Quel che sarà dell’agricoltura italiana

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Quel che sarà dell’agricoltura italiana

Paolo Riva

Per l’agricoltura europea, quello appena cominciato sarà un anno importante. Il 2023 segna l’avvio della nuova Politica agricola comune (Pac), che è la voce più importante del bilancio Ue nonché un sostegno fondamentale per gli agricoltori in tante parti del continente. L’Italia non fa eccezione, ma arriva a questo appuntamento affaticata. Per l’agricoltura italiana l’anno che si è appena concluso è stato difficile, per tante ragioni. E per questo, merita di essere rivissuto, a partire dall’estate 2022, che rischia di essere ricordata come una delle più aride degli ultimi cinquecento anni.

«Non cresce», dice Nicholas Fusar Poli accarezzando una piantina di erba medica che si alza appena una ventina di centimetri dal terreno secco. È la seconda metà di luglio e questo giovane agricoltore mostra i danni che la mancanza d’acqua ha causato alla sua azienda di Arluno, a ovest di Milano.

L’esperienza di Fusar Poli, che viene da una famiglia giunta alla quarta generazione di contadini, è esemplare delle difficoltà che stanno vivendo molti agricoltori italiani, stretti tra la crisi climatica, l’aumento dei prezzi e le ricadute della guerra in Ucraina.

Nicholas Fusar Poli, agricoltore e allevatore e titolare dell’azienda Le Robinie, in uno dei canali irrigui in secca tra i suoi campi coltivati a mais- Foto: Luca Quagliato

«Abbiamo 91 ettari di terreno e 110 mucche da latte – spiega Fusar Poli, che ha 24 anni e ha fatto l’istituto agrario -. Avevo piantato più erba medica per comprare meno mangimi proteici, ma poi c’è stata la siccità: la medica non è cresciuta e il mais sarà molto meno del solito», dice tra lo sconsolato e l’arrabbiato. Come capita spesso in Pianura padana, anche nell’azienda di Fusar Poli, gli animali vengono nutriti da quel che viene coltivato, soprattutto mais ma anche orzo, sorgo ed erba medica. Se il raccolto va male, le mucche devono comunque essere nutrite e il necessario va acquistato. Quest’anno, a prezzi particolarmente cari.

«Il mercato agricolo sale e scende, è così. I prezzi erano già cresciuti prima [del conflitto], ma con la guerra in Ucraina sono saliti, saliti, saliti…», dice l’agricoltore.

La dipendenza italiana

Nel 2022, in tutto il mondo, i prezzi sul mercato dei beni alimentari hanno raggiunto livelli record. «L’aumento ha caratterizzato soprattutto i beni di cui Russia ed Ucraina sono principali esportatori e si è aggiunto all’aumento dei prezzi trainato dalla crescita post pandemica della domanda di beni rispetto ad una produzione che è cresciuta più lentamente», ha scritto il Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria – Crea in un rapporto dell’ottobre 2022.

Il fenomeno, spinto anche dalla speculazione di banche e fondi, ha toccato il nostro Paese soprattutto in alcuni settori. «La crisi internazionale – prosegue il Crea – ha posto maggiore attenzione sulla dipendenza dell’Italia dall’estero per alcune produzioni, importanti per la nostra industria agroalimentare, tra cui i cereali, gli oli vegetali e i mangimi per la zootecnia».

Lo scorso anno, stando alle elaborazioni di Coldiretti su dati Istat, l’Italia aveva importato dall’Ucraina il 15% del mais destinato all’alimentazione degli animali, per un totale di 785 milioni di chili. Una quota che, dopo lo scoppio del conflitto, è stata sostituita in larga parte da quella proveniente da altri Paesi come il Brasile o gli Usa. Questi ultimi, scrive l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare – Ismea, «non figurano tra i nostri principali fornitori ma nel semestre in esame hanno aumentato le spedizioni con tassi di crescita di tre cifre sia in valore che in volume per raggiungere nei primi sei mesi del 2022 circa 24 milioni di euro per 70 mila tonnellate».

Nutrire gli animali, quindi, è diventato più costoso. Ma non si è trattato dell’unico rincaro che gli agricoltori come Fusar Poli hanno dovuto affrontare.

«La pianta di erba medica solitamente in questa fase della maturazione arriva all’altezza di 40/50 cm», dichiara Fusar Poli mentre maneggia alcune piante che non hanno raggiunto la maturazione per via della siccità. A causa della mancata maturazione della pianta, gli allevatori sono costretti all’acquisto di mangimi dall’esterno – Foto: Luca Quagliato
Un ramo terziario del canale Villoresi durante una secca programmata. La distribuzione delle acque irrigue avviene attraverso una regimentazione per la quale gli agricoltori pagano una quota a un consorzio di gestione che si occupa di garantire la manutenzione dei canali e un afflusso di acqua sufficiente alla maturazione delle colture. Durante il 2022, annata di siccità grave, il consorzio ha dovuto modificare la regimentazione delle acque dilatando i tempi tra un’irrigazione e l’altra – Foto: Luca Quagliato

A marzo, poco dopo l’invasione russa dell’Ucraina, sempre il Crea aveva stimato che, a fronte della situazione internazionale, le aziende italiane avrebbero potuto «subire incrementi dei costi correnti di oltre 15.700 euro» all’anno. A settembre ha rivisto i numeri, praticamente raddoppiandoli e spiegando come tra i settori più colpiti c’è la produzione di latte.

«L’impatto medio aziendale nazionale stimato è di 29.060 euro, mentre sugli allevamenti da latte sale addirittura a 90.129 euro. Tali aumenti sono legati all’eccezionale rincaro (a livello medio aziendale) delle spese per l’energia elettrica (+35.000 euro), per l’acquisto di mangimi (+34.000 euro) e dei carburanti (+6.000 euro)», dettaglia il report.

Lo scorso ottobre Coldiretti ha confermato, segnalando aumenti dei costi che vanno dal +170% dei concimi al +129% per il gasolio fino al +300% delle bollette per pompare l’acqua per l’irrigazione dei campi. E, la scorsa estate, i raccolti hanno avuto bisogno di molta acqua.

Aziende agricole a rischio

L’estate del 2022 verrà ricordata in tutta Europa per la mancanza d’acqua. La siccità, soprattutto nel nord dell’Italia, si è sommata agli altri problemi che l’agricoltura stava già affrontando e ha inciso negativamente sulla resa di diverse colture.

Nel caso del grano duro, per esempio, a fine luglio Isema stimava che la produzione italiana 2022 «potrebbe essere inferiore di circa il 16% rispetto all’anno precedente, prevalentemente a causa del deficit idrico registrato durante la fase post semina e delle elevate temperature degli ultimi mesi». Il calo riguarda molte regioni, pur con intensità diverse, e anche altri paesi Ue come la Francia.

Per quanto riguarda il mais, il quadro è ancora più fosco. Cesare Soldi, imprenditore agricolo in provincia di Cremona, membro di Confagricoltura e presidente dell’Associazione maiscoltori italiani – Ami, prova a fare i conti. «Quest’anno, come associazione, stimiamo un calo del 35% della produzione di mais rispetto al 2021», dice. Si tratta di una media nazionale che nasconde una forte eterogeneità, ma il dato è comunque forte. «Da una parte – riprende Soldi -, c’è la siccità e, dall’altra, ci sono la situazione incerta pre Covid e la guerra che hanno portato all’aumento dei costi. È un mix esplosivo che ci porta, per l’ennesima volta negli ultimi anni, a produrre sotto costo».

In pratica, nonostante i prezzi elevati dei generi alimentari, i produttori di mais ricevono per il loro prodotto meno di quanto spendono per coltivarlo. È una situazione insostenibile che ha ragioni specifiche legate al tipo di coltura, ma che quest’anno rischia di riguardare anche le aziende di altri settori.

Nello stesso studio in cui il Crea stimava l’aumento dei costi per le imprese agricole, l’istituto concludeva che «l’attuale crisi internazionale congiunturale può determinare in un’azienda agricola su dieci l’incapacità di far fronte alle spese dirette necessarie a realizzare un processo produttivo» e che «il 30% delle aziende su base nazionale» potrebbe «avere reddito netto negativo». Prima dell’attuale crisi, i due dati erano rispettivamente l’1% e il 7%.

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«Il conflitto avrà conseguenze sulla gestione economica e finanziaria delle aziende agricole. Le imprese a bassa capitalizzazione rischiano di uscire dal mercato. Potrebbe esserci una riorganizzazione in termini di efficienza, con impatti sociali non da poco», sostiene Alessandra Pesce, direttrice del Centro politiche e bioeconomia del Crea. In pratica, secondo la ricercatrice, gli agricoltori senza sufficienti risorse economiche potrebbero non farcela ad affrontare un periodo così impegnativo. Le loro aziende agricole potrebbero essere acquisite da altre oppure fallire.

Per Pesce, l’impatto maggiore è sui «costi di gestione e approvvigionamento di materie prime energetiche, di fertilizzanti e di mangimi». Fusar Poli, per esempio, dato che l’erba medica non è cresciuta a sufficienza per la siccità, ha dovuto comprare più mangimi proteici, i cui prezzi nel frattempo erano fortemente aumentati. Lo ha fatto rivolgendosi a Cargill, uno dei principali attori mondiali del settore. «Vorrei essere sempre meno dipendente da queste aziende, ma quest’anno non è stato possibile», dice.

Lo stesso accade in provincia di Cremona, poco lontano dal Po e dalle sue acque che, a luglio, erano estremamente basse per la mancanza di piogge.

Stefania Soldi osserva la grande mietitrebbia che passa sul campo di mais appartenente alla sua azienda zootecnica. «Cerchiamo di essere autonomi, ma con questo clima mai visto prima abbiamo dovuto comprare una parte dei mangimi», spiega. E anche in questo caso, i prezzi sono saliti. La crescita era già iniziata prima del conflitto e ha accelerato dopo l’invasione russa dell’Ucraina, anche a causa della speculazione finanziaria. Come a Fusar Poli, anche a Soldi, per acquistare il mais da destinare alle sue mucche, è capitato di rivolgersi a Cargill, che ha un impianto proprio poco lontano dalla sua azienda, nel comune di Sospiro in provincia di Cremona.

Il ruolo dei grandi player

L’Italia è uno dei settanta Paesi in cui Cargill opera, per un totale di 155 mila dipendenti e un fatturato che, nel 2020, ha superato i 134 miliardi di dollari. L’azienda, che non è quotata in borsa, è un trader di materie prime agricole e quindi è coinvolta in tutte le fasi della produzione e del commercio di questi prodotti: dall’origine alla lavorazione, dalla commercializzazione agli strumenti finanziari, dalla gestione del rischio alla distribuzione. Secondo un recente rapporto dell’ong Etc Group, che da decenni si occupa di sistemi alimentari, Cargill è il leader di questo settore, seguita dalla cinese Cofco, dalle statunitensi Archer-Daniels-Midland (ADM) e Bunge (rispettivamente terza e quinta per fatturato) e da Wilmar, con sede a Singapore.

Uno stabilimento della multinazionale dei mangimi Cargill a Sospiro, provincia di Cremona – Foto: Luca Quagliato
Trebbiatura di un campo coltivato a Mais destinato all’alimentazione animale a Pieve d’Olmi, provincia di Cremona – Foto: Luca Quagliato

Aziende come Cargill o Cofco rappresentano molto chiaramente il processo di consolidamento dell’industria agroalimentare mondiale in corso, attraverso fusioni e acquisizioni sia orizzontali sia verticali. Questo, scrive sempre Etc in un altro rapporto, rafforza «il modello alimentare e agricolo industriale, esacerbando le sue ricadute sociali e», «aggravando gli squilibri di potere esistenti» e rendendo «gli agricoltori sempre più dipendenti da una manciata di fornitori e acquirenti». La pubblicazione era del 2017 ma, cinque anni dopo, il fondatore di Etc Pat Mooney, conferma che la situazione non è cambiata. Anzi.

«Il livello di concentrazione è ulteriormente aumentato e il sistema industriale sta mostrando enormi problemi nelle catene di approvigionamento che non dipendono solo dalla situazione in Ucraina e che erano già stati riscontrati durante la pandemia», spiega Mooney.

Negli ultimi mesi, Cargill ha registrato un aumento del 23% dei ricavi, raggiungendo la cifra record di 165 miliardi di dollari (140 miliardi di sterline) per l’anno conclusosi il 31 maggio 2022; ADM ha realizzato i profitti più alti della sua storia nel secondo trimestre di quest’anno mentre le vendite di Bunge sono aumentate del 17% su base annua nel secondo trimestre, anche se i profitti sono stati influenzati da oneri precedentemente sostenuti.

Se da un lato un aumento dei ricavi è logico all’aumentare dei prezzi, dall’altro, secondo diverse organizzazioni non governative, questi colossi stanno approfittando della situazione e avrebbero potuto fare di più per evitare la crisi attuale.

Quel che è certo è che gli agricoltori come Fusar Poli si ritrovano inseriti in un sistema agroalimentare industriale che non li favorisce, esposti alle ripercussioni internazionali in materia di prezzi e schiacciati dagli effetti della crisi climatica, che in estati come quella appena trascorsa si è manifestata con particolare forza. «Devi continuamente adattarti. Sei sul filo del rasoio, non puoi sbagliare», dice Fusar Poli.

Più o meno consapevolmente, però, a stringere la morsa nella quale si ritrovano sono anche gli stessi agricoltori. Soprattutto quelli che producono cereali per la zootecnia. Come ha spiegato l’associazione Terra!, in Italia il 58% dei terreni sui quali si semina (i seminativi) è destinato ad alimentare animali, non persone. Nel caso specifico del mais, l’82 per cento del prodotto disponibile è destinato all’uso zootecnico.

Il punto è che gli allevamenti producono una grande quantità di emissioni di gas serra, che contribuiscono a peggiorare la crisi climatica. Nel 2020, il settore agricolo ha generato il 9% di tutte le emissioni italiane mentre, secondo l’ong Iatp, le prime venti aziende europee di carne e latticini producono l’equivalente di oltre la metà delle emissioni di Regno Unito, Francia e Italia. Anche per questo, la nuova Politica agricola comune Ue, in vigore dall’inizio del 2023, ha tra i suoi obiettivi quello di rendere il settore primario europeo più sostenibile dal punto di vista ambientale.

L’alba di una nuova PAC

Il primo gennaio 2023, dopo una serie di rinvii causati dalla pandemia, è iniziata la nuova programmazione della la Politica agricola comune dell’Unione europea (Pac), che proseguirà fino al 2027. Tra le principali novità di questa ultima versione della Pac, che è già stata oggetto di altre riforme in passato, vi sono maggiore attenzione all’ambiente e più autonomia per gli Stati.

Il primo aspetto si concretizza negli ecoschemi, che sono sostegni economici garantiti alle aziende agricole che hanno usato determinate pratiche ecosostenibili. Il secondo aspetto, invece, lo si ritrova nei Piani strategici nazionali, che i Paesi membri concordano con la Commissione Ue per spendere i fondi Pac nel modo per loro più adatto. Quello dell’Italia è stato approvato ad inizio dicembre.

«La Commissione europea ha approvato il Piano strategico italiano per la Pac, con circa 37 miliardi per i prossimi cinque anni a sostegno della competitività e della sostenibilità del settore produttivo agricolo e agroalimentare. È un’ottima notizia, per un provvedimento molto atteso da tutto il comparto», ha commentato il ministro dell’Agricoltura, della sovranità alimentare e delle foreste, Francesco Lollobrigida.

Il piano, in realtà, è opera di Stefano Patuanelli, ministro con il precedente governo. La caduta dell’esecutivo Draghi e le conseguenti elezioni hanno ritardato l’approvazione del documento, creando diversi problemi agli agricoltori. I fondi Pac, infatti, sono vitali per i bilanci di molte aziende agricole e capire come vengono assegnati può orientare le loro scelte in termini di colture o pratiche da seguire.

«Fino ad oggi, i pagamenti diretti della Pac hanno garantito a chi produce mais 360 euro all’ettaro, che danno la possibilità di essere in attivo», spiega Cesare Soldi di Ami. In pratica, a suo parere, produrre mais in Italia senza i soldi Ue non è economicamente sostenibile.

Con la nuova Pac, però, il quadro è destinato a cambiare. Il Piano strategico nazionale è stato sostanzialmente ben accolto dalle organizzazioni degli agricoltori. Il presidente di Coldiretti Ettore Prandini, pur affermando che «non è certo la riforma agricola dei sogni per gli agricoltori», lo ha definito «un compromesso utile a tenere insieme la sostenibilità economica, ambientale e sociale delle nostre aziende agricole».

Il giudizio, però, varia molto da settore a settore. E quello di Soldi non è così positivo.

«I seminativi come mais, frumento tenero e orzo, risultano penalizzati [dal Piano strategico nazionale]», dice. I sostegni a questo tipo di colture sono stati modulati in modo diverso rispetto alla Pac precedente e sono complessivamente diminuiti. Il mais passa da 360 euro all’ettaro a circa 230, compreso il pagamento dell’ecoschema 4. Anche Giuseppe Romano, agronomo e presidente dell’Associazione italiana agricoltura biologica – Aiab, riconosce che «in tutta la Pac, i seminativi escono affaticati».

In primo piano, un campo coltivato a grano e sorgo, sullo sfondo un campo coltivato a mais. Il sorgo è un cereale con un’alta resistenza a condizioni di siccità: «Quando il sorgo è troppo bello non è un buon segno», dichiara Nicholas Fusar Poli, agricoltore e allevatore dell’azienda Le Robinie di cui è titolare – Foto: Luca Quagliato
Lo stoccaggio di trinciato di mais destinato all'alimentazione bovina. Il trinciato è prodotto dalla raccolta meccanizzata della pianta di mais nel suo intero e stoccato per garantire l'alimentazione dei bovini durante la stagione tra un raccolto e l'altro - Foto: Luca Quagliato
Lo stoccaggio di trinciato di mais destinato all’alimentazione bovina. Il trinciato è prodotto dalla raccolta meccanizzata della pianta di mais nel suo intero e stoccato per garantire l’alimentazione dei bovini durante la stagione tra un raccolto e l’altro – Foto: Luca Quagliato

É l’unico punto su cui Soldi e Romano concordano. Per il resto, per il presidente di Aiab, «la Pac ha risposto fin troppo alle richieste nate dopo l’invasione dell’Ucraina».

L’agronomo si riferisce alla condizionalità rafforzata, il cui avvio è stato rimandato al 2024 per le conseguenze del conflitto scatenato dalla Russia. Il meccanismo incrementa le pratiche ambientali che gli agricoltori devono eseguire per ricevere i pagamenti di base, tra cui le rotazioni delle colture.

Secondo Romano, si tratta «di pratiche agroecologiche positive che andrebbero fatte a prescindere dalla Pac». Per Soldi, invece, sono una difficoltà ulteriore, che renderà ancora meno sostenibile la coltivazione del mais. «Vengono meno le aziende, diminuiscono le superfici di mais coltivate e aumentano le importazioni», dice, spiegando quel che è successo negli ultimi anni in Italia e, a suo parere, potrebbe succedere anche in futuro. Qualche segnale positivo, però, potrebbe arrivare dai mercati.

«Mai visto nulla del genere»

A novembre, Ismea ha annunciato che i prezzi di cereali, frutta, semi oleosi e vino hanno registrato un calo nel terzo trimestre 2022 rispetto al trimestre precedente e che, per la prima volta da inizio 2022, si è registrato «un calo congiunturale dei prezzi degli energetici (-4,6% rispetto al secondo trimestre)».

Segnali positivi, ma di portata limitata. Il calo ha riguardato solo i prezzi di un numero limitato di prodotti, mentre quelli di altri hanno continuato a salire. «L’aumento dei prezzi, tuttavia, non compensa completamente i maggiori costi dei produttori e l’Ismea prevede una lieve diminuzione su base congiunturale del valore aggiunto agricolo, così come indicano le stime preliminari Istat sul Pil del terzo trimestre», ha aggiunto l’istituto.

Le difficoltà per gli agricoltori, quindi, non sembrano destinate a ridursi. Anche a causa della crisi ambientale. «Il cambiamento climatico non è mai stato un problema così forte – ragiona Fusar Poli -. Magari pioveva meno, ma pioveva. Quest’anno, invece… Anche mio padre e mia nonna non hanno mai visto qualcosa del genere. Ogni tanto ci penso e mi chiedo se sono sicuro di andare avanti con questa roba qua che non sai come va a finire». L’impatto della crisi climatica sembra destinato ad aumentare, d’ora in avanti. Nessuno può ancora prevedere le conseguenze che avrà sul mestiere dell’agricoltore.

CREDITI

Autori

Paolo Riva

Editing

Giulio Rubino

Foto di copertina

Bovini che si alimentano all’interno di una delle stalle dell’azienda Le Robinie
(Luca Quagliato)

Con il sostegno di

Le lobby agroalimentari contro la Farm to Fork

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Le lobby agroalimentari contro la Farm to Fork

Francesca Cicculli
Alessandro Leone
Simone Manda

Nei prossimi anni cambierà il modo in cui consumeremo il nostro cibo. E si dovrà pensare alla sostenibilità non solo in termini ambientali ma anche economici e sociali. Per rendere il sistema alimentare europeo più sano, equo e sostenibile il 20 maggio la Commissione europea ha presentato la strategia “Farm to Fork – dal produttore al consumatore” (F2F), votata ieri dal Parlamento. La F2F è stata definita come il cuore del Green Deal, il piano che mira a fare dell’Europa il primo continente a zero emissioni entro il 2050.

La strategia, di durata decennale, si sviluppa intorno a sei macro-obiettivi: una riduzione del 50% dell’uso di pesticidi chimici; il dimezzamento della perdita di nutrienti e quindi la riduzione di almeno il 20% dell’uso di fertilizzanti; la riduzione del 50% di antimicrobici per gli animali d’allevamento e di antibiotici per l’acquacoltura; un aumento del 25% dei terreni agricoli destinati all’agricoltura biologica e infine la riduzione del 10% del suolo utilizzato per gli allevamenti intensivi.

A questo si aggiungono: una nuova etichettatura nutrizionale, un miglioramento del benessere degli animali e l’inversione della perdita di biodiversità. La F2F punta quindi a premiare gli agricoltori, i pescatori e gli altri soggetti attivi lungo la filiera alimentare che abbiano già cominciato la transizione verso pratiche sostenibili.

Il nuovo sistema di etichettatura

La Farm to Fork introduce un nuovo sistema di etichettatura fronte-pacco, su cui gli Stati membri si stanno dividendo. Da una parte, Francia, Germania e Belgio propongono il Nutri-Score: per ogni singolo alimento è associato un colore, dal verde al rosso, che indica la presenza di nutrienti da limitare, come calorie, grassi e zuccheri, e quelli da preferire, come fibre, proteine, frutta e verdura. Dall’altra, l’Italia sponsorizza il NutrInform, un sistema composto da una batteria, dove la parte carica indica la percentuale di nutrienti di una porzione.

«Riteniamo il Nutri-Score un sistema sbagliato, perché categorizza i cibi in buoni o cattivi in virtù di un algoritmo che nulla ha a che vedere con indicazioni e studi scientifici», ha spiegato a IrpiMedia Alessandra Moretti, europarlamentare del Pd, che siede in Commissione Ambiente. La discussione è ancora aperta, la Commissione auspica di adottare le nuove etichette entro la fine del 2022.

L’industria agroalimentare è responsabile di un terzo delle emissioni globali di gas serra: 17 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, secondo uno studio della rivista Nature Food, di cui il 29% deriva dalla produzione di alimenti di origine vegetale e il 57% dai cibi di origine animale. Gli allevamenti intensivi, il disboscamento per il pascolo, la produzione di mangimi e le emissioni di metano sono tra le principali cause dei cambiamenti climatici. In particolare, nell’Unione europea l’agricoltura è responsabile del 10,3% delle emissioni di gas serra e di queste quasi il 70% proviene dal settore zootecnico. Per l’Università della Tuscia, in Italia gli allevamenti stanno consumando il 39% delle risorse naturali messe a disposizione dal territorio agricolo italiano.

Nel testo della Farm to Fork si legge che la strategia è «il risultato di anni di politiche dell’Ue per proteggere la salute umana, animale e vegetale e gli sforzi di agricoltori e allevatori», un’inversione di rotta rispetto alla Politica Agricola Comune (Pac), che fino a oggi ha favorito soprattutto l’industria intensiva. In realtà i principali destinatari della F2F, cioè piccoli allevatori e piccoli agricoltori non sono informati sugli impatti che questa potrebbe avere sulle loro attività.

Al mercato di Campagna Amica della Coldiretti, al Circo Massimo di Roma, la gran parte degli agricoltori e degli allevatori che abbiamo intervistato ci ha detto di non conoscere la F2F, nonostante appartengano a un’organizzazione di categoria come la Coldiretti, che dovrebbe informare i suoi associati.

«Non conosco la Farm to Fork. Per noi piccole aziende con poca manodopera è difficile essere informati su cosa accade in Europa e su tutti gli incentivi», racconta a IrpiMedia Gabriele, che gestisce un’azienda agricola di famiglia. «Noi dobbiamo preoccuparci di mandare avanti l’azienda e anche le nostre vite. Non so cosa propongano in Commissione, ma spero che qualcuno faccia i nostri interessi», ha aggiunto. «Mi sembra strano che non ci sia informazione a riguardo», afferma Paolo Di Stefano, dall’ufficio di Coldiretti a Bruxelles, «la nostra comunicazione mi sembra efficace ma non mi stupisce che gli agricoltori non colleghino direttamente le misure di cui parliamo con i lavori del Parlamento europeo».

Ma a farsi portavoce delle istanze dei piccoli produttori in Europa sono state proprio le associazioni di categoria, di cui fanno parte grandi aziende agroalimentari. Per queste, la porta della Commissione europea sembra essere sempre spalancata. La Farm to Fork è stata infatti attaccata dai gruppi di interesse degli agricoltori e dei produttori di carne, al cui fianco si sono schierati i giganti dell’industria dei pesticidi.

Questa inchiesta è il risultato di una partnership internazionale coordinata da Lighthouse Reports, in collaborazione con IrpiMedia (Italia), Follow the Money (Olanda), Deutsche Welle (Germania), Domani (Italia) e Mediapart (Francia)

Le lobby temono che la strategia porti a una diminuzione della produzione. Per questo chiedono alla Commissione europea una valutazione d’impatto, preoccupati dalla perdita di competitività delle aziende europee sul mercato agroalimentare. Il loro obiettivo era far arrivare in Parlamento europeo un testo che di fatto è un compromesso al ribasso: «Devo dire che siamo riusciti a fare un bel lavoro con il Parlamento europeo, quello che è uscito è un testo molto più moderato, dove le nostre istanze sono passate», ha confermato a IrpiMedia Michele Spangaro di Assica, l’Associazione Industriali delle Carni e dei Salumi che, come organizzazione di categoria, tutela una parte degli allevatori di bestiame iscritti a Confindustria.

La strategia dei gruppi di pressione

Copa-Cogeca, l’unione europea delle organizzazioni professionali di agricoltori e delle cooperative agricole è il più grande gruppo lobbistico in Europa per la difesa dell’agribusiness, di cui fanno parte, tra gli altri, anche Coldiretti e la Cia, la Confederazione Italiana Agricoltori. Intervistata da IrpiMedia, la Cia ha voluto ricordare che «studi importanti, non ultimo quello commissionato dal Copa-Cogeca, dimostrano che gli obiettivi della Farm to Fork incidono negativamente sull’agricoltura europea, con un aumento dei costi di produzione e dei prezzi del prodotto finale, condizionando le scelte dei consumatori e agevolando il mercato dei prodotti importati».

Il 27 settembre scorso, a pochi giorni dal voto in Commissione, Copa-Cogeca ha dato indicazioni a numerosi europarlamentari, che hanno così deciso di presentare sei emendamenti al testo, uno dei quali elimina l’aggettivo “vincolante” dagli obiettivi della riforma sull’uso dei pesticidi. La votazione sul testo finale ha però confermato la necessità di “obiettivi di riduzione vincolanti”.

L’industria agroalimentare è responsabile di un terzo delle emissioni globali di gas serra: 17 miliardi di tonnellate di CO2 l’anno, di cui il 29% dalla produzione di alimenti di origine vegetale e il 57% dai cibi di origine animale

Questi emendamenti, votati ieri in Parlamento, sono il risultato di un accordo con le commissioni Agricoltura e Ambiente. Nella prima siede, tra gli altri, il deputato italiano Herbert Dorfmann, del Partito Popolare Europeo, uno dei due relatori del testo sulla F2F. Proprio lui è il primo firmatario di un emendamento che richiede al Parlamento una valutazione di impatto della misura, mostrandosi in linea con le posizioni delle associazioni di categoria.

Ad accompagnare le attività di Copa-Cogeca troviamo anche CropLife Europe e European Livestock Voice (di cui fa parte Assica), altre due lobby che hanno commissionato rispettivamente uno studio e prodotto una massiccia campagna informativa online. Anche Confragricoltura, un altro partner di Copa-Cogeca, tramite la sua responsabile a Bruxelles Cristina Tinelli, fa sapere che sono mesi che viene richiesta una valutazione d’impatto olistica alla Commissione. Come dichiarato a IrpiMedia, Confagricoltura vorrebbe «che gli agricoltori continuassero a produrre cibo e a vivere di questo e non di soli sussidi. […] Vogliamo continuare a essere competitivi sul mercato». Questo approccio però, ha portato il settore alle sue attuali condizioni di insostenibilità ambientale.

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Per rafforzare le loro posizioni, le lobby hanno commissionato vari studi. Il primo, il 9 settembre, è stato finanziato dal Grain Club, organizzazione dell’agribusiness tedesca attiva nel settore dei cereali e dell’alimentazione animale, e condotto in tandem con i ricercatori dell’università di Kiel. Un aspetto fondamentale evidenziato dallo studio è la consistente riduzione della produzione agricola nell’Unione europea del 21,4% per i cereali e del 20% per le oleaginose, come colza e semi di girasole. Per la carne bovina la riduzione sarà del 20%. La ricerca commissionata da CropLife Europe e condotta dall’università olandese di Wageningen individua invece una riduzione della produzione agricola in una forbice tra il 10 e il 20%, addirittura del 30% per alcuni cereali.

Ultimo, in ordine di pubblicazione, è lo studio condotto dal Joint Research Centre (JRC) della Commissione europea a fine luglio e reso pubblico a ottobre, che dipinge un quadro estremamente negativo della produzione agricola e del bestiame, con conseguente aumento dei prezzi delle materie prime sia per il mercato interno che per quello diretto all’estero dall’Europa.

Il tema dell’aumento dei prezzi è ricorrente in tutti gli studi sopra citati. Quello di Wageningen ipotizza un aumento dei prezzi dei prodotti agricoli del 13% e l’università di Kiel del 12-18% per quanto riguarda i prodotti vegetali e del 58% per la carne bovina. Come riporta Politico, Marco Contiero, direttore delle politiche agricole per Greenpeace, ha accusato Copa-Cogeca e CropLife di condurre «una campagna di disinformazione basata su dati parziali e incompleti, studi autofinanziati e spazi nei media acquistati per veicolare i loro messaggi». Copa-Cogeca ha risposto definendo la sua strategia come «normale advocacy».

Gli studi si basano tutti su un modello, il “CAPRI model“, utilizzato ormai da più di dieci anni per l’analisi quantitativa dei dati relativi all’agricoltura europea. Quantitativa, non qualitativa. Lo studio del JRC specifica che l’impatto delle misure concernenti la preservazione della biodiversità e la riduzione delle emissioni inquinanti non sono stati presi in considerazione per la stesura del testo. Inoltre, il JRC stima una riduzione delle emissioni inquinanti di almeno il 20%.

Jeroen Candel, professore alla Wageningen University, in un thread su Twitter ha scritto: «Sebbene i ricercatori riconoscano che i benefici del clima e della biodiversità non sono stati inclusi, è proprio a questo che è destinata l’intera strategia». E, continua, «conducendo la ricerca in questo modo, non sorprende che tali studi siano usati come munizioni contro la Farm To Fork dalle forze dello status quo»

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I piani europei dovrebbero andare di pari passo con gli obiettivi mondiali nella riduzione delle emissioni di CO2 e nella lotta all’insicurezza alimentare. Lo afferma anche l’europarlamentare Herbert Dorfmann: «Tutto questo può funzionare solo se il consumatore sta dalla parte giusta. Se continua a chiedere prodotti di bassa qualità a basso prezzo la strategia rimane una bella strategia ma niente di meglio».

L’impatto sui piccoli imprenditori agricoli

La maggioranza dei piccoli allevatori e agricoltori intervistati da IrpiMedia non sono preoccupati dal possibile aumento dei prezzi: «Se fanno costare il pomodoro due euro al chilo io sono felice perché tanto comunque a cinque li vendo. Il piccolo produttore non ha nessun problema con questa iniziativa», sostiene Alessandro Giuggioli, fondatore dell’azienda Quintosapore a Città della Pieve (Perugia).

Anche la riduzione dei pesticidi e l’incremento delle terre destinate al biologico non sembrano spaventare, perché molte aziende di piccole e medie dimensioni già producono in maniera sostenibile. L’Italia ha una percentuale di campi bio che sfiora il 16%, il doppio rispetto alla media europea, secondo i dati Sinab. «Non usiamo antibiotici, conservanti, i nostri prodotti sono già dal produttore al consumatore, quindi anche i costi della nostra frutta e verdura sono già più alti. Ovviamente, alla grande distribuzione questo non piace perché loro vincono se i prezzi sono più bassi», dice Valentina Pallavicino, che lavora nell’azienda CuorOrto di Sezze (Latina).

La strategia per la biodiversità

Nel quadro del Green Deal, la Farm to Fork viaggia parallelamente alla strategia dell’Ue sulla biodiversità per il 2030, che prevede un finanziamento di 20 miliardi di euro l’anno tra fondi Ue, nazionali e privati. La strategia per la biodiversità è un piano a lungo termine per proteggere la natura e invertire il degrado degli ecosistemi e mira a portare la biodiversità dell’Europa sulla via della ripresa entro il 2030, tramite azioni e impegni specifici. Tra questi, la protezione di almeno il 30% delle aree terrestri e il 30% di quelle marine; il ripristino degli ecosistemi degradati terrestri e marini in tutta Europa attraverso l’utilizzo di agricoltura sostenibile; la protezione della fertilità del suolo e l’adozione del piano d’azione per l’inquinamento zero di aria, acqua e suolo; ma anche l’arresto del declino degli impollinatori, il ripristino di almeno 25.000 km di fiumi europei, la riduzione dell’uso e del rischio di pesticidi del 50% e la piantagione di 3 miliardi di alberi entro il 2030.

La strategia è stata presentata il 20 maggio 2020 insieme alla Farm to Fork e approvata durante la sessione plenaria del Parlamento europeo che si è tenuta a Strasburgo dal 7 al 10 giugno.

Lo scetticismo subentra quando si prendono in esame alcuni dei possibili effetti secondari, come lo spostamento della produzione verso Paesi terzi, soprattutto se il consumatore non sarà disposto a supportare l’aumento dei prezzi. «Il problema è essere autosufficienti come territorio, come Europa, perché poi se importiamo la soia e la carne dall’Argentina e dal Brasile ci puliamo la coscienza», pensa Daniele Colognesi, allevatore de La torre di Colognesi di Anguillara Sabazia (Roma). Emanuele Pullano, dipendente dell’Orto di Fabiana (Roma), è convinto che con una maggiore sensibilizzazione le persone accetteranno di pagare di più per un prodotto più sano.

Massimo Nesta, allevatore dei Fratelli Nesta a Magliano Sabina (Rieti), invece, non ritiene che sia il momento di alzare i prezzi e ha paura che la grande distribuzione faccia ancora «da padrona». La sua rassegnazione è giustificata dall’impatto che ha avuto storicamente la Politica agricola comune (Pac) su aziende come questa. Nata nel 1962 con l’intento di promuovere l’autosufficienza alimentare dell’Europa, la Pac ha premiato metodi di coltivazione e allevamento sempre più intensivi e industrializzati, penalizzando i piccoli produttori. Secondo un’analisi del Guardian, circa l’80% dei 40 miliardi di euro di sussidi diretti della Pac 2013-2021, uno dei pilastri della misura, è finito in mano al 20% degli agricoltori.

Mentre il numero di capi di pollame e bestiame tra il 2005 e il 2016 è aumentato, quello degli allevamenti è diminuito drasticamente, segno di un rafforzamento della produzione intensiva concentrata in poche aziende. Nello stesso periodo infatti, il numero complessivo di attività agricole è passato da 14,5 a 10,3 milioni. Solo in Italia è andato perduto il 76% degli allevamenti di suini, una decrescita in atto in tutti Paesi europei da decenni, ma che ha colpito in modo particolare i paesi orientali dal loro ingresso nell’Unione: la Bulgaria e la Slovacchia hanno perso il 72% dei loro allevamenti di bestiame e pollame, l’Ungheria il 48%.

Gli agricoltori e gli allevatori europei hanno ottenuto finanziamenti sulla base degli ettari posseduti, per una media di 267 euro per ettaro. In Germania, che in totale ha ricevuto oltre 6 miliardi dei 40 della Pac, questo sistema si è tradotto in sussidi da oltre un milione di euro per 125 aziende. «Tante persone, come il mio vicino di azienda, hanno terreni su cui non coltivano e a fine anno prendono i finanziamenti della Pac. In molti agiscono in questo modo», denuncia Giuggioli. La scomparsa dei piccoli produttori ha portato il commissario europeo per l’agricoltura, Janusz Wojciechowski, a fare autocritica, come ha dichiarato al Guardian: «La mia intenzione è che questo processo di scomparsa delle piccole aziende agricole venga fermato. Il settore alimentare europeo in passato si basava su di loro e dovrebbe farlo anche in futuro».

In questo contesto si inserisce la nuova Pac 2021-2027, con un accordo provvisorio raggiunto dai ministri dell’Agricoltura dell’Ue con il Parlamento europeo a giugno di quest’anno. Il piano godrà del maggior finanziamento di sempre, oltre 386 miliardi di euro, diviso tra aiuti diretti, di cui il 25% sarà dedicato agli eco-schemi – le pratiche di agricoltura considerate sostenibili – e ai piani di sviluppo rurale, ma manca ancora il voto definitivo, previsto per la sessione plenaria del Parlamento a fine novembre.

I fondi a bilancio della Pac

Gli stanziamenti destinati nel 2021 e quelli previsti nel quadro finanziario pluriennale 2021-2027
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La nuova Pac, che entrerà in vigore nel 2023 dopo due anni di transizione, avrebbe dovuto fissare il massimale a 100.000 euro su proposta del Parlamento, nonostante alcuni gruppi, come i Verdi, avessero chiesto di abbassarlo a 60.000. Tuttavia, il Consiglio europeo si è opposto al limite obbligatorio. Gli Stati membri, che potranno comunque inserire il tetto nei loro piani strategici, dovranno semplicemente orientare il 10% dei pagamenti diretti alle aziende agricole di piccole e medie dimensioni. «L’accordo trovato dalle istituzioni europee sulla nuova Pac mantiene pressoché inalterato lo status quo, ovvero un modello di distribuzione dei sussidi agricoli che, essendo basato sugli ettari di terra posseduti, premia le aziende agricole più grandi», dice a IrpiMedia l’europarlamentare dei Verdi Eleonora Evi.

Sulla questione del limite ai sussidi, le grandi lobby del settore, come Copa-Cogeca, si sono espresse contrariamente già a partire dal 2018, in una riunione bilaterale con la Direzione generale per l’agricoltura e lo sviluppo rurale. A luglio del 2020, Copa-Cogeca ha ringraziato in un tweet la presidenza tedesca dell’Ue per aver incontrato i loro dirigenti poco prima della riunione del Consiglio, in cui i Paesi dell’Ue hanno concordato una posizione a favore del tetto volontario delle sovvenzioni, sostenuta in Italia anche da Confagricoltura: «Noi ci siamo sempre espressi in modo contrario a questo tetto, ma il principio è passato in modo facoltativo», afferma Cristina Tinelli. Tra il 2023 e il 2025 anche la condizionalità sociale, le misure per assicurare che i fondi non vadano alle aziende che violano i diritti dei lavoratori, sarà volontaria e non obbligatoria.

«Dopo aver vinto la battaglia sulla Pac, gli sforzi si sposteranno ora sulla Farm to Fork, nel tentativo di svuotarla della sua ambizione e lasciare sulla carta i suoi target», sostiene Evi. Nel testo della nuova Pac non c’è alcun riferimento al Green Deal, con il rischio, secondo l’europarlamentare dei Verdi, che gli obiettivi della Farm to Fork finiscano per essere slegati dai finanziamenti europei: «Avevamo proposto di allineare la Pac agli obiettivi del Green Deal europeo, in modo che i quasi 400 miliardi di euro di sussidi agricoli della Pac venissero erogati coerentemente con il raggiungimento di questi obiettivi. Purtroppo così non è stato».

La Farm to Fork di per sé non è vincolante. La Commissione adesso dovrà presentare delle proposte legislative per tradurre gli obiettivi della strategia in target giuridicamente vincolanti che saranno poi gli Stati membri a dover implementare. Un processo che vedrà compimento soltanto tra qualche anno. Le lobby si dicono già pronte a intervenire, come afferma Michele Spangaro: «Qui si sta decidendo quale sarà il modello di produzione alimentare che prevarrà. La vera guerra, la vera sfida è lavorare sui testi legislativi quando usciranno. Stiamo già lavorando affinché vengano presentati nel miglior modo possibile, ma poi ci sarà tutto l’iter legislativo e dovremo intervenire».

CREDITI

Autori

Francesca Cicculli
Alessandro Leone
Simone Manda

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Giulio Rubino

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