La rete dei “prestanome di Stato” russi che investe in Italia via Lussemburgo

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La rete dei “prestanome di Stato” russi che investe in Italia via Lussemburgo

Lorenzo Bagnoli

Forum economico di San Pietroburgo, 24 maggio 2014. Sotto lo sguardo di Vladimir Putin, l’amministratore delegato di Pirelli Marco Tronchetti Provera e il numero uno di Rosneft (compagnia petrolifera russa controllata in maggioranza dal governo) Igor Sechin siglano dei contratti di collaborazione commerciale. A latere Rosneft, attraverso una sua società, acquista una quota che corrisponde alla fine al 13% delle azioni della multinazionale italiana. Costo dell’operazione: 552,7 milioni di euro. Sechin entra come amministratore indipendente nel consiglio di amministrazione di Pirelli (dove resterà fino al 2016). Per quanto l’operazione sia stata portata a termine attraverso un veicolo d’investimento controllato dal fondo pensione della stessa Rosneft (ai tempi Neftegarant, oggi Evolution), quell’operazione segna l’ingresso della compagnia petrolifera di Stato russa dentro Pirelli.

Accordi come questo, quando coinvolgono le aziende di Stato russe, non hanno mai una natura solo economica. Si portano sempre dietro una componente politica. Avvengono sempre nel contesto del più importante meeting dell’economia russa, appuntamento durante il quale il governo di Mosca pianifica la sua strategia economica. Anche la collaborazione con Pirelli e l’ingresso nella compagine azionaria, quindi, non è solo una questione di potenziali profitti.

Di anno in anno il sistema di controllo delle quote riconducibile agli investitori russi in Pirelli è diventato sempre più articolato. Eppure la compagnia petrolifera di Stato c’è sempre. La rappresenta una rete di “prestanome di Stato”, uomini e donne legate a Igor Sechin, il più potente tra i manager di Stato russi, da sempre stretto alleato del presidente Vladimir Putin. Una rete che IrpiMedia ha potuto ricostruire grazie ai documenti di #OpenLux.

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#OpenLux è un’inchiesta collaborativa, di cui IrpiMedia è partner, che parte da un database raccolto da Le Monde, reso ricercabile da Occrp sulle 124 mila società che popolano il registro delle imprese lussemburghese. Ha permesso di analizzare i nomi dei proprietari delle società registrate nel Granducato, finora schermati da prestanome e professionisti.

Come cambia l’assetto societario di Pirelli

Il periodo in cui l’operazione viene portata a termine rappresenta un momento storico particolare: siamo nel maggio del 2014 e due mesi prima il Cremlino ha dato il via all’occupazione della Crimea. Così a soli trenta giorni di distanza dall’accordo con Pirelli arrivano le sanzioni statunitensi ed europee che colpiscono anche Rosneft.

Per Pirelli non è però un problema: secondo la società le sanzioni non porteranno ad alcuna conseguenza, nè per l’ingresso di Rosneft, nè per il piano di espansione della stessa Pirelli in Russia. Sta di fatto che l’ingresso della società petrolifera in Pirelli non è passato dalla Russia ma da una società lussemburghese scelta dal colosso petrolifero: Long Term Investments Luxembourg.

Commercialisti e fiduciari sono due italiani e lo scopo della società si esaurisce nella detenzione delle quote di Pirelli che d’altra in quel momento sta vivendo una fase complessa della sua storia. Pesa la rottura fra Tronchetti Provera e la famiglia Malacalza, che avevano affiancato solo pochi anni prima l’imprenditore nel controllo del gruppo. Nel 2015 poi l’assetto azionario troverà una nuova stabilità con l’ingresso dei cinesi di ChemChina.

Ad ogni modo che la partecipazione della compagnia petrolifera sia opaca lo conferma il fatto che Rosneft sostenga di non aver mai acquisito le azioni di Pirelli e di essere solo partner commerciale nella vendita al dettaglio dei pneumatici. Così ha scritto in una nota in risposta a Forbes Russia, che chiedeva conto delle relazioni con Pirelli.

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Lussemburgo

Negli ultimi sette anni gli equilibri nel portafoglio azionario di Pirelli sono cambiati molto. I soci stranieri di maggior rilievo, oggi, sono i cinesi di ChemChina, entrati appena un anno dopo Rosneft. La quota riconducibile agli investitori russi è scesa al 6.2%, di cui solo l’1.82% direttamente in mano alla ex Long Term Investments Luxembourg, che nel frattempo ha cambiato nome in Tacticum Investments Sa. Il restante 4,3% è investito sul mercato, con l’impegno di riacquisto da parte di Tacticum Investments Sa.

Sudarikov, il manager di Stato di stanza a Verona

Long Term Investment in origine nasce a Mosca, lo stesso anno dell’accordo Pirelli-Rosneft. La proprietaria è un’insegnante di danza della capitale russa, Aya Belova, che non ha alcun precedente nel settore finanziario. La Long Term Investments moscovita otto giorni prima della sigla dell’accordo con Marco Tronchetti Provera costituisce in Lussemburgo la società omonima che poi acquisterà le quote di Pirelli. È una Soparfi, ossia una società di partecipazione finanziaria di diritto lussemburghese. In pratica il suo oggetto sociale è custodire quote di società terze. È la forma di società più diffusa nel Granducato.

Belova non è finita in Long Term Investments per una coincidenza. Suo padre Sergey Belov è stato tra i membri del consiglio di amministrazione di Region, società che gestisce Evolution, il fondo pensioni di Rosneft.

Amministratore delegato del Gruppo Region è Sergey Nikolaevich Sudarikov, classe 1971, tra i top-1000 manager di Russia nel 2016 e blogger sull’edizione russa di Forbes dal 2020. Tutta la sua carriera si svolge all’interno della galassia di Region, a partire dal 1995, anno della creazione del gruppo. Risulta proprietario di oltre 70 società, tra Cipro, Russia e Lussemburgo e tra il 2014 e il dicembre 2019, in varie vesti, è la vera persona fisica dietro Long Term Investments in Lussemburgo.

La società lussemburghese, da quando Sudarikov è uscito nel dicembre 2019, è stata ribattezzata Tacticum. Quest’ultima in seguito è stata scorporata in due entità dirette sempre dalle solite persone: Tacticum Investment (che detiene le quote di Pirelli) e Tacticum Capital (che è di controllata dal fondo pensione di Rosneft, Evolution). Dal 2017 Long Term Investments in Lussemburgo è anche un fondo private equity. Ad aprire e gestire il fondo è una Taktikum Capital di Mosca, controllata da una finanziaria le cui entrate nel 2019 hanno superato i 163 miliardi di rubli (1,8 miliardi di euro).

Di anno in anno il sistema di controllo delle quote riconducibile agli investitori russi in Pirelli è diventato sempre più articolato. Eppure la compagnia petrolifera di Stato c’è sempre

Sergey Sudarikov

Igor Sechin, amministratore delegato di Rosneft

Sergey Sudarikov, negli anni in cui è stato rappresentante legale di Long Term Investments, ha consolidato la presenza di Region nel mercato russo. Ha stretto nuove partnership con Credit Bank of Moscow, la banca privata regionale più grossa del Paese, e con i suoi azionisti. Il principale, il magnate dell’immobiliare Roman Avdeev, è entrato anche in Pirelli prima con una quota dell’1,4% scesa a gennaio 2021 allo 0.4%. La società attraverso cui detiene le quote è Sova Capital Ltd. Quest’ultima detiene quelle che erano le proprietà di Otkritie, banca russa il cui co-fondatore è Boris Mints, oligarca ritenuto molto vicino a Putin fino al 2018. In seguito è stato accusato di appropriazione indebita e successivamente condannato nel 2020. Nel 2018 aveva appena venduto la sua società immobiliare a uomini vicini a Sechin, che alla fine si sono presi anche parte della banca.

Il gruppo degli uomini di Sechin e Sudarikov, in Italia, non si muove solo in Pirelli. In precedenza, nel mirino c’è stata Tiscali. Il gruppo di Avdeev è stato azionista dal 2018. Il 26 gennaio 2021 la Consob ha multato Avdeev, Sudarikov e altri azionisti legati a Region e Credit Bank of Moscow per 60 mila euro per aver comunicato tardivamente le oscillazioni del loro pacchetto azionario nel 2019. Quale sia l’intento di questo piano di investimenti e disinvestimenti repentini – sia in Tiscali, sia in Pirelli – non è chiaro.

Per approfondire

Quel filo russo che unisce i leghisti di Intesa a Mosca

Andrea Mascetti (“il nostro uomo lì”) e Antonio Fallico, l’amico di B. a capo della filiale: l’ascesa dei banchieri cari alla Lega

Dal canto suo la stessa Pirelli fa sapere a IrpiMedia che «le informazioni riguardanti la catena di Long Term Investments sono state sempre rese pubbliche tramite le comunicazioni previste per legge». «Oggi – prosegue la società con quartier generale a Milano – LTI è un azionista di una società quotata non legata da alcun patto con altri azionisti. Non disponiamo – conclude Pirelli – di altri elementi e pertanto non possiamo commentare ricostruzioni giornalistiche di temi sui quali non abbiamo alcuna visibilità». A garantire appoggi e conoscenze al gruppo degli investitori russi in Italia è Sergey Sudarikov, che a Verona è vicepresidente di Conoscere Eurasia, l’associazione che ogni anno organizza i principali meeting tra il gotha delle imprese russe e quelle italiane. Antonio Fallico, il presidente, è il numero uno di Banca Intesa in Russia e amico di lunghissima data di Igor Sechin. La stessa Intesa, tra l’altro, nel corso del riassetto azionario di Pirelli che ha visto l’ingresso di Rosneft, era in cordata con Unicredit. Contattato tramite Conoscere Eurasia, Sudarikov non ha risposto ad alcune richieste di chiarimento sulla sua relazione con Rosneft.
Le salsicce di Sechin, l’ex ministro in carcere e la misteriosa immobiliare

Tra gli ex dipendenti di Region, ce n’è uno che ritorna nelle operazioni che coinvolgono Rosneft e Region. Valery Mikhailov è stato coinvolto in un caso di estorsione che ha portato alla condanna dell’allora ministro dello Sviluppo economico russo Alexei Ulyukayev. A incastrare il ministro è stato lo stesso Sechin, racconta la BBC, utilizzato dai Servizi di sicurezza generale (Fsb), i servizi segreti russi, in un’operazione sotto copertura. Condannato nel 2017 a otto anni di carcere e a una multa da 2.2 milioni di dollari, Ulyukayev secondo il giudice «ha usato la sua posizione per avere una tangente dal capo di Rosneft, Igor Sechin», in cambio dell’approvazione all’acquisto di Bashneft, altra azienda di Stato russa. L’ex ministro era fermamente contrario all’acqusizione.

Secondo il quotidiano finanziario russo Vedemosti, la tangente sarebbe stata consegnata da Sechin insieme a un «cestino di salsicce», un simbolo di amicizia che il numero uno della società petrolifera è solito consegnare agli amici. Durante il processo, Sechin non è stato ascoltato come testimone ma a parlare al suo posto è stato Oleg Feoktistov, generale in pensione che ha guidato l’Fsb e lavorato in Rosneft. L’ex ministro Ulyukayev ha sempre sostenuto di essere stato incastrato. 

Sempre secondo la testimonianza di Feoktisov, i soldi della tangente non erano di Rosneft né di Sechin ma di un «investitore privato», di cui inizialmente è stata tenuta segreta l’identità. Quando il processo si è chiuso, il generale ha riportato personalmente le mazzette al Tribunale moscovita del distretto di Zamoskvoretsky. Solo a quel punto è filtrata la trascrizione dell’interrogatorio in cui l’ex generale ha rivelato l’identità dell’uomo d’affari che ha prestato i soldi a Rosneft: Valery Aleksandrovich Mikhailov, l’ex dipendente di Region. Mikhailov non ha mai risposto alle domande dei giornalisti che negli anni gli hanno chiesto conto di quel denaro. 

Dal 2014, Mikhailov è anche uno dei due beneficiari ultimi della società cipriota che rappresenta «uno dei più misteriosi attori del mercato immobiliare», secondo Forbes Russia. Si chiama Riverstretch Trading & Investments: ogni volta che una società le cede delle proprietà, poco dopo entra in difficoltà economiche. È difficile sapere quale possa essere il motivo ma sta di fatto che, nel 2018 è successo anche a Boris Mints, lo stesso che poi ha dovuto lasciare agli uomini del giro di Sechin anche parte del patrimonio della banca Otkritie. 

Anche quello che è stato il quartier generale della Yukos Oil Company, a inizi anni 2000 la principale compagnia petrolifera russa – è oggi nel portafoglio della Riverstretch. Il vecchio proprietario di Yukos, Mikhail Khodorkovsky, ha scontato dal 2005 al 2013 il carcere per frode e oggi vive in esilio a Londra dalla sua scarcerazione. Nel momento dell’arresto era il principale leader dell’opposizione a Russia Unita, il partito di Putin. Khodorkovsky ha sempre accusato Igor Sechin di avere orchestrato la cattura sua e di altri magnati del settore petrolifero. Secondo Khodorkovsky Sechin voleva ripulire il campo da possibili avversari per l’acquisto di Bashneft, compagnia il cui nome è affiorato anche del caso dell’arresto dell’ex ministro Ulyukayev. Gli immobili di Yukos sono stati poi suddivisi tra Valery Mikahilov, Rosneft e altri uomini del circolo di Sechin.

Manager in carriera

Regionfinanceresource Management Company (RMC), società del Gruppo Region con un fatturato di oltre 15 milioni di euro, ha amministrato Long Term Investments Luxembourg dal 2015 fino al subentro due anni dopo di una società cipriota di Sudarikov. Chi «esercita in ultima istanza il potere decisionale quale socio unico della stessa» – si legge nel patto parasociale dell’ottobre 2015 di Pirelli – è Natalia Bogdanova, un’altra manager che prima delle quote di Pirelli non ha mai amministrato nulla di rilevante, ma in precedenza ha lavorato per il Gruppo Region. Indirizzo e numero di telefono di Regionfinanceresource corrispondono a quelli di RN Trust, società russa successivamente denominata Region Trust. Il fondo fa parte del Gruppo Region e inizialmente, tra il 2004 e il 2009, ha avuto Petr Lazarev come proprietario ultimo. Top manager di Rosneft e frequentatore del circolo di Conoscere Eurasia compare insieme alla sua compagna e alla famiglia Sudarikov in una segnalazione dell’Unità d’informazione finanziaria della Banca d’Italia per attività sospette di riciclaggio avvenute tra il 2016 e il 2018. Il documento è allegato al fascicolo milanese sui presunti affari della Lega in Russia, scoppiato a seguito dell’affaire Metropol.
L’ultimo boiardo di Igor Sechin che ha fatto una breve apparizione tra il 2019 e il gennaio 2021 nell’azionariato di Pirelli è Arkady Mutavchi. Fino al 2008 è stato vice direttore del dipartimento dell’agenzia federale incaricata della fornitura dei prodotti per i vari corpi dello Stato, un’ente che risponde direttamente all’Ufficio di presidenza russo. La sua carriera non sembrava destinata all’imprenditoria privata o alla finanza. Nel 2015, però, ha ricevuto da Sergey Sudarikov una società della galassia del Gruppo Region con un patrimonio da oltre due miliardi di rubli, 22 milioni di euro. Da allora è stato protagonista di una serie di importanti investimenti con Region. Così lo schermo lussemburghese è entrato in gioco nell’azionariato di uno dei primari gruppi industriali italiani. Un ingresso figlio di un momento complesso della compagine azionaria di Pirelli in cui ha pesato la rottura tra due big del capitalismo nostrano come Tronchetti Provera e Malacalza. Una fase di passaggio vista come un’opportunità da parte degli investitori cinesi e russi. Un’opportunità che il gruppo Sudarikov ha colto al volo, mettendo in moto la struttura del Granducato.

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Lussemburgo, porto franco d’Europa

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Alle soglie del Ventesimo secolo, nessuno – nemmeno i suoi abitanti – avrebbe scommesso sulla sopravvivenza del Lussemburgo come Stato indipendente. Neutrale per Costituzione fino alla metà del Novecento, il Lussemburgo è sempre stato trattato dalle potenze confinanti – Francia, Germania e Belgio – come uno spazio da occupare. Del resto nasce proprio come Stato-cuscinetto per placare gli animi alla fine della guerra Franco-Prussiana, a metà Ottocento.

Per trovare un posto nello scacchiere europeo, il Granducato – l’unico al mondo a godere di questo status giuridico – a partire dal 1920 si è dato una Borsa e una legge per costituire le holding, società che non producono beni o servizi il cui oggetto sociale è detenere quote di altre società. Ha trasposto la sua neutralità politica alla fiscalità, diventando così un polo attrattivo per banche e gruppi d’investimento. «Specialmente la legge sulle holding ha permesso a un numero importante di società di eludere i sistemi fiscali dei propri Paesi», spiega a Le Monde – testata capofila del progetto #OpenLux – Benoît Majerus, professore di Storia contemporanea dell’Università di Lussemburgo.

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#OpenLux è un’inchiesta collaborativa, di cui IrpiMedia è partner, che parte da un database raccolto da Le Monde, reso ricercabile da Occrp sulle 124 mila società che popolano il registro delle imprese lussemburghese. Ha permesso di analizzare i nomi dei proprietari delle società registrate nel Granducato, finora schermati da prestanome e professionisti.

«La legge sulle holding ha permesso a un numero importante di società di eludere i sistemi fiscali dei propri Paesi»

Benoît Majerus, Docente storia contemporanea Università del Lussemburgo

Un polo attrattivo per le banche di tutto il mondo

Nel 1929, con il crollo della Borsa di New York, anche l’economia lussemburghese ha subito una brusca frenata. La Seconda Guerra Mondiale ha rimandato l’ineluttabile ripresa agli anni Cinquanta e Sessanta, gli anni del boom economico in tutto il mondo occidentale. È stato allora che i professionisti della finanza hanno riscoperto la vocazione della generazione precedente per i capitali dall’estero. L’attrazione si è concentrata da allora sugli istituti di credito: «Per le banche dei Paesi vicini, Belgio in particolare, il Lussemburgo era un laboratorio finanziario dove non vigevano le regole del proprio Paese d’origine», prosegue il professor Majerus.

Ancora oggi il 94% delle banche registrate in Lussemburgo ha la propria sede principale all’estero. I fondi d’investimento di base nel Granducato, grazie ai loro sottoscrittori globali, gestiscono un patrimonio netto di 4.500 miliardi di euro, secondo solo a quelli dei fondi statunitensi. Secondo il gruppo di società di consulenza Kpmg, a giugno 2020 il loro patrimonio è cresciuto del 9,5% rispetto all’anno precedente, a conferma del successo di questi strumenti finanziari anche in tempi di Covid-19.

Più della volontà del Parlamento è stata l’assenza di norme a permettere al Lussemburgo di diventare un centro finanziario. La finanza lussemburghese «è un potere dispotico, non c’è una legge che gli dia una cornice», commenta Majerus. Non ci sono dibattiti parlamentari a riguardo, perché la fiducia e il consenso intorno all’attrattività del sistema non si possono scalfire, aggiunge lo storico: «La stampa negli anni Settanta e negli anni Ottanta – sottolinea – è stata un grande sponsor degli investimenti in Lussemburgo». Essere un centro finanziario è connaturato al Lussemburgo, tanto che ogni volta che si accende il dibattito intorno all’inserimento o meno del Paese nelle varie liste nere dei paradisi fiscali – da quella italiana ne è uscito nel 2014 – nel Paese un pezzo dell’opinione pubblica lamenta il pregiudizio, soprattutto francese, verso la natura diversa del Granducato.

É tuttavia un fatto che circa il 90% delle società registrate in Lussemburgo siano controllate da soggetti non lussemburghesi. Oltre 250 membri presenti nella lista dei miliardari stilata da Forbes ha società nel Granducato, e nessuno di loro è lussemburghese. Inoltre circa il 40% delle società presenti sono state costituite per detenere quote di altre società senza generare, di fatto, altre attività economiche sul territorio.

I fondi d’investimento di base nel Granducato, grazie ai loro sottoscrittori globali, gestiscono un patrimonio netto di 4.500 miliardi di euro, secondo solo a quelli dei fondi statunitensi

Come funziona una segnalazione di operazione sospetta

Ovunque si applichino i protocolli internazionali di lotta al riciclaggio, le segnalazioni di operazioni sospette sono comunicazioni che obbligatoriamente i soggetti come banche, intermediari e professionisti del settore finanziario devono inoltrare all’ufficio antiriciclaggio della propria banca centrale di fronte al sospetto che dietro una certa transazione ci siano proventi di un reato originale (quindi si stia commettendo riciclaggio) oppure si stiano finanziando organizzazioni criminali o terroristiche. Banca d’Italia scrive che il sospetto «può essere desunto da caratteristiche, entità e natura delle operazioni, dal loro collegamento o frazionamento o da qualsiasi altra circostanza conosciuta dai segnalanti» e che «deve fondarsi su una valutazione compiuta di tutti gli elementi delle operazioni – oggettivi e soggettivi – a disposizione dei segnalanti». A ogni latitudine, però, è aperto il dibattito in merito all’obbligatorietà della segnalazione e sulla responsabilità dei professionisti in caso di mancata comunicazione. Fa giurisprudenza, in Lussemburgo, un caso del 2014 in cui la sostanza è che un professionista che in buona fede omette una comunicazione non commette alcun reato, visto che rischia di essere accusato dal cliente di violazione del segreto professionale quando segnala senza solidi sospetti. Per di più, soprattutto nel caso di potenziali crimini commessi in altre giurisdizioni, gli uffici antiriciclaggio non sanno quante delle loro segnalazioni innescano effettivamente un’indagine delle procure competenti. A settembre 2020 con l’inchiesta FinCEN files, i giornalisti di Icij hanno rivelato che l’ufficio antiriciclaggio degli Stati Uniti, il Financial Crimes Enforcement Network, tra il 1999 e il 2017 ha ricevuto segnalazioni su transazioni bancarie per un valore di circa 2.000 miliardi di dollari. È tuttavia successo in termini di procedimenti penali per riciclaggio nei confronti dei principali istituti di credito segnalati. Il timore, fondato, è che valga la stessa regola in tutto il mondo.

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Lussemburgo

Lo spartiacque LuxLeaks

Vista la dipendenza dal capitale estero, l’opinione pubblica internazionale esercita una forte pressione sullo Stato. Le maglie dei controlli sulle operazioni finanziarie si sono fatte più strette, infatti, solo a seguito di scandali finanziari, una costante nelle cronache dei Paesi casseforti di tutto il mondo.

La storia del Paese è segnata da uno spartiacque, in particolare. Anno domini 2014, mese di novembre: LuxLeaks. È lo scandalo che ha svelato i segreti della finanza lussemburghese, il meccanismo attraverso cui più di 300 aziende hanno spostato i loro profitti in Lussemburgo in modo da eludere il fisco e pagare meno tasse.

L’ex dipendente della società di auditing PricewaterhouseCoopers Antoine Deltour ha condiviso con i giornalisti dell’International Consortium of Investigative Journalism (Icij) 28mila pagine di documenti riguardanti gli accordi presi dall’amministrazione pubblica lussemburghese sulle aliquote da applicare a 340 multinazionali. Le rivelazioni sono costate a Deltour un processo, chiusosi con l’assoluzione nel 2018, dopo una condanna in primo grado.

L’impatto dello scandalo finanziario è stato tanto potente che il lussemburghese Jean-Claude Juncker, ministro delle finanze e primo ministro del Granducato tra gli anni Novanta e il 2013, un mese dopo le rivelazioni ha dovuto ammettere: «Sono stato indebolito perché Luxleaks suggerisce che abbia partecipato a sistemi in cui si infrangono le basilari regole dell’etica e della morale». Giusto dieci giorni prima della pubblicazione, è stato eletto presidente della Commissione europea.

Durante l’ultimo anno in sella all’esecutivo del Granducato, Juncker aveva già dovuto rinunciare al segreto bancario, cioè l’obbligo imposto agli istituti di credito in Lussemburgo di mantenere anonimi i propri correntisti a meno che non ci fosse esplicito consenso. È stata la carta attraverso cui il Lussemburgo è uscito dalla black list dei paradisi fiscali. L’esperto di giurisdizioni offshore Hans-Lothar Merten in un’intervista al Suddeutsche Zeitung aveva fatto notare già all’epoca che «per gli investitori privati ​​più piccoli, il Lussemburgo era già poco interessante». Le tecniche di seduzione fiscale, più che sui piccoli investitori, sono sempre state rivolte ai grandi gruppi industriali e finanziari.

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Le segnalazioni di operazioni sospette

È un fatto che insieme alle prime pagine dei giornali su scandali planetari di elusione ed evasione fiscale, siano arrivate anche le segnalazioni al Crf, il corrispettivo dell’Unità d’informazione finanziaria della Banca d’Italia in Lussemburgo, che si occupa di segnalare le operazioni a rischio riciclaggio. L’ufficio antiriciclaggio nel 2015 ha visto il numero di segnalazioni di operazioni sospette schizzare da poco più di 6 mila a oltre 11 mila; nel 2016, l’anno della pubblicazione dei Panama Papers, le segnalazioni hanno superato il muro delle 30mila per poi arrivare a un record di 55 mila nel 2018. Nel 2019, le segnalazioni per sospette operazioni di riciclaggio sono state 51.930, 46mila delle quali per attività o operazioni con “portafogli online” come PayPal, che infatti ha sede in Lussemburgo.

Un’isola nel cuore dell’Europa

Gli accordi sul regime di tassazione e la “neutralità” del fisco spiegano in buona parte il motivo della scelta del Lussemburgo come meta privilegiata dove spostare le holding, le società-madre di un gruppo. Amazon, per esempio, ha spostato la sua holding europea nel Granducato dopo aver negoziato un accordo nel 2003, quando Juncker era ministro del Tesoro, che secondo quanto stabilito da un’indagine della Commissione europea ha portato uno sconto fiscale di tre quarti del profitto, cioè 250 milioni di euro. Un aiuto di Stato mascherato, riporta l’indagine della Commissione. A incassare lo sconto sarà, paradossalmente, sempre il Lussemburgo. Con gli sconti fiscali è così, si guadagna anche quando si è colpevoli.

Secondo il professor Majerus quelle che per altre istituzioni sono regole del gioco truccate in Lussemburgo sono per lo più percepite come cattivi comportamenti degli investitori esteri. Il Granducato, secondo un rapporto Oxfam del 2017, aveva un Pil che per il 25% dipendeva dalle tasse sulle multinazionali. Da piccola e orgogliosa nazione in perenne rischio di invasione, il Lussemburgo è diventato un’inattaccabile cittadella fortificata dalla finanza mondiale. Nell’Unione europea è un’isola a sé.

Offshore, nel gergo finanziario, s’intende come «fuori dalla giurisdizione nazionale», ma letteralmente significa «lontano dalle coste». È in atolli incontaminati che sono sorti, infatti, alcuni dei regimi fiscali agevolati per eccellenza come le Isole Vergini Britanniche o le Mauritius. Paesi che non avevano nulla da vendere se non la loro posizione geografica protetta ma lungo rotte commerciali marittime. Seppur circondato da centinaia di chilometri quadrati di terraferma, il Lussemburgo è un’isola nel bel mezzo dell’Europa, incastonata nell’area più infrastrutturata del mondo, il Benelux. Un porto franco con un secolo di storia.

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I profitti perduti sull’asse dell’elusione fiscale

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Lussemburgo, Svizzera, Regno Unito e Olanda. I Paesi dell’ “asse dell’elusione”. Così li ha ribattezzati Tax Justice Network in un recente studio che dimostra come gli Stati membri dell’Unione europea stiano perdendo qualcosa come 27 miliardi di dollari l’anno di imposte da parte delle società multinazionali statunitensi. Denari che avrebbero dovuto essere versati dalle stesse nei Paesi in cui generano profitto e che invece approfittando delle scappatoie concesse dalle legislazioni spostano profitti dentro i Paesi dell’asse, i quali garantiscono aliquote di imposta che possono variare tra lo 0,8% e il 10%. Certamente più convenienti degli oltre 35 punti percentuali imposti dalla Francia, dei 22 tedeschi o dei 25 italiani.

Nello studio condotto da Tax Justice Network si sottolinea come questi quattro paesi costino all’intera Unione europea dodici volte il bilancio del Consiglio europeo delle ricerche, ente in grado di finanziare più di 70 mila ricercatori e che ha nutrito sette progetti che si sono aggiudicati il Premio Nobel. Sono in tutto 115 i miliardi di dollari di profitti generati nella Ue ma spostati dalle multinazionali statunitensi tra Regno Unito, Svizzera, Lussemburgo e Paesi Bassi. In questo modo si sottostimano gli utili nei Paesi a tassazione più alta e si pagano meno tasse. «Insieme – scrivono gli autori del rapporto – i Paesi dell’asse dell’elusione sono responsabili della metà dei rischi di elusione fiscale di tutto il mondo». Questo solo per quanto riguarda le multinazionali statunitensi.

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L’impatto dei “Paesi dell’asse”

In tutto in Europa, come rilevato da uno studio del National Bureau of Economic Research di Cambridge “The missing profits of Nations” (i profitti perduti delle nazioni), sono 544 i miliardi di profitti spostati all’estero, quello che viene detto “profit shifting”. Di questi, 257 miliardi di euro finiscono tra Lussemburgo, Irlanda, Olanda, Belgio e Cipro: «Ogni 100 euro di profitti spostati all’estero 80 finiscono in questi sei Paesi», osserva lo studio rifacendosi anche a dati Ocse. Paradisi fiscali che garantiscono una pressione fiscale inferiore al 5%, ma che per dimensione dei profitti spostati fiscalmente incassano proporzionalmente più degli altri. I calcoli li fa Eurostat ed emerge come la raccolta da tassazione del reddito delle società valga il 6% del Pil del Lussemburgo, il 5,5% a Malta e Cipro e poco meno del 4% in Belgio e Olanda. In Italia, per prendere un parametro, è il 2%.

«Insieme i paesi dell’asse dell’elusione sono responsabili della metà dei rischi di elusione fiscale di tutto il mondo»

L'elusione fiscale

L’ordinamento tributario è ispirato al principio fondamentale che tutti partecipino alle spese pubbliche in ragione della propria capacità contributiva. L’elusione fiscale è tutto l’insieme di pratiche messe in atto da chi sfrutta le lacune e le imperfezioni del sistema normativo di riferimento per conseguire risparmi, indebiti, sulle imposte. Il fenomeno dell’elusione fiscale consiste dunque nell’aggiramento della normativa tributaria attraverso comportamenti che di fatto, a differenza dell’evasione fiscale, non violano apertamente le norme, ma che ne tradiscono i principi fondamentali.

Ma quanto vale, stando ai dati raccolti, il “profit shifting” per l’Italia? Secondo lo stesso studio sono 23 i miliardi di dollari di profitti spostati verso l’estero in Italia, 21 di questi andati a paesi dell’Unione Europea. Meta preferita dagli italiani il Lussemburgo, dove sono finiti 9,6 miliardi di dollari di profitti generati in Italia e spostati poi verso il Granducato. Segue Cipro con 8 miliardi, 5 in Irlanda, 3,4 in Olanda, 2 in Belgio e infine 700 milioni a Malta. Cifre che si traducono in una perdita fiscale per il Belpaese di 6,6 miliardi di dollari, vale a dire 6,6 miliardi di tasse in meno. Stessa cosa viene scontata anche a Berlino e Parigi: Germania e Francia portano all’estero rispettivamente 48,4 e 28,2 miliardi di dollari l’anno che si traducono un mancato introito fiscale di 14 miliardi per i tedeschi e 9,4 miliardi per i francesi.

Elusioni e opacità

Così grandi gruppi italiani approfittano dei meccanismi dell’elusione spostando profitti verso i Paesi a fiscalità privilegiata presenti all’interno dell’Unione Europea. Dalla Ferrero, con la sua Holding Ferrero International radicata in Lussemburgo dall’inizio degli anni ‘70, ai gruppi della famiglia Agnelli Fca ed Exor in Olanda, passando per altri grandi gruppi come Luxottica (la Holding Delfin che controlla il 32% del gruppo ha sede in Lussemburgo) e Tenaris, il colosso siderurgico della famiglia Rocca. Sede legale in Lussemburgo con la Techint, partecipata a sua volta dalla San Faustin, sempre della famiglia Rocca, con sede legale nelle Antille Olandesi. Nel 2017, ricordano le cronache, il gruppo ha risolto un contenzioso col fisco italiano che chiedeva 530 milioni di euro. La pratica si è chiusa col pagamento di 43 milioni.

#OpenLux

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Lussemburgo

Non finisce di certo qui l’elenco degli italiani in Lussemburgo: da una recente fotografia che il consorzio di giornalismo investigativo Occrp ha potuto scattare al registro imprese locale sono più di 5 mila i nostri connazionali che hanno aperto società, holding e finanziarie nel Granducato. Chi per attività economiche realmente radicate sul territorio, chi per approfittare dei meccanismi fiscali vantaggiosi. Questi ultimi spesso creati da un “sovranismo fiscale” degli Stati europei che nonostante 63 anni di Unione economica e 20 di moneta unica, non hanno ancora saputo armonizzare un sistema fiscale realmente unitario.

L’opacità del registro delle imprese lussemburghese è sempre stato un valore per chi è determinato a innescare questi meccanismi. Dal 2020 il cono d’ombra ha visto una diminuzione con la pubblicazione da parte della camera di commercio dell’elenco dei beneficiari effettivi. A oggi l’elenco risulta ancora incompleto: a un anno dalla sua creazione, dimostra un’analisi di Le Monde e Occrp espletata nel corso del progetto #OpenLux di cui IrpiMedia è partner, solo il 52% delle società lussemburghesi riporta il beneficiario effettivo (le autorità lussemburghesi sostengono invece che questa quota sia di circa l’88%).

Tuttavia, stando all’analisi di #OpenLux, il restante 48% delle società non ha dichiarato nessun beneficiario effettivo. 26 mila di queste, ammettono le stesse autorità del Granducato, sono in aperta violazione della legge, tanto che sono state segnalate alle autorità giudiziarie del Paese.

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Luca Rinaldi

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Lorenzo Bagnoli

OpenLux

OpenLux

#OpenLux

Negli anni Sessanta l’imprenditore americano Bernard Cornfeld guidava Investors Overseas Services, un fondo comune d’investimento panamense con sede anche in Lussemburgo. Nel 1973 è fallito clamorosamente mostrando al mondo come il Granducato fosse al centro della finanza speculativa globale. È stato il primo di un’interminabile serie di scandali finanziari.

#OpenLux è un’inchiesta collaborativa che parte da un database raccolto da Le Monde, reso ricercabile da Occrp sulle 124 mila società che popolano il registro delle imprese lussemburghese. Ha permesso di analizzare i nomi dei proprietari delle società registrate nel Granducato, finora schermati da prestanome e professionisti.

Non era mai stato possibile cercare società in Lussemburgo partendo dalle persone fisiche che le possiedono.

Politici, imprenditori, uomini legati alla criminalità organizzata: #OpenLux mette in fila più di 115 mila nomi. Per gli italiani, il Lussemburgo si dimostra un frequentato paradiso fiscale (sono oltre cinquemila i nomi italiani presenti nel registro) non riconosciuto dalle liste nere antiriciclaggio.

La parola: il titolare effettivo

Il concetto di titolare effettivo è diventato fondamentale nel contrasto alla criminalità economico-finanziaria. Tale figura è quella che controlla effettivamente il patrimonio e le finanze di una società: in molti casi non coincide con la persona che ha registrato la società e che figura come legale rappresentate.

Sebbene a oggi non esista una definizione universale di titolare effettivo o di beneficiario ultimo, questo è inteso, anche in Lussemburgo, come la persona fisica che possiede una percentuale maggiore o uguale al 25% in riferimento alle partecipazioni di un’azienda. In questo caso il controllo è di tipo diretto.

Possono ricoprire il ruolo di titolare effettivo anche altre società. In questo caso il controllo è definito di tipo indiretto. Queste società sono ovviamente controllate però da persone fisiche o da ulteriori società riconducibili comunque ad una persona fisica. La percentuale da detenere è sempre quella del 25%.

É dunque pacifico che il titolare effettivo coincida con le persone fisiche cui, in ultima istanza, è attribuibile la proprietà diretta o indiretta dell’ente o il relativo controllo. Non sempre però tale figura è facilmente individuabile, soprattutto in giurisdizioni quali proprio il Lussemburgo.

Almeno a partire dalle vicende del Banco Ambrosiano, passando per gli anni ruggenti in cui Silvio Berlusconi diventava il più ricco imprenditore d’Italia, finendo alle recenti e complesse strutture societarie dei maggiori gruppi industriali italiani. Infatti, nonostante i loro nomi e la loro fama siano noti in tutto il mondo, ancora molto poco si sa di come funzionino davvero i meccanismi interni dei cartelli o l’ampiezza della loro rete internazionale.

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Cecilia Anesi
Lorenzo Bagnoli
Lorenzo Bodrero
Matteo Civillini
Giulio Rubino

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Lorenzo Bodrero

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Luca Rinaldi