Gli ultraricchi dell’agricoltura europea

Gli ultraricchi dell’agricoltura europea

Edoardo Anziano
Paolo Riva

Negli ultimi otto anni, l’1% delle aziende agricole europee ha incassato 150 miliardi di euro in fondi messi a disposizione dalla Politica agricola comune (PAC). Si tratta di un terzo dell’intera torta dei finanziamenti. È il risultato dell’ultimo aggiornamento di FarmSubsidy.org, sito che raccoglie tutti i dati sui beneficiari dei fondi PAC nei 27 Stati membri dell’Unione europea (più il Regno Unito). Quest’elaborazione, realizzata da FragDenStaat in collaborazione con Arena for Journalism, si basa sui dati relativi al periodo che va dal 2014 al 2021.

La piattaforma FarmSubsidy.org è stata lanciata nel 2005 e mette a disposizione informazioni provenienti da registri pubblici e richieste di accesso agli atti con l’intento di rendere tracciabile la distribuzione dei fondi europei per l’agricoltura: i dati che esistono sono infatti parziali e spesso non sono nemmeno ricercabili. Prima dell’avvento di FarmSubsidy, non erano nemmeno pubblici. Dopo le prime uscite, si scoprì che tra i maggiori beneficiari comparivano rampolli della famiglia reale inglese ed ereditieri di famiglie nobili europee, il cui nome fino a quel momento era rimasto nascosto. Oggi si leggono anche nomi di grandi gruppi agroindustriali, aziende chimiche ed energetiche, enti pubblici e religiosi.

La Politica agricola comune, finanziata con le tasse dei contribuenti dell’Unione europea, è stata varata per la prima volta sessant’anni fa, nel 1962. Anche se il suo peso è andato diminuendo nel corso dei decenni, è ancora la voce del bilancio comunitario più rilevante. Nel periodo 2014-2020, la dotazione era di 408 miliardi di euro, mentre in quello attuale, 2021-2027, l’ammontare è sceso a 378 miliardi di euro, che valgono comunque più del 30% del budget complessivo dell’Unione.

Per i suoi sostenitori, come le principali associazioni di agricoltori e alcuni accademici, nel lungo periodo, la politica agricola comune ha migliorato la produttività, ha assicurato un’integrazione al reddito fondamentale per i contadini e ha garantito ai cittadini approvvigionamenti di cibo sicuri e a prezzi complessivamente ragionevoli. Per i suoi critici, tra cui molte organizzazioni ambientaliste, invece, questa politica ha generato un sistema insostenibile dal punto di vista ambientale e sociale, favorendo l’agroindustria a discapito dei piccoli produttori. Accuse che trovano conferma in diversi elementi contenuti nel database FarmSubsidy, che viene pubblicato alla vigilia di un importante momento di passaggio: il primo gennaio 2023, infatti, con due anni di ritardo, entrerà in vigore la più recente riforma settennale della PAC.

Scarsa trasparenza sui beneficiari

Il database FarmSubsidy.org contiene informazioni su circa 131 milioni di pagamenti a 17,3 milioni di beneficiari della Politica agricola comune. A partire dal 2014, almeno 453 miliardi di euro sono stati erogati dal 2014 in 27 Paesi dell’Unione (più la Gran Bretagna). La maggior parte dei fondi è andata a Francia (79,5 miliardi), Spagna (57,6), Germania, (53,2), Polonia (51,8). Lo stato membro più piccolo, Malta, è anche il Paese che ha ricevuto meno fondi (solo 149 milioni). I dati contenuti in FarmSubsidy sono stati raccolti direttamente dai governi degli Stati membri che li hanno pubblicati, oppure richiesti attraverso FOIA. I dati disponibili, tuttavia, contengono solo informazioni sui beneficiari diretti, ovvero le aziende che ricevono i fondi dall’agenzia di pagamento nazionale, che nel caso dell’Italia è l’AGEA, l’Agenzia per le erogazioni in agricoltura. I beneficiari ultimi sono invece coloro che – società o persone – controllano più del 25% del beneficiario diretto.

Come riporta uno studio del Parlamento europeo non esiste un database, né comunitario né nazionale, per identificare i beneficiari ultimi. Questo pone un problema di trasparenza e di controllo, anche perché la pubblicazione dei dati sui beneficiari ultimi non è obbligatoria. Lo studio dell’Europarlamento si è concentrato sui 50 maggiori beneficiari della PAC tra 2018 e 2019. Si tratta di una fotografia estremamente limitata, considerando che negli stessi due anni oltre 10 milioni di beneficiari hanno ricevuto fondi per l’agricoltura. I risultati della ricerca mostrano che i principali beneficiari – ultimi e diretti – sono stati persone o famiglie. Un quarto dei beneficiari diretti è risultato anonimizzato, mentre nel 13% dei casi non è stato possibile identificare i beneficiari diretti a causa della cattiva qualità dei dati. Proprio per questi motivi, un altro studio sempre commissionato dal Parlamento europeo ha chiesto che fosse introdotto un database unico dei beneficiari di tutti i fondi europei.

Negli ultimi anni, anche grazie a inchieste come #OpenLux, è emersa l’importanza di avere registri dei beneficiari ultimi delle società che siano pubblicamente consultabili. La giurisprudenza europea, tuttavia, sembra andare in direzione opposta. A fine novembre, infatti, la Corte di giustizia dell’Unione europea ha invalidato una disposizione contenuta nella Quinta direttiva Ue anti-riciclaggio, che prevedeva proprio la possibilità di «qualsiasi membro del pubblico» di accedere alle informazioni sui titolari effettivi.

In un’ottica di trasparenza, FragDenStaat in collaborazione con Arena for Journalism in Europe, ha raccolto e reso cercabili i dati sui beneficiari della Politica agricola comune dell’ultimo decennio. I dati per questa inchiesta sono stati analizzati in collaborazione con NDR, WDR, Süddeutsche Zeitung, Correctiv, Der Standard, IrpiMedia, Reporter.lu, Reporters United Greece, Expresso, Follow the Money and Gazeta Wyborcza.

Distribuzione dei fondi PAC: in Europa vincono le grandi aziende

L’analisi dei dati mostra che nei Paesi presi in esame dalle testate che partecipano al progetto insieme a IrpiMedia sono soprattutto le grandi aziende agricole e grandi imprese ad aver ottenuto la quota maggiore dei fondi PAC. Le ricerche svolte, in diversi casi, confermano che la situazione potrebbe non migliorare con l’entrata in vigore della riforma, l’anno prossimo. Gli esempi sono diversi. Le multinazionali alimentari Südzucker AG e FrieslandCampina, per esempio, ricevono decine di milioni di euro in sussidi PAC in tutta l’Ue mentre, in Germania, tra i beneficiari dei fondi ci sono anche grandi aziende chimiche come BASF e Bayer, il gigante dell’energia RWE o le holding di alcuni dei tedeschi più ricchi, come la fondazione degli eredi della catena di discount ALDI.

In Austria, una buona parte dei sussidi va alla Chiesa cattolica e agli aristocratici che hanno ereditato grandi possedimenti terrieri. Inoltre, nonostante la percentuale di agricoltori biologici del Paese sia la più alta d’Europa, l’associazione di categoria che li rappresenta sostiene che, con la nuova PAC, i sussidi che riceveranno dal 2023 saranno inferiori a quelli dei periodi precedenti. In Polonia, a ricevere la maggior parte dei sussidi sono istituzioni statali e locali. E, anche in questo caso, la Chiesa cattolica: 2.600 parrocchie hanno ricevuto un totale di oltre 160 milioni di euro nel corso degli ultimi anni. Tra i beneficiari, anche monasteri, fattorie appartenenti alle arcidiocesi e uno dei più importanti vescovi del Paese.

Anche nei Paesi Bassi la PAC sostiene soprattutto gli agricoltori e i proprietari terrieri più ricchi, in particolare gli allevatori di bestiame. Con i fondi che finiscono per favorire un’ulteriore intensificazione degli allevamenti non una loro riduzione, rendendo limitato l’effetto dei sussidi per un’agricoltura rispettosa dell’ambiente. In Lussemburgo, sebbene la concentrazione dei fondi sia meno pronunciata rispetto alla maggior parte degli Stati Ue, le imprese ricevono in media molti più sussidi di quelli che spettano alle aziende agricole a conduzione famigliare.

In Grecia, infine, nell’ultimo decennio sono emersi gravi problemi sistemici relativi ai criteri di distribuzione dei sussidi agricoli. Infatti, i principali beneficiari nella stragrande maggioranza dei casi sono stati istituzioni pubbliche, enti di diritto privato e talvolta aziende, ma raramente agricoltori. Anche il primo ministro greco, Kyriakos Mitsotakis, ha ricevuto sovvenzioni per terreni che, a Creta, sono storicamente proprietà della sua famiglia. I rapporti della Commissione europea pubblicati dopo le verifiche di conformità in Grecia parlano di mancanza di trasparenza nella selezione dei progetti, inadeguatezza del monitoraggio degli agricoltori che violano le norme sui sussidi e altre criticità. E con l’avvio della nuova PAC nel 2023, che garantirà agli Stati membri una maggiore autonomia nell’erogazione dei sussidi, si teme che la situazione possa peggiorare ulteriormente.

Soldi alle imprese

Media dei fondi PAC ricevuti per soggetto beneficiario nei Paesi europei (più il Regno Unito) fra 2014 e 2021 in euro

AOP e OP: chi sono i principali beneficiari della PAC in Italia

Nel 2021, su un bilancio totale di 168,5 miliardi di euro, l’Unione europea ne ha stanziato oltre un terzo per la PAC (55,71 miliardi di euro, pari al 33,1%). Gli stanziamenti sono in netto calo rispetto agli anni Ottanta, quando all’agricoltura era destinato il 66% del bilancio comunitario, ma rappresentano comunque la voce di spesa più rilevante. La necessità di supportare in modo estensivo il settore primario deriva dalla maggiore dipendenza dell’agricoltura dai cambiamenti del clima e dalla difficoltà di adeguare rapidamente l’offerta a una domanda crescente di cibo. A questo si aggiunge il fatto che un agricoltore guadagna approssimativamente il 40% in meno rispetto alle altre categorie professionali.

Di fronte a queste difficoltà, la PAC interviene con integrazioni al reddito degli agricoltori (i cosiddetti “pagamenti diretti”), con misure di tutela del mercato e stanziamenti per lo sviluppo rurale. Il 94% delle risorse stanziate nel 2019 sono andate ad aiutare direttamente gli agricoltori. Inoltre, la maggior parte dei pagamenti sono stati di piccola entità (inferiori a cinquemila euro), mentre solo l’1,93% dei beneficiari ha ricevuto più di 50 mila euro.

Per l’Italia, tra i primi cinque beneficiari degli ultimi otto anni troviamo tre Associazioni di organizzazioni di produttori (AOP) e due Organizzazioni di produttori (OP). In pratica, non stiamo parlando di singole grandi imprese, che pure figurano nelle posizioni successive e hanno un loro peso, ma di enti di secondo o terzo livello che raggruppano numeri elevati di aziende agricole e agricoltori. Chi ha ottenuto più fondi in assoluto, superando i 238 milioni di euro, è l’AOP italo-francese Finaf, che si occupa di ortofrutta. Poi, sempre nello stesso settore, viene l’Associazione di Organizzazioni di Produttori Gruppo Viva con 174 milioni, quindi il consorzio olivicolo Unaprol (anch’esso AOP, con 73 milioni) e i giganti delle mele Vip in Val Venosta e Melinda in Val di Non (entrambe OP, con rispettivamente 72 e 60 milioni di euro). Le AOP Viva e Finaf sono anche tra i primi dieci beneficiari di tutta l’Unione europea.

Le OP e le AOP aiutano gli agricoltori a ridurre i costi di operazione e a collaborare alla trasformazione e alla commercializzazione dei loro prodotti. Servono a rafforzare il potere contrattuale collettivo degli agricoltori, per esempio concentrando l’offerta, migliorando la commercializzazione o fornendo assistenza tecnica e logistica. Per questo, l’Ue riconosce il ruolo di queste organizzazioni sia garantendo loro alcune deroghe in materia di concorrenza sia dando loro accesso ad alcuni fondi della Politica agricola comune.

«La PAC è fatta di tre strumenti: pagamenti diretti, sostegni settoriali e sviluppo rurale. I pagamenti diretti vanno principalmente a chi ha più ettari. Questo ha favorito le grandi aziende. Poi ci sono i fondi per lo sviluppo rurale e l’8% che va ai sostegni settoriali, i cui beneficiari sono le Organizzazioni dei produttori (OP) e i consorzi. Gli stanziamenti per vino, olio e ortofrutta vanno a pochi soggetti aggregati, ma i benefici vanno ai soci, quindi a tanti agricoltori. La concentrazione di soldi della PAC alle OP c’è in tutta Europa, ma non va letta come concentrazione in poche mani, ma in tante mani. Significa favorire gli agricoltori che si aggregano», commenta Angelo Frascarelli, professore associato del Dipartimento di scienze agrarie alimentari e ambientali presso l’Università di Perugia e presidente dell’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare (ISMEA).

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«Una volta che le organizzazioni di produttori o i gruppi di produttori sono riconosciuti dagli Stati membri in determinati settori (ortofrutticolo, apicoltura, vitivinicolo, luppolo, olio d’oliva e olive da tavola…) le entità che operano in uno di questi settori possono beneficiare dell’assistenza finanziaria dell’Unione per i sostegni settoriali (ad esempio, investimenti, promozione, formazione, ecc.). La possibilità di beneficiare dei sostegni settoriali può favorire la creazione di tali entità», aggiunge un funzionario Ue sentito per email da IrpiMedia.

L’Italia è, con Francia e Germania, uno dei Paesi in cui le Organizzazioni di produttori sono più presenti, anche se con un numero medio di membri molto più elevato del dato comunitario: un quarto delle OP riconosciute ha più di duemila membri, mentre nella maggior parte dei casi in Europa le organizzazioni ne hanno meno di 100. Diversa, invece, è la situazione per le Associazioni di organizzazioni di produttori.

«In base alle informazioni della Commissione – riprende il funzionario Ue – le AOP sono comuni in Italia, ma le singole organizzazioni di produttori membri di tali AOP potrebbero non essere così grandi. Queste organizzazioni sono molto meno diffuse in altri Stati membri importanti come la Spagna o la Germania, mentre alcuni esempi di AOP si trovano anche in Belgio e in Francia». Finaf, ad esempio, è nata nel 2001 sfruttando la possibilità di associarsi a livello transnazionale tra AOP, grazie alla fusione tra la AOP italiana Conerpo e l’organizzazione di produttori francese Conserve Gard. E oggi è la più grande associazione di produttori agricoli in Europa, con oltre novemila membri.

Tra i top beneficiari, c’è l’AOP Vi.Va, al primo posto nel 2020 (con 34 milioni) e al terzo posto l’anno successivo (con 17 milioni). Presidente del gruppo è Marco Casalini, a sua volta presidente della Cooperativa Terremerse, beneficiaria di oltre 230 mila euro negli ultimi sei anni. Direttore di Vi.Va è Mario Tamanti, responsabile finanziamenti della cooperativa ortofrutticola Apofruit, che fra 2015 e 2020 ha incassato quasi 20 milioni in contributi PAC. Sia Apofruit, sia Terremerse sono membri di CSO Italy – Centro Servizi Ortofrutticoli, un’organizzazione che aggrega oltre 70 fra Organizzazioni di Produttori, Associazioni di Organizzazioni di Produttori e aziende della logistica. La stessa CSO ha preso quasi sette milioni di fondi europei. Sempre fra i primi 25 c’è la già citata Unaprol (29 milioni totali in due anni), consorzio olivicolo con a capo David Granieri, Vicepresidente di Coldiretti e Presidente di Coldiretti Lazio . Tutti casi esemplificativi di come i soggetti organizzati e con una presenza consolidata nel settore riescano ad accaparrarsi la fetta più grossa dei sussidi.

Un’azione dimostrativa di Greenpeace per sollevare il tema del “greenwashing” in seno alla Politica agricola comune, il 26 maggio 2021 – Foto: Thierry Monasse/Getty

Le principali S.p.a. d’Italia in agricoltura

Un altro ambito di analisi importante dei dati italiani della PAC è quello legato alle società per azioni che, stando all’ultimo censimento Istat sullo stato dell’agricoltura, tra 2010 e 2020, sono cresciute del 42%. «Le società di capitali sono talmente poche che è bastato qualche cambiamento per far registrare un loro significativo aumento», commenta Frascarelli. Rispetto ad AOP e OP, la presenza delle S.p.a. su FarmSubsidy.org è molto meno evidente. Il database contiene i nomi di 435 società per azioni italiane cui, tra 2015 e 2021, sono stati erogati dei sussidi PAC, per un totale di 293 milioni di euro. Si va dai 60 milioni del 2015, ai 27 toccati l’anno dopo e ai 47 del 2021. In media, si tratta solo dello 0,96% dei fondi italiani, l’1,08% se prendiamo solo il 2021.

Secondo Frascarelli, «non c’è una diffusione enorme di queste realtà. Ci sono alcuni grandi attori». Che, consultando FarmSubsidy.org, spiccano in maniera evidente. Due in particolar modo.

Il primo è Genagricola S.p.a. che, tra 2015 e 2021, ha ottenuto 15.283.563,56 euro di fondi PAC. La società, che si definisce «la più grande azienda agricola italiana», è controllata dal Gruppo Generali e ha ventidue tenute in tutto il Paese, dal Veneto alla Calabria, dal Friuli al Lazio e all’Emilia Romagna. Genagricola ha chiuso il 2021 con un fatturato che si assesta sui 60 milioni di euro e, come ha spiegato il Ceo Igor Boccardo al Sole 24 Ore, ora punta «sull’integrazione verticale»: «Le produzioni agricole sono pagate poco. […] Nella filiera agricola il valore aggiunto è soprattutto nella trasformazione e noi dobbiamo riappropriarcene. […] Vogliamo trasformare quello che produciamo», ha dichiarato

Soldi alle aziende agricole “S.p.a.” in Italia

Fondi PAC ricevuti da Società per Azioni (SpA) in Italia fra il 2015 e il 2021 in milioni di euro.

Il secondo grande attore è Bonifiche Ferraresi S.p.a. Nel database FarmSubsidy compaiono tre nominativi diversi per indicare la società per azioni che, in totale, ha beneficiato di 19.824.529,73 di euro di fondi PAC tra 2015 e 2021. Bonifiche Ferraresi S.p.a. fa parte del Gruppo BF S.p.a., una holding quotata alla Borsa di Milano che, si legge sul suo sito, è in grado di presidiare «tutta la filiera agricola, industriale e distributiva». L’Autorità garante della concorrenza e del mercato (Agcm) definisce BF S.p.a. un «primario operatore nazionale attivo, a livello integrato, nel settore agroindustriale».

Secondo Altreconomia, che al gruppo ha dedicato un’inchiesta, BF S.p.a. «con le sue controllate ha inglobato ormai i segmenti chiave del comparto. Dalla selezione, lavorazione e vendita delle sementi alla proprietà dei terreni, dalla progettazione di contratti di filiera alla realizzazione di impianti per la macinazione di cereali, dalla trasformazione dei prodotti alla loro commercializzazione nei canali della Grande distribuzione organizzata anche tramite un marchio di proprietà».

Come per Genagricola, anche in questo caso e, anzi, in proporzioni ancora maggiori, torna il tema dell’integrazione verticale, che può influenzare l’intero settore. Sia per le dimensioni di BF Spa sia per i suoi consolidati rapporti. Uno è quello con Coldiretti, con la quale ha diverse collaborazioni, a cominciare da quella societaria in Filiera Italia. Un altro è con Eni, con cui ha appena firmato un accordo per lo sviluppo di colture per uso energetico.

Le società di capitali operanti nel settore, quindi, sono poche ma importanti perché grazie alle loro risorse possono indicare possibili evoluzioni del settore, ma anche contribuire a determinarle.

Per Riccardo Bocci, «la loro crescita consente di riflettere sulla crisi dell’agricoltura». Il ragionamento di Bocci, agronomo e direttore tecnico di Rete Semi Rurali, parte da lontano. «Sul finire degli anni Duemila, il sociologo rurale olandese Jan van Der Ploeg indicava come strategia di sopravvivenza possibile per gli agricoltori quella di scollegarsi dai mercati mondiali sia in relazione alla fornitura dei mezzi di produzione sia al mercato dei prodotti, per rinforzare la loro autonomia e costruire nuove relazioni con gli attori delle filiere locali a partire dai consumatori». Quest’idea è definita “ricontadinizzazione”, ma non è l’unica strategia di sopravvivenza possibile. «L’altra – riprende Bocci – è la finanza. La finanza consente di far fronte ai costi di produzione più alti, coprendo le differenze e spalmando i costi su più anni, come invece non possono fare le aziende agricole senza particolari capitali a disposizione. È un elemento nuovo, ma sta crescendo».

La fotografia dell’agricoltura in Italia

Nel 2022 l’Istat ha pubblicato il settimo censimento generale sullo stato dell’agricoltura in Italia. Le statistiche confermano una tendenza alla concentrazione delle aziende agricole che, seppur in atto da tempo, ha subito un’accelerazione significativa negli ultimi vent’anni. L’Istat certifica la presenza in Italia di 1.133.023 aziende agricole nel 2020. Nel 2000 erano più del doppio, quasi 2,4 milioni, mentre rispetto al terzo censimento (1982) il settore agricolo ha perso più di due terzi delle sue aziende (-63,8%). Alla diminuzione delle aziende agricole non corrisponde una altrettanto marcata riduzione dell’estensione della superficie agricola utilizzata (SAU, -20,8%) e totale (SAT, -26,4%) rispetto al 1982. Questo significa che il numero di aziende sta diminuendo molto più velocemente rispetto alla superficie agricola, mentre le loro dimensioni medie raddoppiano se confrontate con quelle di circa quarant’anni fa. Solo negli ultimi 10 anni, riporta l’Istat, a un calo del 30% nel numero di aziende (-487 mila), la Superficie agricola utilizzata è diminuita appena del 2,5%, la Superficie agricola totale del 3,6%.

Meno aziende possiedono, mediamente, appezzamenti di terreno più grandi. Anche i dati sulla proprietà confermano questo trend. Fra 2020 e 2010, l’unica forma societaria in diminuzione è quella dell’azienda individuale o a conduzione familiare (-2,6%) – che rimane pur sempre la quasi totalità delle aziende agricole italiane (93,5%). Quasi raddoppiano, però, società di persone (dal 2,9 al 4,8%) e società di capitali (dallo 0,5 all’1%). Queste due forme societarie hanno dimensione media molto più grande, e pesano in proporzione di più delle aziende familiari o individuali in termini di superficie agricola che utilizzano.

Complessivamente, conclude il censimento Istat, l’agricoltura italiana è caratterizzata «dall’inevitabile e progressivo processo di uscita dal mercato delle aziende non più in grado di sostenere la propria attività – prevalentemente di piccole dimensioni e a gestione familiare».

A fare da contraltare alla diminuzione delle aziende individuali e famigliari, in Italia, c’è l’aumento delle società di capitali di cui, tra 2010 e 2020, l’Istat ha certificato una crescita del 42 per cento. È la tipologia di azienda che è cresciuta maggiormente. Il dato impressiona, ma non deve trarre in inganno. Come detto, le SpA sono solo l’un per cento di tutte le aziende agricole italiane.

Pro e contro la PAC

AOP, OP e S.p.a. però sono solo alcuni degli elementi su cui ragionare per cercare di capire quali sono gli effetti dei miliardi con cui la Politica agricola comune sostiene l’agricoltura italiana. «Per il sostegno al reddito degli agricoltori, la PAC ha avuto un ruolo importante perché i redditi dei settori extra agricoli sono molto più alti di quelli agricoli, lo dicono i dati Ue: extra agricoli 29 mila euro per lavoratore, agricoli 18 mila euro. Sarebbero stati 14 mila senza la PAC. L’integrazione al reddito ha favorito la permanenza degli imprenditori e dei lavoratori in agricoltura», spiega Frascarelli. Il professore fa riferimento ad altri dati del censimento Istat sullo stato dell’agricoltura, quelli secondo cui, negli ultimi dieci anni, le aziende familiari e individuali in Italia sono le uniche ad essere drasticamente diminuite. Da un lato, per Frascarelli, si tratta di un processo di concentrazione «inevitabile, che in altri settori avviene da cinquant’anni». Dall’altro, «se non ci fosse stata la PAC, probabilmente avrebbero chiuso più aziende».

Di segno opposto, invece, sono le valutazioni di molte organizzazioni non governative, soprattutto ambientaliste, le cui critiche partono spesso da un dato: il 20% dei beneficiari PAC ottiene l’80% del sostegno. La cifra, spiega un altro funzionario Ue, «riguarda i pagamenti diretti» che, come abbiamo visto, sono una delle componenti dei fondi. «Questo valore varia ampiamente tra gli Stati membri, dal 48% al 91%. Infatti, essendo i pagamenti diretti pagati per lo più in ettari, il cosiddetto “rapporto 80/20” riflette principalmente la concentrazione della proprietà terriera, che varia a seconda degli Stati», prosegue il funzionario. Per quanto riguarda l’Italia, nel 2021, il 20% dei beneficiari ha ricevuto il 77% dei pagamenti diretti.

Secondo il WWF quella operata dalla PAC è «una distribuzione non equa delle risorse pubbliche basata essenzialmente sul possesso della terra e dei titoli storici e non sul riconoscimento economico delle esternalità positive per l’ambiente e la società dei diversi processi produttivi». «La distribuzione dei fondi pubblici della PAC con l’80% delle risorse assegnate al 20% dei beneficiari, con le piccole aziende che resistono nei territori più svantaggiati, come le aree montane, inevitabilmente penalizzate se non hanno la capacità o possibilità di aggregarsi, rimane del tutto inefficiente e inefficace per sostenere il tessuto agricolo di qualità e dall’alto valore sociale e ambientale», aggiunge WWF insieme ai partner di #CambiamoAgricoltura, una coalizione nata per chiedere una nuova PAC, più sostenibile.

I fondi della PAC in Italia

Distribuzione dei beneficiari diretti dei fondi PAC 2019 in Italia divisi per tipologia di azienda

L’alba di una nuova, vecchia PAC

Il primo gennaio 2023 entrerà in vigore la riforma della Politica agricola comune approvata dal Consiglio dell’Unione europea a dicembre 2021. Fra gli obiettivi della nuova PAC, in ritardo a causa della pandemia, ci sono il sostegno agli agricoltori e all’economia rurale, la gestione sostenibile delle risorse, la salvaguardia del paesaggio. Una delle questioni centrali del nuovo corso è «aumentare il contributo dell’agricoltura nel raggiungimento degli obiettivi ambientali e climatici dell’Ue», allineando i fondi per l’agricoltura agli obiettivi del Green Deal.

L’idea è che anche l’agricoltura europea debba fare la sua parte nella lotta al cambiamento climatico. Perché la crisi ambientale è sempre più evidente. Ma anche perché, finora, quel che ha provato a fare sembra essere stato poco efficace. Uno studio della Corte dei Conti europea pubblicato nel 2021 sostiene che la PAC, nel periodo 2014-2020, quello in larga parte al centro dell’aggiornamento di FarmSubsidy.org, non abbia contribuito a ridurre le emissioni del settore zootecnico, né ad aumentare il «contenuto di carbonio stoccato nel suolo e nelle piante». Le misure ambientali della precedente programmazione, insomma, non hanno funzionato. E il rischio è che non lo facciano nemmeno in questa.

La riforma, infatti, pone maggiori responsabilità in capo ai singoli Stati, chiedendo a ciascuno di loro di elaborare un Piano strategico nazionale, con obiettivi specifici, diversi da Paese a Paese. I documenti di ventuno Stati sono già approvati, gli altri dovranno esserlo entro la fine dell’anno. Secondo le associazioni ambientaliste European Environmental Bureau e Bird Life la maggior parte dei piani non presenta obiettivi concreti in termini di riduzione della perdita di biodiversità e riduzione di gas serra. Del resto, come spiega un funzionario Ue, «il Parlamento europeo e il Consiglio non hanno integrato obiettivi specifici per il Green Deal nella legislazione sulla PAC. Ciò significa che, sebbene la Commissione abbia invitato gli Stati membri a essere ambiziosi per quanto riguarda il Green Deal, questo non è un requisito legale per i piani strategici».

Vecchie e nuove questioni, quindi, si intrecciano, nelle critiche alla PAC. L’accusa di sostenere troppo i grandi attori che ora diventa ancora più pesante perché si lega a quella di causare troppe emissioni dannose per il clima. Vale anche per l’Italia, il cui piano strategico è stato approvato agli inizi di Dicembre 2022. Nel dialogo tra la Commissione e il precedente ministro dell’Agricoltura Stefano Patuanelli, i funzionari Ue avevano rilevato che la prima bozza inviata da Roma a Bruxelles nei mesi scorsi conteneva obiettivi di contrasto al cambiamento climatico insufficienti. Allo stesso modo, quattordici organizzazioni ambientaliste e dei consumatori che avevano partecipato al Tavolo di partenariato creato dal Ministero dell’agricoltura per redigere il piano si erano dissociate dal documento finale «ritenuto deludente e inefficace».

«Il Piano è stato redatto secondo il principio prevalente, se non esclusivo, della tutela del reddito delle aziende agricole di grandi dimensioni […], mantenendo un sistema iniquo che premia le aziende in funzione della loro dimensione, senza contrastare la drammatica emorragia di piccole aziende agricole sempre più in difficoltà nelle aree interne e senza affrontare in modo efficace i pesanti impatti del settore zootecnico su ambiente e salute», scrivono Slow Food, Terra! e WWF, tra gli altri. «L’Italia – concludono le associazioni – conferma così l’interpretazione della Politica comune dell’Unione europea per l’agricoltura essenzialmente come una politica economica basata su sussidi a pioggia, ignorando l’enorme spazio di manovra con cui il settore primario potrebbe agire, se opportunamente incentivato, per ridurre il proprio impatto sul clima e sulla perdita della biodiversità».

 

 

L’articolo è stato aggiornato in data 5/12/2022 riportando la notizia dell’approvazione del Piano Nazionale Strategico sulla PAC per l’Italia. 

CREDITI

Autori

Edoardo Anziano
Paolo Riva

In partnership con

FragDenStaat (Germania)
Arena for Journalism (Paesi Bassi)
NDR (Germania)
WDR (Germania)
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Correctiv (Germania)
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Reporter.lu (Lussemburgo)
Reporters United (Grecia)
Expresso (Portogallo)
Follow the Money (Paesi Bassi)
Gazeta Wyborcza (Polonia)

Editing

Lorenzo Bagnoli

Infografiche

Edoardo Anziano

Foto di copertina

Una collina di vigneti a Greve in Chianti, Toscana
(DEA/S.AMANTINI/Getty)