serve un processo, la famiglia Marando conosce già i colpevoli e medita vendetta. È questo il momento a cui le cronache giudiziarie fanno risalire l’inizio della faida tra i Marando e gli Stefanelli. In realtà l’uccisione di Ciccio non rappresenta l’incipit, bensì l’apice della faida, destinata a durare per molti anni.

Intanto, nella prima metà degli anni ’80 uno dei fratelli Marando dimostrava ambizioni criminali pari se non superiori a quelle di Ciccio. Pasquale Marando, noto a tutti come

Pasqualino,

neanche venticinquenne ha già due indagini per omicidio sulle spalle quando nella colonia ‘ndranghetista ai piedi delle Alpi capisce che c’è da riempire un vuoto. Pasqualino non si accontenta delle piccole dosi, intende risalire la catena distributiva e mettere le mani su carichi di droga più cospicui e venderli all’ingrosso. Per farlo, si mette in affari con Bruno Minasi, esperto broker della droga che già era in affari con gli Stefanelli, ai quali cedeva l’eroina da smerciare in Liguria. Su Minasi, le carte della procura di Torino, che anni dopo indagherà sulla faida, riportano scarne informazioni. Le uniche disponibili provengono da un collaboratore di giustizia, messe nero su bianco dai magistrati torinesi: Pasqualino compra da Minasi “20-30 kg di eroina per volta e paga in contanti con i soldi provenienti dai sequestri di persona”. Gli inquirenti annotano però una crescente tensione tra i due. Secondo il pentito, infatti, dopo i primi successi “i rapporti tra Bruno Minasi e Pasquale Marando erano diventati tesi”.

Pasqualino non è tipo da accontentarsi. Vuole conoscere di persona il fornitore di Minasi e le sue pressioni si fanno sempre più insistenti. L’oggetto del contendere questa volta è un carico di 400 chili di eroina purissima. La pressione è tale che Minasi si sente minacciato e chiede consiglio ad Antonino Stefanelli. Il capo cosca, dall’alto della sua esperienza, raccomanda prudenza: Pasqualino è un uomo pericoloso, dice, potrebbe impadronirsi dell’intero carico e uccidere il rivale in affari, come già fatto in passato.

Di Minasi, da allora, non si avranno più notizie. La suascomparsa verrà denunciata poche settimane dopo quel consiglio raccolto da Stefanelli ma il suo corpo non verrà mai trovato. Bruno Minasi non era solo un importante trafficante. Era anche il fratello della moglie di Antonio Stefanelli che insieme allo zio Antonino gestiva la locale di ‘ndrangheta (cellula criminale strutturata) di Savona. La sparizione di Minasi è ancora oggi un mistero giudiziario ma sia gli Stefanelli sia i Minasi hanno più di un motivo per sospettare di Pasquale Marando. Una prima crepa prende forma tra le due famiglie e si fa più profonda quando nel 1992 due collaboratori di giustizia fanno il nome di Pasqualino agli inquirenti per l’omicidio dello stesso Minasi.

La faida,

di fatto, è già cominciata. Due anni prima, Ciccio Marando e Maria Stefanelli erano convolati a nozze. Sono questi gli anni in cui la carriera criminale di Pasqualino spicca il volo. La sua intraprendenza lo ha portato di persona dall’altro lato dell’Atlantico. Il suo sogno di controllare la filiera si è realizzato: è lui stesso ora a trattare con i narcos colombiani, a pagare in contanti tonnellate di cocaina pura e a farle arrivare in Europa. Con la cocaina dal Sud America, l’eroina dalla Turchia e l’hashish dal Libano, Pasqualino è il nuovo giovanissimo broker dei broker, una vera e propria gallina dalle uova d’oro per la famiglia Marando e i suoi numerosi affiliati. Antonino Stefanelli, a capo dell’omonima cosca di Savona, deve lui stesso tenere a bada le mire espansionistiche di Pasqualino quando, quest’ultimo, intende allargare il proprio bacino di spaccio alla Riviera di ponente. Stefanelli comunica il suo “no”, quello è territorio suo. Pasqualino incassa ma l’offesa rimane. È il secondo segnale di frizione tra le due famiglie.

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Gli italiani spariti negli artigli del Condor

Negli anni ‘70 il continente sudamericano cade nel potere di feroci dittature militari. Otto regimi si coordinano in un’operazione segreta per catturare i militanti rifugiati in altri Paesi: il Plan Condor. Molti di loro erano cittadini italiani

L’Anonima sequestri del boss Luciano Leggio

Negli anni ‘70, ci sono stati oltre 500 sequestri a scopo di estorsione. Il boss di cosa nostra Luciano Leggio, da Milano, aveva rotto l’inattività della latitanza per mettersi nel giro. Gli è costato l’arresto

Ha un nome il cadavere ritrovato a Chianocco

Quando il corpo di suo fratello Ciccio viene trovato nei boschi di Chianocco, Pasqualino è in prigione per traffico di stupefacenti. L’isolamento di una cella del carcere di Saluzzo, però, non gli impedisce di conoscere l’identità dei sicari di suo fratello Ciccio. Il boss sa o quantomeno nutre forti sospetti nei confronti di Antonio Stefanelli. Per mesi e mesi Pasqualino Marando impartisce al fratello Domenico una precisa istruzione: incontrare Antonio e Antonino Stefanelli di persona e “chiarire la questione”. Per altrettanti mesi Domenico fa pressioni su Antonino perché convinca suo nipote a partecipare all’incontro. Il giovane Stefanelli però non si fa trovare. A fare opera di mediazione viene chiamato anche Giuseppe Leuzzi, imprenditore edile trapiantato a Torino, fedelissimo della cosca Marando e in buoni rapporti anche con gli Stefanelli. Ma il risultato è sempre lo stesso, Antonio nicchia. Alla lunga però l’opera di convincimento porta i frutti sperati e i due Stefanelli accettano. A una condizione, però. Di incontrarsi in un luogo pubblico. La scelta cade sul centro commerciale Le Gru, nella prima cintura di Torino. I dettagli di quell’incontro sono stati a lungo un mistero, fino a quando uno dei fratelli Stefanelli decide di collaborare con la giustizia. Il suo racconto è ricco di particolari.

Ad un tavolino circondato da centinaia di ignare persone, siedono da un lato Domenico Marando e il cugino Rocco Trimboli; dall’altro, Antonio e Antonino insieme a Francesco Mancuso. Su una scalinata, Roberto Romeo, un compare degli Stefanelli che tiene d’occhio la scena armato di pistola nella cinta, pronto al peggio. L’aria è tesa, la domanda la pone Domenico: che ne è stato di mio fratello quel giorno? Sa che Ciccio in quel periodo faceva affari con Antonio e che i due si sarebbero dovuti incontrare il giorno in cui è sparito. Uno sguardo titubante, un tremolio della voce, o semplicemente incongruenze nella ricostruzione degli Stefanelli, sta di fatto che i Marando non sono affatto convinti. L’incontro dura pochi minuti. Si congedano con l’intesa di incontrarsi nuovamente dopo aver riferito dell’incontro a Pasqualino. Le “prove” sono state raccolte, gli “imputati” ascoltati. Dalla sua cella, il boss, emetterà la “sentenza”.

Antonio e Antonino Stefanelli

Colpevoli.

Poche settimane più tardi, Antonio e Antonino Stefanelli e Francesco Mancuso vengono di nuovo convinti a partecipare a un “incontro risolutivo” con i Marando. I più riluttanti sono Mancuso e il giovane Stefanelli. Lo zio però li tranquillizza. A fare da garante, dice, c’è Giuseppe Leuzzi. Questa volta l’incontro è a porte chiuse, in una delle ville di Volpiano a disposizione dei Marando. I tre ci arrivano accompagnati da Leuzzi. Roberto Romeo, ancora una volta, è di scorta. Osserva da lontano mentre segue in macchina il gruppo e si apposta a poche decine di metri dalla villa. Da questa posizione vede i quattro entrare nella tana del lupo. Gli sembra, come poi racconterà a due conoscenti interrogati dai pm, di notare un movimento inconsulto da parte di Antonio proprio nel momento in cui varca la soglia. Un ripensamento dell’ultimo momento?

Le tapparelle vengono abbassate. Le telefonate di Romeo verso i suoi compari sono vane. Mezz’ora più tardi, due auto escono in fretta e furia dalla villa di Volpiano. Romeo ne segue una ma la tensione prevale sulla prudenza e viene scoperto. L’autista dell’altra auto apre il fuoco ma Romeo riesce a uscirne incolume e a dileguarsi. Probabilmente però il danno è ormai fatto. Lo hanno riconosciuto? E soprattutto, che fine hanno fatti gli Stefanelli e il Mancuso? I mesi successivi per Romeo sono schizofrenici. Alterna lunghe sparizioni a imprudenti confessioni ad amici e parenti. In una di queste, raccolte dai magistrati, dice di aver ammazzato lui Ciccio Marando. In realtà, precisa, il primo a sparargli era stato Antonio Stefanelli. Un colpo solo, alla testa. Lui l’aveva poi finito con due colpi al torace. I Marando dunque avevano ragione a sospettare dei cognati di Ciccio. Lo avevano attirato a casa di Romeo per dirimere una questione di una partita di droga andata male. Le ammissioni di Romeo al suo confidente sono ricche di dettagli: i tre erano appena giunti nei boschi di Chianocco quando dovevano decidere in che modo occultare il cadavere di Ciccio. Lui e Mancuso preferivano seppellirlo ma Antonio si era opposto. Il cadavere, dice, deve essere ritrovato, altrimenti

Maria non lascerà mai la Calabria.

Lo impongono la ‘ndrangheta e le sue leggi non scritte che formano ciò che è impropriamente chiamato “codice d’onore”.  Regole inviolabili, tramandate di generazione in generazione e inculcate fin dai primissimi anni di età. Una di queste prevede che se il marito scompare e il corpo non viene mai ritrovato, la moglie non può considerarsi vedova. Dovrà invece attendere il ritorno del marito in paziente devozione. Vietato intraprendere altre relazioni, proibito risposarsi.

Francesco “Ciccio” Marando

Senza cadavere non c’è vedova. Antonio lo sa e non è il futuro che vuole per sua sorella. Per questo motivo insiste perché il corpo di Ciccio venga bruciato. Maria Stefanelli ha visto e contribuito a stravolgere più di una volta il corso della propria vita, raccontata senza censure in Loro mi cercano ancora, libro scritto a quattro mani con la giornalista Manuela Mareso. Nei giorni e nelle settimane successive all’omicidio di Ciccio, anche lei, come i Marando, vuole sapere chi è stato. Ma a differenza dei suoi cognati, non sospetta nessuno, non ha idea.

Sono mesi convulsi per Maria. Ma il peggio deve ancora arrivare e si presenta undici mesi dopo quando sua madre le comunica che suo fratello e suo zio sono irreperibili. La faida di Volpiano si è appena compiuta. Con la famiglia si reca a Torino alla ricerca di indizi, di informazioni. 

Nel capoluogo torinese conosce la madre di Roberto Romeo. La donna le confida che il figlio “si è nascosto perché aveva assistito all’omicidio” di Antonio, Antonino e di Mancuso. È la prima volta che alla sparizione degli Stefanelli viene associata la parola “omicidio”. Il ritorno in auto a Varazze con la madre e la sorella è un lungo straziante silenzio per Maria, rotto solo da una cantilena: «Li hanno ammazzati tutti», ripete continuamente sua madre.

Maria però non si dà pace e appena due settimane dopo il triplice omicidio riesce a incontrare Roberto Romeo, unico testimone della mattanza. Sarà lei stessa, anni più tardi, a raccontare tutto ai magistrati di Torino. Il luogo è di nuovo Le Gru. Qui Romeo vuota il sacco. Racconta a Maria per filo e per segno cosa è successo quel primo giugno: l’incontro degli Stefanelli e Mancuso con il garante Giuseppe Leuzzi, l’arrivo alla villa di Volpiano dei Marando, la fuga precipitosa. Al cospetto di Maria Romeo è teso, sa di essere l’unico testimone oculare. Riuscirà a scampare al tribunale della ‘ndrangheta per sette mesi ma anche lui cadrà vittima della vendetta dei Marando. Sarà trovato esanime presso lo stabilimento Fiat di Rivalta il 30 gennaio del 1998.

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Se potessi tornare

Nella Locride si combatte una lotta lenta e silenziosa. La portano avanti quelle donne che, dapprima funzionali ai clan, oggi decidono di ribellarsi alla ‘ndrangheta e ne rappresentano la minaccia più forte

La faida a questo punto è completa, la rottura totale. I corpi degli Stefanelli e di Mancuso non saranno mai trovati, la stessa sorte patita da Bruno Minasi sei anni prima. Maria Stefanelli decide di raccontare tutto quello che sa ai magistrati torinesi pochi giorni dopo l’omicidio Romeo. Avvia così una lunga collaborazione con le autorità che decreterà per sempre il definitivo distacco dalla sua famiglia. Rinnegata dalla madre, abbandonata dai fratelli e sorelle scampate alla faida, le sue dichiarazioni faranno luce sull’omicidio del marito e su quelli di suo zio e di suo fratello. L’ultimo strazio per lei si consuma agli inizi del 2000 quando il fratello Rocco, da due anni collaboratore di giustizia, viene trovato morto nel carcere di Alessandria con un sacchetto di plastica intorno alla testa. Accanto alla branda, un biglietto in cui riporta tutta l’angoscia dell’abbandono da parte dei suoi familiari: “Solo mi avete lasciato tutti e solo me ne vado… Chiedo scusa solo a te. Un bacio alla tua bambina. Ho ucciso mio cognato. Chi sono per averlo fatto!”, riporta La Stampa. La confessione per l’omicidio di Ciccio Marando suona nuova anche agli inquirenti.

Per gli omicidi Stefanelli e Mancuso saranno condannati Domenico Marando e Giuseppe Leuzzi rispettivamente a trenta e vent’anni di carcere. Rosario Marando e Natale Trimboli (insieme ad Antonio Spagnolo, Gaetano Napoli e Giuseppe Santo Aligi), il 12 giugno 2020 vengono assolti dall’accusa di omicidio dopo oltre dieci anni di processo. Nel frattempo la famiglia Marando ha subito un altro grave colpo che ne ha decretato, forse, il definitivo crollo. Dal 2001 Pasqualino, l’ex enfant prodige della ‘ndrangheta nonché mandante degli omicidi Stefanelli, è scomparso. Forse latitante all’estero, più probabilmente eliminato nell’ambito di un’altra faida scoppiata con la potente cosca Trimboli. Ma, questa, è tutta un’altra storia.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bodrero

Editing

Luca Rinaldi

Illustrazioni

A due passi dal Brennero, la ‘ndrangheta aspromontana in Südtirol

A due passi dal Brennero, la ‘ndrangheta aspromontana in Südtirol
Cecilia Anesi Margherita Bettoni

Avevano il quartier generale in un bar di Via Resia, l’ultima periferia costruita a Bolzano negli anni ‘70. Un luogo di edilizia popolare, lontano dagli sfarzi dei famosi portici dai negozi scintillanti, che bene rappresentano la ricchezza del Sudtirolo. Un luogo dimesso, eppure strategico, vicino allo svincolo autostradale per il Brennero che da lì porta dritti in Austria e poi fino al sud della Germania, quella Baviera dove la ‘ndrangheta ha ormai costruito una presenza stabile. È dall’anonimo bar Coffee Break che Mario Sergi gestiva tanto i cappuccini quanto una locale di ‘ndrangheta. Questa l’accusa della Direzione Distrettuale Antimafia di Trento che, con la Squadra Mobile, ha arrestato 20 persone tra il Trentino Alto Adige, il Veneto, e Platì (Calabria) lo scorso 9 giugno. Un fiorente traffico di cocaina, che imbiancava l’Alto-Adige con circa cinque chili al mese, l’attività principale del gruppo di Sergi. I narcos calabresi la acquistavano a buon prezzo, tra i 29 e i 32mila euro al chilo. Un business che – se confermato – faceva di loro una vera e propria impresa, capace di fare concorrenza alle grandi aziende lecite sudtirolesi, perchè tolti i costi e considerato il prezzo medio della cocaina al grammo la holding “Coffee Break” poteva contare su profitti tra i 150 e i 300mila euro al mese. Un “fatturato” esentasse che supera di gran lunga quello delle piccole e medie imprese sudtirolesi che si aggirano sui 38.000 euro al mese. Un fiume di cocaina per una piccola città di 100mila abitanti, ma non senza costi sociali. Parliamo di una regione già colpita duramente negli anni ‘80 dalla piaga dell’eroina, e che nell’ultimo decennio ha visto un preoccupante nuovo aumento delle tossicodipendenze. Un contesto in cui, secondo gli inquirenti e il giudice per le indagini preliminari Marco La Ganga, si sono inseriti alla perfezione i narcos aspromontani. Li ritiene pericolosi trafficanti di droga, affiliati alla ‘ndrangheta, e in grado di controllare il territorio altoatesino con la forza dell’intimidazione mafiosa e delle armi.

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Il bar Coffee Break, quartiere generale della “locale” di ‘ndrangheta di Bolzano

Dall’Aspromonte all’Alto-Adige, la genesi di una nuova “locale” di ‘ndrangheta

Mario Sergi nasce a Delianuova, paesino arroccato sul lato tirrenico dell’Aspromonte e che cade sotto il controllo delle ‘ndrine Italiano ed Alvaro. Arrivato a Bolzano già negli anni ‘80 si dedica a piccole attività criminali, ma ha un sogno: mettere in piedi una solida struttura criminale tra la Calabria e Bolzano. Un collaboratore di giustizia racconta di come già negli anni ‘80 Sergi avesse trascorso un periodo in carcere assieme a un cugino arrestato con dell’eroina alla stazione ferroviaria di Bolzano. E proprio in carcere Sergi avrebbe elaborato il piano per allargare il suo giro, e arrivare a gestire il traffico di eroina dell’intera provincia altoatesina.

#Mafie

Nelle viscere dell’Aspromonte

Cronache dal fronte caldo del contrasto alla ‘ndrangheta: nella Locride tra crepe e sogni di una terra bellissima e desolata

Bolzano aveva una vasta comunità migrante calabrese, alcuni erano giunti da poco in cerca di lavoro al nord, altri erano arrivati durante il processo di italianizzazione voluto da Mussolini. E come sempre, anche la ‘ndrangheta aveva sfruttato il flusso migratorio dei propri conterranei, un po’ per dare meno nell’occhio, un po’ per assicurarsi una prima base economica con le estorsioni. Ma all’epoca si trattava di “cani sciolti”, trafficanti di eroina per lo più in proprio, senza un vero piano e senza un comando.

La svolta arriva a metà anni ‘80 da Platì: Francesco Perre, alias U Gulera, viene “attivato” a Bolzano da due colonne portanti della ‘ndrangheta dell’epoca: Domenico Agresta e Pasqualino Marando. Così racconta agli inquirenti di Torino il collaboratore Domenico Agresta detto “Micu Mc Donald”, nipote dell’omonimo boss, e divenuto il più giovane pentito della ‘ndrangheta. Era cresciuto con i racconti di come a fine anni ‘80 i suoi zii Domenico Agresta e Pasquale Marando reggessero la “locale” (unità territoriale di ‘ndrangheta) di Volpiano, in provincia di Torino, e da lì controllassero la più moderna e grande holding del narcotraffico dell’epoca.

Articolo de La Stampa del novembre ‘92

Marando ci aveva visto lungo: la droga andava venduta a nord, dove c’erano i soldi per acquistarla e dove i giovani borghesi si annoiavano. Non solo, le polizie non erano preparate a identificare gli ‘ndranghetisti e a decifrare il dialetto calabrese. Dall’arco alpino c’erano inoltre comodi sbocchi verso gli altri paesi europei, Spagna, Francia, Germania. Ed è all’interno di questa strategia espansiva che i platioti mandano Perre in Trentino-Alto Adige: viene incaricato di aprire una “locale” sotto la quale possano fare riferimento varie ‘ndrine, ovvero varie famiglie. Perre è uomo di fiducia di Marando perchè sposato, come lui, con una donna della famiglia Trimboli e inserito a pieno nel narcotraffico dei platioti a Nord.
I legami tra i Barbaro, i Papalia e i Marando di Platì

I Barbaro alias Castanu sono una potente ‘ndrina di Platì oggi egemone sull’area della cittadina e di grande influenza sul mandamento Jonico nonché in Piemonte e Lombardia. Le altre famiglie di Platì alleate ai Barbaro alias Castanu sono la famiglia Marando, che ha dato i natali al più grande narcotrafficante italiano, Pasqualino Marando, pioniere del traffico di cocaina dall’America Latina. Pasqualino viene ucciso nel 2001 in una faida, il suo corpo mai ritrovato. Ucciso per una faida con la famiglia della moglie, come suo fratello Ciccio, altro narcos di spicco. Entrambi vivevano tra Platì e Volpiano, cittadina piemontese diventata per loro roccaforte.

Un’altra famiglia alleata è quella dei Papalia, particolarmente attiva a Milano e provincia. Anche i Perre e gli Agresta sono due famiglie di Platì che storicamente operano assieme ai Marando e sono alleate dei Barbaro. Le famiglie Barbaro e Papalia di Platì si sono entrambe insediate nei comuni ad ovest di Milano, Buccinasco, Corsico e Trezzano sul Naviglio che lentamente divennero quella che oggi viene considerata una vera e propria colonia, detta “la Platì del Nord”, per poi allargarsi successivamente anche nelle aree limitrofe. Da allora, le due famiglie si sono praticamente unite in un unico clan (noto come Barbaro-Papalia e legato a Domenico Barbaro l’Australiano), capace, dagli anni Settanta, di resistere alle numerose inchieste e riorganizzarsi ogni volta.

Così Perre si darà da fare, e troverà anche un luogotenente per portare avanti il traffico di eroina: Mario Sergi. Il duo potrà così operare all’interno di un contesto preciso, e le azioni criminali non avverranno più in modo spontaneo e casuale ma all’interno di un piano specifico, discusso di volta in volta con la “casa madre” di Platì e con il nucleo di narcos operanti da Volpiano. È infatti da lì che Pasquale Marando dirige il suo impero alla Escobar, e grazie alle alleanze con i trafficanti turchi e pachistani rifornisce di eroina tutta Europa, compresa la Bolzano gestita dal suo “clan dei calabresi” – così veniva chiamato dagli inquirenti dell’epoca il gruppo guidato da Perre e Sergi.

Qualcuno però se ne accorge. Il 13 febbraio 1992 le Procure di Trento e Bolzano concludono la prima indagine sulla ‘ndrangheta in Trentino Alto-Adige togliendo il velo su un fiorente traffico di droga e di armi e arrestando 46 persone. Tra gli arrestati, ve ne sono anche alcuni coinvolti nel sequestro di Carlo Celadon, il 19enne veneto tenuto prigioniero in Aspromonte per oltre 800 giorni a fine anni ‘80.

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Le indagini del 1992 hanno dimostrato come in Alto-Adige ci fosse una solida organizzazione di stampo ‘ndranghetista dedita al traffico di armi e droga. Ma soprattutto, che già all’epoca esisteva quel piglio imprenditoriale che ha permesso alla ‘ndrangheta di diventare sempre più forte, sempre più colletto bianco e quindi sempre più invisibile, accolta e fusa nella società, anche a Bolzano. Infatti, già nel 1992, fu rilevato dagli inquirenti come i profitti derivanti dalle attività illecite fossero reinvestiti nel circolo dell’economia legale con il coinvolgimento di imprenditori, commercianti, titolari di locali pubblici e di concessionarie di automobili. Ecco dunque che che l’operazione “Freeland” con i suoi venti arresti dello scorso 9 giugno è allora un deja-vu: i nomi importanti tra gli indagati sono i recidivi del “clan dei calabresi” – non solo Ciccio Perre e Mario Sergi, ma anche Angelo Zito, coinvolto proprio nel sequestro Celadon, e rimasto a vivere in Trentino. A gennaio 1993 inizia il processo contro il clan dei calabresi a Bolzano, ma Ciccio Perre è latitante, tornato a Platì dove può nascondersi con più facilità. A novembre dello stesso anno viene però stanato e arrestato. Uscirà dal carcere solo nel 2011, un anno prima del suo braccio destro Mario Sergi.

Il 13 febbraio 1992 le Procure di Trento e Bolzano concludono la prima indagine sulla ‘ndrangheta in Trentino Alto-Adige togliendo il velo su un fiorente traffico di droga e di armi e arrestando 46 persone

Quando nel 1994 vengono condannati, Mario Sergi non può crederci. Aveva costruito bene la sua copertura, essendo socio in ben quattro imprese edili e in un bar stando ai dati della camera di commercio. Alla lettura della sentenza in aula, Sergi sbraita e minaccia l’intero collegio giudicante. «Quando il Presidente ha letto il dispositivo di sentenza, Sergi dalla gabbia ha iniziato a minacciarci in calabrese stretto», ricorda l’allora giudice, oggi in pensione, Margit Fliri. Era la prima volta che a Bolzano si svolgeva un processo con mafiosi alla sbarra, e per il quale era stata fatta appositamente costruire una gabbia. I giudici istruttori di Palermo Giovanni Falcone e Paolo Borsellino erano stati uccisi due anni prima, e l’Italia di quegli anni aveva ancora ben in mente l’eco della strage di Capaci. Le minacce di Sergi però non serviranno a molto, ma nei venti anni successivi passati in carcere avrà modo di pensare a come riorganizzare la “locale” di Bolzano una volta fuori.

Nel 2012 infatti Mario Sergi torna libero e torna a Bolzano. Come ha potuto verificare IrpiMedia sei mesi dopo aprirà con altri tre Sergi e un cittadino albanese una cooperativa edilizia a Bolzano a cui tre anni dopo seguirà l’inaugurazione di un’altra impresa edile e dal 2018 il bar Coffee Break. Quello che, secondo l’accusa, diventerà il quartier generale per il traffico di droga del gruppo guidato – proprio come negli anni ‘90 – da Sergi con Ciccio Perre U Gulera. «Ben presto – si legge nelle carte dell’inchiesta “Free Land” – Sergi riprende le redini del traffico di sostanze stupefacenti, in particolare cocaina, giovandosi dell’apporto dei suoi sodali, in gran parte a lui gerarchicamente sottoposti».

«Quando il Presidente ha letto il dispositivo di sentenza, Sergi dalla gabbia ha iniziato a minacciarci in calabrese stretto»

Margit Fliri

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I carichi di cocaina – che nelle intercettazioni spuntano come “caffè” o “macchina”, “motorino” e “bicicletta” – arrivavano dalla Calabria nascosti tra la frutta e l’olio d’oliva, oppure il gruppo reperiva lo stupefacente in Veneto, dove poteva contare su altri affiliati. Perre gestisce tutto da Platì, Sergi invece a Bolzano si è rifatto una vita e in Calabria ci va solo per gli incontri importanti. Ai primi di settembre 2019 è presente allla festa della Madonna di Polsi, santuario nel comune di San Luca poco distante da Platì dove ogni anno si celebra una festa religiosa molto popolare, e con l’occasione si incontra con Rocco Papalia, della cosca Italiano-Papalia di Delianuova, con cui discute di traffici di droga verso nord.
L'intercettazione

È il 2 settembre 2019 e, svelerà un’intercettazione ambientale, i due discutono di traffico di droga verso il nord. «Questo vuole prendere da qui e portarla su», dice Papalia. «Se il prezzo è buono lassù riesco a piazzare», risponde Sergi. Nel corso della conversazione Sergi affronta anche il tema di ritardi nel pagamento: «Io volevo andare anche dalle parti di Verona», racconta a Papalia, «perchè li qualcosa c’è pure già…gliela portiamo là e vengono e se la prendono loro». «Ma pagano questi qui?», vuole sapere Papalia. «Pagare ce la pagano…è probabile che non ce la pagano subito…questo è il problema…loro ti dicono…un mese…e i soldi te li porto»

I rapporti tra Mario Sergi e Rocco Papalia sono di grande interesse per gli inquirenti, che considerano il secondo contabile della cosca di Delianuova e depositario della cosiddetta “bacinella”, ossia la cassa comune in cui confluiscono i proventi della ‘ndrina che vengono utilizzati ad esempio per il sostentamento dei familiari degli affiliati in carcere. Un aiuto a cui non si è sottratto Mario Sergi che, stando all’accusa, avrebbe inviato somme di denaro proprio alla “bacinella” gestita da Papalia. In cambio un riconoscimento importante: Sergi viene invitato alla riunione nella quale sarebbe stata conferita la carica di capo della cosca Italiano-Papalia, contesa tra i cugini Rocco e Saverio Papalia.

Gli inquirenti ritengono quindi che Sergi sia espressione diretta della ‘ndrina di Delianuova e che per essa, e per i platioti rappresentati da Perre, curi il traffico di droga in Trentino-Alto Adige. Un flusso bianco che toccava anche il Veneto e che puntava a espandersi ancora grazie a contatti diretti con la Colombia e con chi «ha in mano il porto, il porto di Gioia Tauro», come emerge dalle intercettazioni.

Una “locale” distaccata di ‘ndrangheta per funzionare deve riuscire ad operare il controllo sul territorio. A questo, secondo gli inquirenti, servivano le armi – detenute illegalmente – che i poliziotti hanno poi trovato e requisito durante l’indagine. Le trovano ancora  al bar Coffee Break di via Resia dove le armi venivano chiamate «amaro del capo».

Un flusso bianco che toccava anche il Veneto e che puntava a espandersi ancora grazie a contatti diretti con la Colombia e con chi «ha in mano il porto, il porto di Gioia Tauro»

D’altronde Sergi deve potere incutere timore. A febbraio 2020, ricostruiscono gli inquirenti, l’uomo convoca presso il Coffee Break tre uomini di etnia sinti che avevano rubato all’interno del locale di una sua cliente. Sergi li minaccia, i tre delinquenti si scusano, promettono di risarcire la malcapitata e promettono anche di non farlo mai più.

L’ordinanza di custodia cautelare “Freeland” dei pm Sandro Raimondi e Davide Ognibene non esplora il modo in cui la ‘ndrangheta di Delianuova e Platì a Bolzano abbia reinvestito i proventi delle presunte attività criminali, ma sono i nomi degli arrestati più giovani a suggerire un indizio.

Uno degli arrestati, un giovane classe 1988 nato a Bolzano che vanta un cognome importante nel mondo della ‘ndrangheta, aveva un ruolo marginale, faceva da autista a Sergi e gli nascondeva una pistola. Eppure, IrpiMedia ha verificato come il ragazzo sia titolare dell’impresa “I frutti della Calabria” che a Bolzano movimenta frutta e verdura fresca. Proprio il tipo di attività commerciale che il gruppo di Sergi avrebbe utilizzato almeno una volta per muovere un carico di droga. Il ragazzo sui social è “amico” di un altro giovanissimo arrestato in Freeland, titolare di un’impresa di lavori elettrici ed energie rinnovabili attiva tra Bolzano e la Calabria e un frantoio di olio d’oliva nella Piana di Gioia Tauro.

Al momento le indagini non hanno chiarito se le imprese degli arrestati fossero una copertura per altre attività, ma la storia scritta da altri procedimenti di ‘ndrangheta insegna che sono queste le tecniche predilette per muovere i carichi di droga e per riciclare i proventi. I due giovani, tramite i loro legali, hanno dichiarato di volere «attendere gli interrogatori» prima di rilasciare commenti sulla linea difensiva.

«Con l’operazione Freeland ci siamo detti: vuoi vedere che ci volevano questi venti arresti per poter parlare di mafie, nonostante abbiamo a che fare con persone che operavano in regione dagli anni ‘90?», dice a IrpiMedia Chiara Simoncelli, referente di Libera Trentino-Alto Adige. «Ci auguriamo che questa operazione contribuisca anche alla nascita di una nuova consapevolezza, ad un cambiamento culturale. Perchè in Trentino Alto-Adige sembra quasi un’onta parlare di mafie sul nostro territorio».

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi Margherita Bettoni

Editing

Giulio Rubino