Victor Dana, l’uomo che ha portato le criptovalute nel calcio italiano

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Victor Dana, l’uomo che ha portato le criptovalute nel calcio italiano

Lorenzo Bodrero
Simone Manda

«Il Rimini è la prima squadra di calcio a entrare nel mondo della criptoeconomia». Titolavano così alcuni giornali italiani alla fine di agosto 2018, parlando di «debutto assoluto». Il nuovo connubio tra calcio e monete digitali veniva celebrato su centinaia di giornali sportivi e siti specializzati in criptovalute. Quell’affare, che prevedeva l’acquisto del 25% delle quote del club romagnolo attraverso Quantocoin – allora nuova moneta virtuale- alla fine non andò in porto per motivi mai precisati. Nel frattempo si era comunque creato un precedente: le monete digitali erano sbarcate nel calcio italiano, inaugurando una stagione che oggi è in pieno svolgimento e – dicono gli esperti – aiuterà squadre italiane e europee a tamponare l’emorragia economica del mondo del pallone.

L’artefice del “nuovo mondo” era Pablo Victor Dana, imprenditore di lunga data nato a Ferrara e cresciuto in Svizzera, nel cantone di Vaud, partner della piattaforma di scambio di monete virtuali e amministratore delegato di Heritage Sports Holdings (HSH), società che sarebbe dovuta entrare nel capitale del Rimini. I tifosi del Milan lo ricorderanno perché fu colui che portò il broker thailandese Bee Taechaubol, detto Mr Bee, a proporsi per l’acquisto del Milan di Silvio Berlusconi, nel 2015. Un’altra trattativa fallita.

Bee e Dana erano amici di vecchia data e soci d’affari: Bee sponsorizzò la Global Legal Service, una società di cui Dana fu azionista, secondo la ricostruzione dell’agenzia di stampa Agi nel libro Diavoli e dragoni.

Giorgio Grassi, l’allora presidente del Rimini FC, contattato da IrpiMedia si dice indisponibile a parlare della trattativa fallita e, soprattutto, di Dana.

Il glossario delle criptovalute

Blockchain: immaginate una sequenza potenzialmente infinita di “blocchi” ciascuno dei quali contiene una serie di informazioni. L’acquisto di criptomoneta costituisce un blocco di informazioni, così come la vendita, l’aggiunta di un nuovo utente o di un wallet, la stessa cosa vale per una transazione economica. Chiunque può aggiungere nuove informazioni e a ciascun blocco, di default, è assegnato un codice univoco il quale “memorizza” e quindi verifica anche l’identità del blocco che lo precede. In questo modo è praticamente impossibile manomettere l’intera catena, motivo per il quale la blockchain è considerata sicura. In estrema sintesi, la blockchain è un enorme database controllato dai blocchi che lo compongono, immutabile, decentralizzato e altamente sicuro dal punto di vista informatico.

Criptovaluta: moneta virtuale, ossia che non esiste in forma fisica. Si genera e si scambia criptomoneta esclusivamente per via telematica e in modalità peer-to-peer, ovvero tra due dispositivi senza l’ausilio né l’intermediazione di autorità centralizzate. Le entità che danno vita allo scambio sono i “nodi”, nient’altro che dei computer gestiti da utenti all’interno dei quali sono continuamente all’opera software che svolgono la funzione di portamonete.

Fan Token: è un asset digitale creato sulla blockchain e collegato a una specifica squadra di calcio che permette ai detentori l’accesso di beni e servizi. Nel caso di Socios, principale emittente di questi prodotti, i fan token si appoggiano su Chiliz, una criptovaluta gestita da Socios stessa.

Meme coin: sono quelle criptovalute che nascono a seguito di fenomeni sociali, scherzi o contenuti diventati virali in rete. Il contenuto virale stesso diventa il volto, e spesso il logo, con cui è individuata la moneta. Il caso più celebre è Dogecoin, creata per scherzo nel 2013 e che si ispira all’ormai celebre cane Shiba Inu, razza giapponese dal pelo folto e di colore ocra. Simile è la genesi di Floki. Il nome del celebre personaggio della serie televisiva Vikings è quello con cui è stato battezzato il cane di Elon Musk. Floki Inu ha quindi raccolto l’eredità mediatica di due fenomeni diventati virali.

Non Fungible Token (NFT): sono dei certificati di proprietà di opere digitali ma non nella loro interezza. Un singolo NFT, infatti, corrisponde ad una frazione del bene/oggetto in questione il quale ha un valore determinato in base al valore dell’oggetto stesso. In sostanza, è come possedere una o più azioni di una società quotata.

Wallet: un portafoglio virtuale, simile a quelli più comuni associati, per esempio, alle app per i pagamenti in forma digitale. Sono necessari per immagazzinare e trasferire criptovalute.

L’imprenditore italo-svizzero fu il primo in Italia a intravedere lo spazio che il mondo delle monete virtuali si sarebbe ritagliato pochi anni più tardi all’interno del calcio professionistico. Il rapporto tra club calcistici e criptovalute oggi è imprescindibile per colmare i deficit di bilancio del mondo del pallone. La pezza in diverse occasioni si è però dimostrata peggio del buco.

Un caso riguarda la sponsorizzazione all’Inter di DigitalBits, moneta virtuale nata da una fondazione alle isole Cayman di cui abbiamo già parlato. La criptovaluta avrebbe dovuto portare alle casse dissestate dell’Inter 85 milioni in quattro anni, invece è già morosa per almeno 23 milioni di euro. Il club nerazzurro è alla ricerca di un nuovo sponsor, mentre a New York è in corso una causa civile contro la società canadese per truffa e appropriazione indebita. DigitalBits scomparirà dalla maglia entro la fine di ottobre, riporta Eurosport.

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Salvo qualche eccezione, nella stagione in corso sono ancora saldi i rapporti di sponsorizzazione tra club e società crypto avviati l’anno scorso. Gli accordi vanno dal nome sulle maglie al merchandising di prodotti digitali, come i fan token dedicati ai tifosi e alle tifose delle squadre e che possono essere scambiati come qualsiasi criptovaluta, e gli NFT. La crescita di queste sponsorizzazioni – che coinvolge anche altri campionati europei, tra cui spicca la Premier League in cui 19 club su 20 ne usufruiscono – è da individuare negli effetti del Decreto dignità, varato nell’agosto 2018 dal primo governo Conte, il quale vietava alle aziende di scommesse di investire nello sport lasciando un vuoto importante nei bilanci dei club (il think tank Nielsen Sports ha stimato in 633 milioni di dollari gli investimenti riversati dalle società di giochi e lotterie nei sei principali campionati europei nel decennio 2008-2017). Neanche un mese dopo la pubblicazione del decreto in gazzetta ufficiale, l’allora semi sconosciuto Pablo Victor Dana tentava senza fortuna di entrare nel Rimini FC, che riporterà nel bilancio 2019 un passivo totale di quasi 650 mila euro.

I cryptoasset come salvagente per i conti della Serie A, ma quanto durerà?

Con debiti che ammontano a 4,9 miliardi di euro* registrati al termine della stagione 2020-2021, effetto in parte della pandemia e della crisi economica, i club di Serie A hanno disperatamente bisogno di liquidità. Alla voce ricavi, la spina dorsale che ancora tiene in piedi un sistema che da anni ormai urge una riforma è rappresentata dagli introiti per la vendita dei diritti televisivi e radiofonici. Questi, con un’incidenza in crescita, costituiscono il 53% dei ricavi dei club. Vale a dire che il calcio italiano, o meglio il campionato di punta, non potrebbe reggersi senza le ricche commissioni che televisioni e piattaforme di streaming pagano ai club per trasmettere le partite.

Una tale “dipendenza” economica è comune anche ad altri campionati europei considerati, come la Serie A, di prima fascia e si fa sempre più rilevante dal momento che i costi relativi a stipendi e commissioni elargite a calciatori e agenti sportivi sono in crescita (+18% sulla stagione precedente), mentre sono in calo (-52%) gli introiti generati dalla vendita dei calciatori stessi. Insomma, calciatori (e agenti sportivi) vengono stipendiati sempre di più ma rivenderli ad altri club è sempre meno remunerativo.

Il calcio italiano, in sostanza, produce molti più debiti che profitti. La ricerca di nuove risorse finanziarie che permettano almeno di contenere le spese è dunque fondamentale. Dopo i diritti Tv, è il comparto “sponsorizzazioni” a occupare la fetta più grande (20%) alla voce introiti per i club di Serie A. Se pressoché costante negli anni come incidenza sul totale, il settore è però soggetto di anno in anno a importanti oscillazioni in valori assoluti, in Italia ma anche a livello internazionale: tra il 2019 e il 2020 il settore sponsor ha perso il 37% (da 46,1 a 28,9 miliardi di dollari)

Alla luce di questi dati – che andranno reinterpretati con il ritorno alla “normalità” della prima stagione calcistica post-Covid – il mondo crypto si sta ritagliando sempre più spazio.

Lo scorso anno in Serie A erano circa 180 i milioni di euro investiti nei club da parte delle aziende di cryptoasset e quest’ultime sono il terzo settore merceologico per investimenti nel calcio italiano, dopo abbigliamento e automotive. Ma in pochi anni le gerarchie potrebbero invertirsi: si stima che a livello mondiale il settore crypto aumenterà i propri investimenti in sponsorizzazioni nello sport del 780% entro il 2026, passando da 570 milioni di dollari a 5 miliardi. Ossigeno pure per quei club pesantemente indebitati. Ma i rischi corrono paralleli alle opportunità. Oltre il caso DigitalBits, ci sono altri episodi di sponsorizzazioni finite male: il meme coin Floki Inu è sparito dalle casacche del Napoli nel silenzio generale dopo un anno di sponsorizzazione, mentre la piattaforma Crypto.com ha di recente abbandonato un accordo da 480 milioni di euro con la Uefa. E questi sono solo alcuni esempi che dimostrano l’inaffidabilità degli operatori del settore. Le criptovalute ad oggi sono ancora estremamente volatili: da novembre 2021, il valore dei Bitcoin – la moneta più famosa – è crollato del 70%; Ethereum – altro big del mercato – ha subito un calo simile e la stessa Crypto.com lo scorso giugno ha licenziato il 5% del personale.

* laddove non specificato, i dati qui riportati provengono dal Report Calcio 2022 della Figc

Da Publitalia a Quantocoin, chi è Victor Dana?

Classe 1967, dopo un breve periodo in Publitalia al fianco proprio di Silvio Berlusconi, all’inizio degli anni Novanta Dana inizia ufficialmente la sua carriera nel settore bancario in Svizzera. Per anni si occupa di private equity (l’acquisto di parti di aziende non quotate in borsa con potenziale di crescita da rivendere, ndr) a Losanna, attraverso la sua società Profile Finance SA, poi chiusa nel 2013. Secondo il media svizzero Bilan, la società aveva ricevuto una decina di denunce, perlopiù per aver falsificato firme su titoli bancari.

Nel 2005 Dana fonda la sua marca di orologi di lusso, la Instruments & Mesure du Temps (I&MT). Sempre secondo il media svizzero, la società fallisce nel 2009 lasciando debiti a numerosi fornitori. Tra gli amici del tempo che hanno indossato un orologio della I&MT ci sono Diego Armando Maradona e Michael Schumacher. Dopo la chiusura di questo esperimento economico, Dana decide di partire per Dubai. Qualche anno dopo, nel 2013, darà vita al fondo Heritage Wealth DWC, una società di gestione del risparmio con sede negli Emirati Arabi Uniti a cui appartiene anche Heritage Sports Holdings (HSH), la società che sarebbe dovuta diventare azionista del Rimini (sede legale nelle Isole vergini britanniche). La HSH ha lo scopo di acquisire o favorire le acquisizioni di squadre di calcio da parte di investitori stranieri. HSH possiede l’80% del Gibraltar United FC, il primo club a pagare gli stipendi dei suoi giocatori con una criptovaluta. Tra i soci di Dana nell’avventura in Gibilterra c’è Michel Salgado, ex difensore del Real Madrid, che lo accompagna anche in Quantocoin, divenendo uno dei volti della società insieme agli ex calciatori Roberto Carlos e Patrick Kluivert.

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Dana è diventato partner di Quantocoin nel 2017. Secondo il sito web – “in manutenzione” da diversi mesi – la piattaforma vuole sostituirsi alle banche tradizionali, nonché «tentare di ridurre la corruzione nel settore calcistico».

Gli interessi calcistici

Tra le avventure imprenditoriali dell’uomo d’affari italo-svizzero c’è il già citato Gibraltar FC, una delle squadre più antiche del piccolo territorio d’oltremare inglese con 75 anni di onorato servizio. Nel 2019, due anni dopo l’acquisizione da parte di Victor Dana e Michel Salgado, il club è stato escluso dalla lega nazionale poiché impossibilitato a pagare gli stipendi dei giocatori in tempo per l’iscrizione. Quegli stessi giocatori che dovevano ricevere lo stipendio tramite la moneta digitale di Dana, Quantocoin.

Sul continente europeo, le fortune di Dana sono alterne. Un anno dopo l’esperienza fallita con il Milan, nel 2016 veste di nuovo i panni dell’intermediario nella vendita dell’Olympique Marsiglia, ma anche qui il tentativo finisce in un nulla di fatto. Nel 2017 la sua Heritage Sports Holding riesce invece ad acquisire l’80% del capitale del club spagnolo Los Barrios. Nella cordata che precede l’acquisto, ad accompagnare Dana ci sono Salgado e il presidente del Gibraltar, l’immobiliarista Paul Collado. Subito dopo l’acquisizione, la società di Dana promette alla squadra di uscire presto dalla terza divisione in cui sono confinati ma, ad oggi, alle promesse non sono seguite i fatti.

Con le squadre di calcio italiane, Dana ha raccolto esperienze simili, quasi tutte fallimentari. Quella del 2018 per il Rimini FC alla fine è rimasta un accordo preliminare e nulla più. Subito dopo, tramonta anche una trattativa lunga due anni per l’acquisto del Pisa. Nel 2018 va invece in porto quella con il Mantova FC del quale, con la controllata Heritage Sports Europe Ltd registrata in Inghilterra, Dana acquista il 25% del capitale sociale. Una quota che scenderà al 12%, per effetto dell’aumento di capitale, quando entrerà in società l’ex presidente del Verona Maurizio Setti. Infine, voci di corridoio lo hanno accostato all’acquisizione della Reggiana e del Como, affari che termineranno tutti con una sconfitta per l’imprenditore.

Sia per il Mantova sia per la Reggiana, sembra che Dana sia stato favorito da un certo Federico Strafinger, imprenditore romano attivo nel settore della ceramica. Residente da anni a Pavullo, in provincia di Modena, Strafinger conosce l’ex patron del Reggiana Mike Piazza e intavola le trattative con lui per conto di Dana. Sulle pagine del Resto del Carlino Strafinger spiega, all’indomani della notizia di un interessamento di Dana verso la Reggiana: «La situazione è complicatissima. Non so come finirà, ci sono 5,8 milioni di debiti quindi per disputare il prossimo campionato ne servirebbero 12. […] Vedremo se il nostro gruppo riuscirà a darglieli». Alla fine, la HSH non troverà mai i soldi per l’acquisto della Reggiana.

Tra calcio e (cripto)finanza

Dana è anche nell’advisory board del World Football Summit, organizzazione che ha appena concluso la sua conferenza del 28 e 29 settembre a Siviglia. L’evento riunisce centinaia di stakeholder del mondo del calcio per, come si legge dal sito, «permettere di generare opportunità di business». È uno dei più importanti eventi mondiali sulla finanza calcistica.

Nel frattempo Dana continua a investire forte anche nelle criptovalute. La sua Quantocoin ha da poco lanciato il suo token digitale, QTC. Dopo un primo momento in cui il token si appoggiava alla criptomoneta Waves, dalla fine di settembre lo stesso sarà disponibile solo sul portale TimeX.io – almeno secondo le dichiarazione della società – senza però che sia specificato a quale moneta digitale farà riferimento. Mentre pubblichiamo, il passaggio non è ancora avvenuto e su Twitter l’account della criptomoneta fa sporadiche comparse, solo per ricordare l’imminente passaggio – ancora non materializzatosi – al portale TimeX.io. Sui principali portali di notizie riguardo alle criptomonete, come Coingecko.com, Quantocoin risulta essere disattivata «per inattività». IrpiMedia ha contattato sia Pablo Victor Dana sia Quantocoin, senza però ricevere risposte.

CREDITI

Autori

Lorenzo Bodrero
Simone Manda

Editing

Lorenzo Bagnoli

Foto di copertina

Pablo Victor Dana
(worldfootballsummit.com)