Il silenzio delle chiese pentecostali sulla tratta delle donne nigeriane

Il silenzio delle chiese pentecostali sulla tratta delle donne nigeriane

Alice Facchini

«I’m gonna praise the Lord. The devil cannot stop me. I’m gonna praise the Lord, in every situation. In the wilderness, in the prison-yard. I’m gonna praise the Lord for his faithfulness, alleluja». [«Prego Dio. Il diavolo non può fermarmi. Prego Dio in ogni situazione. In mezzo alla natura, nel cortile di una prigione. Prego Dio per la sua fedeltà, alleluja»]

Le casse a tutto volume sparano fuori la voce di quattro coriste, mentre il basso elettrico, la tastiera e la batteria accompagnano la preghiera con sonorità rock. Dentro la chiesa pentecostale, uno stanzone ricoperto di drappi azzurri e addobbi natalizi, ci saranno 40 gradi, ma il pastore non si scompone nel suo completo con giacca, doppiopetto e scarpe di vernice. Mentre il pubblico balla tra le sedie in plastica bianca, lui si inginocchia a terra, alza le braccia al cielo e poi appoggia la fronte sulla sua stola sacra: prega ad alta voce, ma le sue parole sono coperte dai canti. Sale sul palco solo nel momento dell’omelia: al microfono legge e commenta la Bibbia, mentre i testi vengono proiettati sul muro dietro di lui. Ricorda alla comunità i propri doveri, gli appuntamenti settimanali, le feste in programma.

Le chiese pentecostali sono un punto di riferimento per la comunità nigeriana. Qui le persone si conoscono, pregano, mangiano insieme, trascorrono il tempo libero. La chiesa è aperta a tutti e la domenica a messa si possono incontrare sia le madame che le prostitute, sfruttatrici e sfruttate, sedute le une vicino alle altre. Alcune chiese hanno un ruolo ambiguo in queste dinamiche: diverse associazioni, esperti e magistrati raccontano di pastori che invitano le ragazze a pagare il loro debito nei confronti delle madame e a non denunciare. Si parla di riunioni della rete criminale che si tengono all’interno degli spazi sacri. Messe dove in prima fila c’è sempre un posto per le madame e i membri dei cosiddetti cult, organizzazioni che operano con modalità simili alle nostre mafie. Chi lavora nel settore affronta l’argomento come se fosse il segreto di Pulcinella, che in realtà tutti conoscono e che quindi segreto non è.

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Le parole della tratta

Madame: Nel contesto della tratta, indica la trafficante che sfrutta le ragazze che vendono prestazioni sessuali. Le madame raccolgono i soldi del debito. Spesso sono state anche loro prostitute. Oga è il corrispettivo maschile delle madame.

Debito: Somma che le vittime di tratta devono restituire alle organizzazioni criminali per pagare il loro viaggio in Europa. Per estinguere il debito, le vittime sono costrette a prostituirsi oppure a spacciare. Se non lo fanno, le organizzazioni minacciano ritorsioni nei confronti della famiglia di origine.

Native doctor: È uno sciamano che sottopone le vittime di tratta a riti voodoo (juju è il termine che usa la comunità nigeriana). Attraverso il juju le ragazze sono costrette a ripagare il loro debito alle madame. È lo strumento di coercizione spirituale alla quale sono sottoposte le ragazze.

Boga: È la persona che accompagna le vittime. È in perenne contatto con i trafficanti e con le madame.

Connection man: È colui che organizza i viaggi dalla Nigeria all’Italia, il più delle volte passando dalla Libia. L’imbarcazione con la quale le donne sono costrette ad attraversare il Mediterraneo è chiamata la palapa.

Connection House: È il termine attraverso cui le vittime di tratta definiscono i bordelli dove sono costrette a prostituirsi. Si trovano principalmente in Libia, ma ne esistono anche in alcuni ghetti italiani.

Non tutte le chiese però sono uguali: ci sono anche pastori pentecostali che denunciano le attività delle organizzazioni criminali nigeriane e aiutano le ragazze a uscire dalla tratta. È anche grazie ad alcuni di loro che sono stati arrestati criminali appartenenti ai cult o alla rete del traffico di esseri umani. Negli ultimi anni, in Italia la lotta alla tratta ha ottenuto diversi risultati, in particolar modo grazie a una strategia di contrasto “multiagenzia” che vede la collaborazione degli enti antitratta e delle reti del territorio nelle indagini: molti criminali sono stati arrestati, e le forze dell’ordine hanno oggi una conoscenza più profonda di come funziona il traffico. Ma c’è una sfera che resta ancora poco conosciuta: proprio quella che riguarda il ruolo delle chiese.

«I am a winner all the time. I am a success not a failure. I am a victor not a victim, I am the head and not the tail. Jesus is a winner man, Jesus is a winner. He’s a winner man all the time» [«Sono sempre un vincitore. Sono un successo, non un fallimento. Sono un vincente, non una vittima. Sono la testa, non la coda. Gesù è un uomo che vince, Gesù è un vincitore. È sempre un vincitore»].

La messa è finita, i fedeli si radunano fuori dalla chiesa. È il compleanno di un bambino della comunità, i palloncini vengono appesi per addobbare il cortile, mentre su un grosso vassoio vengono portate due grandi torte ricoperte di pasta di zucchero coloratissima. «Per un periodo sono stata lontana dalla chiesa, poi pian piano mi sono riavvicinata», racconta a bassa voce la madre del bambino festeggiato. «Non tutte le chiese sono uguali: ho sentito pastori che durante l’omelia dicevano pubblicamente “Onorate i vostri debiti”, indirizzandosi implicitamente alle donne costrette a prostituirsi. Alla fine ho comunque scelto di ritornare qui, perché è qui che trovo speranza e famiglia, anche se so che le contraddizioni sono tante».

Una zona grigia che sfugge alle indagini della magistratura

In Italia, diverse inchieste della magistratura hanno fatto luce sulle confraternite nigeriane, i cosiddetti cult: da Torino a Catania, passando per Brescia, Bologna, L’Aquila, Castel Volturno, Palermo, molti membri sono stati condannati per diversi reati, in particolare legati al traffico di droga. Spesso è stato riconosciuta l’aggravante prevista dall’articolo 416-bis del codice penale, l’associazione di tipo mafioso.

Il nostro Paese è quello che più di tutti in Europa ha perseguito le confraternite nigeriane, proprio grazie al suo ordinamento che prevede degli strumenti speciali nella lotta alle organizzazioni mafiose. E anche altri criminali nigeriani, che agivano in maniera autonoma o in gruppi, ma senza essere affiliati a una rete così ampia e strutturata, sono stati arrestati per aver preso parte al traffico di esseri umani o allo sfruttamento sessuale. Quello che manca però è un’indagine sulle chiese e sul ruolo di alcuni pastori.

«Non è mai stata fatta un’inchiesta specifica sul rapporto tra chiese pentecostali e organizzazioni criminali nigeriane – spiega il magistrato Stefano Orsi, già pm della Direzione distrettuale antimafia, poi passato alla Procura generale della Corte d’appello di Bologna -. Questo perché è un tema molto delicato, che tocca diversi aspetti spinosi».

Fedeli durante una preghiera presso la chiesa pentecostale Salvation Ministries a Port Harcourt (Nigeria) nel febbraio 2019 - Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty
Fedeli durante una preghiera presso la chiesa pentecostale Salvation Ministries a Port Harcourt (Nigeria) nel febbraio 2019 – Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty

Orsi spiega che la mafia nigeriana è molto pervasiva: si infiltra in tutte le strutture sociali, e quindi anche nelle chiese. «Nelle comunità nigeriane all’estero, le organizzazioni criminali provano a ricreare la stessa rete che avevano costituito in Nigeria – continua -. Nelle indagini, abbiamo riscontrato più volte che i soggetti affiliati si ritrovassero nelle chiese per fare le proprie riunioni. Spesso i pastori provano a convincere le ragazze sfruttate a non sporgere denuncia, o comunque a trovare un punto d’incontro con la madame senza arrivare alla rottura. C’è una situazione di estrema contiguità, che fa pensare. Non mi sentirei di affermare che la mafia nigeriana non ha le mani nella chiesa, ma al momento non ci sono prove per dimostrarlo».

Anche la procuratrice del Tribunale di Catania Lina Trovato, che ha indagato a lungo sul fenomeno della tratta, parla di uno «scarto tra la statistica giudiziaria e la reale entità del fenomeno»: «In numerose attività di indagine è emerso il coinvolgimento dei pastori nel reclutamento delle ragazze in Nigeria: i pastori mettono in contatto le ragazze con la madame e percepiscono un corrispettivo», racconta Trovato. «Le ragazze vedono il pastore come una buona persona – aggiunge -, si fidano e così entrano nella rete: lo abbiamo riscontrato varie volte dalle intercettazioni ma anche dalle testimonianze di alcune vittime. Nonostante questo, l’estrema difficoltà nell’identificare questi soggetti che agiscono all’estero non consente di perseguirli».

In altri Paesi, alcuni pastori sono stati processati per aver messo in contatto le ragazze che frequentavano la loro chiesa con le madame. In Nigeria, il pastore Endurance Ehioze è stato arrestato nel 2017 dalla polizia di Edo State per il presunto coinvolgimento nel traffico di ragazze in Russia. Nello stesso anno in Sudafrica il pastore nigeriano Timothy Omotoso è stato accusato di traffico di esseri umani, stupro e racket, e ora è in attesa della sentenza della Corte suprema d’appello. Su di lui pendono quasi cento capi d’accusa. In Francia, nel 2019 il pastore nigeriano Stanley Omoregie è stato processato per aver trafficato sette ragazze tra i 17 e i 38 anni: è accusato di sfruttamento della prostituzione aggravata e schiavitù.

Anche in Italia, spiega Trovato, ci si chiede se ci sia un coinvolgimento da parte di alcuni pastori: «A noi non sono mai pervenute denunce di pastori sulla tratta, e questo già è un dato – dice -. Si può ipotizzare che per loro quello che accade sia normale: la madame ha anticipato i soldi, e ora la ragazza deve ripagare il debito. Quello che è certo è che le chiese pentecostali rappresentano dei centri di aggregazione importantissimi per la comunità nigeriana, dove vengono accolti tutti: in alcuni è capitato che gli organi minorili dello Stato non dessero il consenso per partecipare alla messa alle ragazze minorenni vittime di tratta, per evitare di esporle a eventuali rischi dovuti all’incontro con certe persone proprio dentro la chiesa».

La struttura delle chiese pentecostali

Le chiese pentecostali fanno parte del vasto gruppo di chiese evangeliche. Il movimento pentecostale è nato all’inizio del Novecento negli Stati Uniti e si è diffuso capillarmente negli anni Sessanta in Africa e, in seguito ai flussi migratori degli ultimi decenni, anche in Europa. Al mondo oggi ci sono più di 640 milioni di fedeli pentecostali: solo in Nigeria si contano più di 500 chiese, alcune delle quali hanno ramificazioni anche in altri Paesi. Nel continente europeo la rete Pentacostal European Fellowship mette insieme 60 movimenti in 37 Paesi.

Per quanto riguarda i nigeriani che vivono in Italia, i pentecostali sono il gruppo maggioritario subito dopo i cattolici. Nel rapporto Immigrati e religioni in Italia, pubblicato dalla fondazione Ismu, si stima che nel nostro Paese ci siano 42 mila nigeriani cattolici, 28 mila evangelici e 26 mila “altri cristiani” (quindi non cattolici né ortodossi, né evangelici, né copti). I pentecostali dovrebbero rientrare nella categoria “evangelici”, ma non si esclude che molti di loro nel sondaggio abbiano scelto l’opzione “altri cristiani” e che dunque le stime non siano precise.

Come nascono le chiese pentecostali? E come si diventa pastori?

Il pentecostalismo è un movimento religioso senza strutture centralizzate: ci sono federazioni di chiese pentecostali diffuse a livello nazionale o mondiale, che coesistono con piccole chiese indipendenti nate a livello locale su spinta di un singolo pastore che ha ricevuto la chiamata dello spirito santo. I pastori sono figure carismatiche, con una forte leadership e una grande capacità di trascinare la comunità. «In Italia esistono due tipi di chiese pentecostali: quelle che hanno il quartier generale in Africa, che sono come “succursali” di una casa madre, e quelle che nascono spontaneamente da un nuovo pastore che improvvisamente riceve il dono dello spirito santo – spiega Annalisa Butticci, antropologa esperta di religioni e diaspora africana della Georgetown University -. Per ricevere il dono basta un sogno, una premonizione o un evento rivelatore, oppure sentire di avere poteri di guarigione o di premonizione, o ricevere un’investitura ad opera di un altro pastore. Anche le donne possono diventare pastore e aprire una propria chiesa».

Dal punto di vista legislativo, in Italia le chiese pentecostali sono registrate come associazioni che svolgono attività di culto. Questo dà la possibilità di fondarne di nuove – o eventualmente chiuderle – con grande facilità e rapidità. Per finanziarsi, queste chiese ricorrono alle offerte: in particolare, in ambito pentecostale i fedeli sono chiamati a versare “la decima”, ossia un decimo del proprio guadagno. «Ci sono pastori che hanno anche un altro lavoro e che non dipendono dalle offerte, mentre altri contano sulle donazioni per mantenersi», racconta Butticci. «Del resto le chiese pentecostali offrono servizi spirituali ai fedeli, e i fedeli pagano: se guardiamo a questo con una prospettiva occidentale ci può sembrare strano o addirittura scandaloso, ma se contestualizziamo ha senso. Anche nella chiesa cattolica, del resto, si paga per i matrimoni o i funerali: dovrebbe trattarsi solo di un’offerta, ma spesso questa è obbligatoria e ha una base fissa».

Pecore bianche, pecore nere: il ruolo di collante delle chiese pentecostali

La “decima”, l’offerta che viene chiesta nelle chiese pentecostali e che equivale a un decimo del proprio guadagno, lega indissolubilmente la sopravvivenza delle chiese ai propri sovvenzionatori, ossia i fedeli. Alcuni pastori hanno allora un certo interesse ad accogliere anche le madame o i membri dei cult, il cui apporto economico è ben più determinante di quello delle ragazze sfruttate. Oltre a questo, nelle chiese pentecostali vige la concezione protestante del successo economico come segno della grazia divina: detto in parole povere, più sei ricco, più sei benvoluto dal Signore, a prescindere da quale sia la fonte dei tuoi guadagni. Durante la celebrazione, a un certo punto il pastore chiede ai fedeli di portare le proprie offerte all’altare: si tratta di un momento altamente simbolico, in cui le madame o i membri dei cult fanno vedere pubblicamente quanti soldi donano, in modo da mostrare alla comunità il proprio potere.

«Le gerarchie tra madame, boyfriend (sorta di collaboratori delle madame), prostitute ed ex prostitute si riproducono in chiesa in vari modi: nella disposizione spaziale, nell’ostentazione di gioielli o altri segni di ricchezza, nelle modalità di rappresentazione del rapporto con il divino – scrive Ambra Formenti nel suo studio sulle chiese pentecostali a Torino – Le madame, che occupano spesso ruoli di rilievo nei gruppi della chiesa, sono anche quelle che “cadono” più frequentemente (una sorta di svenimento simile a una possessione, ndr), mostrando l’effusione dello spirito santo nei loro corpi. Per le madame il culto è dunque un’occasione per esibire il loro potere, tanto materiale quanto spirituale. Questa esibizione diventa uno strumento di soggezione e di controllo nelle mani delle sfruttatrici, una conferma della loro superiorità nei confronti delle giovani prostitute».

Nelle chiese pentecostali, insomma, la dimensione spirituale e quella economica sono legate indissolubilmente. Allo stesso modo, il patto che lega le donne alla loro madame è di tipo sia monetario, sia rituale: tutto ha inizio in Nigeria, quando la madame offre alla ragazza l’opportunità di emigrare in Europa, promettendo i documenti necessari e organizzando il viaggio. In cambio, la ragazza si impegna a restituire il debito attraverso il denaro guadagnato con il suo lavoro: ad alcune viene raccontato che faranno le parrucchiere, le babysitter, le commesse, ad altre viene detto chiaramente che si prostituiranno. L’acquisto della ragazza spesso avviene con il beneplacito della famiglia, che si impegna insieme alla ragazza a onorare il debito. Per sancire questo accordo viene eseguito un rituale voodoo o juju, che ha origine nei culti africani animisti: una sorta di stregone utilizza capelli, unghie o peli pubici della ragazza per legarla alla sua madame, fino alla restituzione della somma anticipata. Se i soldi non dovessero essere resi, malattie e sfortune colpiranno la donna e i suoi familiari.

«Parlare semplicemente di credulità popolare significa non cogliere l’essenza di questo strumento che, invece, costituisce il mezzo principale usato dalla madame per sottoporre la ragazza a violente pressioni psicologiche», spiega Sergio Nazzaro, giornalista e sociologo esperto di criminalità nigeriana. «Teniamo presente che anche le stesse madame, che spesso in passato sono state a loro volta vittime di tratta, credono nel rito magico: sfruttate e sfruttatrici ritengono che il patto vada onorato se non si vuole attirare l’ira degli dei».

Il rapporto con la madame è ambivalente: quest’ultima è considerata al contempo una sfruttatrice e una donna più esperta, che proviene dallo stesso percorso, a cui si devono rispetto e riconoscenza perché comunque offre protezione e un’opportunità di arricchirsi. «I riti sono parte di una cultura, e in sé non sono necessariamente violenti o malvagi – afferma Nazzaro -. Sono le organizzazioni criminali che fanno leva sulle credenze delle persone per perseguire i propri obiettivi, piegando i riti alle logiche dello sfruttamento».

Un momento di preghiera presso la chiesa pentecostale Salvation Ministries a Port Harcourt (Nigeria) nel febbraio 2019 - Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty
Un momento di preghiera presso la chiesa pentecostale Salvation Ministries a Port Harcourt (Nigeria) nel febbraio 2019 – Foto: Yasuyoshi Chiba/Getty

I pastori sanno benissimo chi sono le madame e cosa fanno nella vita. Ma non tutti adottano verso di loro lo stesso tipo di atteggiamento. «Un pastore una volta mi disse che lui era lì per accogliere tutti: le pecore bianche e le pecore nere -, racconta Stefania Russello, coordinatrice del progetto Maddalena della Casa dei giovani di Palermo, che fa parte della rete nazionale antitratta -. Io accompagnavo una ragazza che era entrata in un percorso protetto: il pastore mi disse che non avevo nessun diritto di consigliarle di non frequentare più la chiesa solo perché lì c’era anche la sua madame. Successivamente offrì un lavoro alla ragazza, e alla fine lei lasciò il nostro percorso. Adesso quella chiesa non esiste più».

Pastori contro la tratta

Ci sono anche chiese che aiutano le donne a denunciare le proprie sfruttatrici e a uscire dalla rete, mettendole in contatto con le associazioni antitratta. Nella memoria di una vittima, consegnata alla Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, si legge ad esempio: «La richiedente nigeriana U. racconta che frequentava abitualmente la chiesa che si trova vicino la stazione di Palermo e di avere proprio qui subìto un’aggressione da quella che poi si sarebbe esplicitata essere la sua madame, da parte del fratello di quest’ultima. Da qualche tempo la ragazza, che risiedeva in un centro per minori a Palermo, riceveva telefonate minatorie da parte di un uomo che solo successivamente capisce di conoscere in quanto frequentavano la stessa chiesa. U. e le amiche cercano di risolvere la questione chiedendo l’aiuto del pastore della chiesa, ma l’intromissione di quest’ultimo causa una reazione di grande collera dell’uomo e della madame, che sfocia in un’aggressione all’interno della chiesa a spese di U., che viene brutalmente pestata. A seguito di quanto successo, U. e il pastore denunciano gli aggressori. La donna non viene fermata perché in stato di gravidanza, il fratello si rende irreperibile».

E poi c’è chi ha avuto un’esperienza personale di sfruttamento, che sceglie coraggiosamente di portare la propria testimonianza in chiesa per fare sensibilizzazione: «Tante volte durante la messa ho raccontato la mia storia: anche io avevo una madame, anche io mi sono dovuta prostituire, anche io sono stata picchiata e minacciata – racconta Princess Okokon, ex vittima di tratta, oggi pastora pentecostale della chiesa Liberation foundation international ministry di Asti -. Alla fine mi sono ribellata e ho denunciato: sono l’esempio vivente che si può sopravvivere anche senza aver pagato il proprio debito. Durante l’omelia, dico esplicitamente di non trafficare esseri umani e di non fare attività illecite: le madame si innervosiscono e se ne vanno, ma a me non interessa. Nella mia chiesa organizzo anche le deliverance, riti che liberano le ragazze dagli spiriti del male, rompendo il giuramento con la madame».

Nel 1999 Princess Okokon, dopo aver denunciato la sua madame (poi condannata a quattro anni di carcere), ha fondato l’associazione Piam Asti, che assiste le ragazze vittime di tratta: oggi lavora come mediatrice per aiutarle a uscire dalla rete. «Insieme all’associazione, anche la chiesa ha un ruolo fondamentale di sostegno, soprattutto dal punto di vista spirituale – racconta -. Ho ricevuto tante minacce per quello che faccio, ma io ho fede in Dio, mi sento protetta: non ho paura perché ho in me il potere di Cristo».

La “zona grigia” delle chiese in Grecia

di Kostas Koukoumakas

La “zona grigia” che riguarda il ruolo dei pastori e delle Chiese non esiste solo in Italia. Anche in Grecia sono state riscontrate dinamiche simili: «Le vittime di tratta che sono arrivate in Grecia ci hanno raccontato che in alcune chiese locali, principalmente protestanti e per lo più nelle chiese nazionali collegate ai Paesi di origine, si trovavano persone che reclutavano o sfruttavano giovani donne», spiega Dimitris Kontoudis, responsabile della formazione di A21, organizzazione con sede a Salonicco che da anni supporta le vittime di tratta.

«Solo in un’intervista è stato menzionato un pastore con nome e cognome – continua Kontoudis -. Con il consenso delle vittime, le informazioni sono state trasmesse al Dipartimento antitratta della polizia. Sfortunatamente, però, non sono state confermate». A21 ha condiviso due testimonianze di vittime di tratta che sono rivelatrici: le interviste sono state condotte nel 2018 e nel 2019, quando le vittime hanno ricevuto sostegno dall’organizzazione.

Faith, originaria del Ghana (il nome della donna e il Paese sono stati modificati, per proteggere l’identità della vittima), ha perso suo marito ed è stata costretta a sposare il fratello di lui, un uomo estremamente violento, che la maltrattava. Un giorno lascia i suoi figli a casa di alcuni parenti e visita una chiesa protestante in una città vicina: è lì che una donna che frequenta la stessa chiesa le offre un lavoro in un Paese mediorientale, dicendo che può pagarle il viaggio e provvedere al rilascio dei documenti. Sul volo aereo, Faith incontra altre quattro ragazze che aveva conosciuto in chiesa. Arrivate in Grecia, un uomo va a prenderle all’aeroporto e prende i loro passaporti, con la scusa di voler procedere con la pratica di rilascio del permesso di lavoro. Le porta in una casa di tre piani, dove ognuna viene rinchiusa in una stanza: è in quel momento che Faith si rende conto di essere stata venduta a un trafficante. Viene poi costretta a prostituirsi: ci sono volte un cui ha anche trenta clienti al giorno. Qualche volta, il pasto consiste solamente in latte e caramelle. Alla fine Faith riesce a scappare, anche grazie all’aiuto di un cliente che vuole liberarla.

Poi c’è Marie (nome e origine di fantasia), dal Camerun, aveva solo 15 anni quando è stata costretta a sposare un uomo molto più anziano, che abusava di lei. A 25 anni decide di scappare e trova rifugio nel centro di accoglienza di una chiesa cattolica. Un uomo che lavorava lì le dice che può aiutarla a lasciare il Paese, dato che aveva alcuni conoscenti in Turchia. La accompagna all’Autorità per il rilascio del passaporto e del visto, e vanno insieme a Istanbul. Marie si trova con altre donne in un appartamento sotterraneo. Le hanno rubato i documenti. L’uomo nel frattempo è scomparso, lasciandola con altri che le chiedono di ripagare il debito. La chiudono in una stanza, dove resta per tre mesi: quando rifiuta di prostituirsi, la picchiano e la minacciano. Un giorno Marie scappa insieme a un’altra donna.

Il futuro della lotta alla tratta

Come abbiamo visto, i numeri delle vittime di tratta in Italia si sono molto ridotti negli ultimi anni. Da un lato c’è stata la pandemia, dall’altro il calo degli sbarchi e i risultati delle indagini giudiziarie su alcuni gruppi criminali. Queste circostanze hanno avuto delle conseguenze in particolare sulla tratta delle donne nigeriane.

La pandemia ha comportato anche la chiusura di diverse chiese pentecostali: celebrare le funzioni era diventato sempre più complesso a causa delle disposizioni sanitarie, che si sommavano alle difficoltà economiche dovute al blocco delle attività. Molte chiese non riuscivano più a pagare l’affitto degli spazi e così hanno chiuso o si sono trasferite. L’emblema di questa tendenza è la città di Castel Volturno, in provincia di Caserta, dove ha sede una delle più grandi comunità di nigeriani d’Italia, che fino a pochi anni fa ospitava più di 40 chiese pentecostali. «Oggi ne sono rimaste pochissime – racconta Vincenzo Ammaliato, giornalista de Il Mattino -. Parallelamente, non ci sono più ragazze per strada. Viene spontaneo pensare che le due cose vadano insieme».

Quello che manca oggi per essere più efficaci nel contrasto alla tratta di esseri umani è una rete che metta in collegamento i soggetti che si sono occupati negli anni, a vario titolo, di contrastare i gruppi criminali nigeriani, per mettere insieme le informazioni a disposizione e per coordinare le indagini future. Questo servirebbe anche a fare luce su questioni ancora poco conosciute, come il legame tra alcune chiese pentecostali e questi gruppi criminali.

«La mafia nigeriana è la quinta più potente al mondo, ma ancora si conosce pochissimo – conclude Fabrizio Lotito, che è stato coordinatore della Squadra anti tratta di Torino e che oggi è consulente del comitato Mafie straniere in Commissione parlamentare antimafia -. L’Europa sta chiedendo di realizzare una raccolta dati e istituire un osservatorio, ma siamo ancora indietro. È un fenomeno molto fluido, che cambia velocemente: bisogna riuscire a mettere insieme le informazioni, valutarle, compararle, e trarre le dovute valutazioni, se vogliamo combattere efficacemente queste organizzazioni. È necessario costituire un gruppo specializzato con il compito di seguire queste attività criminose, altrimenti basta che passino pochi mesi e ogni volta le indagini devono ricominciare da capo».

CREDITI

Autori

Alice Facchini

Hanno collaborato

Kostas Koukoumakas

Elena Ledda

In partnership con

News 24/7 (Grecia)

El Pais (Spagna)

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto di copertina

Un momento di preghiera presso la chiesa pentecostale Salvation Ministries a Port Harcourt (Nigeria) nel febbraio 2019
(Yasuyoshi Chiba/Getty)

Con il sostegno di

Freepress Unlimited

Come cambia la tratta delle donne dalla Nigeria

29 Luglio 2022 | di Antonella Mautone

Inumeri delle persone costrette a vendere sesso per strada sono in calo. Eppure dietro questa notizia positiva ci potrebbero essere delle nuove forme di sfruttamento. «Questo è un momento di passaggio – sostiene Gianfranco Della Valle, responsabile del Numero verde antitratta, un servizio messo in piedi dal Dipartimento delle pari opportunità per aiutare le vittime di sfruttamento sessuale o lavorativo -. La tratta sta cambiando». Vengono soprattutto dalla Nigeria le sex worker costrette a vendere il loro corpo in Italia. Sono tra coloro che sono sempre meno visibili in strada: «Alcune iniziano a prostituirsi in appartamento – spiega Della Valle -. ma non abbiamo dati reali del fenomeno».

Per la maggior parte si tratta di donne già arrivate da tempo in Italia, che faticano a regolarizzarsi. Gli operatori sentono sempre più di frequente che alcune di loro sono costrette anche a vendere droga, soprattutto al nord Italia. Anche i risultati positivi ottenuti dalla magistratura potrebbero nascondere qualche effetto collaterale: «A fine 2019 nel territorio di nostra pertinenza ci sono state numerose operazioni di polizia che hanno colpito la criminalità nigeriana – racconta Lina Trovato, sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia a Catania, da anni impegnata nella lotta alla tratta -. Da quel momento abbiamo notato una diminuzione di ragazze e, a inizio 2020, la totale assenza di minori in strada. Questo ci fa pensare che il timore di un’azione giudiziaria troppo aggressiva abbia portato le organizzazioni a “spostare” le ragazze”».

La procuratrice ipotizza che le donne che gestiscono i guadagni delle prostitute, le madame, «abbiano deciso di abbandonare le ragazze in Libia» perché non riuscivano a organizzare il viaggio. Lo sfruttamento che non si vede in Italia potrebbe quindi essersi fermato sulle coste libiche.

Le parole della tratta

Madame: Nel contesto della tratta, indica la trafficante che sfrutta le ragazze che vendono prestazioni sessuali. Le madame raccolgono i soldi del debito. Spesso sono state anche loro prostitute. Oga è il corrispettivo maschile delle madame.

Debito: Somma che le vittime di tratta devono restituire alle organizzazioni criminali per pagare il loro viaggio in Europa. Per estinguere il debito, le vittime sono costrette a prostituirsi oppure a spacciare. Se non lo fanno, le organizzazioni minacciano ritorsioni nei confronti della famiglia di origine.

Native doctor: È uno sciamano che sottopone le vittime di tratta a riti voodoo (juju è il termine che usa la comunità nigeriana). Attraverso il juju le ragazze sono costrette a ripagare il loro debito alle madame. È lo strumento di coercizione spirituale alla quale sono sottoposte le ragazze.

Boga: È la persona che accompagna le vittime. È in perenne contatto con i trafficanti e con le madame.

Connection man: È colui che organizza i viaggi dalla Nigeria all’Italia, il più delle volte passando dalla Libia. L’imbarcazione con la quale le donne sono costrette ad attraversare il Mediterraneo è chiamata la palapa.

Connection House: È il termine attraverso cui le vittime di tratta definiscono i bordelli dove sono costrette a prostituirsi. Si trovano principalmente in Libia, ma ne esistono anche in alcuni ghetti italiani.

Le “organizzazioni”

Sono ipotesi, perché sono ancora molti i lati poco conosciuti della tratta delle schiave sessuali dalla Nigeria. Il mercato è appannaggio sia di organizzazioni di piccole dimensioni, sia di strutture criminali che sono state condannate in Italia con l’aggravante mafiosa. Questi gruppi criminali organizzati in Nigeria si chiamano cult.

«Normalmente – spiega la pm della procura antimafia di Catania Lina Trovato – la prostituzione è gestita da una o due persone in concorso, oppure da piccole associazioni criminali che prendono una ragazza e dalla Nigeria la fanno arrivare qui».

I cult, invece, commettono una serie di reati «concernenti soprattutto il traffico di stupefacenti nel nord Italia – specifica Trovato -. Questo non vuol dire che il cultismo non abbia nulla a che fare con la tratta, ma non è lo scopo principale dell’associazione: capita talvolta che ci siano membri dei cult che abbiano una fidanzata vittima di tratta o che siano sposati con una madame, oppure gestendo una connection house (bordello, vedi box) in Libia, la mafia nigeriana chieda alle madame di pagare una percentuale sui guadagni».

“Mafia nigeriana” è una categoria molto strumentalizzata dal punto di vista politico, tanto è vero che Giorgia Meloni, insieme allo psichiatra Alessandro Meluzzi e a Valentina Mercurio, l’ha usata come titolo di un libro: Mafia nigeriana. Origini, rituali, crimini. L’argomento ricorre di frequente nei comizi del suo partito Fratelli d’Italia e della Lega. Al netto della propaganda sull’invasione dei migranti, però, è un fatto che i tribunali italiani riconoscano l’aggravante del metodo mafioso per alcuni cult nigeriani.

Uno dei più potenti in Italia è la Black Axe. Secondo un’inchiesta di BBC Africa Eye, nasce all’interno del Neo Black Movement of Africa (NBM), movimento studentesco formatosi all’Università di Benin negli anni Settanta. In origine si trattava puramente di una formazione anti-aparthaid che voleva combattere ogni forma di sfruttamento. Il simbolo è tutt’oggi una catena spezzata da un’ascia nera. Il movimento ha smentito ogni collegamento con le attività criminali degli affiliati ai Black Axe. Nonostante le prese di posizione contro la violenza, il movimento universitario è tuttavia ritenuto assimilabile alla Black Axe dagli inquirenti statunitensi, canadesi e sudafricani e dall’Interpol.

In Italia, scrive il Ministero dell’interno in un focus del 2021, ci sono stati 154 cittadini nigeriani segnalati per 416 bis contro 28 nell’anno precedente. L’esito giudiziario di questi processi con l’aggravante del metodo mafioso non è tuttavia scontato.

A Palermo a seguito di un’operazione del 2016 sono scaturiti due processi: nel filone ordinario, il 416 bis è decaduto; in quello abbreviato, su 14 imputati, dodici sono stati condannati in appello. Nella sentenza di condanna di primo grado, che risale al 2018, si legge che l’organizzazione ha «interessi solo nel settore della prostituzione o dello smercio di sostanze stupefacenti, nell’ambito del quale poteva vantare i giusti canali di approvvigionamento grazie alla rete dei connazionali sparsi in tutta Europa, ed era altresì disposta ad assumersi il maggior rischio di andare incontro a conseguenze giudiziarie». Ma la situazione oggi sembra essere diversa da quella fotografata dalla sentenza di allora.

Il calo degli sbarchi

I dati del monitoraggio nazionale fatto dal Numero verde antitratta, il cui dipartimento dipende direttamente dalla Presidenza del Consiglio, dicono che nel maggio 2017 le persone presenti in strada in orario notturno erano 3.178, mentre a giugno 2021 ne sono state segnalate “solo” 1.623. Sotto la voce “Africa” al 90% si parla della nazionalità nigeriana. Sotto la voce “Europa” al 50% sono rumene, 25- 30% albanesi, e il resto bulgare. Secondo il Ministero della Giustizia anche le denunce per lo sfruttamento della prostituzione sono passate da 1.761 del 2015 a 524 nel 2019.

L’ultimo rapporto del Servizio analisi criminali del Viminale ha evidenziato che ancora «le nazionalità più attive nella tratta degli esseri umani sono quella nigeriana, seguita da quella romena, italiana e albanese». Il Ministero delle Pari opportunità registra nel 2020 (il dato più recente) 1.475 donne nigeriane assistite dagli operatori del servizio antitratta, il 72,3% del totale.

Prima del 2014, le vittime di tratta nigeriane arrivavano in Italia principalmente via aereo. Poi hanno cominciato ad arrivare con i barconi: tra il 2014 e il 2016, il numero è cresciuto esponenzialmente (+600%). Tra il 2015 e il 2017 ne sono arrivate oltre 22 mila, poi, dopo il 2017, meno di 500. «Se vediamo meno donne dell’est in strada, si può pensare che una volta rimaste in Italia siano passate all’indoor – spiega Gianfranco Della Valle, responsabile del Numero verde antitratta -. Per le nigeriane è diverso: non ne arrivano più».

Il motivo principale è legato alla generale riduzione degli sbarchi: dopo i numeri del 2016 (181.000) e del 2017 (119.310), c’è stato un netto calo di arrivi in Italia che ha toccato il minimo con 11.471 migranti nel 2019. Stesso andamento per gli ingressi delle vittime di tratta nigeriane: il picco di entrate è stato registrato nel 2016, con 11.000 ingressi, per poi passare a 5.400 nel 2017, 324 nel 2018, 41 nel 2019, 82 nel 2020, e 215 nel 2021 (dati del Numero verde antitratta).

Poi c’è la pandemia, che ha avuto delle conseguenze su tutto il mercato del sesso a pagamento. Luca Scopetti lavora per Parsec, una cooperativa romana che da circa trent’anni si occupa di contrastare i fenomeni delle dipendenze e della tratta di esseri umani: «Quando il virus ha iniziato a diffondersi, la maggioranza delle donne rumene è rientrata a casa – racconta – mentre le altre non erano presenti in strada, rendendo più difficile per gli operatori contattarle e cercare di favorire, per chi volesse, eventuali fuoriuscite».

Dalla strada alle piazze di spaccio

«Da quando ho iniziato a occuparmi di tratta, circa venti anni fa, sono cambiate molte cose per le ragazze», racconta Elizabeth, mediatrice nigeriana che in Veneto lavora con le vittime del mercato dello sfruttamento, sue connazionali. Ricorda il caso di una ragazza arrivata a Roma nel 2015: «Per pagare il debito dovuto alle organizzazioni criminali che minacciavano la sua famiglia, ha iniziato a trasportare droga fino a Padova, dove la polizia l’ha beccata. Aveva ventitré anni».

Il “debito” (vedi box) è ciò che lega la vittima ai propri sfruttatori: fino a che non si estingue, la persona trafficata avrà il timore che i criminali possano rivalersi sulla propria famiglia di origine, a casa. Solo una piccola parte è quanto serve davvero per il viaggio, il resto arricchisce i criminali. Al debito economico, si aggiunge anche il juju, un rito particolare che soggioga le vittime di tratta anche sul piano psicologico (vedi box). Agli inizi degli anni Novanta, quando il viaggio era principalmente via aereo, il debito era anche di 60-75 mila euro, mentre nel 2015-2016, quando sono diventate più comuni le traversate via mare, si è abbassato a 25-35 mila. A volte il legame non si spezza nemmeno quando è stato ripagato, perché oltre a quello economico le vittime sono sottoposte a un giogo spirituale, sancito attraverso dei riti particolari. Per pagare il debito, quindi, si comincia a lavorare. Prima la merce pressoché esclusiva delle donne era il sesso, ora sono costrette anche a vendere droga, con nuovi rischi.

«Le organizzazioni criminali – aggiunge Gianfranco Della Valle – chiedono alle ragazze di continuare a guadagnare, non più prostituendosi, ma trasportando qualsiasi tipo di droga». Eroina, cocaina ma anche il Tramadol, un anestetico inserito nella lista delle sostanze psicotrope che la Nigeria importa dal mercato asiatico o produce clandestinamente, costa poco ed è usato per “sballarsi” dai giovani e nelle periferie di Lagos. Il suo abuso provoca euforia, inibisce stanchezza e fame, per questo molte ragazze lo assumono anche prima di intraprendere il viaggio che le porterà qui. «In Italia le ragazze acquistano il Tramadol online e lo vendono al minuto, alcune ne rimangono schiave per sempre», conferma Elizabeth, la mediatrice culturale.

Il trasporto della droga – che ha come destinazione principale l’Italia settentrionale – può diventare in alcuni casi lo strumento per saldare il debito. Questo fenomeno, secondo Della Valle, è diventato sempre più evidente con la pandemia, che ha reso più difficile la prostituzione di strada. «Le ragazze – afferma il responsabile del numero verde antitratta – vengono usate per azioni per cui rischiano molto di più dal punto di vista penale». Della Valle sottolinea che secondo i dati delle direzioni distrettuali antimafia, tra il 2019 e il 2020 le rimesse economiche che dall’Italia vanno in Nigeria si sono quadruplicate. Ritiene che le stesse organizzazioni abbiano portato in Italia anche giovani uomini, anche loro con un proprio debito da estinguere, di solito intorno ai 15 mila euro. Questi sono poi finiti nelle piazze di spaccio, dove oggi si trovano anche ragazze vittime di tratta.

«La mafia nigeriana – prosegue Della Valle – è stata etichettata come quella delle tre “d”: donne, denaro e droga. Il viaggio fino all’Italia secondo alcuni studi non è mai costato più di 3-4 mila euro. Il resto del debito è guadagno netto per l’organizzazione».

La crisi dell’articolo 18

Secondo Della Valle, il sistema di contrasto alle organizzazioni criminali dedite alla tratta – nonostante il recente calo dei numeri delle persone in strada – è molto in difficoltà. Il sistema in Italia è fondato sull’applicazione dell’articolo 18 del testo unico dell’immigrazione promulgato nel 1998. Prevede per le vittime il rilascio del permesso «per protezione sociale» valido sei mesi, rinnovabili per altri dodici e convertibile in un permesso per lavoro. La vittima lo ottiene quando collabora con la polizia denunciando i propri sfruttatori. La gestione di questo tipo di documenti è in carico al Dipartimento delle pari opportunità che dipende dalla Presidenza del consiglio. Gianfranco Della Valle lo ritiene l’unico strumento davvero valido per incentivare le denunce delle vittime.

Al contrario, però, come ogni altro migrante le donne nigeriane vittime di tratta possono ottenere una forma di protezione anche partecipando al normale percorso di richiesta di asilo, che non prevede segnalazioni in merito ai propri aguzzini. Questo sistema è in carico al ministero dell’Interno e può finire o con un diniego oppure con l’approvazione di una forma di protezione internazionale: l’asilo politico, la protezione sussidiaria oppure quella umanitaria, che viene concessa con maggiore facilità perché dura solo un anno.

Il sistema della protezione internazionale, spiega Della Valle, è diventato sempre più importante a partire dal 2015, cioè dal momento in cui sono aumentati gli sbarchi. Così il sistema è andato in difficoltà: è previsto infatti che la domanda di asilo possa essere fatta subito dopo lo sbarco. Le Commissioni territoriali, gli organismi che dipendono dal ministero dell’Interno ai quali spetta valutare le richieste di asilo politico, hanno sentito spesso dalle ragazze storie di sfruttamento, eppure solo il 7% di queste è entrato nel sistema di protezione sociale ideato in origine per le vittime di tratta.

Durante il periodo di attesa per il verdetto, che in media tra il 2015 e il 2019 durava di solito due anni, le vittime di tratta si trovano in centri di accoglienza con gli altri richiedenti asilo, senza particolari sistemi di protezione. Così capita molto di frequente che le vittime continuino a prostituirsi per ripagare il debito.

«L’articolo 18 è andato in crisi nella misura in cui la maggior parte delle persone otteneva la protezione internazionale – afferma Della Valle, lapidario -. Mettiamo sotto protezione chi è vittima di tratta, indipendentemente dal fatto che queste persone denuncino chi le sfrutta, eliminando così la possibilità di colpire le organizzazioni criminali».

When Mohammed Bello Adoke telephoned JP Morgan

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When Mohammed Bello Adoke telephoned JP Morgan

September 28, 2021

Lorenzo Bagnoli

An internal email exchange between anti-money laundering officers at JP Morgan Chase (JPMC) bank records that a “Mr Adoke”, described in the email as “the former Nigerian Minister of Justice and Attorney General”, sought to transfer $1,092,015,000 from a Federal Government of Nigeria (FGN) account, held with the London branch of JPMC, even though he was not a Minister at the time. JPMC refused to act on the transfer proposal.

The funds were held in an account set up by the FGN to receive funds from oil multinationals Shell and Eni as part of the deal through which the companies acquired the licence to the controversial OPL 245 oil block in Nigeria in 2011. The funds were ultimately transferred by officials of the FGN to Malabu Oil and Gas, the company that previously held the licence. Malabu is controlled by convicted money launderer Dan Etete who awarded the block to the company when he was oil minister.
The JPMC email, dated 24 June 2011, was entered as defense evidence by ENI in its recent trial in Milan on charges of international corruption related to the OPL 245 deal. The Milan court acquitted the company (together with Shell and other defendants) in March 2021. The judgment has been appealed by the Prosecutor and the Federal Republic of Nigeria, which is a party to the case.

The email, entitled “FGN summary of the facts”, was prompted by the failed transfer of $1,092,015,000 from the FGN account to an account at BSI bank in Switzerland held by Petrol Services Ltd, a company close to close to the then Italy’s honorary consul in Nigeria and his Nigerian associates. The transfer was rejected by BSI bank for ‘compliance’ reasons.

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The ‘Adoke’ telephone call

The email gives a detailed chronology of JPMC’s business relationship with the FGN in relation to the account. It was written by Simon Lloyd, JPMC’s Executive Director of Anti-Money Laundering and Sanctions Compliance for Europe, Middle East and Africa. 

Lloyd’s email log records that the Nigerian cabinet, in which Adoke had served as Attorney General, had been dissolved on 30 May 2011, following the results of a general election. A new cabinet was not fully appointed until 2 July 2011. From 30 May to 2 July, Adoke was therefore out of office. Nonetheless, according to Lloyd, JPMC received a telephone call on 20 June 2011 “from Mr Adoke, the former Nigerian Minister of Justice and Attorney General”. At the time, former Attorney General Adoke was a private citizen, not a government official.

Lloyd’s email log records that the Nigerian cabinet, in which Adoke served as Attorney General, had been dissolved on 30 May 2011, following the results of a general election. A new cabinet was not fully appointed until 2 July 2011. In the interim, according to Lloyd, JPMC received a telephone call on 20 June 2011 “from Mr Adoke, the former Nigerian Minister of Justice and Attorney General”. 

The email records: “Adoke states that FGN would like to give JPM another instruction to make payment to a separate account number in another bank. Mr Adoke proposed that in the absence of a serving Minister of Finance, the instructions would come from the permanent secretary of the Ministry of Finance”.

From 30 May to 2 July, Adoke was therefore out of office. Nonetheless, according to Lloyd, JPMC received a telephone call on 20 June 2011 “from Mr Adoke, the former Nigerian Minister of Justice and Attorney General”. At the time, former Attorney General Adoke was a private citizen, not a government official

JPM declined to act on the reported request by “Mr Adoke”. According to Lloyd: “JPM advised that . . . [it] would need to be instructed by the new Minister of Finance as the authorised representative of FGN in the agreement”. Mr Adoke has stated that he was “on holiday abroad as a private citizen” from 29 May 2011-2 July 2011 and “did not have any dealings with official matters on behalf of the Government of the Federation of Nigeria”.

#InEnglish

A forged email?

Adoke’s denial that he acted in an official capacity from 29 May- 2 July 2011 was first made in response to the disclosure of a further email, dated 21 June 2011.

This second email, obtained by the Milan Prosecutor through a Mutual Legal Assistance request to the United Kingdom, was sent from ‘agroupproperties@yahoo.com’ to Bayo Osolake, an employee at JPMC. Attorney General Adoke was in touch with Osalake when the FRN account at JPMC was being set up. 

The email, which was sent a day after the telephone call from a ‘Mr Adoke’ that Lloyd recorded in his log of correspondence, was signed “Mohammed Bello Adoke”.

The Resolution Agreements for the OPL 245 deal were attached to email. In an apparent reference to these attachments, Lloyd’s log records that on 21 June JPMC was provided with “details of the settlement between all the parties” by “the Nigerian office of the Attorney General”, adding: “The details of this settlement are not in the public domain”.

Mr Adoke has vigorously denied sending the 21 June email, which he describes as a forgery.

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In a complaint to the Nigerian Inspector General of Police, Adoke states that he could not have been the author of the email because (in addition to being on holiday on 21 June) the email was signed by ‘Mohammed Bello Adoke’ whereas all of his correspondence “whether physical or electronic are signed off with the suffix SAN” and at no time had he signed off “any document without using his rank in the legal profession”.

Other documentary evidence from the Milan trial reveals that “agroupproperties@yahoo.com” was the email address provided by Nigerian entrepreneur Abubakar Aliyu when he opened an account with First Bank Nigeria for Novel Properties and Development Company Ltd. 

The company is alleged by the Milan Prosecutor to be one of several fronts through which bribes were channelled from the OPL 245 deal to public officials. The Milan judges accepted that more than $500 million were disbursed through Aliyu companies to individuals.

Documentary evidence from the Milan trial reveals that “agroupproperties@yahoo.com” was the email address provided by Nigerian entrepreneur Abubakar Aliyu when he opened an account with First Bank Nigeria for Novel Properties and Development Company Ltd

Milan Judges: Adoke received “a benefit” from OPL 245 funds

In their judgment, the judges in the Milan trial describe the “agroupproperties@yahoo.com” email as confirmation of “the relationship between Minister Adoke and the companies of Alhaj Abubakar Aliyu” – a relationship which is described as proof of “a mixture of economic interests that is serious circumstantial evidence of receipt of benefits from Malabu’s payments”.

Although Adoke has vigorously denied receiving any payments from the OPL 245 deal, the Milan court ruled as a fact that he “is the only one of the three public officials indicated in the indictment as necessary parties to the corrupt agreement to have received a benefit directly deriving from funds from the OPL 245 operation”.

The Milan judges state that Adoke received some $2 million from the deal. The money originated from Aliyu Abubakar and was paid into Adoke’s account though numerous cash payments from Bureaux de Change. 

The judges hypothesize that the payment may have represented legal payments of a prior debt owed by Etete for legal services provided by the former Attorney General when in private practice. 

However, the judges’ hypothesis conflicts with statements made by Adoke through his lawyers. Adoke’s London solicitors Gromyko Amedu have stated: “Our client vigorously denies that he received a bribe of $2.2 million or any other sum on account of the OPL 245 Settlement Agreement”.

Adoke himself has acknowledged that Abubakar repaid a mortgage loan that Adoke was unable to service for a house that he had purchased from Abubakar. 

In his recently published autobiography titled Burden of Service, Adoke states: 

“I approached my bankers seeking a mortgage to buy a house. Alhaji Aliyu Abubakar, a builder and a developer whom I had been acquainted with for a long time, had earlier approached me with an offer to sell me a house for N500 million. The bank, the Chairman of whose Audit Committee I used to be, agreed that I should make an equity contribution of N200 million for a mortgage loan of N500 million that they would extend to me. The mortgage was approved and the payment made directly to the developer, not me. 

“I had hoped to raise the N200 million from the sale of a piece of land I owned in Abuja. However, it turned out that I could not secure a buyer . . .Meanwhile, interest was accumulating on the N300 million loan from the bank . . .

“As I was ruminating over how to sort out the problem, the developer contacted me, offering to return the money paid to him by the bank . . . I suggested Abubakar should approach the bank and offer to pay back the loan since I was unable to sort it out. I asked him to retrieve the title documents which he gave to the bank on receipt of their N300 million.

“All I know beyond that conversation was that he paid off the loan to the bank and retrieved the title documents. I have no inkling of how he paid or how much he paid. I have no idea if he made the payments in dollars, neither do I know if a bureau de change was involved. I merely recall that both the developer and the MD of the bank confirmed to me that the loan had been repaid and that the title documents had been returned. I asked that the bank account be closed. That ended the matter as far as I was concerned.”

Abubakar and Adoke are currently being prosecuted by the Nigerian Economic and Financial Crimes Commission (EFCC) on money laundering and corruption charges related to the OPL 245 deal. Both deny any wrongdoing.

Although the Milan Court dismissed the charges against Eni, Shell and other defendants, it did not rule out the possibility of offences associated with the OPL 245 field having taken place in Nigeria. It ruled, however, that, if this was the case, it was outside of Italian jurisdiction.

Opl 245 Papers
Opl245Papers” is a project led by IrpiMedia which will be online from the first half of October. For the first time the project will provide complete access to the court documents from the OPL245 affair. In Italy the trial, after the prosecution with the charge of international corruption for Eni and Shell managers, ended in the first instance with the acquittal of all the defendants. Now the prosecutor appeal the decision for a second judgement.

The opl 245 affair remains controversial. It does not end with the Italian criminal proceedings, because civil and administrative proceedings are open in the world concerning the same events and in which transactions, mediations and compensation have been defined for some years, complete with sums recovered and returned to countries, governments and entities who claimed to have lost.

CREDITS

Authors

Lorenzo Bagnoli

Infographics

Lorenzo Bodrero

Photos

Jp Morgan

Eni Nigeria: nuove prove sul collettore della tangente

4 Febbraio 2021 | di Lorenzo Bagnoli

Il 3 febbraio i giudici della settima sezione del Tribunale di Milano hanno acquisito due nuovi documenti nell’ambito del processo Opl 245 sulle presunte tangenti per l’aggiudicazione del blocco petrolifero nigeriano da parte di Eni e Shell. Si tratta di due email: una del 21 e l’altra del 23 giugno 2011. La procura sostiene che questi due messaggi aiutino a provare il rapporto tra uno dei destinatari della tangente e due pubblici ufficiali nigeriani incaricati di seguire la pratica per l’assegnazione del blocco petrolifero.

Non è usuale che in una fase così avanzata di un processo si acquisiscano nuovi elementi di prova, ma la Corte ha ritenuto particolarmente rilevante il contenuto delle email prodotte dal pubblico ministero Fabio De Pasquale. Il prossimo 17 marzo i giudici entreranno in camera di Consiglio, e da lì in avanti la sentenza potrebbe arrivare in qualsiasi momento.

I documenti in questione risalgono a un momento particolare dell’intera vicenda Opl 245. Eni, attraverso la sua società controllata in Nigeria Nae, ad aprile 2011 ha pagato il governo nigeriano 1.092 miliardi di dollari, a cui si aggiungono 207 milioni di dollari che Shell aveva depositato dal 2003 per quello che in gergo tecnico si definisce signature agreement. Gli 1.3 miliardi di dollari sono il prezzo stabilito per ottenere la licenza petrolifera Opl 245, una delle più promettenti di tutto il Paese.

L’affare, però, non si è concluso con l’arrivo dei soldi delle compagnie europee al conto nigeriano di JP Morgan di Londra. Dal conto del governo nigeriano, infatti, i soldi devono finire a Malabu Oil and Gas, la società dell’ex ministro del petrolio Dan Etete, proprietaria, a fasi alterne, della licenza Opl 245 dal 1998. Era stato stabilito da un secondo accordo, tra il governo di Abuja e la società petrolifera locale. Eni e Shell hanno detto di non essere a conoscenza del fatto che la destinazione finale della parte pagata da Eni fossero appunto le tasche di Dan Etete. La procura sostiene il contrario e sostiene che queste email aiutino a provarlo.

L’origine sospetta dei soldi

Non è stato semplice far compiere al denaro l’ultima parte del viaggio, da Londra alla Nigeria. Ci son voluti più tentativi. A fine maggio è fallito il primo, il più significativo. I soldi sarebbero dovuti arrivare attraverso una società terza, con sede alle isole Marshall, la Petrol Service diretta Gianfranco Falcioni, console onorario dell’Italia a Port Harcourt (Nigeria) e, all’epoca, sodale dell’imprenditore italo-nigeriano Gabriele Volpi, personaggio che a più riprese entra – come sfondo – all’interno della vicenda Opl 245. Il tentativo è naufragato perché la banca presso cui Petrol Service ha il suo conto, la Banca svizzera italiana di Lugano, considera sospetta l’origine del denaro.

Nella mail del 23 giugno 2011, una delle due ammesse come prova nell’ultima udienza, due funzionari della banca si domandano come uscire da questa situazione. Si definiscono «sospettosi che tali fondi possano essere profitto di corruzione di pubblici ufficiali», però temono anche che la Nigeria – che vuole effettuare questo pagamento – possa rivalersi verso la banca se non si trova una soluzione. Scrivono che non basta nemmeno ottenere il via libera dell’antiriciclaggio inglese, il Soca, perché il semaforo verde è una prassi, non un salvacondotto da possibili conseguenze processuali. Al contrario, Eni ha sottolineato molto l’importanza del via libera del Soca.

Le fasi salienti della vicenda Eni-Shell/OPL245

Gli uomini che risolvono il problema dei soldi bloccati a Londra firmano e ricevono l’altra mail, quella del 21 giugno 2011. Il firmatario è Mohammed Adoke Bello, in quel momento il ministro della Giustizia della Nigeria. Il destinatario, invece, è il predecessore (fino al 2007), Christopher Bajo Oyo. Entrambi secondo la procura si sono dati da fare per accomodare la licenza Opl 245 a Malabu in un primo tempo e poi per fare in modo che si chiudesse quell’accordo con Eni e Shell. Bajo Oyo è prima pubblico ufficiale poi consigliere legale di Malabu, Adoke Bello è il ministro in perenne contatto con gli uomini che gravitano intorno a Malabu. Grazie a una firma del Guardasigilli Adoke Bello, alla fine a Malabu nell’agosto del 2011 arriveranno circa 800 milioni di dollari, a cui se ne aggiungeranno altri 74 due anni dopo. 

Non appena è venuto a conoscenza delle email che la procura di Milano voleva depositare, Adoke Bello in Nigeria ha diramato una nota che accusa i magistrati italiani di aver «fabbricato» delle prove contro di lui. In questo momento sembra sia ancora a Dubai, città dove risiede abitualmente, nonostante abbia dei processi in corso in Nigeria. Ufficialmente doveva curarsi. Paradossalmente, la sua permanenza a Dubai si è prolungata perché sarebbe positivo al coronavirus. Dubai è la città dove ha trovato riparo fino al dicembre 2019, quando sua sponte ha deciso di rientrare in Nigeria dopo che erano stati aperti dei fascicoli a suo carico.

Aliyu Abubakar, chi è il faccendiere accusato di distribuire le mazzette

Al di là dei nomi dei due ex Guardasigilli, quello che colpisce di più nell’email depositata a processo, è che l’account da cui parte il messaggio di Adoke Bello appartiene a una società immobiliare nigeriana, la A Group Properties. Il proprietario si chiama Aliyu Abubakar ed è uno degli imprenditori più inseriti della Nigeria. Compare ancora anche nelle classifiche dei più ricchi. L’email compare come allegato di un procedimento civile in Gran Bretagna in cui il governo della Nigeria chiede alla banca JP Morgan di restituire il denaro che ha versato a Malabu. La procura di Milano ha infatti ottenuto da Londra questi documenti. Secondo quanto si legge nella sentenza britannica, JP Morgan non avrebbe fatto nulla per stabilire se davvero Adoke Bello disponesse dell’account email di A Group Properties.

La più costosa villa della capitale Abuja gli appartiene: ha acquistato il terreno nel 2005, per un miliardo di naira (poco più di due milioni di euro). È il motivo per cui si è più parlato di lui nei giornali nigeriani negli ultimi cinque anni. Dal 2016 in avanti, però, sembra molto meno attivo. Mantiene una costellazione di società tra Nigeria, Kenya e Stati Uniti, principalmente in telecomunicazioni, oil and gas e immobiliare.

A Milano sarebbe dovuto comparire nel registro degli indagati a dicembre del 2017, quando si è chiuso questo filone del procedimento. Non è però stato possibile rintracciarlo, così a suo carico si sta svolgendo un troncone di processo parallelo, le cui udienze, scrive Domani, sono cominciate a fine gennaio.

Il 6 febbraio 2019 è comparso in videoconferenza da Abuja, per rispondere alle domande. Ha dichiarato di aver saputo di essere imputato solo in quel momento, preferendo di conseguenza non rispondere. L’udienza successiva, il 13 marzo 2019, non è andata meglio: la comunicazione era molto disturbata. Alla fine a febbraio 2020 è stato rinviato a giudizio e il suo avvocato italiano, Davide Pozzi, ha dichiarato alla Reuters che il suo cliente è innocente e non ha commesso alcun reato. Anche in Nigeria Aliyu Abubakar siede al banco degli imputati in tre procedimenti. In particolare, insieme all’ex ministro del petrolio nigeriano Dan Etete, e a Mohammed Adoke Bello è accusato di frode e riciclaggio.

I riflessi internazionali dell’inchiesta Opl245

Il sistema delle tangenti

«Operava quale agente di Goodluck Jonathan». Così scrive la procura nel rinvio a giudizio del 2017. Ricopre il ruolo di “advisor di Malabu” quando, a novembre 2010, partecipa accanto ad Adoke Bello e rappresentanti di Eni e Shell nel momento decisivo per la chiusura delle trattative. Nella memoria depositata al termine della requisitoria i pm ricostruiscono il modo in cui il faccendiere, in qualità di emissario di Malabu, controllava Adoke Bello. Le cariche ministeriali in Nigeria non sembrano coincidere sempre con il potere effettivo.

Aliyu Abubakar è però soprattutto l’ultimo anello della presunta corruzione, il tramite attraverso cui i pubblici ufficiali incassano le loro mazzette, il distributore della tangente. L’Fbi, durante la sua analisi finanziaria sul denaro gestito da Aliyu, ricorda che l’anticorruzione nigeriana gli ha affibbiato il soprannome di Mister Corruption. Le sue amicizie politiche principali insistono nello Stato di Bayelsa, uno dei più ricchi di petrolio. È da dove viene Goodluck Jonathan, il presidente negli anni dell’affaire Opl 245, che qui ha iniziato la sua ascesa.

Il “sistema Aliyu” di ridistribuzione dei soldi comincia da quattro società: A Group Construction, Megatech Engeneering, Imperial Union e Novel Properties & Development. La procura le definisce «fittizie». Sono tutte riconducibili all’imprenditore e ricevono oltre 400 milioni da un conto corrente appartenente alla Malabu Oil and Gas. Girano poi soldi ai cambiavalute (in particolare As Sunnah e Farsman Holdings), dove i dollari americani diventano naira nigeriani e vengono prelevati in contanti. I fondi, si legge nell’avviso di conclusione delle indagini preliminari, erano «destinati a remunerare pubblici ufficiali quali lo stesso Jonathan, l’Attorney General Mohammed Adoke Bello, il Ministro del Petrolio Diezani Alison Madueke; il Ministro della Difesa ed ex National Security Advisor Aliyu Gusau». Alla fine, Aliyu è arrivato a prelevare circa 60 milioni di dollari in contanti dai bureau des changes (i cambiavalute): «Il denaro monetizzato attraverso i cambiavalute – è la conclusione della memoria della procura – è stato disperso e occultato».

Altri 400 milioni di dollari sono invece considerati dagli investigatori nell’orbita di Dan Etete, l’ex ministro del petrolio a cui è riconducibile la Malabu Oil and Gas. Quest’ultimo incassa attraverso una società che si chiama Rocky Top Resources. A fondarla, nel 2003, è stato sempre Aliyu Abubakar, il quale deteneva anche il 70% delle quote.

Il faccendiere è coinvolto anche nel caso della villa che Adoke Bello avrebbe ottenuto a un prezzo più che scontato nel centro di Abuja. Valore dell’immobile sul mercato: 4,5 milioni di dollari. Cifra sborsata da Adoke: 1,9 milioni di dollari. Su carta, perché il conto era già in rosso. Attinge da lì pur non avendo denaro. Per coprire il disavanzo, poi, Adoke ha utilizzato «una pletora di versamenti in contanti», nota la procura. Ignota l’origine del denaro in questione.

Editing: Luca Rinaldi | Foto: HungryBuild/Shutterstock

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Opl 245, le richieste delle difese Eni e i velati contrasti con Shell

21 Ottobre 2020 | di Lorenzo Bagnoli

«Assoluzione con formula piena». È la richiesta delle difese di Paolo Scaroni e Claudio Descalzi, numero uno e due di Eni nel 2011. Il processo è quello per cui la principale società petrolifera italiana è coimputata con Shell e altre 12 persone per il reato di corruzione internazionale (la presunta tangente per il blocco petrolifero Opl 245 sarebbe stata di 1,1 miliardi di dollari). Enrico de Castiglione e Paola Severino, i difensori dei due manager, ritengono che il «fatto non sussista» e che la procura basi tutto il suo castello accusatorio su una visione parziale e distorta di quanto accaduto. Le loro arringhe del 30 settembre e del 14 ottobre scorso influenzano gli interventi degli altri avvocati difensori che seguiranno, e segnano una distinzione più netta tra la posizione di Eni e quella di Shell all’interno del processo. Nell’ultimo miglio, ogni imputato corre da solo.

La sentenza di primo grado è attesa per i primi di gennaio, a due anni dall’inizio del processo. Entro Natale dovrebbero chiudersi arringhe e controdeduzioni, per lasciare al collegio giudicante, presieduto da Marco Tremolada, la pausa di fine anno per formulare il verdetto. Del settembre 2018 la prima sentenza, in rito abbreviato, per due degli imputati: i presunti intermediari della tangente Emeka Obi e Gianluca Di Nardo, entrambi condannati a quattro anni di reclusione.

Obi e Di Nardo: chi sono gli intermediari

Sono due dei principali intermediari dell’affare, secondo quanto riporta la sentenza di primo grado a loro carico del Tribunale di Milano. Gianluca Di Nardo è un finanziere con una lunghissima carriera alle spalle amico del faccendiere Luigi Bisignani. Tra i suoi precedenti, uno significativo riguarda un patteggiamento con la Securities and Exchange Commission (Sec), la Consob americana, per un caso di insider trading che riguardava le azioni di Finmeccanica (oggi Leonardo). Di Nardo, secondo i pm di Opl 245, avrebbe svolto il ruolo di tramite con Emeka Obi, businessman che disponeva di una banca d’affari a Londra e vantava ottime entrature nel governo nigeriano. Di Nardo sosteneva che Obi, proprietario della società di consulenza registrata alle Isole Vergini Britanniche Energy Venture Partner Ltd (Evp), fosse in grado di sbloccare la partita del blocco petrolifero Opl 245. Bisignani, interrogato dai pm milanesi il 16 aprile 2014, dichiara che «nel 2009» Di Nardo gli parla di questo possibile affare e lo invita a chiedere a Paolo Scaroni se Eni vuole essere della partita.

La figura di Armanna e il “complotto”

Il personaggio più controverso dell’intera storia processuale è Vincenzo Armanna, manager in Nigeria, imputato e al contempo principale accusatore dei vertici di Eni. Il suo difensore Angelo Staniscia è stato il primo degli avvocati a parlare, il 21 settembre. Ha ammesso di non avere contatti con il suo assistito da febbraio e di avere avuto l’intenzione di rinunciare al mandato di difesa. Sarebbe stato il terzo legale di Armanna dall’inizio del processo. Alla fine, però, ha deciso di concludere il lavoro per chiedere l’assoluzione perché il fatto non sussiste, oppure, in via subordinata, «per non aver commesso il fatto».

La difesa Armanna si basa su due elementi. Il primo è che nonostante il titolo di «vice president exploration & production in Africa subsahariana», secondo l’avvocato Staniscia, il suo assistito era «privo di qualsiasi potere negoziale». Era «l’occhio di Eni», ma niente a che vedere con la figura del «project manager» che guidava in prima persona i negoziati indicata dalla procura. In qualità di osservatore Armanna è poi diventato «sicofante», per dirla con Staniscia, appellativo che definisce un whistleblower dell’antica Grecia.

Armanna il “whistleblower”

Nel luglio 2014 Vincenzo Armanna ha rilasciato spontaneamente undici ore di dichiarazioni ai pm milanesi che seguivano il caso Opl 245. Le indagini erano già cominciate, le parole di Armanna hanno contribuito a spingerle più avanti. In quell’occasione e in un’intervista rilasciata a Repubblica nell’ottobre dello stesso anno ha parlato esplicitamente di “retrocessioni” per manager di Eni. L’atto di denunciare un illecito di cui si è venuti a conoscenza in prima persona è definito whistleblowing. Nel caso di Armanna, la denuncia è stata fatta dopo che il suo rapporto di lavoro in Eni era già terminato.

I pochi che usano oggi questo termine, di solito, vogliono dare una connotazione negativa, di spia e calunniatore, al whistleblower. Forse involontariamente, ma l’avvocato Staniscia ha rappresentato a pieno l’idea di Armanna che si sono fatte le difese dei manager di Eni. L’avvocatessa Paola Severino, infatti, nella sua arringa a difesa di Claudio Descalzi ha paragonato il «metodo-Armanna» a quello dei «servizi segreti deviati». Severino non ritiene l’imputato-accusatore credibile: «Parte da una circostanza verosimile per rendere attendibile qualcosa che viene falsamente asserito, si prepara e costruisce una storia non per la verità ma per raggiungere un risultato che si prefigge».

Il secondo elemento della difesa di Staniscia è il fatto che Vincenzo Armanna fosse in aperto contrasto con Emeka Obi, l’intermediario condannato in primo grado in rito abbreviato. Questa circostanza è confermata dalla ricostruzione di alcune mail e telefonate ed è stata usata durante la requisitoria dei pm. Accogliendo la versione dell’accusa che Emeka Obi è l’intermediario di Eni per poter entrare nell’affare e cominciare a trattare con il proprietario della licenza, la Malabu Oil & Gas dell’ex ministro del Petrolio Dan Etete, Staniscia afferma che Armanna «non può essere stato il collettore delle mazzette», come invece ipotizzano i pm. L’accusa ha chiesto per Vincenzo Armanna una condanna a 6 anni e 8 mesi.

A luglio 2019, quando Armanna ha parlato, sembrava che il processo potesse mutare corso e ampliarsi. Invece quello spettro evocato in udienza è stata solo una parentesi. È la storia del “complotto”.

Di fronte al tribunale, Armanna ha dichiarato di essere prima stato partecipe di un tentativo di dirottare l’inchiesta con un falso dossier, poi di essere entrato in contatto con Eni per addolcire alcune delle sue vecchie dichiarazioni, allo scopo di essere reintegrato nell’azienda petrolifera. Scopo iniziale del “falso complotto” era aprire un nuovo fascicolo dell’inchiesta a Siracusa, dove tutto è nato con la collaborazione di un pm che si ritiene corrotto. La nuova inchiesta avrebbe così interrotto il processo che si sta celebrando a Milano.

Il tentativo di dirottamento è stato fermato con un’altra inchiesta della procura di Milano e il principale promotore della trappola, l’avvocato Piero Amara, è finito in carcere per scontare condanne accumulate in altri procedimenti in cui era coinvolto. La vicenda quindi appare conclusa. I pm di Milano avrebbero voluto sentire Amara nel corso del dibattimento su Opl 245, ma dato il coinvolgimento dello stesso nel procedimento parallelo del cosiddetto “complotto”, la corte non ha ammesso la sua testimonianza.

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Le ombre su Armanna, che restano tali senza la possibilità di sviscerare il “complotto”, si allungano a ogni rivelazione trattata e ritrattata. Questo è un tema per l’accusa, per la quale le dichiarazioni del manager, almeno in parte, sono un elemento importante su cui poggia l’impianto accusatorio.

Lo specchio deforma o no?

Durante la sua requisitoria, il pm Fabio De Pasquale ha introdotto la formula «specchio olandese», metafora alla quale hanno attinto anche i difensori dei manager Eni. Per l’accusa, l’espressione intende il modo con cui è possibile vedere riflesso l’operato di Eni dai documenti recuperati in Shell a seguito della perquisizione del 2016 negli uffici del gigante anglo-olandese del petrolio. Non c’è alternativa, visto che Eni non teneva traccia documentale allo stesso modo delle fasi negoziali.

Secondo le difese, invece, lo «specchio» è un’immagine evocativa ma ingannevole: «Visto che i pm definiscono le mail di Shell “lo specchio olandese”, ricordo allora che nella pittura fiamminga lo specchio olandese era appunto lo specchio deformante», commentava Paola Severino, avvocato difensore di Claudio Descalzi all’inizio della sua arringa. «Il significato delle email non è per nulla univoco, ma è documentale che non sono arrivate nelle mani di dirigenti Eni, in particolare Scaroni», appuntava invece l’avvocato de Castiglione durante il suo intervento.

«Visto che i pm definiscono le mail di Shell “lo specchio olandese”, ricordo allora che nella pittura fiamminga lo specchio olandese era appunto lo specchio deformante»

Paola Severino, legale di Claudio Descalzi

Se per una parte consistente del processo le difese si sono mosse in sostanziale sintonia, ora questa sintonia sarà difficilmente riproponibile. Da un lato proprio per la questione dello specchio: Shell ha dei documenti vergati dalla sua squadra di negoziatori (Peter Robinson e i due ex agenti del MI6, i servizi segreti britannici, John Copleston e Guy Colegate) dai quali l’accusa ha tratto numerose conclusioni. Eni ha per lo più intercettazioni e incontri riportati da Shell e sembra percorsa da correnti diverse, che si dividono anche rispetto a chi debba rappresentare l’azienda in Nigeria durante la fase negoziale. Le difese degli imputati di Eni, evocando le deformità dei riflessi dello specchio olandese, sembrano quindi cercare di ridurre le rivelazioni interpretabili dalle parole di Shell a speculazioni di un’azienda terza che con Eni ha il duplice rapporto di socia e rivale nella competizione su Opl 245.

A questo si aggiunge un dato storico: Shell è immischiata nella partita della licenza petrolifera contesa dal 2001; Eni entra in gioco a dicembre 2009. Per quanto l’indagine copra un arco di tempo che va dall’ingresso degli italiani fino 2014, la “preistoria”, come è stata definita nel processo, è il momento in cui si delineano i problemi che si protraggono fino al momento in cui Eni e Shell, ad aprile 2011, firmano il resolution agreement, il documento che approva la transazione finanziaria conclusiva. Per l’accusa, è il momento in cui la tangente passa – via governo nigeriano – al distributore delle prebende, Dan Etete. Per le difese dei manager Eni, invece, quell’accordo governativo è la prova della non esistenza della corruzione internazionale e la giustificazione di una trattativa così lunga e complessa.

La “mappa giudiziaria” della vicenda legata all’assegnazione di Opl 245 – Infografica: Lorenzo Bodrero/IrpiMedia

In aggiunta, le difese di Scaroni e Descalzi hanno sottolineato come il management di Eni fosse pronto a rinunciare all’affare (interpretazione sulla quale l’accusa non è per nulla d’accordo). De Castiglione ha citato un’email di Descalzi del dicembre 2010, cioè il momento in cui Eni stava cercando di chiudere il negoziato. L’allora direttore generale scrive: «Si ritiene importante proseguire le verifiche necessarie e monitorare il contesto durante i prossimi giorni prima di eventualmente riprendere le discussioni con le controparti interessate per arrivare ad un’informativa/raccomandazione finale per il Consiglio di Amministrazione». Il sottotesto, nella visione delle difese, è che Eni entra nella vicenda Opl 245 ma ne può uscire. La logica conseguenza, mai espressa dalle difese in questi termini, ovviamente, è che Shell, invece, è nella ben più scomoda posizione di aver già investito nel blocco e di doverselo aggiudicare a tutti i costi.

Quelle intercettazioni rimaste a Napoli

Nella sentenza in rito abbreviato del dicembre 2018 la giudice per le indagini preliminari Giuseppina Barbara cita per intero una conversazione tra Claudio Descalzi e Luigi Bisignani, faccendiere legato a logge dai tempi della P2, molto vicino a Paolo Scaroni. Risale all’ottobre 2010: «Dimostra in modo inoppugnabile – si legge nel dispositivo – come Claudio Descalzi, all’epoca il “numero 2” della più importante azienda italiana nonché primaria società petrolifera mondiale, in quel momento fosse prono di fronte alle pretese di Luigi Bisignani, cioè di un privato cittadino il cui nome era già emerso in alcune delle inchieste più scottanti e note della storia giudiziaria italiana». La frase dell’intercettazione che viene sottolineata la pronuncia Descalzi: «lo comunque l’offerta, finché non siamo d’accordo io e te, non la mando avanti». “L’offerta” è quella che Eni deve triangolare con Shell e il governo nigeriano per Opl 245, sulla quale si lavorerà fino a dicembre.

Nell’ipotesi accusatoria la figura di Bisignani – il cui avvocato difensore interverrà il 9 novembre prossimo – avrebbe un ruolo soprattutto in quanto stretto amico di Paolo Scaroni. Bisignani avrebbe partecipato alla trattativa in quanto portatore di molti contatti e possibile beneficiario di parte delle retrocessioni di denaro (inesistenti secondo le difese e necessarie solo a puntellare la narrazione dell’accusa). Per quanto importante, questo snodo è stato sviscerato poco in dibattimento in proporzione al suo peso specifico nella vicenda. Uno dei motivi sta nel fatto che una parte di intercettazioni su Bisignani è rimasta a Napoli, dove i magistrati Henry John Woodcock e Francesco Curcio lo stavano indagando in relazione alla sua partecipazione alla cosiddetta P4, organizzazione segreta nata per gestire informazioni, nomine, affari nella quale sono incappati i magistrati italiani. Bisignani in quel processo ha patteggiato 19 mesi di condanna, divenuta definitiva nel 2012.

Tra gli affari di cui discuteva Bisignani, a un certo punto affiora anche Opl 245. I pm Spadaro e De Pasquale già avevano ricevuto parte del fascicolo per competenza a Milano, ma la corte ha deciso per l’inammissibilità dei documenti nel processo Opl 245. Lo stesso Bisignani ne aveva anticipato parte dei contenuti ai magistrati di Napoli: «Le conversazioni si riferiscono alla possibilità dell’Eni di subentrare a una concessione petrolifera nigeriana». Bisignani aveva un suo uomo per la partita: Emeka Obi, chiamato al telefono «il ragazzo della giungla». Mentre la procura ritiene che Obi sia l’intermediario di Eni per entrare in trattativa con Malabu, la società detentrice della licenza di proprietà dell’ex ministro del petrolio Dan Etete, al contrario le difese ritengono che Obi fosse già nello scacchiere ben prima dell’interessamento di Eni.

I nuovi fronti legali contro la Nigeria

Il 9 ottobre Eni ha aperto un nuovo fronte legale con il governo nigeriano. La disputa, da risolvere in sede di arbitrato internazionale a Washington, riguarda la ritardata conversione della licenza esplorativa in licenza per sfruttamento. In Nigeria un blocco petrolifero per essere effettivamente sfruttato e produrre introiti all’azienda che l’ha in gestione passa da due diverse licenze: la prima esplorativa (Opl – Oil Prospecting License) e la seconda estrattiva (Oml – Oil Mining License). In pratica, Eni vuole che il governo di Abuja paghi per il ritardo provocatole nella gestione del blocco petrolifero. Shell non è parte dell’arbitrato.

Tre giorni prima dell’arbitrato a Washington Eni ha depositato un’altra richiesta di arbitrato, questa volta in Delaware, lo Stato americano famoso come paradiso fiscale. Eni ritiene che ci siano «interessi occulti» di terze parti nelle azioni legali intraprese dal governo di Abuja contro l’azienda italiana «a spese dei diritti contrattuali di Eni e degli interessi nazionali della Nigeria», riporta Bloomberg. L’azienda italiana ha quindi citato in giudizio Drumcliffe Partners Llc, società che sta aiutando nelle causeJohnson&Johnson, società di consulenza legale messa a sua volta sotto contratto direttamente dall’esecutivo di Abuja allo scopo di recuperare i soldi pubblici persi in tangenti e malaffare.

Le fasi dell’inchiesta Eni-Nigeria – Infografica: Lorenzo Bodrero/IrpiMedia

Una serie di inchieste di Finance Uncovered e di Premium Times ha già rivelato ad agosto scampoli del contratto tra Drumcliffe e il governo nigeriano. Effettivamente lo stesso contratto pare contenere una stranezza: la fetta da liquidare alla società di consulenza in caso di vittoria è pari al 35%, almeno il quadruplo delle tariffe normali. Non è tuttavia chiaro a cosa vada applicata questa tariffa, visto che ancora mancano dei dettagli del contratto.

C’è un fondamento nei dubbi di Eni: in Nigeria è forte il timore che soldi recuperati attraverso lunghi e tormentati procedimenti giudiziari possano tornare nuovamente in mano a pubblici ufficiali corrotti schermati da qualche società offshore. In una nota Re:Common ha tuttavia sottolineato come Eni non abbia presentato prove della trama di supposte terze parti a sostegno della sua affermazione e che invece il governo della Nigeria è mosso dalla più che legittima volontà di recuperare il proprio denaro pubblico.

A Milano Eni si difende – anche dal proprio sito – ricordando che l’accordo per Opl 245 è stato «siglato unicamente e direttamente con lo Stato nigeriano». Paradossalmente, però, lo stesso governo è accusato in due diversi tribunali statunitensi di avere interessi oscuri nel colpire Eni. Seguire il denaro della Nigeria, che sia in entrata o in uscita, sembra avere sempre un problema: è molto difficile risalire a chi sia davvero il beneficiario ultimo.

Infografiche: Lorenzo Bodrero | Editing: Luca Rinaldi | Foto: Il tribunale di Milano – Luca Ponti/Shutterstock

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