Taiwan, condannato per strage il comandandante del peschereccio Ping Shin 101

5 Marzo 2021 | di Ian Urbina

WASHINGTON – Un Tribunale distrettuale di Taiwan ha condannato il comandante cinese di un peschereccio a 26 anni di carcere. È stato dichiarato colpevole di aver ordinato l’omicidio di quattro uomini in mare nel 2012, mentre era al comando di un peschereccio taiwanese. Wange Fengyu, 43 anni, è stato condannato per omicidio e violazione della legge taiwanese sul possesso di armi, ha dichiarato il procuratore incaricato del caso.

L’assassinio è avvenuto a bordo del Ping Shin 101 – peschereccio con palangari registrato a Kaohsiung, porto a sud ovest dell’isola di Taiwan – mentre l’imbarcazione stava operando nell’Oceano Indiano, a largo delle coste della Somalia, il 29 settembre del 2012.

Il palangaro

Il palangaro – detto anche palamito o coffa – è una tipologia di rete da pesca. È costituita da un cavetto detto “lenza madre” a cui si applicano in tutto fino a duecento “braccioli” (lenze più piccole), alla cui estremità è applicato un amo con un’esca. I “braccioli” sono disposti a distanza regolare l’uno dall’altro. I palangari tradizionali hanno in tutto cento ami. A intervalli regolari vengono posizionati galleggianti e piccole boe satellitari che permettono il posizionamento a giusta profondità dell’attrezzo e il suo recupero qualora la lenza madre si spezzasse. Il palangaro “derivante” (detto così perché in balìa delle correnti marine) di regola, ha una lunghezza massima di 50 chilometri dall’inizio alla fine. Viene “calato” la sera in mare a circa 20-25 metri dalla superficie e il suo recupero – che in gergo è definito “allestire” – avviene la mattina presto.

Un video sgranato dell’omicidio del 2012, che mostra l’omicidio sistematico di almeno quattro uomini nell’Oceano Indiano, ha circolato nei più remoti angoli di internet per sette anni. Gli inquirenti hanno saputo della strage solo dopo che il video è stato ritrovato a bordo di un taxi, nelle isole Fiji, nel 2014.

Wang Fengyu si è difeso sostenendo di aver agito per legittima difesa ma secondo i giudici ha ordinato a due guardie di sicurezza del Pakistan che si trovavano a bordo della Ping Shin 101 di sparare a quattro persone ritenute pirati somali, nonostante non fossero più una minaccia per l’equipaggio.

Wang, nativo della regione cinese dello Zhejiang, è stato assunto nel 2011 da un armatore di Kaohsiung, la Ping Shin Fishery Co., Ltd, per svolgere il ruolo di comandante a bordo della flotta taiwanese.

La Ping Shin 101 stava pescando nell’Oceano Indiano a circa 370 miglia a sud est dell’Oceano Indiano a circa 370 miglia dalla capitale somala Mogadiscio insieme alla Chun I 217 registrata a Kaohsiung e ad altre due imbarcazioni da pesca non meglio identificate quando una nave con a bordo quattro pirati ha aperto il fuoco, secondo la ricostruzione della procura di Taiwan.

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Due marinai a bordo della Ping Shin 101 hanno poi riferito all’investigatore privato Karsten Von Hoesslin in due interviste registrate che il loro comandante ha ricevuto via radio la notizia circa un attacco dei pirati nei confronti di una nave poco distante. Non è chiaro quale fosse l’imbarcazione; alla radio si sentivano solo grida, hanno riferito i testimoni. Le persone individuate come presunti pirati, a bordo di natanti più piccoli, sembravano tuttavia essere disarmati. Dopo che le navi taiwanesi sono diventate bersaglio di colpi di arma da fuoco, uno delle due ha deciso di speronare la nave dei pirati, causandone il ribaltamento, con i quattro pirati finiti di conseguenza nell’oceano.

Le guardie di sicurezza della Ping Shin 101 hanno aperto il fuoco e gli uomini a bordo sono finiti in mare. Qualcuno ha cominciato a gridare che non erano una minaccia. «No somaliı», un marinaio dice di aver sentito. «No pirati!».

Wang tuttavia ha ugualmente ordinato al personale della security di uccidere i quattro presunti pirati in acqua, sebbene ormai non rappresentassero alcun pericolo. L’omicidio è diventato un simbolo dell’assenza di legge in mare aperto dopo che la notizia ha fatto il giro del mondo sulla prima pagina del New York Times.

Documenti presentati in tribunale dalla difesa sostengono che «l’imputato ha sempre dovuto tenere alta la soglia di allerta, specialmente in luoghi frequentati da pirati, siccome egli ha lavorato per anni in mare aperto al di fuori di giurisdizioni nazionali e senza garanzie di sicurezza».

«L’imputato credeva che le vittime fossero dei pirati – riportano i documenti – e l’uccisione è stata commessa per proteggere se stesso, il suo equipaggio e la merce a bordo della nave, e non a causa di scontri personali, dispute monetarie o differenze ideologiche».

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Ad agosto il comandante di un peschereccio è stato arrestato a Taiwan con l’accusa di aver ordinato una serie di omicidi in acque internazionali, nel 2012. Tutto comincia con il fortuito ritrovamento di un video

26 Ottobre 2020

Nel video – pubblicato in seguito dal New York Times – l’ordine di sparare ai pirati viene pronunciato in cinese mandarino. Si sente il capitano impartire istruzioni attraverso un megafono con un accento cinese continentale, mentre gli uomini della security sparano quaranta colpi di pistola. Il video termina con le immagini di alcuni marinai che si scattano dei selfie celebrativi.

A bordo della Ping Shin 101 solo Wang e un uomo dell’equipaggio soprannominato “Lo Zio” erano in grado di parlare un mandarino corrente. Tra i due, Wang era l’unico ad avere il potere di ordinare un’uccisione. Un marinaio vietnamita presente al momento dell’omicidio ha reso testimonianza durante il processo, dicendo di poter riconoscere la voce di Wang nell’ordine a sparare.

I quattro uomini, disarmati e bloccati in mare, sono stati uccisi uno alla volta – nel video si vede l’acqua colorarsi di rosso intorno ai loro corpi.

I pubblici ministeri dicono di aver provato a rintracciare il peschereccio, ma che il capitano non ha mai risposto alla convocazione per un interrogatorio. Di conseguenza, il 28 dicembre 2018 è stato emesso un mandato di cattura nei suoi confronti. Wang è stato arrestato il 22 agosto 2020 dopo che l’imbarcazione di cui era a capo in quel momento, la Indian Star, aveva attraccato al porto di Kaohsiung.

A fine gennaio 2021 un collegio formato da tre giudici ha stabilito che l’uccisione dei pirati dimostra che Wang non ha alcun rispetto per la vita umana. Ora al capitano resta il diritto di fare ricorso nei confronti della sentenza di primo grado.

Nell’ultimo anno la flotta di pescherecci di Taiwan è stata bersagliata dalle critiche di ambientalisti, difensori dei diritti dei lavoratori, e di funzionari governativi americani. Lo scorso marzo Greenpeace ha pubblicato un report che accusa i pescherecci taiwanesi di essere tra i maggiori responsabili di violazioni del diritto del lavoro e del traffico di esseri umani nel mondo della pesca. L’indagine della Ong ha anche riscontrato diffuse pratiche illegali tra cui lo spinnamento degli squali e il trasferimento indiscriminato di merce da un’imbarcazione all’altra.

Nel settembre scorso il Dipartimento del Lavoro americano ha incluso il pesce catturato in Taiwan nella lista della merce prodotta tramite lavoro minorile e lavoro forzato. Nel gennaio del 2020 Bumble Bee, tra i principali fornitori di tonno negli Stati Uniti, è stato acquisito da Fong Chun Formosa Fishery, un’azienda taiwanese accusata di violazioni nei confronti dei lavoratori e di aver pescato illegalmente.

Foto: un fermoimmagine del video dell’omicidio | Editing e adattamento: Lorenzo Bagnoli, Matteo Civillini
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Crimini in alto mare: indagine su un massacro
Ian Urbina

Una voce, fuori dall’inquadratura, urla in mandarino: «Più avanti, a sinistra! Cosa stai facendo? Più avanti, a sinistra». Poi: «Spara, spara, spara!».

I proiettili fanno spruzzare l’acqua intorno a un uomo che si sbraccia. Uno lo colpisce. Il suo corpo rimane immobile. Il sangue punteggia nel blu dell’oceano. Più tardi, i marinai sghignazzano e si mettono in posa per le foto.

Il video sgranato delle uccisioni del 2012, che mostra il metodico massacro di almeno quattro uomini nell’Oceano Indiano, circola in qualche angolo buio di internet da più di sette anni. Ora, le autorità di Taiwan hanno arrestato un sospetto: un uomo cinese di 43 anni, che ritengono essere colui che ha dato l’ordine di sparare. Gli investigatori sperano li conduca agli altri uomini presenti sulla scena.

Il caso, ancora in corso, mostra le difficoltà di perseguire crimini in mare aperto. C’erano almeno quattro tonniere con palangari sulla scena di un crimine durato più di 10 minuti, in pieno giorno. Ma nessuna legge ha obbligato uno della dozzina di testimoni a denunciare le uccisioni – e nessuno l’ha fatto. L’applicazione della legge in mare aperto è poca, la giurisdizione è un tema complicato. Le autorità hanno appreso degli omicidi solo grazie al video apparso su un cellulare dimenticato su un taxi alle Fiji, nel 2014.

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Il video girato dal peschereccio Ping Shin 101 durante il massacro

Non è ancora chiaro chi siano le vittime o chi abbia aperto il fuoco. Ogni anno avviene un numero imprecisato di esecuzioni commesse nello stesso modo. I marinai a bordo della nave da cui è stato girato il filmato hanno detto prima a un investigatore privato e in seguito, in camera, a una troupe televisiva che stava girando un documentario, che una settimana prima hanno assistito a un’esecuzione simile.

Wang Feng Yu, ritenuto nel momento dell’attacco il comandante della nave battente bandiera taiwanese Ping Shin 101, è stato preso in custodia dalla Guardia costiera di Taiwan in agosto, dopo che la nave che comandava in quel momento ha attraccato al porto taiwanese di Kaohsiung. È trattenuto in carcere mentre i procuratori indagano.

«Ora che abbiamo il comandante abbiamo modo di interrogarlo sull’intera vicenda», ha dichiarato all’agenzia di stampa Central News Agency di Taiwan Tseng Ching-ya, la portavoce della Procura distrettuale di Kaohsiung.

Hsu Hung-ju, vice capo procuratore di Kaohsiung, ha detto al Washington Post che investigazioni del genere durano dai sei agli otto mesi: «Dipende dai casi – ha affermato – ma non ci vuole troppo tempo».

Hsu si è rifiutato di dire se il procuratore Hsu Hung-pin abbia interrogato i testimoni o meno. Sebbene si sia rifiutato di fornirne il nome, Hsu ha comunque detto che Wang è difeso da un avvocato.

La Ping Shin 101 – Foto: The Outlaw Ocean Project

Il video, girato dalla Ping Shin dopo quello che sembra essere un naufragio, è spaventoso. Un uomo in acqua solleva le braccia sopra la testa, con i palmi all’insù, in quello che appare come un gesto di resa. Un proiettile gli perfora la parte posteriore del capo, facendolo cadere a testa in giù. Il suo corpo galleggia, senza vita. Un uomo armato con un fucile semiautomatico sembra sparare almeno 40 colpi: «Ne ho colpiti cinque», grida uno in mandarino.

Trygg Mat Tracking, una società di ricerca norvegese che si occupa di criminalità marittima, ha identificato il Ping Shin 101 confrontando le riprese del video con immagini provenienti da un database marittimo. Gli ex marinai sono stati individuati tramite Facebook e altre piattaforme di social media in cui avevano discusso del tempo trascorso a bordo. Le interviste a questi ex marinai, alcuni dei quali hanno affermato di aver assistito alle uccisioni registrate nel video, hanno permesso di scoprire il nome del capitano e i dettagli della strage.

Sia gli ufficiali della Commissione per il Tonno dell’Oceano Indiano, ente che rilascia le licenze di pesca nella regione dove è avvenuto la strage, sia personale del registro navale di Taiwan, ente responsabile di far applicare le leggi a bordo dei pescherecci che battono bandiera taiwanese, si sono rifiutati di fornire informazioni riguardo agli equipaggi, ai comandanti presenti sulla scena, alle rotte seguite dalle navi o ai porti in cui hanno attraccato più recentemente.

L’area tra la Somalia e le Seychelles in cui è avvenuto il massacro

Le autorità di Taiwan, a cui sono stati mostrati i nomi di uomini e navi nel 2015 e nel 2016, hanno dichiarato che gli uomini assassinati fossero rimasti coinvolti in un attacco pirata andato storto. Tzu-yaw Tsay, l’allora direttore dell’agenzia di controllo della pesca di Taiwan, ha addirittura posto dubbi sul fatto che le uccisioni costituissero degli omicidi. «Non sappiamo cosa sia successo – ha detto Tsay -. Perciò non abbiamo modo di dire se è lecito o meno».

Gli esperti di sicurezza marittima, però, avvertono che la pirateria è stata usata come giustificazione di un vasto numero di presunti crimini, reali e non. Le vittime, dicono, potrebbero essere membri dell’equipaggio che si sono ammutinati oppure ladri colti sul fatto oppure semplicemente pescatori rivali.

«È quasi impossibile sorvegliare il mare aperto e a volte le persone prendono in mano di loro iniziativa certe situazioni, come in questo caso – dice Klaus Luhta, vice presidente della International Organization of Masters, Mates & Pilot, un sindacato dei marittimi. Nota che gli uomini uccisi appaiono disarmati e senza difese, non in grado di rappresentare una minaccia.

«Che sia un caso di giustizia privata oppure una strage a sangue freddo per ragioni che non conosciamo, resta il fatto che si tratta di omicidi in mare», aggiunge.

Stragi del genere proseguono incontrollati, continua Lutha, senza un maggiore tracciamento dei casi di violenza in mare aperto, senza maggiore trasparenza dei registri navali e delle compagnie di pescherecci e senza un maggiore sforzo dei governi di investigare chi perpetra questi reati.

La maggior parte dei Paesi non ha né la capacità finanziaria né l’interesse a sorvegliare acque internazionali di giurisdizione incerta.

Perseguire questi reati è importante, dichiara lo storico dell’Accademia navale americana Claude Berube, perché ciò che accade in mare tocca tutti. Secondo alcune stime, il 90% del commercio mondiale si sposta su navi e il pesce è la principale fonte di proteine per buona parte della popolazione mondiale.

Se crimini come la vendita sottocosto del petrolio, la pesca in acque vietate, lo sfruttamento degli equipaggi o l’uccisione di marinai ripresa da una telecamera restano impuniti, sostiene Berube, gli armatori che vogliono infrangere la legge ottengono un vantaggio competitivo. Berube dice che l’illegalità in mare rende inoltre consumatori e contribuenti tacitamente complici di abusi dei diritti umani e dell’ambiente.

«L’opinione pubblica dovrebbe essere preoccupata dei crimini in mare perché questi crimini non cominciano né si fermano lì – dice -. Hanno ripercussioni a terra che toccano le vite ed economie».

Ma la violazione delle leggi può essere contrastata solo quando è denunciata, il che accade raramente in acque internazionali. Le aziende mercantili e di pesca, gli assicuratori marittimi, le agenzie di sicurezza privata, le ambasciate e i registri navali tracciano vari gradi di violenza ma non c’è un database unico, esaustivo, centralizzato e disponibile al pubblico.

Il programma Stable Seas (Mari in equilibrio, ndr) della fondazione di base in Colorado One Earth Future (si occupa di ambiente, pace, sviluppo sostenibile, ndr) ha ottenuto accesso a buona parte di queste informazioni. L’ex ufficiale della Marina militare americana Jon Huggins, consulente esperto del programma, afferma che le informazioni raccolte includono diversi reati: furti di gasolio, dirottamenti, traffico di esseri umani, pirateria.

Quando gli ufficiali del programma hanno cercato di convincere i diversi gruppi che raccolgono le informazioni a renderle disponibili pubblicamente, sono stati respinti. Le aziende di gestione del rischio hanno chiesto per quale motivo dovessero condividere i dati con i potenziali compratori. Gli Stati rivieraschi hanno temuto che i dati potessero mostrare quanto le loro acque siano pericolose, spaventando così gli investitori. I registri navali sono stati riluttanti all’idea di poter essere poi obbligati ad agire contro questi crimini, cosa che hanno poca capacità e ancor meno intenzione di fare.

Le denunce di crimini accaduti in mare sono merce rara. Berube enumera i motivi: molte navi non sono coperte da assicurazioni per le quali fare rapporto varrebbe la pena. I comandanti si oppongono alle indagini che per ficcare il naso in ogni dettaglio possono provocare dei ritardi. La maggior parte dei Paesi non ha flotte d’alto mare o guardie costiere che pattuglino oltre le acque territoriali; non hanno né la capacità finanziaria, né l’interesse a sorvegliare acque internazionali di giurisdizione incerta.

«Abbiamo affrontato queste sfide con la pirateria somala una decina d’anni fa – dice Berube -. Alle navi mercantili era detto per lo più che erano da sole e hanno caricato a bordo squadre di agenti di sicurezza in assenza di supporto nazionale o internazionale».

Nonostante tutto ciò, conosciamo molto della strage del 2012. Aldrin e Maximo, due marinai filippini della Ping Shin 101 (come molti filippini, usano solo un nome) hanno dichiarato in camera a un investigatore privato di aver assistito alla strage. Maximo nel video sorrideva e dopo l’omicidio posava per fare dei selfie. Indossava una maglietta troppo grossa blue-navy con scritto “Hang 10” (modo di dire dei surfisti che cavalcano onde molto difficili, ndr). Anche un altro marinaio a bordo della Chun I 628, altra nave sulla scena, ha descritto la stessa scena.

La Ping Shin 101 nell’agosto del 2012 stava pescando da qualche parte tra la Somalia e le Seychelles, hanno detto Aldrin e Maximo all’investigatore privato Karsten Von Hoesslin in un’intervista registrata, quando hanno ricevuto un segnale radio che una nave vicina era stata attaccata dai pirati. Non è stato chiarito quale fosse; si sentivano grida dappertutto, hanno ricordato i testimoni. Pensavano che i pirati fossero disarmati.

Maximo, uno dei marinai filippini a bordo della Ping Shin 101 – Foto: The Outlaw Ocean Project

I marinai della Ping Shin 101 hanno aperto il fuoco e gli uomini nelle imbarcazioni più piccole sono saltati in acqua. Alcuni di loro hanno cominciato a gridare che non erano una minaccia. Uno dei marinai ricorda di averli sentiti gridare «no somali!», «no pirati».

Wang Feng Yu era il comandante della Ping Shin 101. Aveva una trentina d’anni, poco per un comandante. Aveva un drago tatuato sul braccio sinistro. I membri dell’equipaggio lo chiamavano «Captain Hoodlum», Comandante Delinquente. «Era un tipo rude – dice un marinaio, Aldrin, a Van Hoesslin, direttore dell’agenzia di sicurezza Remote Operations Agency -. Aggredisce la gente». Aldrin aggiunge che il capitano Wang aveva un temperamento feroce: «Quando commettevi un errore, ti tirava pugni e calci».

Secondo i documenti che geolocalizzano la nave, la Ping Shin 101, 50 metri di nave, era di proprietà di un dirigente d’azienda di Shanghai, Lee Chao Ping, proprietario della Ping Shin Fishery Co. Ltd. di Kaohsiung, Taiwan. Gli sforzi per contattare Lee sono stati inutili. I documenti online mostrano che l’attività è chiusa dal 2018. Un agente di sicurezza lo scorso settembre ha riferito che nel palazzo che si trova al precedente indirizzo della sua società alcuni anni fa c’era una Ping Shin o Ping Hsin Fishery, ma l’ufficio è chiuso da allora. Anche l’Interpol e le agenzie di investigatori privati specializzate in crimini marittimi non sono state in grade di rintracciare Lee.

Nel 2013 Duncan Kawino, il quale ha dichiarato di aver lavorato alla Ping Shin 101 quando ha attraccato al porto di Mombasa, Kenya, ha sostenuto che la nave trascorreva la maggior parte del tempo a pescare in acque somale, ma ha anche dichiarato che il pescato proveniva dalle acque delle Seychelles, dove diceva che l’imbarcazione avesse una licenza di pesca. La Ping Shin 101 e la Chun I 628 avevano ciascuna tre guardie armate a bordo, tutte pakistane, dicono i testimoni. Il video mostra almeno quattro uomini uccisi, ma Aldrin e Maximo dicono che è probabile che ce ne siano stati molti di più, tra i 10 e i 15.

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I testimoni affermano che le vittime probabilmente non erano pirati. «Non avevano armi a bordo, ma solo equipaggiamento per la pesca – dice Maximo -. Era sbagliato sparare a quelle persone. Ma non c’era nulla che potessi fare».

Non è nemmeno un evento isolato: scontri simili sono avvenuti una settimana prima, sostiene Aldrin. Le circostanze che ha descritto in camera per una serie di documentari sono le stesse: presunti pirati speronati, colpiti e uccisi, i corpi lasciati galleggiare in acqua. Un video che pare abbia ripreso l’attacco precedente è stato scoperto da Trygg Mat Tracking, la società di ricerca norvegese.

Alla fine, il Ping Shin 101 è finito sul fondo dell’oceano. La nave è affondata il 7 luglio 2014, meno di due anni dopo le sparatorie registrate nel video. Wang, ancora il capitano, ha trasmesso un segnale di soccorso citando un guasto meccanico. «È esploso qualcosa», dice un membro dell’equipaggio davanti alla telecamera.

Le autorità taiwanesi hanno emesso un mandato d’arresto per Wang solo nel dicembre 2018. Ad agosto, per i pubblici ministeri è arrivata la svolta. Un peschereccio con palangari di tonno chiamato Indian Star, di proprietà di una compagnia taiwanese e battente bandiera delle Seychelles, è arrivato a Kaohsiung, Taiwan. La nave da pesca aveva una storia di violazioni, incluso l’uso di licenze contraffatte e la pesca in aree proibite.

Più importante per le autorità, però, era l’uomo al comando. Non appena Wang Feng Yu è sceso a terra, lo hanno arrestato.

CREDITI

Autori

Ian Urbina

Editing

Lorenzo Bagnoli

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