La crisi della pesca nel Mediterraneo diviso

La crisi della pesca nel Mediterraneo diviso

Davide Mancini
Sara Manisera
Stavros Malichudis

Alle tre del mattino di una giornata di fine luglio, il mercato ittico di Palermo è in pieno fermento. Il vociare di chi compra e di chi vende arriva fino al varco principale. Fuori dall’edificio comunale, nello spiazzo antistante, i camioncini frigo iniziano a incolonnarsi e ammucchiarsi in maniera disordinata. Si scarica e carica da una cella frigorifera all’altra. Rigattieri, commercianti, pescatori, ristoratori si posizionano all’interno del mercato, pronti a ad acquistare il pescato.

Il pesce esposto proviene soprattutto dal Canale di Sicilia ma anche da altri Paesi come Grecia, Tunisia, Spagna e Marocco. Sui bancali colmi di ghiaccio e nelle cassette di polistirolo ci sono pesci spada, calamari, vongole, merluzzi, gamberetti rosa e rossi, orate e spigole. Si notano anche alcuni esemplari di pesce illegale, come la “neonata”, anche chiamata “bianchetto” (novellame di pesce azzurro in età giovanile, in particolare sardine e acciughe, la cui vendita è vietata dal Regolamento dell’Unione Europea 1967/2006). Si osservano anche decine di cassette di legno piene di giovani triglie, troppo piccole per essere vendute legalmente, e polpi privi di alcuna certificazione di tracciabilità.

Da dove arriva il pesce che consumiamo

La maggior parte di questo pesce è consumato in Sicilia, destinato alla ristorazione o alla vendita al dettaglio; il restante è spedito nei mercati di Milano, snodo principale per la distribuzione nel nord Italia. Secondo le stime dell’Eufoma e delle fonti nazionali del 2020, l’Italia è il sesto Paese dell’Unione europea per consumo di pesce, con circa 31 Kg all’anno pro capite. In Italia la spesa annuale pro capite per il pesce è di 207 euro, e tra le specie più consumate in Italia ci sono acciughe, vongole, orate, spigole e naselli.

Come lo consumiamo

In Italia il consumo è in gran parte orientato al pesce fresco, che rappresenta la maggior parte del totale, mentre il consumo di congelato si aggira attorno al 20%, il conservato 22% e affumicato 9%. La maggior parte del pescato consumato in Italia, tuttavia, è importato dall’estero e per tre quarti è venduto attraverso la Grande distribuzione organizzata. Le importazioni di pesce in Italia nel 2021 arrivano principalmente da Danimarca, Paesi Bassi, Francia, Spagna e Grecia, Paese che in particolar modo ci rifornisce di orate e spigole. Pesce a basso costo che proviene principalmente dagli allevamenti intensivi di acquacoltura.

Nonostante vi sia un’alta domanda di pesce da parte dei consumatori, la flotta di pescherecci italiani vive una crisi senza precedenti. Negli ultimi mesi, anche a causa dell’aumento del prezzo del gasolio, numerosi sono stati gli scioperi organizzati da parte di diverse marinerie in tutta Italia. Per capire quali siano le storture lungo la filiera del pesce e i problemi cronici che stanno affossando un settore fondamentale dal punto di vista sociale ed economico, bisogna, tuttavia, capire cosa accade nei mercati e nei luoghi dove avviene la commercializzazione e lo scambio del pesce.

Uno scorcio del mercato ittico di Palermo
Foto: Davide Mancini
Uno scorcio del mercato ittico di Palermo - Foto: Davide Mancini
Uno scorcio del mercato ittico di Palermo – Foto: Davide Mancini

Il potere dei commercianti

Innanzitutto, i prezzi alla vendita, per i pescatori, sono bassissimi. Se in alcuni mercati ittici come Fiumicino o Rimini, il prezzo del pescato viene deciso da un’asta, nei mercati siciliani di Palermo e Santa Flavia (Porticello), quasi tutto è deciso dai commercianti, prima ancora che il pesce arrivi in porto. È il commerciante che detta e stabilisce il prezzo, poiché è l’unico che ne può assicurare la distribuzione sul mercato, i pescatori, pertanto, lavorano in una condizione di subalternità. La dinamica è ben evidente nel mercato ittico di Santa Flavia-Porticello, uno dei più importanti della Sicilia, situato nella zona di Bagheria, storico mandamento di cosa nostra della provincia di Palermo.

Bagheria e la mafia siciliana

La zona di Bagheria fa storicamente parte di uno dei sette mandamenti della provincia palermitana insieme a Misilmeri, Corleone, Trabia, Belmonte Mezzagno, Partinico, San Giuseppe Jato e San Mauro Castelverde. Bagheria è sempre stato un contesto ad alta densità mafiosa. Negli anni Novanta, la maggior parte degli omicidi mafiosi si registrava nel triangolo della morte che aveva per vertici i paesi di Bagheria, Altavilla Milicia e Casteldaccia. Nel 1989, nel pieno centro di Bagheria, fu ucciso l’anziano capomafia Antonino Mineo, un omicidio nell’ambito della guerra di mafia che vedeva i corleonesi di Toto Riina mietere vittime tra la fazione dei palermitani rappresentata, tra gli altri, da Gaetano Badalamenti, Stefano Bontate e Salvatore Inzerillo. Dopo l’ascesa dei corleonesi ai vertici dell’organizzazione di Cosa nostra, le campagne attorno a Bagheria diventano il rifugio di Bernardo Provenzano.

E sempre da questa zona, nello specifico dalla cittadina di Santa Flavia (Porticello), arriva il pescatore Cosimo D’Amato, che avrebbe aiutato i boss di Brancaccio a reperire l’esplosivo, da alcune bombe della seconda guerra mondiale rimaste in fondo al mare, usato sia per la strage di Capaci sia per quelle di Roma e Firenze. Dal 2007, è il boss di Bagheria, Pino Scaduto ad assumere il compito di organizzare la nuova cupola e “mediare” tra le diverse fazioni presenti nei mandamenti della provincia di Palermo. Secondo alcuni collaboratori di giustizia come il cassiere della cosca mafiosa di Bagheria Sergio Rosario Flamia, il reggente locale tesseva rapporti economici con Matteo Messina Denaro. In questi anni, numerose indagini hanno, inoltre, fatto emergere il controllo dei clan, attraverso metodi estorsivi, sulle attività economiche, in primis la commercializzazione del pesce e dell’intera filiera; dalle forniture all’ingrosso ai trasporti, fino alla vendita al dettaglio nei mercati storici di Palermo, Milano, Roma e nella Grande Distribuzione Organizzata.

Come afferma il sesto rapporto Agromafia di Eurispes, i poteri criminali si annidano nel percorso che frutta e verdura, carne e pesce, devono compiere per raggiungere le tavole degli italiani e degli europei, passando per alcuni grandi mercati di scambio fino alla grande distribuzione, distruggendo la concorrenza, il libero mercato legale e soffocando l’imprenditoria onesta.

Nel 2022, nell’ambito di un’altra inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, Giuseppe Guttaduro, ex primario dell’ospedale Civico di Palermo, esponente di spicco di cosa nostra e fratello di Filippo Guttaduro, cognato del latitante Matteo Messina Denaro viene arrestato insieme al figlio Mario Carlo, mentre ritorna dal Marocco dove gestisce un’azienda di lavorazione del pesce. Per gli inquirenti padre e figlio apparterrebbero alla famiglia di cosa nostra di Palermo-Roccella del mandamento di Brancaccio-Ciaculli e avrebbero interessi nel mandamento mafioso di Villabate- Bagheria.

Alle due del mattino, i primi pescherecci rientrano dal mare, pronti a scaricare con tutta fretta il pescato che arriverà in poco meno di due ore nei mercati ittici di Palermo o Catania. Sulla banchina del porto di Porticello, ad attendere, controllare e dettare i tempi di scarico ci sono i commercianti di riferimento dei pescatori. Uno di questi inveisce contro i marinai e ordina di caricare in tutta fretta le alici fresche appena pescate. Vengono caricate su tre camion frigo, pronte a partire verso Catania, dove il prezzo di vendita è più alto. Il commerciante paga al pescatore 9 euro a cassetta (circa 8 Kg l’una) e le rivende a 30 euro.

Non c’è un’asta del pesce, tutto dipende dall’offerta sul mercato, spiega il capitano di una lampara che pesca alici da tre generazioni e che preferisce rimanere anonimo per paura di ritorsioni. Mentre ci accompagna con la sua auto nel cuore di Porticello, è lui che ci racconta come funziona il mercato: «Adesso il prezzo è bassissimo. Ci sono commercianti che ti dicono di non uscire neanche a pescare perché c’è troppo pesce da smaltire nelle celle frigo. Il mio commerciante non vende solo alici. Compra pesce spada, orate, spigole. Lo acquista da me o da altri ed è lui che detta il prezzo. Non puoi lavorare in proprio. Quindici anni fa, provai a vendere il mio pesce direttamente ai mercati di Catania. Poco dopo qualcuno mi incendiò la barca, e capii che non si poteva fare». Anche un altro pescatore, Carlo Giarratano, proprietario dell’Accursio Giarratano, un peschereccio di Sciacca che fa pesca a sciabole, conferma lo stesso atteggiamento da parte dei commercianti: «Ci dicono di fermarci ad agosto perché hanno le celle piene e non riescono a vendere. Loro, però, continuano ad importare pesce dall’estero e ad abbassare i prezzi».

Uno scorcio del mercato ittico di Palermo
Foto: Davide Mancini
Uno scorcio del mercato ittico di Palermo - Foto: Davide Mancini
Uno scorcio del mercato ittico di Palermo – Foto: Davide Mancini

Secondo Daniela Mainenti, professoressa di diritto processuale penale comparato dei Paesi Euro-Med presso l’università internazionale UniNettuno Roma ed esperta di normative sulla pesca, «il commerciante, ovvero l’intermediario tra il pescatore e la Grande distribuzione organizzata, è colui che ha il vero potere e che vessa il pescatore. Spesso – sottolinea la docente – i commercianti sono legati a organizzazioni criminali di stampo mafioso. Di conseguenza, i pescatori sono intimoriti e non hanno molta scelta. Sono obbligati a vendere il pescato alle loro condizioni. Inoltre, questi commercianti sono coloro che creano problemi nel mercato, spingendo verso la sovrapproduzione, perché importano dall’estero, anche attraverso società miste e quindi abbassano i prezzi».

Le imprese italiane installate in Tunisia, attraverso società miste dove il capitale è 51% tunisino e 49% italiano, con partecipazione italiana o a capitale esclusivamente italiano sono circa 800. L’Italia è il secondo partner commerciale della Tunisia e da sempre il Paese ha presentato caratteristiche ideali per gli investitori italiani, grazie alla vicinanza geografica e alle normative locali per favorire gli investimenti e ai prezzi alla produzione molto vantaggiosi.

L’acquacoltura in Grecia: l’impatto dei pesci a “basso costo”

Al mercato di Porticello e di Palermo, decine di cassette di polistirolo piene di orate e spigole tutte uguali e della stessa dimensione, sono impilate una sopra l’altra. Sull’etichetta si legge «prodotto allevato in Grecia». Le aziende di allevamento sono la Corfù Sea Farm, la Skaloma s.a e la Oro.Gel. Il prezzo di questi esemplari allevati in Grecia oscilla tra i 5 e i 7 euro al Kg mentre quelli allevati in Italia varia tra gli 11 e i 15 euro.

Le regioni dell’Etolia-Acarnania e delle isole Ionie sono diventate tra i principali centri dell’industria ittica in Europa. Dalla fine degli anni ‘80, la produzione di orate e spigole in Grecia è in continua progressione: nel 2020 la produzione di orate e spigole è stata di 117.000 tonnellate (65 mila tonnellate di orate, 52mila di spigole), nel 2021 le vendite di pesce d’acquacoltura sono arrivate a 131.250 tonnellate, per un valore di 636 milioni di euro, secondo i dati dell’Hellenic Aquaculture Producers Organization (HAPO). Le orate e le spigole hanno rappresentato il 96% delle vendite. L’80% delle esportazioni è stato distribuito nei Paesi dell’Ue e nei Paesi terzi. Italia, Spagna e Francia sono i principali mercati di destinazione delle esportazioni, con il 58% della produzione greca.

Allevamenti di acquacoltura a poca distanza dalla costa nel comune di Xiromero (Grecia)

Foto: Stavros Malichudis
Allevamenti di acquacoltura a poca distanza dalla costanel comune di Xiromero (Grecia) - Foto: Stavros Malichudis
Allevamenti di acquacoltura a poca distanza dalla costa nel comune di Xiromero (Grecia) – Foto: Stavros Malichudis

Questo boom, anche grazie a fondi pubblici nazionali e comunitari, ha permesso la nascita di circa 300 imprese greche e ha determinato un forte abbattimento dei prezzi, soprattutto grazie ad allevamenti intensivi che risparmiano sul benessere degli animali e sulla tutela dell’ambiente.

Sebbene gli allevatori insistano sul fatto che l’impatto sia minimo, gli scienziati greci affermano che l’inquinamento prodotto dagli allevamenti intensivi sta uccidendo ecosistemi marini cruciali. A differenza dell’Italia, dove gli allevamenti sono consentiti solo al largo, a diverse miglia dalla costa, i serbatoi installati in Grecia sono spesso vicini alla linea di costa, e sono destinati a crescere ancora. Secondo una proposta di legge infatti, l’area marina costiera riservata agli allevamenti in Etolia-Acarnania passerà da 54 ettari a quasi 2.500.

I risultati preliminari di uno studio dell’Archipelagos Institute for the Protection of Sea, commissionato dal comune di Xiromero, che sarà principalmente interessato dall’eventuale allargamento dell’area degli allevamenti, hanno rilevato che il continuo funzionamento degli allevamenti ittici nelle baie chiuse e nelle acque poco profonde, che in alcuni casi dura da oltre tre decenni in violazione della legislazione che impone agli allevamenti di spostarsi ogni dieci anni, ha fatto sì che l’area circostante sia ora un paesaggio morto.

I residenti locali, tra cui pescatori, professionisti, lavoratori degli allevamenti ittici e il sindaco del comune, Giannis Triantafyllakis, confermano a IrpiMedia che nel corso degli anni hanno potuto vedere chiaramente la differenza nelle acque della loro regione, da cristalline e trasparenti a marroni e piene di alghe, come una melma.

«Hanno trasformato il paradiso in un inferno», ha detto Nikos Kallinikos, 72 anni. Pescatore dall’età di 12 anni, Kallinikos racconta dei decenni passati in cui riusciva a catturare grandi quantità di pesce di ogni tipo; ora la maggior parte delle specie è scomparsa, dice. Dei 10.220 abitanti del comune (censimento 2022) circa 300 sono impiegate oggi negli allevamenti ittici.

Uno dei lavoratori, che ha parlato in condizione di anonimato, ha raccontato di come si usi una grande quantità di antibiotici, nonché di formalina potenzialmente cancerogena, e per questo lui stesso non mangia pesci di allevamento.

«Inoltre, noi qui siamo abituati al pesce libero. Come potremmo mangiare pesce d’allevamento? Le differenze si notano facilmente, sia nel sapore che nell’aspetto», ha detto.

Diversi studi nel corso degli anni hanno attestato l’impatto degli allevamenti ittici sugli ecosistemi circostanti, in primo luogo a causa dello sversamento di materia organica nell’acqua, ovvero mangimi non consumati e rifiuti animali. Uno studio del 2011 si concentra proprio sulle spigole e le orate allevate in Grecia e stima che per ogni 100 tonnellate di pesce prodotto, vengono riversate in mare 9 tonnellate di nitrati.

L’acquacoltura rappresenta oggi il 46% della produzione globale di pesce, il 52% del quale è destinato per consumo umano (il restante in olii e mangimi). Questo anche grazie all’appoggio della FAO che considera l’acquacoltura uno dei settori chiave per garantire un accesso sostenibile all’alimentazione a livello globale, ed è quindi ampiamente supportato dalla strategia pluriennale dell’organo delle Nazioni unite, come dichiarato dal Direttore generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura, Qu Dongyu.

Il consumo di pesce rimane in costante aumento, la FAO stima che da qui al 2030 la domanda di prodotti ittici aumenterà di almeno 40 milioni di tonnellate ogni anno a livello mondiale. Sarà quindi impossibile soddisfare la richiesta basandosi solo sul pesce di cattura, si prevede così che nel prossimo decennio l’acquacoltura arriverà a coprire il 60% della produzione.

Se è vero che l’acquacoltura risponde a una domanda sempre maggiore di pesce da parte dei consumatori, è anche vero che negli ultimi decenni ha causato una progressiva omologazione dei consumi, a discapito di una diversità alimentare. Solo poche specie (come orate, branzini e salmoni) entrano nella dieta quotidiana, e in maggiore quantità, ma con profondi dubbi sulla sostenibilità, la qualità e l’impatto ambientale che queste produzioni implicano.

Un peschereccio rientra nel Porto di Santa Flavia, vicino a Bagheria, a sud di Palermo
Foto: Davide Mancini
Un peschereccio rientra nel Porto di Santa Flavia, vicino a Bagheria, a sud di Palermo - Foto: Davide Mancini
Un peschereccio rientra nel Porto di Santa Flavia, vicino a Bagheria, a sud di Palermo – Foto: Davide Mancini

La concorrenza con l’altra sponda del Mediterraneo: il gambero rosso conteso

Ma la cattura, per adesso, resta ancora centrale, specialmente per le specie di maggior valore. Se c’è un prodotto che oggi, più di tutti, è al centro di una contesa commerciale, è senza dubbio il gambero rosso, il nuovo “oro rosso” del Mediterraneo. La sua storia è legata a doppio filo con quella di Mazara del Vallo, cittadina in provincia di Trapani con la più importante marineria d’Italia e la seconda in Europa. Per i mazaresi la pesca è sempre stata parte della cultura e dell’economia locale fin dai tempi antichi.

Dopo anni di pesca di sussistenza, a partire dagli anni ’60, la marineria di Mazara e i suoi pescherecci iniziano così a solcare il mar Mediterraneo fino ad arrivare nelle acque internazionali davanti alle coste della Tunisia, Libia, Grecia e Turchia, per praticare la pesca d’altura. La pesca del gambero rosso si sviluppa verso gli anni ‘90 con la scoperta di alcuni areali da parte dei pescatori mazaresi che portano avanti la pesca di profondità con reti a strascico in fondali sabbiosi da 200 fino a 1.000 metri.

Con le tecniche di surgelazione a bordo e l’innovazione da parte di alcuni imprenditori, il gambero rosso diventa così un piatto prestigioso e inizia ad essere commercializzato in tutto il mondo, nell’alta ristorazione di Tokyo, Dubai, Parigi e Singapore.

Benché oggi il gambero rosso con la pezzatura più grande oscilli tra i 50 e i 70 euro al Kg, i pescherecci di Mazara in mare sono sempre di meno. Per lungo tempo il Canale di Sicilia è stato appannaggio semi-esclusivo della flotta italiana, in particolare di quella di Mazara del Vallo. I mazaresi si ritengono infatti i primi ad avere scoperto questa varietà prelibata di gambero, e per decenni hanno goduto delle conoscenze e del vantaggio tecnologico per la pesca a strascico di profondità nelle acque internazionali tra l’Italia e il Nord Africa.

Negli anni ‘90 erano più di mille le imbarcazioni dedite alla pesca del gambero. Oggi ne rimangono circa ottanta. La causa risiede in una serie di fattori strutturali verificatisi negli ultimi vent’anni anni in Sicilia e nel resto d’Italia: i finanziamenti dell’Unione europea per demolire le imbarcazioni, il caro carburante, l’assenza di un ricambio generazionale, le normative sulla pesca imposte dall’Ue e la concorrenza con il nord Africa, nello specifico con i pescherecci tunisini ed egiziani, che vendono lo stesso prodotto pescato dai mazaresi ma a costi inferiori e senza l’obbligo di applicare le regole comunitarie.

A partire dagli anni 2000, infatti, l’Unione europea ha messo in campo politiche volte a limitare lo sforzo di pesca delle sue flotte e ridurre lo sfruttamento degli ecosistemi marini, attraverso il potenziamento della pesca artigianale. Tra queste politiche rientrano le compensazioni ai pescatori per l’arresto temporaneo o per la demolizione delle navi. In tutta Italia, tra il 2010 e il 2018, il numero delle imbarcazioni da pesca è passato da 17.367 a 12.310; oggi circa il 70% della flotta italiana è composta da piccoli pescherecci, inferiori ai 12 metri.

Secondo Santino Adamo, presidente dell’associazione Federpesca Mazara del Vallo, le demolizioni della flotta italiana hanno avuto un effetto boomerang: «Mentre noi demolivamo, in Tunisia sono stati dati incentivi agli armatori per costruire nuove imbarcazioni, quindi se da una parte la flotta italiana è stata distrutta, dall’altra parte non è stato ridotto lo sforzo di pesca, anzi, è aumentato da parte di tunisini ed egiziani. E molti italiani si sono spostati in Tunisia».

La Tunisia oggi ha una delle flotte più grandi del Mediterraneo e pesca le stesse specie della flotta italiana, come il merluzzo, il gambero rosa o il gambero rosso.

Vendita di gamberi rossi e gamberi rosa al mercato notturno di Porticello

Foto: Davide Mancini

Vendita di gamberi rossi e gamberi rosa al mercato notturno di Porticello - Foto: Davide Mancini
Vendita di gamberi rossi e gamberi rosa al mercato notturno di Porticello – Foto: Davide Mancini
Al tempo stesso, Il mercato di vendita di riferimento rimane perlopiù quello europeo. Per i commercianti conviene, dunque, importare da tunisini ed egiziani. «I commercianti mischiano il pesce italiano e tunisino. Comprano un cartone di gambero rosso in Italia a 800 euro, un altro a 300 euro dalla Tunisia e poi lo mischiano. Sono i nostri commercianti che si stanno arricchendo. Bisognerebbe fare più controlli a terra per verificare cosa si importa» , spiega sempre Santino Adamo.

Oltre alle demolizioni, si sono poi aggiunte numerose regolamentazioni dell’Unione europea per proteggere gli stock ittici come l’obbligo del fermo biologico, di sistemi satellitari a bordo, come il Vessel Monitoring Systems (VMS, anche detto blue box), e l’utilizzo di reti a maglie larghe.

Tutti i pescatori e armatori intervistati in questa inchiesta hanno sostenuto che le regolamentazioni dell’Unione europea, purché necessarie, non hanno preso in considerazione le caratteristiche della pesca mediterranea, e che la grandezza delle maglie delle reti sono tarate per taglie di pesce atlantico, quindi creando svantaggio per la pesca mediterranea dove le taglie dei pesci sono naturalmente più piccole, come nel caso delle acciughe.

«Questo non è corretto, e si basa su convinzioni sbagliate. La regolamentazione 1697/2006 è la prova che regole specifiche sono state sviluppate per il Mediterraneo», risponde Nicolas Fournier, della ong Oceana, con sede a Bruxelles. «Gli standard di pesca e la grandezza delle reti per pesci e crostacei sono diversi per Atlantico e Mediterraneo, e in tutti i casi, le maglie per la pesca nel Mediterraneo sono più strette». L’organizzazione Oceana si batte da anni per una riduzione dello sforzo di pesca nel Mediterraneo, ed è anche grazie alla loro pressione politica che si sono create delle zone in cui è vietata la pesca a strascico, due delle quali proprio nel Canale di Sicilia. «L’esistenza di un approccio “top-down” da parte dei decisori politici di Bruxelles è un’accusa comune che arriva dall’industria ittica quando si parla di scarsità di stock nel mare. Mentre in realtà l’approccio della Politica comune per la pesca del 2013 coinvolse sia le autorità locali che i vari stakeholder», aggiunge Vanya Vulperhorst di Oceana.

Che abbiano ragione o meno a Bruxelles poco importa però, la volontà di sfuggire ai regolamenti ha forte presa sui pescatori europei, tanto che negli ultimi anni si è assistito a un trasferimento delle attività di pesca da Paesi come la Grecia e l’Italia a paesi non-Ue del Mediterraneo, che si concentrano sulle stesse risorse ittiche e che rischiano di non diminuire la pressione sugli ecosistemi e il danno ambientale che l’Ue cerca di contenere.

Pescherecci ormeggiati al porto di Mazara del Vallo
Foto: Davide Mancini
Pescherecci ormeggiati al porto di Mazara del Vallo - Foto: Davide Mancini
Pescherecci ormeggiati al porto di Mazara del Vallo – Foto: Davide Mancini

Lo raccontano diversi armatori, pescatori ed esperti intervistati tra cui il capitano Mimmo Asaro, 62 anni, e una storia fatta di sequestri e arresti in Libia e Tunisia negli anni ‘90. «Molti mazaresi si sono trasferiti in Tunisia e in Libia creando società miste. Solo che in Libia non hanno il numero Cee. Non potrebbero esportare, quindi cosa fanno? Fanno trasbordo a mare aperto su una barca mazarese ma questo è considerato contrabbando».
Il trasbordo da un’imbarcazione all’altra è a tutti gli effetti contrabbando. I controlli non sono facili da applicare soprattutto perché l’obbligo di avere un sistema di tracciamento VMS a bordo vale per le imbarcazioni dell’Unione europea, ma non per quelle nordafricane. Per questo ci sono forti sospetti che pescherecci tunisini o libici, in alcuni casi di società basate in Tunisia o Libia ma con partecipazione italiana, peschino dove gli italiani non possono arrivare e poi trasferiscano il pesce su pescherecci italiani.

In teoria enti in grado di regolamentare la pesca in tutto il Mediterraneo esistono. Sia Italia che Tunisia e Egitto fanno infatti parte della Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo (GFCM), l’organo delle Nazioni unite che si occupa della gestione degli stock ittici. «È cruciale che ci sia trasparenza, che si sappia chi sta pescando cosa. Tutti i Paesi membri del GFCM sono tenuti a dichiarare la lista delle imbarcazioni autorizzate a un certo tipo di pesca in linea con gli accordi fatti. Questo è particolarmente importante per Italia e Tunisia che hanno le flotte per pesca a strascico di gambero più grandi del Mediterraneo. Ne l’Italia ne la Tunisia hanno ancora aggiornato tale lista, la cui scadenza era giugno 2022», dichiara Oceana.

Anche i pescatori egiziani hanno aumentato la loro flotta e si sono dedicati alla pesca del gambero rosso. Nel 2021, la flotta egiziana ha registrato 900 tonnellate di gambero rosso catturato, ma ufficialmente solo nove pescherecci sono registrati nel Paese nordafricano. «Le stime, in realtà, ci dicono che sono più di 150 le imbarcazioni che fanno pesca a strascico del gambero rosso nel Mediterraneo, ben oltre quindi il numero ufficiale», spiega Fabio Fiorentino, biologo del CNR di Mazara del Vallo, il quale chiarisce che «in questo momento, il gambero rosso è sovrapescato e la sua biomassa è in decrescita. Tuttavia non ci sono problemi di estinzione ma problemi di gestione della risorsa. Oggi sono a rischio di estinzione i pescatori italiani. La pesca e le risorse comuni devono essere condivise da tutti con regole condivise, altrimenti salta il sistema», conclude.

Poiché nel Mediterraneo orientale, gli stock di gambero rosso non sono stati ancora sfruttati come nella parte centrale e occidentale, e gli areali più importanti sono quelli di fronte alla Libia, i pescatori mazaresi si contendono i fondali delle acque internazionali con egiziani, tunisini, libici e turchi, tanto da arrivare a momenti di forte tensione internazionale in questi anni. Basti pensare al sequestro degli equipaggi dei pescherecci, Antartide e Medinea di Mazara del Vallo nel 2020 a largo di Bengasi oppure all’assalto con sassate da parte di pescatori turchi del peschereccio mazarese di Michele Giacalone (foto della nave ormeggiata a Mazara). Barche italiane che si spingono sempre di più al largo per pescare il pregiato gambero rosso.

Il Mammellone e le zone esclusive in Libia
Il Mammellone è una zona di mare a sud di Lampedusa e a est delle coste della Tunisia e delle Isole Kerkennah, ed istituita bilateralmente nel 1979, da Tunisia e Italia come area protetta di pesca. Secondo il Decreto Ministeriale del 25 settembre 1979, il Mammellone è considerata una porzione di alto mare che è «tradizionalmente riconosciuta come zona di ripopolamento e in cui è vietata la pesca ai cittadini italiani e alle navi battenti bandiera italiana» al fine di assicurare la tutela delle risorse biologiche. La Tunisia considera ancora oggi il Mammellone come propria zona riservata di pesca, ed è particolarmente ricca di gamberi rossi. Nel corso degli anni molti pescherecci mazaresi sono stati fermati e sequestrati dalle autorità tunisine per essere entrati in questa zona di mare, a volte per il solo attraversamento dell’area protetta. Questo ha creato diverse tensioni diplomatiche tra Italia e Tunisia nel corso degli anni.

Una situazione simile si è create in Libia da quando, nel 2005, il governo ha istituito una Zona di protezione della pesca (ZPP, oggi ZEE) fino a 72 miglia dalla costa, 62 miglia oltre le sue acque territoriali, ed ha chiuso il Golfo di Sirte ad ogni attività di pesca straniera. Questa posizione è contestata dall’Ue e dagli Stati Uniti, mentre l’Italia non ha mosso proteste ufficiali, nonostante i vari arresti e sequestri operati dalle autorità libiche nei confronti di pescatori italiani (spesso mazaresi) avvenuti in quest’area di mare contesa.

Uno scorcio del porto di Sciacca
Foto: Davide Mancini
Uno scorcio del porto di Sciacca - Foto: Davide Mancini
Uno scorcio del porto di Sciacca – Foto: Davide Mancini

Con il prezzo del gasolio cresciuto vertiginosamente, i pescatori siciliani affrontano un ennesimo ostacolo che li ha portati ad organizzare manifestazioni nei mesi scorsi. A Sciacca gli striscioni sventolano sul porto dove i pescherecci sono fermi. «Il prezzo del carburante è il costo principale per un peschereccio. Qui siamo arrivati fino a 1,20 euro al litro, mentre in Tunisia lo pagano 0,30 – 0,40 Euro al litro, senza contare il costo della manodopera, che è molto inferiore al nostro», dice Carlo Giarratano, proprietario del peschereccio più grande del porto di Sciacca. Giarratano era stato al centro dell’attenzione mediatica per avere salvato la vita a cinquanta migranti nel canale di Sicilia nel 2018, ai tempi dei porti chiusi voluti da Matteo Salvini, allora ministro dell’Interno. Oggi Giarratano non è più convinto di continuare a fare il pescatore, e ha invece aperto da poco con la moglie un piccolo albergo che si affaccia sul porto di Sciacca, dove è ormeggiata la sua nave. «Con la pesca non vedo più una prospettiva di futuro», conclude Giarratano.

Anche Tommaso Maccadino della Uila Pesca di Mazara del Vallo conferma che i pescatori sono la parte più fragile oggi e che le regole Ue hanno ridotto lo sforzo di pesca solo da una parte del Mediterraneo. La soluzione per lui è ripensare a una gestione comune del Mediterraneo. «L’abbattimento dei pescherecci e le norme dell’Unione europea per proteggere gli stock ittici avevano l’obiettivo di ridurre lo sforzo di pesca. Ma quando fai un fermo biologico, non ha senso se lo esercita solo la marina di Mazara del Vallo. Dovrebbero fermarsi tutti: tunisini, italiani, spagnoli ed egiziani. Il tema vero è che il Mediterraneo è di tutti. Questa è la sfida».

CREDITI

Autori

Davide Mancini
Sara Manisera
Stavros Malichudis

In partnership con

Editing

Giulio Rubino

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Foto di copertina

Un peschereccio a Lampara rientra nel porto di Santa Flavia, vicino a Bagheria
(Davide Mancini)

Con il sostegno di

Free Press Unlimited

Tonno nero

L’inchiesta in breve

La pesca del tonno rosso è tra le più importanti e redditizie a livello globale. Per questa ragione, è anche una delle più regolamentate. A partire dal 2009, quando gli stock di tonno rosso si erano ridotti dell’80% a livello globale, la pesca a questa specie è stata consentita solo tramite l’assegnazione di “quote”, distribuite dalla Commissione internazionale Iccat, che ha anche creato e reso obbligatorio un sistema di osservatori indipendenti a bordo delle barche da pesca.

Tuttavia, nel tempo, il sistema è stato monopolizzato da poche aziende private e le irregolarità sanzionate dalle forze dell’ordine europee non sembrano mai coinvolgere gli osservatori, che invece dovrebbero essere il primo “sistema d’allarme” del settore. Profonde connessioni tra il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf) e l’azienda che da dieci anni forma gli osservatori hanno dato vita in Italia a un sistema che sembra inscalfibile, e che si spartisce il controllo sul tonno rosso, il “re del Mediterraneo”.

Il contrabbando globale del tonno rosso

Cecilia Anesi
Raffaele Angius
Simone Olivelli
Giulio Rubino

L’ultima frontiera del pianeta è il mare. La pressione antropica su quello che per lunghi secoli è stato l’ecosistema più misterioso, negli ultimi anni è aumentata enormemente, ed è destinata ad aumentare ancora. Le attività umane che hanno conseguenze dirette o indirette sugli oceani sono moltissime, e tra queste una delle più eclatanti è la pesca industriale. Nonostante gli infiniti allarmi che più o meno regolarmente vengono lanciati, lo stato di salute dei nostri oceani resta in realtà un angolo cieco. Le ricerche sono costose e scarseggiano, le responsabilità sono difficili da attribuire, specie in acque internazionali, e anche dove si sono apparentemente fatti i passi più coraggiosi, l’industria ha trovato il modo di aumentare la propria influenza.

La forma di pesca industriale sulla quale oggi insistono i regolamenti più stringenti è sicuramente quella al tonno rosso del Mediterraneo. Addirittura, in ambito internazionale, questo settore si pone a esempio di come si potrebbe gestire in modo efficace e responsabile la pesca in generale.

Il tonno rosso, grande pesce migratorio di grandissima importanza per la salute complessiva degli oceani, è anche uno dei pesci la cui esistenza è da millenni intrecciata con la nostra. Soprattutto in Italia la pesca del tonno rosso costituisce una delle più antiche industrie in assoluto, ed è parte integrante della cultura di molte aree del Mediterraneo. Quando, a partire dagli anni Novanta, la pesca industriale ha cominciato a sfruttare selvaggiamente questa risorsa, la popolazione complessiva di tonno rosso ha cominciato a calare rapidamente: infatti, dopo un picco nel 1996, quando sono state catturate oltre 50 mila tonnellate di tonni rossi solo fra l’Atlantico e il Mediterraneo, le quantità hanno iniziato a calare assieme agli stock, tanto che nel 2009 erano scese a poco più di 21 mila tonnellate.

Quell’anno, Iccat, la Commissione internazionale per la conservazione dei tonni dell’Atlantico, ha dichiarato che il numero di esemplari di tonno rosso era diminuito di quasi l’80% a livello globale, e che per questo era necessario fermare del tutto le catture.

La Commissione Iccat ha lo scopo di per proteggere il tonno rosso e altre specie di tunnidi. Eppure, dal 2011 in poi in Europa, dove si pesca il 63% dei tonni rossi, i controlli sono passati gradualmente sempre più in mano ad aziende private, legate molto più al mondo della pesca che a quello della scienza, in una graduale transizione che mina alla radice l’indipendenza dei dati raccolti

Oggi pescare il tonno è vietato e solamente le imbarcazioni i cui armatori acquistano i diritti a delle “quote” sono autorizzate a prelevarne una limitata quantità. La quota globale per il tonno rosso atlantico nel 2010 era infatti di appena 12.900 tonnellate. Le quote rappresentano un’eccezione, un permesso speciale per sfruttare in maniera controllata una risorsa ritenuta tanto essenziale quanto a rischio. Sono quindi un privilegio concesso per salvare, assieme al tonno stesso, la parte umana di attività commerciale e di cultura che dipende da questa specie.

I limiti alla pesca

Le quote massime di cattura, anche dette TAC (Total Allowable Catches), di tonno rosso per il mondo e l’Italia stabilite dalla Commissione Internazionale per la Conservazione dei Tonni dell’Atlantico (Iccat).

Valori in Kg

Si è trattato della più grande ed efficace campagna a difesa di una singola specie attuata fino ad oggi. Per un breve periodo, tra quando è stato lanciato l’allarme estinzione e quando l’industria ha iniziato la sua controffensiva, il mondo intero ha accettato di frenare questo tipo di pesca e, in Italia, la guardia costiera stessa ha messo in campo un notevole impegno per fermarne la parte più distruttiva. Gli stock di tonno da allora sembrano essersi ripresi meglio del previsto e Iccat, in base ai dati che raccoglie ogni anno e al suo comitato scientifico che li elabora, ha gradualmente aumentato la quota globale fino alle 36 mila tonnellate del 2020. La rigorosa valutazione scientifica dei dati relativi alle catture è vitale per mantenere efficace lo sforzo di conservazione per questa specie. Ma nonostante i passi avanti la situazione continua a presentare numerose criticità. Il sistema dei controlli è compromesso e, di conseguenza, il mercato illegale vale ancora 12,5 milioni di euro all’anno, secondo le stime di Europol. Assieme a questo commercio illegale, naturalmente vengono anche altri reati: riciclaggio, corruzione, danni alla libera competizione e rischi per la salute pubblica.

Per quanto il Mediterraneo sia l’area dove si pesca più tonno al mondo, non è dove se ne consuma di più. È il Giappone, culla del sushi e del sashimi, a importare circa l’85% di tutto il tonno rosso pescato, pagando per le sue preziose carni prezzi quattro, cinque volte superiori a quelli del mercato italiano. Grazie al grande interesse del Paese asiatico, ma anche alla crescente richiesta di sashimi da Stati Uniti ed Europa, il prezzo del tonno rosso resta alto a livello internazionale: flessibile, fino a un massimo di 40 mila dollari a tonnellata per quello “selvaggio”, più stabile – tra i 22 mila e i 32 mila dollari a tonnellata per quello “allevato”.

Tonno rosso: il glossario

Il tonno però non si riproduce in allevamento. Va pescato col metodo della circuizione – reti di grandi dimensioni che consentono la cattura degli esemplari vivi – e poi trasferito tramite gabbie trainate da rimorchiatori fino agli allevamenti, che sono più che altro gabbie da ingrasso.

La presenza e la crescita di questi allevamenti ha influenzato ulteriormente il mercato in tutta Europa, per cui la quota destinata alle barche a circuizione è cresciuta enormemente. Nel Mediterraneo quasi tutto il tonno segue questa via “ideale”: dalla pesca a circuizione agli allevamenti e da questi al Giappone. Il valore globale di questo tipo di pesca è stato stimato, nel 2017, in oltre 800 milioni di dollari all’anno, di cui quasi 419 per la sola Europa.

Tarantelo, un’indagine ancora in corso

La più importante operazione di polizia che ha svelato come funziona il contrabbando di “tonno nero”, pescato cioè fuori dal sistema delle quote, si chiama Tarantelo, nome spagnolo che indica il taglio più prezioso del tonno. È stata coordinata da Europol e ha visto la partecipazione in primis della Guardia Civil, con il supporto di inquirenti italiani e maltesi. Il tonno infatti era commercializzato in Spagna ma allevato a Malta oppure pescato in Italia. Il trasporto in Spagna avveniva su gomma. L’operazione risale al 2018 e il processo è ancora in corso. Solo in Spagna ha finora coinvolto dieci aziende e 79 individui. Secondo fonti spagnole vicine all’indagine, Malta ha ignorato qualunque rogatoria rendendo così molto difficile la ricerca degli elementi indiziari.

Uno dei più importanti soggetti coinvolti in questa indagine è Ricardo Fuentes, proprietario della Ricardo Fuentes e Hijos, una delle principali holding del settore ittico a livello globale.

Possiede moltissime altre aziende e controlla la maggior parte degli allevamenti del Mediterraneo, inclusi diversi impianti a Malta. Fra questi c’è anche Mare Blu Tuna Farm Limited, allevamento sotto accusa all’interno dell’indagine Tarantelo. Lo stesso allevamento era finito al centro di un’inchiesta giornalistica del 2010, condotta dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ). Secondo i giornalisti, dall’allevamento maltese di Fuentes proveniva parte del tonno che la stessa società spagnola gestiva in Croazia, in un allevamento all’epoca in comproprietà con Mitsubishi. La Commissione Iccat, hanno rivelato i giornalisti, ha costretto i proprietari a liberare 712 tonni pescati illegalmente. Per quanto nomini i responsabili della pesca fuori dal sistema delle quote, Tarantelo non indaga in alcun modo i controllori che non fanno rispettare le regole.

Come funziona il sistema di monitoraggio della pesca del tonno rosso

Per garantire il rispetto delle quote, la Commissione Iccat ha dato vita a diversi strumenti di controllo, tra i quali gli “eBCD” (electronic Bluefin Tuna Catch Documents): carte d’identità elettroniche dei tonni appena pescati che permettono di tracciarne l’origine una volta introdotti sul mercato. Un altro strumento è quello degli osservatori, professionisti che rappresentano il principale strumento di monitoraggio della pesca legale.

A bordo di ogni peschereccio titolare di una quota deve esserci infatti una figura indipendente, che controlli il rispetto delle regole durante tutte le attività di pesca. L’osservatore non è un ispettore, quindi non può fare multe né sanzioni. Può però riportare le proprie osservazioni a Iccat, che a sua volta ha facoltà di aprire un’indagine ed eventualmente sanzionare le infrazioni.

L’intero piano per la conservazione e la ripresa degli stock ittici di tonno rosso si poggia principalmente sull’efficacia del sistema-osservatori, giacché non ci sono (o non ci sono più) altre figure titolate a tenere sotto controllo questo sistema di pesca.

Esistono due tipi di osservatori: quelli cosiddetti “regionali”, che lavorano a bordo delle barche a circuizione e delle fattorie di ingrasso e sono gestiti da Iccat tramite un consorzio di due aziende terze (la francese Cofrepeche e l’inglese MRAG), e quelli nazionali, che lavorano nelle tonnare fisse, sui “palangari” e sui rimorchiatori che portano le gabbie con i tonni vivi dalle barche a circuizione fino agli allevamenti.

Secondo i regolamenti di Iccat, a cui l’Unione europea aderisce, la responsabilità degli osservatori nazionali ricade sui singoli Stati e il programma di osservazione è co-finanziato in Europa con le risorse del Fondo europeo per la politica marittima e la pesca (Feamp), uno dei cinque fondi strutturali che l’Unione Europea dedica alla pesca.

In Italia, nel 2009, il Centro di controllo nazionale pesca, organismo della Guardia Costiera, si era assunto il compito di provvedere agli osservatori, allestendo un programma di controllo con 89 ispettori accreditati sia come osservatori Iccat, sia come agenti di polizia giudiziaria in caso di indagini. L’anno successivo, però, l’esperienza si è chiusa per la mancanza dei fondi. È da allora che è nato il mercato privato della formazione degli osservatori.

Secondo le carte di Tarantelo sono gli allevamenti il luogo dove avviene il grosso delle illegalità. Le gabbie da ingrasso, ancorate al largo, sono infatti relativamente difficili da controllare. Per quanto gli allevamenti siano seguiti dagli osservatori, questi sono presenti solamente durante le operazioni di trasferimento dei tonni, sia in ingresso sia in uscita. Questo lascia ampi spazi senza controllo in cui, secondo le indagini, vengono messi in atto i più svariati sistemi per nutrire il mercato nero.

Il trucco più comune consiste nel dichiarare meno tonni di quelli che sono realmente entrati nelle gabbie, così che la differenza possa essere dirottata sul mercato nero. Un altro è di venderli e trasferirli senza la presenza, obbligatoria, dell’osservatore per poter poi dichiarare che sono scappati a causa del cattivo tempo, un fenomeno che può accadere realmente quando le gabbie sono sommerse interamente da onde alte. Inoltre, quando i tonni selvatici si avvicinano alle gabbie durante la stagione della riproduzione, attratti dai loro simili, a volte gli allevamenti fanno uscire le loro barche (quelle usate per i trasferimenti), li catturano illegalmente e li aggiungono alle gabbie.

Un altro sistema ancora è quello di dichiarare un aumento di peso degli esemplari in cattività estremamente elevato, irrealistico secondo gli esperti di Iccat che stimano che la crescita del peso dei tonni possa andare dal 25 al 55% massimo nel periodo di ingrasso. Di fatto questa giustificazione serve solo a nascondere l’introduzione illegale di altri tonni nella stessa gabbia, fuori dal controllo dell’osservatore.

Ognuno di questi sistemi richiede però o che si usi estrema attenzione nel tenere l’osservatore all’oscuro di tutto oppure che l’osservatore stesso sia connivente con l’allevatore. Quale dei due scenari sia prevalente è difficile da stabilire, da un lato perché le indagini (Tarantelo inclusa) si sono concentrate sempre su armatori e allevatori e non hanno mai messo in discussione il ruolo degli osservatori; dall’altro perchè non a tutte le segnalazioni fatte dagli osservatori corrisponde la possibilità per Iccat o per i governi nazionali di avviare ispezioni approfondite e tempestive. Una volta che i tonni illegalmente catturati o venduti sono fuori dall’allevamento, infatti, è quasi impossibile raccogliere prove certe degli illeciti.

I guardiani del tonno rosso

Cecilia Anesi
Raffaele Angius
Simone Olivelli
Giulio Rubino

Acausa delle dimensioni – lunghezza di circa 3 metri, peso oltre i 400 chili – il tonno rosso è chiamato da molti “il re del Mediterraneo”. Il suo regno è però minacciato da nemici esterni: poche e precise persone, che tramite una rete di contatti e conoscenze, hanno consolidato il proprio controllo sulla pesca a questa specie, e sulle istituzioni che ne dovrebbero garantire la sopravvivenza.

A livello globale gli attori principali sono certamente i grandi allevatori, come Ricardo Fuentes, e le grandi imprese giapponesi come la Mitsubishi che acquistano buona parte di tutti i tonni del Mediterraneo. In Italia la parte del leone la fanno gli armatori delle barche a circuizione, che hanno il 70% circa del totale della quota nazionale e che sono concentrati in due-tre gruppi, divisi tra i dieci chilometri che da Salerno portano a Cetara e in Sicilia.

La cabina di regia però è a Roma, in via XX settembre, dove ha sede il Ministero delle politiche agricole alimentari e forestali (Mipaaf). È qui che ogni anno il Dipartimento di pesca e acquacoltura coordina e assegna le attività nazionali di monitoraggio per la pesca del tonno rosso. Ed è qui che, da dieci anni, l’incarico va all’azienda Oceanis di Ercolano, di Paolo Pignalosa.

Capitano di lungo corso e imprenditore con il fiuto per gli affari, Pignalosa ha avuto nel 2011 l’intuizione di creare questa società che fornisce allo Stato i servizi e le figure professionali richieste dagli accordi internazionali con Iccat, in particolare per quanto riguarda gli osservatori che vengono imbarcati durante le campagne di pesca.

IrpiMedia, attraverso diverse richieste di accesso agli atti, ha ricostruito quanti soldi pubblici il Ministero abbia erogato a questa azienda. Le cifre sono modeste, ma le modalità di assegnazione sono poco trasparenti e, soprattutto, hanno dato vita a un vero e proprio monopolio che ha escluso tutte le istituzioni che da più tempo facevano ricerche sul tonno rosso, come le Università di Cagliari e Bari, ma anche altri istituti di ricerca privati.

Oceanis, a causa delle scelte dei dirigenti del Dipartimento della pesca, è quindi salita allo stesso Olimpo dove già si trovavano l’inglese MRAG e la francese Cofrepeche (vedi Capitolo I, Il contrabbando globale del tonno rosso): quello dei guardiani della pesca al tonno. Al di là degli incassi derivanti dagli appalti pubblici, infatti, nessun armatore può pescare senza avere a bordo uno degli osservatori formati da questa rete di persone.

Oceanis emula Cofrepeche, società francese che dal 2009 si occupa della formazione degli osservatori regionali Iccat. Controllata per il 30% dallo Stato, è guidata da Jean Pierre Silva che nel 2011 è stato anche co-fondatore della stessa Oceanis. Un anno dopo la fondazione, Silva lascia Oceanis, cedendo le proprie quote alla figlia. Il legame reciproco tra Silva e Pignalosa resta però saldo: nel 2010, per fare esperienza, il capitano campano si cala nei panni dell’osservatore e si imbarca sui pescherecci a circuizione transalpini, per l’azienda di Silva. Quest’ultimo, a nome di Cofrepeche, a novembre 2011 firma una lettera attestando che Oceanis, dal luglio di quell’anno, aveva collaborato alla formazione di osservatori regionali Iccat. Nel 2011, quando Cofrepeche forma gli osservatori nazionali italiani su incarico del Mipaaf, mantiene Oceanis al suo fianco, come supporto organizzativo e logistico in Italia. Sembra essere questa la collaborazione che frutterà a Oceanis la fiducia del Dipartimento Pesca del ministero italiano, che dal 2012 inizia ad affidargli la formazione degli osservatori.

Da allora ad oggi a Oceanis sono andati almeno tra gli 80 e i 135 mila euro all’anno, solo dagli appalti del Mipaaf per la formazione osservatori. La posizione in Italia ha permesso all’azienda di espandersi in altri Paesi mediterranei, arrivando ad addestrare anche gli osservatori nazionali di Croazia, Albania, Libia e Malta.

Da quando Oceanis entra in gioco, gli osservatori nazionali sono per lo più biologi marini, spesso giovani che devono ancora completare il percorso accademico. Raccolgono dati a bordo dei rimorchiatori e dei palangari o alle tonnare fisse e, nel caso di gravi violazioni, possono denunciare i fatti alle Capitanerie di Porto, o altrimenti riportare le infrazioni a Oceanis che le trasmetterà al Dipartimento Pesca. In risposta a una richiesta di accesso agli atti di IrpiMedia, il Mipaaf ha risposto che dal 2016 al 2020 non c’è stata alcuna segnalazione di infrazione da parte degli osservatori nazionali (vedi Capitolo I, Il contrabbando globale del tonno rosso).

Il Ministero delle politiche agricole sembra aver fatto tutto il possibile per continuare ad affidare ad Oceanis l’incarico di formare gli osservatori, cambiando regolarmente e gattopardescamente la denominazione e l’inquadramento di un lavoro che, a ben vedere, è sempre lo stesso. Ogni due-tre anni infatti la forma con cui il contributo pubblico è stato erogato è cambiata: a volte affidamenti diretti, a volte procedure negoziate “a invito”, altre volte ancora convenzioni con enti terzi in cui Oceanis entra in subappalto.

Oltre alla formazione e gestione degli osservatori poi, Oceanis ha ricevuto tutta una serie di altri incarichi dal Mipaaf: raccolta ed elaborazione dati, formazione per comandanti dei rimorchiatori e altri, tutti assegnati con procedura di affidamento diretto.

Nel 2013 e 2014, inoltre, Oceanis ha svolto anche il ruolo di componente dell’Autorità nazionale di audit del Mipaaf, organismo nato proprio nel 2013 che ha il compito di controllare che i fondi siano spesi in modo corretto, il tutto mentre la stessa impresa veniva pagata con parte delle stesse risorse.

Nel 2012 e 2013, Oceanis ha avuto in affidamento diretto anche il bando per la formazione degli osservatori. A partire dall’anno seguente il Ministero ha cominciato a variare le procedure di affidamento dell’appalto: prima con bando, poi con assegnazione diretta. A vederselo assegnato alla fine è sempre stata Oceanis mentre è sempre stata esclusa la sua unica reale concorrente nel privato, Unimar. Nel 2015, così, dal mondo di chi si occupa della pesca del tonno rosso si sono levate le prime accuse di monopolio. Soprattutto, facevano notare i critici, a Oceanis mancava il background scientifico necessario per assumere un compito tanto delicato per le sue conseguenze su Iccat e le quote globali.

Il tandem di Oceanis con l’Università Politecnica delle Marche

Così, nel 2016, in soccorso ad Oceanis, il dipartimento Pesca stipula una convenzione biennale (2016-2017) con il Dipartimento scienze della vita e dell’ambiente dell’Università Politecnica delle Marche (Univpm).

La convenzione prevede un doppio incarico: un primo progetto da 490 mila euro che copre le attività di osservazione sulla pesca al tonno rosso e uno studio su un possibile simile sistema che copra la pesca al pesce spada e un secondo progetto da 180 mila euro per il campionamento di pesce spada e alalunga (un’altra specie di tonno).

Ancora una volta, nomi diversi per un progetto che, fondamentalmente, è lo stesso degli anni precedenti. Infatti, anche se stavolta come partner subappaltata dall’Univpm, la formazione degli osservatori la fa Oceanis, con una consulenza anche di Cofrepeche. La separazione dei progetti, inoltre, porta entrambi i finanziamenti sotto la soglia dei 500 mila euro, il che significa che possono essere assegnati senza obbligo di gara. La mancanza di una precisa e certificata competenza scientifica non è quindi più un problema per Oceanis, che si appoggia a quella dell’Università delle Marche.

A seguire il progetto per conto dell’università marchigiana è la professoressa Oliana Carnevali. Per l’ateneo in realtà, questa sembra essere la prima esperienza nel settore della ricerca sui grandi pelagici, tant’è che il primo studio di Carnevali sul tema è del 2016 ed è co-firmato proprio da Paolo Pignalosa. Nonostante un curriculum di tutto rispetto per la docente, sembrerebbe quasi che Oceanis e Cofrepeche avessero più expertise sul tema rispetto all’Università stessa.

«Io sono un esperta di riproduzione dei pesci, e questa competenza ha portato una ventata di novità», spiega a IrpiMedia la professoressa Carnevali. «È stato uno dei nostri dottorandi a metterci in contatto con Pignalosa, per fare dei primi lavori, senza budget, che ho presentato al ministero personalmente». Da questi primi lavori sarebbe poi arrivata direttamente da Mipaaf all’Univpm la proposta di prendere in carico un ampio studio, che comprendeva anche la formazione degli osservatori. «Pignalosa era l’unico che avesse fatto quel tipo di lavoro da quel che so io», racconta la professoressa Carnevali.

Grazie a una richiesta d’accesso agli atti presentata all’Università delle Marche, IrpiMedia ha potuto visionare la proposta progettuale della prima tranche di finanziamenti. Univpm, nel trasmettere i documenti, ha chiesto riservatezza sui dati scientifici contenuti, che sono stati pubblicati solo parzialmente fino ad ora.

La rendicontazione del progetto che IrpiMedia ha ricevuto è estremamente lacunosa: dai documenti mancano all’appello circa 150 mila euro dal totale di 490 mila. Inoltre le cifre spese per Oceanis e Cofrepeche (che nel preventivo erano rispettivamente di 123 mila e 37 mila euro) nel bilancio consuntivo risultano raggiungere i 150 mila per Oceanis (a cui andrebbero aggiunte altri 16 mila euro di spese correnti che invece Univpm addebita a se stessa) mentre per Cofrepeche sono rendicontati meno di seimila euro. La cifra di 150 mila incassata da Oceanis supera, seppur di poco, il massimale del 30% che può andare in subappalto secondo la normativa in merito. La professoressa Carnevali ci spiega che sicuramente si tratta di un errore del dipartimento amministrativo dell’Università delle Marche e rispetto alle spese di Oceanis, queste avrebbero superato le previsioni e sarebbe stata chiesta specifica autorizzazione al Ministero per superare la soglia di legge.

Pignalosa, nel raccontarci la storia del suo rapporto con Univpm, omette i rapporti precedenti alla convenzione che invece Oliana Carnevali ha raccontato. «Quando l’Università di Ancona ha avuto l’incarico di fare il bando ha contattato il ministero per sapere come sostenere la logistica organizzativa del programma – ha spiegato a IrpiMedia Paolo Pignalosa -. E loro gli hanno detto che me ne sono sempre occupato io».

Per Pignalosa, «la collaborazione con l’Università di Ancona è stata la chiave di volta della nostra attività», un’esperienza che ha fatto crescere la reputazione di Oceanis a livello internazionale. Ma la docente di Ancona ammette che non era a conoscenza di come il Ministero cambiasse ogni pochi anni le modalità di assegnazione di questo bando per darle sempre alla stessa azienda: «Io forse sono una delle modalità che hanno usato – dice – di cui sono comunque grata perchè altrimenti non avrei avuto la possibilità di lavorare su tonno e pesce spada».

La direzione pesca del Mipaaf, che non ha accettato di rispondere alle domande di IrpiMedia, non ha chiarito se la rendicontazione che hanno ricevuto sia la stessa inviata da Univpm a IrpiMedia, dove emergono le lacune. In ogni caso, il progetto è stato rinnovato per un altro anno nel 2018 con un nuovo finanziamento da 320 mila euro. Il rapporto tra Mipaaf e l’Università delle Marche però si interrompe poi di colpo: «Sono rimasta molto male, mi sono sentita un po’ scaricata dal ministero – aggiunge Carnevali – perchè nonostante avessimo portato moltissimi risultati non ci hanno considerato più, a noi interessava solo lavorare bene», conclude.

Conoscenze al Ministero

A firmare la convenzione tra Oceanis e Univpm è stato il dirigente ministeriale Riccardo Rigillo, dal 2014 direttore generale del Dipartimento della pesca marittima e dell’acquacoltura presso il Ministero delle politiche agricole. Anche la firma in calce agli affidamenti conferiti a Oceanis è sempre la sua.

Nonostante la convenzione con l’Università delle Marche non venga rinnovata, Rigillo sembra voler continuare ad affidare a Oceanis il “programma osservatori”. Infatti sia nel 2019, sia nel 2020 l’appalto per la formazione degli osservatori è stato assegnato tramite procedura negoziata. Si tratta di un bando di gara “a invito”, a cui vengono chiamate a partecipare solo aziende già registrate nell’albo dei fornitori del Ministero. Ma a parte Oceanis, le altre aziende chiamate non sembrano avere alcuna relazione in assoluto con la pesca o con il mare.

Tra le invitate, a parte Oceanis, ci sono infatti un’azienda che si occupa di servizi assicurativi per l’agroalimentare, una di innovazione nell’agroalimentare con l’unico legame nel settore rappresentato da un servizio di consegna del pesce nelle mense scolastiche e poi ancora due aziende specializzate in comunicazione e marketing. Eppure, regolarmente iscritta al registro dei fornitori, c’era anche Unimar, un istituto che svolge attività di ricerca scientifica nell’ambito della pesca e dell’acquacoltura e che già nel 2009 aveva fornito questo servizio, ma che non viene invitata a partecipare ai bandi 2019 e 2020.

Nel 2021 la formazione degli osservatori è stata accorpata in un bando più ampio, vinto dal CNR insieme al Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare. Ma anche questa volta Oceanis, in subappalto, si è assicurata la parte del bando riguardante gli osservatori della pesca al tonno. Di questa situazione è consapevole anche Paolo Pignalosa, secondo cui «Oceanis non ha concorrenti» tanto che il Ministero, senza l’apporto della sua azienda, sarebbe in difficoltà a provvedere agli osservatori nazionali.

Ma non solo altre aziende come Unimar, oppure altre università, avrebbero potuto tranquillamente offrire un’alternativa. Oceanis stessa non avrebbe potuto continuare a offrire questo servizio se il Ministero avesse adottato sempre i bandi a invito, per i quali il codice degli appalti prevede il principio di rotazione «sia dell’assegnazione, sia degli inviti», osserva Davide Gallenca, avvocato specializzato in diritto amministrativo. «La stessa azienda potrebbe aggiudicarsi il servizio una seconda volta solo nel caso in cui questo sia messo a bando e quindi in condizioni di trasparenza e libero mercato», aggiunge.

Interpellato per un confronto sul bando degli osservatori, il Dipartimento della pesca del Mipaaf non ha voluto commentare. Resta quindi il dubbio su quale sia la natura dei rapporti che legano il Dipartimento guidato da Rigillo e l’azienda di Pignalosa. Il capitano, dal canto suo, dichiara di avere ottimi rapporti con il direttore del Dipartimento pesca e di conoscerlo da oltre vent’anni: «Mi sento molto paterno nei suoi confronti», dichiara. Il rapporto personale fra i due potrebbe anche non aver influenzato le scelte del Dipartimento, ma dal punto di vista legale resta comunque un’anomalia. Infatti il codice degli appalti «prescrive l’astensione dei funzionari della stazione appaltante, qualora sussista una qualsiasi forma di rapporto personale alla luce del quale si possa evidenziare un conflitto d’interessi, anche solo potenziale», commenta l’avvocato Gallenca.

Certo, è difficile immaginare che non nasca alcun tipo di rapporto fra un dirigente di un dipartimento ministeriale e il proprietario di un’azienda che a quel Ministero fornisce servizi da un decennio. Prese singolarmente infatti, tutte le irregolarità fin qui analizzate potrebbero essere attribuite a casualità o coincidenze, ma a guardarle tutte assieme nella loro ininterrotta continuità, diventano spie di un sistema totalmente opaco.

La versione degli osservatori

Cecilia Anesi
Raffaele Angius
Simone Olivelli
Giulio Rubino

Nel corso di questa inchiesta IrpiMedia ha collezionato un ampia serie di denunce anonime, provenienti dal mondo degli osservatori, che raccontano una situazione di impotenza rispetto a certe prassi illecite apparentemente molto comuni nel mondo della pesca al tonno. Le tecniche e i trucchi che ci hanno descritto per pescare fuori quota e alimentare il mercato nero, coincidono con quelli rilevati proprio dall’indagine europea Tarantelo.

Alcuni di loro accettano di parlare direttamente, a patto che se ne tuteli l’anonimato. Tra questi Marco, nome di finzione (come tutti quelli che seguiranno), che nel ruolo di osservatore regionale europeo imbarcato su circuizione italiana ha avuto esperienza diretta del modo in cui Oceanis gestisce gli osservatori: «Mi hanno selezionato con un’intervista al telefono, poi ho fatto una settimana di corso intensivo nell’hotel di Ercolano (dove ha sede Oceanis, ndr)». Ci spiega che il corso era tenuto da Oceanis, che ha un accordo con Cofrepeche, azienda francese che Pignalosa ha preso come modello di cui abbiamo scritto nel Capitolo II, I guardiani del tonno rosso. Poi lancia un’accusa che IrpiMedia ha raccolto da molte fonti diverse: «[Oceanis e Cofrepeche] si mettono d’accordo con gli armatori. “Ti mando un osservatore più rilassato”, oppure “te ne mando una carina e simpatica”. Naturalmente, gli osservatori che causano problemi, non vengono più richiamati», riferisce.

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Ci dà anche un’idea più chiara di come questo sistema produca profitto per le aziende di formazione osservatori: «L’armatore paga a Cofrepeche/Oceanis circa 500 euro al giorno per avere l’osservatore a bordo, ma a noi ne entrano in tasca solo 105 lordi, il resto va all’azienda».

Secondo Carlo, osservatore che ha lavorato per Oceanis come “nazionale” per l’Italia spiega che il processo di formazione funziona con «un’intervista via Skype, una breve formazione di un paio d’ore prima di imbarcarmi, e il materiale che serve a bordo del peschereccio». Questo è tutto.

Gli osservatori, a parte le denunce anonime, mantengono però il massimo riserbo sul proprio operato. Difficile contattarli, ancora di più strappargli un commento sulle criticità del lavoro.

Infrazioni in mare

Le segnalazioni di violazioni inviate dagli osservatori all’Iccat tra il 2016 e il 2020. La nazione indica il Paese di appartenenza dei pescherecci

I dati segreti sulle segnalazioni

Né il ministero italiano, né le altre direzioni di pesca europee, né Iccat hanno risposto alla nostra richiesta di sapere quante e quali segnalazioni di violazioni siano state fatte dagli osservatori. Tuttavia, i report scritti dagli osservatori regionali possono essere trovati sul sito di Iccat. Dall’analisi di questi report emerge che dal 2016 al 2020 ci sono state 741 violazioni. Il numero maggioriore lo riporta la Turchia (130), seguita da Spagna (114) e Malta (89). Il tipo di violazioni varia molto, ma la maggior parte ha a che vedere con “sottostima delle catture effettuate” (152) “scarsa qualità del video di trasferimento” (115) “il video del trasferimento è incompleto” (97) o “il logbook elettronico non è stato completato dal capitano per alcuni giorni” (88).

Dato che non ha risposto alle nostre domande, resta comunque impossibile sapere a quante di queste segnalazioni abbia dato seguito Iccat con un’ispezione o una sanzione.

Sul fronte nazionale, il ministero ci ha risposto che non sono state segnalate violazioni, e per quanto solo nel 2021 ci sono già stati diversi sequestri di tonni illegali, il sistema-osservatori non sembra aver segnalato anomalie.

I dettagli delle infrazioni

La lista inedita delle violazioni nella pesca del tonno rosso tra il 2016 e il 2020 catalogate per tipologia e Paese

La profonda amicizia con Malta

Non c’è solo l’Italia tra i Paesi dove il capitano campano svolge la sua attività. Oceanis infatti lavora anche in Croazia, Albania, Libia e soprattutto Malta. Sono tutti rapporti più o meno recenti, che portano fondi nelle casse di Oceanis, ma soprattutto che permettono a questa piccola Srl di accreditarsi ogni anno sempre più in tutto il Mediterraneo.

A Malta l’indagine Tarantelo ha avuto un’eco profonda, infatti, con l’accusa di aver favorito gli allevamenti di Fuentes in cambio di tangenti e la direttrice del Dipartimento della Pesca, Andreina Fenech, è stata costretta alle dimissioni nel 2019. L’industria del tonno rosso a Malta è impostata molto diversamente dall’Italia: qui in cima alla piramide ci sono infatti gli allevamenti, sia di proprietà di imprenditori locali, sia di Fuentes. La pesca vera e propria è quindi quasi un’attività secondaria sull’isola: ci sono infatti pochissime barche a circuizione (vedi il Capitolo I, Il contrabbando globale del tonno rosso), e le quote dell’isola sono ripartite principalmente sui palangari, una tecnica per cui Iccat richiede osservatori nazionali a bordo.

La caduta di Andreina Fenech viene un anno dopo l’ingresso di Pignalosa a Malta. Nel 2018 Oceanis aveva ottenuto dal Dipartimento della pesca di Malta l’incarico di formare gli osservatori nazionali. Un lavoro faticoso, assicura il capitano, perchè fino a quel momento la situazione a Malta era fuori controllo, con osservatori poco formati, e poco inclini a fare rispettare le regole. Adesso, giura, le cose sono cambiate.

Nel Dipartimento della pesca maltese, con la posizione di chief scientific officer (responsabile delle operazioni scientifiche) c’è una vecchia conoscenza di Pignalosa: Francesco Lombardo. Biologo marino formato all’Università Politecnica delle Marche, Lombardo era dipendente di Oceanis fin dal 2014 nonché uno dei borsisti chiave della convenzione biennale 2016-2018 sottoscritta da Univpm e dal Mipaaf.

Nel 2012 Lombardo fa il suo primo lavoro da osservatore su un rimorchiatore italiano (dichiara lui stesso su Linkedin, sempre sotto la guida di Oceanis) e l’anno dopo farà l’osservatore regionale presso una barca da circuizione di un allevamento maltese. Poi dal 2013 al 2015 viene assunto dal Dipartimento della pesca maltese come ricercatore per la riproduzione dei pesci in cattività, un lavoro che nel 2016 svolgerà per la farm Malta Fish Farming Ltd (MFF). Nell’indagine Tarantelo, l’azienda è accusata di essere tra gli allevamenti che dichiarano meno tonni entrati nelle reti allo scopo di rivenderli al mercato nero.

Secondo un gruppo di osservatori che ha deciso di denunciare in forma anonima, Lombardo avrebbe operato in conflitto d’interesse rispetto al protocollo Iccat, dal momento che prima di essere nominato osservatore per Malta, aveva già lavorato per un allevamento. Un aspetto che non è stato valutato come problematico dall’amministrazione maltese, che avrebbe invece offerto al biologo la posizione di coordinatore degli ispettori nazionali maltesi. Il Dipartimento della pesca dell’isola non ha risposto a una richiesta di commento.

Nel frattempo, il rapporto con Oceanis non si è mai interrotto, anzi, Lombardo ne diventerà anche direttore scientifico fino a quando, nel 2019, non ottiene il suo incarico al Department of Fisheries di Malta.

Mentre il processo a Madrid è ancora in corso, a Malta si è spostata la polvere sotto il tappeto. Alle domande di IrpiMedia, dove si chiede come mai sia stata scelta Oceanis per formare gli osservatori nazionali, se sia stata istituita una gara, e se la posizione di Lombardo non sia in conflitto di interesse, anche in questo caso non è giunta alcuna risposta e anche fuori dal Dipartimento, nessuno vuole parlare.

L’unico a parlarci è di nuovo Pignalosa. Il capitano riferisce che secondo l’amministrazione maltese, Oceanis è «l’unica che fa la formazione ed è l’unica che gestisce osservatori». «Quindi grazie a Dio quest’anno siamo andati anche nel circuito del Dipartimento della pesca maltese», aggiunge. Ad aprile quest’anno Pignalosa ha anche annunciato a IrpiMedia una settimana di formazione al Dipartimento della pesca líbica.

Le armi spuntate

L’ambizione espansiva di Oceanis, se da un lato ha l’effetto di rafforzare sempre di più un monopolio sui controlli alla pesca al tonno, dal punto di vista strettamente imprenditoriale risponde quasi a una necessità di sopravvivenza. Almeno a guardare ai numeri italiani, i fondi stanziati per un lavoro tanto delicato sono infatti gravemente insufficienti e l’intero sistema si fonda evidentemente su una ristrettezza di risorse incompatibile con la severità della missione che chi si imbarca è chiamato a compiere.

Pignalosa ha assicurato a IrpiMedia che la sua azienda riesce ad ottemperare a una richiesta della comunità internazionale a prezzi più bassi di chiunque altro. La sua argomentazione suona convincente, dato che oramai siamo fin troppo abituati alla logica del massimo ribasso, eppure questo principio è quanto mai fuori posto in questo settore.

Oceanis ha occupato una nicchia, ma non l’ha certo creata lei. Sono i Paesi membri di Iccat che hanno scelto di dedicare così poche risorse al sistema-osservatori e, ancor più grave, così poche risorse agli ispettori che dovrebbero far rispettare le loro indicazioni e analizzare le loro segnalazioni. Per quanto la popolazione di tonno rosso sia innegabilmente in salita, non possiamo infatti dimenticare che gli unici dati disponibili a riguardo vengono proprio da questi osservatori imbarcati assieme all’industria della pesca, non ci sono fondi per ricerche indipendenti

Così l’osservatore – soprattutto quello regionale incaricato di contare i tonni catturati – diventa la chiave di volta di un sistema nel quale le segnalazioni non sembrano coerenti con i dati raccolti dall’Europol. In un report di Iccat si legge che a un osservatore è finito il computer in mare e di conseguenza non ha potuto completare il proprio lavoro di misurazione. Che sia caduto in acqua a causa del mare mosso o durante una di queste “negoziazioni” non è dato saperlo. Perché quello che succede a bordo resta a bordo, purché il Sol Levante continui ad avere il suo stock di tonno rosso.

CREDITI

Autori

Cecilia Anesi
Raffaele Angius
Simone Olivelli
Giulio Rubino

Ha collaborato

Marcos Garcia Rey
Victor Borg

Video & Montaggio

Diego Parbuono

Infografiche

Lorenzo Bodrero

Editing

Lorenzo Bagnoli

Tunisia, la mattanza degli squali

Tunisia, la mattanza degli squali

Cecilia Anesi
Giulio Rubino

Porto di Kelibia, nord-ovest della Tunisia. Di fronte, l’isola di Pantelleria e a poco meno di cento miglia nautiche Mazara del Vallo, la punta più occidentale del sud della Sicilia. È uno dei tratti di mare dove si pescano gli squali, a 400 metri di profondità.

È il 3 aprile 2020. Non è ancora sorto il sole, ma al mercato del pesce del porto non si dorme. Una dozzina di grossi squali, sanguinanti, pescati e riversati su dei bancali di legno, attirano l’attenzione e la curiosità dei compratori. Sono tutti requin griset, come li chiamano i pescatori qui, in italiano detti “capopiatto” e in latino Hexanchus griseus. Giacciono appoggiati in bella mostra a pancia in giù, pronti ad essere acquistati da intermediari che poi li distribuiranno ai supermercati. Tutt’attorno, in una morsa, una quarantina di uomini con mascherine: siamo in pieno lockdown, ma la pesca non si ferma. Neppure quella allo squalo.

Lo squalo capopiatto non è, in Tunisia, una specie protetta. In Europa la sua pesca è regolamentata e limitata, ma trattandosi di una specie molto migratoria è difficile che si possa proteggere efficacemente se non si armonizzano le legislazioni. Secondo l’Iucn (Unione internazionale per la conservazione della natura) il suo stato di conservazione è Near Threatened, che vuol dire meno in pericolo di altre specie, ma comunque in declino.

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Localizzazione di Kelibia, Tunisia 

In tutto il Sahel tunisino, la regione costiera che va dal golfo di Hammamet fino a quello di Gabès, lo squalo è parte della cucina tradizionale. Con i numeri delle catture in costante crescita e nessuna vera e propria distinzione fra la cattura di specie protette e quelle invece consentite, questa pratica rischia però di distruggere per sempre non solo gli squali, ma tutte le riserve ittiche del Paese. Su circa 63 specie di squalo presenti, oltre il 40% rientrano nella categoria protetta. Per Kelibia, piccola cittadina famosa per le sue spiagge meravigliose, la pesca è una delle principali fonti di reddito, specialmente da quando il turismo internazionale soffre di alterne fortune. Da qui andando a sud fino a Zarzis, accanto all’isola di Djerba, la pesca è un’attività di primaria importanza.

Ci sono migliaia di barche da pesca nel Golfo di Gabes, che catturano squali ogni giorno. E se la maggior parte delle catture registrate avviene per errore (bycatch è il termine tecnico, “catture accessorie”) non mancano barche che cercano attivamente squali di grosse dimensioni. Queste flotte di pescatori utilizzano i palangari (lunghe reti attaccate tra loro e con lenze nel mezzo) per catturare gli squali e mentre a sud si catturano solo durante certe stagioni, a nord, a Kelibia, la caccia avviene durante l’intero arco dell’anno. Nonostante la carne di squalo non sia particolarmente redditizia dal punto di vista commerciale, e la maggior parte delle specie siano protette.

Con i numeri delle catture in costante crescita e nessuna vera e propria distinzione fra la cattura di specie protette e quelle invece consentite, questa pratica rischia però di distruggere per sempre non solo gli squali, ma tutte le riserve ittiche del Paese

Il palangaro

Il palangaro – detto anche palamito o coffa – è una tipologia di rete da pesca. È costituita da un cavetto detto “lenza madre” a cui si applicano in tutto fino a duecento “braccioli” (lenze più piccole), alla cui estremità è applicato un amo con un’esca. I “braccioli” sono disposti a distanza regolare l’uno dall’altro. I palangari tradizionali hanno in tutto cento ami. A intervalli regolari vengono posizionati galleggianti e piccole boe satellitari che permettono il posizionamento a giusta profondità dell’attrezzo e il suo recupero qualora la lenza madre si spezzasse. Il palangaro “derivante” (detto così perché in balìa delle correnti marine) di regola, ha una lunghezza massima di 50 chilometri dall’inizio alla fine. Viene “calato” la sera in mare a circa 20-25 metri dalla superficie e il suo recupero – che in gergo è definito “allestire” – avviene la mattina presto.

Il lascito inestinguibile dell’amianto 

Non si sa dove sia, né quanto ne resti ancora da bonificare. L’asbesto è vietato da 30 anni, eppure continua a uccidere e a inquinare, in Italia come in Europa

Gli scatti su Facebook prova della mattanza

Le prove della mattanza degli squali a Kelibia sono ingenuamente scattate dagli stessi pescatori. Quella stessa mattina del 3 aprile, ad esempio, un profilo Facebook chiamato “Il marinaio di Kelibia” pubblica un video dei venti squali capopiatto esposti al mercato del porto. Dietro, un edificio riconoscibile in foto pubblicate dal profilo Facebook ufficiale del mercato del pesce del porto: Il Marchi. Dai social network si evince che è in questo magazzino che viene venduto tutto il pesce raccolto dalla flotta di Kelibia, squali inclusi. Il pesce si può acquistare di persona, oppure online direttamente dal sito de Il Marchi che, pubblicizza, può farlo arrivare fresco in qualsiasi parte del Paese entro 24 ore.

Un grosso squalo è anche un trofeo; sbarcato sulle banchine del porto attira curiosi e, soprattutto, clienti. È anche per questo che i pescatori tunisini tendono a mettere sui social network tutte le fotografie di squali che pescano e che riportano a riva, tanto i capopiatto, quanto quelle di specie espressamente protette, che non possono essere in alcun modo catturate ne tantomeno commercializzate. Come gli squali bianchi, i mako, gli squali grigi, le mante, le razze, i pesci chitarra: tutti pesci protetti anche in Tunisia che vengono ugualmente presi ed esposti come macabri trofei. Una ricerca sui profili Facebook legati al porto di Kelibia e alle aziende di pesca della zona rivela un bollettino di morte per squali, razze ed elasmobranchi di ogni tipo. Solo nel 2019, stando a i post, sono stati catturati ed esposti squali bianchi, mako, anche un esemplare di diavolo di mare, una manta abbastanza rara. Andando indietro nel tempo, non si contano i casi di specie protette finite nel mercato del pesce locale.

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Gli scatti dei pescatori su Facebook / IrpiMedia. Scorri le immagini

«La maggior parte degli squali pescati in Tunisia sono pescati per errore, ma c’è un 20% che invece è proprio pesca illegale. Ci sono due flotte pescherecce che li vanno a cercare, una è quella di Kelibia e una è quella di Zarzis, nel sud, vicino alla Libia».

Sami Mhenni

Houtyat

Mediterraneo zona di pesca e di incroci pericolosi

Secondo Sami Mhenni, presidente e fondatore di Houtyat, associazione che si occupa di ricerca e sensibilizzazione rispetto al problema della pesca delle specie protette, la maggior parte delle catture avviene per errore e il mercato interno assorbe la quasi totalità del consumo di carne di squalo. Ma non a Kelibia e Zarzis: «È qui che avviene la maggior parte della pesca illegale allo squalo», spiega Jamel Jrijer, marine program manager al WWF nord-Africa. «La maggior parte degli squali pescati in Tunisia avviene per errore, ma c’è un 20% che invece è proprio pesca illegale. Ci sono due flotte pescherecce che li vanno a cercare, una è quella di Kelibia e una è quella di Zarzis, nel sud, vicino alla Libia».

Houtyat ha raccolto alcune testimonianze tra i pescatori, ma nessuno vuole metterci la faccia per paura di ritorsioni: il tratto di mare tra Kelibia e la Sicilia non è solo la zona dove si pescano gli squali. È anche la zona dove si incontrano le due flotte pescherecce, quella tunisina e quella siciliana: i tunisini vendono soprattutto tabacco e pesce di contrabbando ai siciliani. Diversi studi dimostrano che una quota importante di ciò che viene venduto in Italia come pesce spada in realtà è squalo: le due specie hanno infatti una tipologia di carne apparentemente simile, almeno a uno sguardo inesperto. L’ipotesi è quindi che parte di questo finto pesce spada sia in realtà squalo pescato dai tunisini e venduto di contrabbando.

La zona grigia delle catture non dichiarate

Alla vendita all’estero si aggiunge il ricco mercato delle pinne di squalo, usate in Asia o nei ristoranti cinesi d’Europa per preparare zuppe considerate una leccornia. Secondo Fabrizio Serena, Co-Regional Vice Chair dello IUCN Shark Specialist Group for Mediterranean e Ricercatore dell’Istituto per le Risorse Biologiche e le Biotecnologie del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR), il problema principale è la mancanza di informazione e preparazione, tanto nei pescatori, quanto nelle autorità che sarebbero preposte al controllo. «I pescatori non sanno riconoscere quali specie sono protette – spiega – i regolamenti si aggiornano di continuo ed è necessario prevedere dei programmi di informazione diretti a loro. Il Gfcm (Consiglio generale della pesca nel Mediterraneo) sta lavorando molto sui Paesi del Nord Africa. Dovevo io stesso fare un intervento proprio in Tunisia questa primavera, ma la pandemia ci ha bloccato».

La Tunisia non fa parte dell’Unione europea naturalmente, ma tramite il Gfcm recepisce in teoria il regolamento stabilito dalla convenzione di Barcellona, che stabilisce quali specie devono essere rilasciate immediatamente, vive, e quali devono essere perlomeno registrate e la loro cattura accidentale comunicata alle autorità preposte. La registrazione però non avviene, anche perché non tutte le catture “accidentali” avvengono in buona fede. Jamel Jrijer ci racconta che ci sono almeno due attori che rendono più difficile l’adozione di misure a tutela degli squali: gli intermediari che rivendono il pesce a supermercati e hotel e i pescatori di frodo veri e propri. Questi ultimi non hanno problemi a mettersi contro le autorità. Sono compatti e protetti. «Sono come una mafia – spiega Jamel – ben organizzati: se vengono attaccati dal governo o dai media, rispondono. E hanno entrature in alto, hanno l’appoggio dei sindacati, che in Tunisia sono fortissimi, tanto da decidere chi deve guidare un ministero e come». Chi ha provato ad opporsi, o anche solamente a controllare i pescherecci e a sequestrare gli squali pescati, ha fatto una brutta fine. Quei guardacoste che ci hanno provato, ci spiegano gli attivisti locali, sono stati picchiati e le loro auto sono state date alle fiamme.

Il Consiglio generale della pesca nel Mediterraneo

Il Consiglio generale della pesca nel Mediterraneo è un organismo che regolamenta la pesca nel Mediterraneo. Ne fanno parte 23 Paesi che si affacciano su questo mare, più l’Unione Europea. Il Gfcm ha il potere di introdurre regolamentazioni vincolanti per i suoi membri per tutto quanto riguarda la pesca e l’acquacoltura. Ha competenza per tutto il Mediterraneo e per il Mar Nero.

«I pescatori non sanno riconoscere quali specie sono protette – spiega – i regolamenti si aggiornano di continuo ed è necessario prevedere dei programmi di informazione diretti a loro».

Fabrizio Serena

IUCN e CNR

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Omertà e complicità tra pescatori di frodo e intermediari

Quel che è certo, è che c’è molta omertà. Gli intermediari che acquistano lo squalo da porti come Kelibia, sanno che le specie sono protette e che potrebbero incorrere in problemi. Allora, per farle entrare nel circuito legale, tagliano gli squali a pezzi così da venderli mischiati a specie non protette o a fare passare le fette come pesce spada. Ristoranti, supermercati, catene di grande distribuzione e hotel che acquistano poi questi pezzi di squalo, sanno bene cosa acquistano. E lo fanno perché conviene: la carne di squalo ha un ottimo rapporto peso – prezzo. È una carne economica rispetto ad altri pesci. Così, con il diffondersi dei pacchetti turistici all inclusive offerti da molti hotel di zona, un grosso squalo può rappresentare al contempo un significativo risparmio economico per “riempire” un buffet di pesce e un’attrazione turistica vera e propria.

Gli intermediari che acquistano lo squalo da porti come Kelibia, sanno che le specie sono protette e che potrebbero incorrere in problemi. Allora, per farle entrare nel circuito legale, tagliano gli squali a pezzi così da venderli mischiati a specie non protette o a fare passare le fette come pesce spada

Naturalmente per fermare chi pesca di frodo non basta certo una campagna d’informazione rivolta ai pescatori. Secondo Fabrizio Serena, però, nella maggior parte dei casi adottare misure repressive nei confronti dei pescatori potrebbe essere addirittura controproducenti.

«Il rischio di sanzioni, che in Italia possono anche andare nel penale, desta molte preoccupazioni nei pescatori – spiega Serena -. Noi chiediamo invece un sistema simile a quello che già esiste per tartarughe e mammiferi marini, dove il pescatore può comunicare alla capitaneria di porto la cattura. Questa a sua volta contatta il più vicino istituto di ricerca, che procede alla registrazione e alla liberazione dell’esemplare catturato. Se non si fa così il pescatore che prende lo squalo, per evitare problemi, finisce per venderlo illegalmente».

L’importanza della protezione della specie

La popolazione di squali del Golfo di Gabès è una risorsa preziosa e tutelarla è importante per tutto il Mediterraneo, ma in particolare per gli stessi pescatori tunisini. Lo squalo, chiarisce Fabrizio Serena, è un predatore apicale, in cima alla catena alimentare del mare e la sua scomparsa può avere effetti devastanti sugli stock di pesce della zona. «In North Carolina quando hanno sterminato gli squali grigi che tenevano sotto controllo la popolazione delle rinottere (una specie di razza, ndr) queste si sono moltiplicate enormemente, distruggendo del tutto gli stock di capesante da cui i pescatori dipendevano», aggiunge il ricercatore. Risultato: l’intera industria è fallita.

Gli stessi squali grigi, assieme ai Mako, ai pesci chitarra e pesci violino che nel nord del Mediterraneo sono già considerati localmente estinti, hanno nel Golfo di Gabès il loro habitat di riproduzione e sono una preziosissima risorsa faunistica per la Tunisia. Proteggerli non sarebbe nemmeno particolarmente difficile.

Secondo il dati del Wwf che IrpiMedia ha potuto consultare, una porzione significativa degli squali presi per errore nelle reti e nei palangari viene ritrovata viva, e potrebbe essere facilmente rilasciata. Eppure, in contrasto con le raccomandazioni del Gfcm, la ricerca rileva che il 100% di questi esemplari viene abbattuta e commercializzata.

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Cecilia Anesi Giulio Rubino

Editing

Lorenzo Bagnoli